Per Mario Balotelli è stata una giornata da dimenticare

L'attaccante allontanato dall'allenamento dopo essere stato ripreso dal tecnico Grosso per lo scarso impegno. E poco dopo la Corte Figc sospende la chiusura della curva del Verona per i cori contro di lui.

Giornata da dimenticare in fretta, quella del 21 novembre, per Mario Balotelli. L’attaccante del Brescia è stato prima allontanato dal centro tecnico delle Rondinelle dopo essere stato redarguito per il mancato impegno dall’allenatore Fabio Grosso. Poi, seppure indirettamente, è stato protagonista della decisione della Corte d’Appello della Figc, che ha disposto la sospensione della chiusura del settore Poltrone est dello stadio Bentegodi di Verona, decisa dal giudice sportivo per cori razzisti proprio contro Super Mario.

VIA DAL CENTRO TECNICO DEL BRESCIA A TESTA BASSA

Dopo essere stato ripreso da Grosso, Balotelli a testa bassa si è diretto verso gli spogliatoi, da dove poco dopo è uscito per lasciare in auto il centro sportivo di Torbole Casaglia. Il tutto mentre la seduta era ancora in corso. Sul fronte della giustizia sportiva, invece, la Corte ha ritenuto necessario un supplemento istruttorio «per individuare con esattezza il settore di provenienza dei cori di discriminazione razziale nonché la loro percezione e dimensione» e ha invitato la procura federale a «espletarli entro il termine di 20 giorni per consentire di definire il procedimento nei tempi normalmente previsti».

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Perché i nuovi casi di peste in Cina non sono il preludio di una pandemia

Tre contagi registrati tra la Mongolia e Pechino hanno riaperto al questione di una possibile epidemia globale. Ma i dati dell'Oms degli ultimi anni suggeriscono che il morbo è sotto controllo. Tra il 2010 e 2017 solo 3 mila contagi con 500 morti. Focolai attivi, ma contenuti, in Madagascar, Congo e Perù.

È presto per parlare di pandemia. Ma i recenti contagi in Asia hanno riaperto la questione legata alla pericolosità della peste. Il 17 novembre le autorità sanitarie cinesi hanno accertato un caso di peste bubbonica nella Mongolia interna. La profilassi è scattata con effetto immediato e 28 persone sono state poste in quarantena per verificare un eventuale contagio. L’uomo, un operaio di 55 anni di una cava della contea di Xilin, ha raccontato di aver scuoiato, cucinato e mangiato il 5 novembre un coniglio selvatico, probabilmente il motivo del contagio. Questo episodio si è aggiunto ad altri due casi di peste polmonare registrati a Pechino nelle ultime settimane. Bisogna quindi preoccuparsi?

DA DOVE ORIGINA LA PESTE

Storicamente, soprattutto per gli europei, la peste richiama alla memoria la “morte nera” che a partire dal 1348 ha devastato il continente uccidendo tra i 25 e 50 milioni di persone. La peste può presentarsi in due forme: bubbonica e polmonare. La prima è la più comune e si contrare per il morso o il contatto con animali infetti. La grande epidemia del 14esimo iniziò infatti con l’arrivo di topi infetti dalla Crimea. Se la peste non viene curata in fretta può intaccare i polmoni trasformandosi in una forma più acuta e contagiosa.

I CONTAGI E I TASSI DI MORTALITÀ

Ancora oggi la peste resta una malattia quasi letale. Quella bubbonica ha un tasso di mortalità compreso tra il 30 e 60% se non viene trattata velocemente. Quella polmonare è ancora più grave se non diagnosticata in tempi brevi. Rispetto al 1348, e alle successive ondate come quella del 1630 raccontata nei Promessi Sposi, oggi le cure sono più efficaci. Se individuata in tempo può essere debellata con antibiotici che sono in grado di ripristinare completamente la salute di un ammalato.

L’ULTIMA GRANDE PANDEMIA TERMINATA NEL 1960

Ufficialmente la peste non è mai stata debellata completamente. L’ultima grande epidemia registrata durò circa un secolo con fasi alterne. Si sviluppò in Cina nella provincia di Yunnan per poi colpire soprattutto il Celeste impero e le regioni indiane tra il 1866 e il 1960. La fase più acuta, a cavallo del secolo, venne spinta anche dalle rotte dell’oppio che partivano da Sud-Est asiatico e avevano proprio nello Yunnan uno snodo fondamentale. Alla fine l’epidemia provocò oltre 12 milioni di morti.

I contagi in Madagascar nel 2017
(Fonte: Oms)

LA SITUAZIONE ATTUALE: GLI UTLIMI CONTAGI

Gli ultimi dati dell’Oms rilevati tra il 2010 e 2017 hanno individuato 3.248 casi, dei quali sono 584 si sono rivelati mortali. I Paesi coi focolai più significativi di peste al momento sono Madagascar (2.348 casi e 202 morti nel 2017), Perù e Repubblica democratica del Congo. Quest’ultima, già alle prese con un’epidemia di Ebola, tra il 1900 e 2012 ha confermato 1.006 casi con quattro morti nel 2015. In realtà anche i Paesi occidentali registrano una decina di casi l’anno, come gli Stati Uniti. Secondo il Centers for Disease Control and Prevention ogni anno vengono registrati poco meno di una ventina di contagi. In questo caso gli Stati più colpiti sono stati quelli di Sud-Ovest: New Mexico, Arizona, Colorado, California, Oregon e Nevada.

