Il video di Ben Gvir e l’indignazione pelosa dell’Occidente

Israele è probabilmente «il Paese più violento del mondo»: a dirlo, ai microfoni di Channel 13, uno dei maggiori canali di news israeliani, non è il solito pro-Pal, ma Tucker Carlson, star dell’informazione MAGA, patito delle teorie del complotto ed ex super fan di Donald Trump. Come tutti gli orologi rotti, ogni tanto anche Carlson segna l’ora giusta: nella stessa intervista, afferma che né Israele né gli Usa sono più democrazie, e che molti Paesi si servono dell’assassinio per mantenere il loro potere, ma solo Israele «fa del vantarsi di uccidere gli avversari la propria campagna di pubbliche relazioni».

Il video di Ben Gvir è una spietata operazione pubblicitaria

Carlson è un uomo di comunicazione (politica), e sa riconoscere un’operazione promozionale, quando ne vede una. Nel colloquio con Channel 13 non ha parlato del video in cui Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, deride e minaccia gli attivisti della Global Sumud Flotilla catturati illegalmente dalla marina israeliana, ammanettati a faccia in giù nel porto di Ashdod. 

Ma la chiave che suggerisce, quella della sfrontata operazione pubblicitaria, funzionale al progetto aggressivo e violento del governo di cui fa parte, sembra molto plausibile. Certo, gli uomini e le donne della Flotilla non sono stati materialmente uccisi come i palestinesi, ma la loro umiliazione, anzi, de-umanizzazione, sul piano simbolico equivale a una pubblica esecuzione, e come l’impiccagione su base etnica di cui Ben Gvir è stato uno dei paladini, probabilmente è approvata dal 70 per cento degli israeliani.

Il video di Ben Gvir e l’indignazione pelosa dell’Occidente
Itamar Ben Gvir (Ansa).

L’Occidente sta rinegoziando la soglia dell’accettabile

E più fioccano gli «inaccettabile» da parte di altri Paesi, compresi gli Stati Uniti per bocca dell’ambasciatore in Israele Mike Huckabee, più lo stesso Netanyahu si affretta a prendere le distanze dagli atteggiamenti del suo ministro di estrema destra, più si ha l’impressione che, in realtà, l’Occidente stia solo rinegoziando la soglia dell’accettabile. Perché se è davvero inaccettabile affidare la Sicurezza nazionale di un Paese a un fanatico sadico, Ben Gvir avrebbe dovuto essere allontanato a furor di mondo già nell’agosto 2025, quando è andato in carcere a tormentare il leader palestinese Marwan Barghouti ridotto a una larva umana. O ancora prima, quando sabotava le trattative per la liberazione degli ostaggi prigionieri nei tunnel di Gaza, perché secondo lui dovevano restare lì a marcire fino alla vittoria totale.

Il video di Ben Gvir e l’indignazione pelosa dell’Occidente
Itamar Ben-Gvir (Ansa).

Se la Sicurezza nazionale è interpretata come impunità

Nehemia Shtrasler su Haaretz, più di un anno fa, lo definiva «l’uomo più spregevole della storia di Israele», uno che «considera la morte l’apice del successo, finché lui non corre rischi». Shtrasler ricordava che il ministro che inonda TikTok di video dai toni violenti e farneticanti, non ha fatto il servizio militare, e mentre i suoi coetanei combattevano, bighellonava per Gerusalemme a ingozzarsi di pizza insieme ai seguaci del rabbino estremista Meir Kahane (messo fuorilegge da Menachem Begin). A uno così, che si eccita con torture e impiccagioni e avrebbe tranquillamente lasciato morire centinaia di connazionali nelle mani di Hamas, Netanyahu ha affidato nel 2022 la Sicurezza nazionale, un concetto che Ben Gvir interpreta come impunità per le violenze degli israeliani, in primis i coloni, pena di morte per i palestinesi accusati di terrorismo (cioè tutti) e punizioni e vessazioni ad libitum per chi osa sostenerli, curarli, nutrirli, o anche solo attirare l’attenzione del mondo sull’agonia di Gaza.

Il video di Ben Gvir e l’indignazione pelosa dell’Occidente
Benjamin Netanyahu, il presidente della Knesset Amir Ohana, e il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir (Ansa).

