La corte d’Appello di Milano ha stabilito che l’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, cioè il cuore produttivo dell’acciaio dello stabilimento, deve essere chiusa entro 90 giorni, condizionando la ripartenza alla completa bonifica dell’asbesto e alla riduzione delle emissioni sottili. I giudici hanno quindi accolto il reclamo presentato da un gruppo di cittadini e genitori tarantini contro Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia, sostenendo che gli impianti mettono a rischio la salute dei cittadini e compromettono l’ambiente. «Non va sottaciuto che gli impianti Ilva e il sistema produttivo sono rimasti immutati da decenni, e ciò concorre a confermare la permanenza del rischio nell’attualità, in ragione del progressivo ammaloramento dello stabilimento», hanno scritto i magistrati, ritenendo che tutti gli accorgimenti e le misure messe in atto dall’azienda per scongiurare il rischio di malattie legate all’inquinamento e i ritardi nella realizzazione dei vari interventi non hanno contrastato adeguatamente il pericolo dei danni alla salute collettiva generato da «svariate e individuate sostanze nocive».
«Quando sei in ospedale aspettando l’ultima trasfusione di sangue ti senti vacillare, pensi che il tuo tempo stia per finire o giù di lì. In questi giorni, la paura di non poter riabbracciare le persone a me più care, i miei figli, mi ha fatto vedere il cielo in un altro modo». Lo ha scritto Fedez su Instagram a corredo di una foto che lo ritrae in terrazzo al tramonto, annunciando uno stop temporaneo alle esibizioni live: «Il mio corpo ha alzato la mano per l’ennesima volta e mi ha detto “fermati”. Ora a dirmelo ci sono anche i medici, ed è quello che farò».
Fedez è stato da poco dimesso dopo una serie di accertamenti dall’ospedale Fatebenefratelli, dove tre anni fa era stato operato per un’emorragia interna provocata dal sanguinamento di alcune ulcere. Il ricovero è avvenuto a pochi giorni dopo la nascita del terzo figlio del rapper, Edoardo Lupo, avuto dalla compagna Giulia Honegger.
Stop dell’attività live per due mesi
«A seguito delle condizioni di salute dell’artista, che richiedono un periodo di cure e recupero, si rende necessaria la sospensione dell’attività live di Fedez prevista nei mesi di agosto e settembre, per consentire all’artista di dedicarsi pienamente al percorso di recupero e alla tutela della salute», ha spiegato la società Vivo Concerti. Annullati i dj set in programma nel mese di agosto e il concerto Casa 360, che si sarebbe dovuto tenere il 25 settembre 2026 all’Unipol Forum di Assago. Oltre a questi due eventi, il tour estivo di Fedez prevedeva una serie live in piazze fra Sud e Centro Italia, tutte annullate.
Blue Media, la società editrice controllata dal Gruppo Msc, ha confermato in una nota che «in conseguenza delle proprie decisioni nella prospettiva della riorganizzazione aziendale, il dottor Michele Brambilla lascia da oggi la direzione de Il Secolo XIX, che viene assunta temporaneamente dal vicedirettore Andrea Castanini». «Blue Media ringrazia sentitamente il dottor Brambilla per la preziosa opera prestata nella prima fase di consolidamento e rilancio del giornale, che ha fatto seguito alla sua acquisizione da parte di Blue Media», conclude il comunicato.
Andrea Castanini (Facebook).
Brambilla: «Sono stato licenziato»
Un cambio di direzione tutt’altro che sereno, con Brambilla che ha precisato che l’addio non è stato una sua decisione ma la conseguenza di un licenziamento. «Leggo con sorpresa sull’agenzia Ansa che Blue Media, l’editore de Il Secolo XIX, ha comunicato, con un giorno di anticipo rispetto agli accordi, la fine del mio rapporto di lavoro», ha scritto in una nota. «Leggo con ancor più grande stupore la frase “il dottor Michele Brambilla lascia da oggi la direzione de IlSecolo XIX”, formula che lascia intendere che si è trattato di una mia decisione. La verità è che si tratta di un licenziamento: del tutto legittimo ovviamente, perché l’editore ha diritto di cambiare direttore quando vuole, ma pur sempre un licenziamento». «La lettera di “comunicazione scioglimento rapporto di lavoro», conclude Brambilla, «mi è stata consegnata questa mattina».
Il Cdr chiede un incontro urgente all’azienda
Sulla vicenda è intervenuto anche il Comitato di redazione, che ha informato i giornalisti della questione: «Care colleghe e cari colleghi, l’azienda ci ha informato che, in data odierna, è stata formalizzata la cessazione del rapporto di lavoro del direttore Michele Brambilla. La direzione del giornale è affidata ad interim all’attuale vicedirettore Andrea Castanini, che assumerà la responsabilità della firma a partire dall’edizione del 28 luglio 2026 sull’edizione digitale e dall’edizione del 29 luglio sulla versione cartacea. Abbiamo già chiesto un incontro urgente all’Azienda».
