L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?

In Europa i giovani scendono in piazza per protestare contro le condizioni precarie delle scuole, la carenza di insegnanti, le aule fatiscenti e i meccanismi poco trasparenti di accesso alle università. In Cina i media raccontano questo malessere studentesco per esaltare il proprio sistema educativo e sottolineare il declino della competitività europea. Eppure, dietro l’ascesa internazionale degli atenei cinesi e degli eccellenti risultati conseguiti dagli studenti, si nascondono diverse ombre. Una su tutte: Pechino immette troppi laureati in un mercato nazionale del lavoro che non riesce ad assorbirli.

L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?
La Southern Medical University a Baiyun, Guangzhou (foto Unsplash).

I disordini europei inquietano gli studenti cinesi

Il Global Times, il tabloid legato al quotidiano ufficiale del Partito comunista cinese, ha scritto che le proteste a Parigi hanno sconvolto la vita degli studenti cinesi nei campus. La chiusura della maggior parte degli edifici universitari e le lezioni spostate online hanno «reso la quotidianità scomoda e i giovani riluttanti a uscire». E ancora: «Vedere la città in cui vivono danneggiata e la vita delle persone comuni sconvolta ha anche creato un senso di inquietudine negli studenti». L’agenzia statale Xinhua ha invece spiegato che i disordini europei rifletterebbero profonde pressioni economiche e sociali, tra crescita debole, margini ristretti di manovra fiscale e un modello di welfare sotto stress.

L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?
L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?
L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?
L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?
L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?
L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?
L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?
L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?
L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?
L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?
L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?

Livelli eccellenti in matematica, scienze e lettura

La Cina celebra spesso i progressi del suo sistema educativo rilanciando i risultati del Programme for international student assessment (Pisa). Questa indagine promossa dall’Ocse valuta le competenze degli studenti 15enni in diversi Paesi del mondo. Nell’ultimo report del 2025 il gigante asiatico ha ottenuto valori considerevoli: il 55,5 per cento dei suoi alunni ha raggiunto livelli eccellenti (5 o 6, i più alti della scala) in matematica, scienze e lettura. La Francia si è fermata invece al 9,8 per cento. Il divario è ancora più evidente in ambito scientifico. In matematica, in particolare, è arrivato ai livelli più alti il 30 per cento degli studenti cinesi, contro lo 0,7 per cento di quelli francesi.

L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?
Peking University a Pechino (foto Unsplash).

Tra propaganda e diplomazia pubblica

I dati Pisa della Cina riguardano soltanto quattro aree tra le più sviluppate del Paese (Pechino, Shanghai e le province del Jiangsu e dello Zhejiang) e non l’intera popolazione studentesca nazionale. Il campione non restituisce quindi un quadro completo del sistema educativo cinese, ma tanto basta al Partito per convincere il mondo della superiorità e dell’efficacia del suo sistema educativo. Nel 2022 il ministero dell’Istruzione di Pechino ha incluso, tra gli obiettivi del suo piano annuale, il «conseguimento di un buon risultato» nel test Pisa. A che fine? Per mettere in mostra i successi dell’istruzione cinese e attirare l’attenzione internazionale.

L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?
Studenti cinesi (foto Ansa).

Le università ai primi posti delle classifiche

Gli atenei cinesi hanno raggiunto i vertici delle classifiche globali che misurano la quantità e la qualità della ricerca scientifica. Un esempio emblematico è il Leiden ranking elaborato dal Centre for science and technology studies dell’Università di Leiden, nei Paesi Bassi. L’edizione 2025 colloca la Zhejiang University al primo posto – davanti alla Shanghai Jiao Tong University e ad Harvard – e comprende altri sette atenei cinesi tra i primi 10.

L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?
Studentesse di Medicina alla Zhejiang University (foto Ansa).

Spesi 781 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo

Questa crescita è stata favorita da investimenti sempre più consistenti. Secondo i dati Ocse, infatti, nel 2023 la Cina ha speso 781 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo contro gli 823 miliardi degli Stati Uniti. Nel 2007 il divario era molto più ampio: 136 miliardi per Pechino, 462 miliardi per Washington. La spesa media per ricercatore ha inoltre raggiunto i 305 mila dollari in Cina, a fronte di una media europea di 268 mila.

Il paradosso: troppi laureati, poco lavoro

L’espansione dell’istruzione superiore in Cina ha portato 270 milioni di cittadini, quasi un quinto della popolazione, a ottenere un titolo di studio universitario o equivalente. Un altro traguardo che il governo di Xi Jinping sbandiera all’estero, ma che nasconde un grave problema interno: paradossalmente ci sono troppi laureati. Quest’anno se ne contano 12,7 milioni, 480 mila in più rispetto al 2025. Il mercato del lavoro fatica ad assorbire una simile domanda. Il tasso di disoccupazione tra i giovani di età compresa tra i 16 e i 24 anni si aggira non a caso intorno al 15,6 per cento.

L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?
Xi Jinping (Ansa).

Eliminate le (inutili) discipline umanistiche

Le università cinesi stanno adattando i programmi di studio in linea con l’esigenza governativa di trasformare il Paese in leader mondiale nell’alta tecnologia. Tra il 2021 e il 2025 gli atenei hanno così eliminato oltre 12 mila corsi di laurea considerati obsoleti, per lo più in discipline umanistiche, introducendone al contempo 10.200 in settori emergenti. La discrepanza tra le competenze offerte dai laureati e quelle richieste dalle aziende è però sempre più evidente. Toccherà al Partito trovare un modo per risolvere il problema. Ed evitare che il malcontento dei giovani sfoci in proteste come in Europa.

Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute

«Kim Jong-un ha subito un’emorragia cerebrale molto grave. Nonostante i tentativi di rianimazione in un ospedale di Pechino, è deceduto senza possibilità di salvezza». Solo una delle solite voci mischiate a suggestioni e fake news che circolano ciclicamente sulla salute del dittatore? Questa volta le indiscrezioni sulla presunta morte del presidente della Corea del Nord sono arrivate da un dissidente cinese.

È bastato qualche post su X di Wanjun Xie, un noto divulgatore di bufale che vive negli Stati Uniti, per indurre decine di media internazionali a rilanciare la notizia del trapasso di Kim. Poco importa che la propaganda di Pyongyang sia subito intervenuta pubblicando diverse fotografie che lo mostrerebbero vivo e vegeto durante una fiera nella capitale. I rumors sul destino del «Grande leader» continuano a susseguirsi senza tregua.

Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un (foto Imagoeconomica).

Obesità, pressione alta e diabete: riguardati, Kim…

Le chiacchiere sul fisico del 42enne Kim, non proprio in forma, del resto si rincorrono da tempo, pur senza diagnosi mediche ufficiali. La condizione principale che salta all’occhio è quella dell’obesità grave: secondo una valutazione dell’intelligence sudcoreana datata 30 settembre 2026, l’autocrate peserebbe oltre 140 chili. Il peso eccessivo si trascina dietro altre eventuali complicanze: nel luglio 2024, secondo quanto hanno riferito parlamentari sudcoreani citando il servizio segreto Nis, Kim avrebbe mostrato sintomi compatibili con pressione alta e diabete. Occhio anche alla storia familiare: sia suo padre, Kim Jong-il, sia suo nonno, Kim Il-sung, sono morti per problemi cardiaci. Nel 2023 si è parlato anche di insonnia e disturbi del sonno, associandoli soprattutto all’elevato consumo di alcol e nicotina. Ovviamente nessuno può avere accesso alla sua cartella clinica e poi raccontare come sta davvero.

Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute

Chi è questo Wanjun Xie, presidente del Partito democratico cinese

Ma tornando a Wanjun Xie, chi è costui? Sulla piattaforma social di Elon Musk ha oltre 160 mila follower, si presenta come presidente del Partito democratico cinese, un movimento di opposizione, messo al bando dalle autorità di Pechino, che punta a proporsi come alternativa al Partito comunista. Secondo la sua ricostruzione, Kim avrebbe avuto un’emorragia cerebrale e sarebbe stato trasferito nella capitale cinese per ricevere cure urgenti.

Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Xi Jinping con Kim Jong-un (Ansa).

Xie, che in passato ha diffuso speculazioni e illazioni anche sulla morte del presidente cinese Xi Jinping, ha quindi sostenuto che il leader nordcoreano sarebbe deceduto e che il suo corpo sarebbe stato riportato segretamente in patria. Pyongyang avrebbe fatto di tutto per nascondere il decesso.

Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un (foto Imagoeconomica).

I media nordcoreani si sono affrettati a pubblicare foto del leader

L’agenzia statale nordcoreana Korean Central News Agency e il quotidiano Rodong Sinmun hanno pubblicato, in risposta, diverse foto di Kim, immortalato in visita a una mostra di abbigliamento di Pyongyang assieme alla figlia Kim Ju-ae. Le immagini sono state pubblicate poche ore dopo gli spifferi fatti trapelare da Xie. Non sappiamo a quando risalgano, ma – come ha sottolineato la Bbc – esistono svariati motivi per dubitare delle affermazioni del dissidente cinese.

Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute

Un ipotetico peggioramento delle condizioni di salute di Kim avrebbe infatti spinto la Cina a rafforzare la frontiera con la Corea del Nord per prepararsi a potenziali instabilità e contenere flussi di rifugiati. I funzionari dell’intelligence sudcoreana hanno inoltre comunicato di non aver ricevuto alcuna conferma in merito al fantomatico decesso di Kim.

Uno strano blackout dei siti ufficiali di Pyongyang dopo la notizia

Nelle 24 ore successive al tam tam mediatico, quasi tutti i siti ufficiali nordcoreani erano irraggiungibili dall’esterno per cause ancora da chiarire. La spiegazione di Xie? Si tratterebbe di un’interruzione su larga scala della rete internet del Paese, conseguenza di una crisi nella successione al potere innescata dalla morte di Kim. «L’ascesa al potere della figlia di Kim Jong-un, Kim Ju-ae, sarebbe stata ostacolata. E la sorella del leader, Kim Yo-jong, avrebbe preso il controllo senza riuscire a consolidarlo saldamente», ha scritto il dissidente.

I precedenti: quella volta col bastone, le voci sull’intervento al cuore

Non è la prima volta che Kim viene dato per morto. Nel 2014 il presidente nordcoreano sparì dalla scena pubblica per una quarantina di giorni, alimentando voci incontrollate sulla sua salute. Ricomparve poi con un bastone da passeggio: i servizi d’intelligence sudcoreani riferirono che era stato operato per rimuovere una cisti alla caviglia.

Kim Jong-un è morto? Perché tornano i rumors e cosa si sa sulla sua salute
Kim riapparso in pubblico nel 2020.

Nel 2020 qualcuno insinuò il suo decesso dopo un delicato intervento cardiovascolare. Anche in questo caso Kim riapparve durante l’inaugurazione di una fabbrica, smentendo le voci.

