Ue, scelto l’italiano Carlo Comporti per la presidenza dell’Esma

Il Consiglio Ue ha scelto, nel corso della riunione degli ambasciatori dei 27, l’italiano Carlo Comporti come candidato alla presidenza dell’Esma, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati. La scelta non costituisce un via libera definitivo ma va confermata dal Parlamento europeo. Comporti ha avuto la meglio sulla danese Karen Dortea Abelskov. Entrambi sono membri del board dell’Esma.

Giorgetti: «Abbiamo vinto, è quattro mesi che ci lavoro»

Soddisfatto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che, alla Camera, ha annunciato ai cronisti la notizia prima che arrivasse la comunicazione ufficiale: «Abbiamo vinto, è quattro mesi che ci lavoro. Anche se il processo non è ancora concluso, il voto decisivo di oggi è un riconoscimento alla persona e all’Italia». «L’Esma», ha aggiunto, «ricopre un ruolo strategico e in futuro è destinata a svilupparsi come Consob europea. Sono soddisfatto per il risultato di oggi, frutto del metodo di lavoro che adottiamo dall’inizio di questa legislatura e conferma della ritrovata credibilità in Europa del nostro Paese e del governo».

Trovato morto a Parigi Siad, presunto reclutatore di Epstein

Daniel Siad, presunto reclutatore del pedofilo Jeffrey Epstein, è stato trovato morto nella sua casa vicino a Parigi. Lo ha annunciato la procura confermandolo a Le Parisien. L’uomo, 69 anni, di origine algerina ma con cittadinanza svedese e francese, era sospettato di reclutare giovani modelle per consegnarle al pedofilo americano. Cinque donne hanno sporto denuncia contro di lui. La morte è avvenuta lunedì 20 luglio 2026 a Colombes (Hauts-de-Seine), apparentemente per arresto cardiaco. La sua coinquilina, una donna di 28 anni, lo ha trovato privo di sensi in cucina e ha allertato i vicini.

Nyp: «Trump vuole Infantino segretario generale dell’Onu»

Donald Trump vorrebbe il presidente della Fifa Gianni Infantino come prossimo segretario dell’Onu. Lo riporta il New York Post citando alcune fonti, secondo le quali il tycoon ritiene che Infantino «sia rispettato da tutti nel mondo e ha un’abilità speciale di unire le persone». Il prossimo segretario generale delle Nazioni Unite sarà eletto quest’anno per sostituire Antonio Guterres, che lascerà alla fine di dicembre. In base alla prassi di assegnare il ruolo a rotazione su base geografica, questa volta toccherebbe all’America Latina o ai Caraibi, e ad una donna. Per ottenere la carica, Infantino dovrebbe ricevere l’appoggio dei 15 Paesi membri del Consiglio di sicurezza, in particolare dei cinque permanenti e con diritto di veto, ovvero Stati Uniti, Federazione Russa, Cina, Regno Unito e Francia, ed essere poi confermato dall’Assemblea generale. Tra i candidati in lizza figurano l’ex presidente cilena Michelle Bachelet e l’argentino Rafael Grossi, attuale direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica.

Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a

Abdulfatah Mujahid Al-Qahali, 47 anni, ingegnere civile, è figlio del generale Mujahid Al-Qahali, storico leader nasserista yemenita e capo tribale della confederazione Bakil, la più grande dello Yemen: oltre 10 milioni di persone e una trentina di tribù nelle regioni attorno e a nord di Sana’a.

Le accuse emiratine e l’Odissea giudiziaria

Emigrato negli Emirati nel 2001, imprenditore affermato con una fabbrica di marmo e granito a Sharjah, nel 2016 accompagnò il padre in una missione di pace ad Abu Dhabi, davanti alla leadership emiratina: la proposta era un dialogo tra tutte le parti yemenite, ospitato e patrocinato dagli stessi Emirati, per fermare la guerra iniziata con l’intervento della coalizione saudita il 26 marzo 2015. «Ma quel discorso di pace non piacque», racconta oggi a Lettera43. Il padre ripartì per lo Yemen; pochi giorni dopo, il 9 agosto 2016, furono proprio le forze speciali emiratine a prelevare Abdulfatah. L’accusa era di aver «pensato e pianificato» di inviare diesel e carburante al porto di Hodeidah. Un commercio, va detto, perfettamente legale, soggetto ad autorizzazione della stessa marina saudita ed emiratina ma mai avvenuto. «Non avevo spedito nulla. Me lo dissero in tribunale: sei qui perché pensavi. E perché tuo padre non è con noi», ricorda.

Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a
Abdulfatah Mujahid Al-Qahali (L43).

Quattro anni di detenzione prima ancora di vedere un giudice, poi una condanna a cinque anni che si sarebbe dovuta chiudere il 9 settembre 2021. La pena era scaduta ma le guardie gli ripetevano: «Non troviamo il passaporto», «non sappiamo se la causa è finita», «ti faremo uscire, adesso vediamo». Ne uscì solo a mezzanotte del 6 gennaio 2023, 16 mesi dopo la fine della pena. Ma non finì lì: per quasi altri tre anni gli Emirati lo trattennero sul loro territorio, senza sostegno economico, senza permesso di partire. La moglie e i figli, che all’inizio erano con lui negli Emirati – il figlio, con il visto scaduto, non poteva nemmeno andare a scuola – erano dovuti rientrare in Yemen: non li ha rivisti per più di nove anni. Solo il 2 novembre 2025 è atterrato a Sana’a, accolto dai festeggiamenti delle tribù di mezzo Yemen e, finalmente, dalla sua famiglia.