Nel Tg2 di sabato 25 luglio è andato in onda un servizio da Capri, per elogiare l’isola guidata dall’entusiasta sindaco Paolo Falco e con tanto di coro finale dedicato al telegiornale della seconda rete, come quando i bimbi capresi, vestiti a festa, devono salutare i vacanzieri vip. Il “pezzo” ha fatto arricciare il naso a qualche parlamentare del centrosinistra perché era firmato da Federica Corsini, ossia la moglie di Gennaro Sangiuliano, ex direttore del Tg2, ex ministro della Cultura e ora capogruppo di Fratelli d’Italia al Consiglio regionale della Campania. Corsini è rimasta al fianco di Sangiuliano dopo il caso Boccia. E, professionalmente parlando, è stata anche eletta nel comitato di redazione del Tg2, risultando la più votata. Ora qualcuno in zona Nazareno dice: «Non sarebbe meglio occupare la consorte con qualcosa che è fuori dal collegio elettorale del marito, tenendosi ben lontana dal territorio campano? Ne va della trasparenza del telegiornale, visto che si tratta del servizio pubblico pagato da tutti i contribuenti e non di una rete privata». Sì, perché se a Mediaset intorno alla figura di Andrea Giambruno, già compagno di Giorgia Meloni, si può agire in totale libertà, senza problemi di conflitti d’interessi, alla Rai qualche “comitato etico” pare esistere, come dimostra il caso di Report…
Ma mi faccia il paciere
NH, quella che nelle lettere di una volta era l’abbreviazione di Nobilis Homo, il nobiluomo italiano, ora è la sigla di una catena di alberghi: così a Roma nell’NH Hotel di piazza dei Cinquecento, giovedì 30 luglio, in un caldissimo pomeriggio è in programma la riunione dei centristi del “Gruppo momentaneo” del grande centro, o il “centro largo”, con l’assistenza spirituale di monsignor Vincenzo Paglia. Tutti pronti a partecipare: il sindaco di Benevento Clemente Mastella, il presidente di +Europa Matteo Hallissey, l’assessore al Comune di Napoli Carlo Puca in rappresentanza di Progetto civico Italia di Alessandro Onorato (sì, è lo stesso Puca che faceva l’autore televisivo per Francesca Fagnani, la compagna di Enrico Mentana), e molti altri ancora. «Paglia sembra chiamato con il ruolo di paciere, viste le diverse anime centriste che sono state chiamate a partecipare», dicono alcuni ex democristiani. Seguirà tutto, a distanza, il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi…
Portavoce in scadenza
Tutti a cercare un posto di lavoro. Un posto fisso, non legato alle follie della politica che dura una legislatura e poi ti lascia a casa. Tra i portavoce e i collaboratori dei ministri del governo di Giorgia Meloni è partita la caccia alla poltrona in una società pubblica, una partecipata, o alla Rai: i mesi passano, la scadenza elettorale si avvicina, l’incarico “di fiducia” è a tempo. «Metti che vincono gli altri» è la frase che si sente di più tra chi lavora nei dicasteri. E allora via alla ricerca delle caselle vuote, comprese quelle “da moltiplicare” (della serie, «lì non ci sono vicedirettori, almeno uno va creato»): l’attività è frenetica, ogni passaggio da una casella all’altra in questi giorni viene visto con terrore e, nello stesso tempo, gioia («hai visto che Marco Ludovico è andato all’agenzia per la cybersicurezza nazionale e lascia libero il posto di capo della comunicazione in Anas?»), i telefoni cellulari risultano operativi a ogni ora della notte. Sì, è l’ultima estate prima delle elezioni…
Doppia sfida al Quirinale. Il centrodestra ha da tempo avviato una campagna di accerchiamento al Colle più alto della Repubblica con l’obiettivo dichiarato di conquistarlo nel 2029. Due le tattiche: assalto all’attuale inquilino, Sergio Mattarella, e scalata diretta al ruolo di presidente della Repubblica fra tre anni. Entrambe più che legittime, ma con rischi politici abbastanza evidenti, perché a volte in politica la forma è sostanza.
L’obiettivo Colle è a portata di mano
Dunque, ecco la storia. Dalla fine della Prima Repubblica, quando si è trattato di eleggere un capo dello Stato il centrodestra non ha toccato palla. Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, pur se eletti a volte anche con i loro voti, non possono certo definirsi di quella parte politica. Eppure la voglia c’era, e tanta. Silvio Berlusconi, per esempio, ci aveva sperato non poco. Ma la contingenza politica (si è quasi sempre votato quando la maggioranza era di centrosinistra) o l’imperizia strategica (come nel 2022) non hanno mai portato Forza Italia, Lega e FdI al successo. Ora invece, in caso di vittoria alle elezioni, il trofeo è a portata di mano, perlomeno stando ai numeri.
Sergio Mattarella (Ansa).
La Russa tira la volata a Meloni
Dopo un timido tentativo, fallito in poche settimane, di varare una riforma presidenziale, e un altro tentativo più robusto ma altrettanto fallito di varare la riforma del premierato, alla fine Giorgia Meloni ha deciso di giocare con le regole che ci sono già. E allora Fratelli d’Italia è uscita allo scoperto e ha dichiarato il gioco. La premier ha detto di voler superare il tabù di un presidente non di centrosinistra. Ignazio La Russa ha concordato e fatto nomi e cognomi, indicando proprio Meloni (anche se rimanendo vago sulle tempistiche): «Secondo me lo diventerà non questa volta ma la prossima, il mio è un augurio e un riconoscimento delle sue capacità. Sarebbe una grande fortuna per l’Italia, dopo Mattarella. Per me sarebbe un bene, un grande bene». Un messaggio all’opinione pubblica per testarla, uno agli alleati per unirli nella pugna ma anche per chiarire che se tocca a qualcuno, tocca a FdI. Qui sta il primo rischio, che chiunque sia entrato anche per sbaglio una sola volta in Transatlantico conosce bene: la maggioranza non basta, si vota a scrutinio segreto, ci sono i franchi tiratori, e per essere certi del risultato bisogna garantirsi decine di voti in più, cioè consolidare e tranquillizzare la propria base e tessere alleanze. Ci sono meno di tre anni di tempo e le elezioni politiche in mezzo. Forse è proprio per non innervosire gli alleati che il presidente del Senato ha chiesto più tempo. Come andrà a finire lo sapremo a gennaio 2029.
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).
Mattarella nel mirino della destra
Intanto prosegue l’altra sfida al Quirinale. Il centrodestra, e in particolare sempre FdI, da tempo ha messo Mattarella nel mirino. Agli addetti ai lavori sono noti i malumori del partito di Meloni per molte mosse del Presidente. Più volte si è sfiorato lo scontro, lo scorso dicembre l’attacco del capogruppo FdI Giovanni Donzelli al consigliere del Quirinale Francesco Saverio Garofani è stato il segnale che le micce sono accese. Qualche scaramuccia sotto traccia nei mesi a seguire e la dichiarazione ufficiale della premier che i rapporti sono ottimi con un “ma”: «Io e il Presidente della Repubblica non siamo sempre d’accordo». Poi a metà luglio lo scontro sulla grazia al gioielliere Mario Roggero, per cui il capo dello Stato ha richiamato il ministro Carlo Nordio per una fuga in avanti che invece Giorgia Meloni ha coperto politicamente.
Sergio Mattarella con Carlo Nordio in una foto del 2023 (Imagoeconomica).
La regola di Einaudi
Al netto dei singoli casi e della diffidenza reciproca, il disegno è chiaro e non è la prima volta che viene messo in atto: delegittimare l’inquilino del Quirinale. È successo già in passato in modo anche più virulento. Due le controindicazioni: una politica e una istituzionale. Quella politica è che l’attuale inquilino del Colle ha livelli di gradimento popolare altissimi e attaccarlo potrebbe non pagare in termini di consenso. Quella istituzionale l’ha ricordata proprio Mattarella ricevendo Nordio e riguarda la regola di Luigi Einaudi, primo Presidente repubblicano: «È dovere del Presidente della Repubblica di evitare si pongano precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore, immuni da qualsiasi incrinatura, le facoltà che la Costituzione gli attribuisce». Chi vuole salire al Quirinale dovrebbe essere il primo a volersi ritrovare intatte prerogative e poteri, se non vuole avere una presidenza azzoppata. La partita è cominciata da qualche mese, il traguardo è nel 2029, attendiamo nuove mosse.
