Rivolte giovanili, il vuoto della politica dietro la rabbia dei ragazzi

Tutto accade ora. Non c’è futuro e nemmeno storia. Tutto rischia di apparire inspiegabile, anche le rivolte che stanno mettendo a soqquadro Milano, Bologna e altre città italiane ed europee. Oscurate le cause, che pure hanno radici, e incapaci di immaginare un domani quale che sia, è il qui e ora che si impone. Con lo sguardo corto di chi è più interessato a ristabilire lo status quo che a interrogarsi sulle ragioni di una protesta che ha carattere di massa e che sembra confermare la fine di un’epoca e forse annunciare una nuova stagione sociale. 

Rivolte giovanili, il vuoto della politica dietro la rabbia dei ragazzi
Scontri tra polizia e casseur a Milano (Ansa).

I nuovi modelli culturali

Le novità che offre questa ribellione dei giovani europei non vengono colte, ma nemmeno ci si rende conto che sono numerosi i dejà-vu. Di assolutamente inedito c’è la giovanissima età dei rivoltosi e il modo in cui movimenti di massa vengono convocati in pochissimo tempo. Anche se i flash mob, chiamate alle armi che si formavano in un attimo e altrettanto rapidamente si scioglievano, attorno al 2010 hanno avuto grande popolarità e le primavere arabe furono innescate dai social, segnatamente Twitter. Inediti sono invece i modelli culturali portati in piazza dalla Generazione Z: studenti e ragazzi vestiti da Batman, Chucky e persone travestite da Pepe the Frog o sventolanti la bandiera pirata di One Piece. L’assenza di capi, di leader dichiarati è un altro fattore che rende misteriosa la protesta e favorisce il diffondersi di teorie dietrologiche sulle quali ritorneremo. Ora vorrei segnalare tre fatti storici che illuminano il presente.

Da Stoccolma 1956 a Bologna 1977

Come ha ricordato Roger Caillois nel suo fondamentale I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine, a Capodanno del 1956 Stoccolma fu teatro di una rivolta violenta che esplose improvvisa per le vie del centro, con protagonisti giovani e giovanissimi che assaltarono la polizia. Allora come oggi si trattava di assembramenti di adolescenti, sfide alle forze dell’ordine e atti di vandalismo. Nel 1968 l’allora ministro della Gioventù e dello Sport francese François Missoffe, inaugurando una piscina all’Università di Nanterre, si rivolse agli studenti che cominciavano a scendere nelle piazze parigine invitandoli a farsi un bel tuffo per rinfrescare le loro idee rivoluzionarie. Oggi i poteri pubblici non si concedono battute, non si danno nemmeno il tempo di pensare e corrono subito a varare provvedimenti da stato di guerra. Nel 1977 a Bologna scoppiò una violenta rivolta urbana innescata dall’uccisione del giovane Francesco Lorusso, studente di medicina e militante di Lotta Continua. Tanti furono gli espropri proletari, allora di moda e praticati un po’ ovunque, che sulla stampa internazionale si riassunsero nell’immagine delle forme di Parmigiano-Reggiano che rotolavano fuori dal ristorante Cantunzein. Allora la fame degli esclusi dal banchetto consumista era anche simbolica, ma aveva a che fare con il cibo. I giovani saccheggiatori di oggi puntano invece gli oggetti firmati.

Le azioni sembrano ispirate a serie tv e videogiochi

L’immaterialità della griffe segnala che il conflitto è diventato più immaginario. Al punto che si può parlare di violenza spettacolare. Di azioni che paiono ispirate da videogiochi, serie tv e film violenti, sceneggiate social dove i cattivi sono molto cattivi. «La protesta nell’epoca dello spettacolo virale», titola un bell’articolo di The Conversation. D’altronde non viviamo nella società dell’eccesso? Non si può ignorare il contesto e il fatto che ciò che pare inspiegabile ha profonde radici sociali. Ma il problema è che le “questioni sociali” sono da almeno 20 anni sparite dal dibattito politico e dall’attenzione dei governi che sin qui si sono succeduti. Quello attuale aggiunge solo un’ottusità che fa il paio con il furore securitario. 

Rivolte giovanili, il vuoto della politica dietro la rabbia dei ragazzi
Una scena di Stress dei Justice (da Youtube).

La società si è dissolta insieme con le questioni sociali

È così che i problemi reali e le cause che li determinano vengono fagocitati da un allarmismo che produce emotività e parole a caldo anziché discorsi meditati. Ma sparisce anche la società, come struttura regolatrice di conflitti e comunità che non è pura sommatoria di individui. La povertà e non i poveri, così come la ricchezza e non i ricchi devono tornare a essere una questione sociale e non individuale. Allo stesso modo del lavoro, della casa, dei trasporti, della sanità. Diritti fondamentali, costituzionali che al momento restano pura declamazione, carta straccia. È un «capitalismo brutale». Così lo definisce il filosofo Slavoj Zizek, spiegando che la realtà è ben diversa da quella che viene raccontata dai media asserviti al potere, oggi identificato come un sistema di capitalismo sfrenato, lasciato correre liberamente e che si appoggia a governi fortemente conservatori.

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Corteo contro il caro-vita a Torino.

