L’importanza della sovranità digitale per rendere più solide le infrastrutture italiane

Nel mondo contemporaneo, la distinzione tra infrastrutture fisiche e digitali è ormai superata. Centrali energetiche, ospedali, reti di trasporto, sistemi di pagamento e telecomunicazioni dipendono da architetture informatiche che sostengono il funzionamento quotidiano del Paese. Quando queste si interrompono, gli effetti non restano confinati al cyberspazio ma incidono direttamente sulla vita dei cittadini, sull’operatività delle imprese e sulla continuità dei servizi essenziali. In questo scenario, la sovranità digitale assume una crescente importanza. Il concetto fa riferimento alla capacità di uno Stato, di un’azienda o di un’organizzazione di mantenere il controllo sulle proprie tecnologie, sui dati e sulle infrastrutture critiche, senza dipendere da soggetti esterni che rispondono a normative e interessi differenti.

Il rischio di affidarsi a fornitori esterni

Per anni, le scelte tecnologiche sono state guidate prevalentemente da criteri di convenienza economica e diffusione di mercato. Le piattaforme cloud più utilizzate, i principali fornitori di servizi digitali e molti strumenti di cybersecurity appartengono a grandi operatori internazionali. Una scelta spesso efficace dal punto di vista operativo, ma che ha sollevato interrogativi sempre più rilevanti sulla reale autonomia di governi e imprese. La dipendenza da fornitori esteri comporta infatti rischi che non riguardano soltanto l’aspetto tecnico. Un servizio può essere limitato o sospeso per decisioni aziendali, tensioni geopolitiche o obblighi imposti dalle autorità del Paese di origine del provider. In questi casi, il controllo dei dati e la continuità operativa possono essere messi in discussione, anche in presenza di accordi contrattuali formalmente solidi.

L’importanza della sovranità digitale per rendere più solide le infrastrutture italiane
Infrastrutture digitali (Zenita Group).

In Italia manca ancora una visione coordinata

La sovranità digitale non è quindi un tema teorico, ma una componente concreta della sicurezza nazionale e della competitività economica. Significa poter contare su infrastrutture governate in modo diretto, con dati custoditi in ambienti soggetti a giurisdizioni certe e con tecnologie progettate per garantire continuità e resilienza. In Italia, il dibattito si intreccia con le opportunità offerte dal Pnrr, con il percorso di digitalizzazione della pubblica amministrazione e con la crescente attenzione verso la cybersicurezza. Uno dei principali ostacoli individuati dagli operatori del settore è la frammentazione. Progetti sviluppati in modo isolato, tecnologie non integrate e fornitori scollegati tra loro possono compromettere l’efficacia degli investimenti e aumentare la dipendenza da soggetti esterni. La trasformazione digitale richiede invece una visione coordinata, capace di coniugare progettazione, integrazione e protezione delle infrastrutture.

Il ruolo di Zenita Group

In questo contesto si inserisce Zenita Group, realtà italiana che ha fatto della sovranità digitale uno dei propri elementi distintivi. Il gruppo opera con oltre 1.500 specialisti distribuiti in più di 20 sedi sul territorio nazionale e si propone come partner tecnologico per organizzazioni pubbliche e private impegnate nel rafforzamento della propria autonomia digitale. L’approccio dell’azienda si fonda su un principio preciso, quello di consentire ai clienti di mantenere il pieno controllo dei propri dati, delle piattaforme e delle infrastrutture critiche. Ciò significa progettare soluzioni che riducano la dipendenza da giurisdizioni estere e che assicurino una governance coerente con le normative e gli interessi del contesto italiano ed europeo. In un momento storico in cui cloud computing, intelligenza artificiale e cybersecurity sono diventati anche strumenti di competizione geopolitica, la scelta dei partner tecnologici assume un valore che va oltre la semplice fornitura di servizi. Diventa una decisione strategica, legata alla capacità di preservare autonomia, sicurezza e continuità operativa.

