Striscia la notizia è stata chiusa. Senza neppure un funerale, che un programma del genere, in onda dal 1988, forse avrebbe anche meritato. Ora si assiste a una vera e propria diaspora, tristissima, della squadra di inviati e conduttori che per decenni ha lavorato al tg satirico.
Dal Gf vip a Ballando: cosa fanno ora i volti di Striscia
Moreno Morello e Francesca Manzini al Grande fratello vip. Jimmy Ghione a Ballando con le stelle. Vittorio Brumotti è passato a Rai1 dove ha condotto il programma Italia A/R. Roberto Lipari, comico, si arrangia con qualche spettacolo, così come Sergio Friscia. Cristiano Militello è su R101, così come Rajae Bezzaz. Dario Ballantini è in tour con i suoi spettacoli mentre Valerio Staffelli, dopo migliaia di tapiri consegnati, ha sviluppato un suo format su YouTube, Lo Staffo è sempre all’erta, dedicato alla lotta alle frodi. Ezio Greggio si gode la vita a Montecarlo mentre Enzino Iacchetti è diventato un pepato opinionista politico in tv. Luca Abete, Enrico Lucci, Stefania Petyx, Max Laudadio e Pinuccio sono sostanzialmente fermi.
Ricci fagocitatore di talenti
Insomma, ci si arrabatta, quando ci si riesce, alla periferia dell’impero televisivo, in quegli anfratti che sono sempre stati il terreno preferito per le prese in giro di Striscia sulla finzione della tv e il meretricio artistico. Nessuno degli inviati di Striscia, storicamente, è riuscito a fare il grande balzo, ad affrancarsi, a costruirsi una vera e solida carriera: perché la presa di Antonio Ricci, inventore e deus ex machina del programma, è sempre stata tanto generosa quanto salda. Lui era il genio, gli altri dei semplici sudditi. E in effetti, se ci pensiamo, da Striscia la notizia, al netto della grandezza di Ricci, non è mai emerso praticamente nessuno.
L’eccezione di Ficarra e Picone
Gli unici che probabilmente hanno avuto un vero boost dalla conduzione sono stati Ficarra e Picone, che tuttavia si sono accorti dell’abbraccio mortale di Ricci e nel 2020 hanno abbandonato il programma per dedicarsi al cinema e al teatro. Greggio era già Greggio quando iniziò a condurre il tg satirico. Iacchetti, probabilmente, è diventato qualcuno, senza però mai combinare molto al di fuori della trasmissione. Gli altri conduttori, da Gerry Scotti a Michelle Hunziker, erano già personaggi famosi, e Roberto Lipari, Sergio Friscia, o Valeria Graci sono tornati in un quasi anonimato una volta terminata l’avventura a Striscia.
Ficarra e Picone nel 2020 (Ansa).
Veline queste sconosciute
Stessa cosa per quanto riguarda le Veline: sul bancone di Striscia, dal 1988, ne sono passate una cinquantina, ma quasi nessuna si è affermata come una stella dello show business. Ci ricordiamo di Elisabetta Canalis (anche se non è chiarissimo che mestiere faccia), di Maddalena Corvaglia (idem come sopra e concorrente al nuovo Tale e quale show), di Roberta Lanfranchi (che Ricci ha fatto lavorare a Paperissima), ma poi via via i volti e i nomi diventano sfumati, belle ragazze che non hanno lasciato traccia, e che finita Striscia hanno preso altre strade.
Un sistema chiuso che Mediaset non ha potuto sfruttare
È un po’ la legge di Ricci: finché si sta a Striscia si lavora in esclusiva per Striscia, e nessun tradimento è ammesso. In questo modo, tuttavia, il programma ha trattenuto a sé tutti i potenziali talenti, e non è diventato una fucina di professionisti da cui Mediaset potesse pescare. Era un sistema chiuso, dove a comandare c’era solo lui: Ricci. Ora Striscia non c’è più, i guinzagli sono stati tolti. E quel che resta dei protagonisti del programma più detonante della storia della tv, diciamolo, non fa tanto onore alla sua grandezza.
Essendo circondati da adolescenti, osservando come si vestono i nostri figli e i loro amici, ossia prevalentemente Nike e Air Jordan (che è sempre di Nike), e dovendo strisciare, sanguinando ogni volta, la carta di credito quando i ragazzi fanno acquisti, mai avremmo pensato che Nike potesse essere in crisi. E invece il 5 novembre 2021 il titolo del brand di abbigliamento sportivo valeva in Borsa 177,5 dollari, mentre adesso, dopo meno di cinque anni, siamo a quota 35,5 dollari, un tonfo clamoroso con una perdita secca dell’80 per cento. Come è stato possibile?
