La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti

In casa della Leonardino Del Vecchio editore ci si muove tra i curriculum di cani da tartufi, penne deliziose e giovani raffinati analisti, i cui nomi sono tutti annotati nel taccuino di Mario Orfeo, l’uomo deputato a costruire la gioiosa macchina da guerra che farà di Quotidiano Nazionale un giornale coi controfiocchi. Almeno a guardare le ambizioni e i soldi messi in quantità per realizzarle.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).

Intanto però Leonardino, controverso erede di una dinastia che si sta dilaniando sull’eredità del padre, un merito ce l’ha: è anche grazie a lui se il morente mercato dei giornalisti si è improvvisamente ravvivato. Per anni non si muoveva foglia. Chi aveva una poltrona se la teneva stretta, chi la perdeva difficilmente ne trovava un’altra e gli editori, quando sentivano pronunciare la parola assunzione, d’istinto pensavano alla Madonna di Ferragosto.

Rimesso in movimento un settore dato per spacciato

Adesso invece si compra, si vende e soprattutto si paga. E pare anche parecchio. Merito di Del Vecchio, ma anche dei vari Theo Kyriakou e Alberto Leonardis, nuovi padroni di Repubblica e Stampa, che hanno rimesso in movimento un settore dato per spacciato.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
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La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti

Il vero deus ex machina resta però lui, Lmdv, specie adesso che può disporre come crede delle sue azioni Luxottica, per la soddisfazione delle banche che, avendogli prestato tanti soldi, cominciavano a spazientirsi. Dopo aver rilevato QN, cioè i quotidiani degli eredi Riffeser, ed essere salito al 30 per cento del Giornale (ma l’intenzione prima o poi è di prenderselo tutto), si è lasciato convincere da un’idea piuttosto controcorrente: che per fare i giornali servano i giornalisti. Così ha aperto il portafoglio e dato mandato al buon Orfeo di prenderne un bel manipolo.

Preso anche il Gianni Letta dell’editoria italiana

Nel frattempo ha irrobustito anche la componente manageriale con Francesco Dini, una specie di Gianni Letta dell’editoria italiana. Uno che con discrezione è passato da Carlo De Benedetti a John Elkann e adesso a Del Vecchio senza colpo ferire, sopravvivendo a proprietà e cambi della guardia. Dote non secondaria in un ambiente dove i padroni cambiano più spesso di chi li consiglia.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
Francesco Dini (foto Imagoeconomica).

Resta da capire se Leonardino abbia capito fino in fondo in che mestiere si è infilato. Perché lui compra un po’ di tutto, dalle acque minerali ai ristoranti, dagli stabilimenti balneari alle case di produzione cinematografiche, e il sospetto è che consideri i giornali un’altra tessera da aggiungere al mosaico piuttosto variegato che sta mettendo insieme. Solo che un giornale non è un’acqua minerale e nemmeno un bagno sulla spiaggia: oltre a comprarlo, bisogna sapere che cosa farne. Ma questo, eventualmente, è un discorso che viene dopo.

Orfeo ha cominciato puntando ai bersagli grossi

Orfeo, ex direttore di Repubblica, dei telegiornali della Rai e di tanto altro, ha cominciato puntando ai bersagli grossi: Guido Boffo, che si era quasi accasato a Il Gazzettino di Venezia, e Mattia Feltri, che stazionava senza grandi prospettive alla guida dell’HuffPost per di più orfano di quel “Buongiorno” che quotidianamente lo gratificava di complimenti.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti

Ma la campagna acquisti è tutt’altro che conclusa. Sul taccuino di Orfeo ci sono Carmelo Caruso ed Ermes Antonucci del Foglio, Mattia Ferraresi di Domani, Alessandro Da Rold della Verità e Giacomo Salvini del Fatto Quotidiano. Poi gli opinionisti, da Edoardo Nesi a Pietrangelo Buttafuoco passando per Roberto Regoli, e altri che si aggiungeranno.

La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
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La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti
La Leonardino Del Vecchio editore ha rianimato il calciomercato dei giornalisti

Leonardino del resto non bada a spese. E qui viene la parte che appassiona maggiormente le redazioni: gli stipendi. Si parla di cifre favolose che, secondo quello che nella letteratura orale si definisce racconto cumulativo, crescono passando di bocca in bocca. Uno guadagna 100, ma chi lo riferisce lo fa arrivare a 150, che dopo un caffè con uno che la sa più lunga sono già 200, fino all’ora dell’aperitivo, quando il fortunato con quel che prende potrebbe tranquillamente comprarsi un attico. Vero, falso? Poco importa. La notizia è che da parecchio tempo a nessuno passava per la testa di invidiare lo stipendio di un giornalista.

Cuzzocrea ha rifiutato la direzione dell’HuffPost

Il movimento non riguarda soltanto la nascente editoriale di Del Vecchio. L’uscita di Feltri dall’HuffPost ha lasciato libera una casella per la quale si era pensato ad Annalisa Cuzzocrea. Lei ci ha riflettuto e alla fine, a meno di un ripensamento all’ultimo minuto, ha preferito restare vicedirettrice di Repubblica. Non tutte le promozioni, viste da vicino, hanno necessariamente l’aria di esserlo.

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Annalisa Cuzzocrea (foto Imagoeconomica).

Adesso all’HuffPost dovranno cercare un altro direttore. E magari, già che ci sono, anche un modello di business sostenibile, visto che dalla nascita il sito ha una certa familiarità con il rosso dei bilanci. A Repubblica, intanto, Stefano Cappellini dovrebbe presto liberarsi di quell’interim che, appiccicato a un direttore, somiglia tanto a una data di scadenza.

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Stefano Cappellini (Ansa).

Insomma, è tornato il calciomercato delle penne, liturgia che sembrava sepolta. Per 15 anni il settore ha conosciuto una sola direzione: l’uscita. Tagli, prepensionamenti, incentivi all’esodo: il giornalista, da depositario di un certo status, era diventato solo una voce di costo. Poi internet, i social, i bilanci in perdita, l’intelligenza artificiale, e ogni piano industriale finiva sempre allo stesso modo, col taglio dei redattori. Ora che le copie scendono, le edicole chiudono e da vent’anni si celebra il funerale della carta stampata, qualcuno ha ricominciato a cercarli. E perfino a pagarli molto bene.

Forse il valore di un giornale sta anche in quelli che lo fanno

Potrebbe essere il canto del cigno. Si sa che gli ultimi esemplari di una specie, quando diventano rari, acquistano valore. Oppure può darsi che i nuovi editori abbiano riscoperto una banalità che i vecchi avevano dimenticato: nell’epoca in cui tutti scrivono, postano e commentano, si ergono a influencer di non si sa bene cosa, un giornale ha ancora bisogno di qualcuno capace di trovare una notizia e magari anche di scriverla bene. Sarebbe una discreta vendetta della storia su chi pensava che il problema dei giornali fossero i giornalisti. Adesso che sono diminuiti, e i lettori pure, fatti due conti si è scoperto che forse il valore di un giornale stava anche in quelli che lo facevano.