«Il blocco nasce dagli accordi che Riad non ha mai rispettato»

È da questa biografia che bisogna partire per capire il blocco navale contro l’Arabia Saudita annunciato nei giorni scorsi dagli houthi e quanto sia fuorviante la lettura che archivia ogni mossa di Sana’a come un ordine arrivato da Teheran, un capitolo della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele. Al-Qahali la smonta alla radice: «Questa guerra non è cominciata oggi e non c’entra nulla con la guerra irano-americana. È cominciata con l’attacco allo Yemen del 26 marzo 2015. E questo blocco nasce da una cosa sola: gli accordi che l’Arabia Saudita ha firmato e non ha mai rispettato».

Il conflitto con Riad ha una contabilità propria, fatta di impegni negoziati per anni sul canale dell’Oman – culminati nella roadmap mediata dall’Onu a fine 2023: stipendi pubblici pagati con i ricavi del petrolio, riapertura di aeroporto e porti, ripresa dell’export – e mai attuati.

«Dopo anni di negoziati in Oman, ci si era accordati: entro sei mesi la riapertura dell’aeroporto di Sana’a a tutte le compagnie e tutte le destinazioni», spiega. «Quell’aeroporto serve più di 20 milioni di persone ed è chiuso da undici anni. La gente non può uscire nemmeno per operarsi, gli studenti non possono partire. È rimasto tutto com’era».

Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a
L’annuncio degli houthi (Ansa).

I numeri dell’assedio economico

E poi ci sono i numeri dell’assedio economico, che Al-Qahali elenca uno per uno. La Banca centrale trasferita da Sana’a ad Aden. I proventi dell’export di petrolio e gas – la spina dorsale del bilancio – bloccati: «Senza quei soldi non ci sono stipendi. La gente non riceve un salario da due, tre anni. Chiedetevi come compra il cibo».

Ogni cargo diretto in Yemen deve passare da Gibuti per le ispezioni: «Lo tengono fermo uno, due mesi. Un container costava 1000, 2 mila dollari; oggi arriva a 10 mila. E tutti questi costi ricadono sui più poveri». Intanto il cibo, spesso, marcisce in attesa. Non sorprende che l’Onu classifichi lo Yemen tra le più gravi crisi umanitarie del pianeta, con oltre 22 milioni di persone bisognose di assistenza e 18,3 milioni in insicurezza alimentare acuta (OCHA, piano 2026). Le condizioni per fermare tutto, dice, sono già scritte negli accordi disattesi: riapertura di aeroporti, porti e strade interne; il rilascio dei prigionieri di guerra – «più di 20 mila persone nelle carceri, in Yemen, in Arabia Saudita, negli Emirati» – e la restituzione dei fondi trattenuti.

«Se Riad torna a firmare, tutto riapre immediatamente». Il blocco, tiene a precisare, non tocca il traffico internazionale: «Bab el-Mandeb è aperto a tutti i Paesi. È chiuso solo per le navi da e per i porti sauditi. Non vogliamo problemi con il mondo: il nostro problema è con chi ci assedia».

Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a
Lo stretto di Bab el-Mandeb.

Lo Yemen e quell’etichetta di proxy iraniano

Sull’etichetta di «proxy iraniano» che l’Occidente cuce addosso a Sana’a, Al-Qahali allarga le braccia: «Non tutti sono houthi. Nelle aree di Sana’a vivono più di 20 milioni di persone, e non tutte hanno a che fare con l’Iran. In Yemen ci sono tanti partiti e tante tribù. La gente qui vuole solo vivere: medicine, cibo, la possibilità di curarsi».

I numeri gli danno ragione: quasi tutti in Yemen appartengono a una tribù, e la sola Bakil, con i suoi oltre 10 milioni di membri, conta da sola più persone di quante il movimento houthi ne abbia mai inquadrate. È questo tessuto tribale e politico, ben più antico e più largo di quello guidato da Ansar Allah, a reggere la tenuta di Sana’a dopo 11 anni di conflitto. E alla domanda se lo Yemen andrà alla guerra contro sauditi ed emiratini, rovescia la prospettiva: «Chiedete prima chi ha cominciato. Non siamo andati noi ad attaccarli: sono entrati loro nel nostro Paese, senza alcun mandato delle Nazioni Unite e senza che nessun governo li avesse chiamati. Noi non vogliamo un’altra guerra. Se firmano, riaprono e lasciano lo Yemen, sarà un bene per loro e per noi: dobbiamo essere buoni vicini».

Il nodo di Bab el-Mandeb e l’assedio saudita dello Yemen visti da Sana’a
Una protesta contro l’Arabia Saudita a Sana’a (Ansa).

L’Europa si ricorda dello Yemen «solo quando si ferma il petrolio»

C’è un messaggio, infine, per l’Italia e per l’Europa, «che dello Yemen si ricordano solo quando si ferma il petrolio»: «Con voi non abbiamo alcun problema: siete nostri amici, e Bab el-Mandeb per voi è aperto. Ma aiutateci: fate da partner, con le Nazioni Unite, con Londra e Washington. Se l’Europa si impegna, tutti vedranno qual è il vero problema dello Yemen e chi lo ha creato».

Parla già da uomo politico, Al-Qahali. E infatti l’annuncio arriva: lo farà con il partito di suo padre, il Tanzim al-Tashih, raccogliendone l’eredità nasserista. Il progetto è quello che descrive con le parole semplici di chi ha visto il fondo: «Un futuro migliore per la nostra gente, istruzione, buone condizioni per tutti, buone relazioni con il mondo. L’Europa è la nostra migliore amica, da sempre». Da quando c’erano i romani… Sorride: «Da allora».

L’Agenzia Ue per la cultura taglia 2 milioni di euro alla Biennale 

A seguito della valutazione giuridica e della raccomandazione della Commissione, l’Agenzia europea per la cultura e l’educazione ha deciso di interrompere la sovvenzione in corso di 2 milioni di euro a favore della Fondazione La Biennale di Venezia. L’ha reso noto un portavoce della Commissione Ue. «Gli eventi culturali, finanziati con il denaro dei contribuenti europei, dovrebbero salvaguardare i valori democratici, promuovere il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione — valori che non vengono rispettati nella Russia odierna».