I casi di peste in Usa tra il 1970 e il 2017
(Fonte: Centers for Disease Control and Prevention)

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Netanyahu è stato incriminato per corruzione

Il premier a processo per una delle tre inchieste che lo riguardano. È la prima volte che un primo ministro viene accusato di questo reato in Israele.

Il procuratore generale Avichai Mandelblit ha deciso di incriminare per corruzione Benjamin Netanyau in una delle tre inchieste in cui il premier israeliano è coinvolto. Confermate anche le accuse di frode e abuso di ufficio. Le inchieste sono il Caso 1000 (regali da facoltosi uomini di affari) e 2000 (rapporti con l’editore di Yediot Ahronot Arnon Mozes) con frode e abuso di ufficio, mentre per il Caso 4000 (affaire Bezez-Walla) oltre la frode e l’abuso di ufficio c’è anche la corruzione.

PRIMO PREMIER ACCUSATO DI CORRUZIONE IN ISRAELE

È la prima volta nella storia di Israele che un premier in carica è accusato di corruzione. Su tutte le reti nazionali sono in corso edizioni speciali di notiziari sulla vicenda.

LE LACRIME DI COCCODRILLO DI GANTZ

«Un giorno triste per lo Stato di Israele», ha scritto su Twitter il leder centrista Benny Gantz, maggiore rivale di Netanyahu, commentando l’incriminazione.

«È una giornata dura e triste per il popolo israeliano e per me personalmente» ha detto il procuratore generale, «ho deciso con cuore pesante, ma in piena coscienza. Questo era il mio dovere di fronte ai cittadini».

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La Maturità cambia ancora: come sarà nel 2020

Le buste all'orale saranno abolite. Torna il tema di storia. Le novità.

«Aboliremo le buste. Manterremo i materiali ma le buste saranno eliminate», ha annunciato in anteprima a Skuola.net il ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, durante una videochat con il portale per studenti, dicendo di aver appena firmato una circolare che apporterà i nuovi cambiamenti alla maturità 2020. «Non vogliamo che l’esame di Stato sia un motivo di stress», continua Fioramonti, «questo non fa bene a nessuno. Gli studenti devono andare all’esame fieri della propria preparazione. Non vogliamo trabocchetti».

REINTRODOTTO IL TEMA STORICO

«Verrà reintrodotto il tema storico nella prima prova scritta dell’esame di Maturità», ha confermato il ministro dell’Istruzione. «Ho voluto ascoltare la voce dei docenti», ha sottolineato il ministro, precisando che il tema di storia «sarà nella seconda tipologia di tracce, obbligatoriamente come una delle opzioni».

GLI STUDENTI CONOSCERANNO PRIMA GLI ARGOMENTI

«La commissione manterrà una serie di materiali che serviranno a far partire l’esame. Ma, anziché sorteggiarlo come in una lotteria si sapranno prima quali saranno gli argomenti scelti. Che verranno proposti agli studenti per far iniziare l’orale. Quei materiali saranno a disposizione degli studenti prima dell’inizio dei colloqui», ha detto il ministro. Sopprimendo le buste, viene meno un «elemento di ulteriore nervosismo che veniva creato attorno a questa lotteria».

«NON CI SARANNO ALTRI CAMBIAMENTI»

«Non ci saranno altri cambiamenti alla maturità», ha poi assicurato, spiegando che «il decreto ufficiale con le materie e quant’altro uscirà come sempre a inizio anno». «La mia idea di scuola è quella di non cambiare ma di mantenere. Ho voluto mantenere l’impianto generale dell’esame. Evitiamo che ogni ministro che si siede al Ministero cambi qualcosa».

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Guidava da 50 anni senza patente: scoperta per un tamponamento subìto

Una 77enne di Pravisdomini (Pordenone) circolava da mezzo secolo senza aver mai conseguito la licenza. Multa da 5 mila euro.

Per mezzo secolo ha guidato, a cavallo tra Friuli Venezia Giulia e Veneto, senza mai aver conseguito la patente. E in 50 anni nessuno l’ha mai fermata, nemmeno per il più classico dei controlli di patente e libretto delle tante pattuglie che presidiano le nostre strade. Così il suo segreto è rimasto tale fino a quando, per un banale tamponamento in cui è rimasta coinvolta suo malgrado, la verità è venuta a galla. Protagonista della vicenda una 77enne di Pravisdomini, l’ultima lingua di terra friulana prima di entrare nel Veneto orientale. Proprio in un luogo simbolo della storia d’Italia come Vittorio Veneto (Treviso) c’è stato l’epilogo della sua lunghissima carriera di autista senza titoli.

TAMPONATA MENTRE ERA IN CODA

Era al volante di una Suzuki station wagon, ferma in colonna: all’improvviso, un veicolo che la seguiva l’ha tamponata e la sua vettura è finita sul mezzo che la precedeva. Esattamente ciò che non sarebbe mai dovuto capitare: senza terzi coinvolti, avrebbe potuto chiuderla lì, amichevolmente. In fondo lei era la danneggiata. Ma quel colpetto alla macchina che la precedeva è stato fatale per far scoprire il suo segreto. Quando gli agenti della Polizia locale sono giunti per i rilievi, hanno sollecitato la consegna della patente, ma l’anziana ha detto di averla scordata a casa. Sono bastati pochi click e una breve indagine sul server nazionale per scoprire che quel documento non l’aveva mai conseguito.