Sergio Mattarella con Ignazio La Russa e Renato Brunetta (Imagoeconomica).
«Centoventi operatori delle forze dell’ordine sono rimasti feriti negli scontri di sabato scorso contro l’infrastruttura dell’Alta Velocità Torino-Lione. Uno scenario che si vede molto bene qui dietro, non è la scena di una guerra, è la scena di una presunta contestazione. Ma questo non è dissenso, questa è violenza organizzata, premeditata e come tale deve essere trattata». Lo ha affermato la premier Giorgia Meloni in un video registrato durante la visita al cantiere della Tav in Val di Susa, effettuata assieme al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. «Faremo tutto quello che possiamo per assicurare queste persone alla giustizia e chiediamo anche a chi ne è responsabile, alla magistratura, a tutti gli inquirenti, di fare il massimo del lavoro perché uno Stato normale non può tollerare una cosa del genere».
Schlein punta il dito contro il governo
Sulla questione si è espressa nelle stesse ore anche Elly Schlein. «Ci troviamo davanti a un governo i cui esponenti strumentalizzano fatti violenti per buttarli addosso alle opposizioni, nonostante sappiano che non abbiamo nulla a che fare con quelle frange vittime, di cui siamo bersagli», ha detto la segretaria del Pd a a L’Aria che tira, su La 7: «Perché strumentalizzano per accusarci di connivenze? Ci facciamo le domande giuste, invece di strumentalizzare ogni fatto per fini politici? Istituzioni e politica dovrebbero lavorare insieme per isolare la violenza. In quattro anni di governo hanno fallito miseramente sulla sicurezza». Schlein ha poi aggiunto: «Abbiamo visto violenze inaccettabili, gravi, che non si giustificano mai, noi condanniamo la violenza senza, senza se e senza ma. Violenze che hanno colpito molti agenti, a cui il Pd ha dato solidarietà e vicinanza. Abbiamo sempre condannato ogni forma di violenza, senza esitazioni e tentennamenti».
Italia nuovamente divisa in due a causa del blocco alla circolazione ferroviaria nel nodo di Firenze, tra le stazioni di Campo di Marte e Rifredi e Campo di Marte-Santa Maria Novella, per i lavori di sostituzione del cavalcaferrovia di Ponte al Pino. Alla presenza del ministro dei Trasporti e delle infrastrutture Matteo Salvini è stata conclusa, nella notte tra domenica 26 e lunedì 27 luglio 2026, l’operazione di varo dell’infrastruttura. Il nuovo impalcato, del peso di circa 550 tonnellate, è stato posizionato in un’unica soluzione mediante una gru da 2 mila tonnellate, uno dei più grandi mezzi di sollevamento impiegati a livello internazionale per interventi infrastrutturali di questa tipologia. Il completamento del varo rappresenta una tappa fondamentale dell’intervento di sostituzione del ponte, opera strategica per il miglioramento della mobilità cittadina e per l’efficientamento della circolazione ferroviaria regionale e nazionale che attraversa il nodo di Firenze.
Navette e bus gratuiti per raggiungere Santa Maria Novella
Al momento i disagi per i passeggeri sono abbastanza contenuti. Appena arrivato a Campo di Marte, da Sud, chi viaggia sull’Alta velocità viene dirottato dal personale di Trenitalia sulle navette per la stazione di Santa Maria Novella, con un servizio potenziato rispetto a due settimane prima. Rafforzato anche il servizio informazioni destinato ai pendolari dei treni regionali che, insieme ai passeggeri di Italo, vengono indirizzati verso la vicina via Masaccio dove ad attenderli c’è un bus gratuito per trasportarli fino alla fermata della tramvia, da cui poi proseguire verso Santa Maria Novella.
La Cgil ha presentato un esposto alla Corte dei Conti per chiedere di accertare se nella gestione del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina siano stati impiegati correttamente i soldi pubblici oppure se ci siano i presupposti di un danno erariale. «Non si tratta di una battaglia ideologica, né di una contrapposizione pregiudiziale all’opera, ma di difendere il denaro pubblico. Ogni euro sprecato per il Ponte è un euro tolto agli ospedali, alle scuole e alle vere infrastrutture di cui il Sud ha bisogno», si legge in una nota della Cgil. L’esposto è stato firmato dal segretario generale Maurizio Landini.
Le criticità ricordate dalla Cgil nell’esposto
«La stessa Corte dei conti, nel corso dell’esame della delibera del Cipess, ha evidenziato numerose criticità: il costo definitivo dell’opera non è ancora determinato, permangono dubbi sul rispetto della normativa europea in materia di appalti e tutela ambientale e molte delle infrastrutture indispensabili al funzionamento del Ponte non risultano ancora finanziate o completate», spiega la Cgil. E poi: «Parliamo di un’opera il cui costo supera ormai i 13 miliardi di euro e che continua ad aumentare. Nel frattempo, la Società Stretto di Messina ha già assorbito ingenti risorse pubbliche senza che sia stato realizzato il Ponte e senza che i cittadini abbiano visto alcun beneficio concreto. Il Mezzogiorno continua ad avere bisogno di ferrovie moderne, strade sicure, trasporti efficienti, porti, scuole, ospedali e servizi pubblici di qualità. Sono questi gli investimenti che possono migliorare davvero la vita delle persone, creare lavoro e ridurre i divari territoriali».
Il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha reso noto che, in base agli ultimi dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Mimit, il prezzo medio dei carburanti in modalità “self service” lungo la rete stradale nazionale oggi 27 luglio è pari a 1,982 euro al litro per la benzina e 2,185 euro al litro per il gasolio. Per trovare un valore più alto della benzina self bisogna tornare al 5 ottobre 2023. Il diesel è invece arrivato molto vicino al record storico di 2,229 euro toccato il 17 marzo 2022, che portò il governo Draghi a tagliare le accise.
Atteso un decreto legge che interverrà sul costo del gasolio
Il Consiglio dei Ministri si riunirà oggi, alle 17:30 per varare l’intervento ponte contro il caro carburanti allo studio del governo da giorni. Atteso un decreto legge che dovrebbe intervenire in particolare sul costo del gasolio. Successivamente, come ha spiegato il ministro Adolfo Urso, quando saranno noti i numeri dell’extragettito Iva di luglio, l’esecutivo procederà con un secondo intervento con il meccanismo dell’accisa mobile.