Salvini: «Governo fino al 2027? Non so, dipende dall’economia»

Il vicepremier Matteo Salvini rompe il tabù del voto anticipato. Al Festival dell’economia di Trento, ha ammesso che la durata della legislatura non è più un approdo scontato: «Se si andrà al voto a scadenza naturale non lo so, dipende anche dai fattori economici. Oggi abbiamo inflazione, caro spesa, caro bollette ed è normale che la fiducia dei cittadini cala». È la prima volta che un leader del centrodestra non dà più per scontata la linea della coalizione, che finora era stata quella della stabilità – governo destinato ad arrivare fino al 2027 e legislatura blindata. A fargli eco anche il capogruppo della Lega al Senato Massimiliano Romeo a Un giorno da pecora su Rai Radio1: «L’importante è che il governo faccia le cose. Non mi affeziono alla durata, il più longevo o meno longevo. Non è che vai in giro a dire che è il governo più longevo, allora uno dice “Lo voto perché era il governo più longevo”. Lo voto perché ha fatto le cose per noi cittadini».

Ben Gvir e il senso di Lucio Malan sulla Flotilla

«Giusta la protesta ufficiale del governo Meloni nei confronti dello Stato di Israele, chiedendo la liberazione degli italiani della “Flotilla” e le scuse dopo le vergognose immagini di Ben Gvir». Lo twitta Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato. Che aggiunge: «Anche in risposta alla protesta, pochi minuti fa lo stesso ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, in reazione al video del ministro Ben Gvir ha postato questo: “Con questa vergognosa dimostrazione, hai consapevolmente arrecato danno al nostro Stato, e non è la prima volta. Hai vanificato gli enormi sforzi, professionali e coronati da successo, compiuti da moltissime persone, dai soldati delle Forze di Difesa Israeliane al personale del Ministero degli Esteri e molti altri. No, tu non rappresenti Israele”».

Malan dunque condanna insieme con il governo italiano il video postato dal ministro della Sicurezza israeliana in cui irride gli attivisti fermati, bendati e costretti a terra. Ben Gvir, nonostante la presa di distanza del collega degli Esteri e pure di una timidissima tirata d’orecchi da parte di Benjamin Netanyahu, («Israele ha tutto il diritto di impedire alle flottiglie provocatorie di sostenitori del terrorismo di Hamas di entrare nelle nostre acque territoriali e raggiungere Gaza», ha scritto il primo ministro israeliano in un comunicato. «Tuttavia, il modo in cui il ministro Ben Gvir ha trattato gli attivisti della flottiglia non è in linea con i valori e le norme di Israele») non pare assolutamente intenzionato a fare un passo indietro: «C’è chi nel governo ancora non ha capito come ci si deve comportare con i sostenitori del terrorismo», scrive ancora su X. «Ci si aspetta che il ministro degli Esteri israeliano capisca che Israele ha smesso di essere un sacco da boxe. Chiunque venga sul nostro territorio per sostenere il terrorismo e identificarsi con Hamas verrà colpito e non porgeremo l’altra guancia».

Ben Gvir, così come Netayahu, continua a definiore gli attivisti fiancheggiatori del terrorismo e di Hamas. Fermi tutti: ma è proprio quello che sosteneva Malan almeno fino allo scorso ottobre. Una posizione rilanciata a più riprese anche sui suoi canali social. Oggi il senatore meloniano ne è ancora convinto?

Israele, Ben Gvir deride gli attivisti fermati e bendati. Meloni e Tajani: «Inaccettabile»

Fanno discutere e scatenano l’ira del governo italiano le immagini postate dal ministro israeliano Ben Gvir mentre rivolge un ironico “Benvenuti in Israele” agli attivisti della Flotilla fermati dall’Idf, derisi mentre erano inginocchiati e bendati. «Sono inaccettabili.
È inammissibile che questi manifestanti, fra cui molti cittadini italiani, vengano sottoposti a questo trattamento lesivo della dignità della persona», hanno affermato in una dichiarazione la premier Meloni e il ministro degli Esteri Tajani. «Il governo italiano», aggiungono, «sta immediatamente compiendo, ai più alti livelli istituzionali, tutti i passi necessari per ottenere la liberazione immediata dei cittadini italiani coinvolti. L’Italia pretende inoltre le scuse per il trattamento riservato a questi manifestanti e per il totale disprezzo dimostrato nei confronti delle esplicite richieste del governo italiano. Per questi motivi convocheremo immediatamente l’ambasciatore israeliano per chiedere chiarimenti formali su quanto accaduto».