MULTA DA OLTRE 5 MILA EURO

Le conseguenze saranno pesanti: multa da oltre 5 mila euro e sequestro immediato del veicolo. Niente, se raffrontato al rischio che ha corso per mezzo secolo. A chi, in paese, le chiedeva spiegazioni, la nonnina ha fatto sapere che si tratta di un grande equivoco, che chiarirà di fronte alla Polizia locale di Udine, cui esibirà il documento originario, di cui assicura di essere in possesso dalla fine degli anni Sessanta. Peccato che, nel frattempo, 51 anni fa, il suo Comune, Pravisdomini, sia transitano alla neo costituita provincia di Pordenone. Non essendo mai stata scoperta, non ha avuto la necessità di aggiornare l’alibi.

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M5s al voto su Rousseau per Emilia e Calabria tra dubbi e polemiche

Dalle 12 alle 20 gli iscritti sono chiamati a esprimersi sull'opportunità o meno per il Movimento di presentarsi ai due appuntamenti elettorali. Di Maio nicchia e i militanti spingono. Ma è il quesito a far discutere.

Procede tra polemiche e perplessità la votazione sulla piattaforma Rousseau attraverso la quale gli iscritti sono chiamati a decidere se il Movimento 5 stelle dovrà correre oppure no alle elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria. Per quel che riguarda la consultazione del prossimo 26 gennaio, in particolare, la spaccatura della base sembra essere evidente, col quesito attorno al quale è già sorta più di una critica.

DI MAIO: «PREFERISCO CHIEDERE LA DIREZIONE AL MOVIMENTO»

«Dalle ore 12 alle ore 20 gli iscritti del Movimento 5 stelle sono chiamati a votare sulla piattaforma Rousseau per decidere se il M5S debba osservare una pausa elettorale fino a marzo per preparare gli Stati generali evitando di partecipare alle elezioni di gennaio in Emilia-Romagna e Calabria». Luigi Di Maio, ai microfoni de L’aria che tira, su La 7, ha spiegato:  «Di solito preferisco non votare, ma chiedere al M5s quale sia la direzione da prendere. Gli uomini soli al comando diventano dei palloni e poi scoppiano. Io credo che le decisioni importanti vanno prese con gli iscritti. I più grandi errori li ho commesso scegliendo da solo».

POLEMICHE PER IL QUESITO ORIENTATO

Decisamente più esplicita la maggioranza dei militanti emiliani, che chiede esplicitamente di votare ‘no’ al quesito su Rousseau. Silvia Piccinini, consigliera regionale del M5s in Emilia-Romagna, ha definito «una presa in giro inaccettabile e un’umiliazione» il voto con un quesito «orientato».

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Allarme Fentanyl: aumentano le morti per overdose anche in Italia

In meno di quatto di mesi registrati 76 decessi a causa della droga sintetica che si sta affacciando da poco al nostro mercato.

Allarme Fentanyl anche in Italia. Il potente sintetico che, secondo le stime, sarà responsabile di 19mila morti per overdose nel 2019 negli Stati Uniti, si sta affacciando anche sul mercato italiano. Dal 1° agosto al 20 novembre, ha spiegato Elisabetta Simeoni, del Dipartimento politiche antidroga, «si sono registrate in Italia 55 overdose ‘fauste’ e 76 con decesso. I casi aumentano». Il direttore centrale per i servizi antidroga del Dipartimento di pubblica sicurezza, Giuseppe Cucchiara, ha sottolineato che «il contrasto a queste nuove sostanze è difficile perché bastano quantità minime che vengono acquistate on line e spedite via posta. In Italia non siamo dell’epidemia come in America, ma il Fentanyl si sta affacciando sul nostro mercato e dobbiamo attrezzarci. È un fenomeno estremamente preoccupante».

Una bottliglietta di Fentanyl,

LA CINA TRA I PRINCIPALI PRODUTTORI

Le nuove sostanze psicoattive, come Fentanyl e affini, sono «un problema emergente ed in costante evoluzione. La Cina è uno dei principali Paesi produttori; da lì vengono spedite in Europa. Queste droghe attirano soprattutto i giovani, il costo è accessibile a tutti, una dose si compra con 10 euro. La repressione non può essere l’unica soluzione, serve il contributo di famiglia e scuola», ha detto il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Federico Cafiero De Raho, intervenuto al workshop su Droghe sintetiche e nuove sostanze psicoattive, organizzato dal Dipartimento antidroga della presidenza del consiglio e dalla Direzione centrale antidroga del Dipartimento di pubblica sicurezza. Naturalmente, ha proseguito Cafiero De Rato, «anche la criminalità organizzata ha messo gli occhi su queste nuove sostanze che vengono vendute su piattaforme on line e sono reperibili sia sul web di superficie che sul deep web».

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Perché la terza stagione di Mindhunter potrebbe uscire dopo il 2020

La serie Netflix ideata da David Fincher potrebbe prendersi una pausa. Parola del protagonista Groff. Il regista è infatti impegnato sul set del suo nuovo film.