Milano Finanza, cambio di direzione in vista?

Roberto Sommella è alla direzione di Milano Finanza dal 2020, in una carriera che lo ha visto entrare e uscire dal gruppo Class, avendo svolto anche l’attività di “uomo della comunicazione” nel settore delle authority, con l’Antitrust di Antonio Catricalà. Ma chi potrebbe ricoprire ora il ruolo di direttore del quotidiano dei mercati finanziari, nel vociferato caso di una sua partenza?

Milano Finanza, cambio di direzione in vista?
Roberto Sommella (foto Imagoeconomica).

Una volta c’era Franco Bechis, che adesso è direttore di Open, e firma “di lusso” del giornale La Stampa. C’è stato il tempo di Osvaldo De Paolini, sempre a Milano Finanza, ma ora è diventato direttore del veneziano Il Gazzettino. Se n’è appena andato Fabrizio Massaro, verso il Giornale, vicedirettore al posto di De Paolini, per prendere in mano il settimanale Moneta.

Milano Finanza, cambio di direzione in vista?
Fabrizio Massaro (foto Imagoeconomica).

Dall’interno del gruppo Class, per un upgrade, c’è disponibile Francesco Allegra, ma potrebbe anche arrivare qualche nome dall’esterno. Rosario Dimito ha appena lasciato Il Messaggero per andare a fare il numero due de La Stampa, ma ha sempre nel cuore il gruppo Class. Tra l’altro, i rapporti con le banche sono sempre stati il core business di Milano Finanza, e tra Mps, Banca Intesa e Bpm le partite da giocare sono numerose, anche se l’editore Paolo Panerai ha una passionaccia per il “furetto Lovaglio” e il suo vice Maurizio Bai, del quale è vecchio amico.

Milano Finanza, cambio di direzione in vista?
Andrea Bassi (foto Imagoeconomica).

Poi a Roma c’è sempre Il Messaggero che ha pescato negli anni dalla redazione di MF, prendendo tra gli altri Andrea Bassi e, per ultimo, Angelo Ciardullo. Un anno fa era andata in pensione, a Il Messaggero, Lucia Pozzi, che era stata alla guida della redazione romana di ItaliaOggi, quotidiano sempre caro al gruppo Class. Pure Il Tempo ha attinto negli anni dalle forze di ItaliaOggi, uno fra tutti l’attuale capo della redazione economia Filippo Caleri. La scelta è ampia, seguendo la vecchia storia delle “porte girevoli” che tanto piace all’editoria italiana, con i graditi ritorni…

Di Battista torna in Italia, rientro previsto per sabato pomeriggio

Alessandro Di Battista, ricoverato a Cuba (prima a Santa Clara e poi a L’Avana) a seguito di un malore che lo ha colpito mentre si trovava ai Caraibi per un reportage per il Fatto Quotidiano, dovrebbe rientrare in Italia nel pomeriggio di domani, sabato 5 settembre. L’aeroambulanza che trasporterà l’ex deputato del Movimento 5 stelle, scrive Adnkronos, dovrebbe partire da Cuba alle 19 locali di oggi, quando in Italia sarà già l’1 di notte.

Il messaggio sui social dopo giorni di apprensione

«Oggi mi sento meglio. Sono stati giorni difficili e allo stesso tempo sono ottimista e cerco sempre di vedere il positivo in tutto», ha scritto martedì sui social, ringraziando i medici cubani che «sono stati molto bravi e tempestivi nella diagnosi e nella scelta delle cure iniziali». Di Battista, che ha rifiutato il volo di Stato messo a disposizione dal governo: i costi dell’aeroambulanza verranno coperti da una compagnia assicurativa con la quale aveva stipulato una polizza prima della partenza. Nel frattempo, sul quadro clinico di Di Battista – che è stato sottoposto ad accertamenti anche alla presenza dei due medici del Policlinico Gemelli di Roma – viene mantenuto il massimo riserbo.

Consob, voci di un cambio alla comunicazione: chi è in pole

Alla Consob è arrivato un nuovo presidente, Guido Stazi, e dopo l’insediamento avvenuto in piena estate si mormora siano cominciati i cambiamenti allo staff. Occhi puntati sulla comunicazione, ora guidata da Manlio Pisu, classe 1959. Un poltrona ambitissima da giornalisti economico-finaziari. In pole position per il posto di Pisu c’è Roberto Sommella, direttore di Milano Finanza, che da sei anni guida il giornale del gruppo Class, facendo la spola tra il capoluogo lombardo e la sede romana. Un’eventuale nomina di Sommella libererebbe la direzione di Mf, aprendo l’ultimo giro di una giostra che ha visto protagonisti Mario Orfeo passato da Repubblica a QN; Osvaldo De Paolini arrivato dal Giornale alla direzione del Gazzettino e Rosario Dimito dal Messaggero al Gruppo Sae di Alberto Leonardis che edita La Stampa.

Consob, voci di un cambio alla comunicazione: chi è in pole
Roberto Sommella (Imagoeconomica).

Gli articoli su Milano Finanza e il rapporto tra Stazi e Sommella

Stazi e Sommella si conoscono da anni. Il neo presidente della Consob ha infatti firmato numerosi articoli ed editoriali sulle pagine di Milano Finanza, pezzi letti ovviamente con grande attenzione dai protagonisti del mondo dell’economia. Qualcuno fa poi notare il tono di alcuni pezzi che il quotidiano ha dedicato alla nomina di Stazi: «Stato, mercati, concorrenza e innovazione. Sono questi i quattro punti cardinali del pensiero, orientato alla ricerca di un equilibrio tra intervento pubblico e libertà economica, di Guido Stazi, il tecnico scelto dal governo Meloni per guidare la Consob». E ancora: «Dall’Antitrust alla Consob, passando per l’Agcom, Stazi ha attraversato i principali snodi della vigilanza italiana, costruendo un profilo che unisce competenze giuridiche, economiche e una particolare attenzione alle sfide poste dall’intelligenza artificiale e dai Big Tech». Senza dimenticare le note sulla vita privata: «Ha trascorso gran parte della sua vita a Ostia. Cresciuto nelle case Lamaro ha anche giocato a lungo a basket, fino a competere in serie C. Questo non lo ha distolto dagli studi. Dopo la laurea in giurisprudenza a La Sapienza di Roma, è stato assistente di Politica economica presso lo stesso ateneo (il titolare di cattedra era Franco Romani) e di Scienza delle finanze alla Luiss, e ha poi insegnato Economia e politica della concorrenza all’Università di Siena. È rimasto tra i collaboratori di Romani anche quando nel 1986 l’allora ministro dell’industria, Valerio Zanone, lo indicò nella Commissione per lo studio della concorrenza, che fu alla base della legge che portò alla nascita in Italia dell’Antitrust».

Consob, voci di un cambio alla comunicazione: chi è in pole
Guido Stazi (Imagoeconomica).