Il video postato da Ben Gvir

Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha visitato il porto di Ashdod, dove sono detenuti gli attivisti della flottiglia fermati dalla marina militare israeliana e ha diffuso un video in cui li deride mentre sono ammanettati e bendati in ginocchio. «Benvenuti in Israele, siamo i padroni di casa. Il popolo d’Israele vive», dice. In un altro filmato, si vede un attivista che grida Free Palestine mentre viene sbattuto a terra da un agente. «Sono arrivati con grande orgoglio, grandi eroi, e guardate come sono ora. Niente eroi o altro, sono sostenitori del terrorismo. Chiedo a Netanyahu di consegnarmeli a lungo, li mettiamo nelle carceri dei terroristi», ha detto Ben Gvir in un altro video diffuso durante la visita al porto.

Russia e Cina: «Affrontare le cause profonde della crisi ucraina»

Russia e Cina hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui spiegano di ritenere necessario «affrontare le cause profonde del conflitto in Ucraina basandosi sull’adesione ai principi della Carta delle Nazioni Unite nella loro interezza, completezza e interrelazione, al fine di garantire la sicurezza reciproca e porre le basi per una pace duratura», si legge nel documento citato dalle agenzie russe. Mosca e Pechino inoltre «sostengono tutti gli sforzi che contribuiscono all’instaurazione di una pace duratura e sostenibile e promuovono la continua ricerca di una soluzione attraverso il dialogo e i negoziati». Mosca ha sempre detto di ritenere che tra le cause profonde del conflitto ci sia l’espansione della Nato verso Est dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica.

Scintille tra Sala e il Pd a Milano e le altre pillole del giorno

Che farà Beppe Sala dopo aver concluso il secondo mandato da sindaco a Milano? Difficile dirlo. A inizio anno, quando il suo nome ribalzava nel flipper impazzito dei possibili federatori del centrosinistra, il primo cittadino era stato chiaro: la politica era la sua prima opzione, ma non certo un obbligo. «Devo solo verificare se c’è bisogno di me», aveva detto. Da verificare, però, c’è anche il campo in cui questa voglia di mettersi al servizio dei cittadini potrebbe essere esercitata. La spaccatura che si è consumata nel centrosinistra in Consiglio comunale sul gemellaggio con Tel Aviv non è un buon presagio. Soprattutto a un anno dalle Comunali. Riassumiamo: lunedì, l’ordine del giorno presentato dai Verdi per sospenderlo è stato bocciato grazie ai voti contrari di tre consiglieri Pd che si sono uniti ai Riformisti e alla Lista La Civica Milano, mentre la maggioranza dei dem si era espressa favorevolmente.

Scintille tra Sala e il Pd a Milano e le altre pillole del giorno
Il sindaco di Milano Beppe Sala (Ansa).

Duro il commento di Beatrice Uguccioni, capogruppo Pd a Palazzo Marino: «Oggi siamo qui a discutere nuovamente della sospensione del gemellaggio con Tel Aviv. Non perché il Consiglio comunale non si fosse già espresso, ma perché quella volontà, approvata democraticamente da quest’Aula otto mesi fa, non ha trovato seguito ai piani superiori». Parole pesanti che Sala ha definito «improprie». Aggiungendo: «I toni utilizzati dal Pd segnano un momento di sfiducia nei confronti del mio operato». Dal canto suo il Pd ha provato a ridimensionare l’incidente: non si tratta di «sfiducia nell’operato del sindaco», ha precisato il segretario cittadino Alessandro Capelli, «ma la riaffermazione di una posizione specifica che il Pd aveva già espresso sia in Aula sia all’interno dei propri organismi».

Scintille tra Sala e il Pd a Milano e le altre pillole del giorno
Elly Schlein con il segretario Pd di Milano, Alessadro Capelli (Imagoeconomica).

