Angelini Pharma ha siglato un accordo per l’acquisto dell’americana Catalyst per 4,1 miliardi di dollari. L’azienda è focalizzata sull’in-licensing, lo sviluppo e la commercializzazione di farmaci innovativi per pazienti affetti da malattie rare e difficili da trattare. Il closing è previsto nel terzo trimestre dell’anno. L’operazione segna l’ingresso di Angelini nel mercato americano, rafforzando il suo impegno di lungo periodo nel brain health e confermando la vicinanza alle persone che convivono con malattie rare. In dettaglio, il Gruppo si è impegnato ad acquistare tutte le azioni di Catalyst per 31,50 dollari per azione, con un premio del 28 per cento rispetto al prezzo medio ponderato per i volumi degli ultimi 30 giorni dell’azienda al 22 aprile 2026.
Angelini intende sviluppare una piattaforma terapeutica di nuova generazione nelle malattie rare
L’operazione viene realizzata con la partecipazione di fondi gestiti da Blackstone e di selezionati partner internazionali, e sarà finanziata con il supporto di Bnp Paribas, che agisce in qualità di unico coordinatore globale e sottoscrittore del pacchetto di finanziamento. «La cura dei pazienti resta sempre al centro della nostra visione, e continuiamo a guardare avanti con determinazione forti di una strategia chiara e della volontà di continuare a crescere su scala globale. Siamo orgogliosi di una operazione che dimostra, ancora una volta, il dinamismo dell’industria farmaceutica italiana», si legge in una nota di Angelini. Fondata nel 2002 e quotata al Nasdaq dal 2006, Catalyst ha costruito un portafoglio di prodotti incentrati sul trattamento di malattie neuromuscolari e neurologiche rare. A seguito del completamento dell’acquisizione, Angelini ne intende integrare il portafoglio e l’infrastruttura commerciale con le proprie competenze e i propri prodotti in brain health per sviluppare una piattaforma terapeutica di nuova generazione nelle malattie rare.
Dopo la statua di Gesù presa a bastonate, ecco un nuovo oltraggio di un soldato israeliano a un simbolo religioso cristiano in Libano. Sta infatti facendo il giro del web una foto scattata a un militare dell’IDF che, mentre fuma, infila una sigaretta nella bocca di una statua della Madonna.
Israeli soldier desecrating a Virgin Mary statue by placing a cigarette in its mouth in southern Lebanon. pic.twitter.com/tD1xiVCnQn
L’IDF ha affermato che «la condotta del soldato si discosta completamente dai valori che ci si aspetta» dal personale dell’esercito di Tel Aviv e che, «a seguito di una prima verifica, l’immagine in questione è stata scattata diverse settimane fa». L’incidente «sarà oggetto di indagine e, in base ai risultati, verranno presi provvedimenti disciplinari nei confronti del soldato». Il militare protagonista del precedente episodio di vilipendio e il collega che lo aveva ripreso sono stati rimossi dal servizio operativo e condannati a 30 giorni di carcere.
Fabrizio Palermo, consigliere d’amministrazione indipendente e componente del Comitato per le operazioni con le parti correlate di Banca Monte dei Paschi di Siena, ha rassegnato le dimissioni dalla carica, con decorrenza immediata: alla base della decisione le recenti determinazioni in materia di governance, non condivise dal ceo e direttore generale di Acea. Lo ha reso noto Mps in un comunicato.
Fabrizio Palermo (Imagoeconomica).
Palermo era in pole come nuovo ceo, poi il ribaltone
Palermo era stato indicato come unico candidato alla carica di amministratore delegato nella lista del cda uscente per il rinnovo del board del Monte. Ma nell’assemblea del 15 aprile 2026 c’è stato il ribaltone con la vittoria a sorpresa della lista promossa da Plt Holding, che sosteneva il ceo uscente Luigi Lovaglio, il quale ha dunque ottenuto la conferma alla guida di Rocca Salimbeni.