L’impennata dei prezzi dalla fine degli interventi sulle accise
Da metà marzo a inizio luglio sono stati in vigore alcuni decreti che, con varie modulazioni, hanno ridotto il costo delle accise su benzina e gasolio visti i rincari dovuti al conflitto tra Stati Uniti e Iran che coinvolge tutto il Medio Oriente. Dal 3 luglio, data in cui è scaduto l’ultimo taglio delle accise, il prezzo medio del gasolio è salito di 30,3 centesimi di euro sula rete ordinaria, con una impennata del +16 per cento, e di 28,7 centesimi in autostrada. Un pieno di gasolio costa oggi 15 euro in più rispetto a inizio luglio, denuncia il Codacons. La benzina è invece rincarata di 17,9 centesimi: in questo caso un pieno costa 8,95 euro in più.
Quattro antagonisti di nazionalità straniera, probabilmente appartenenti al cosiddetto Blocco Nero, sono stati fermati dalle forze dell’ordine nell’ambito delle violenze avvenute sabato 25 luglio 2026 ai cantieri della Tav in Val di Susa. Le loro posizioni sono al vaglio degli inquirenti e al momento non si conoscono le accuse. Le indagini sull’accaduto, coordinate dalla procura di Torino guidata da Giovanni Bombardieri, ipotizzano al momento il reato di devastazione, ma non si esclude che ai singoli possano essere contestati successivamente anche altri reati. Il capo della polizia, Vittorio Pisani, è arrivato lunedì mattina in Val di Susa insieme al questore di Torino, Massimo Gambino, e al prefetto, Donato Cafagna. Faranno insieme un sopralluogo sul posto con anche la premier Giorgia Meloni e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
Dopo il rifiuto di Pep Guardiola, il direttore tecnico Paolo Maldini e il suo consulente Leonardo avevano puntato su Andrea Pirlo come ct dell’Italia. Un’investitura che non aveva entusiasmato gli appassionati di pallone, visto il curriculum da allenatore dell’ex centrocampista di Milan e Juventus. Poi sono arrivate le “ombre russe”, con relative polemiche: stamattina Pirlo ha annunciato con una storia su Instagram «di aver appreso di non essere più il candidato alla panchina della Nazionale italiana».
La storia pubblicata da Andrea Pirlo su Instagram.
Le parole di Pirlo dopo le critiche per i legami con la Russia
Dopo giorni di polemiche riguardanti il ruolo di global brand ambassador della principale piattaforma russa di scommesse sportive Fonbet, ricoperto da ottobre del 2025 e che di recente lo ha portato anche a partecipare a un evento a Mosca, Pirlo nella serata del 26 luglio aveva rotto il silenzio sui social. «Nel corso della mia carriera, prima da calciatore e oggi da allenatore, ho sempre svolto la mia attività nel pieno rispetto delle leggi dei Paesi in cui ho lavorato e dei contratti che ho sottoscritto», ha dichiarato, aggiungendo poi che la sua collaborazione con Fonbet «è esclusivamente di natura commerciale e sportiva».
Prima di ringraziare Maldini e Leonardo per la stima e fiducia dimostrata (facendo dunque intendere che non sarà lui il ct), Pirlo ha inoltre scritto: «Attribuire a tale collaborazione un significato politico significa attribuirmi convinzioni che non ho mai espresso e che non mi appartengono». E poi: «Attribuire a tale collaborazione un significato politico significa attribuirmi convinzioni che non ho mai espresso e che non mi appartengono. L’amore per l’Italia non dipende da un incarico. Fa parte della mia storia, della mia identità e continuerà ad accompagnarmi, sempre».
Andrea Pirlo (Imagoeconomica).
Saltato l’accordo con Pirlo, Maldini potrebbe decidere di dimettersi
Il presidente della Figc Giovanni Malagò aveva delegato a Maldini la scelta del nuovo commissario tecnico della Nazionale, riuscendo così a convincere l’ex calciatore e dirigente del Milan – inizialmente reticente – ad assumere l’incarico di direttore tecnico azzurro. Venuto meno l’accordo con Pirlo, Maldini (che ha intrecciato il suo destino a quello dell’ex compagno di squadra) potrebbe addirittura annunciare le dimissioni. Martedì 28 luglio è in programma un Consiglio federale, a cui si contava di arrivare con il nome del nuovo commissario tecnico dell’Italia: l’annuncio a questo punto sarà rimandato. Saltato Pirlo, restano in corsa i due grandi ex Roberto Mancini e Antonio Conte, con il primo favorito sul secondo.
Resta aperta la partita per la direzione del Secolo XIX. Dopo la separazione tra MSC, la società che controlla l’editore Blu Media, e il direttore MicheleBrambilla, la direzione è stata affidata ad interim ad Andrea Castanini, come riporta Primo Canale. La scelta del nuovo vertice del giornale è osservata con attenzione non solo dal mondo dell’informazione, ma anche dalla politica e dagli ambienti economici liguri – anche perché arriva dopo mesi di tensioni tra il Secolo XIX e il presidente della Regione Marco Bucci. Nelle ultime settimane sono circolati i nomi di Mario Sechi, di Luca Ubaldeschi, ma anche quelli del giornalista del Corriere della Sera Marco Imarisio. Per ora, però, da Ginevra non è arrivata alcuna decisione.
Ormai è un mantra che tutti i produttori di serialitàe di film in Italia ripetono da un paio di anni: c’è incertezza sulle nuove regole del tax credit e dei finanziamenti pubblici all’audiovisivo, e le produzioni tagliano i budget, bloccano o rinviano le riprese, in attesa di tempi migliori. Lo spiegano i vertici di Rai, quando sottolineano che «su 100 ore di prodotti scripted in Italia, 74 sono Rai, con un peso crescente (erano 71 ore un anno fa, ndr) che dimostra la scarsa salute del settore, incapace di allargarsi ad altri committenti, siano essi broadcaster o piattaforme streaming». Lo ribadiscono gli amministratori di Medusa film, casa di produzione e distribuzione di Mfe-Mediaset, quando affermano che «permangono incertezze del quadro normativo in tema incentivi fiscali, ed è una situazione che spinge i produttori a rinviare l’inizio delle riprese di film. Questo potrebbe comportare una carenza generalizzata di prodotto italiano nell’ultimo trimestre del 2026 e nel primo semestre 2027».
(foto di Erik McLean via Unsplash).