Il caso del padiglione russo

La vicenda riguarda il padiglione russo della mostra. Nonostante la contestazione del ministro della Cultura Alessandro Giuli, la Fondazione aveva deciso di ospitarlo. La struttura non è mai stata aperta al pubblico e la Biennale ha sempre sostenuto che la sua presenza non violasse le sanzioni europee. Ma la polemica già a marzo era arrivata a Bruxelles, che aveva chiesto chiarimenti e avvertito che la prosecuzione dell’iniziativa avrebbe potuto comportare la perdita dei fondi. E così è stato.

Trump impone nuovi dazi al 50 per cento al Canada

Donald Trump ha annunciato nuovi dazi del 50 per cento contro le importazioni di alcuni prodotti dal Canada. La presidenza degli Stati Uniti ha detto di voler imporre le tariffe, che entreranno in vigore fra 30 giorni, come ritorsione per le misure adottate da Ottawa contro le merci statunitensi, considerate discriminatorie. Ha citato i dazi canadesi del 25 per cento su alcune auto statunitensi, il presunto trattamento di sfavore riservato al formaggio americano rispetto a quello europeo e il divieto di vendita di alcolici prodotti negli Stati Uniti imposto in molte province canadesi. Si tratta in gran parte di misure introdotte in risposta proprio ai primi dazi imposti da Trump sulle merci canadesi. I nuovi dazi riguarderanno prodotti che vanno dal vino ai bastoni da hockey al cemento, e anche prodotti che dovrebbero essere esclusi dai dazi secondo l’accordo commerciale fra Stati Uniti, Canada e Messico. Saranno esclusi invece il pesce, le terre rare (metalli fondamentali per moltissime produzioni tecnologiche), i sali di potassio (usati in agricoltura) e prodotti già sottoposti a dazi.

Regno Unito, Andy Burnham è diventato premier

Andy Burnham è ufficialmente diventato premier del Regno Unito. Ex sindaco di Manchester e nuovo leader del partito laburista, è stato ricevuto da re Carlo prima di pronunciare il suo discorso di insediamento. Prima, Keir Starmer aveva pronunciato il suo ultimo discorso al numero 10 di Downing Street per poi recarsi dal sovrano a rassegnare le sue dimissioni. Per re Carlo si tratta del quarto insediamento di un primo ministro in appena quattro anni di regno.

Il discorso di insediamento di Burnham

Nel suo primo discorso da primo ministro, Burnham ha detto di voler «mostrare al mondo che la Gran Bretagna può ritrovare la stabilità», evidenziando che la sua elezione rappresenta «un momento di svolta» e promettendo un «nuovo modello economico e politico» con un maggiore controllo pubblico delle risorse e un piano di reindustrializzazione, con forte sostegno per le imprese britanniche. Rivolgendosi direttamente alle persone «stanche della politica», soprattutto nelle «zone dimenticate del Paese», ha promesso un percorso decennale di progresso e miglioramento, impegnandosi a presentare in tempi brevi un piano per ridurre il costo della vita e dare modo alla gente di «riprendere il fiato». Burnham ha solo accennato alle riforme che intende avviare, ma ha toccato i temi a lui più cari, come l’impegno a costruire case popolari e la determinazione a ridurre il potere di Westminster dando maggiore autonomia a città e regioni.

La Russia ha convocato l’incaricato d’affari italiano

L’incaricato d’affari italiano nella Federazione russa, Giovanni Scopa, è stato convocato al ministero degli Esteri russo, dopo l’espulsione di due addetti militari dell’Ambasciata russa a Roma, avvenuta il 9 luglio. Il governo italiano aveva infatti espulso Ivan Petrovich Gorbachev e Mikhail Vasilyevich Astakhov, considerandoli responsabili di alcune attività di spionaggio emerse in un’inchiesta della procura di Roma. «Mosca continua a usare le sue armi ibride per attaccare l’Occidente e l’Italia. Un’ingerenza grave e inaccettabile per le Istituzioni italiane e per la sicurezza nazionale», aveva scritto la Farnesina in una nota. La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova aveva dichiarato che la Federazione avrebbe dato una risposta adeguata alle espulsioni, senza fornire dettagli. Questa la controreplica del ministro degli Esteri Antonio Tajani: «Il problema è che i due espulsi dall’Italia facevano attività di spionaggio a danno della sicurezza nazionale. E questo è dimostrato. Non è stato un capriccio dell’Italia. La Russia può fare tutte le ritorsioni che vuole, si tratta di vendette. Devono dimostrare che coloro che espelleranno sono delle spie. La nostra è una scelta basata su fatti, la loro è politica».

Burnham proclamato leader del Labour: dal 20 luglio sarà premier

Nel giorno in cui è stato proclamato leader del Partito laburista al posto di Keir Starmer, nel suo primo discorso da premier in pectore Andy Burnham (visibilmente commosso) si è detto pronto a governare e a promuovere «una politica di cambiamento» nel Regno Unito, «dopo 40 anni di neoliberalismo che non sono stati gentili» verso «persone e luoghi» che «hanno aspettato troppo a lungo che la politica ridesse loro la speranza».

Burnham non dovrà passare dal voto degli iscritti

Burnham è stato proclamato grazie al sostegno plebiscitario del gruppo parlamentare di maggioranza (350 su 400 circa) e dei sindacati affiliati al Labour. Essendo l’unico concorrente per la leadership del partito, non dovrà sottoporsi al voto degli iscritti e subentrerà automaticamente a Starmer come capo del governo dopo il passaggio rituale di consegne a Downing Street, fissato per lunedì 20 luglio.