Le indiscrezioni alimentano dubbi sulla stabilità del governo

Perché qualcuno dovrebbe rilanciare simili fake news? Per alimentare dubbi sulla stabilità del governo nordcoreano. La salute di Kim Jong-un è infatti una questione strategica per Seul, Washington e Pechino, dato che la sua dipartita potrebbe generare un vuoto di leadership in un Paese dotato di armi nucleari. Sullo sfondo resta poi il nodo della successione: chi sarà l’erede di Kim?

Cosa trasmette la tivù di Kim in Corea? Propaganda ma anche qualche sorpresa

Film che promuovono la grandezza nazionale. Notizie dal mondo filtrate attraverso le lenti della propaganda ufficiale. E soprattutto incessanti resoconti sulle attività quotidiane di Kim Jong-un. Cosa trasmette in Corea del Nord la televisione? Una programmazione che ruota attorno all’agenda politica del suo leader e all’ideologia socialista. Il controllo dello Stato è totale, i criteri della censura sono rigidissimi. Negli ultimi anni tuttavia si sono intravisti timidi segnali di cambiamento. Nei palinsesti hanno fatto la loro apparizione alcune novità sorprendenti: cartoni animati Disney–Pixar, film stranieri e persino partite di Champions League.

Cosa trasmette la tivù di Kim in Corea? Propaganda ma anche qualche sorpresa
Una parata sulla televisione norcoreana (foto Ansa).

Kctv, il più importante canale nordcoreano

Il principale canale della tivù nordcoreana si chiama Korean Central Television (Kctv): copre le attività della leadership, diffonde gli annunci e le decisioni del Partito dei lavoratori che governa, fornisce aggiornamenti sulle iniziative economiche e manda in onda documentari storici, programmi culturali ed educativi. Fino a 10 anni fa la Kctv trasmetteva dalle 17 alle 22, mentre oggi va in onda, anche via satellite e visibile all’estero, dalle 9 del mattino. «Ogni fiction televisiva e radiofonica deve essere ratificata dalle massime autorità, fin dalla fase iniziale di pianificazione», ha raccontato qualche anno fa all’Istituto sudcoreano per l’educazione all’unificazione Jang Hae-sung, ex sceneggiatore della Kctv.

Cosa trasmette la tivù di Kim in Corea? Propaganda ma anche qualche sorpresa
Un telegiornale della propaganda nordcoreana.

In Corea del Nord esistono quattro canali. Oltre alla Kctv esistono Mansudae Television, Ryongnamsan Television e Sports Television. La prima propone film e notizie internazionali e trasmette il venerdì e il sabato dalle 19 alle 22, mentre la domenica va in onda dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 22. Ryongnamsan Tv, lanciata nel 2012, è invece dedicata all’istruzione e alla cultura con programmi trasmessi nelle sere dei giorni feriali dalle 18 alle 22. Sports Television, inaugurata nel 2015, è infine l’emittente più recente: va in onda nei fine settimana, dalle 18 alle 22, ed è interamente dedicata alla programmazione sportiva, con un focus sugli eventi nazionali.

Cosa trasmette la tivù di Kim in Corea? Propaganda ma anche qualche sorpresa
Kim a cavallo in televisione.

Il palinsesto di Kim: documentari e film patriottici

Ma quindi cosa c’è da vedere sulla più importante televisione della Corea del Nord? I titoli dei programmi offerti dalla Kctv spaziano dallo «Spettacolo celebrativo per l’81esimo anniversario della fondazione del Partito del lavoro di Corea, alla presenza di Kim Jong-un» a uno speciale sul «generale Kim Jong-il patriota senza pari». Ci sono documentari sugli animali e film patriottici. Tra i più recenti spiccano Days and Nights of Confrontation, un thriller prodotto dal Korean April 25 Film Studio che parla di un complotto per assassinare il leader nordcoreano.

Cosa trasmette la tivù di Kim in Corea? Propaganda ma anche qualche sorpresa
Una scena del film sul complotto per assassinare il leader nordcoreano.

E anche 72 Hours, un kolossal locale sulla prima fase della Guerra di Corea degli Anni 50. Tra le serie più apprezzate c’è A New Spring in the Paekhak Plain, una fiction incentrata sui progetti di sviluppo rurale promossi da Kim Jong-un.

Cosa trasmette la tivù di Kim in Corea? Propaganda ma anche qualche sorpresa
Una scena del film sulla Guerra di Corea.

Trasmessi pure Ratatouille e Buzz Lightyear

Mansudae, a differenza della Kctv, è specializzata nel diffondere contenuti internazionali. Trasmette film stranieri, come il russo The Pilot: A Battle for Survival e l’indiano Pulimurugan, e manda saltuariamente in onda anche pellicole Disney-Pixar. Alcuni esempi? Ratatouille e Buzz Lightyear, entrambi doppiati in coreano. Non risultano in ogni caso conferme ufficiali sul fatto che Pyongyang detenga i diritti per diffondere questi contenuti.

Cosa trasmette la tivù di Kim in Corea? Propaganda ma anche qualche sorpresa
Buzz Lightyear trasmesso in Corea.

Tra Champions League e propaganda moderna

Kim ha modernizzato la propaganda per renderla più coinvolgente e accattivante senza discostarsi dalla linea del Partito. Il rinnovamento ha interessato anche la televisione che adesso propone una programmazione più articolata. Sempre più numerose, per esempio, sono le partite di calcio internazionale trasmesse dalla Kctv, con evidenti violazioni del copyright: si va dalle gare di Premier League, spesso mandate in onda con mesi di ritardo, a casuali incontri di Champions. In occasione del Mondiale 2026 sono stati addirittura fatti vedere spezzoni pirata dei match. «Come faccia la Kctv a ottenere le partite è un mistero», si legge in un paper sul tema pubblicato dal think tank 38 North.

Guerra, propaganda, biodiversità: i segreti della Zona demilitarizzata tra le due Coree

La chiamano Zona demilitarizzata (Dmz) ma in realtà è una delle frontiere più armate del mondo. Nella penisola coreana, a ridosso del 38esimo parallelo, corre il confine invalicabile e fortificato che separa la Corea del Nord di Kim Jong-un dalla Corea del Sud. Questa striscia di terra, larga 4 chilometri e lunga 248, piena di torri di guardia e fortificazioni, divide due Paesi tecnicamente in guerra dal 1953. Nel corso degli anni la Dmz ha ospitato saltuari incontri diplomatici tra Pyongyang e Seul, ed è stata scossa anche da diversi incidenti, tra cui diserzioni di soldati nordcoreani, scontri a fuoco e, soprattutto, esplosioni di ordigni.

Guerra, propaganda, biodiversità: i segreti della Zona demilitarizzata tra le due Coree
Kim Jong-un (Ansa).

Le mine della discordia (circa 2 milioni) sul confine coreano

All’interno della Zona demilitarizzata ci sono circa 2 milioni di mine. Sono sepolte nell’area per scongiurare eventuali incursioni nemiche e spesso feriscono i militari che pattugliano il confine. L’ultimo episodio risale al 21 settembre, quando tre ufficiali sudcoreani in servizio nei pressi di Paju sono rimasti contusi a causa della deflagrazione di una mina. Per Seul sarebbe stata piazzata dai soldati di Pyongyang a Sud della cosiddetta linea di demarcazione militare, la vera separazione tra Nord e Sud, nel settore della Dmz situato nella parte sudcoreana.

Guerra, propaganda, biodiversità: i segreti della Zona demilitarizzata tra le due Coree
Ricerca di mine nella Dmz (foto Ansa).

Il retaggio più evidente di un conflitto congelato

Il ministro della Difesa della Corea del Sud, Kang Shin-chul, al termine delle indagini preliminari sull’accaduto, ha detto che «si tratta di una chiara violazione dell’accordo di armistizio. Adotteremo le misure conseguenti». La Corea del Nord ha invece respinto le accuse descrivendo l’incidente come una «farsa meschina» orchestrata da Seul. La frontiera coreana è il retaggio più evidente di un conflitto congelato. Sui due lati i soldati sono infatti pronti a entrare in guerra in qualsiasi momento.

Guerra, propaganda, biodiversità: i segreti della Zona demilitarizzata tra le due Coree
Soldati sudcoreani presidiano i confini con la Zona demilitarizzata (foto Ansa).

Tra propaganda e provocazioni

È questa tensione asfissiante che nel 1993 spinse l’allora presidente statunitense Bill Clinton a definire la Dmz come «il luogo più spaventoso della Terra». Ma cosa succede sul confine? Le truppe di Pyongyang e Seul si osservano a vicenda. Fino al 2025 enormi altoparlanti disposti su entrambi i lati del confine trasmettevano a tutto volume: dalla Corea del Sud risuonavano musica K-pop ed elogi alla democrazia, dalla Corea del Nord propaganda pro-Kim e attacchi contro il governo sudcoreano. La guerra psicologica è stata alimentata anche da particolari palloni aerostatici usati dagli attivisti sudcoreani per trasportare oltre frontiera volantini e materiale anti-regime.

Guerra, propaganda, biodiversità: i segreti della Zona demilitarizzata tra le due Coree
Soldati nordcoreani (foto Ansa).

Un Luna park turistico

In Corea del Sud alcune aree della Zona demilitarizzata sono diventate gettonate mete turistiche. I visitatori, oltre 1,2 milioni all’anno, possono osservare da vicino la frontiera, visitare i tunnel scavati dalla Corea del Nord per attaccare Seul, acquistare t-shirt, spille e souvenir marchiati Dmz, e scattare foto ricordo da punti panoramici. Anche Pyongyang, prima della pandemia e della chiusura del Paese ai viaggiatori stranieri, effettuava tour organizzati lungo il confine.

Guerra, propaganda, biodiversità: i segreti della Zona demilitarizzata tra le due Coree
Guerra, propaganda, biodiversità: i segreti della Zona demilitarizzata tra le due Coree
Guerra, propaganda, biodiversità: i segreti della Zona demilitarizzata tra le due Coree
Guerra, propaganda, biodiversità: i segreti della Zona demilitarizzata tra le due Coree
Guerra, propaganda, biodiversità: i segreti della Zona demilitarizzata tra le due Coree
Guerra, propaganda, biodiversità: i segreti della Zona demilitarizzata tra le due Coree
Guerra, propaganda, biodiversità: i segreti della Zona demilitarizzata tra le due Coree

Ma anche culla della biodiversità

Nei 73 anni trascorsi dalla fine della guerra la Dmz si è trasformata per puro caso anche in un paradiso ecologico. Il vasto territorio comprende habitat distinti. Le zone umide del settore occidentale, per esempio, offrono rifugio alle gru migratrici, mentre le montagne orientali ospitano il cervo muschiato siberiano e l’orso nero asiatico. L’Istituto nazionale di ecologia sudcoreano ha documentato nell’area la presenza di quasi 6 mila specie, tra cui oltre 100 considerate a rischio estinzione. Tra queste figurano l’orso della Luna, la gru coronata di rosso, la spatola dalla maschera nera, il leopardo dell’Amur e la lince eurasiatica.

