La Lista degli studenti ha vinto le elezioni in Serbia

Storico risultato elettorale in Serbia: la Lista degli studenti ha infatti vinto le elezioni politiche anticipate indette a settembre dall’ormai ex presidente Aleksandar Vučić con circa il 52 per cento dei voti, ottenendo 138 seggi sui 250 del Parlamento di Belgrado e, dunque, la maggioranza. Il Partito Progressista Serbo, finora la forza politica dominante nel Paese balcanico, si è fermato al 39 per cento (104 seggi) e dunque, per la prima volta dopo quasi 14 anni, si avvia all’opposizione.

La Lista degli studenti ha vinto le elezioni in Serbia
Festa a Belgrado dopo le elezioni (Ansa).

Affluenza record: sfiorato il 70 per cento

Il filorusso Vučić, che ha ammesso la sconfitta poco dopo la chiusura dei seggi, aveva indetto le elezioni anticipate dopo quasi due anni di proteste di massa, nate dal crollo di una pensilina presso la stazione ferroviaria di Novi Sad nel 2024, che aveva causato la morte di 16 persone: un disastro attribuito alla corruzione diffusa in Serbia. A premiare la Lista degli studenti, passata da movimento nato dopo mesi di proteste giovanili a principale forza politica del Paese, è stata un’affluenza record che ha sfiorato il 70 per cento: un dato che non si vedeva dalla fine della Jugoslavia e prevista da tempo dagli analisti. Alle elezioni si sono presentate 18 liste: diversi partiti di opposizione avevano scelto di non candidarsi, esortando i propri sostenitori a dare il loro appoggio agli studenti. La maggior parte dei 250 candidati della lista studentesca provengono dall’università e più in generale società civile: il numero uno della Studentska Lista era Ilija Srdanovic, cardiologo di Novi Sad.

La Lista degli studenti ha vinto le elezioni in Serbia
Aleksandar Vučić (Ansa).

Le congratulazioni di Bruxelles

«Oggi, il popolo serbo si è mobilitato in numeri record per plasmare il futuro del proprio paese. Congratulazioni alla Lista Studentesca per la sua vittoria nelle elezioni parlamentari», ha scritto su X Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea: «Siamo pronti a sostenere le riforme sullo stato di diritto, la libertà dei media, la lotta alla corruzione e istituzioni democratiche solide, e a lavorare insieme per promuovere il futuro della Serbia nell’Unione Europea».

Brasile, Lula rieletto presidente: Bolsonaro contesta l’esito del voto

Lula ha vinto le elezioni in Brasile con il 51,74 per cento dei voti, contro il 48,2 di Flavio Bolsonaro. Uno scarto netto, superiore al testa a testa serratissimo previsto alla vigilia della tornata elettorale. «Ringrazio la generosità dei giovani brasiliani che si sono battuti a difesa della democrazia», ha detto Lula. Bolsonaro, invece, non ci sta e ha già annunciato che chiederà l’annullamento del voto, a suo giudizio falsato dalla decisione del giudice di rinviare di due ore la chiusura dei seggi, misura richiesta anche da lui. «È impossibile riconoscere il risultato di questo voto in queste condizioni. Chiederò l’annullamento del voto. Per la prima volta nella storia del Brasile un giudice ha allungato le operazioni di voto, ha cambiato le regole in corso», ha affermato. Una posizione, la sua, che al momento appare isolata. I due presidenti delle Camere, prima che lui parlasse, avevano infatti già ratificato l’esito elettorale.

Ha ribaltato il risultato del primo turno

Il trionfo di Lula arriva a pochi giorni dalle elezioni di midterm negli Stati Uniti e segna uno stop all’avanzata della destra trumpiana in America Latina. Mai, nella storia della politica brasiliana, un candidato uscito sconfitto dal primo turno era riuscito a ribaltare il risultato nel ballottaggio. La notte del primo turno era indietro di circa due milioni di voti rispetto al suo avversario, consapevole di avere la vittoria in tasca anche perché convinto di incassare i nove milioni di voti dei candidati esclusi, tutti di centrodestra. Ora Lula avrà il compito di governare un Paese con un Parlamento in mano alla destra, punto che ha già affrontato nel suo primo discorso dopo la vittoria: «Molti dicono che Lula avrà difficoltà a governare, ma questo congresso di destra è stato eletto dal popolo, ed è con loro che lavorerò per approvare le cose».

La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti

Nasce la Lega Italia federale e anche la prima minoranza interna al partito fondato da Umberto Bossi. Con il congresso di Milano, il secondo della Lega Salvini premier (con la vecchia Lega Nord trasformata in una sorta di bad company), gli ex lumbard hanno tolto la dicitura ‘Salvini premier’ dal simbolo, affidandosi però alla guida del segretario fino al 2030.

Così Garavaglia ha rovinato i piani plebiscitari di Salvini

La scelta è stata presa a larga maggioranza dai delegati che lo avevano rieletto già un anno e mezzo fa a Firenze per alzata di mano. Il piano, lanciato dal palco di Pontida, era di ripetere il plebiscito per poi mettere a tacere tutte le critiche avanzate quest’estate dai lombardi capitanati da Massimiliano Romeo e Attilio Fontana. Ma stavolta il fu capitano si è dovuto “accontentare” dei voti di 465 delegati su un totale di 619 registrati (su 705 aventi diritto), il 76 per cento dei votanti. Circa il 24 per cento, 146 voti, è andato allo sfidante, l’ex ministro del Turismo Massimo Garavaglia. Tre sono state le schede bianche, cinque i voti non validi e ben 86 i delegati che non hanno votato. Forse non era esattamente l’esito che Salvini si aspettava quando aveva annunciato il congresso straordinario, con un blitz a sorpresa. «Ritorno al congresso per chiedere se ho la fiducia della mia famiglia, e ve la chiederò alzata di mano», aveva scandito dal palco sul ‘sacro prato’. Non si è potuto votare per alzata di mano grazie alla decisione «folle», come lui stesso l’ha definita, che ha portato Garavaglia a candidarsi.