Mindhunter è una serie che si prende i suoi tempi. Non solo per raccontare le ricerche degli agenti Fbi Holden Ford e Bill Tench, ma anche per la sua stessa realizzazione. Tra la prima e seconda stagione la gestazione è stata di almeno 2 anni, e adesso per la terza potrebbe passare anche più tempo.

FINCHER IMPEGNATO SUL SUO NUOVO FILM

La conferma arriva da un’intervista di Jonathan Groff, l’attore che interpreta l’agente Ford, all’Hollywood Reporter. Groff non ha fatto cenno a conferme o inizio delle riprese, ma ha spiegato che per riprendere i lavori bisognerà attendere che David Fincher, creatore della serie, finisca il suo prossimo film. Il regista di Fight Club e The Social Network, sta lavorando a Mank, un biopic su Herman J. Mankiewicz, sceneggiatore di Quarto Potere.

COSA DI DICE DI MANK

Il film, che nel cast annovera Gary Oldman, Amanda Seyfried e Lily Collins, è attualmente in lavorazione e le riprese dovrebbero terminare all’inizio del 2020, con possibile diffusione in autunno, in tempo per prendere parte alla corsa a Golden Globe e Oscar. Questo significa che difficilmente Mindhunter vedrà la luce prima del 2021, forse addirittura nel 2022.

GLI ALTRI LAVORI DI FINCHER CON NETFLIX

Su tutto questo ovviamente manca ancora il via libera di Netflix e dei produttori della serie, tra i quali Charlize Theron. Secondo John Douglas, l’autore del libro che ispirato la serie, ci sarebbero ancora molti crimini e serial killer da raccontare ed esplorare. Ma a preoccupare i fan della serie ci sono anche altri programmi di Fincher. Secondo il sito Deadline il cineasta di Denver potrebbe lavorare alla realizzazione come sceneggiatore e produttore esecutivo di una nuova serie Netflix ispirata Chinatown, film del 1974 di Roman Polanski.

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Chi era a conoscenza del «rischio crollo» del Morandi

La guardia di finanza ha sequestrato un documento del consiglio di amministrazione di Autostrade. In cui nel 2015 si parlava della possibilità di cedimento. Ed era presente un rappresentante del dicastero dei Trasporti. La ministra De Micheli: «Cose inaccettabili e incomprensibili».

Il ministero dei Trasporti (Mit) sapeva che il Ponte Morandi sarebbe potuto venire giù? È l’inquietante rivelazione emersa da un documento finora rimasto segreto e sequestrato dalla guardia di finanza nella sede di Atlantia e di Autostrade.

CONDIVISO UN «INDIRIZZO DI RISCHIO BASSO»

I vertici del dicastero delle Infrastrutture nel 2015 erano a conoscenza del rischio crollo per il viadotto di Genova teatro della tragedia del 14 agosto 2018 che ha provocato la morte di 43 persone: alle sedute del consiglio di amministrazione di Autostrade per l’Italia infatti partecipa un rappresentante del Mit, membro del Collegio sindacale. E, secondo quanto riportarto da la Repubblica, proprio questo organo con il cda condivise «l’indirizzo di rischio basso» per il Morandi. Rischio basso, non rischio zero.

AUTOSTRADE PARLA DI «MASSIMO RIGORE»

Autostrade per l’Italia ha precisato che «la società non è in alcun modo disponibile ad accettare rischi operativi sulle infrastrutture. Di conseguenza, l’indirizzo del cda alle strutture operative è di presidiare e gestire sempre tale tipologia di rischio con il massimo rigore, adottando ogni opportuna cautela preventiva».

PERICOLO CONSIDERATO SOLO TEORICO

In particolare «per quanto riguarda l’area dei rischi operativi, nella quale rientrava anche la scheda del Morandi, il cda di Autostrade ha sempre espresso l’indirizzo di mantenere la propensione di rischio al livello più basso possibile». Un rischio solo teorico, insomma.

Ho letto quello che avete letto voi, il contenuto è per me inaccettabile. Anche intellettualmente incomprensibile


La ministra De Micheli

La ministra dei Trasporti Paola De Micheli ha commentato dicendo di aver «letto quello che avete letto voi, il contenuto è per me inaccettabile. Anche intellettualmente incomprensibile». E intanto il titolo di Atlantia in Borsa ha fatto registrare perdite influenzato da questi nuovi sviluppi.

OPERA CHE «NON ERA SOTTO CONTROLLO»

I finanzieri tra l’altro hanno sequestrato altre relazioni tecniche a corredo del “catalogo del rischio“. In cui gli ingegneri esprimevano preoccupazioni: «L’opera non si riesce a tenere sotto controllo» per via dell’impossibilità di monitorare gli stralli e i cassoni del viadotto. Quel documento sul rischio crollo già nel 2015 è stato sottoposto al vaglio dei cda di Aspi e Atlantia, in concomitanza alla presentazione del progetto di retrofitting (consolidamento) delle pile 9 (quella poi crollata) e 10.

NEL 2017 SI PARLÒ DI “PERDITA DI STATICITÀ”

Nel 2017 avvennero due variazioni. La responsabilità sul Morandi passò dalle Manutenzioni dirette da Michele Donferri Mitelli alla Direzione di tronco di Genova, guidata da Stefano Marigliani (entrambi indagati). E nel catalogo del rischio non si parlava più di “crollo”, ma di “perdita di staticità”.