L’indignazione internazionale è solo di facciata

Ma Itamar Ben Gvir è lì da quattro anni, indisturbato. E l’indignazione internazionale di oggi, perfino da parte dei più strenui amici di Netanyahu, come Giorgia Meloni, fa rabbia. Negli Usa i pro-Pal vengono scacciati dalle università, picchiati dalla polizia, gli si dà la caccia con l’intelligenza artificiale; in Inghilterra rischiano la messa al bando e 14 anni di prigione; in Italia chi protesta è schedato e criminalizzato, anche quando manifesta pacificamente. Forse non viene obbligato ad ascoltare l’inno nazionale israeliano, ma il trattamento che riceve nelle stazioni di polizia non è poi tanto diverso da quello subito dagli attivisti della Flotilla. Lo sdegno di tanti leader occidentali sembra solo una reazione di facciata, finalizzata a rassicurare opinioni pubbliche sempre più urtate dal cieco e incondizionato sostegno alla prepotenza di Israele. E se l’inaccettabilità per il “mondo civile” sono le fanfaronate brutali contro i membri della Flotilla, l’accettabilità è l’ordinaria amministrazione del governo Netanyahu, che denunciare è reato: gli oltre 70 mila morti di Gaza, i 3 mila del Libano, la persecuzione quotidiana dei palestinesi nei Territori. «Non lasciatevi turbare dalle loro urla», diceva Ben Gvir ai soldati che avevano in custodia i flotilleros. Una raccomandazione di cui l’Occidente non ha bisogno, quando le urla sono palestinesi.

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Olimpiadi, perquisizioni in due società per la cabinovia di Cortina

Sono in corso perquisizioni a Roma, Milano, Brescia, Napoli e Cortina d’Ampezzo (Belluno) nell’ambito di un’indagine per turbata libertà di gara d’appalto sui lavori della cabinovia Apollonio-Socrepes, l’impianto a fune di Cortina che avrebbe dovuto essere operativo per l’inizio delle Olimpiadi invernali. L’ha reso noto la procura di Belluno. Le perquisizioni riguardano i locali delle società Simico (committente) e Graffer (esecutrice dei lavori), oltre a perquisizioni personali e informatiche nei confronti degli indagati. Si tratta di tre persone, una delle quali è l’amministratore delegato di Simico, Fabio Massimo Saldini. L’ipotesi è che accordi collusivi o modalità fraudolente abbiano favorito Graffer nell’assegnazione dei lavori, con la consapevolezza che i tempi non sarebbero stati compatibili con l’apertura dell’impianto prima dei Giochi. Sulla vicenda è intervenuto anche il ministero dei Trasporti, specificando in una nota che «nel doveroso rispetto per le indagini siamo sicuri che, per garantire il successo delle Olimpiadi Milano Cortina, siano state rispettate tutte le regole, nonostante i tempi ristretti che hanno imposto lavori molto rapidi». «Di certo», si legge ancora, «è indiscutibile il grande risultato dei Giochi: per questo vanno ribaditi l’orgoglio e la gratitudine».

Simico: «Approfondimenti accerteranno la correttezza e la regolarità del nostro operato»

Simico, la società responsabile della realizzazione delle opere connesse alle Olimpiadi 2026, ha così affermato: «Confermiamo di aver immediatamente garantito la più ampia e totale collaborazione agli organi inquirenti, nell’ambito delle attività di accertamento in corso relative alla cabinovia Apollonio-Socrepes di Cortina d’Ampezzo. La società, come sempre avvenuto in ogni fase della propria attività istituzionale e realizzativa, si è messa integralmente a disposizione dell’autorità giudiziaria, fornendo e continuando a fornire tutte le informazioni richieste con trasparenza, tempestività e spirito di piena collaborazione. Simico rinnova la propria totale fiducia nell’operato della magistratura e degli organi inquirenti, nella convinzione che ogni approfondimento consentirà di chiarire compiutamente i fatti e di certificare e confermare ancora la correttezza, la linearità amministrativa e la piena regolarità dell’operato posto in essere dalla società».