Le promesse di Burnham nel suo primo discorso

«Tutti hanno colto l’appello degli abitanti di Makerfield, a nome dei luoghi dimenticati di tutto il Paese, da nord a sud, per un ritorno al Partito Laburista che un tempo conoscevano. E ora noi rispondiamo a quell’appello. Torneremo ad essere quella versione del Partito Laburista», ha assicurato Burnham, facendo riferimento alla circoscrizione in cui si sono tenute le elezioni suppletive che gli hanno permesso di ottenere un seggio a Westminster, conditio sine qua non per poter ricoprire la carica di premier. Nel corso del suo primo discorso da leader laburista, il “Re del Nord” ha inoltre ribadito di non voler inseguire i temi sbandierati dalla destra rampante e da Reform UK, il partito di destra guidato da Nigel Farage. Ha poi invocato l’unità del Labour contro il «frazionismo», ricordando di aver sostenuto tutti i capi del partito nella sua vita politica. Da lunedì a Londra sarà operativa anche una sorta di sede bis del governo, che si occuperà del decentramento evocato dal premier entrante per garantire una strategia politica, economica e sociale più attenta ai territori depressi dell’Inghilterra settentrionale (da dove proviene Burnham, finora sindaco della Greater Manchester), che da decenni lamenta gli effetti dell’abbandono e della deindustrializzazione.

Sesta notte di raid Usa, l’Iran risponde colpendo anche in Siria

Gli Stati Uniti hanno bombardato l’Iran per la sesta notte consecutiva. Il Centcom ha riferito in un post su X che le forze Usa, «tra cui aerei da combattimento, droni e navi da guerra, hanno lanciato munizioni di precisione colpendo decine di obiettivi militari iraniani», come «decine di siti di sorveglianza costiera e di difesa aerea, infrastrutture logistiche militari e capacità marittime». Secondo quanto riportato dall’agenzia iraniana Irib, nel mirino degli Stati Uniti è Bandar Abbas, che ospita una base del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Le forze Usa hanno colpito diversi ponti nel tentativo di interrompere le vie di rifornimento verso Bandar Khamir, città portuale affacciata sullo stretto di Hormuz. Il ministero della Salute iraniano ha dichiarato che 38 persone sono rimaste uccise e oltre 400 ferite negli attacchi statunitensi contro la Repubblica Islamica a partire dal 22 giugno.

La rappresaglia iraniana nel Golfo e anche oltre

In risposta i pasdaran hanno lanciato numerosi raid contro le basi militari americane in Qatar, Bahrein, Kuwait, Oman e anche più lontano, in Siria. I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato di aver condotto un attacco contro il centro di comando americano ad al-Tanf, al confine con Iraq e Giordania, che avrebbe «distrutto un sistema radar e diversi elicotteri, uccidendo un gran numero di soldati statunitensi». Washington aveva annunciato a febbraio il ritiro dalla base di al-Tanf e la cessione del controllo all’esercito siriano. Le forze armate di Kuwait e Qatar hanno reso noto di aver subito attacchi aerei all’alba di venerdì, mentre in Bahrein sono risuonate due volte le sirene d’allarme. Per quanto riguarda l’Oman, i pasdaran hanno dichiarato di aver distrutto un radar di controllo aereo statunitense nella regione di Ghanim, e un radar di controllo marittimo sullo stretto di Hormuz.

Trump: «Sistema elettorale a rischio brogli, la Cina ha rubato dati»

«Le elezioni americane sono vulnerabili ai brogli e al rischio che vengano rubate». Lo ha denunciato Donald Trump nel corso del suo discorso alla nazione, assicurando agli americani che lavorerà con le autorità locali per mettere al sicuro le midterm di novembre dalle «scioccanti debolezze» emerse, tra cui le interferenze straniere. Il tycoon ha portato ad esempio i casi del Venezuela e della Cina. La Cia – ha riferito – ha ottenuto informazioni su un complotto legato al regime di Nicolas Maduro per truccare le elezioni americane del 2020. La Cina, invece, è responsabile «di quella che è ritenuta la più vasta violazione di dati elettorali della storia» a partire dal 2020, grazie alla quale ha «acquisito illecitamente i dati di 220 milioni di elettori statunitensi». La Cina, ha continuato, «non voleva che Trump vincesse le elezioni» e voleva aiutare Joe Biden. Per questo, ha anche cercato di «fabbricare schede illegali» per l’ex presidente. «Ho dato indicazione alle agenzie competenti di indagare sull’insabbiamento delle interferenze cinesi», ha concluso Trump.

Ucraina, il rimpasto di Zelensky va avanti: Koretsky nuovo primo ministro

La Verkhovna Rada ha approvato la nomina di Sergiy Koretsky come nuovo primo ministro dell’Ucraina, proposta dal presidente Volodymyr Zelensky. Il via libera del parlamento di Kyiv è arrivato con il voto favorevole di 289 deputati. Koretsky succede alla dimissionaria Yulia Svyrydenko, che ha guidato il governo ucraino per un anno esatto (aveva assunto l’incarico il 17 luglio 2025).
Koretsky non ha una carriera politica alle spalle: viene infatti dal mondo degli affari. Il suo ultimo incarico è stato quello amministratore delegato della compagnia energetica statale Naftogaz (dal 2025) e prima ancora era stato ceo di Ukrnafta. Secondo i media ucraini, Koretsky è stato scelto da Zelensky per la sua reputazione di efficace gestore delle crisi.

Ucraina, il rimpasto di Zelensky va avanti: Koretsky nuovo primo ministro
Sergiy Koretsky.