Cina, India e Corea del Sud: le nuove sfide dell’aviazione asiatica

In Asia il settore dell’aviazione civile sta attraversando una fase di profondi cambiamenti innescati da due fattori complementari. Da un lato la guerra in Iran, con l’interruzione delle forniture di petrolio e la conseguente impennata dei prezzi del carburante. Dall’altro la crescita delle rotte, dei passeggeri e degli investimenti nei mercati più dinamici del continente. Il risultato è un quadro in continua evoluzione nel quale si iniziano già a intravedere potenziali vincitori e vinti. 

I conti delle compagnie aeree cinesi

In Cina nel primo semestre del 2026 le tre maggiori compagnie aeree statali – Air China, China Eastern Airlines e China Southern Airlines – hanno registrato una perdita complessiva di 8,2 miliardi di yuan (quasi 1,2 miliardi di dollari). A pesare sono stati i costi del carburante aumentati tra il 35 e il 38 per cento. I ricavi sono comunque cresciuti sostenuti dalla domanda internazionale. La compagnia di bandiera Air China ha chiuso il semestre con 341 milioni di dollari di perdite, in aumento del 27 per cento su base annua, e ricavi per circa 13,3 miliardi di dollari (+10,5 per cento). China Eastern si è fermata rispettivamente a 327 milioni (+53,8 per cento) e 11 miliardi (+11 per cento). Infine China Southern: oltre 550 milioni di perdite (+141,8 per cento) e 14 miliardi di ricavi (+9,7%). Eppure i vettori del Dragone stanno continuando ad ampliare le proprie flotte con i velivoli prodotti dalla cinese COMAC, il principale costruttore di aerei commerciali del Paese, e ad aprire nuove rotte internazionali. Si va dal collegamento Pechino–Venezia di Air China allo Xiamen–Londra di Xiamen Airlines, a quelli Pechino–Helsinki e Guangzhou–Bishkek di China Southern fino allo Shenzhen–Sydney di Shenzhen Airlines. Negli ultimi otto mesi la Cina ha inoltre inaugurato 115 rotte cargo: 41 verso l’Europa, 57 in Asia, 13 verso il Nord America, tre verso l’Africa e una verso il Sud America. Il caro carburante pesa sui bilanci ma le compagnie cinesi continuano a scommettere sull’espansione globale per conquistare (nel lungo periodo) nuovi passeggeri e mercati.  

Cina, India e Corea del Sud: le nuove sfide dell’aviazione asiatica
Un aereo Air China (Ansa).

La crisi del vettore malese AirAsia

AirAsia, il colosso low cost del Sud-est asiatico, si trova invece in una situazione finanziaria disastrosa. Al 30 giugno presentava passività correnti per 4,5 miliardi di dollari e circa 240 milioni in liquidità, uno dei saldi più bassi tra le compagnie aeree monitorate a livello globale da Bloomberg. La compagnia malese prevede di raccogliere un miliardo sui mercati internazionali entro gennaio per ristrutturare il debito esistente. Secondo Reuters avrebbe però bisogno di almeno 3 miliardi di nuovi capitali per tornare a respirare. Nel frattempo il vettore ha tagliato le rotte meno redditizie, restituito 25 aeromobili alle società di leasing e rinegoziato i contratti con i fornitori per ridurre i costi. «Siamo in salute. Siamo sostenibili», ha dichiarato in conferenza stampa il cofondatore di AirAsia, Tony Fernandes, smentendo le voci sul possibile fallimento dell’azienda. 

Cina, India e Corea del Sud: le nuove sfide dell’aviazione asiatica
epa12931630 Travelers queue to check in at an Air Un banco check-in di Air Asia all’aeroporto di Suvarnabhumi in Thailandia (Ansa).

La crescita dell’India e le fusioni coreane 

Per Airbus il mercato dell’aviazione destinato a crescere più rapidamente al mondo è quello dell’India. Nelle previsioni per il periodo 2026-2045 il costruttore ha alzato dall’8,9 per cento al 9,3 per cento la stima di crescita media annua del traffico domestico. Il mercato indiano potrebbe inoltre aver bisogno di 3.480 nuovi aerei passeggeri nei prossimi 20 anni. È anche per questo che Adani Defence & Aerospace, un ramo del Gruppo Adani, tra i maggiori conglomerati del Paese, starebbe valutando l’ingresso nel settore aereo. Una simile mossa aumenterebbe la concorrenza in un mercato oggi dominato da IndiGo e Air India, che insieme controllano oltre il 90 per cento del traffico nazionale. Semaforo verde invece in Corea del Sud per l’acquisizione di Asiana Airlines da parte di Korean Air. Dopo sei anni l’iter è stato approvato dalle autorità. Il valore dell’operazione è di circa 1.800 miliardi di won (1,6 miliardi di dollari) per un altro gigante pronto a sfidare i player indiani e cinesi. In Asia e nel resto del pianeta.

 

Il turismo per rilanciare economia e consumi: l’ultima sfida di Pechino

Le antiche città dell’impero, le metropoli futuristiche, i paesaggi rurali e i luoghi simbolo della Rivoluzione comunista. La Cina punta forte sul turismo per rilanciare l’economia nazionale e stimolare i consumi interni. Negli ultimi mesi Pechino ha ampliato le politiche di esenzione dal visto, esteso il numero degli Stati beneficiari e lavorato all’apertura di nuove rotte aeree internazionali, oltre ad aver incrementato i collegamenti già esistenti. L’intenzione è chiara: trasformare il Paese in una “potenza turistica” entro il 2030.

Entro il 2030 potrebbero raggiungere il 6,7 per cento del Pil

Nel 2025 la Cina ha registrato 154,5 milioni di arrivi dall’estero (+17,1 per cento su base annua) che hanno generato un giro d’affari pari a 131,1 miliardi di dollari (+39,2 per cento). Nel prossimo quinquennio il Dragone vuole raggiungere i 190 milioni di ingressi internazionali annui, con una spesa complessiva superiore ai 150 miliardi, e almeno 8,3 miliardi di viaggi interni. Questi numeri, nelle intenzioni del governo, dovrebbero rendere il turismo uno dei settori trainanti dell’economia. Morgan Stanley ha stimato che i ricavi complessivi del turismo in Cina, comprendendo sia i visitatori domestici sia stranieri e i viaggi di lavoro, rappresenteranno il 6,7 per cento del Pil entro il 2030 (contro il 4,8 per cento del 2024).

Il turismo per rilanciare economia e consumi: l’ultima sfida di Pechino
Lo skyline di Shanghai (Ansa).

Più esenzioni dal visto per incrementare gli arrivi stranieri

Una delle misure più importanti adottate dal governo di Xi Jinping per incentivare il turismo è stata l’ampia estensione delle esenzioni dal visto. La misura riguarda oggi oltre il 77 per cento degli arrivi esteri. Nei primi sei mesi del 2026 questa politica ha contribuito a far crescere del 20,4 per cento su base annua il numero di ingressi di cittadini stranieri in Cina, arrivati a quota 22,9 milioni. Pechino spera che questi visitatori spendano il più possibile e che tornino a casa con un’impressione positiva del Paese.

Il turismo per rilanciare economia e consumi: l’ultima sfida di Pechino
Xi Jinping (Ansa).

La scommessa del “turismo rosso”

I turisti internazionali sono soliti visitare le grandi città, dalla capitale Pechino all’avveniristica Shanghai, passando per la cyberpunk Chongqing, ma anche mete classiche come la Grande Muraglia o l’Esercito di terracotta. I turisti cinesi stanno invece alimentando il cosiddetto hongse luyou, il turismo rosso che richiama milioni di visitatori in siti, musei e località collegate alla storia del Partito, alla Rivoluzione e alla nascita della Repubblica Popolare. Le mete più gettonate includono Yan’an, base del Partito durante la guerra civile, Shaoshan, città natale di Mao Zedong, Jinggangshan, uno dei luoghi simbolo della rivoluzione comunista, e Nanchang, legata alla nascita dell’Esercito Popolare di Liberazione. Non esiste una statistica nazionale omogenea in grado di quantificare il fenomeno nel suo complesso. Il ministero della Cultura e del Turismo lo calcola tra i viaggi domestici che nel 2025 hanno generato una spesa di circa 900 miliardi di dollari.

Il turismo per rilanciare economia e consumi: l’ultima sfida di Pechino
L’Esercito di terracotta (Ansa).

I viaggiatori spendono ancora troppo poco

Nonostante i numeri incoraggianti, resta un problema: i viaggiatori spendono ancora troppo poco. Secondo una ricerca di Trip.com citata dal Wall Street Journal, nel 2025 i visitatori stranieri hanno speso in media circa 2.200 dollari a testa: una cifra considerevole ma inferiore ai due terzi della spesa media sostenuta dai turisti stranieri negli Stati Uniti. Sul fronte interno non va meglio: nella prima metà del 2026 sono stati effettuati 3,5 miliardi di viaggi domestici, in aumento del 5,4 per cento su base annua, ma la spesa è cresciuta appena del 2 per cento raggiungendo circa 478 miliardi di dollari. Ancora troppo poco per considerare il turismo un vero volano per l’economia.

Non solo Russia e Cina: come cambia la rete diplomatica di Kim Jong-un

Il primo ministro russo Mikhail Mishustin lo ha definito un «simbolo di amicizia». Il suo omologo nordcoreano Pak Thae-song ha parlato di un «evento storico». Russia e Corea del Nord hanno inaugurato un ponte stradale lungo il confine. Dietro la solida intesa tra Kim Jong-un e Vladimir Putin, così come nelle relazioni tra Pyongyang e Pechino, ci sono tuttavia esigenze strategiche più che ideologiche. Ed è questo che muove la nuova diplomazia di Kim, intenzionato a mantenere ottimi rapporti con il vicinato ma anche ad ampliare la sua rete di alleanze per acquisire influenza internazionale.

Non solo Russia e Cina: come cambia la rete diplomatica di Kim Jong-un
Kim e la figlia nel 2024 (Ansa).

Il ponte tra Russia e Corea del Nord

Il ponte Yakov Novichenko, intitolato all’ufficiale sovietico che nel 1946 salvò il primo leader nordcoreano Kim Il-sung da un attentato, collega Russia e Corea del Nord attraverso il fiume Tumen. Al netto della propaganda, la sua realizzazione è stata tutt’altro che lineare. L’inaugurazione prevista per il 19 giugno è slittata a fine agosto e i lavori sul lato russo risultavano completati solo al 65 per cento. Anche i costi sono lievitati: i 100 milioni di dollari inizialmente stanziati dal Cremlino sono raddoppiati. Presentato da Mosca e Pyongyang come un’infrastruttura commerciale e civile, il ponte potrebbe anche essere utilizzato per lo scambio di personale militare, di operai, di tecnologia bellica e risorse energetiche.