Il governo Meloni da Coldiretti (senza Salvini) e le altre pillole del giorno

Una prova di forza. D’altronde quando si gioca in casa bisogna mettere sul tavolo tutte le carte. Al massimo delle proprie possibilità. Lo sa bene il numero uno di Coldiretti Ettore Prandini, fresco di nomina alla guida dell’Associazione italiana allevatori, ed è quello che sta provando a fare: il figlio del democristianissimo e indimenticato ministro Gianni sarà il regista, nella serata di giovedì 21 maggio a Brescia, dell’assemblea “Coldiretti, la forza amica del Paese. Salute, sicurezza, prossimità: l’Italia del cibo”. Interessante notare le presenze politiche attese, col centrodestra che schiera “l’artiglieria pesante”: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ovviamente il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, alleato di Prandini in tante epiche battaglie comuni, come quella sul vino che non fa male («tra i centenari non c’è nessun astemio» e altre perle) o contro la carne sintetica, una causa per la quale si è arrivati persino a muovere le mani fuori da Montecitorio. Tra gli invitati figura anche il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. A proposito: Prandini sarà il suo successore nel ruolo di governatore? Il 2028, quando si vota, è ancora lontano, e del presidente di Coldiretti candidato in quota Fratelli d’Italia si parla da un po’, tra varie smentite. Certo, Matteo Salvini non avrebbe vita facile a spiegare ai leghisti di aver rinunciato così allo storico feudo lombardo. Soprattutto in un momento che per lui è politicamente tragico, con il travaso verso il partito dell’ex amico Roberto Vannacci che è ricominciato, vedi l’esempio di Laura Ravetto. Tra l’altro, sarà un caso o magari no, il grande assente alla serata è appunto Salvini. Che – guarda le coincidenze, alle volte – aveva un appuntamento proprio nel Bresciano segnato nell’agenda giovedì, ma in quel di Lonato del Garda per sostenere il candidato sindaco leghista. Poi però niente capatina a casa degli agricoltori…

Il governo Meloni da Coldiretti (senza Salvini) e le altre pillole del giorno
Il governo Meloni da Coldiretti (senza Salvini) e le altre pillole del giorno
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Il governo Meloni da Coldiretti (senza Salvini) e le altre pillole del giorno

Metti Bernini al ristorante con…

Nei ristoranti romani si parla del presente e del futuro, con due temi all’ordine del giorno: la politica e l’economia. Nella giornata di mercoledì, in un locale frequentatissimo dal “potere”, ossia Al Moro, situato a due passi dalla Fontana di Trevi, a tavola c’erano Fedele Confalonieri, anni 88, storico sodale di Silvio Berlusconi, e Anna Maria Bernini, ministra dell’Università e della Ricerca. Dicono che ad Antonio Tajani a quell’ora siano fischiate le orecchie…

Il governo Meloni da Coldiretti (senza Salvini) e le altre pillole del giorno
Il governo Meloni da Coldiretti (senza Salvini) e le altre pillole del giorno
Il governo Meloni da Coldiretti (senza Salvini) e le altre pillole del giorno
Il governo Meloni da Coldiretti (senza Salvini) e le altre pillole del giorno
Il governo Meloni da Coldiretti (senza Salvini) e le altre pillole del giorno
Il governo Meloni da Coldiretti (senza Salvini) e le altre pillole del giorno

Un Abete in terrazza

Festa sulla terrazza dell’Hotel d’Inghilterra, una delle location romane più amate dei vip: c’era Luigi Abete, già numero uno di Confindustria, che non ha mai smesso di parlare. A poca distanza ecco Massimo Caputi, presidente di Federturismo. Immancabile la presenza del televisivo Andrea Ruggieri, con cravatta rigorosamente slacciata, pronto a sorseggiare l’ennesimo drink in lieta compagnia.

Il governo Meloni da Coldiretti (senza Salvini) e le altre pillole del giorno
Il governo Meloni da Coldiretti (senza Salvini) e le altre pillole del giorno
Il governo Meloni da Coldiretti (senza Salvini) e le altre pillole del giorno

Come sta il ministro Schillaci?

Come sta il ministro della Salute Orazio Schillaci, dopo che lui stesso ha annunciato la necessità di doversi sottoporre a un’operazione? Per la presentazione della “XXV Giornata Nazionale del Sollievo”, intitolata “Io mi prendo cura”, è previsto un video saluto di Schillaci.

Il governo Meloni da Coldiretti (senza Salvini) e le altre pillole del giorno
Orazio Schillaci (Imagoeconomica).