L’analfabetismo politico e la disaffezione per il voto

Ora se questioni sociali, tendenze autoritarie e crisi della democrazia dovrebbero essere il motore della ribellione studentesca, mancano obiettivi precisi di lotta. Certo il caro-vita, il caro-studio, il caro-spesa alimentano la protesta, ma la richiesta al momento è genericamente rivendicativa. Qui si evidenzia il vuoto politico di una o forse due generazioni cresciute senza essere passate da luoghi e momenti formativi di vita partitica. L’analfabetismo politico, che si manifesta anche nella crescente disaffezione per il voto e in una polarizzazione che ha cancellato l’idea stessa del confronto, è oggi il problema più serio che dovremmo affrontare. Ma non lo è perché è sparita la consapevolezza che cambiamento e progresso sociale sono stati il prodotto di lotte collettive. È il “noi” che deve tornare a essere protagonista. Che questo sia il tema lo si comprende anche dal furore repressivo della pubblica autorità oltre che dai vari tentativi di distrazione che sembrano attualizzare la “strategia della tensione” dei decenni Settanta e Ottanta. La «guerra ibrida» evocata dal ministro Guido Crosetto e l’ipotesi di una regia esterna se non dimostrate sono perfette per alimentare paure e sospetti. E anche per non rispondere all’unica domanda seria che si dovrebbe rivolgere al ministro: abbiamo gli strumenti per difenderci?

Varese, la Betlemme leghista, si schiera con Garavaglia

Il congresso lo vincerà Matteo Salvini ma la Betlemme leghista è schierata con Massimo Garavaglia. La certificazione arriva dalla Prealpina, il quotidiano di Varese che per anni ha registrato e diffuso il verbo del fondatore Umberto Bossi, poi di Roberto Maroni, ed è sempre attento interprete del leghismo doc. Per dire, uno dei pochi quotidiani cui Giancarlo Giorgetti rilascia volentieri interviste di politica interna ed economica.

Varese, la Betlemme leghista, si schiera con Garavaglia
L’intervista a Maurilio Canton pubblicata su La Prealpina.

La culla del leghismo

Chi conosce la storia della Lega sa che all’origine del movimento creato dal Senatùr, che nel febbraio del 1991 ebbe l’intuizione di federare tutte le leghe regionali nella Lega Nord, c’è la Lega lombarda, la «potentissima» come amava ricordarla Maroni, fondata da Bossi davanti a un notaio di Varese il 12 aprile 1984. Qui è nata la Lega e qui è stata aperta la prima sede in piazza del Podestà. E originari della provincia di Varese sono stati i segretari della Lega Nord per i primi 22 anni di vita politica, prima che Maroni lasciasse lo scettro al milanese Matteo Salvini nel dicembre 2013.

Varese, la Betlemme leghista, si schiera con Garavaglia
Umberto Bossi a Pontida nel 1990 (Ansa).

Lo scossone varesino prima delle dimissioni di Bossi

In un partito la cui anima è tradizionalmente fondata su origini e territorio, quello che avveniva nella Betlemme padana ha sempre avuto un significato amplificato. Per esempio, il grande trambusto politico che portò alle dimissioni di Bossi – è storia -, prima ancora dell’inchiesta giudiziaria sui fondi irregolari al partito, fu anticipato da uno scossone interno tutto varesino. Nell’ottobre 2011 fece scalpore la proclamazione di Maurilio Canton come segretario provinciale imposto da Bossi nel congresso a porte chiuse, tra le proteste veementi della base che gridava «Voto, voto». Anche allora si parlò di espulsioni, tanto che l’allora sindaco di Varese, Attilio Fontana, scrisse una lettera al segretario provinciale in cui chiedeva se fosse vero che lui e Maroni fossero nella lista ‘nera’.

Varese, la Betlemme leghista, si schiera con Garavaglia
Roberto Maroni e Umberto Bossi nel 2012 (Imagoeconomica).

I 18 delegati della provincia con Garavaglia

Ora Salvini vincerà certamente il congresso del weekend. Ma ha un significato politico il fatto che Varese si sia schierato con Garavaglia? Per la Prealpina sì. Il quotidiano pubblica un’intervista al segretario provinciale Andrea Cassani. «Io ho firmato la candidatura per Massimo Garavaglia», dichiara Cassani. «Andare a congresso con un unico candidato sarebbe stato come mettere la polvere sotto il tappeto», spiega. «Chi più, chi meno, tutti abbiamo qualcosa da perdere nel prendere una posizione diversa da quella di Salvini la cui conferma è pressoché scontata. Tuttavia penso che ci possano essere differenti modalità per esprimersi e per fare il bene del movimento. E poi dobbiamo smettere di confondere la lealtà con il silenzio. Certo è più facile dire al segretario quello che lui vuole sentirsi dire mentre ci vuole coraggio nel dirgli quello che deve sapere», conclude. Cassani sostiene che la maggioranza dei 18 delegati della provincia di Varese al congresso sia schierata con Garavaglia. Curioso che l’ex ministro sia in realtà originario della provincia di Milano, di Marcallo con Casone, paesino forse però più vicino alla provincia di Varese che al capoluogo lombardo.

Varese, la Betlemme leghista, si schiera con Garavaglia
Andrea Cassani (Imagoeconomica).