Nei giorni scorsi Carlo Vivaldi, altro rappresentante della lista del consiglio poi superata da quella di Plt Holding, era stato invece dichiarato decadutoper non aver dato le dimissioni da consigliere di Banca Mediolanum. L’articolo 15 comma 1 dello Statuto di Mps prevede infatti l’immediata decadenza di coloro che siedono nel board di un istituto concorrente.
Unicredit ha sottoscritto un accordo non vincolante per la cessione di una parte delle attività della propria controllata russa Ao Bank. L’acquirente è un investitore privato consolidato con sede negli Emirati Arabi Uniti, con relazioni di lungo corso con la comunità istituzionale e l’imprenditoriale locale, in relazione al quale Unicredit ha effettuato le previste verifiche di conformità. Le parti collaboreranno per finalizzare la struttura dell’operazione, gli accordi correlati e la comunicazione al mercato nei tempi opportuni.
Verranno create due banche distinte, una detenuta da Unicredit e una dall’acquirente
L’accordo accelera il processo di rifocalizzazione delle attività di Unicredit in Russia principalmente sui pagamenti internazionali, in prevalenza in euro e dollari Usa, per clientela corporate occidentale e russa non soggetta a sanzioni. L’operazione è stata strutturata e sarà eseguita in modo da garantire continuità e stabilità per clienti e dipendenti. I clienti che utilizzano le soluzioni di pagamento di Unicredit da e verso la Russia manterranno l’accesso all’attuale gamma di operazioni durante tutto il processo. I dipendenti di Ao Bank beneficeranno di una transizione accelerata che porterà alla creazione di due banche distinte con strategie e obiettivi chiaramente definiti. L’operazione prevede infatti lo spin-off di una parte delle attività di Ao Bank in una nuova entità separata (New Bank), seguito dalla cessione di Ao Bank con le restanti attività (Remaining Bank) all’acquirente. Al completamento dell’operazione, Unicredit deterrà il 100 per cento della New Bank, mentre l’acquirente deterrà il 100 per cento della Remaining Bank.
Previsto un beneficio sul capitale di 35 punti base
Si prevede che l’operazione generi un beneficio complessivo sul capitale di circa 35 punti base. Un impatto negativo al closing di circa 20-25 punti base sarà più che compensato dalla riduzione della perdita residua nello scenario estremo a circa 30-40 punti base rispetto ai circa 93 punti base calcolati al primo trimestre 2026 ed escludendo le soglie regolamentari. Si prevede inoltre che l’operazione comporti un impatto negativo cumulato a conto economico di circa 3,0-3,3 miliardi di euro, inclusi circa 1,6-1,8 miliardi di euro derivanti dall’effetto della riserva cambi (voce non monetaria senza impatto sul capitale) sul conto economico. Il perfezionamento dell’operazione è atteso nel primo semestre del 2027 ed è subordinato alla sottoscrizione degli accordi vincolanti, all’attuazione dello spin-off e all’ottenimento delle necessarie autorizzazioni da parte delle autorità regolamentari competenti. L’operazione non avrà impatti sulla distribuzione agli azionisti, in quanto i relativi effetti saranno esclusi dalla definizione di utile netto ai fini distributivi.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio farà causa a Mediaset e Bianca Berlinguer per l’indiscrezione portata in studio a È sempre Cartabianca da Sigfrido Ranucci, relativa allapresenza del Guardasigilli nel ranch in Uruguay di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti. Nordio ha annunciato che ha annunciato che avvierà «un’azione risarcitoria in sede civile» per la «parole lesive» verso la sua persona e il Ministero della Giustizia, aggiungendo che, in caso di vittoria, la somma sarà «devoluta in beneficenza a un ente a tutela dei minori». Nordio, peraltro, aveva già smentito chiamando in studio durante la diretta: «Non esiste al mondo. Ma figurarsi se sono andato lì. C’è un limite a tutto, anche a questo degrado morale e mediatico».