Tra l’altro l’Antitrust, di cui Stazi è stato segretario generale, Sommella la conosce benissimo: nel 2005, quando era vicedirettore di Milano Finanza, diventò il responsabile della direzione relazioni esterne dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, sotto la presidenza dello scomparso Antonio Catricalà. Ora la storia si potrebbe ripetere con Stazi alla Consob. Vedremo.

RTL 102.5, così la guerra tra i fratelli Suraci sta danneggiando la radio

È ormai guerra totale tra i fratelli Lorenzo e Virgilio Suraci, che insieme hanno fondato e guidato per anni il gruppo radiofonico RTL 102.5 da 58 milioni di euro di fatturato consolidato nel 2025. Uno, Lorenzo, nato a Vibo Valentia nel 1952, si è trasferito a Bergamo quando aveva 19 anni, è tuttora presidente di RTL 102.5 e per l’esercizio 2025 si è dato un compenso di 702.908 euro. L’altro, Virgilio, nato a Bergamo e di una ventina di anni più giovane, si è occupato per 30 anni della concessionaria pubblicitaria Open Space, fino al 2023, quando ha perso la carica di amministratore delegato, entrando in conflitto col fratello. Una litigiosità tra soci che si sta trascinando negli anni, creando non pochi problemi nella gestione del gruppo, che comprende non solo RTL 102.5 (prima radio per ascolti nel giorno medio), ma pure Radiofreccia e Radio Zeta.

RTL 102.5, così la guerra tra i fratelli Suraci sta danneggiando la radio
Lorenzo Suraci (foto Imagoeconomica).

La vicenda del contestato bilancio del 2022

E infatti l’esercizio 2025 si è chiuso con perdite per 1,48 milioni di euro, rispetto ai 3,6 milioni di rosso del 2024, mentre a livello consolidato il deficit si è fermato a 846 mila euro dopo un milione di perdite nel 2024. Ma cosa è successo? Virgilio Suraci, una volta estromesso dalla sua carica di ad della concessionaria, ha impugnato la delibera dell’assemblea dei soci che approvava il bilancio 2022 di RTL 102.5. Forte della sua quota del 21,7 per cento di RTL, e appoggiato da Alfonso Suraci (3 per cento) e Paola Cinzia Cavazzana (4,5 per cento), ha iniziato una guerra durissima contro la gestione del fratello Lorenzo. E dopo anni di carte bollate, il tribunale di Brescia, il 18 marzo 2026, ha in effetti dato ragione a Virgilio, annullando la delibera di approvazione del bilancio 2022. Quindi l’assemblea dei soci ha dovuto riapprovare quel bilancio, con opportune modifiche.

RTL 102.5, così la guerra tra i fratelli Suraci sta danneggiando la radio
Virgilio Suraci (foto Imagoeconomica).

Inoltre Virgilio Suraci ha pure fatto causa a RTL 102.5 davanti al giudice del lavoro del tribunale di Monza, con un procedimento che si è concluso con una conciliazione che ha comportato il versamento, da parte di RTL 102.5, di 456 mila euro a Virgilio Suraci a titolo di incentivo all’esodo.

Guai per l’immagine e la redditività aziendale

Come sottolineano gli amministratori del gruppo radiofonico, permane comunque una «conflittualità in seno alla compagine sociale di RTL e di Open Space, gravata da iniziative giudiziali. Detta conflittualità ostacola e condiziona il sereno svolgimento delle attività gestionali nel loro complesso. Senza trascurare la rilevanza che la percezione all’esterno della litigiosità fra i soci, e di tutti gli accadimenti che ne derivano, possa avere, in particolare modo nei confronti degli investitori pubblicitari e della concorrenza, a sicuro discapito dell’immagine e della redditività aziendale».

Carburanti a prezzi record, nuova proroga dello sconto sul diesel

Il governo si appresta a confermare oltre il 5 settembre 2026 il taglio di 17 centesimi sulle accise per il diesel, riservandosi nelle prossime settimane di individuare misure più mirate e selettive per fare fronte all’aumento del costo dei carburanti. Giovedì 3 settembre il prezzo medio della benzina alla pompa ha toccato il livello più alto dall’8 luglio 2022 a 2,124 euro. Non va meglio il gasolio che, al netto dello sconto sull’accisa di 14 centesimi (17 centesimi Iva inclusa), ha superato il record di 2,229 euro del 17 marzo 2022, arrivando a 2,316 euro. Nell’immediato il governo prorogherà lo sconto generalizzato per tutti solo per il diesel, mentre in prospettiva l’obiettivo è mettere in campo un pacchetto di aiuti selettivi. Tra le ipotesi figurano bonus in busta paga per i lavoratori dipendenti e un credito da aggiungere alla social card.

Salvini chiede tutele anche per gli autonomi

Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha chiesto «che vengano inseriti nelle tutele anche i camionisti, gli agricoltori, i pescatori e gli agenti di commercio». «Come Lega», ha aggiunto, «chiediamo che non siano agevolati solo i lavoratori dipendenti, perché escludere il lavoro autonomo e le partite Iva sarebbe un errore clamoroso».

Così le università telematiche ampliano l’accesso agli studi e riducono gli abbandoni

Le università telematiche contribuiscono ad ampliare l’accesso all’istruzione universitaria, intercettando persone che avrebbero avuto una minore probabilità di iscriversi. È una delle conclusioni del paper della Banca d’Italia Who goes online? Selection and performance in Italian higher education di luglio 2026, che analizza la crescita degli atenei online e il profilo dei loro studenti. Secondo lo studio, la crescita delle università telematiche si è concentrata soprattutto nelle province dove l’accesso all’università era storicamente più basso. Per gli autori questo rappresenta un’espansione della platea degli studenti universitari e non un semplice spostamento di iscritti dagli atenei tradizionali a quelli online. L’analisi mostra inoltre che chi sceglie una laurea telematica aveva, già prima dell’immatricolazione, una probabilità inferiore di iscriversi all’università. Per questo il rapporto sostiene che gli atenei online agiscono «almeno in parte come complemento e non come sostituto» del sistema universitario tradizionale, portando nella formazione accademica persone che altrimenti avrebbero avuto minori possibilità di intraprendere tale percorso.

Più studenti che completano il percorso

Negli ultimi anni il settore ha registrato una crescita significativa. Gli iscritti agli 11 atenei telematici sono passati da circa 119 mila nell’anno accademico 2018/19 a quasi 308 mila nel 2024/25, arrivando a rappresentare il 15 per cento della popolazione universitaria italiana. Nello stesso periodo sono aumentati anche i laureati e l’offerta formativa, con i corsi attivi cresciuti del 40 per cento. Tra gli aspetti più rilevanti messi in evidenza dalla ricerca figurano anche gli esiti del percorso universitario. A parità di caratteristiche degli studenti, l’iscrizione a un’università telematica si associa a un tasso di abbandono tra primo e secondo anno inferiore di 9,8 punti percentuali rispetto agli atenei tradizionali e a una probabilità più elevata di conseguire la laurea nei tempi previsti. Il differenziale stimato è di 14,6 punti percentuali a favore degli studenti iscritti agli atenei online. Il rapporto individua diverse possibili spiegazioni di questi risultati. La maggiore flessibilità della didattica online può ridurre gli ostacoli per chi lavora o ha responsabilità familiari, consentendo di conciliare gli studi con altri impegni. Inoltre, chi torna a studiare dopo alcuni anni tende a essere particolarmente motivato a completare il percorso. Modalità di valutazione più modulari possono infine contribuire a limitare il rischio di interruzione degli studi. Il rapporto, tuttavia, presenta queste come ipotesi interpretative, senza indicarne una come prevalente.