Non solo Russia e Cina: come cambia la rete diplomatica di Kim Jong-un
L’inaugurazione del ponte sul fiume Tumen (Ansa).

L’equilibrismo necessario di Kim tra Pechino e Mosca

Gli interessi però vengono prima dell’amicizia. Kim e Putin hanno infatti siglato un Trattato di partenariato strategico globale che, tra le varie aree di collaborazione, prevede una clausola di assistenza militare reciproca in caso di necessità. I legami con Mosca sembrano dunque solidi, ma dietro questa intesa ci sono due aspetti da considerare. La Corea del Nord sa innanzitutto di dover mantenere un equilibrio diplomatico tra Russia e Cina, evitando di avvicinarsi troppo a una delle due potenze per non compromettere i rapporti con l’altra.

Non solo Russia e Cina: come cambia la rete diplomatica di Kim Jong-un
Vladimir Putin con Kim Jong-un nel 2019 (Ansa).

Allo stesso tempo Kim non intende trasformare Pyongyang nel satellite di un alleato più forte. «L’allineamento tra Russia e Corea del Nord rimane fondamentalmente pragmatico e contingente, fondato più sulla convenienza a breve termine che su una solida architettura di alleanza», ha scritto l’Australian Journal of International Affairs. La diffidenza è evidente anche nei legami con la Cina. La sponda del Cremlino ha notevolmente accresciuto il senso di indipendenza nordcoreano dal Dragone, sfidando il quasi monopolio cinese sull’influenza geopolitica esercitata sul vicino. La convergenza tra Kim e Putin non è vista di buon occhio a Pechino, principale partner economico di Pyongyang (2,73 miliardi di dollari di interscambio commerciale nel 2025). Non farà inoltre piacere alla Cina la decisione della Corea del Nord di ricostruire le difese lungo il confine settentrionale tra i due Paesi, ripristinando campi minati. Ufficialmente per contrastare contrabbando ed espatri illegali, ma non esattamente un segnale di fiducia.

Non solo Russia e Cina: come cambia la rete diplomatica di Kim Jong-un
Xi Jinping con Kim Jong-un (Ansa).

Dal Vietnam alla Tanzania, la rete diplomatica di Pyongyang

In politica estera Kim sta mostrando una curiosa intraprendenza diplomatica alla ricerca di nuove aree di cooperazione. Nel Sud-est Asiatico, per esempio, la Corea del Nord ha intensificato i dialoghi soprattutto con Vietnam e Laos. Sono poi andati in scena avvicinamenti analoghi con la Bielorussia di Alksandr Lukashenko e con la Tanzania, insospettabile Paese africano nel quale il governo nordcoreano vanta da tempo un’attivissima ambasciata. Kim vuole insomma ridurre l’isolamento internazionale ed evitare di dipendere troppo dai suoi vicini. Che restano comunque alleati imprescindibili.  

Occhio Musk, Pechino insidia Neuralink: arrivano i dispositivi cerebrali cinesi

Le automobili, l’intelligenza artificiale e le energie rinnovabili sono già il passato. La Cina ha un nuovo obiettivo: diventare leader mondiale delle interfacce cervello-computer (Bci), sistemi che permettono di creare un collegamento diretto tra il cervello umano e un dispositivo esterno. A Pechino il settore sta vivendo una forte accelerazione. Le autorità sanitarie hanno approvato una serie di prodotti basati sulla tecnologia cerebrale mentre, grazie al sostegno economico e politico del governo, numerose start-up stanno lavorando allo sviluppo di trattamenti per patologie come l’Alzheimer e la paraplegia.

Occhio Musk, Pechino insidia Neuralink: arrivano i dispositivi cerebrali cinesi
Un chip di Neuralink da impiantare nel cervello.

Il mercato può superare i 14 miliardi entro il 2035

Nel 2025 in Cina il settore delle Bci valeva circa 759 milioni di dollari e, secondo le stime, dovrebbe raggiungere i 904 milioni entro il 2028. Ma è soprattutto nel decennio successivo che la crescita potrebbe accelerare portando il mercato a superare i 14 miliardi entro il 2035. Nell’attuale piano quinquennale, valido dal 2026 al 2030, il governo di Xi Jinping ha inserito le interfacce cervello-computer tra le industrie del futuro su cui puntare insieme alla tecnologia quantistica, al 6G e alla fusione nucleare. Il motivo? L’ambizione di dominare le tecnologie, ma anche la necessità di risolvere i sempre più numerosi disturbi neurologici conseguenza dell’invecchiamento della popolazione.

Un aiuto per individuare i deficit cognitivi

Negli ultimi mesi la National medical products administration, l’autorità cinese che supervisiona e approva farmaci e dispositivi medici, ha autorizzato diversi prodotti legati alle Bci. Tra i più interessanti troviamo il sistema dell’azienda Tiankai Suishi (Tianjin) Intelligent Technology, una cuffia dotata di elettrodi che rileva i segnali elettrici del cervello e aiuta i medici a individuare eventuali deficit cognitivi. Via libera anche a un driver per microelettrodi di StairMed (start-up sostenuta da Tencent e Alibaba) utilizzato per impiantare Bci durante gli interventi neurochirurgici.

Occhio Musk, Pechino insidia Neuralink: arrivano i dispositivi cerebrali cinesi
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

Neuracle Medical Technology ha invece ottenuto la prima approvazione cinese per una Bci impiantabile destinata a pazienti con lesioni del midollo spinale. A Shanghai, infine, è stata emessa la prima prescrizione per Neo, un sistema pensato per aiutare i pazienti a recuperare il movimento della mano.

Start-up e finanziamenti: come funziona l’ecosistema del Dragone

La Cina può contare su un ecosistema pressoché completo che va dalla ricerca di base allo sviluppo tecnologico fino alle applicazioni commerciali dei dispositivi fatti e finiti. Accanto alle start-up operano università, fornitori di componenti e istituzioni pubbliche con un ruolo sempre più importante delle amministrazioni locali. La provincia dello Zhejiang, per esempio, ha messo in campo incentivi per favorire la quotazione in Borsa delle aziende del settore. La città di Shenzhen punta ad accompagnarne l’espansione internazionale e a facilitare fusioni e acquisizioni. Pechino, invece, ha scelto il distretto di Changping come principale polo della capitale per concentrare ricerca, imprese e investimenti sulle Bci.

Auto, razzi e Bci: la Cina sfida Musk a tutto campo

Neuralink, l’azienda fondata da Elon Musk, resta il principale riferimento mondiale nel settore delle Bci, ma Pechino vuole cambiare gli equilibri e punta a creare almeno due o tre colossi di livello globale entro il 2030. Del resto, sul fronte delle auto elettriche, il Dragone ha già conquistato una posizione dominante con colossi come BYD che hanno superato Tesla nelle vendite globali.

Occhio Musk, Pechino insidia Neuralink: arrivano i dispositivi cerebrali cinesi
Stand Byd (Imagoeconomica).

E nel settore spaziale la società pechinese LandSpace è appena riuscita a recuperare il primo stadio di un razzo: un chiaro avvertimento alla regina dei razzi riutilizzabili SpaceX, sempre di proprietà del tycoon naturalizzato statunitense. Yao Dezhong, direttore dell’Istituto di Scienze del cervello del Sichuan, ha profetizzato: «Le nuove politiche cinesi non cambieranno le cose dall’oggi al domani. Credo che tra tre o cinque anni vedremo gradualmente alcuni prodotti Bci passare a un servizio pratico effettivo per il pubblico». Musk è avvisato.

Cosa c’è dietro il successo dei Plush Lamb Dolls, i «Labubu dello Xinjiang»

Code lunghissime, attese di oltre tre ore e migliaia di contenuti rilanciati sui social. In Cina è esplosa una nuova mania: quella delle Plush Lamb Dolls, piccoli pupazzi di lana a forma di agnello vestiti con abiti colorati caratteristici della regione autonoma dello Xinjiang. C’è già chi li ha soprannominati i «Labubu dello Xinjiang», paragonandoli ai celebri art toys collezionabili creati da Pop Mart. Ma dietro al loro successo c’è molto più di una moda passeggera.

Così le creazioni di Abdulla Emirla sono diventate virali

A dare il via al fenomeno è stato Abdulla Emirla, un artigiano 19enne di Urumqi diventato virale sul web. La scorsa primavera ha messo in vendita una semplice bambola a forma di agnello con un piccolo cappello tradizionale dello Xinjiang: è andata subito a ruba. Emirla ha così sviluppato l’idea proponendo nuovi modelli con abiti realizzati in seta Atlas, gioielli, strass e altri accessori ispirati all’estetica locale. Il successo è stato tale che, come ha raccontato al China Daily, ha dovuto limitare a 150 le bambole vendute ogni giorno nella sua bancarella, fissando a tre il numero massimo acquistabile da ciascun cliente. Nel frattempo tanti altri artigiani della zona hanno iniziato a realizzare questi pupazzi richiestissimi in tutta la Cina.

Il costo va dai 6 ai 9 dollari

Acquistare un agnello dello Xinjiang è un’esperienza creativa. Si parte dalla scelta del cappello da far indossare al pupazzo, per poi decidere decorazioni, colori, tessuti e fantasie dei suoi abiti. Una bambola base, con copricapo, orecchini, collana e strass, richiede due o tre minuti di lavoro e costa mediamente 40 yuan (circa 5 euro). Le versioni più elaborate, con gonne e altri orpelli, sono pronte in sei minuti al prezzo di 60 yuan (7,60 euro). Non esistono dati ufficiali sulle vendite, anche se gli artigiani del Grand Bazaar di Urumqi sostengono di riuscire a piazzarne centinaia al giorno. E con l’avvicinarsi del 2027, che segna l’inizio dell‘Anno della Capra secondo lo zodiaco cinese, questi stravaganti pupazzetti potrebbero diventare il prossimo must-have della Cina.

Pechino cavalca il successo per ‘ripulire’ l’immagine dello Xinjiang

Le autorità di Pechino hanno subito sfruttato la viralità del fenomeno per proporre al pubblico internazionale una nuova narrazione dello Xinjiang, nel chiaro tentativo di attenuare le accuse rivolte alla Cina per il trattamento riservato alle minoranze musulmane locali. In un report pubblicato nel 2021, per esempio, Amnesty International ipotizzava che la repressione degli uiguri, la più numerosa delle minoranze etniche della regione, potesse configurare un crimine contro l’umanità. Un anno più tardi, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) giungeva a una conclusione simile.