Il Nike store sulla Fifth Avenue a New York (foto Ansa).
L’addio di Mbappé è stato un brutto colpo
L’azienda di Portland è sotto attacco. E adesso dovrà fronteggiare la concorrenza del marchio svizzero On anche sul calcio: Kylian Mbappé, il 28enne attaccante francese del Real Madrid, lascia infatti Nike dopo 19 anni, molla il contratto da 14 milioni di dollari annui più bonus, rifiuta un rinnovo decennale da 20 milioni di dollari annui e preferisce trasferirsi armi e bagagli da On come primo importante testimonial e partner (avrà anche una quota azionaria della società e una responsabilità sullo sviluppo dei prodotti) per lo sbarco del brand, finora specializzato nel tennis e nel running, pure nel mondo del pallone.
Un colpaccio per On e per il fresco director of football, l’ex campione francese Thierry Henry. E un duro colpo per Nike nel calcio, che di recente aveva perso pure Lamine Yamal, giovanissima star del Barcellona, passato ad Adidas.
Lamine Yamal (foto Ansa).
Il gruppo svizzero On collabora dal 2019 con Federer
Ma i grandissimi dello sport sono di casa nell’azionariato e nel management di On, che veste anche il nostro tennista Flavio Cobolli: non si deve infatti dimenticare che il gruppo svizzero collabora dal 2019 con Roger Federer e che l’ex mago della racchetta ne detiene il 2,5 per cento del capitale e viene spesso consultato per le nuove creazioni.
Il tennista italiano Flavio Cobolli con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (foto Imagoeconomica).
Torniamo comunque al tema iniziale: come mai Nike ha perso così tanta capitalizzazione nonostante lo swoosh, il “baffo“, sia praticamente ovunque?
Nike, scarsa innovazione e troppa pigrizia
In realtà le più recenti strategie non sono state esattamente lungimiranti: si imputa alla società una scarsa innovazione, poca ricerca su nuovi prodotti, nessun design di rottura, troppa pigrizia nel puntare tutto sulla massimizzazione delle vendite dei modelli classici, anche datati, sul sotto-brand Air Jordan, lasciando scoperto il segmento tecnico.
Un negozio Nike a Praga (foto Ansa).
Effetti negativi pure dalla decisione di tagliare la distribuzione dei prodotti Nike in catene di abbigliamento di terzi, favorendo invece i negozi monomarca Nike (dove però i ricavi calano del 7 per cento) e la vendita online tramite la app di Nike Digital (pure qui ricavi giù del 12 per cento).
Scarpe Nike vendute in Cina (foto Ansa).
In Cina i brand locali Anta e Li-Ning sono forti concorrenti
Per questi motivi le vendite sono complessivamente diminuite (nel 2025 i ricavi di Nike sono scesi del 10 per cento fermandosi a 46,3 miliardi di dollari) e l’assenza nei negozi di terzi ha favorito l’ascesa di brand concorrenti come On, Hoka, New Balance, e il recupero di Adidas e Brooks. Inoltre i magazzini Nike si sono riempiti e per smaltire le scorte è stata necessaria una politica di vendita aggressiva, con forti sconti che hanno assottigliato i margini e compromesso l’immagine premium di Nike. Male anche in Cina, dove i brand locali come Anta e Li-Ning sono forti concorrenti.
Alexandre Arnault (foto Imagoeconomica).
Nel cda è arrivato il figlio di Bernard Arnault
Pochi giorni fa nel consiglio di amministrazione di Nike è entrato il 34enne Alexandre Arnault, figlio di Bernard Arnault, cioè il patron di Lvmh, per portare aria fresca e idee innovative nelle stanze di Nike. Che comunque, quanto ai cali in Borsa, è in buona compagnia: proprio il già citato gruppo svizzero On, infatti, dopo aver sfiorato i 60 dollari ad azione a fine maggio 2025, ha valutazioni calate a 27,4 dollari, -54,3 per cento in poco più di un anno. Tutto per colpa di una crescita rallentata delle vendite sul mercato americano (negli Stati Uniti c’è un effetto combinato dato dalla crisi dei consumi e dai dazi imposti dal presidente Donald Trump) e di una scarsa distribuzione dei prodotti On all’ingrosso per mantenere un’immagine premium.