Proteste in Ucraina per la rimozione del ministro della Difesa

Il rimpasto di governo annunciato da Zelensky, iniziato nei mesi scorsi non si fermerà con la nomina di Koretsky. Il capo della Bankova ha infatti deciso di non confermare nell’esecutivo il ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, estremamente popolare aver trasformato in soli sei mesi ha l’approccio di Kyiv alla guerra, tramite l’automazione e l’uso di droni e robot (in precedenza aveva guidato il ministero per l’Innovazione tecnologica). Zelensky non ha ancora motivato la sua rimozione, ma da tempo si parlava di rapporti tesi tra il capo delle forze armate Oleksandr Syrskyi e Fedorov, che sarà sostituito da Ihor Klymenko, ministro degli Interni uscente.

Ucraina, il rimpasto di Zelensky va avanti: Koretsky nuovo primo ministro
Mykhailo Fedorov (Ansa).

Fedorov, dal canto suo, con un messaggio sui social ha elencato i principali risultati raggiunti, tra cui il blocco dei sistemi Starlink per le forze di Mosca e la campagna contro la logistica russa in Crimea. La decisione di Zelensky e il successivo passo indietro di Fedorov non è stato accettato da buona parte della società civile: numerosi gli ucraini scesi in strada a Kyiv come in altre città del Paese per protestare contro il presidente.

Cosa prevede l’intesa sui droni tra Ue e Ucraina

La presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky hanno siglato un Drone Deal, un accordo di sinergia industriale per la produzione di droni. Secondo quanto rivelato dal Financial Times, Kyiv ha ottenuto dall’Ue una deroga per una parte della tranche da 6 miliardi di euro del prestito da 90 accordato da Bruxelles per acquistare componenti per droni dalla Cina. Su questo sviluppo, ha osservato il foglio britannico, ci sono due aspetti da sottolineare. Il primo è che l’Europa non ha le capacità industriali per soddisfare le richieste dell’Ucraina. Il secondo è che la deroga mette in evidenza il ruolo di Pechino nella fornitura di armamenti a entrambe le parti nel conflitto che dura ormai da oltre quattro anni, sebbene l’Ue abbia accusato la Cina di essere il principale facilitatore della guerra della Russia contro l’Ucraina. Interpellato a riguardo, l’esecutivo Ue ha cercato di derubricare la questione, ricordando che tali deroghe rappresentano un’eccezione limitata e non la regola. Nell’ambito del nuovo partenariato, la Commissione, sempre sulla base del prestito da 90 miliardi di euro, ha sborsato un ulteriore miliardo all’Ucraina per l’acquisto e la produzione di droni. L’intesa punta ad avviare entro la fine del 2026 la produzione congiunta di droni e sistemi anti-drone e ad estendere la cooperazione alla produzione di missili antibalistici entro il 2028.

Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)

La Germania è il grande malato d’Europa e Friedrich Merz non è certo il cancelliere che può curarla. Così la pensano tre tedeschi su quattro: solo il 18 per cento degli elettori ritiene che l’erede di Angela Merkel stia facendo un buon lavoro. La politica tedesca è impantanata fra la necessità di riforme interne che vengono solo abbozzate e la realtà del contesto internazionale che acuisce l’impressione di quanto il governo di Berlino sia incapace di ritrovare il ruolo guida avuto con Frau Merkel e, ancor prima, con Helmut Kohl. E poi c’è l’economia che ristagna, il Pil che crescerà meno dell’1 per cento nel 2026, con i pilastri dell’industria nazionale che vacillano. Su tutti quello dell’automobile, con la Volkswagen a simboleggiare la grandezza in declino.

Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)
Il Ceo di Volkswagen Oliver Blume (Ansa).

Le stime parlano di 50 mila posti di lavoro in meno

In questi giorni Oliver Blume, amministratore delegato della casa di Wolfsburg, ha quantificato per la prima volta la portata del ridimensionamento già ampiamente annunciato: si tratterebbe della perdita di circa 50 mila posti di lavoro in tutto il mondo, una cifra conseguente al piano di riduzione dei costi amministrativi, infrastrutturali e di supporto alle attività principali. Costi che al momento sono ancora superiori del 20 per cento rispetto alla media delle aziende internazionali comparabili. Perciò il mercato sta diventando insostenibile. Già qualche settimana fa il consiglio di sorveglianza dell’azienda aveva respinto la prima proposta di Blume per un ulteriore pacchetto di riduzione dei costi che prevedeva la possibile perdita fino a 100 mila occupati in tutto il mondo. Anche secondo i nuovi numeri comunque quattro stabilimenti in Germania potrebbero essere a rischio chiusura: Hannover, Emden, Zwickau e quello Audi di Neckarsulm. Un disastro. 

Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)
Una manifestazione davanti al quartier generale Volkswagen a Wolfsburg (Ansa).

I tedeschi hanno smesso di spendere

La crisi della Volkswagen non è certo una novità, come non lo è l’indebolimento dell’economia tedesca dovuto prima alla pandemia e poi all’avvio del conflitto fra Russia e Ucraina. Senza contare l’avvento di Donald Trump e la ridefinizione dei rapporti transatlantici, fra dazi e guerre energetiche. In Germania l’inflazione ha portato negli ultimi anni a un calo dei consumi. L’aumento dei salari avrebbe dovuto compensare la crescita dei prezzi e stimolare il mercato, ma oggi i tedeschi anziché spendere di più preferiscono risparmiare. Secondo l’Istituto tedesco per la ricerca economica (Diw), il tasso di risparmio, pari al 10,8 per cento, è significativamente più alto rispetto a quello registrato nei 10 anni precedenti la pandemia. Così anche l’industria automobilistica ha dovuto affrontare le difficoltà legate alle vendite deludenti e ai costi della transizione ai veicoli elettrici.

Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)
Merz e Trump (fImagoeconomica).