Cosa c’è dietro il successo dei Plush Lamb Dolls, i «Labubu dello Xinjiang»
La moschea Etigar, nello Xinjiang (Ansa).

Gli agnelli sono un volano per il turismo

L’ascesa delle Plush Lamb Dolls sta consacrando la cultura dello Xinjiang e promuovendo il turismo nella regione più remota della Cina: due obiettivi a lungo perseguiti da Xi Jinping. Per i media cinesi gli agnelli di lana sono infatti diventati il simbolo del cambiamento di una regione oggi descritta come un fiorente hub creativo in cui giovani artigiani reinterpretano la tradizione in chiave moderna. Nel frattempo Abdulla resta umile. Non vuole meriti né essere esaltato. «Non sono stato io a rendere popolare l’agnello dello Xinjiang. Queste tradizioni locali meritavano di essere conosciute», ha spiegato l’artigiano che ormai tutti chiamano il Fratello degli agnelli dello Xinjiang.

Corea del Nord: il boom degli smartphone tra tecnologia e controllo di regime

Il Madusan 2222 è uno smartphone pieghevole simile al Samsung Galaxy Z Fold. Il Samtaesong 10 a conchiglia richiama lo Huawei P50 Pocket. Il Jindallae 12 presenta un vistoso modulo fotografico circolare sul retro come gli Oppo. In Corea del Nord i dispositivi mobili stanno diventando sempre più avanzati anche se all’interno di un sistema rigidamente controllato da Pyongyang. Con almeno 24 marchi e una settantina di modelli disponibili, il mercato interno è diventato sorprendentemente competitivo. Numeri impressionanti per un Paese abitato da circa 26 milioni di abitanti.

Un boom cominciato nel 2023

La diffusione degli smartphone ha registrato un forte incremento a partire dal 2023. Due i motivi: il graduale sviluppo di un’economia digitale sfruttata dal governo per erogare servizi pubblici ai cittadini, come la consegna dei medicinali e i buoni pasto, e l’avvento dei primi sistemi di pagamento elettronico. Le ultime stime disponibili risalenti al 2024 indicano che in Corea del Nord erano attivi tra i 6,5 e i 7 milioni di abbonamenti alla telefonia mobile: un dato con ogni probabilità oggi sottostimato. Le interviste più recenti ai disertori nordcoreani suggeriscono infatti che il possesso di smartphone sia molto più diffuso di quanto stimato in passato e che potrebbe interessare tra il 50 e l’80 per cento della popolazione adulta.

Corea del Nord: il boom degli smartphone tra tecnologia e controllo di regime
Uno smartphone nordcoreano (da Youtube).

I dispositivi sono realizzati in Cina e (forse) in India

I telefoni nordcoreani sono ormai dispositivi moderni. Hanno generalmente schermi da 6-7 pollici, presentano fotocamere multiple posteriori e anteriori, e un sistema personalizzato di Android integrato con particolari software di controllo. Secondo il paper Smartphone of North Korea 2026, realizzato dal think tank 38 North, gli smartphone venduti nel Paese non sarebbero realizzati direttamente in Corea del Nord ma da produttori cinesi OEM (Original Equipment Manufacturer), ovvero aziende che fabbricano dispositivi per conto terzi. Una volta assemblati in Cina, vengono inviati in Corea del Nord dove vengono personalizzati con il sistema operativo modificato e applicazioni approvate dai brand locali. Esistono però delle eccezioni. È il caso di Phurunhanal Electronics, un marchio nordcoreano che, per uno dei suoi modelli più recenti, il Phurunhanal 9-3, si sarebbe rifornito di componenti dalla società indiana Lava International. Si tratterebbe della prima volta in cui uno smartphone commercializzato in Corea del Nord viene collegato a un produttore non cinese. Un dettaglio interessante, visto che l’India è uno dei principali centri globali della produzione elettronica, inclusa quella di alcuni modelli di iPhone.

Il controllo dello Stato su navigazione e App

Gli smartphone nordcoreani sono dotati di software che ne monitorano e limitano l’utilizzo. L’accesso a Internet è bloccato. È invece disponibile una rete Intranet locale chiamata Kwangmyong e controllata dal governo. Agli utenti è impedito di effettuare o ricevere chiamate internazionali, oltre che inviare o ricevere messaggi dall’estero. I sistemi Android presenti nei dispositivi includono una firma digitale, che impedisce ai telefoni di accettare contenuti non autorizzati, e un’applicazione, Trace Viewer, che effettua screenshot casuali durante l’utilizzo del cellulare per inviarli alle autorità. Lo Stato impone infine un numero di identificazione dell’utente mobile per collegare ogni utenza a un’identità registrata così da garantire un ulteriore livello di sorveglianza. Anche l’ecosistema delle applicazioni è sottoposto a forti restrizioni: a differenza degli smartphone occidentali, i dispositivi nordcoreani non dispongono di un equivalente dell’App Store o del Google Play Store per scaricare liberamente applicazioni e aggiornamenti. Per ottenere nuovi programmi o installare upgrade gli utenti devono recarsi in uno dei centinaia di centri di scambio IT presenti nel Paese. Le app hanno un costo compreso tra 10 mila won nordcoreani per quelle di intrattenimento, giochi ed ebook e 15 mila won per quelle dedicate all’apprendimento delle lingue, alla cucina e all’agricoltura (circa uno-due dollari secondo i tassi di mercato informali). Tra le più richieste figurano quelle del quotidiano del Partito dei Lavoratori, il Rodong Sinmun, la piattaforma di shopping online Samhung E-Wallet e i servizi di streaming Mokran Video e Manbang.

Corea del Nord: il boom degli smartphone tra tecnologia e controllo di regime
Kim Jong-un (Ansa).

Gli ultimi modelli arrivati sul mercato

Lo scorso maggio alla 24esima edizione della Pyongyang Spring International Trade Fair, la principale fiera commerciale internazionale organizzata dalla Corea del Nord, sono state esposte le ultime novità del mercato. Gli smartphone più interessanti? Il Mujigae 1000, in grado di collegarsi ai televisori attraverso una connessione USB-C con uscita HDMI, e il Jindallae 12 dal bordo smussato come i Samsung Galaxy. In fascia alta si trovano i pieghevoli a conchiglia Madusan 1005, Samtaesong 10 e Chongsong. Per i più benestanti il mercato nordcoreano offre il Madusan 2222, il primo smartphone pieghevole disponibile in Corea del Nord, la cui versione deluxe presenta la scritta “Porsche Design” ben visibile sulla custodia. Il costo? Il corrispettivo di circa 2 mila dollari.

Viaggio nel business nascosto delle maglie da calcio contraffatte

Argentina, Francia, Brasile, Portogallo. Tra le oltre 30 mila maglie da calcio contraffatte sequestrate a Hong Kong mentre in America si giocava la Coppa del Mondo Fifa spiccavano le divise delle nazionali più blasonate. Non mancavano però kit esotici, come quelli di Corea del Sud e Paraguay, né completi personalizzati con i nomi di Lionel Messi e Cristiano Ronaldo. L’operazione ha portato all’arresto di 13 persone e alla confisca di prodotti falsificati destinati all’estero per un valore di oltre 20 milioni di dollari. Ma soprattutto ha riacceso i riflettori sul mercato parallelo delle cosiddette Fake Football Jersey: un business dorato con epicentro nel cuore dell’Asia, alimentato ogni anno dal lancio delle nuove maglie di club e nazionali. E destinato a crescere stagione dopo stagione.

Nel Regno Unito mercato da 240 milioni di dollari l’anno

Nel 2025 il mercato globale delle maglie da calcio originali valeva circa 16,8 miliardi di dollari e, secondo le previsioni, dovrebbe raggiungere i 27,4 miliardi entro il 2033. Più difficile quantificare il giro d’affari dei kit contraffatti perché non esistono dati ufficiali. Grazie a un’analisi di Business Insider sappiamo però che le divise “tarocche” rappresentano quasi il 18 per cento delle vendite complessive delle magliette, in termini di volume. Una ricerca di Corsearch stima inoltre che il business delle Fake Football Jersey nel Regno Unito raggiunga i 240 milioni di dollari l’anno, pari a circa un terzo del mercato delle divise originali (660 milioni).

Con 10-20 dollari si portano a casa i kit fake Made in Asia

Le divise autentiche – in versione da gara, in edizione limitata o personalizzate – costano tra i 180 e i 400 dollari. Il prezzo scende per le repliche ufficiali destinate ai tifosi: dai 90 ai 120 dollari. Sul mercato parallelo si trovano le premium fake: riproduzioni di alta qualità delle maglie originali, spesso difficili da distinguere a un primo sguardo, offerte a 10-20 dollari o poco più. Come si riconoscono? Non dispongono di alcuna licenza. Presentano tessuti scadenti (all’apparenza perfetti), cuciture mediocri, etichette non conformi e numeri e nomi applicati in modo impreciso.

Una filiera opaca tra Cina, Thailandia e Bangladesh

I più grandi centri di produzione delle magliette contraffatte si trovano in Asia. Tre i motivi che hanno alimentato il fenomeno: industrie tessili ben sviluppate, basso costo del lavoro e leggi permissive. Tre anche gli epicentri rilevanti: Cina, Thailandia e Bangladesh. Qui filiere clandestine – spesso controllate da reti criminali – operano accanto alle stesse catene di approvvigionamento su cui fanno affidamento i grandi brand dell’abbigliamento sportivo.

Viaggio nel business nascosto delle maglie da calcio contraffatte
Oltre alle maglie originali, prospera un mercato di kit contraffatti (foto Unsplash).

Il maxi sequestro nell’azienda Pandabuy ad Hangzhou

Nel 2024 ad Hangzhou le autorità cinesi hanno fatto irruzione nella sede dell’azienda Pandabuy sequestrando una quantità di merce contraffatta sufficiente a riempire 20 stadi di calcio. Le fabbriche cinesi possono produrre dalle 20 mila alle 50 mila magliette fake al giorno. Quelle del Bangladesh arrivano a 10 mila (con costi all’ingrosso di 4 dollari al pezzo), ma alcune strutture si stanno specializzando nel replicare fedelmente i modelli ufficiali, con tanto di dettagli stampati con particolari presse a caldo.

Un danno per le squadre: 1,4 miliardi all’anno in mancati ricavi

Uno studio Euipo-Oecd del 2021 ha stimato il mercato totale dell’abbigliamento sportivo contraffatto, comprese dunque le maglie, in quasi 470 miliardi di dollari, il 2,3 per cento di tutto il commercio mondiale di merci falsificate. Il boom dell’e-commerce ha tra l’altro trasformato questo business da un problema regionale a un problema globale, creando un mercato senza confini alimentato da siti online, influencer e social network.