Calano le produzioni con budget importanti
Basta dare un’occhiata alla tabella pubblicata dalla Direzione generale cinema audiovisivo del ministero della Cultura, quella aggiornata quotidianamente e che riporta tutte le serie e i film che chiedono sostegno pubblico e che quindi devono esplicitare i costi produttivi, per comprendere come la crisi, in realtà, sia già iniziata. Con poche produzioni da budget importanti (abbiamo considerato quelle dai sei milioni di euro in su), e dove gli unici soggetti che continuano a investire in maniera solida sono Rai e Netflix.
Nel 2026 la Rai ha una decina di serie oltre i 6 milioni
Nel 2026 Rai ha una decina di serie oltre i sei milioni di euro: la settima stagione di Rocco Schiavone (9,5 milioni per un totale di sei ore e 40 minuti di prodotto); L’ombra (dei Manetti Bros., otto ore e 20 minuti di prodotto per 9,6 milioni di euro); Mamma, non mamma (con Gabriella Pession, sei ore e 40 minuti di prodotto per 9,2 milioni di euro); One of us (con Raoul Bova, sei ore e 40 minuti per 7,7 milioni di euro); la seconda stagione di Stucky (con Giuseppe Battiston, sei ore e 30 minuti di prodotto per 7,5 milioni di euro); la quinta stagione di Makari (sei ore e 40 minuti per 9,4 milioni di euro); Ogni santo martedì, sei ore e 40 minuti con costi di produzione pari a 8,2 milioni di euro; la miniserie L’invisibile, per 8,3 milioni di euro; la seconda stagione di Libera (cinque ore per 6,1 milioni di euro); Una piccola formalità (cinque ore per 6,7 milioni di euro).
Marco Giallini durante il photocall della serie Rocco Schiavone (Ansa).
Netflix si ferma a cinque, tra serie e film
La piattaforma di streaming per il 2026 ha al momento solo cinque produzioni seriali originali o film importanti in Italia: Troppo invidiosa (con Diana Del Bufalo, tre ore e 20 minuti per 8,1 milioni di euro); The Label (con Christina De Sica, cinque ore per 12,6 milioni); Suburramaxima (cinque ore per 14,4 milioni di euro).
E poi due film: La valanga, sulla tragedia di Rigopiano, con un budget di rilievo, 17,2 milioni di costi produttivi; e Campioni (con Alessandro Gassmann, 8,2 milioni). Poca roba per gli altri broadcaster: Sky, nel 2026, ha in programma la serie Gucci-Fine dei giochi (di Gabriele Muccino, sei ore per 18 milioni di euro); e la seconda stagione di Piedone, tre film per un totale di quattro ore e 30 minuti con costi produttivi di 9,9 milioni di euro. Mediaset è ferma alla terza stagione di Viola come il mare (dieci ore per 12,74 milioni di euro). Prime Video al film Masterplan da 19,3 milioni. Hbo Max alla miniserie Melania. Il caso Rea-Parolisi (tre ore e 33 minuti per nove milioni di euro).
Ma che il vento sia cambiato emerge anche dai film italiani per il cinema incasellati nell’anno 2026: addio alle produzioni oltre i 20 milioni di euro (c’è solo Cambiare l’acqua ai fiori, ma si tratta di una co-produzione internazionale), e pochissime quelle che superano i 10 milioni: Un tranquillo funerale di famiglia (regia di Massimiliano Bruno) ha costi produttivi di 7,3 milioni di euro; Petrichor, con Valeria Golino, 15,3 mln; Gaza- Linea di difesa (con Stefano Accorsi) 7,4 mln; Nessun dolore (regia di Gianni Amelio) sei milioni; Regina (di Margaret Mazzantini) 6,5 milioni di euro; Me, You, sette milioni; La casa in fiamme 7,3 milioni; Cuore nero (di Emanuele Crialese) otto milioni; Il rumore delle cose nuove 9,7 milioni; il già citato Cambiare l’acqua ai fiori 21,3 mln; e, infine, Succederà questa notte (di Nanni Moretti) con costi produttivi di 13,4 milioni di euro.
Negli anni di governo della mujer y madreGiorgia Meloni, un battibecco molto spiacevole tra Gigi Marzullo e Francesca Fagnani ci riporta a terra. E fa riaffiorare una domanda che forse non è così scontata: perché la maternità è improvvisamente sparita dal dibattito pubblico?
"Le manca non essere diventata madre?", Gigi Marzullo lo chiede a Francesca Fagnani. La risposta della conduttrice di Belve…
Eppure della difesa delle donne, e in particolare modo delle madri, questo governo ha fatto una bandiera. In primo luogo, a livello ideologico, con il muro eretto attorno a una idea di figura ben precisa. La maggioranza di centrodestra ha iniziato la legislatura con la tutela della madre biologica, attraverso la legge che ha reso la gestazione per altri un reato universale. Una normativa pienamente in vigore dal 2024 che prevede la reclusione da tre mesi a due anni, oltre a una multa fino a un milione di euro. Ma la cui applicabilità è sostanzialmente ‘sospesa’ per le difficoltà che comporterebbe punire penalmente condotte perfettamente lecite e regolamentate in altri ordinamenti, oltre a sollevare dubbi sulla illegittimità di incriminare un genitore per aver formato una famiglia. Ma la legge Varchi (dal nome dell’esponente di FdI, Carolina Varchi) è sospesa anche dalla discussione pubblica, se ne parla raramente come se non fosse mai stata approvata. Una sorta di rimozione collettiva dell’argomento che riguarda invece molte famiglie che hanno fatto ricorso a queste pratiche affrontando viaggi, costosi e impegnativi a livello psicologico, in altri Stati o continenti.
Carolina Varchi (Imagoeconomica).
Gli hater contro Chiara Tagliaferri e Nicola Lagioia
Ha riaperto il dibattito un libro autobiografico di Chiara Tagliaferri, Arkansas, che racconta l’esperienza nello Stato Usa, dove è nata, grazie a un’«alleanza tra tre donne» (Chiara, la donatrice e la gestante), la figlioletta avuta con il marito Nicola Lagioia.
Ma basta leggere i commenti agli articoli di riviste e quotidiani al libro di Tagliaferri per capire che l’assenza di un dibattito, serio e alto, sul tema non è un problema da trascurare. La maggior parte dei critici della scelta della Gpa accusa la coppia di aver agito con egoismo, accusandola di non aver scelto di aiutare un bambino bisognoso con l’adozione.
Nicola Lagioia e Chiara Tagliaferri (da youtube).