DI MAIO: «PARLIAMO DELLA SICUREZZA DEI CITTADINI»

Sulla vicenda è intervenuto anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio: «Quanto arriva una relazione sul rischio di crollo, parliamo della sicurezza dei cittadini italiani. E Autostrade parla di rischio teorico? Qual è il rischio pratico?». Di Maio, ospite a L’aria che tira su La7, ha detto che «negli ultimi 30 anni gruppi privati hanno avuto contratti blindati qualunque cosa accadesse alla manutenzione».

«I MORTI DEL MORANDI NON SI BARATTANO»

Poi su Alitalia: «A un certo punto si è fatta avanti Atlantia, che poi ha fatto marcia indietro. Se pensavano che entrando in Alitalia non gli avremmo tolto le concessioni autostradali si sbagliavano: i morti del ponte Morandi non si barattano con nessuno. Vinceremo la battaglia della revoca».

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La Cina “scopre” le patate: è boom di ricette

Tradizionalmente assente nella cucina tradizionale, l'ingrediente è sempre più presente nei piatti del Celeste impero.

Pur non essendo un ingrediente di base della cucina cinese, le patate si stanno tuttavia diffondendo grazie anche ai ricercatori che hanno trovato il modo di utilizzarle in oltre 300 ricette tradizionali come nel pane al vapore e i noodles. La Cina ha la più ampia superficie al mondo dedicata alla coltivazione e alla produzione di patate. Queste però non si adattano alle abitudini alimentari e ai gusti dei cinesi come ingrediente di base, dal momento che non contengono le proteine del glutine e hanno una scarsa duttilità.

LA RICERCA PER INSERIRE LE PATATE NEI PIATTI TRADIZIONALI

Ma i ricercatori dell’Institute of Food Science and Technology of the Chinese Academy of Agricultural Sciences (Caas) ritengono che siano ricche di componenti nutritivi e funzionali e che utilizzarle nei piatti di base potrebbe aiutare a migliorare la salute, oltre ad ottimizzare la struttura agricola cinese, contribuendo ad alleviare le pressioni sulle risorse e sull’ambiente, a garantire la sicurezza alimentare e a realizzare lo sviluppo sostenibile.

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Tradizionalmente assente nella cucina tradizionale, l'ingrediente è sempre più presente nei piatti del Celeste impero.

Pur non essendo un ingrediente di base della cucina cinese, le patate si stanno tuttavia diffondendo grazie anche ai ricercatori che hanno trovato il modo di utilizzarle in oltre 300 ricette tradizionali come nel pane al vapore e i noodles. La Cina ha la più ampia superficie al mondo dedicata alla coltivazione e alla produzione di patate. Queste però non si adattano alle abitudini alimentari e ai gusti dei cinesi come ingrediente di base, dal momento che non contengono le proteine del glutine e hanno una scarsa duttilità.

LA RICERCA PER INSERIRE LE PATATE NEI PIATTI TRADIZIONALI

Ma i ricercatori dell’Institute of Food Science and Technology of the Chinese Academy of Agricultural Sciences (Caas) ritengono che siano ricche di componenti nutritivi e funzionali e che utilizzarle nei piatti di base potrebbe aiutare a migliorare la salute, oltre ad ottimizzare la struttura agricola cinese, contribuendo ad alleviare le pressioni sulle risorse e sull’ambiente, a garantire la sicurezza alimentare e a realizzare lo sviluppo sostenibile.

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L’Argentina spicca un mandato di cattura per il vescovo Zanchetta

Considerato vicino a papa Francesco, dal quale era stato richiamato a Roma nel 2017, è accusato di abusi sessuali ai danni di due seminaristi.

La magistratura di Salta, in Argentina, ha spiccato un mandato di cattura internazionale nei confronti del vescovo argentino Gustavo Zanchetta, domiciliato in Vaticano, accusato del reato di abuso sessuale semplice e continuato ai danni di due seminaristi, aggravato dal fatto di essere stato commesso da un ministro di culto.

L’APERTURA DI UN GIUDIZIO CANONICO AUTORIZZATA DAL PAPA

La pm María Soledad Filtrín ha deciso di emettere il mandato nei confronti dell’ex vescovo di Orán, considerato vicino a papa Francesco, dopo che lo stesso non ha risposto a ripetute telefonate ed e-mail inviategli al fine di procedere alla notifica degli atti processuali e dopo la sua decisione di costituire il suo domicilio nello Stato del Vaticano. Nel 2017 monsignor Zanchetta era stato richiamato a Roma dal pontefice, che ha autorizzato nel maggio di quest’anno l’apertura nei suoi confronti di un giudizio canonico.

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L’Argentina spicca un mandato di cattura per il vescovo Zanchetta

Considerato vicino a papa Francesco, dal quale era stato richiamato a Roma nel 2017, è accusato di abusi sessuali ai danni di due seminaristi.

La magistratura di Salta, in Argentina, ha spiccato un mandato di cattura internazionale nei confronti del vescovo argentino Gustavo Zanchetta, domiciliato in Vaticano, accusato del reato di abuso sessuale semplice e continuato ai danni di due seminaristi, aggravato dal fatto di essere stato commesso da un ministro di culto.