Per i club europei l’impatto è rilevante: l’Uefa ha stimato nel 2018 che la merce contraffatta nel settore calcistico costi alle squadre del continente 1,4 miliardi all’anno in mancati ricavi. Infine, a rendere il fenomeno ancora più complesso è l’assenza di qualsiasi controllo lungo la filiera dei kit tarocchi. Non esistono infatti garanzie sulle condizioni di produzione, sui materiali utilizzati o sugli standard qualitativi delle divise acquistate.

L’Europa boccheggia, Pechino vende: il boom dei condizionatori cinesi

Temperature record, caldo estremo, notti tropicali. L’Europa è alle prese con un’estate torrida ma soltanto il 20 per cento delle famiglie del continente dispone di un condizionatore per combattere la canicola. Molte persone stanno correndo ai ripari acquistando in extremis dispositivi refrigeranti di vario tipo. La maggior parte di questi prodotti arriva dalla Cina, che oggi rappresenta circa il 40 per cento delle esportazioni globali di condizionatori. Per l’Unione europea, impegnata a ridurre il deficit commerciale con Pechino, non è un problema da poco.

La corsa europea ai condizionatori cinesi

L’Europa dipende fortemente dai prodotti cinesi e la corsa all’acquisto dei condizionatori Made in China ne è un chiaro esempio. Tra i modelli più richiesti spicca il PortaSplit realizzato dal colosso degli elettrodomestici Midea. Costa circa 900 euro ed è un apparecchio portatile che non richiede né l’installazione permanente né fori sui muri, consentendo di aggirare le norme a tutela del patrimonio storico in vigore in molte città europee. La domanda di prodotti simili è salita alle stelle. Sui social media cinesi sono addirittura comparsi numerosi annunci di spedizionieri che pubblicizzano rotte aeree ad hoc per accelerare le consegne ai rivenditori europei.

Perché il caldo rallenta i piani dell’Unione europea

Bruxelles vuole ridurre il suo deficit commerciale con la Cina. Nel 2025 il disavanzo nei confronti di Pechino è aumentato del 15 per cento, raggiungendo i 360 miliardi di euro. Nel primo trimestre del 2026 si è ulteriormente ampliato, toccando i 98 miliardi, il livello più alto mai raggiunto dal 2022. Il caldo estremo, almeno a giudicare dai dati, non farà altro che alimentare l’import di condizionatori cinesi contribuendo ad ampliare il deficit dell’Ue con il Dragone.

Un mercato che entro il 2034 potrebbe valere 35 miliardi di euro

Nella prima metà del 2026 le esportazioni di condizionatori dalla Cina verso l’Ue hanno raggiunto i 3,2 miliardi (+43,2 per cento su base annua). Nessuno dei cinque marchi di condizionatori più venduti in Europa appartiene a un’azienda continentale. La top 5 stilata da Euromonitor International comprende i produttori cinesi Haier, Gree Electric Appliances e Midea seguiti da Beko (Turchia) e Daikin (Giappone). I primi tre controllano circa il 32 per cento del mercato europeo in termini di volumi di vendita al dettaglio: un mercato che vale circa 27 miliardi e che le proiezioni danno in crescita fino a oltre i 35 miliardi entro il 2033/2034.

L’Europa boccheggia, Pechino vende: il boom dei condizionatori cinesi
Caldo torrido a Milano (Ansa).

Tra affari e propaganda: Pechino gioca la sua partita

Il paradosso per l’Ue è servito. Dopo aver accusato Pechino di inondare il mercato europeo con merci a basso costo e adottato misure protezionistiche, Bruxelles scopre che i cittadini non possono fare a meno dei condizionatori del Dragone. La singolare situazione in cui si trova l’Europa non è passata inosservata in Cina, un Paese che utilizza l’aria condizionata persino per refrigerare gli animali nelle fattorie. Il sito Wenxuecity ha osservato con ironia quanto sta accadendo in Francia chiedendosi se «i francesi vivono davvero peggio dei maiali cinesi». Per i media la narrazione è semplice: i condizionatori Made in China stanno salvando l’Europa da un’estate di fuoco. Per l’Unione europea saranno invece mesi infernali. Non solo a causa delle temperature estreme ma anche per le tensioni commerciali con il gigante asiatico destinate ad aggravarsi.


Corea del Nord, il boom delle auto private che sfida le sanzioni Onu

Una Lexus LX 570 del 2020 costa 250 mila dollari. Per una Mercedes-Benz S450L e una Toyota Land Cruiser 300 del 2023 ne servono rispettivamente 190 e 145 mila. I prezzi dell’Amisan Automobile Technology Service Center sono salati. Non potrebbe essere altrimenti per il più importante concessionario di auto straniere di lusso in Corea del Nord. La risoluzione 2397 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite vieta infatti la vendita e il trasferimento di qualsiasi veicolo nel Paese governato da Kim Jong-un. Eppure nelle strade di Pyongyang è ormai comune imbattersi in macchine tedesche, giapponesi e cinesi. Il traffico, fino a qualche anno fa assente, è cresciuto fino a diventare un problema quotidiano. E trovare parcheggio è sempre più complicato.

Il boom delle auto in Corea del Nord

In Corea del Nord si è registrata un’impennata del numero di vetture in circolazione. Le immagini satellitari hanno immortalato ingorghi stradali, aree di sosta strapiene e infrastrutture di ricarica ai bordi delle strade. Il fiorente commercio nordcoreano delle auto è difficile da quantificare. Dal 2017 esportare auto oltre il 38esimo parallelo è (teoricamente) proibito dalle sanzioni dell’Onu e per questo non ci sono informazioni ufficiali disponibili. I dati doganali cinesi confermano tuttavia il boom dell’automotive del Regno Eremita. Nel 2025 Pechino ha inviato in Corea del Nord appena due veicoli, ma le esportazioni di prodotti per auto sono aumentate notevolmente rispetto ai livelli pre-pandemia: 193 mila pneumatici (+88 per cento), 136 mila specchietti retrovisori (+290 per cento), oltre a oli e grassi lubrificanti (+150 per cento).

Corea del Nord, il boom delle auto private che sfida le sanzioni Onu
Una vigilessa a Pyongyang (Ansa).

La rivoluzione a quattro ruote di Kim

L’anno zero dell’automotive nordcoreano coincide con il 2017. Decisiva una modifica legislativa voluta da Kim per consentire ai cittadini di possedere vetture private, ancorando l’immatricolazione dei mezzi ad aziende o istituzioni. La seconda e ultima svolta è arrivata nel 2024, quando il governo ha ulteriormente rivisto le norme permettendo la registrazione dei veicoli direttamente a nome del proprietario, seppur con rigidi controlli sui redditi e forti limitazioni alla circolazione.

Corea del Nord, il boom delle auto private che sfida le sanzioni Onu
Kim Jong-un (Ansa).

Quanto costano le auto e da dove arrivano

Gli intermediari cinesi acquistano le auto dai concessionari del Dragone, ne trasferiscono più volte la proprietà per rendere meno tracciabile la filiera e le fanno arrivare al confine, dove una rete di contrabbandieri provvede alla consegna finale in Corea del Nord. I prezzi delle vetture “normali” variano da 5 mila a 30 mila dollari. Quelle di lusso, che seguono triangolazioni più sofisticate, superano facilmente il tetto dei 100 mila dollari. Secondo Jung Chang-hyun, direttore del think tank Korean Peace and Economy Institute di Seul, il numero totale di auto private nel Paese potrebbe superare le 20 mila unità nel corso del prossimo anno.

Corea del Nord, il boom delle auto private che sfida le sanzioni Onu
Kim Jong-un e la moglie Ri Sol-ju con Xi Jinping e ,la moglie Peng Liyuan (Ansa).

Showroom, noleggi e controlli

L’automotive plasmato da Kim continua a prendere forma. Dal 19 al 28 giugno le autorità nordcoreane hanno organizzato a Pyongyang una grande esposizione di automobili, mostrando le nuovissime Zeekr 7X cinesi, oltre a diverse altre vetture di lusso di seconda mano. Gli addetti hanno accettato i preordini in attesa dell’imminente inizio delle vendite. I veicoli sarebbero già stati trasportati oltre confine da società commerciali legate all’Agenzia nazionale di intelligence, mentre il ministero della Sicurezza è stato incaricato di verificare la situazione finanziaria dei potenziali acquirenti. Sempre nella capitale è stato avviato un progetto pilota per noleggiare le auto. Il car sharing in Corea del Nord costa circa 100 dollari per 24 ore. Con eventuali costi aggiuntivi per chi voglia guidare nel resto del Paese.  

Baijiu, whisky e vino: il nuovo boom alcolico della Cina

La Cina si sta silenziosamente trasformando in una nuova potenza alcolica. E non solo grazie al baijiu, il distillato più bevuto nel Paese e adesso sempre più apprezzato anche all’estero. Se il tradizionale “liquore bianco” cinese amato dagli imperatori e da Mao sta conquistando il Sud-est asiatico, allo stesso tempo risultano in forte crescita anche le industrie locali di vino e whisky.

Il whisky recupera terreno

Nel mercato cinese degli spirits, le vendite di whisky restano marginali (circa l’1,2 per cento) rispetto a quelle del baijiu, che domina la scena con una quota del 93 per cento e un giro d’affari di 171 miliardi di dollari. Eppure, tra il 2020 e il 2024, i ricavi sono aumentati di quasi il 33 per cento – raggiungendo i 2,1 miliardi di dollari – a fronte di un più modesto +11 per cento registrato dal distillato autoctono. Non solo: secondo la Scotch Whisky Association le spedizioni di Scotch in Cina sono aumentate di quasi l’80 per cento tra il 2019 e il 2023.

Baijiu, whisky e vino: il nuovo boom alcolico della Cina
Whisky alla Hong Kong Food Expo (Ansa).

Gli investimenti esteri e le distillerie locali

I giganti occidentali del whisky hanno fiutato l’affare. Negli ultimi anni Pernod Ricard e Diageo hanno investito circa 300 milioni di dollari per aprire nuove distillerie in Cina. La multinazionale francese, che nel 2023 aveva lanciato The Chuan, il primo whisky Made in China, ha investito 150 milioni per aprire una struttura nel Sichuan. La rivale britannica ne ha invece inaugurata una da 120 milioni nello Yunnan. Ma in pista ci sono anche le aziende cinesi. Due i casi emblematici: Tsingtao Brewery sta realizzando una distilleria di whisky nella città di Qingdao, mentre Bacchus Liquor sta potenziando la sua base operativa di Qionglai. Persino i produttori di baijiu si stanno diversificando in questo settore. Langjiu, per esempio, ha avviato i lavori per realizzare una distilleria di whisky a Emeishan.

Baijiu, whisky e vino: il nuovo boom alcolico della Cina
Una distilleria di baijiu (Ansa).