Festa per Save the Children

È un periodo nero per l’infanzia, in ogni parte del mondo. E nella giornata di giovedì all’Acquario Romano va in scena, con Save the Children presieduta da Claudio Tesauro, “Impossibile”, la biennale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza sul tema “Investire nelle periferie, investire nell’infanzia”, con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri e molti altri ancora. Imperdibile il monologo dell’attore e regista Claudio Amendola. A parlare delle periferie come «ecosistemi educativi e sociali complessi, in cui spazio fisico, offerta di servizi, reti e politiche pubbliche si intrecciano nel determinare le opportunità di crescita di bambine, bambini e adolescenti», anche Bianca Piserchia, responsabile Area Progettazione, Governance e Advocacy della Fondazione Banco dell’Energia, e Laura Tondi, sustainability manager in Ikea Italia. Altri panel con Veronica Rossi, sustainability director Lavazza Group e segretaria generale Fondazione Lavazza, Daniele Spagnoli, sustainability manager del gruppo Feltrinelli, Massimo Castiglia, sponsor and event manager Corporate Communication Italy di Ferrero, Giulio Cederna, direttore della Fondazione Paolo Bulgari, Felice Fabrizio, people and sustainability manager di Juventus. Prologo nella serata del giorno precedente con un raffinatissimo “charity dinner”.

A Trento parata di ministri

Venerdì di fuoco al Festival di Trento: è atteso mezzo governo. Si comincia con Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy. Poi al convegno “Lavoro e carcere tra sogno e realtà” ecco Carlo Nordio, titolare della Giustizia. A seguire, “Immigrazione come problema o come opportunità”, con la partecipazione di Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno. Nel pomeriggio, “Intelligenza artificiale, produttività e occupazione”, con Marina Calderone, ministra del Lavoro. Altro incontro, “Dalla ricerca ai nuovi mercati”, con Anna Maria Bernini, ministra dell’Università e della Ricerca. “Come funziona la valutazione d’impatto generazionale” vedrà la partecipazione di Maria Elisabetta Alberti Casellati, ministra per le Riforme Istituzionali e la Semplificazione normativa. Non può mancare “La transizione energetica, serve un sistema stabile e sostenibile”, con Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. A Trento non mancherà il traffico di auto blu ministeriali, in una giornata così affollata…

Cuba, gli Usa hanno schierato la portaerei Nimitz nei Caraibi

Il Comando Sud degli Stati Uniti (Southcom) ha comunicato l’arrivo nei Caraibi della portaerei a propulsione nucleare Nimitz e del relativo gruppo d’attacco. L’annuncio coincide con l’intensificarsi della campagna di pressione dell’amministrazione di Donald Trump contro Cuba e con l’incriminazione dell’ex presidente Raul Castro per l’abbattimento di due aerei civili vicino alle coste cubane nel 1996. «Benvenuti nei Caraibi, Gruppo d’Attacco del Nimitz», ha postato su X il Southcom, responsabile delle operazioni in America Latina, Messico escluso. L’annuncio arriva in parallelo all’inasprimento delle relazioni di Washington con L’Avana, con cui gli Stati Uniti stanno da mesi negoziando nell’ambito del blocco petrolifero imposto a Cuba, e alla recente accusa formulata dal dipartimento di Giustizia contro l’ex presidente cubano Raul Castro, legata alla morte di quattro aviatori statunitensi nel 1996.

Sorelle di Messina Denaro indagate, il gip dice no all’arresto

Giovanna e Bice Messina Denaro, sorelle del capomafia di Castelvetrano Matteo Messina Denaro, sono indagate per procurata inosservanza della pena per aver aiutato il fratello a sottrarsi alla cattura quando era ricercato. La procura aveva contestato loro l’associazione mafiosa e ne aveva chiesto l’arresto, ma il giudice ha modificato l’accusa e, pur ritenendo che ci siano a loro carico i gravi indizi di colpevolezza, non ha disposto la misura per mancanza delle esigenze cautelari visto che il boss è deceduto. I pm hanno proposto appello al tribunale del Riesame.

Qvando c’era Lei: i manifesti di Italia viva che irritano Meloni e imbarazzano FS

Giorgia Meloni sarebbe su tutte le furie. Colpa dei manifesti di Italia viva per il 2 X 1000 apparsi nelle stazioni di Roma e Milano, che prendono di mira la premier. La grafica scelta dai creativi del partito renziano richiama infatti quella del Ventennio con uno slogan principale che lascia poco spazio alle interpretazioni:«QVUANDO C’ERA LEI», seguito da alcune varianti: «si pagavano le tasse», «i treni arrivavano in ritardo», «i giovani scappavano dall’Italia», «l’Italia era meno sicura», «la spesa si pagava di più».

La campagna comprende anche un video in stile cinegiornale dell’Istituto Luce pubblicato sul canale YouTube di Matteo Renzi. E un sito: www.quandoceralei.it.