Intanto, mentre sotto la Madonnina è in corso una riflessione su quanto accaduto («No, la riflessione no», verrebbe da dire parafrasando Moretti) e Sala è al festival dell’Economia di Trento, partono le scommesse e le solite malelingue: viste la maretta col Pd milanese, vuoi vedere che il sindaco vira verso il solito Matteo Renzi? Per ora nulla si muove. Agli atti resta il sostegno dato da Sala un mese fa alle Primarie delle idee promosse dal senatore di Rignano. Il sindaco aveva però smentito un avvicinamento a Italia viva. «Ho sentito Renzi. Siccome parla di programmi e di idee, e io credo che sia il momento di parlare di programmi, di idee e non di primarie, una mano la do», aveva spiegato. «Sono sempre stato e sono un elettore del Pd, da questo punto di vista non voglio generare ambiguità». Il rapporto con Schlein invece secondo i ben informati resta saldo. Tanto che si era parlato non solo di una possibile candidatura di Sala alle prossime Politiche ma, in caso di vittoria, anche di una poltrona di governo… vedremo.

Scintille tra Sala e il Pd a Milano e le altre pillole del giorno
Matteo Renzi (Ansa).

Quanti russi all’Arena di Verona

L’Arena di Verona ha presentato a Roma il cartellone della prossima stagione dell’opera. Il programma è davvero ricco: una nuova Traviata, due diversi allestimenti di Aida, e poi le più recenti produzioni di Nabucco e La bohème, e quindi Turandot a un secolo dalla prima assoluta. Anche qui non mancano gli interpreti russi, nonostante le polemiche e la bufera che si è abbattuta sulla Biennale di Venezia. Qualche nome? La soprano Vasilisa Berzhanskaya, che farà il suo debutto nel ruolo di Violetta. E poi il basso Alexander Vinogradov. Immancabile la superstar Anna Netrebko. Ce n’è abbastanza per mettere in imbarazzo il veronesissimo neo ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, oltre al ministro della Cultura Alessandro Giuli. In prima fila ci si aspetta di scorgere Pietrangelo Buttafuoco…

Scintille tra Sala e il Pd a Milano e le altre pillole del giorno
Gianmarco Mazzi con Alessandro Giuli (Imagoeconomica).

Zuppi e Zagrebelsky, che coppia

Scende in campo la doppia zeta, una religiosa e l’altra laica. Ovvero, Zuppi e Zagrebelsky. L’Archivio Storico della Pontificia Università Gregoriana invita alla riflessione e al dialogo sulla fragilità del nostro tempo con l’incontro “Giustizia, verità e pace in un mondo diviso”, in programma mercoledì 20 maggio nell’aula magna della Gregoriana, con ospiti d’eccezione come il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il giurista Gustavo Zagrebelsky, professore emerito della Facoltà di Giurisprudenza – Università di Torino, e Martín María Morales, direttore dell’Archivio Storico della Pontificia Università Gregoriana. L’incontro è accompagnato da un’esposizione documentaria con due preziosi testimoni provenienti dal fondo di San Roberto Bellarmino: il codice autografo del suo commento al Salmo 84 (85), dove “giustizia e pace si baceranno”, e un volume delle sue “Controversie”.

Scintille tra Sala e il Pd a Milano e le altre pillole del giorno
Matteo Zuppi (Imagoeconomica).

Chi ha paura del lupo cattivo? La plastica riciclata è una risorsa per l’ambiente

L’idea è di Heads Collective, un’agenzia creativa, con sede a Milano e a Treviso, fondata da ex borsisti di Fabrica, il centro di ricerca sulla comunicazione della Benetton. E si fonda su un concept tanto semplice quanto provocatorio: la plastica, in particolare quella riciclata, non è buona o cattiva. È come viene trattata. Un messaggio che decostruisce la narrazione ideologica che negli anni ha trasformato la plastica nel simbolo per antonomasia del problema ambientale, riportandola invece al centro del processo industriale, tecnologico e normativo che ne determina l’impatto reale. E che evidenzia come la plastica riciclata sia oggi una risorsa strategica e preziosa per l’industria europea, soprattutto in un contesto economico segnato da crisi energetica, instabilità delle catene di approvvigionamento e aumento dei costi delle materie prime vergini. Il riciclo consente non solo di ridurre la dipendenza da fonti esterne e fossili, ma anche di garantire continuità produttiva, controllo dei costi e maggiore resilienza industriale. Affidarsi a filiere del riciclo evolute significa oggi integrare sostenibilità e competitività, trasformando un obbligo normativo in un vantaggio concreto per le imprese.