Un canale complementare a quello tradizionale che intercetta una platea con esigenze diverse

Quanto al profilo degli studenti che scelgono gli atenei telematici, si tratta mediamente di persone più adulte rispetto agli iscritti alle università tradizionali, spesso lontane dal conseguimento del diploma e più frequentemente residenti nel Mezzogiorno o nelle aree interne del Paese. Secondo gli autori, gli atenei telematici sembrano quindi intercettare soprattutto persone per le quali l’accesso alla formazione terziaria può essere ostacolato dalla distanza temporale dal diploma, dalla necessità di conciliare gli studi con il lavoro o altri impegni e dalla residenza in territori caratterizzati da una partecipazione universitaria più bassa. È proprio la combinazione di questi fattori a rendere l’offerta online un canale complementare rispetto a quella tradizionale: non si limita ad attirare studenti che avrebbero comunque scelto l’università, ma rende più praticabile l’ingresso o il rientro negli studi a una popolazione che, sulla base delle proprie caratteristiche iniziali, avrebbe avuto una minore probabilità di iscriversi. 

Di Battista tornerà in Italia il 4 settembre con un’aeroambulanza

Alessandro Di Battista non farà ritorno in Italia domani, bensì venerdì 4 novembre. È stato lo stesso ex deputato del M5s a renderlo noto con un post sui profili social. «Oggi mi sento meglio. Sono stati giorni difficili e allo stesso tempo sono ottimista e cerco sempre di vedere il positivo in tutto», ha scritto “Dibba”, ricoverato all’Avana dopo un grave malore che lo ha colpito mentre si trovava a Cuba per un reportage per il Fatto Quotidiano.

Di Battista farà rientro in Italia con un’aeroambulanza

«Ringrazio i medici cubani che, come mi è stato confermato dai medici italiani, sono stati molto bravi e tempestivi nella diagnosi e nella scelta delle cure iniziali», ha aggiunto Di Battista, che per il rientro in Italia ha detto no al volo di Stato che era stato messo a disposizione dal governo: «Partirò da Cuba il 4 settembre con un’aeroambulanza i cui costi verranno coperti dalla compagnia assicurativa con la quale ho stipulato una polizza prima della partenza». Nel frattempo, sul quadro clinico di Di Battista – che è stato sottoposto ad accertamenti anche alla presenza dei due medici del Policlinico Gemelli di Roma – viene mantenuto il massimo riserbo.

Il post scriptum sui medici e infermieri palestinesi

Poi il post scriptum: «Da anni ho deciso di “sfruttare” gli spazi mediatici che ho a disposizione per denunciare l’Olocausto palestinese, che va avanti anche se molti giornali si voltano dall’altra parte. Ne approfitto dunque per raccontarvi quello che mi dicono negli ospedali a Cuba, ovvero che molti dei medici e degli infermieri palestinesi uccisi in Palestina negli ultimi tre anni avevano studiato e si erano formati qui. Grazie a tutti per l’affetto che è superiore a quello che mi sarei mai immaginato».

Agnese Pini verso Il Messaggero? Gli spifferi

Una giornata da ricordare, a Il Messaggero, quella del saluto di Guido Boffo alla redazione. Era pure rivolto all’editore, quell’addio, dato che era presente Azzurra Caltagirone, pronta a tributare i dovuti onori a chi è stato, nel passato, direttore del quotidiano “principe” della casata. Mentre qualcuno pare abbia borbottato un «beato lui che ce l’ha fatta ad andarsene», con tono di chi vorrebbe seguirlo e nutre una certa invidia per il successo dell’operazione, altri mettono in conto le prossime iniziative caltagironiane. Pasteggiando in via del Tritone assieme a Boffo, tra un “dolce e salato” e brindando all’uscita del vicedirettore, girava una domanda: «Ma Pini quando arriva?».

Agnese Pini verso Il Messaggero? Gli spifferi
Guido Boffo e Azzurra Caltagirone (foto Imagoeconomica).

Già, perché sembra il segreto di Pulcinella, ma per uno come Boffo che va a Qn alla corte di Leonardo Maria Del Vecchio c’è chi potrebbe compiere lo stesso percorso, ma al contrario: voci di corridoio fanno proprio il nome della direttrice Agnese Pini, 41 anni. Anzi, la “tridirettrice”, per la precisione, visto che tiene in piedi tre giornali, ossia La Nazione (prima donna a guidare lo storico quotidiano fiorentino nel 2019, a soli 34 anni), Il Resto del Carlino e Il Giorno (dello stesso consorzio fa parte anche Il Telegrafo di Livorno, ma nessuno se ne ricorda mai). Scenario davvero possibile o solo rumors? In via del Tritone non c’è ancora stata una donna al timone, e Roberto Napoletano a maggio ha compiuto 65 anni. Pini poi gode della massima considerazione da parte di Bruno Vespa, e nel salotto di Porta a Porta è molto più comodo arrivarci in presenza lavorando a Roma, piuttosto che nel resto d’Italia (non solo del Carlino). L’aria dell’ultimo giorno di agosto comunque era scanzonata: tutti felici e contenti della soluzione trovata, i colleghi gioivano per la fortuna (sempre decisiva nella professione giornalistica) di Boffo, l’editore per quello che storicamente viene detto quando un capo se ne va, ossia un costo in meno, l’organizzazione perché si libera una stanza. Ora, nel risiko dei giornali, l’eventuale uscita di Agnese Pini da Qn spalancherebbe le porte della direzione del gruppo caro a Lmdv proprio a Guido Boffo, pronto a scendere in campo tornando a rivestire i galloni di numero uno di un quotidiano. Staremo a vedere…

Agnese Pini verso Il Messaggero? Gli spifferi
Agnese Pini verso Il Messaggero? Gli spifferi
Agnese Pini verso Il Messaggero? Gli spifferi
Agnese Pini verso Il Messaggero? Gli spifferi
Agnese Pini verso Il Messaggero? Gli spifferi
Agnese Pini verso Il Messaggero? Gli spifferi
Agnese Pini verso Il Messaggero? Gli spifferi
Agnese Pini verso Il Messaggero? Gli spifferi