Le telefonate tra Palazzo Chigi, ministero dei Trasporti e Fs

L’iniziativa ha scatenato il putiferio a Palazzo Chigi e pure in Ferrovie. Come riporta La Stampa, l’ad Stefano Donnarumma è stato chiamato dal ministero dei Trasporti. Le stazioni infatti fanno capo a Rfi che gestisce gli spazi pubblicitari attraverso un’altra società. Evidentemente qualcosa nella comunicazione è andato storto, visto che gli slogan di IV criticano direttamente anche Ferrovie e i ritardi dei treni. Il vero bersaglio però resta la premier. E infatti Palazzo Chigi ha chiesto lumi al ministero guidato da Matteo Salvini e Fratelli d’Italia ha fatto lo stesso con il gruppo FS, dossier lasciato in mano alla Lega.

Vannacci cresce, Salvini sprofonda: la nemesi del fu Capitano

Dice il generale Roberto Vannacci in un’intervista alla Stampa che il suo partito, Futuro Nazionale, cresce «in modo astronomico». Parola sua, ovvero di chi di understatement non ha mai sofferto. Magari sulle ali dell’entusiasmo (chi si accontenta gode) per l’ultimo acquisto, Laura Ravetto, già forzista, poi leghista, ora nazional-futurista, una insomma che cambia partito con la stessa velocità delle mise con cui si autoritrae nel suo profilo Instagram. Ma tanto basta perché Vannacci cavalchi il suo arruolamento come il segnale di una inarrestabile tendenza. Presto, infatti, arriveranno altri sbarchi importanti, non solo dalla destra che implode ma da tutti i partiti. Insomma, a sentire il generale ne vedremo delle belle. Intanto lui si muove con lo stesso piglio con cui si comanda una colonna corazzata: avanti tutta, e boia chi molla. A meno che a mollare siano quelli della diaspora politica che sgomitano per arruolarsi sotto le sue insegne. 

La piaga è sempre lì, nello zelig della Lega

Ravetto veniva da Salvini, e non per girare il coltello nella piaga è sempre lì, nello zelig della Lega, che si annida il problema. Con metaforica allusività, la di lui fidanzata Francesca Verdini si è fatta instagrammare mentre compie un funambolico testacoda corporale, mani a terra e piedi in alto che spingono verso il muro creando un perfetto angolo di 90 gradi. L’interpretazione, direbbe Freud, oltre che interminabile è naturalmente libera. Molto più della storia del generale e del segretario, dove il mago viene mangiato dal coniglio che ha tirato fuori dal cilindro.  

Vannacci cresce, Salvini sprofonda: la nemesi del fu Capitano
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Salvini si era illuso di poter ‘domare’ il generale…

Salvini accolse Vannacci nella Lega con mossa ardita ma a suo dire efficace, inglobare il suo rumoroso mondo al contrario per ribaltare le sorti di un partito in vistosa crisi di consensi. Non pago, lo impose come vicesegretario, assieme all’altra voce soave di Silvia Sardone, come dire che nella Lega di lotta c’era poco o nessuno spazio per quella di governo. Vicesegretario anche perché, sospettando il non proprio lucidissimo Matteo che il generale non avrebbe recitato a lungo la parte del gregario, seppur di lusso, avrebbe preso altre strade. Se lo faccio vice, questo il ragionamento, gli do un ruolo e un peso politico che dovrebbe placarne le ambizioni. 

Vannacci cresce, Salvini sprofonda: la nemesi del fu Capitano
Matteo Salvini e Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

… È finita con Vannacci che si è portato dietro un pezzo di elettorato

Risultato: Vannacci se n’è andato portandosi dietro un pezzo di elettorato che ora guarda Salvini come un rammollito tutto chiacchiere e distintivo, incendiario di giorno e pompiere di notte, imbrigliato com’è dentro una maggioranza che sulle cose che contano (Europa, Ucraina) pensa e fa all’opposto di lui. Le conseguenze si vedono nei sondaggi, che restituiscono impietosi l’immagine della beffa. Lega ultima nella coalizione di governo, sorpassata da Forza Italia, un partito che porta il nome di un morto nel suo simbolo, al contrario del vivissimo Salvini che si danna l’anima per risalire la china. Sorpassata, peraltro, anche dal duo di Avs Bonelli-Fratoianni, i Bouvard e Pécuchet del ribellismo nostrano. 