Il ruolo di Aliplast e l’impegno per la transizione circolare

La campagna è promossa da Aliplast, fondata nel 1982 e parte di Herambiente (Gruppo Hera), una realtà di riferimento a livello europeo nel recupero, riciclo e rigenerazione delle materie plastiche. L’azienda ha sviluppato un modello industriale integrato che copre l’intera filiera, dalla raccolta dei rifiuti plastici alla loro trasformazione in materia prima seconda, fino alla produzione di nuovi manufatti come film flessibili in Ldpe, lastre in Pet e polimeri rigenerati. Complessivamente, Aliplast produce ogni anno circa 100 mila tonnellate di prodotti riciclati. Elemento distintivo è la capacità di sviluppare progetti su misura in collaborazione con le aziende clienti, finalizzati a intercettare e valorizzare i flussi di scarto. Un approccio che consente di ridurre il conferimento a smaltimento e di reintrodurre i materiali nei cicli produttivi, contribuendo allo sviluppo di filiere circolari nel settore del packaging.

Petrone: «Vogliamo contribuire a cambiare il modo in cui si parla di plastica»

«La nuova campagna rappresenta un passo importante nel percorso di rafforzamento del brand Aliplast a livello internazionale», ha affermato Michele Petrone, amministratore delegato di Aliplast. «In un contesto industriale sempre più regolato e complesso, vogliamo contribuire a cambiare il modo in cui si parla di plastica. La plastica non è buona o cattiva in sé, è il modo in cui viene gestita a fare la differenza. In Aliplast lavoriamo ogni giorno per trasformare questa materia in una risorsa concreta, attraverso una filiera europea sicura, tracciabile e conforme alle normative. Who’s afraid of recycled plastics? è un invito a superare paure e semplificazioni, per guardare al riciclo industriale come a un volano della sostenibilità e un abilitatore reale della transizione circolare».

Chi ha paura del lupo cattivo? La plastica riciclata è una risorsa per l’ambiente
Michele Petrone (Aliplast).

Abi, Patuelli presidente per il prossimo biennio

«Esco da un comitato esecutivo dove si è confermata una grande prova di unità del mondo bancario italiano. Abbiamo, con le dichiarazioni di tutti i componenti del comitato esecutivo, indicato Antonio Patuelli come presidente dell’Abi per il prossimo biennio». Lo ha detto all’Ansa Camillo Venesio, vice presidente Abi e ad di Banca del Piemonte in una pausa della riunione. L’Abi ha inoltre deciso di avviare un processo di modifiche statutarie in modo tale che si possa ampliare la platea di coloro che possono essere nominati in comitato esecutivo e, di conseguenza, di coloro che possono diventare presidenti. Venesio ha aggiunto che Patuelli ha richiesto espressamente che questo sia il suo ultimo mandato alla guida dell’Associazione bancaria. «Tutti gli hanno espresso un’estrema positività e gratitudine per il ruolo che ha svolto in maniera ottima in rappresentanza dei legittimi interessi delle banche in questi anni», ha concluso.

Ft, Ue valuta Draghi o Merkel come mediatori con Mosca

Secondo il Financial Times, i governi dell’Ue stanno discutendo se l’ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi o l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel possano rappresentare il blocco in potenziali negoziati con Vladimir Putin, mentre cresce l’interesse a riaprire i canali formali di dialogo con la Russia. Stando al quotidiano, i ministri degli Esteri discuteranno i meriti dei possibili candidati in una riunione dell’Ue a Cipro la prossima settimana, dopo che Stati Uniti e Ucraina hanno espresso il loro sostegno a un dialogo tra l’Europa e il presidente russo sulla guerra in Ucraina, secondo quanto riferito da persone informate sui colloqui. Interrogata sulla sua disponibilità ad assumere l’incarico, riporta il quotidiano, l’ex cancelliera ha risposto che probabilmente altri sarebbero più adatti, sottolineando che Putin prende sul serio solo i leader ad interim.

Primarie Usa, in Kentucky trionfa il candidato di Trump

Il presidente Usa Donald Trump consolida la presa sul Partito repubblicano con le primarie in Kentucky, dove il deputato Thomas Massie, tra i pochi esponenti del Gop disposti a sfidare apertamente il presidente su dossier sensibili, è stato sconfitto dal candidato sostenuto da Trump Ed Gallrein, che ha ottenuto il 54 per cento dei voti. Nelle ultime settimane il tycoon aveva già contribuito alla sconfitta di cinque senatori statali repubblicani in Indiana contrari alla sua spinta per ridefinire i collegi elettorali a metà legislatura. In Louisiana, ha inoltre ostacolato l’avanzata del senatore Bill Cassidy, che nel 2021 aveva votato contro di lui nel procedimento di impeachment. Massie era finito nel mirino di Trump per le sue posizioni contrarie su alcuni temi chiave, dal piano fiscale e di spesa alla richiesta di pubblicazione dei file legati a Jeffrey Epstein.