Sergio vuole tenersi San Marino, in attesa di rientrare nel cda

Scherza con i fanti ma lascia stare San Marino. Roberto Sergio ha deciso di lasciare la Rai il 30 settembre, ma vuole tenersi la poltrona della televisione sammarinese. «Magari si trasferisce lì nella Repubblica del Titano e mette sull’auto la targa RSM», scherza un suo vecchio amico. In realtà il suo obiettivo è rientrare in quello che sarà il nuovo consiglio di amministrazione. Di certo però è l’ennesimo caso estivo che pone in fibrillazione la Rai: tra un Paolo Corsini che sta in vacanza con la figlia in Irlanda e deve occuparsi della grana di Report e di Sigfrido Ranucci, ecco affacciarsi l’uscita di Sergio, che tecnicamente ha i suoi diritti per restare alla tivù “straniera”. A suo favore esistono altri precedenti: tra tutti è da ricordare quello riguardante Franco Siddi e la sua permanenza alla presidenza di Confindustria Radio Televisioni. Siddi, “il sindacalista”, già a capo della Fnsi, la Federazione nazionale della stampa italiana, era entrato nella compagine in qualità di consigliere di amministrazione della Rai, ma rimase alla guida della Confindustria di settore anche dopo l’uscita dal board di Viale Mazzini, per anni, con un sontuoso ufficio nella centralissima piazza Santi Apostoli (mica a viale dell’Astronomia, all’Eur, dove si trovano le altre sigle confindustriali). Sergio, a differenza dei meloniani, conosce perfettamente codici e pandette della televisione pubblica, anche perché molti testi li ha scritti lui. Insomma, teniamoci San Marino, per ora, in attesa di trovare un posto nel prossimo cda.

Agnese Pini verso Il Messaggero? Gli spifferi
Agnese Pini verso Il Messaggero? Gli spifferi
Agnese Pini verso Il Messaggero? Gli spifferi
Agnese Pini verso Il Messaggero? Gli spifferi

È morto Enzo Bianchi, il monaco fondatore della comunità di Bose

Addio a Enzo Bianchi, tra i principali fondatori della comunità monastica di Bose, morto all’età di 83 anni. Monaco, saggista, esperto di biblismo e fondatore delle Edizioni Qiqajon, aveva lasciato la guida della Comunità monastica di cui era priore nel 2017. Da allora si era progressivamente ritirato anche a causa di problemi di salute.

Chi era Enzo Bianchi

Nato nel 1943 a Castel Boglione, nell’Astigiano, Bianchi è stato un punto di riferimento spirituale per intere generazioni. Figura forte del post Concilio Vaticano II, riconosciuto uomo di preghiera e di pace, era comparso l’ultima volta sulla scena pubblica a maggio 2026 quando a Torino aveva presentato un volume di padre Antonio Spadaro, segretario del dicastero della Cultura vaticano ed ex direttore di Civiltà cattolica. Negli ultimi tempi aveva trattato, tra gli altri, il tema della messa con il rito antico, dibattendo con altri teologi sempre mantenendo posizioni in difesa del Concilio e delle sue riforme. Per tutta la vita è rimasto profondamente legato alla Chiesa senza essere sacerdote. «Mai sentita la vocazione. Il cardinal Pellegrino mi ha chiesto più volte se volevo ordinarmi prete, ma io sono sempre voluto restare un semplice laico come tutti», aveva raccontato.

La comunità di Bose

Nel 1965 fondò la comunità di Bose. Tutto nacque dopo essere capitato, quasi per caso, in una piccola chiesa nel Biellese circondata da case abbandonate. Per tre anni ha vissuto lì praticamente solo, conducendo una vita quasi eremitica, fino a quando nel 1968 cominciarono ad arrivare alcune persone spinte dalla curiosità. Così nacque la comunità monastica, che in breve tempo divenne conosciuta in tutto il mondo. Negli anni sono arrivati credenti di diverse confessioni cristiane, ma anche persone lontane dalla fede.

Boffo, il giorno del saluto a Caltagirone: cosa c’è dietro l’addio

Ultimo giorno del mese con festeggiamenti, a Roma, per una grande firma che se ne va verso Nord. In via del Tritone, nella sede del quotidiano Il Messaggero, è il momento del saluto di Guido Boffo, detto «il torinese», che è stato anche direttore del giornale del gruppo Caltagirone. A parte gli scherzi dei colleghi, che amavano lo sketch di Maurizio Crozza nei panni dell’allora governatore della Regione Campania Vincenzo De Luca che alla sua spalla diceva «voi di Torino siete rugosi, vi salutate scambiandovi le condoglianze», Boffo ha buon gioco nel lasciare senza rimpianti la corazzata caltagironiana. Da direttore, spesso agli eventi nei quali era invitato quasi nessuno lo riconosceva, tanto che l’ex numero uno Massimo Martinelli, colui che poi l’ha sostituito alla direzione, doveva accompagnarlo. Declassato improvvisamente a editorialista senza tante spiegazioni, Boffo aveva grande autonomia, ma senza quello “slancio” che lo aveva portato a Roma: al brindisi spiegherà ai colleghi perché ha rinunciato al trasferimento a Venezia, dove a luglio 2026 era stato chiamato come vice di Osvaldo De Paolini che dirigerà dal primo settembre Il Gazzettino. Che poi la motivazione è semplice: non era particolarmente soddisfatto del trattamento ricevuto, e soprattutto era da sempre in contatto con un altro ex direttore del Messaggero come Mario Orfeo. Così ha subito il fascino del richiamo del vecchio amico che ha accettato la proposta di Leonardo Maria Del Vecchio al Quotidiano Nazionale, dove è finito anche l’ex direttore di HuffPost Italia Mattia Feltri. Orfeo, da direttore editoriale, non si è dimenticato di Boffo, e allora ecco l’ingaggio anche per lui, alla corte del “miliardario erede” con il pallino dei giornali, appena uscito da EssilorLuxottica. Comunque la campagna acquisti di Lmdv pare non sia finita…

Boffo, il giorno del saluto a Caltagirone: cosa c’è dietro l’addio
Boffo, il giorno del saluto a Caltagirone: cosa c’è dietro l’addio
Boffo, il giorno del saluto a Caltagirone: cosa c’è dietro l’addio
Boffo, il giorno del saluto a Caltagirone: cosa c’è dietro l’addio
Boffo, il giorno del saluto a Caltagirone: cosa c’è dietro l’addio
Boffo, il giorno del saluto a Caltagirone: cosa c’è dietro l’addio
Boffo, il giorno del saluto a Caltagirone: cosa c’è dietro l’addio

L’assemblea dei giornalisti di Report: «Stato di agitazione, pronti allo sciopero»

L’assemblea dei giornalisti di Report ha indetto lo stato di agitazione e si riserva di mettere in atto ulteriori iniziative di lotta democratica, compreso lo sciopero, dopo la decisione della Rai di rimuovere Sigfrido Ranucci dalla conduzione. I cronisti, si legge in una nota, «sostengono e condividono tutte le rivendicazioni espresse dal gruppo degli inviati, che hanno annunciato, in assenza di un ripensamento da parte dell’azienda, di essere pronti ad abbandonare il programma».