L’APERTURA DI UN GIUDIZIO CANONICO AUTORIZZATA DAL PAPA

La pm María Soledad Filtrín ha deciso di emettere il mandato nei confronti dell’ex vescovo di Orán, considerato vicino a papa Francesco, dopo che lo stesso non ha risposto a ripetute telefonate ed e-mail inviategli al fine di procedere alla notifica degli atti processuali e dopo la sua decisione di costituire il suo domicilio nello Stato del Vaticano. Nel 2017 monsignor Zanchetta era stato richiamato a Roma dal pontefice, che ha autorizzato nel maggio di quest’anno l’apertura nei suoi confronti di un giudizio canonico.

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Lo scontro Usa-Cina ora si sposta su Hong Kong

Dura presa di posizione di Pechino contro la risoluzione del Congresso americano sull'ex colonia britannica. «Pronti al contrattacco».

La Cina è pronta a prendere misure «per contrattaccare con vigore» in risposta al Congresso Usa che ha dato il via libera all’Hong Kong Human Rights and Democracy Act, il provvedimento a sostegno delle proteste dell’ex colonia, ora all’esame della firma di Donald Trump per la sua efficacia. «Condanniamo con forza e ci opponiamo con decisione alla approvazione di queste leggi», ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri Geng Shuang, nel corso della conferenza stampa quotidiana.

PECHINO: «PRONTI A FORTI CONTROMISURE»

Geng ha ribadito l’invito a optare per il blocco dell’iter legislativo chiedendo a Trump di opporre il veto e di non firmare il testo varato dal Congresso, creando un caso piuttosto singolare vista la unanimità espressa dal Senato che è anche a controllo repubblicano. Il portavoce ha minacciato imprecisate «forti contromisure» se il provvedimento diventerà effettivo. «Sollecitiamo la parte Usa a capire la situazione, a fermare gli errori prima che sia troppo tardi e a evitare che questo atto diventi legge, smettendo di interferire negli affari di Hong Kong che sono questioni interne della Cina», ha detto ancora Geng. «Se gli Usa continuano ad adottare le azioni sbagliate, la Cina sarà costretta a prendere di sicuro forti contromisure», ha concluso Geng.

WANG: «CONNIVENZA COI CRIMINALI»

Il Congresso Usa, col via libera del provvedimento, «manda il segnale sbagliato di connivenza coi criminali violenti», ha rincarato il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, per il quale la «sua essenza è di confondere e addirittura di distruggere Hong Kong. Questa è un’interferenza manifesta negli affari interni della Cina e un grave disservizio a comuni e fondamentali interessi di un ampio numero di compatrioti di Hong Kong».

LEGGI ANCHE: Perché Trump e il Congresso Usa non sono allineati su Hong Kong

Wang ha espresso le sue critiche durante un incontro con l’ex segretario alla Difesa americano William Cohen, ribadendo che la normativa costituisce un atto di interferenza negli affari interni della Cina. «Come possiamo parlare di democrazia? Come possiamo parlare di diritti umani quando ignoriamo i danni causati da azioni violente e illegali? La Cina si oppone fermamente a tutto questo non permetteremo mai ad alcun tentativo di minare la prosperità e la stabilità di Hong Kong, e di minacciare il sistema ‘un Paese, due sistemi’», ha concluso Wang.

COSA C’È NEL PROVVEDIMENTO

Il provvedimento mandato alla firma del presidente americano Donald Trump prevede l’approvazione di sanzioni a carico dei unzionari, di Hong Kong o cinesi, ritenuti colpevoli di abusi sui diritti e richiede la revisione annuale del riconoscimento dello status di partner speciale della città nei rapporti con gli Usa. Altre norme, invece, pribiscono l’export a favore della polizia locale di munizioni non letali o di altri sistemi antisommossa, tra lacrimogeni, spray al peperoncino, proiettili di gomma e taser.

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Lo scontro Usa-Cina ora si sposta su Hong Kong

Dura presa di posizione di Pechino contro la risoluzione del Congresso americano sull'ex colonia britannica. «Pronti al contrattacco».

La Cina è pronta a prendere misure «per contrattaccare con vigore» in risposta al Congresso Usa che ha dato il via libera all’Hong Kong Human Rights and Democracy Act, il provvedimento a sostegno delle proteste dell’ex colonia, ora all’esame della firma di Donald Trump per la sua efficacia. «Condanniamo con forza e ci opponiamo con decisione alla approvazione di queste leggi», ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri Geng Shuang, nel corso della conferenza stampa quotidiana.

PECHINO: «PRONTI A FORTI CONTROMISURE»

Geng ha ribadito l’invito a optare per il blocco dell’iter legislativo chiedendo a Trump di opporre il veto e di non firmare il testo varato dal Congresso, creando un caso piuttosto singolare vista la unanimità espressa dal Senato che è anche a controllo repubblicano. Il portavoce ha minacciato imprecisate «forti contromisure» se il provvedimento diventerà effettivo. «Sollecitiamo la parte Usa a capire la situazione, a fermare gli errori prima che sia troppo tardi e a evitare che questo atto diventi legge, smettendo di interferire negli affari di Hong Kong che sono questioni interne della Cina», ha detto ancora Geng. «Se gli Usa continuano ad adottare le azioni sbagliate, la Cina sarà costretta a prendere di sicuro forti contromisure», ha concluso Geng.