Le difficoltà di Volkswagen in Cina e negli Usa

Per il gruppo Vw, oltre all’Europa, i mercati di vendita più rilevanti sono la Cina e gli Stati Uniti e c’è poco da stare allegri. La piazza europea è debole e probabilmente smetterà di crescere, su quella statunitense i profitti si stanno erodendo a causa delle tariffe doganali. In Cina poi i tedeschi dovrebbero recuperare il terreno perduto nel settore della mobilità elettrica, ma l’impresa è persa in partenza: i cinesi si sono ormai concentrati sulla produzione di veicoli elettrici grazie a consistenti sussidi, non hanno bisogno di importare, mentre i bassi salari, i costi energetici e i prezzi di acquisto contenuti offrono un ulteriore vantaggio competitivo. Volkswagen, a lungo leader di mercato in Cina, con una quota di mercato vicina al 40 per cento, si ritrova adesso con le braghe calate. Pechino controlla i due terzi del mercato e la concorrenza cinese sta penetrando sempre più nel mercato europeo.

Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)
Uno stabilimento Volkswagen (Ansa).

Quali sono le cause del tracollo?

Il suicidio è dovuto a vari fattori. I vertici di Vw si sono adagiati sugli allori dopo i successi passati, ne ha raccolto i frutti e si sono addormentati davanti alle sfide del futuro. Il dieselgate del 2015 è stato un duro colpo al quale si è aggiunta l’incapacità di previsione: secondo gli analisti, Volkswagen si è concentrata troppo sullo sviluppo di veicoli nei segmenti di prezzo medio-alto, prestando poca attenzione ai veicoli più piccoli e accessibili, si è aggrappata al diesel per troppo tempo e ha sottovalutato il potenziale della mobilità elettrica. In un contesto in cui i pagamenti di dividendi, pari a circa 28 miliardi di euro tra il 2021 e il 2025, non hanno rispecchiato granché la salute del gruppo.

Cosa c’è dietro la crisi di Volkswagen (e della Germania)
Uno stabilimento Volkswagen (Ansa).

L’ipotesi di riconversione dall’automobilistico al militare

Per il futuro, anche prossimo, qualcuno ai piani alti di Wolfsburg vede un’ancora di salvezza nella riconversione dal settore automobilistico a quello militare, con la benedizione di Merz, secondo il quale la Germania fra un paio d’anni dovrebbe costituire l’esercito convenzionale più ampio e forte d’Europa: all’ultima fiera della sicurezza e della difesa Enforce Tac di Norimberga, Vw ha presentato due prototipi di veicoli militari, entrambi sviluppati presso la fabbrica di Osnabrück. Qui viene ancora prodotta tra l’altro la T-Roc Cabriolet, almeno fino al 2027, poi arriverà forse il momento delle versioni militari di Amarok e Crafter. Dalla decappottabile per le vacanze al pick-up in versione bellica il passo è breve. Bisognerà vedere se davvero questa sarà la soluzione per salvare il gigante tedesco.

Iran: nuovi raid Usa, a Teheran spunta un enorme manifesto con Trump in una bara

Le forze statunitensi hanno condotto una nuova ondata di attacchi contro l’Iran. I raid sono iniziati alle ore 12 italiane e sono andati avanti fino alle 13:30. Gli Usa, ha spiegato il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) «hanno lanciato munizioni di precisione contro i sistemi di difesa costiera e i siti di stoccaggio e lancio di missili da crociera sull’isola di Grande Tunb». I raid, ha evidenziato il Pentagono annunciandone l’avvio, hanno avuto l’obiettivo di «degradare ulteriormente le capacità militari che le forze iraniane hanno utilizzato per attaccare le navi commerciali nello stretto di Hormuz».

Teheran punta il dito contro Washington

Esmaeil Baghaei, portavoce del ministero degli Esteri iraniano, ha affermato che i nuovi attacchi Usa hanno ulteriormente rafforzato la determinazione dell’Iran a ottenere giustizia e a chiamare i responsabili a risponderne: «La lista dei crimini di Washington si allunga di giorno in giorno».

Lo stretto di Hormuz resta bloccato

In tutto questo, lo stretto di Hormuz resta chiuso: nelle ultime 24 ore, scrive l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, almeno due navi sono state fermate in seguito a colpi di avvertimento sparati dalla Marina dei Guardiani della rivoluzione. Inoltre i pasdaran, a seguito della reintroduzione del blocco navale da parte degli Stati Uniti, hanno minacciato di interrompere tutte le esportazioni di energia dal Medio Oriente.

Il manifesto con Trump dentro una bara

Intanto, mentre prosegue l’escalation militare nel Golfo, in piazza Enghelab, nel centro di Teheran, è stato svelato un nuovo enorme manifesto raffigurante Donald Trump all’interno di una bara, accompagnato da minacce di morte per il presidente americano. In altri manifesti, posti in diversi luoghi della città, si vedono invece la Casa Bianca avvolta dalle fiamme e le bare di Trump e di altri esponenti dell’amministrazione Usa.

Il bando del governo Usa per finanziare gruppi europei filo-MAGA

Il Dipartimento di Stato americano ha pubblicato online bandi per sovvenzioni da 1 a 3 milioni di dollari per progetto destinati a think tank, organizzazioni non governative e istituti di educazione europei che promuovono i valori conservatori cari all’Amministrazione Trump: dalla difesa della sovranità nazionale alla lotta contro la censura online, fino al contrasto all’immigrazione. Il denaro verrà distribuito a due o tre beneficiari: in tutto, il Dipartimento di Stato è pronto a stanziare 5 milioni a favore dei gruppi europei allineati con il movimento MAGA.

Il dito puntato contro gli Stati e le istituzioni sovranazionali

Nel bando si legge che i governi e le istituzioni sovranazionali europee si stanno usando leggi contro l’incitamento all’odio e norme sui contenuti online per sopprimere la libertà di parola e la partecipazione politica dei cittadini. I fondi messi a disposizione da Washington per i gruppi che strizzano l’occhio all’agenda “America First” si inseriscono in un più ampio sforzo da parte dei funzionari a stelle e strisce di contestare le politiche europee in materia di libertà di espressione online e sovranità nazionale. Secondo il Financial Times, che cita alcune fonti, le sovvenzioni del Dipartimento di Stato per diffondere i “valori americani” rientrano nelle celebrazioni per il 250esimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America.