Non solo baijiu: la crescita del mercato vinicolo

Il rallentamento dell’economia di Pechino e il trasferimento di ricchi consumatori cinesi nel Sud-est asiatico hanno spinto l’attenzione delle aziende di baijiu verso i mercati esteri. Nel 2024 l’export regionale di questo distillato ha così raggiunto i 149 milioni di dollari (+25 per cento su base annua), mentre le esportazioni complessive, contando anche gli Stati Uniti (erano il principale importatore con 57,6 milioni di dollari), hanno toccato quota 966 milioni (+20 per cento). Punta all’espansione globale anche il settore vinicolo del Dragone. La maggior parte del vino di qualità del Paese (118.000 chilolitri totali nel 2024) viene prodotta nella provincia del Ningxia. I ricavi delle aziende del capoluogo Yinchuan hanno raggiunto i 5 miliardi (+20 per cento), con Silver Heights e Xige che insieme rappresentano oltre il 60 per cento delle esportazioni totali di vino della provincia. Il loro obiettivo? Conquistare i pregiati palati occidentali.   

Perché il mercato dell’usato piace tanto ai cinesi

Vestiti, prodotti di elettronica, oggetti per la casa e persino borse di lusso. In Cina il mercato dell’usato ha spiccato il volo. Nel 2024 il valore delle transazioni di beni di seconda mano ha raggiunto i 240 miliardi di dollari con un aumento del 28 per cento su base annua. E negli ultimi sei anni il settore ha mantenuto un tasso di crescita del 12 per cento. Oltre la Muraglia il cosiddetto thrifting – la caccia al capo griffato di seconda mano – è dovuto alla rapida espansione di piattaforme di rivendita online e negozi second hand, unita a un generalizzato rallentamento dei consumi. La stagnazione dei salari (che in numerose aree sono addirittura diminuiti del 5 per cento tra il 2022 e il 2024) e la conseguente incertezza economica hanno infatti spinto un numero crescente di persone a risparmiare. E optare per l’usato. Una tendenza che riguarda soprattutto i più giovani. Stando al database QuestMobile quasi la metà dei 178 milioni di utenti delle piattaforme cinesi di e-commerce di seconda mano ha infatti meno di 30 anni. Una generazione che si muove a suo agio in Rete e sui social. Non a caso l’app Xiaohongshu, una sorta di Instagram, ha lanciato una funzione di acquisto e vendita. Il colosso del settore resta però Xianyu, app da 180 milioni di utenti attivi al mese lanciata nel 2014 da Alibaba.

Perché il mercato dell’usato piace tanto ai cinesi
App di e-commerce vintage.

La campagna di Pechino per i consumi sostenibili

Nell’ultimo decennio, le politiche di Pechino hanno promosso consumi sostenibili e incentivato la rivendita di beni inutilizzati. Il ministero del Commercio, per esempio, ha scelto 10 città pilota per sviluppare centri di riciclo dell’usato standardizzati, tra cui Hefei, nell’Anhui, e Hangzhou, nello Zhejiang, con l’obiettivo di creare modelli replicabili nel resto del Paese e un quadro normativo chiaro. Le app, intanto, hanno aperto numerosi negozi fisici. Xianyu conta oltre 20 Xianyu Recycle Shops in tutta la Cina. ZZER, una piattaforma di lusso di seconda mano con sede a Shanghai, ha fatto altrettanto, così come la sua rivale Hongbulin: entrambe vendono prodotti di lusso second-hand con sconti fino all’80 per cento sul prezzo al dettaglio. Secondo Daxue Consulting, nel 2025 il mercato cinese del lusso vintage ha raggiunto i 30 miliardi, rispetto agli 8 miliardi del 2020. Si tratta di un balzo del 275 per cento che certifica la portata trasversale del thrifting.  

Perché il mercato dell’usato piace tanto ai cinesi
Mercato delle pulci a Pechino (Ansa).

Camel Cup, il reality show estremo che sta facendo impazzire la Cina

Definirlo un reality sarebbe riduttivo. Qixing Mountain Challenge, conosciuto anche come Camel Cup, è una gara di sopravvivenza senza esclusione di colpi. Trasmesso in diretta streaming dall’impervio monte Qixing, nel Parco forestale nazionale di Zhangjiajie – lo stesso che ha ispirato le vette fluttuanti di Avatar – in Cina è diventato uno degli show più virali. Il format è tanto brutale quanto avvincente: 100 concorrenti vengono lasciati nella natura selvaggia, equipaggiati con un machete e pochi altri strumenti. Chi resiste fino alla fine vince un premio di 200 mila yuan (oltre 28 mila dollari). Gli spettatori assistono in tempo reale alle imprese dei partecipanti e possono interagire con loro su Douyin, la versione cinese di TikTok. 

Camel Cup, il reality show estremo che sta facendo impazzire la Cina
da Douyin.

Nessun copione e nessun protocollo di sicurezza

I concorrenti trascorrono le giornate a raccogliere funghi, a cercare patate selvatiche e a dormire in rifugi di fortuna. Ma a catalizzare l’interesse del pubblico online sono le scorpacciate di maiale crudo e lumache. Clip che macinano miliardi di visualizzazioni. Ovviamente, chi non riesce a resistere si ritira. Non è previsto alcun copione e non ci sono chiari protocolli di sicurezza. Nella prima stagione, per esempio, con l’arrivo dell’inverno, alcuni partecipanti sono stati messi ko da congelamenti, disidratazione e persino malnutrizione. Mentre la seconda, iniziata lo scorso ottobre, è appena stata interrotta a causa di un’ondata di freddo. Come se non bastasse nessuno sa con esattezza quanto tempo dovrà sopravvivere in montagna. Contano solo la resistenza e la conoscenza della natura. Chi sa identificare radici e frutti commestibili, tessere il bambù per costruire recinti e conosce la medicina tradizionale cinese ha un enorme vantaggio rispetto ai rivali.

Come un progetto a basso budget è diventato un successo

È proprio questo realismo nudo e crudo ad aver reso Camel Cup, un reality amatoriale a basso budget – spesso girato con semplici smartphone – un fenomeno virale. «Oggi le persone sottovalutano quanto sia difficile sopravvivere in natura. Questa gara ha lo scopo di ripristinare il senso di stupore e insegnare sia agli spettatori sia ai partecipanti come salvarsi quando le cose vanno male», uno dei creatori del format. «I partecipanti non cercano emozioni estreme. Cercano di riscoprire se stessi», ha aggiunto il collega Tian Lei, al quotidiano Young Pai. Quasi il 90 per cento dei concorrenti prima di mettersi alla prova non ha alcuna formazione sulle tecniche di sopravvivenza. Si tratta per lo più di giovani sfiniti dalla vita nelle grandi città o persone di mezza età che vogliono dimostrare quanto valgono. Visto il successo, le autorità temono il rischio emulazione. Secondo la China Adventure Association, nel 2024 si sono verificati 335 incidenti legati alle attività all’aria aperta, con un bilancio di 84 morti e 11 dispersi. Nel frattempo sono iniziate le iscrizioni per partecipare alla terza stagione di Camel Cup. Il montepremi è stato portato a 500 mila yuan. Centinaia di persone sono già in lista d’attesa. 

Ahmad’s Fried Chicken, la sfida malese a McDonald’s

In Malesia da qualche tempo McDonald’s ha un rivale, piccolo ma agguerrito. Nel Paese del Sud-est asiatico, sta facendo parlare di sé un fast food locale. Ahmad’s Fried Chicken è nato nell’estate del 2024, quasi per caso, per offrire ai malesi hamburger e pollo fritto locale e di qualità rispetto a quelli della catena americana. E, perché no, un’alternativa “Gaza Friendly” visto che in molti Paesi a maggioranza musulmana – in Malesia, il 60 per cento dei 34 milioni di abitanti è di religione islamica – la grande M è finita al centro di dure campagne di boicottaggio per le sue posizioni filo-israeliane e i (presunti) legami finanziari con Tel Aviv.

Ahmad’s Fried Chicken, la sfida malese a McDonald’s
dal profilo Fb di Ahmad’s Fried Chicken.

Com’è nata l’idea di Ahmad’s Fried Chicken

L’idea di aprire la catena Ahmad’s Fried Chicken è nata qualche anno fa. Lailatul Sarahjana Mohd Ismail e suo marito Mohd Taufik Khairuddin gestivano una panetteria. Quando con la pandemia l’attività è fallita, i due non si sono persi d’animo. Dopo mesi di ricerche e analisi di mercato, si sono lanciati nel business del pollo fritto per intercettare il crescente interesse dei loro connazionali per i prodotti locali. Hanno cominciato con un chiosco al Mydin Senawang, un grande ipermercato della catena malese di supermercati MYDIN, a Senawang. Vista l’ottima risposta hanno deciso di aprire un fast-food. Ahmad’s Fried Chicken oggi conta 35 punti vendita e 17 chioschi sparsi in tutta la Malesia. L’obiettivo del gruppo è arrivare a quota 110 entro la fine del 2026, consolidare la propria presenza in patria ed espandersi all’estero. «La questione del boicottaggio potrebbe aver attirato l’attenzione, ma alla fine è la qualità a determinare il successo. Vogliamo entrare nei mercati internazionali come l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti», ha ammesso Lailatul.

Ahmad’s Fried Chicken, la sfida malese a McDonald’s
Un chiosco di Ahmad’s Fried Chicken (da Fb).

Fast food e non solo: il successo dei marchi locali in Malesia

Il logo di Ahmad’s Fried Chicken è un bambino sorridente in versione cartoon. Il layout della catena richiama vagamente quello di McDonald’s. E pure il menù è simile. I prezzi sono però più bassi e i prodotti interamente halal. Per esempio il Big Mad’s, la versione malese del Big Mac, con un soft drink e patatine fritte costa 18,50 ringgit, poco meno di 4 dollari, contro i 3 dollari del panino originale. Ovviamente Ahmad’s Fried Chicken non può ancora competere con McDonald’s e Kfc – che in Malesia contano rispettivamente 370 e 600 punti vendita – anche se gli affari stanno andando a gonfie con incassi che si aggirano sui 730 mila dollari al mese. E il futuro promette bene visto il successo dei marchi locali sulle grandi multinazionali. Un esempio su tutti? ZUS Coffee. Quello che nel 2019 era un semplice chiosco di caffè ora è la più grande catena della Malesia. Una realtà che ha superato per punti vendita persino un gigante come Starbucks (743 contro 320). Che sia questo il destino di Ahmad’s Fried Chicken?

Ahmad’s Fried Chicken, la sfida malese a McDonald’s
Un hamburger di Ahmad’s Fried Chicken (da Fb).