Anche Benedetta Rossi finisce nel tritacarne
Ma altrettanto commentata è stata la scelta di adottare, annunciata dalla più nota Benedetta Rossi e dal marito. La celebre influencer dei fornelli ha diffuso una sua foto all’aeroporto in partenza per il «viaggio più bello della vita»: ovvero verso le due sorelline che entreranno a far parte della loro famiglia. E anche lì, sono arrivate migliaia di critiche. Chi ha apprezzato la scelta, ha lodato il buon cuore di Benedetta, come se l’adozione fosse un gesto caritatevole nei confronti di una umanità bisognosa e non l’atto di costruzione di una famiglia. I critici e gli hater, invece, hanno insinuato che avessero “pagato” le bambine, ignorando il percorso di controllo articolato cui bisogna sottoporsi per l’adozione internazionale in Italia. Insomma, il tema interessa molto e ci sarebbe tanto da dire. Per esempio, per quanto riguarda le adozioni internazionali questo governo ha cercato di tamponare la discesa drammatica delle richieste, approvando rimborsi cospicui per chi ha adottato nel 2024 e nel 2025.
Ma anche l’essere madre in una società in cui le donne sono sempre più impegnate a livello professionale è un tema che non sembra più conquistare un posto degno nel dibattito pubblico. Meloni porta molto spesso con sé la figlia quando è costretta a essere assente per più giorni in missioni intercontinentali. Ma la premier intende mantenere questa sua dimensione molto privata, non ama che se ne parli. E i giornali evitano proprio di riportare là notizia, che comunque ha un suo senso sociale, sociologico e politico, anche solo di esempio. Non si parla neanche di questo.
Giorgia Meloni (Ansa).
Manca una riflessione politica sul tema della maternità
E così ci troviamo impreparati davanti alla domanda indelicata di Marzullo, il “signore della notte”, a Francesca, la “belva della tv”. «Non hai avuto un figlio per scelta o per motivi medici?». Una domanda che non andrebbe posta neanche Sottovoce, caro Marzullo. Ma non perché siamo nel 2026, come lamenta Fagnani. Non va fatta e basta perché non sai mai il vissuto che risveglia in una donna che non ha avuto figli una richiesta del genere. E quindi tanta solidarietà alla belva che si è sentita ferita e ha giustamente replicato. Poi però uno si riascolta bene la risposta di Fagnani, e torna a pensare che è sempre più urgente una riflessione sul significato ‘politico’ (nel senso faucaultiano del termine) dell’esperienza della maternità. «Mi manca un figlio? Non ho la prova del contrario, non avendo figli non ho vissuto quell’esperienza. Mi manca qualcosa che non conosco? Non lo so. È una gioia immensa che non ho vissuto? Sicuramente», dice Fagnani prima di aggiungere: «Penso che la maternità si esplichi in mille modi diversi: con gli amici, con la famiglia, con i cani…». Per il Donald Winnicott, la maternità non è solo cura fisica, ma la capacità di farsi ambiente accogliente e protettivo. Questo permette al bambino, che sperimenta una dipendenza assoluta, di strutturare il proprio sé attraverso l’esperienza di essere compreso e contenuto dall’altro. È esperienza e accoglienza dell’altro. Un rapporto complesso tra essere umani. Ecco, non pensiamo che per “altro”, Winnicot avesse in mente un, seppur delizioso, cavalier king.
Partiam partiamo! Per andare dove non importa. L’unica cosa che conta è acchiappare, tra tre anni, il Quirinale. Con chi e come sono tutti dettagli trascurabili.
Giorgia Meloni (Ansa).
La legge elettorale sarà determinante a decidere le alleanze
La campagna elettorale che è appena iniziata ha mille incognite, dai programmi alle alleanze fino alla leadership. Certo, manca ancora un anno, salvo imprevisti, ma il rebus principale con cui i partiti devono fare i conti è la legge elettorale. Le regole, si sa, sono determinanti nel decidere il perimetro dell’alleanza. E allora sia nel centrodestra sia nel centrosinistra tutto è ancora per aria. Futuro nazionale di RobertoVannacci sarà parte integrante della carovana guidata da Giorgia Meloni o ne resterà fuori cannoneggiandola da destra? Forza Italia accetterà di far salire a bordo un partito che sente molto lontano dai suoi principi? E cambiando schieramento: il campo largo lo sarà a sufficienza da comprendere un’area di centro o il suo baricentro sarà tutto sbilanciato a sinistra? E al centro la nuova legge elettorale permetterà la nascita di un soggetto autonomo o tutto sarà schiacciato e diviso tra i due poli?
Roberto Vannacci nel corso di un evento in Comune a Pescara (foto Ansa).
La nebbia dei programmi, dalla politica estera alla sicurezza
Come si vede, le domande superano di gran lunga le risposte. Sui programmi poi è nebbia fitta. Alcuni temi, a cominciare dalla politica estera, sono una faglia che spacca in due entrambi gli schieramenti, ricomponendo strane alleanze trasversali. Una su tutte: la difesa dell’Ucraina. Salvini, per non contareVannacci, da un lato, e Giuseppe Conte dall’altro sono pronti a ridurre gli aiuti a Kyiv, mentre Giorgia Meloni ed Elly Schlein continuano a sostenere Volodymyr Zelensky. In economia la manovra d’autunno sarà il vero banco di prova più della scrittura di qualunque programma, ma anche qui mentre la Lega chiede di abbassare l’età pensionabile, il governo la alza, mentre nel centrosinistra il gelo con cui il leader M5s ha accolto la proposta di patrimoniale della leader Pd ha fatto rumore. E anche sulla sicurezza, mentre nel centrosinistra ci si comincia appena ora a ragionare, nel centrodestra, dopo quattro anni di governo, si continuano a produrre provvedimenti su quello che fu il cavallo di battaglia delle elezioni del 2022. Un problema che non è stato ancora risolto, anzi pare peggiorare nella percezione dei cittadini.
Matteo Salvini alla festa AderLegaFest, nel Bresciano (Ansa).
Campo largo a cerca di leader
Ma soprattutto nel centrosinistra, problema che nell’altro campo invece non si pone affatto, la battaglia sostanziale è su chi farà il premier. Sia Conte che Schlein aspirano a guidare la coalizione e sedere a Palazzo Chigi in caso di vittoria. E qualcuno ancora spera che nessuno dei due prevalga ma sbuchi fuori un federatore, il proverbiale terzo incomodo, che si accolli l’onore di fare il presidente del Consiglio. Insomma, manca un anno alle elezioni, mese più mese meno, ma l’impressione è che servirebbero decenni prima di sciogliere tutti i nodi che leader, partiti e coalizioni dovranno affrontare per arrivare al giorno in cui gli elettori infileranno la loro scheda nelle urne, in una fase di incertezza internazionale che meriterebbe qualche punto fermo in più.
Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli, Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Futuro nazionale continua la sua crescita e, dopo aver superato Lega e Alleanza Verdi-Sinistra, si accinge a raggiungere Forza Italia. Lo rileva un sondaggio realizzato da YouTrend per SkyTg24 e pubblicato il 24 luglio 2026. Rispetto alla precedente rilevazione del 3 luglio, Fratelli d’Italia rimane saldamente in testa ma, ceduto lo 0,5 per cento, scende al 26,4. Seguono il Partito democratico che perde lo 0,1 e si attesta al 21,9 e il Movimento 5 stelle che, perso mezzo punto percentuale, si ferma all’11,5. Al quarto posto c’è Forza Italia al 7,9 per cento (+0,3), subito seguita da Futuro nazionale al 7,6. Negli ultimi 20 giorni, il partito dell’ex generale è cresciuto dell’1,2 per cento, registrando l’incremento più alto tra tutte le forze politiche. La classifica prosegue con Avs al 6,8 per cento (+0,2) e Lega al 4,9 per cento (-0,5). Tra i partiti minori, Azione raggiunge il 3,7 per cento (+0,3), Italia viva scivola al 2,1 per cento (-0,4) e Più Europa sale all’1,9 per cento (+0,6).
#Sondaggio Youtrend per @SkyTG24: FdI resta in testa con il 26,4% (-0,5 rispetto al 3 luglio), davanti a PD (21,9%, -0,1) e M5S (11,5%, -0,5). Futuro Nazionale sale al 7,6% (+1,2), a tre decimi da FI (7,9%, +0,3). Seguono AVS (6,8%, +0,2), Lega (4,9%, -0,5) e Azione (3,7%, +0,3). pic.twitter.com/g5xABMLiTt
Nonostante il ritardo accumulato rispetto a Stati Uniti e Cina, l’intelligenza artificiale può ancora rappresentare una leva decisiva per rilanciare la crescita economica di Europa e Italia. È quanto emerge dallo studio AI in Europa e in Italia: l’ultima chance di crescita del Research department di Intesa Sanpaolo, secondo cui l’AI potrebbe compensare, almeno in parte, gli effetti dell’invecchiamento della popolazione e della contrazione della forza lavoro, sostenendo produttività e Pil nel medio-lungo periodo.
Europa e Italia in ritardo sull’adozione dell’intelligenza artificiale
Dopo il boom dell’IA generativa, investimenti e adozione sono cresciuti rapidamente a livello globale, ma il Vecchio Continente continua a inseguire. L’Europa sconta un gap strutturale negli investimenti tecnologici e nello sviluppo di modelli di frontiera, mentre il nuovo AI Act, pur definendo un quadro normativo pionieristico, rischia di aumentare gli oneri di compliance per le imprese. Il divario emerge anche nell’adozione della tecnologia. Nel 2025 il 21,4 per cento delle imprese dell’area euro utilizza sistemi di intelligenza artificiale, ma in Italia la quota si ferma al 16,4 per cento (escluso il settore finanziario). A frenare la diffusione è soprattutto la struttura del tessuto produttivo, caratterizzato da una forte prevalenza di piccole e medie imprese – l’adozione è invece fortemente concentrata nelle imprese di maggiori dimensioni – che faticano a integrare queste tecnologie nei processi operativi.
Il potenziale dell’AI tra produttività, occupazione e crescita
Secondo il report, però, è proprio qui che si gioca la partita della competitività europea. L’AI può aumentare la produttività attraverso l’automazione delle attività e il supporto ai processi decisionali, con benefici che in Italia, nelle imprese che la adottano, possono tradursi in una produttività del lavoro superiore del 10-15 per cento rispetto a quelle che non la utilizzano. Perché questo potenziale si realizzi, tuttavia, saranno necessari investimenti, competenze e una profonda riorganizzazione dei processi produttivi. Lo studio invita inoltre a superare una delle principali paure legate all’intelligenza artificiale, quella di una distruzione diffusa dei posti di lavoro. L’effetto dell’AI sarà soprattutto trasformativo, con la creazione di nuove professionalità a compensare gli effetti della sostituzione di alcune mansioni. In un Paese come l’Italia, caratterizzato dal progressivo calo della popolazione in età lavorativa, l’aumento della produttività potrebbe contribuire a compensare gli effetti della riduzione della forza lavoro sul Pil potenziale.
Le leve per accelerare la trasformazione digitale
Per accelerare questa trasformazione, Intesa Sanpaolo individua due leve strategiche, ovvero la digitalizzazione della pubblica amministrazione e lo sviluppo delle infrastrutture. L’impiego dell’AI nella pa potrebbe ridurre sensibilmente i tempi procedurali, mentre la crescita dei data center hyperscale, con 21 miliardi di euro di investimenti previsti nei prossimi cinque anni, genererà nuovi posti di lavoro e aumenterà la capacità tecnologica del Paese. Le simulazioni elaborate da Intesa Sanpaolo mostrano che, nello scenario di base, entro il 2045 la produttività potrebbe aumentare di circa il 3 per cento nell’Unione europea e di quasi il 2 per cento in Italia. Ma il risultato dipenderà dalla capacità di accelerare l’adozione dell’AI, investire nelle competenze e favorirne la diffusione anche tra le piccole e medie imprese. Dopo oltre 20 anni di stagnazione della produttività, conclude il report, l’intelligenza artificiale rappresenta forse l’ultima occasione di crescita strutturale per Europa e Italia.
13esima notte consecutiva di attacchi tra Usa e Iran. Diverse esplosioni sono state avvertite anche nei pressi dell’aeroporto di Erbil, che ospita le truppe della coalizione guidata dagli Stati Uniti nella regione autonoma del Kurdistan iracheno, secondo quanto riferito da un giornalista dell’Afp. In dettaglio, sono stati avvistati dei droni sorvolare la città e del fumo salire nella zona dell’aeroporto. Da quando sono riprese le ostilità in Medio Oriente, i droni sono stati ripetutamente intercettati sopra Erbil, sede anche di un importante complesso consolare statunitense.