Hormuz, perché il pedaggio di Trump era una tassa folle e impossibile

Partiamo da dove siamo rimasti, cioè dal distributore sotto casa. Benzina a 1,88 euro al litro e in salita da nove giorni, perché il 3 luglio il governo ha lasciato scadere il taglio delle accise senza dire una parola. Tempismo perfetto: proprio mentre il Brent sfondava gli 85 dollari, più 10 per cento in una settimana, sull’ennesima fiammata dello Stretto di Hormuz. Da quel braccio di mare, prima della guerra, passava un quinto del petrolio mondiale. Oggi il traffico si è quasi fermato: sei transiti in 12 ore, contro i 18-22 al giorno di inizio mese. E Teheran punta i piedi: lo stretto resterà chiuso fino a che non cesseranno le aggressioni degli Usa.

L’ultima trovata di Trump e l’imbarazzo di Rubio

Ed è qui che lunedì Donald Trump ha piazzato la sua ultima trovata con tradizionale retromarcia. Su Truth Social si è autoproclamato, maiuscole sue, «GUARDIANO DELLO STRETTO DI HORMUZ», annunciando il ritorno del blocco navale contro l’Iran. E siccome ogni guardiano che si rispetti presenta la parcella, eccola: il 20 per cento del valore di ogni carico in transito, «per una questione di EQUITÀ». Venti giorni fa il suo segretario di Stato, Marco Rubio, spiegava che «a nessun Paese è permesso far pagare pedaggi o commissioni su una rotta internazionale, lo dice il diritto internazionale». Lo diceva contro Teheran. Il suo presidente ha tentato di fare esattamente ciò che Rubio bollava come illegale, e Lula, da San Paolo, gli ha ricordato il nome tecnico dell’operazione: «Questo una volta si chiamava pirateria».

Hormuz, perché il pedaggio di Trump era una tassa folle e impossibile
Marco Rubio (Imagoeconomica).

Un precedente rischioso

A Teheran, ovviamente, hanno brindato. Il ministro degli Esteri Araghchi ha risposto su X con un sarcasmo che vale un trattato: «Il presidente degli Stati Uniti ha assolutamente ragione. Chiunque fornisca un passaggio sicuro alle navi dev’essere compensato. L’Iran è sempre stato il guardiano dello stretto e lo resterà per sempre. Il 20 per cento è ovviamente troppo: noi saremo corretti». Tradotto: Washington ha appena legittimato la tesi iraniana del pedaggio.

L’Organizzazione marittima internazionale ha ribadito che «non esiste alcuna base legale per pedaggi obbligatori in uno stretto internazionale», ma il precedente rischiava di essere fissato e valere per chiunque controlli un collo di bottiglia: la Russia nell’Artico, la Cina intorno a Taiwan, la Turchia sul Bosforo.

Colpo di TACO: niente pedaggio ma accordi con il Golfo

La retromarcia, puntuale, è arrivata 25 ore dopo, poco prima dell’entrata in vigore della tassa: niente più pedaggio, ha annunciato Trump, ma «accordi commerciali e di investimento» che i Paesi del Golfo faranno negli Stati Uniti. «Enormi», naturalmente. Quali, non è dato sapere. Anche perché Emirati, Arabia Saudita e Qatar avevano già promesso a Washington, prima della guerra, qualcosa come 3.600 miliardi di dollari di investimenti. Karen Young, della Columbia University, l’ha definita «più sceneggiata che strategia, un modo per salvare la faccia». Resta il concetto, che è identico: chi protegge incassa. Prima in contanti, ora in natura. E il blocco navale sui traffici iraniani, quello, parte lo stesso.

Hormuz, perché il pedaggio di Trump era una tassa folle e impossibile
Donald Trump e Mohammed bin Zayed (Ansa).

I conti dell’armatore

Ma lasciamo per un attumo la geopolitica per fare i conti come li fa chi una nave la deve far passare davvero. Chi spedisce merce via mare assicura il carico al 110 per cento del valore, per coprire anche le perdite conseguenti. Prima della guerra il premio war-risk per Hormuz era una frazione di punto percentuale; oggi viaggia tra il 2 e il 6 per cento del valore della nave, con il 5 che sta diventando la nuova normalità. Già così è uno shock. Il pedaggio di Trump, però, giocava in un altro campionato: il 20 per cento del valore del carico supera il margine commerciale di quasi qualunque merce. Non è un costo che si assicura o si spalma sul nolo: è la chiusura commerciale della rotta travestita da tariffa. Ecco perché è morto in 25 ore: non c’era armatore al mondo disposto a pagarlo. E in cambio di quale protezione, poi? Il collaudo c’è già stato ed è finito malissimo. Lunedì due petroliere degli Emirati, la al-Bahiya e la Mombasa, hanno attraversato lo stretto scortate dalle navi da guerra americane. I missili dei Pasdaran le hanno colpite lo stesso, in acque omanite: un marittimo indiano morto, otto feriti, incendi a bordo. Un servizio di sicurezza che costa il 20 per cento e non ferma nemmeno un missile: neanche le organizzazioni a cui questo schema somiglia osano tanto. Le compagnie di navigazione, che non leggono i tweet ma le polizze, avevano già deciso: si sta alla larga.

Hormuz, perché il pedaggio di Trump era una tassa folle e impossibile
Petroliera nello stretto di Hormuz (Ansa).