Il Pentagono taglia da quattro a tre le brigate in Europa

Il Pentagono ha annunciato il taglio delle brigate di truppe Usa in Europa da quattro a tre. Ciò riporta i loro livelli ai valori registrati nel 2021. La decisione, si legge in una nota, «è il risultato di un processo esaustivo e articolato su più livelli, incentrato sul posizionamento delle forze statunitensi in Europa. Ciò comporta un ritardo temporaneo nello schieramento delle forze americane in Polonia, Paese che rappresenta un alleato modello per gli Stati Uniti». Il Pentagono stabilirà la collocazione definitiva delle tre brigate e di altre forze statunitensi in Europa «sulla base di ulteriori analisi relative ai requisiti strategici e operativi degli Stati Uniti, nonché in funzione della capacità degli alleati stessi di contribuire con le proprie forze alla difesa dell’Europa». L’analisi, punta a «promuovere l’agenda America First del presidente Donald Trump in Europa e in altri teatri operativi, anche incentivando e mettendo in condizione i nostri alleati della Nato di assumersi la responsabilità primaria della difesa convenzionale dell’Europa».

Perché Leone XIV ha così a cuore l’Intelligenza artificiale

Il prossimo 25 maggio sarà pubblicata la prima enciclica di Leone XIV e, come noto, il tema al centro del documento è l’intelligenza artificiale. O, meglio, la «custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale». Sì, perché Prevost non intende solo fare il punto sui rischi e le possibilità offerte dall’IA ma, considerato che siamo già entrati in una nuova fase della rivoluzione tecnologica, riflettere sulla condizione umana all’interno di quello che Papa Francesco aveva definito un cambiamento d’epoca. Il documento si annuncia di grande importanza anche perché a presentarlo, fra gli altri, ci sarà lo stesso pontefice, cosa mai avvenuta per un’enciclica.

Perché Leone XIV ha così a cuore l’Intelligenza artificiale
Leone XIV sul volo per Algeri, il 13 aprile 2026 (Ansa).

Verso una Rerum novarum 2.0

Un impegno che non stupisce visto che il primo Papa di origini statunitensi ha preso il suo nome da Leone XIII che, nel 1891, pubblicò la Rerum novarum, un’altra enciclica decisiva per il futuro della Chiesa e del cattolicesimo, che può essere considerata alla base della dottrina sociale della Chiesa e si confrontava con la seconda rivoluzione industriale. La Rerum novarum, se da una parte prendeva nettamente le distanze dal socialismo ateo in forte ascesa fra le classi popolari, dall’altra denunciava con forza le storture di un capitalismo che tendeva a pensare solo al profitto ignorando le condizioni di vita e di lavoro di milioni di operai.

Perché Leone XIV ha così a cuore l’Intelligenza artificiale
Un’immagine di papa Leone XIII nel 1896.

I Minerva dialogues e l’interesse per la tecnologia

A Leone XIV – che non a caso ha firmato l’enciclica Magnifica humanitas il 15 maggio scorso, 135esimo anniversario della promulgazione della Rerum novarum – l’idea di un documento che segni la storia della Chiesa in questa stagione storica è apparsa quanto mai urgente e necessaria. E si inserisce in un percorso cominciato una decina di anni fa. Dal 2016, infatti, proseguono in forma riservata i Minerva dialogues concepiti dal frate domenicano Éric Salobir, che ha lavorato nell’ambito del rapporto tra teologia e tecnologia. Dopo aver incontrato scienziati del Mit di Boston e rappresentanti della Silicon Valley, Salobir registrò il loro interesse a confrontarsi sulle nuove tecnologie con teologi ed esponenti della Curia. Lo scopo del dialogo era favorire una maggiore consapevolezza sul tema, tenendo conto dell’impatto sociale e culturale delle tecnologie digitali, in particolare dell’Intelligenza artificiale. Nel gennaio 2025, poi, il Vaticano ha pubblicato una lunga nota dottrinale dal titolo Antiqua et nova, sul rapporto fra intelligenza artificiale e intelligenza umana. Infine, Leone XIV nel corso del primo anno di pontificato è tornato almeno una cinquantina di volte sull’argomento. Forse il testo più sistematico che ha scritto in tal senso è il Messaggio per le comunicazioni sociali del 2026 che indaga sulla relazione fra IA e informazione (e disinformazione). Questo per citare solo i momenti salienti di una riflessione che ha visto coinvolte diverse istituzioni vaticane.