WANG: «CONNIVENZA COI CRIMINALI»

Il Congresso Usa, col via libera del provvedimento, «manda il segnale sbagliato di connivenza coi criminali violenti», ha rincarato il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, per il quale la «sua essenza è di confondere e addirittura di distruggere Hong Kong. Questa è un’interferenza manifesta negli affari interni della Cina e un grave disservizio a comuni e fondamentali interessi di un ampio numero di compatrioti di Hong Kong».

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Wang ha espresso le sue critiche durante un incontro con l’ex segretario alla Difesa americano William Cohen, ribadendo che la normativa costituisce un atto di interferenza negli affari interni della Cina. «Come possiamo parlare di democrazia? Come possiamo parlare di diritti umani quando ignoriamo i danni causati da azioni violente e illegali? La Cina si oppone fermamente a tutto questo non permetteremo mai ad alcun tentativo di minare la prosperità e la stabilità di Hong Kong, e di minacciare il sistema ‘un Paese, due sistemi’», ha concluso Wang.

COSA C’È NEL PROVVEDIMENTO

Il provvedimento mandato alla firma del presidente americano Donald Trump prevede l’approvazione di sanzioni a carico dei unzionari, di Hong Kong o cinesi, ritenuti colpevoli di abusi sui diritti e richiede la revisione annuale del riconoscimento dello status di partner speciale della città nei rapporti con gli Usa. Altre norme, invece, pribiscono l’export a favore della polizia locale di munizioni non letali o di altri sistemi antisommossa, tra lacrimogeni, spray al peperoncino, proiettili di gomma e taser.

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L’ex capo dei gip di Palermo Vincenti si è ucciso

In pensione da giugno, era indagato per corruzione e rivelazione di notizie riservate nell'ambito dell'inchiesta su Zamparini.

L’ex capo dell’ufficio del Gip di Palermo Cesare Vincenti si è suicidato lanciandosi dal balcone della sua abitazione, nella zona residenziale di via Sciuti. Vincenti e il figlio Andrea, avvocato, erano indagati dal giugno scorso dalla Procura di Caltanissetta per corruzione e rivelazione di notizie riservate nell’ambito dell’indagine sulla presunta fuga di notizie relativa all’ex patron del Palermo Maurizio Zamparini che avrebbe appreso preventivamente della pendenza di una richiesta di custodia cautelare nei suoi confronti.

LA FESTA DI COMMIATO DISERTATA DAI MAGISTRATI

Vincenti era andato in pensione il 19 giugno scorso, così come previsto da tempo. Una settimana prima l’abitazione del magistrato e l’ufficio del Gip erano stati perquisiti nell’ambito dell’indagine della Procura di Caltanissetta per violazione del segreto investigativo, sull’eventuale esistenza di una talpa negli uffici giudiziari che avrebbe avvisato l’ex presidente del Palermo calcio Zamparini di una richiesta pendente di arresto a suo carico. Circa due settimane fa, come è prassi negli uffici giudiziari, Vincenti aveva organizzato una festa di commiato per il suo pensionamento al Palazzo di Giustizia. Alla cerimonia aveva partecipato però solo il personale amministrativo del suo ufficio; l’unico magistrato presente aveva spiegato che i colleghi non avevano potuto prendere parte perchè già impegnati.

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In pensione da giugno, era indagato per corruzione e rivelazione di notizie riservate nell'ambito dell'inchiesta su Zamparini.

L’ex capo dell’ufficio del Gip di Palermo Cesare Vincenti si è suicidato lanciandosi dal balcone della sua abitazione, nella zona residenziale di via Sciuti. Vincenti e il figlio Andrea, avvocato, erano indagati dal giugno scorso dalla Procura di Caltanissetta per corruzione e rivelazione di notizie riservate nell’ambito dell’indagine sulla presunta fuga di notizie relativa all’ex patron del Palermo Maurizio Zamparini che avrebbe appreso preventivamente della pendenza di una richiesta di custodia cautelare nei suoi confronti.

LA FESTA DI COMMIATO DISERTATA DAI MAGISTRATI

Vincenti era andato in pensione il 19 giugno scorso, così come previsto da tempo. Una settimana prima l’abitazione del magistrato e l’ufficio del Gip erano stati perquisiti nell’ambito dell’indagine della Procura di Caltanissetta per violazione del segreto investigativo, sull’eventuale esistenza di una talpa negli uffici giudiziari che avrebbe avvisato l’ex presidente del Palermo calcio Zamparini di una richiesta pendente di arresto a suo carico. Circa due settimane fa, come è prassi negli uffici giudiziari, Vincenti aveva organizzato una festa di commiato per il suo pensionamento al Palazzo di Giustizia. Alla cerimonia aveva partecipato però solo il personale amministrativo del suo ufficio; l’unico magistrato presente aveva spiegato che i colleghi non avevano potuto prendere parte perchè già impegnati.

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Trump ha dichiarato che pubblicherà la dichiarazione redditi prima del voto

Il tycoon ha twittato che presto, a ridosso del voto presidenziale del 2020, renderà pubblico lo stato delle sue finanze. Una risposta alla battaglia legale del procuratore di New York.