Il nodo energetico e le ricadute economiche

Dal mare alle nostre tasche il passo è breve. I noli container sono esplosi: più 75 per cento dalla Cina alla costa Est americana, più 51 verso il Nord Europa, più 45 verso il Mediterraneo. Per un Paese come l’Italia, che importa materie prime e riesporta manufatti, la logistica morde due volte, all’andata e al ritorno. E il gas non aiuta: il Ttf resta sopra i livelli di febbraio per il quarto mese consecutivo, il che significa bollette che non scendono proprio mentre i consumi delle famiglie si stanno già restringendo. Il capo economista della Bce, Philip Lane, ha già avvertito che i rincari energetici non si sono ancora scaricati del tutto su alimentari e servizi. Figuriamoci quelli nuovi. La Banca d’Italia lo ha scritto nero su bianco: se l’energia continua a salire, crescita zero nel 2026 e recessione nel 2027. Mentre il dibattito pubblico italiano si avvita sulla riforma della legge elettorale e sull’emergenza sicurezza, l’emergenza vera viaggia su una petroliera che non parte: bollette, carrello, cassa integrazione. Il verdetto arriva il 10 agosto, con il dato Istat sulla produzione di giugno. Sotto l’ombrellone, come da tradizione. Quando la chiameranno «crisi imprevedibile», ricordatevi che era stata scritta in questi giorni.

Lo stretto di Hormuz resterà chiuso fino a che non cesseranno le aggressioni Usa

Il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dell’Iran (Irgc) ha annunciato che lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso fino alla fine degli «atti di aggressione» statunitensi, secondo una dichiarazione trasmessa dalla televisione di Stato iraniana Irib. Negli ultimi giorni Washington ha lanciato una serie di attacchi contro l’Iran e ha ripreso il blocco dei suoi porti. L’Irgc ha anche dichiarato di aver colpito alcune installazioni utilizzate dalla Quinta flotta statunitense in Bahrein. Nonostante il blocco dello stretto, Trump non è comunque intenzionato a cessare gli attacchi contro Teheran: «Continueranno finché non dirò basta. L’energia la lascerò per ultima. La prossima settimana colpiremo le centrali elettriche e i ponti»

Incendio in un edificio nel centro di Bruxelles: numerose vittime

Un incendio si è sviluppato nella torre Oxy, complesso residenziale del centro di Bruxelles la cui ristrutturazione si era conclusa recentemente: le vittime accertate sono quattro. Ma ci sono anche diversi dispersi. Secondo quanto riportato da Le Soir, nella mattinata era divampato un piccolo rogo al secondo piano dell’edificio, poi spento: ma le fiamme sarebbero riuscite a propagarsi nel vano ascensore, provocando un incendio al suo interno. Alcune persone, infatti, sono state rinvenute senza vita proprio in un ascensore del complesso. Proseguono le ricerche dei dispersi: potrebbero trovarsi in un secondo ascensore che i vigili del fuoco non sono ancora riusciti a raggiungere. Diversi i feriti: due persone con ustioni sono state trasportate all’Ospedale Militare di Neder-over-Heembeek. Le cause dell’incendio sono ancora in fase di accertamento.

Cos’è “Pickaxe Mountain”, il sito iraniano che Trump minaccia di attaccare

«Colpiremo Pickaxe Mountain. Dite agli iraniani di tenersi pronti». Lo ha detto Donald Trump, avvertendo che gli Stati Uniti intendono continuare a infliggere duri colpi alla Repubblica Islamica: «Lo stiamo tenendo d’occhio. Probabilmente faremo un tentativo relativamente presto». Dopo le affermazioni del presidente Usa, Teheran ha affermato di essere pronta a «dare una risposta devastante» agli Stati Uniti: «A pagare il prezzo saranno i soldati americani e i loro partner regionali», ha detto una fonte iraniana alla Cnn. Ecco cos’è il sito conosciuto come “Pickaxe Mountain”, che Trump ha messo nel mirino.

Dove si trova Pickaxe Mountain e i tunnel al suo interno

Pickaxe Mountain, in italiano “Montagna del Piccone”, è il nome con cui Washington indicano il monte Kuh-e Kolang Gaz (in farsi “Cappello del giudice”), che si trova a 30 chilometri a sud di Isfahan, nei pressi dell’impianto iraniano di arricchimento dell’uranio di Natanz: si tratta di un sito fortemente fortificato, che ospita due complessi di tunnel situati a grande profondità (fino a quasi mille metri) nel sottosuolo.

I sospetti di Washington e la versione di Teheran

I servizi di intelligence americani sospettano che il regime iraniano stia cercando di costruire all’interno di Pickaxe Mountain un impianto per l’arricchimento dell’uranio, che fungerebbe da «garanzia strategica» per il suo programma nucleare. All’avvio dei lavori nel 2020, Teheran ha informato l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica che il sito sarebbe stato destinato esclusivamente alla produzione di nuove centrifughe. Da allora l’Iran non ha cambiato versione, ma ha sempre negato all’Aiea l’accesso all’impianto: la circostanza alimenta i sospetti che Pickaxe Mountain sia un sito destinato alla fase più avanzata di arricchimento dell’uranio, fino al raggiungimento della purezza necessaria per la costruzione di bombe nucleari. Si ritiene inoltre che l’Iran vi abbia già trasferito materiali altamente arricchiti.

Il sito sarebbe a prova di bombe guidate anti-bunker

I rapporti dell’intelligence statunitense indicano che la struttura è stata scavata in profondità all’interno della montagna, sotto centinaia di metri di solido granito, in modo da proteggerla dalle potenti bombe guidate anti-bunker Massive Ordnance Penetrator, usate già contro gli impianti atomici di Fordow, Esfahan e Natanz. Secondo la maggior parte degli esperti militari, per “disattivare” il sito di Pickaxe Mountain occorrerebbe piazzare esplosivi ad alto potenziale direttamente dentro al sito, all’interno della montagna.