Vannacci cresce, Salvini sprofonda: la nemesi del fu Capitano
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Solo una soglia malandrina potrà fermare Futuro Nazionale

Destino cinico e baro, nemesi. Non quella greca, tragica e implacabile ma quella di un uomo politicamente ridicolo, che pensava di usare Vannacci come utile idiota salvo ritrovarsi poi l’essere lui l’utile idiota del generale. Il quale, sempre a giudicare dalle sue esternazioni, sembra euforico. Se non lo fermerà una legge elettorale con la soglia malandrina, Vannacci non sembra destinato a essere l’ennesima meteora della politica italiana. Anche perché può sempre contare sull’onda mediatica che lo tiene a galla, e che trasforma protagonisti numericamente insignificanti (lui, Calenda, Renzi) in leader con tanto di folle al seguito. 

Nuovo corso Gedi: salta la prima testa

Prima vittima del nuovo corso di Gedi in salsa greca. A saltare è la testa di Fabiano Begal, nel gruppo dal 2023 dove ha cominciato con la responsabilità del centro stampa di Roma, e attualmente amministratore delegato e direttore generale di Gedi Digital, costola del gruppo che edita La Repubblica e, ancora per poco, La Stampa, il cui passaggio nella mani della Sae di Alberto Leonardis dovrebbe avvenire a fine maggio.

Nuovo corso Gedi: salta la prima testa
Theodore Kyriakou (foto Imagoeconomica).

I motivi del siluramento

A Begal, formalmente, viene imputato un incidente tecnico che ha bloccato per qualche ora il sito di Repubblica provocando una serie di disguidi. In realtà rientra nel progetto di ristrutturazione del gruppo che squadre di consulenti stano portando avanti per conto di Theo Kyriakou, il quale come primo atto della sua avventura italiana ha dato una stretta ai poteri di firma di tutti i manager.

Antenna tratta con Warner Bros Discovery per una Cnn italiana

Antenna, il gruppo greco nuovo proprietario di Repubblica e di altri asset Gedi, e Warner Bros Discovery starebbero discutendo della creazione di un canale all news con il marchio Cnn per l’Italia. Lo riporta il Sole 24 Ore, spiegando che i colloqui rientrerebbero nella strategia della nuova Gedi che guarda alla televisione partendo dall’informazione, terreno considerato strategico dalla proprietà greca controllata da K Group della famiglia Kyriakou. Una strategia che comprenderebbe anche trattative con Dazn, con l’idea di dar vita a un bollettino quotidiano di news confezionato da Antenna con responsabilità editoriale diretta del gruppo greco e un linguaggio coerente con quello della piattaforma sportiva. Un prodotto pensato per allargare il tempo di permanenza degli utenti in app e intercettare una fascia di pubblico giovane abituata a consumare contenuti fra streaming, social e clip video.

Flotilla, Carotenuto e Mantovani arrivati in Italia: «Picchiati e legati»

Il deputato del M5s Dario Carotenuto e il giornalista del Fatto Quotidiano Alessandro Mantovani, che erano a bordo di una delle navi
della Global Sumud Flotilla intercettate dagli israeliani, sono rientrati in Italia. Sbarcati all’aeroporto di Fiumicino, sono stati accolti da alcuni parlamentari del Pd e del M5s oltre che dalla vice direttrice del Fatto Maddalena Oliva e dall’attivista Tony La Piccirella. «Io ho preso le botte, Dario ha preso le botte, altri hanno preso più botte di noi. Ho visto persone con sospette fratture delle braccia e delle costole. Quasi tutti quelli che passavano per il container di ingresso venivano picchiati e sentivamo le grida dall’esterno. Anche gli abbordaggi sono stati molto più violenti che in passato», ha raccontato Mantovani in un audio pubblicato sul sito del quotidiano, aggiungendo che sia a lui sia a Carotenuto sono state messe manette e catene alle caviglie dopo essere stati in cella e prima di essere portati all’aeroporto di Ben Gurion.

«Questo succede perché Israele è protetto dai governi di mezza Europa»

«Durante la deposizione», ha aggiunto Mantovani, «mi hanno tolto i pantaloni col portafoglio e non me li hanno ridati, poi abbiamo preso botte, ho visto anche donne colpite». E ancora: «Questo succede perché Israele è protetto dai governi di mezza Europa compreso il nostro. Durante l’abbordaggio hanno sparato due volte con dei proiettili di non so che tipo sulla barca e non solo a noi». Nelle ore precedenti aveva fatto discutere un video del ministro israeliano Ben Gvir in cui derideva gli attivisti fermati, legati e picchiati, cosa che ha scatenato l’ira del governo italiano che ha chiesto delle scuse e convocato l’ambasciatore dello Stato ebraico.