La lettera di richiamo della Rai e le “scuse” di Ranucci
Dopo l’ospitata a È sempre Cartabianca e le affermazioni su Nordio, la Rai aveva recapitato unalettera di richiamo a Ranucci, contestando al conduttore di Report di aver diffuso una notizia non verificata, come da lui stesso ammesso. Secondo la Rai, inoltre, Ranucci era autorizzato esclusivamente a presentare il suo libro e non a partecipare a discussioni di attualità in una trasmissione concorrente.Nel corso della successiva puntata di Report, Ranucci – pur difendendo il suo operato – aveva detto: «Sicuramente sono caduto in un eccesso, mi cospargo il capo di cenere, tuttavia non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto stiamo verificando una notizia che è una cosa un po’ diversa». Poi aveva spiegato che avrebbe affrontato l’eventuale causa da parte di Nordio a spese proprie, vista la privazione della tutela legale preannunciata dalla Rai. Sembra però che il Guardasigilli abbia deciso di citare solo Mediaset e Berlinguer, che lo hanno ospitato.
Bianca Berlinguer (Imagoeconomica).
Berlinguer: «Nordio ha potuto replicare immediatamente»
Questo il commento di Berlinguer sulla vicenda: «Il ministro della Giustizia ha potuto replicare immediatamente e direttamente, come era suo legittimo diritto. Ha telefonato in studio durante la trasmissione, questo è stato possibile perché andiamo sempre in onda in diretta. Gli ospiti si assumono la responsabilità delle loro dichiarazioni. Tutto si è svolto alla luce del sole, Ranucci ha fatto le sue dichiarazioni per cui poi si è scusato. Il ministro ha avuto il tempo per replicare e smentire. Questa trasmissione e il suo editore sono liberi e consentono a tutti di esprimere le proprie opinioni».
Carlo Nordio perdona Sigfrido Ranucci ma querela Mediaset e Bianca Berlinguer il cui prolisso contenitore, È sempre Cartabianca, ha dato voce alle insinuazioni del conduttore di Report sulle sue visite al ranch di Cipriani junior in Uruguay. Anello di congiunzione Nicole Minetti, rediviva sui media dopo anni di assenza a squarciare il velo di oblio sul Bunga Bunga e la sua decisiva partecipazione al film Ruby nipote di Mubarak.
La querela di Nordio è un preciso segnale politico
Anche un bambino leggerebbe nell’iniziativa del Guardasigilli non la tutela dell’onorabilità infangata, ma un palese segnale politico che parla alla sua maggioranza e indica la direzione di marcia di un sistema che si sta spostando. Insomma, dietro la questione legale c’è un riflesso politico grande come una casa, che aggiunge un tassello da novanta al comatoso stato del centrodestra, con Giorgia Meloni impegnata a spegnere focolai senza riuscire però a interrompere il dilagare dell’autocombustione. Centrodestra in disaccordo su tutto e un fiorir di paradossi come è appunto quello di Nordio che risparmia il conduttore della trasmissione più odiata dal governo in carica mentre innesca, per continuare la metafora di prima, il fuoco amico. La sua querela al Biscione e alla conduttrice dal blasonato cognome strappata a suon di euro alla Rai si inserisce esattamente lì: non è un atto isolato, ma la continuazione di una guerra interna per molto tempo relegata alla bassa intensità e ora esplosa su più fronti. Una di quelle guerre che non fanno rumore, ma logorano. E che finiscono per dilagare dalle aule parlamentari ai palinsesti televisivi.
Carlo Nordio (Imagoeconomica).
Rete4 è ormai un laboratorio geopolitico domestico
In questo senso Rete4 fa da cassa di risonanza alla malmostosità dei Berlusconi e del loro partito a cui, da un paio di stagioni, hanno assegnato il ruolo di laboratorio geopolitico domestico. Da una parte i cosiddetti “retequattristi”: Porro, Del Debbio (ha fatto rumore la conclamata presa di distanze dalla convocazione di Tajani a Cologno, nel ventre dell’azienda), Giordano. Un fronte che, pur nei vari distinguo che si devono alla verve personale dei singoli, è sostanzialmente allineato alle posizioni di Meloni e per nulla ostile alla Lega, nonostante tra i due la competizione sia il teso denominatore dei rapporti. Dall’altra i nuovi innesti, Berlinguer e Labate, con i loro estenuanti salotti che dalla prima serata si inoltrano ben oltre la mezzanotte con un andamento meno disciplinato, talvolta imprevedibile e confuso al punto che ci si smarrisce nell’anarchia che contamina personaggi, generi e argomentazioni.