L’Iran minaccia ritorsioni a chi aiuta gli Usa
Intanto il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che qualsiasi Paese che partecipi, collabori o assista gli Stati Uniti sarà ritenuto responsabile da Teheran. «Qualsiasi partecipazione, cooperazione o assistenza nella commissione di un’aggressione contro l’Iran comporterà la responsabilità internazionale delle parti coinvolte», ha affermato, aggiungendo che l’Iran «si riserva il diritto di adottare tutte le misure necessarie nell’ambito della legittima autodifesa». Dal canto suo, il presidente Usa DonaldTrump ha scritto su Truth che «d’ora in poi tutti i danni causati alle navi, al carico o a qualsiasi elemento ad essi correlato, saranno risarciti con i fondi iraniani che gli Stati Uniti detengono e controllano».
La crescita del turismo via mare e l’aumento della pressione sulle destinazioni costiere stanno rendendo sempre più centrale il tema della gestione della nautica da diporto. In particolare nelle isole minori e lungo le coste italiane, organizzare accessi, ormeggi e servizi ai diportisti è diventato un fattore determinante non solo per migliorare l’accoglienza, ma anche per tutelare gli ecosistemi marini e pianificare in modo più efficiente i flussi turistici. A questa pressione si aggiunge un problema strutturale di domanda e offerta: a fronte di un parco nautico molto ampio, la disponibilità di posti barca e di informazioni aggiornate non è sempre sufficiente o omogenea. Il settore, tuttavia, resta ancora caratterizzato da una forte frammentazione. La disponibilità di dati aggiornati sui posti barca non è sempre omogenea e molti servizi continuano a essere gestiti attraverso procedure separate. In questo scenario, la digitalizzazione viene sempre più considerata una leva per rendere la nautica da diporto più semplice da utilizzare, più gestibile per porti e marine e più misurabile per amministrazioni e territori.
Telepass Mare si apre a porti e marine
Parallelamente cambia anche il ruolo delle marine, che stanno evolvendo da semplici luoghi di approdo a piattaforme di servizi. Prenotazione e pagamento degli ormeggi, gestione dei rifiuti, campi boe, servizi portuali, monitoraggio dei flussi, diventano elementi di un ecosistema integrato, capace di migliorare sia l’esperienza dei diportisti sia gli strumenti a disposizione dei gestori. In questo contesto si inserisce Telepass Mare, la piattaforma digitale con cui Telepass estende al mare il proprio modello di mobilità integrata. Nata nell’estate del 2025 con la sperimentazione a Ponza per il pagamento digitale del ticket ambientale previsto dal Comune per le imbarcazioni che ormeggiano nelle acque di Ponza e Palmarola, la piattaforma entra ora in una nuova fase di sviluppo e si apre progressivamente anche a porti e marine. Il progetto evolve così da una soluzione nata per una specifica esigenza territoriale a un modello multi-porto, scalabile e integrabile con i sistemi esistenti, capace di adattarsi ai servizi e alle necessità dei singoli territori.
Come funziona
L’evoluzione del progetto punta ad accompagnare comuni, porti e marine nella gestione digitale dei servizi legati alla mobilità marittima – dalla prenotazione e dal pagamento degli ormeggi ai servizi portuali, fino al ritiro dei rifiuti barca a barca e, dove previsto dalle amministrazioni locali, ai contributi o ticket legati allo stazionamento e alla tutela ambientale. Questa possibilità non rappresenta un servizio attivo indistintamente in tutti i porti, ma una funzionalità che può essere integrata nella piattaforma in base alle esigenze e alle misure adottate dai singoli territori. Il servizio è accessibile tramite app anche a chi non è cliente Telepass, con pagamento tramite carta di credito. Ponza ha rappresentato il primo banco di prova del modello. L’adesione delle marine di Bosa Nautica Pinna e del Porto Turistico di Rodi Garganico ne mostra ora la progressiva estensione a realtà portuali con servizi, caratteristiche ed esigenze differenti.
Dati e tecnologia per una gestione più sostenibile dei flussi
La digitalizzazione semplifica l’accesso ai servizi e rende allo stesso tempo i flussi nautici più misurabili. Nel rispetto delle normative vigenti, la piattaforma può consentire infatti di raccogliere dati aggregati sui flussi di accesso, sulle soste e sulla stagionalità dei transiti turistici, informazioni che possono supportare le amministrazioni nelle attività di monitoraggio ambientale, pianificazione turistica e gestione sostenibile delle aree costiere e portuali. Nei contesti maggiormente esposti all’overtourism, strumenti di questo tipo possono contribuire a organizzare in modo più ordinato accessi e permanenze, migliorando la qualità dell’offerta e la tutela del territorio. La sostenibilità, in questa prospettiva, riguarda quindi anche la capacità di conoscere, pianificare e gestire meglio i flussi nautici, soprattutto nei periodi di maggiore pressione turistica. Il progetto guarda inoltre a uno sviluppo su scala più ampia. Dopo la sperimentazione avviata a Ponza e il protocollo sottoscritto con Ancim per promuovere l’adozione della piattaforma nei Comuni delle isole minori, l’obiettivo è costruire un modello digitale replicabile lungo le coste italiane e, in prospettiva, nel Mediterraneo.
Un settore in crescita tra opportunità e innovazione
Il potenziale è significativo. In Italia il parco nautico è stimato in oltre 500 mila unità da diporto, a fronte di circa 160 mila posti barca disponibili, mentre nel Mediterraneo si contano circa 940-950 porti turistici e marine e oltre 400 mila posti barca. Un sistema ampio ma ancora frammentato, nel quale piattaforme digitali come Telepass Mare si propongono come risposte a un’esigenza già riconosciuta dal settore, ovvero rendere la nautica da diporto più semplice per chi naviga, più gestibile per porti e marine e più sostenibile per territori e amministrazioni.
Pep Guardiola non sarà il commissario tecnico della Nazionale italiana. Lo ha comunicato ai vertici della Federcalcio che nei giorni scorsi gli avevano offerto di guidare gli azzurri. Da quanto si apprende, Guardiola ha detto ai dirigenti italiani di essere stato molto tentato, ma alla fine hanno prevalso gli impegni che il tecnico aveva preso con la sua famiglia. Non avrebbe infatti rinunciato per motivazioni economiche ma per dedicare più tempo ai familiari.
Il grande favorito ora è Andrea Pirlo
Ora il favorito per il ruolo di ct è Andrea Pirlo, attualmente allenatore dello United Football di Dubai dove ha un contratto fino al 2027 (ma ritiene che non sarebbe un problema interromperlo in anticipo). Sembrano invece tramontate le ipotesi legate a Mancini (il preferito di Giovanni Malagò) e a Conte, il prediletto dei club di A.