La nota dei giornalisti di Report

«Report non può esistere senza i suoi inviati e senza la sua redazione, produzione, filmaker e montatori che negli anni hanno maturato specifiche competenze e lavorano per garantire un prodotto di qualità, espressione autentica del servizio pubblico», continua il comunicato. «Solo un più che solido vissuto professionale e l’autorevolezza conquistati sul campo possono infatti far fronte alle necessità di produzione e alle specificità investigative di una trasmissione complessa, delicata e di altissimo valore civile, come Report ha dimostrato di essere nel corso della sua lunga storia, offrendo al pubblico un contributo ispirato ai più autentici valori repubblicani». E ancora: «I giornalisti interni di Report non sono disposti, in alcun modo, ad accettare imposizioni calate dall’alto che, non rispondendo a questi criteri, sono ascrivibili a una matrice puramente politica che snatura totalmente la vocazione e il dna del programma. Esprimono, inoltre, sconcerto per il metodo usato dall’azienda nella scelta unilaterale e senza condivisione dei nuovi conduttori, annunciati alle agenzie di stampa prima che alla squadra». Di qui la richiesta alla Rai di «correggere le decisioni prese che non sono accettabili per chi, professionalmente, si è sempre riconosciuto nell’identità e nei valori di Report e che potrebbero costringere a scelte lavorative diverse». I giornalisti chiedono inoltre il diretto coinvolgimento della redazione nelle scelte aziendali, «al fine di preservare autonomia e indipendenza di un presidio fondamentale del servizio pubblico».

Guido De Maria morto a 93 anni: addio al papà di SuperGulp!

Addio a Guido De Maria, umorista, sceneggiatore e regista modenese, morto all’età di 93 anni. Raggiunse una grande notorietà negli Anni 70 quando, insieme a Giancarlo Governi, firmò le trasmissioni Gulp! e SuperGulp! di cui curò la regia, creando il linguaggio televisivo del fumetto in tv. Ha creato i personaggi di Giumbolo e, insieme a Bonvi, di Nick Carter.

Ha prodotto e diretto centinaia di caroselli e spot

Nato nel 1932 a Lama Mocogno, sull’Appennino modenese, De Maria ha iniziato come vignettista umoristico disegnando per testate nazionali e internazionali come la rivista settimanale Epoca, diretta da Enzo Biagi. Agli inizi degli Anni 60 passò alla pubblicità e diede vita alla Vimder film, una casa di produzione per le pubblicità di carosello. Dopo aver prodotto e diretto centinaia di caroselli e spot pubblicitari (oltre 1.200), tra cui I Brutos e Franco e Ciccio per Cera Grey, Salomone pirata pacioccone per Amarena Fabbri, la “camicia coi baffi” (con Maurizio Costanzo), Nelsen Piatti e i nanetti di Loacker, venne il tempo di Gulp! e Supergulp!. Per quest’ultimo, insieme al musicista Franco Godi, ha composto le sigle della trasmissione. Il 45 giri di Giumbolo vendette oltre 100 mila copie.

Deliveroo, accordo con i giudici: aumenti e sicurezza per i rider

Deliveroo Italia ha formalizzato una serie di impegni verso la procura di Milano nell’ambito dell’inchiesta per caporalato, ottenendo il parere positivo all’implementazione da parte del pm Paolo Storari. Questi impegni delineano una serie di misure concrete che la società implementerà e che, una volta verificate, «auspica possano rappresentare un importante passo verso la revoca del controllo giudiziario e all’archiviazione dell’indagine penale», si legge in una nota.

Cosa prevedono gli impegni

In dettaglio, Deliveroo si impegna ad aumentare la tariffa oraria minima di base dei rider da 10 a 14 euro l’ora sul tempo attivo stimato. Inoltre, ogni proposta sarà pagata oltre gli standard dell’industria, ovvero un minimo di 3,77 euro per ordine. L’azienda migliorerà ulteriormente gli strumenti per aiutare i rider a massimizzare i propri compensi, compreso quando sono dai commercianti, e introducendo nuovi bonus destinati ai rider che fanno più consegne. In tema di sicurezza, l’azienda offrirà un insieme più ampio di dispositivi di protezione che include guanti, protezioni da moto e maschere anti-smog, oltre all’equipaggiamento ad alta visibilità e ai caschi da bicicletta già forniti. La società introdurrà poi un limite sulla quantità di tempo che i rider possono trascorrere consegnando. Si impegnerà infine a continuare il lavoro con AssoDelivery, Confcommercio e le organizzazioni sindacali, per definire un ampio contratto collettivo che possa regolare il settore del delivery.

Un altro addio a Moneta: quale sarà il destino del settimanale economico?

Dopo l’addio di Osvaldo De Paolini, che da settembre prenderà le redini de Il Gazzettino, e che al Giornale era stato l’artefice del settimanale economico Moneta, un’altra firma di peso, Camilla Conti, ha lasciato la testata degli Angelucci (e di Leonardino Del Vecchio, socio di minoranza) per approdare a Class Editori. A questo punto ci si interroga sul destino di Moneta che, nato con grandi ambizioni e una distribuzione che oltre al Giornale, veniva veicolato anche da Libero e Il Tempo, e ora si limita a uscire solo in abbinata con il quotidiano fondato da Indro Montanelli. Dopo la pausa estiva, sabato Moneta riprenderà le pubblicazioni. Ma ai piani alti del gruppo è in corso una riflessione se mantenere il prodotto autonomo oppure inglobarlo come inserto settimanale nelle pagine del quotidiano, soluzione che comporterebbe notevoli risparmi. Intanto, come annunciato prima dell’estate, si pensa a rinforzare la squadra di vertice. Così ad affiancare Tommaso Cerno stanno per arrivare come vice Lirio Abbate da Repubblica e Fabrizio Massaro da Milano Finanza.

LEGGI ANCHE: Le mani di Angelucci su Pulp Podcast

Mattia Feltri lascia la direzione di HuffPost Italia

Mattia Feltri si è dimesso da direttore di HuffPost Italia, incarico che ricopriva da aprile del 2020. Lo ha reso noto Gedi, gruppo editoriale controllato da Antenna Media, comunicando l’avvio di «una nuova fase» per la testata e aprendo «la ricerca del direttore che guiderà questo percorso». Feltri, figlio di Vittorio ex direttore de il Giornale e Libero, approderà a QN – Quotidiano Nazionale, dove terrà una sua rubrica. Il gruppo, di cui fanno parte Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno, è di proprietà di Leonardo Maria Del Vecchio, che a inizio anno ha acquisito la quota di maggioranza di Editoriale Nazionale dal gruppo Monrif tramite la società Lmdv Media.

Mattia Feltri lascia la direzione di HuffPost Italia
Mattia Feltri (Imagoeconomica).

Prorogato fino al 5 settembre il taglio delle accise sul gasolio

In vista dell’ultimo controesodo estivo, il governo ha prorogato fino al 5 settembre il taglio di 17 centesimi al litro sulle accise sul gasolio, stanziando circa 130 milioni di euro: le risorse per coprire lo sconto arrivano da un sistema di anticipo dell’acconto delle tasse sui dividendi dei grandi gruppi energetici che nel 2025 hanno messo a segno ricavi che superano i 20 miliardi di euro, previsto nel decreto legge.