Merz propone di rendere l’Ucraina un membro associato dell’Ue

In una lettera indirizzata ai leader dell’Ue, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha proposto di associare l’Ucraina all’Unione europea, prima della sua piena adesione che richiederà tempo. «È chiaro che non saremo in grado di completare il processo di adesione nel prossimo futuro, visti gli innumerevoli ostacoli e le complessità politiche delle procedure di ratifica», ha scritto nella missiva. Di conseguenza, ha proposto concedere a Kyiv lo status di membro associato, che consentirebbe all’Ucraina di partecipare ad alcune riunioni del Consiglio europeo – che riunisce i capi di Stato e di governo dell’Ue -, di avere un commissario europeo “associato” senza portafoglio e membri “associati” del Parlamento europeo senza diritto di voto.

Il processo di adesione è bloccato dal 2023

All’Ucraina è stato concesso lo status ufficiale di Paese candidato all’adesione all’Ue nel dicembre 2023, ma i negoziati di adesione sono bloccati da allora a causa del veto dell’Ungheria di Viktor Orban. La vittoria di Peter Magyar alle elezioni ungheresi del 12 aprile ha cambiato la situazione e la Germania e la maggior parte degli altri Paesi dell’Ue sperano che questi negoziati inizino ufficialmente. Si prevede che saranno lunghi e difficili, soprattutto per quanto riguarda l’agricoltura. L’Ucraina è infatti un importante produttore agricolo e il suo peso economico è motivo di preoccupazione per alcuni Paesi, tra cui la Francia.

Alluvione in Emilia-Romagna, il miliardo bruciato del Pnrr e la ricostruzione flop

Evaporato. Che fine ha fatto il miliardo di euro che doveva servire a ricostruire l’Emilia-Romagna dopo l’alluvione del 2023, quello dopo il quale Giorgia Meloni si mise a girare alcune zone colpite indossando stivali di gomma in mezzo al fango, per la più classica delle passerelle? È sparito tra ordinanze, target riscritti, cantieri mai partiti e responsabilità divise così tanto da sembrare di nessuno. Tre anni dopo quella devastazione, la ricostruzione si presenta alla scadenza del 30 giugno 2026 con un conto politico pesantissimo: il fondo del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) si è ridotto da 1,2 miliardi a 290 milioni.

Alluvione in Emilia-Romagna, il miliardo bruciato del Pnrr e la ricostruzione flop
Alluvione in Emilia-Romagna, il miliardo bruciato del Pnrr e la ricostruzione flop
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Alluvione in Emilia-Romagna, il miliardo bruciato del Pnrr e la ricostruzione flop

Consap doveva accelerare la ricostruzione

Dentro questa voragine ci sono finiti tutti. A partire dal governo Meloni, che aveva annunciato l’impegno di risorse promettendo il raggiungimento di certi obiettivi, ma non è riuscito a trasformarli in cantieri nei tempi europei. Tra i colpevoli c’è anche la Regione Emilia-Romagna guidata fino al 2024 da Stefano Bonaccini, che per anni ha governato un territorio fragile e oggi non può limitarsi al ruolo di parte lesa. Senza dimenticare Consap, la società che opera come “braccio operativo” dello Stato per gestire fondi di pubblica utilità, indennizzi e servizi di garanzia a tutela dei cittadini e che è partecipata del ministero dell’Economia, con l’ex deputato di Forza Italia Sestino Giacomoni presidente e Vincenzo Sanasi d’Arpe amministratore delegato: doveva accelerare la ricostruzione ed è arrivata invece alla prova dei fatti con numeri modesti.

Alluvione in Emilia-Romagna, il miliardo bruciato del Pnrr e la ricostruzione flop
Alluvione in Emilia-Romagna, il miliardo bruciato del Pnrr e la ricostruzione flop

La domanda è semplice: com’è possibile che, dopo una tragedia nazionale, con fondi europei disponibili, una struttura commissariale dedicata, una Regione coinvolta e una società pubblica incaricata di far partire gli appalti, la ricostruzione sia finita in una rimodulazione al ribasso? La risposta sta nei numeri: meno fondi Pnrr, meno interventi, meno cantieri, meno certificati. E molte più spiegazioni che opere concluse.

«Il governo al fianco dei territori»: prima gli annunci, ma i lavori?

Nel gennaio 2024 il governo presentava per il post-alluvione 1,2 miliardi aggiuntivi del Pnrr, insieme all’accordo con la Regione Emilia-Romagna da 588 milioni per 92 progetti strategici. Era il momento degli annunci: «il governo al fianco dei territori», risorse europee, messa in sicurezza. Oggi quel perimetro è stato rideterminato in 290 milioni e il nuovo target è l’emissione, entro il 30 giugno 2026, di almeno 190 certificati di ultimazione lavori.