La rivoluzione piersilviesca del Biscione
Massima solidarietà a Mauro Crippa, il gran capo dell’informazione Mediaset, un passato a sinistra smarritosi poi negli agi del potere, che deve orchestrare simil giostra sforzandosi di interpretare, lui manager della prima ora televisiva fedelissimo a Confalonieri, la metamorfosi di Pier Silvio che a un certo punto, d’intesa con la sorella, si è stancato della bandiera sovranista che sventolava libera sui bastioni di Mediaset rovinando il collaudato copione. Quello tradizionale dei talk show di Rete4 che ne facevano macchine narrative oliate tra l’enfatizzazione dei conflitti, l’indignazione come sfondo e un pubblico fidelizzato cui fornire propellente alle paure. Naturalmente con un occhio all’audience. I nuovi contenitori invece sono un’altra cosa: giganteschi aggregatori di temi dove la durata iperbolica diventa un metodo, per qualcuno un’arma di distrazione di massa. Più che programmi, si tratta di flussi variegati che procedono per tentativi, con esiti spesso stranianti, rispetto a una linea editoriale non più ben definita.
L’Ad di Mfe-Mediaset Pier Silvio Berlusconi (Ansa).
Dietro questo apparente caos televisivo c’è forse il tentativo di ritorno al centro
Ciò nonostante l’impressione è che dentro quel caos apparente si stia muovendo qualcosa di più strutturato, il tentativo appunto di costruire uno spazio politico-mediatico che non coincida con l’attuale maggioranza. Una zona franca, o almeno più autonoma, che va dai fuorionda di Giambruno a Striscia la notizia alle ospitate di Ranucci da Berlinguer, con l’intento di infastidire gli attuali padroni di Palazzo Chigi. Forse il preludio, complice il dilagante delirio trumpiano che mette in crisi coloro che ne furono convinti estimatori, a una fase politica di ritorno al centro, qualsiasi cosa voglia dire e in qualsiasi forma essa si possa manifestare. E non è un caso che tutto questo accada dentro Mediaset, cioè dentro l’eredità più visibile di Silvio Berlusconi che da megafono di un’area si trasforma in una piattaforma di riorganizzazione politica.
Giorgia Meloni (Ansa).
Forza Italia sta cercando di ridefinire il proprio perimetro
In questo schema Forza Italia non appare più soltanto come il partner moderato della coalizione. Sembra, piuttosto, un partito in cerca di ridefinire un proprio perimetro. La “sua” televisione diventa il luogo dove questo perimetro viene testato e, come nel caso Nordio, talvolta forzato avvicinandolo pericolosamente (per questo governo, s’intende) al punto di rottura.
Donald Trump ritiene possibile che Usa e Iran possano firmare un accordo prima del suo viaggio in Cina, previsto per il 14 e 15 maggio 2026. L’ha affermato egli stesso in un’intervista a Pbs. Parlando con i giornalisti nello Studio Ovale, ha evidenziato che Teheran «non può avere un’arma nucleare, e non l’avrà». «Hanno accettato questo, tra le altre cose. Vedremo se ci arriveremo. Loro vogliono fare un accordo. Abbiamo avuto colloqui molto positivi nelle ultime 24 ore, ed è molto possibile che concluderemo un accordo», ha aggiunto. La Casa bianca si attende una risposta alla bozza del memorandum di intesa inviato all’Iran entro le prossime 24-48 ore. Secondo la Cnn, ciò potrebbe già avvenire in giornata. Il memorandum, di una pagina, è articolato in 14 punti e include la sospensione dell’arricchimento dell’uranio iraniano, la revoca delle sanzioni statunitensi, la distribuzione dei fondi iraniani congelati e l’apertura dello stretto di Hormuz alle navi.