Materiali critici, terre rare, rapporti con Cina e Usa: così l’Indonesia punta a diventare la prossima tigre asiatica

Investimenti mirati per sviluppare il business delle terre rare e dei minerali critici. Un inserimento programmato nei settori chiave dell’economia globale, in primis quello delle auto elettriche. Una posizione geografica strategica, a metà strada tra l’Oceano Indiano e il Pacifico, a due passi dal tumultuoso Mar Cinese Meridionale epicentro di possibili conflitti. L’Indonesia di Joko Widodo, presidente del quarto Paese più popoloso al mondo (273 milioni di abitanti) e prossimo alla fine del suo mandato, è questo e molto altro. È, ad esempio, la terza democrazia più grande del Pianeta dopo Stati Uniti e India, nonché una nazione desiderosa di scalare i vertici dell’economia globale. Candidandosi a essere la prossima Tigre asiatica.

Materiali critici, terre rare, rapporti con Cina e Usa: così l'Indonesia punta a diventare la prossima tigre asiatica
Il presidente dell’Indonesia Joko Widodo (getty Images).

Nel 2022 il Pil indonesiano ha segnato un +5,31 per cento, la crescita più rapida dal 2013

Già nel 2015, considerando il Pil complessivo e a parità di potere d’acquisto l’Indonesia risultava essere l’ottava economia del Pianeta. Nel 2022 ha fatto registrare un Pil pari a 1.391 miliardi di dollari, in aumento su base annua del 5,31 per cento, la crescita più rapida dal 2013. Per la cronaca, soltanto il Vietnam (+6,2 per cento) era riuscito a far meglio. Per quanto riguarda il 2023, secondo i dati riportati da BPS-Statistics Indonesia, l’economia nazionale ha continuato a crescere pur mostrando timidi segnali di rallentamento: +4,94 per cento annuo nel trimestre luglio-settembre, al di sotto della crescita del 5,17 per cento rilevata nel periodo compreso tra aprile e giugno. Sono tuttavia le proiezioni future a tratteggiare un futuro ancora più brillante per il sistema economico dell’Indonesia. Il report The Path to 2075 di Goldman Sachs, per esempio, ipotizza che Giacarta possa trasformarsi nella quarta potenza mondiale nell’arco dei prossimi 50 anni, dietro a Cina, India e Stati Uniti. La stessa banca statunitense ha inserito lo Stato indonesiano nei cosiddetti Next Eleven, ovvero gli 11 Paesi emergenti considerati ad alto potenziale di sviluppo economico mondiale grazie al binomio di stabilità politica e investimenti diretti esteri.

Materiali critici, terre rare, rapporti con Cina e Usa: così l'Indonesia punta a diventare la prossima tigre asiatica
Una moschea a Giacarta (Getty Images).

Dal petrolio al gas, dal gas naturale al nichel e al carbone: l’export di Giacarta

Il successo economico dell’Indonesia non è certo casuale. Il Paese dispone infatti di un numero enorme di materie prime. Dal petrolio al gas naturale, dall’olio di palma al caucciù, dal carbone al nichel rappresentano la maggior parte dell’export. Peraltro cresciuto in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina, e di pari passo all’aumento delle tensioni internazionali. Scendendo nei dettagli, a trainare le esportazioni di Giacarta troviamo i bricchetti di carbone, con un giro d’affari annuo di circa 28,4 miliardi di dollari secondo i dati Oec e una quota pari all’11,5 percento dell’export nazionale, gas di petrolio liquefatto (8,06 miliardi, 3,25 percento), ferroleghe (7,16 miliardi, 2,89 percento), olio di palma (27,3 miliardi, 11 percento) e acciai inossidabili laminati di grandi dimensioni (6,68 miliardi, 2,7 percento). In uno scenario del genere, nel bel mezzo del braccio di ferro tra Usa e Cina, l’Indonesia è stata abile a ritagliarsi uno spazio d’azione economico, iniziando a sfruttare anche la carta delle terre rare. Secondo le stime, le riserve del Paese si aggirano sulle 300 mila tonnellate, al momento concentrate tra Bangka Belitung, Kalimantan e Sulawesi. Nel frattempo, l’Indonesia dispone già l’80 per cento dei minerali necessari per produrre batterie al litio. Per questo il governo punta a potenziare l’industria dei veicoli elettrici.

Materiali critici, terre rare, rapporti con Cina e Usa: così l'Indonesia punta a diventare la prossima tigre asiatica
Uno stabilimento per la lavorazione del nichel nel Sulawesi (Getty Images).

L’equidistanza tra Cina e Usa e l’incognita del futuro politico

Sul fronte politico, l’Indonesia mantiene una posizione equidistante tra Stati Uniti e Cina, attenta a non farsi risucchiare in una contesa che le farebbe smarrire ogni possibilità di guadagnarsi un posto al sole. Recentemente, prima di incontrare Xi Jinping, il presidente statunitense Joe Biden ha accolto alla Casa Bianca Widodo. Forte della presidenza indonesiana del G20 nel 2020 e di quella dell’Asean nel 2023, il leader di Giacarta ha firmato con Washington un accordo di cooperazione in materia di Difesa, consentendo così agli Usa di aggiungere un’altra intesa alla collezione dei patti stipulati con i partner asiatici per contrastare l’influenza cinese nell’Indo-Pacifico. Durante l’incontro sono stati discusse modalità per portare avanti la cooperazione sul fronte dei minerali critici, così da aprire il mercato indonesiano del nichel alle aziende Usa. Attenzione però, perché da quando Widodo è entrato in carica, la Cina è diventata il principale partner commerciale e investitore dell’Indonesia. Secondo il database Comtrade delle Nazioni Unite, le importazioni cinesi verso Giacarta sono passate da meno di 40 miliardi di dollari del 2014 a 71,32 miliardi di dollari nel 2022. Le prossime elezioni presidenziali indonesiane sono in programma il prossimo 14 febbraio. Sarà importante capire cosa avrà intenzione di fare il successore di Widodo: continuare a promuovere una sorta di terza via economica o avvicinarsi a una delle due superpotenze.

L’incontro tra Biden e Xi Jinping visto dall’Asia

Più ombre che luci. in Asia, il vertice tra Joe Biden e Xi Jinping andato in scena a San Francisco ha destato molte perplessità. Se è vero che Stati Uniti e Cina hanno ristabilito le comunicazioni militari e deciso di rafforzare la cooperazione in materia di contrasto al fentanyl, sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale e nella lotta al cambiamento climatico, è pur vero che i dossier più delicati sono rimasti, irrisolti, sul tavolo delle trattative. A partire dal futuro di Taiwan.

Taiwan, la volontà di riunificazione cinese e le resistenze di Taipei

Xi l’ha definita la questione «più pericolosa» nelle relazioni bilaterali con gli Usa e, non a caso, ha tracciato una chiara linea rossa. Da un lato, il leader cinese ha provato a rassicurare Biden, spiegando di non aver piani di imminenti aggressioni militari nei confronti di Taiwan. Dall’altro ha però chiesto all’omologo statunitense di smettere di armare l’isola. Il South China Morning Post si è concentrato sul punto citando alcuni funzionari americani. A quanto pare, Xi avrebbe rimarcato la volontà di Pechino di ottenere una riunificazione pacifica con Taipei, pur sottolineando le condizioni per cui il Dragone potrebbe usare la forza per realizzare il tanto agognato obiettivo. Secondo l’agenzia di stampa cinese Xinhua, Xi avrebbe insomma ribadito la sua posizione, dichiarando che «la Cina inevitabilmente sarà riunificata». In tutto ciò, il ministero degli Esteri taiwanese ha risposto ai commenti di Xi affermando che l’isola continuerà a rafforzare la propria capacità di difesa e a prepararsi per qualsiasi potenziale attacco da Pechino. «Non sapremo mai se la Cina attaccherà Taiwan o quando lo farà. La politica del governo è però abbastanza chiara: continueremo a rafforzare la nostra capacità di difesa», ha nel frattempo dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri taiwanese, Jeff Liu, in una conferenza stampa a Taipei.

L'incontro tra Biden e Xi Jinping visto dall'Asia
Le delegazioni cinesi e statunitensi all’incontro di San Francisco (Getty Images).

I media giapponesi e sudcoreani si concentrano sulla ripresa delle comunicazioni militari tra Usa e Cina

I media giapponesi e sudcoreani si sono invece soffermati sulla ripresa delle comunicazioni militari tra Stati Uniti e Cina. Secondo quanto riportato dall’agenzia nipponica Kyodo News, Xi avrebbe accettato di creare non meglio specificati meccanismi di dialogo tra le parti affinché le autorità della Difesa dei due Paesi possano tenere colloqui sia a livello politico che operativo. Il tutto, va da sé, per evitare il rischio di incomprensioni militari, ovvero incidenti o provocazioni nel complesso scenario dell’Indo-Pacifico che potrebbero sfociare in un conflitto aperto. Biden e Xi avrebbero inoltre accettato di aprire un canale tra il segretario alla Difesa Usa, Lloyd Austin, e la controparte cinese (in attesa di capire chi sostituirà l’epurato Li Shangfu). In particolare, quest’ultimo accordo è stato considerato significativo data la preoccupazione di Washington e dei suoi partner asiatici per le frequenti manovre pericolose di navi e aerei da guerra cinesi in vari scenari regionali. Il quotidiano sudcoreano Chosun Ilbo, pur citando la ripresa dei colloqui militari, ha sottolineato l’assenza di progressi rilevanti tra Usa e Cina. Non solo: i pochi progressi effettuati da Biden e Xi rischiano di essere messi a dura prova dalle stesse questioni che, nel corso degli ultimi anni, hanno portato i due Paesi sull’orlo di una guerra.

L'incontro tra Biden e Xi Jinping visto dall'Asia
Bandiere degli Usa e della Cina esposte a San Francisco (Getty Images).

L’incontro di San Francisco visto dalla Cina

Diversa, invece, è la ricostruzione dell’incontro Xi-Biden offerta dai media cinesi. Il Global Times ha evidenziato l’ospitalità e il rispetto che gli Usa hanno mostrato nell’accoglienza riservata a Xi: «La cerimonia di benvenuto prima del vertice è stata breve, ma ha mostrato segni di scrupolosa preparazione» e «(la scelta di un luogo separato diverso dalla sala conferenze dell’Apec) indica che gli Stati Uniti hanno attribuito un alto grado di importanza all’incontro». Il Quotidiano del popolo, il principale quotidiano cinese, ha dedicato ampio risalto al vertice tra i due leader, rimarcando le questioni strategiche affrontate da Biden e Xi definite cruciali non solo per le relazioni tra Cina e Usa ma anche per il mondo intero. La narrazione offerta dai media di Pechino segue tuttavia lo stesso copione, con il leader cinese descritto desideroso di tracciare un percorso di pace e prosperità per attenuare le tensioni con gli Stati Uniti. Sotto la superficie emergono però questioni irrisolte e dossier scottanti. Gli stessi che preoccupano gli alleati asiatici di Washington.