Una capacità di spesa che Meloni non è riuscita a garantire

Tecnicamente si chiama rimodulazione. Politicamente è una bocciatura. Il piano iniziale non ha retto alla prova dell’esecuzione. E se un programma da 1,2 miliardi viene ridotto a 290 milioni, non basta invocare la complessità amministrativa o le nuove emergenze meteo. La struttura commissariale è nazionale, il Pnrr passa da Palazzo Chigi e dal Mef, il confronto con Bruxelles è di responsabilità del governo. La prima colpa, quindi, è dell’esecutivo Meloni: ha annunciato una capacità di spesa e di realizzazione che non è riuscito a garantire.

L’Emilia-Romagna non può presentarsi soltanto come vittima

Roma però non è l’unico bersaglio. L’Emilia-Romagna, governata per decenni dal centrosinistra, non può presentarsi soltanto come vittima degli eventi climatici. La Regione annovera tra le proprie funzioni l’indirizzo, la programmazione e il controllo in materia di difesa del territorio, oltre alla programmazione e al monitoraggio degli interventi di difesa del suolo, costa e bonifica.

Alluvione in Emilia-Romagna, il miliardo bruciato del Pnrr e la ricostruzione flop
Stefano Bonaccini e Giorgia Meloni nei giorni dopo l’alluvione del 2023 (foto Ansa).

È qui che entra in campo Bonaccini. Era presidente della Regione al momento dell’alluvione e ha rappresentato per anni il modello emiliano-romagnolo: amministrazione efficiente e macchina pubblica capace.

La struttura commissariale era guidata dal generale Francesco Paolo Figliuolo

Poi c’è Consap. Qui il discorso diventa ancora più concreto. Il 25 ottobre 2024 la società ha firmato con la struttura commissariale guidata allora dal generale Francesco Paolo Figliuolo una convenzione per svolgere funzioni di stazione appaltante ausiliaria per l’esecuzione e la gestione degli interventi di messa in sicurezza e ricostruzione nei territori colpiti dall’alluvione. La stessa Consap presentò quell’incarico come la sua prima attività in questo ruolo.

Alluvione in Emilia-Romagna, il miliardo bruciato del Pnrr e la ricostruzione flop
Francesco Paolo Figliuolo (foto Imagoeconomica).

I vertici sono quelli nominati nel 2023: i già citati Giacomoni, presidente, e Sanasi d’Arpe, amministratore delegato confermato per il secondo mandato. La partita della governance è ormai prossima, perché la documentazione societaria indica gli incarichi con scadenza legata all’assemblea chiamata ad approvare il bilancio relativo all’ultimo esercizio della carica. Dopo questa vicenda, il rinnovo dei vertici non può essere trattato come una normale pratica di nomine pubbliche.

Il problema non è solo la differenza tra 17, 27 o altri conteggi circolati nelle ricostruzioni giornalistiche. Il problema è il denominatore: 216 interventi affidati. Presentare 17 cantieri Pnrr come un risultato rischia di rovesciare la realtà. Dentro un programma che deve arrivare ad almeno 190 certificati entro giugno, quel numero somiglia più a un’ammissione di ritardo che a un successo operativo.

Il ministero dell’Economia deve chiedere conto del (mancato) risultato

Consap può sostenere di avere prodotto sopralluoghi, progetti, affidamenti e procedure. Ma la ricostruzione non si misura sulla carta. Si verifica sui cantieri chiusi, sulle opere consegnate, sui territori messi in sicurezza. Se una partecipata pubblica viene chiamata per accelerare e arriva alla vigilia della scadenza con pochi cantieri ultimati, il Mef deve chiedere conto del (mancato) risultato.

La ricostruzione è un fallimento a tre livelli

Il flop della ricostruzione emiliano-romagnola è quindi un fallimento a tre livelli. Il governo Meloni ha annunciato risorse che non è riuscito a trasformare in opere nei tempi del Pnrr. Il centrosinistra regionale, con Bonaccini in testa, deve rispondere della prevenzione mancata e della fragilità accumulata sul territorio. Consap, con Giacomoni, Sanasi d’Arpe e la Stazione appaltante guidata da Leonardo Francesco Nucara, deve spiegare perché la macchina operativa incaricata di far correre gli appalti sia andata avanti invece con numeri così deboli.