Il governo al lavoro per «sostegni selettivi sulla base del reddito»

Quella appena varata è però solo l’ennesima misura tampone per arginare il caro-carburanti. E, riguarda solo il gasolio, non la benzina. L’impegno ribadito nel Consiglio dei ministri è quello di far scattare nuove modalità di «sostegni selettivi sulla base del reddito». Nei prossimi giorni verrà valutata la forma di queste misure e, soprattutto, la copertura finanziaria. Dal 4 luglio, sottolinea il Codacons, i prezzi della benzina sono saliti di 19,7 centesimi al litro sulla rete stradale nazionale, mentre il diesel ha registrato un aumento di 23,8 centesimi al litro.

Fontana, Zaia, Fedriga: le diverse anime del fronte nordista della Lega

La rappresentazione di una Lega spaccata in due, con Matteo Salvini da una parte e un fronte compatto dei governatori del Nord dall’altra, rischia di essere una semplificazione. Nel partito esiste certamente un malcontento, ci sono movimenti e posizionamenti in vista dei prossimi appuntamenti politici e si respira insofferenza nei confronti del leader. Ma quando si passa ai rapporti di forza reali, il fronte anti-Salvini appare tutt’altro che omogeneo.

Fontana, Zaia, Fedriga: le diverse anime del fronte nordista della Lega
Matteo Salvini (Ansa).

Il Veneto di Stefani resta fedele al segretario

Il punto di partenza è il Veneto. Una regione che, per storia, peso elettorale e radicamento territoriale, resta fondamentale negli equilibri della Lega. Alberto Stefani, presidente della Regione, è per ora chiaramente collocato su una linea di sostegno a Salvini. Non è un dettaglio. Se il Veneto non entra compatto nella partita contro il segretario, diventa difficile parlare di un fronte settentrionale monolitico deciso a mettere in discussione la leadership.

Fontana, Zaia, Fedriga: le diverse anime del fronte nordista della Lega
Alberto Stefani al Meetin di Rimini (Ansa).

Fedriga e Zaia evitano scontri frontali

Diversa, e soprattutto più articolata, è la posizione di Luca Zaia e Massimiliano Fedriga. Entrambi rappresentano due delle figure più autorevoli dell’area amministrativa e autonomista del partito, ma nelle ultime settimane hanno mantenuto un profilo decisamente più defilato rispetto alla componente lombarda. Non sembrano intenzionati, almeno in questa fase, a trasformare le divergenze politiche in uno scontro frontale con il segretario.

Fontana, Zaia, Fedriga: le diverse anime del fronte nordista della Lega
Luca Zaia e Massimiliano Fedriga (Imagoeconomica).

Le turbolenze lombarde

È soprattutto in Lombardia, infatti, che il malcontento appare più esplicito. Attilio Fontana e Massimiliano Romeo sono tra i big che si sono esposti maggiormente, rendendo visibile la dialettica interna sulla linea politica e sugli equilibri futuri del partito. Ma proprio questa differenza di atteggiamento dimostra come sia difficile sommare automaticamente Fontana, Romeo, Zaia e Fedriga dentro un’unica corrente organizzata. Zaia, peraltro, sembra attraversare una fase diversa della propria esperienza pubblica. Sta lavorando anche a nuovi progetti di comunicazione, a cominciare dal podcast Il Fienile, e dopo il fallimento della mediazione per dare vita a una costola nordista all’interno della Lega, appare meno interessato a entrare nelle faide interne. Lo stesso vale, per motivi differenti, per Fedriga. Il presidente del Friuli Venezia Giulia continua a rappresentare un punto di riferimento importante per l’area più istituzionale della Lega, ma proprio per questo sembra avere interesse a non esasperare lo scontro interno.

Fontana, Zaia, Fedriga: le diverse anime del fronte nordista della Lega
Attilio Fontana e Massimiliano Romeo intervistati da Cesare Zapperi alla Versiliana (Ansa).

Per cambiare la leadership la strada è una: il congresso

C’è poi un elemento politico che spesso viene dimenticato. La Lega ha celebrato appena un anno fa il proprio congresso federale, dal quale Salvini è uscito confermato alla guida del movimento. La leadership del partito non può essere cambiata attraverso dichiarazioni, retroscena o riunioni tra amministratori. Se qualcuno vuole realmente aprire una fase nuova, la strada è quella prevista dalle regole del partito: convocare un congresso, presentare una proposta politica alternativa e vincerlo. Una cosa insomma è criticare la linea politica di Salvini, chiedere maggiore attenzione ai territori del Nord o contestare determinate scelte; altra è riuscire a costruire una maggioranza interna capace di sostituire il segretario.

Fontana, Zaia, Fedriga: le diverse anime del fronte nordista della Lega
Matteo Salvini confermato segretario al Congresso di Firenze del 2025 (Ansa).

Per questo, almeno per ora, i salviniani tendono a ridimensionare la fronda dei governatori, circoscrivendola soprattutto alla Lombardia, dove però oltre al capogruppo al Senato Romeo e al governatore Fontana, sulle barricate ci sono anche le segreterie provinciali chiave di Bergamo, Brescia, Sondrio e Varese. Il Veneto di Stefani resta comunque salviniano, Zaia e Fedriga non sembrano intenzionati a dare battaglia e il resto del partito osserva. I movimenti interni esistono e sarebbe sbagliato sottovalutarli. Ma tra il rumore di una fronda e la costruzione di un’alternativa politica c’è ancora molta strada. E, alla fine, nella Lega la questione della leadership potrà essere risolta soltanto nello stesso luogo in cui dovrebbe essere risolta in ogni partito: un congresso e i voti per vincerlo.

Prezzi dei carburanti ancora in rialzo, in arrivo la proroga del taglio delle accise

Non si arresta la corsa al rialzo dei prezzi dei carburanti. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy rende infatti noto che, in base agli ultimi dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Mimit, lunga la rete stradale nazionale la benzina in modalità self service costa in media 2,017 euro al litro (ieri 2,015), mentre il gasolio è arrivato a 2,137 euro al litro (ieri 2,136). Sulla rete autostradale, invece, il prezzo medio della verde è di 2,092 euro al litro per la benzina (da 2,091) e di 2,208 euro al litro per il diesel (da 2,207). Oggi alle 18 è prevista la riunione del Consiglio dei ministri che, come hanno anticipato fonti di Palazzo Chigi, dovrebbe prorogare per alcuni giorni il taglio delle accise sul gasolio.