Perché Leone XIV ha così a cuore l’Intelligenza artificiale
Papa Francesco riceve in udienza in Vaticano i partecipanti all’Incontro Minerva Dialogues, nel marzo 2023 (Ansa).

Leone e i paradossi dell’algoritmo

Sempre Prevost, nel corso del V incontro con i movimenti popolari dello scorso ottobre, ha toccato la questione in due modi: in primo luogo spiegando che intendeva guardare alle «cose nuove» di questa stagione storica adottando uno sguardo che parte dalle «periferie» e non dal «centro». Ne risultava, e questo è il secondo aspetto, un’analisi che, citando il Papa, inquadrava così la questione: «Quando parliamo di esclusione, ci troviamo anche di fronte a un paradosso. La mancanza di terra, cibo, alloggio e lavoro dignitoso coesiste con l’accesso alle nuove tecnologie che si diffondono ovunque attraverso i mercati globalizzati. I telefoni cellulari, i social network e persino l’intelligenza artificiale sono alla portata di milioni di persone, compresi i poveri. Tuttavia, mentre sempre più persone hanno accesso a Internet, i bisogni primari rimangono insoddisfatti. Assicuriamoci che, quando vengono soddisfatti bisogni più sofisticati, quelli fondamentali non vengano trascurati». Questa dunque la prima grande contraddizione individuata da Leone. Poi, nel messaggio per le comunicazioni sociali, dal titolo Custodire voci e volti umani, Prevost ha ricordato che l’IA è in mano a un piccolo gruppo di grandi aziende i cui interessi potevano facilmente prevalere sull’interesse generale. «Ciò determina una preoccupazione importante», sottolineava il pontefice, «riguardo al controllo oligopolistico dei sistemi algoritmici e di intelligenza artificiale in grado di orientare sottilmente i comportamenti, e persino riscrivere la storia umana, compresa la storia della Chiesa, spesso senza che ce ne si possa rendere realmente conto».

Perché Leone XIV ha così a cuore l’Intelligenza artificiale
Leone XIV (Ansa).

L’algoritmo minaccia l’unicità dell’essere umano

La tutela della dignità umana nell’epoca dell’ipertecnologia passa anche, secondo la Santa Sede, attraverso il controllo di news diffuse con il solo scopo di massimizzare il profitto. Per questo la trasparenza dei sistemi informativi risulta decisiva per una ricerca della verità che non può prescindere dal confronto con la realtà per come essa si presenta e non per come vorremo che fosse. Il rischio intravisto dal Papa è alto: «Il potere della simulazione è tale che l’IA può anche illuderci con la fabbricazione di ‘realtà’ parallele, appropriandosi dei nostri volti e delle nostre voci. Siamo immersi in una multidimensionalità, dove sta diventando sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione». La manipolazione delle persone, al fine di controllarne gli orientamenti, è il timore sollevato dalla Chiesa alla luce della pervasività dei moderni mezzi di comunicazione sociale. La sensibilità e l’amore disinteressato per il prossimo, dice ancora Leone, non possono essere oggetto del calcolo di un algoritmo; la coscienza, con la sua libertà, resta, in definitiva, il baluardo dell’unicità di ogni essere umano da salvaguardare. Per questo Prevost chiede una governance globale per gestire l’introduzione progressiva dell’Intelligenza artificiale, una sorta di alleanza fra tutte le parti coinvolte- «dall’industria tecnologica ai legislatori, dalle aziende creative al mondo accademico, dagli artisti ai giornalisti, agli educatori» – per dare vita a una cittadinanza digitale il più possibile consapevole e responsabile.