Donald Trump ha annunciato che renderà nota la dichiarazione dei redditi prima delle elezioni del 2020. «Io sono pulito e quando diffonderò (mia decisione) la mia dichiarazione dei redditi prima delle elezioni, essa dimostrerà solo una cosa, che sono molto più ricco che quello che pensa le gente», ha twittato, dopo aver criticato il tentativo del procuratore di New York di acquisire «tutte le operazioni finanziarie che ho fatto».

SITUAZIONE BLOCCATA ALLA CORTE SUPREMA

Il 18 novembre la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva temporaneamente bloccato l’invio alla Camera delle dichiarazioni dei redditi del presidente. L’Alta Corte deve decidere se occuparsi o meno del caso, dopo che l’amministrazione Trump ha presentato ricorso contro le sentenze che obbligano a presentare le dichiarazioni fiscali degli ultimi otto anni, sia personali che aziendali, alla Camera e alla procura di New York.

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La barca dei minori soli soccorsa da Open Arms

L'organizzazione non governativa ha recuperato un'imbarcazione alla deriva con 73 persone a bordo, di cui 24 ragazzini.

La barca dei ragazzini. L’organizzazione non governativa Open Arms ha fatto sapere di aver soccorso all’alba una imbarcazione alla deriva al largo della Libia, a 50 miglia a nord di Az Zawiya, con 24 minori che viaggiavano da soli. La barca trasportava 73 migranti, di cui 69 uomini, 4 donne, 2 bimbi di 4 e 3 anni e più di una ventina di ragazzi. Due volontari di Emergency, Gabriella e Ahmed, rispettivamente infermiera e mediatore culturale a bordo dell’imbarcazione dell’ong spagnola hanno confermato che i «tanti» minori «stanno viaggiando completamente soli».

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Un europeo su quattro ha sentimenti antisemiti

Una ricerca condotta per l'Anti-Defamation League ha messo in luce come il 25% della popolazione nutra attitudini negative verso gli ebrei. Boom in Polonia e Ungheria. Allarme violenza in Germania e Regno Unito.

Circa un europeo su quattro, il 25% della popolazione, nutre «forti attitudini negative» verso gli ebrei. Lo ha rivelato una indagine sull’antisemitismo svolta in Europa, Canada, Sud Africa, Argentina e Brasile tra aprile e giugno del 2019 su commissione della Anti-Defamation League (Adl), organizzazione ebraica internazionale.

IL BOOM IN EUROPA DELL’EST

In Europa, ad Ovest ci sono pochi cambiamenti, ma al Centro e all’Est c’è, rispetto al 2015, un forte aumento di pregiudizi anti ebraici: Polonia (+11%), Ucraina (+14%), Russia (+8%). Anche in Ungheria cresce. Scende in «maniera significativa» in Italia ed Austria. Per quanto riguarda il resto delle aree geografiche interessate dall’indagine, sia in Sud Africa e sia in Brasile i sentimenti antisemiti sono saliti del 9%, mentre in Argentina del 6%.

GLI AUMENTI INQUIETANTI IN POLONIA E UNGHERIA

Tornando all’Europa, in Polonia, secondo i dati riferiti dall’Adl, le attitudini antisemite hanno raggiunto il 48% della popolazione, mentre erano al 37% nel 2015. Circa tre su quattro di coloro che in Polonia hanno risposto alle domande dell’indagine hanno sostenuto, ad esempio, che «gli ebrei parlano troppo di quello che è successo loro durante la Shoah». In Ungheria – secondo i dati – il 25% della popolazione crede che gli «ebrei vogliano indebolire la cultura nazionale esprimendosi a favore di un maggior numero di immigranti in ingresso». Sempre in Ungheria, l’indice mostra il 42% di attitudine antisemita contro il 40% del 2015.

FINANZA, ECONOMIA E SLEALTÀ: LE “COLPE” DEGLI EBREI

Gli stereotipi sono sempre gli stessi: il controllo della finanza e dell’economia (in Ungheria lo pensa il 71%), la slealtà (gli ebrei sono più leali ad Israele che alla propria nazione). Un’accusa questa che, ad esempio, in Italia (dove pur si è registrato un calo dell’11% rispetto ai dati del 2015), rivolta, secondo l’indagine, da oltre il 40% della popolazione. Lo stesso avviene in Germania, in Danimarca, in Spagna, in Olanda, in Belgio e in Austria (dove il calo complessivo è stato dell’8%).

ALLARME VIOLENZA IN GERMANIA E REGNO UNITO

I sentimenti antisemiti non necessariamente si accompagnano sempre ad azioni violente: ad esempio – secondo l’indagine – sono rari in Ungheria e Polonia, mentre sono cresciuti di oltre il 10% in Germania e anche nel Regno Unito nei primi sei mesi del 2019. Infine l’atteggiamento dei musulmani in Belgio, Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito tende ad essere meno antisemita che nel resto delle nazioni extraeuropee e meno forte di quello che invece si registra in Medio Oriente e nel Nord Africa. «È molto preoccupante», ha detto Jonathan Greenblatt, presidente dell’Adl, «che circa un europeo su quattro alberghi tipi di sentimenti antisemiti che sopravvivono da prima della Shoah».

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