Perché in Ucraina il dopo-Zelensky è già cominciato

La democrazia ucraina è bloccata dalla guerra e le elezioni, presidenziali e parlamentari, non ci saranno finché il conflitto sarà in corso. Il quadro è chiaro e la valutazione è sostanzialmente unanime a Kyiv dove, come è già accaduto nel corso degli ultimi anni – quando la situazione sul campo per le forze ucraine è peggiorata e gli equilibri interni hanno dato segno di cedimento – i poteri forti alle spalle di Volodymyr Zelensky hanno preso posizioni sempre più definite. Per il capo di Stato sono cresciute le difficoltà, sia a livello militare sia politico: da un lato c’è stato il fallimento della cosiddetta campagna estiva dei quaranta giorni, che ha finito per fare la stessa fine dell’offensiva del 2023 e dell’operazione di Kursk del 2024-25; dall’altro le cicliche faide interne con i relativi scandali per corruzione e i giri di poltrone hanno assottigliato il cerchio magico della Bankova.

Perché in Ucraina il dopo-Zelensky è già cominciato
Volodymyr Zelensky (Ansa).

Una campagna elettorale senza voto all’orizzonte

Il supporto militare occidentale ormai è rimasto a carico dell’Unione europea e dei cosiddetti volenterosi. E, come certificano i dati dell’Ukraine support tracker di agosto, è sì cresciuto, ma è rimasto in buona parte sulla carta, con oltre 390 miliardi di euro stanziati complessivamente dall’inizio del conflitto e 160 ancora da allocare effettivamente. Mentre gli aiuti militari nel primo semestre del 2026 sono rimasti all’incirca al livello dello scorso anno, quelli finanziari e umanitari sono scesi del 41 per cento. Al netto della propaganda tra Kyiv e Bruxelles, gli effetti si ripercuotono sulla situazione politica interna: le discese in campo, più o meno fattuali, dell’ex generale Valery Zaluzhny, ora ambasciatore a Londra, e dell’ex ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov, hanno segnato l’inizio della campagna elettorale, anche se il voto non sembra essere all’orizzonte. Solo con un trattato di pace o con una tregua consolidata e duratura gli ucraini potranno essere in futuro chiamati alle urne. E per ora di entrambi non v’è traccia.

Perché in Ucraina il dopo-Zelensky è già cominciato
Valery Zaluzhny (Ansa).

Il paradosso ucraino: sì al cambiamento, no a elezioni immediate

Indicativo è comunque il fatto che i sondaggisti abbiano iniziato a testare sia i possibili sfidanti di Zelensky per il voto presidenziale sia il peso degli eventuali e rispettivi partiti, dato che il sistema politico ucraino è misto e i poteri sono distribuiti fra capo di Stato e Parlamento, almeno in tempo di pace. Il paradosso elettorale, certificato dagli istituti di ricerca come il KIIS (Kyiv International Institute of Sociology), è che nonostante la richiesta di cambiamento sia molto forte, con circa il 67 per cento degli ucraini che vuole un’altra leadership e una rotazione al potere una volta terminato il conflitto, è accompagnata dal no deciso al voto immediato, con l’80 per cento dell’elettorato che si oppone categoricamente allo svolgimento di elezioni durante la guerra e la legge marziale ancora in vigore.

Zelensky e il miraggio di un secondo mandato

Le percentuali di gradimento dei candidati sono altrettanto netti. Negli ultimi mesi Zelensky e Zaluzhny si sono contesi il favore degli elettori, seguiti da new entry come Kyrylo Budanov, ex 007 ora a capo dell’amministrazione presidenziale, e Fedorov. Ma i possibili duelli del secondo turno, quello decisivo, sono tutti a sfavore dell’attuale presidente. Secondo il sondaggio agostano dell’istituto Socis, ad esempio, Zelensky perderebbe nettamente sia contro Zaluzhny (34 per cento contro il 66) sia contro Fedorov (36 a 64) e Budanov (40 a 60). Il presidente vincerebbe solo in un possibile ballottaggio contro Andrei Biletsky, capo del terzo corpo d’armata e fondatore del battaglione Azov, poi inquadrato nella Guardia nazionale ucraina. Insomma, un secondo mandato alla Bankova per Zelensky pare stando a questi numeri assai improbabile. Il consenso generale del capo dello Stato, secondo il Rating Group, è sotto il 60 per cento, sempre dietro agli altri tre candidati, con Zaluzhny in pole position con oltre il 70 per cento.

Perché in Ucraina il dopo-Zelensky è già cominciato
Kyrylo Budanov (Ansa).

Zaluzhny può contare sull’appoggio dall’esercito

Un possibile partito dell’ex generale raggrupperebbe oggi circa il 20 per cento dell’elettorato, stando ai dati ponderati di Politpro, e sarebbe davanti a Servitore del popolo di Zelensky, secondo con il 13 per cento. Zaluzhny può contare sulla fetta di popolazione che spinge per una linea realistica sulla guerra basata sul rifiuto di inutili offensive di logoramento, sul riarmo strutturale e sulla difesa del capitale umano, ed è supportato anche da una parte dell’esercito, dalle associazioni di veterani e ovviamente dalla rete internazionale politica, diplomatica e d’intelligence, allargata dalla sua base di Londra. In patria può contare invece sul sostegno dell’ex presidente Petro Poroshenko, rimasto uno degli oligarchi più influenti nel Paese. I legami con l’opposizione politica istituzionale potrebbero essere in questo senso un vantaggio per Zaluzhny, anche se di fronte a un concorrente come Fedorov, c’è il rovescio della medaglia.

Perché in Ucraina il dopo-Zelensky è già cominciato
Valery Zaluzhnyi (Ansa).

Fedorov gioca la carta del nuovo che avanza

L’ex ministro della Difesa ed ex ministro per la Transizione digitale è considerato l’astro nascente proprio per il fatto di aver strutturato la sua avanzata non legandosi ai vecchi poteri forti, eccetto Zelensky, considerando quest’ultimo una figura ibrida, un uomo nuovo uscito dal sempreverde cesto degli oligarchi nel 2019. Fedorov guida la fazione giovane, tecnocratica e anticorruzione, associata all’ala delusa da Zelensky e supportata da vari partner occidentali, politici e industriali, legati soprattutto alle big tech, da Space X a Palantir: i grandi investitori lo considerano non tanto un politico tradizionale da finanziare sottotraccia ma un partner operativo, attraverso il quale finanziare l’hub d’innovazione militare più avanzato al mondo nel settore dei droni e dell‘intelligenza artificiale. In questa prospettiva Fedorov sarebbe ideale come presidente, ma anche in altre posizioni chiave di governo, sarebbe utile alla causa.

Perché in Ucraina il dopo-Zelensky è già cominciato
Mykhailo Fedorov (foto Ansa).

La corsa alla Bankova ruota dunque intorno a queste tre-quattro figure, considerando Budanov allo stato attuale un alleato di Zelensky, sia al primo sia al secondo turno, o un suo sostituto trainato dallo stesso gruppo che ora regge il Paese. Il punto da chiarire è se davvero sul breve o medio periodo potrà esserci un accordo tra Russia e Ucraina, condiviso da Usa e volenterosi, che permetta lo svolgimento del voto. Nel frattempo il conflitto continuerà e Zelensky rimarrà al suo posto.