La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti

Chi ha appoggiato e votato lo sfidante

Ex sindaco di Marcallo con Casone, ex braccio destro di Roberto Maroni in Regione Lombardia, il bocconiano amico di Giancarlo Giorgetti è uno che ha fatto il ministro di Mario Draghi e allo stesso tempo è capace di citare i capponi di Renzo Tramaglino nel discorso di presentazione della sua candidatura. È riuscito quasi a raddoppiare i consensi ottenuti con la faticosissima raccolta firme chiusa mercoledì, dopo che la segreteria di via Bellerio gli aveva fornito un elenco dei delegati in rigoroso ordine alfabetico senza i contatti telefonici e la divisione per provenienza regionale (la soglia era di 80 firme divise in quattro regioni). Lo hanno aiutato in diversi, soprattutto Romeo e Fontana e – più riservatamente – lo stesso Giorgetti, stando a quanto viene riferito da fonti ben informate. Non è chiaro se Luca Zaia abbia votato per lui, anche se l’ex doge – riferiscono le stesse fonti – ha detto ai lombardi di averlo fatto (non aveva però sottoscritto alcuna candidatura).

La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
L’intervento di Massimo Garavaglia (Imagoeconomica).

Dei 705 delegati al congresso, circa 400 lo erano di diritto: dirigenti ed eletti, parlamentari, sindaci, consiglieri regionali e comunali. Secondo i ‘nordisti’, questi – sostanzialmente fedeli all’attuale segreteria – avrebbero votato in massa per Salvini. Il che significa che i voti a Garavaglia sarebbero arrivati soprattutto dai delegati eletti, quelli della base, soprattutto lombarda, è l’argomentazione dei “ribelli”. In ogni modo, si è certificata, in una assise di partito, la presenza di una minoranza. E poco importa ai ‘nordisti’ se Salvini va dicendo che la Lega non è come il Pd e che non ci sono ma state correnti (ignorando che la prima e più importante corrente leghista fu quella dei ‘barbari sognanti’ maroniani che scatenò l’ondata che poi portò alle dimissioni di Bossi).

La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
Roberto Maroni e Umberto Bossi nel 2012 (Imagoeconomica).

Le frizioni tra il segretario e Giorgetti

Il congresso sembra aver assopito le polemiche solo apparentemente. Il livello del confronto tra Salvini e Giorgetti – quest’ultimo applauditissimo dall’assemblea – forse non è mai stato così aspro. «Mai nel Ppe, mai al governo coi socialisti», ha scandito il segretario dal palco, anche perché «mi sono pentito di essere entrato nel governo Draghi». Una stoccata, quest’ultima, al ministro dell’Economia, il leghista più vicino all’ex governatore della Bce. I salviniani infatti ritengono – a torto o a ragione – che Giorgetti stia lavorando già per l’ipotesi di un governo tecnico di unità nazionale nel caso in cui non esca un vincitore chiaro alle Politiche del prossimo anno. Nel suo intervento, Giorgetti non ha rinunciato a lanciare messaggi critici, con una chiarezza a lui poco usuale. A partire dall’appunto sulla natura del partito: «Credo nella Lega nazionale, non in quella nazionalista: sono due cose diverse». E altro che sovranismo, «io sono un conservatore», ha aggiunto citando il filosofo Roger Scruton molto caro anche a Giorgia Meloni.

Senza dimenticare le stoccate a Silvia Sardone, vicinissima a Salvini: «Vuole una Lega all’attacco? Io ho sempre giocato in porta…». Del resto, ha rimarcato il ministro dell’Economia, «è evidente che abbiamo dei problemi». La soluzione «è fare entrare in squadra quelli che sul territorio hanno più consenso». Durissimo, infine, sul progetto del Ponte sullo Stretto, tanto caro a Salvini, e citato come esempio di come la politica sia «l’arte del possibile, non l’arte dell’impossibile»: «Matteo vuol fare il ponte? Non è che uno dice ‘faccio il ponte’ e fa il ponte. No, ci sono una serie di vincoli, ci sono la Corte dei conti, la Corte costituzionale, la Commissione europea», ha rimarcato. Un passaggio che Giorgetti ha legato alla consapevolezza richiesta a chi governa: «Bisogna essere coscienti di questo se si è maturi politicamente».

La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
Giancarlo Giorgetti, ministro dellíeconomia, durante il suo intervento nel secondo giorno di congresso straordinario della Lega per eleggere il nuovo segretario a Milano, 25 ottobre 2026. ANSA/MOURAD BALTI TOUATI

Il no agli aiuti all’Ucraina e gli attacchi alla stampa

Ecco, del congresso rimangono le promesse salviniane di bloccare armi e aiuti a Kyiv nel prossimo Consiglio dei ministri. Uscita dal sapore elettorale che però mette in difficoltà gli alleati di maggioranza, Meloni in primis. E i rinnovati attacchi ai giornalisti, tenuti lontani dal luogo in cui si svolgeva l’assise e insultati durante il suo intervento dal palco. E poi quel simbolo con Italia (in grande) e federale (più piccolo) sotto la scritta Lega e la sagoma di Alberto da Giussano. Richiama il simbolo di un vecchio progetto di Bossi, che usò questa dicitura e questo simbolo per correre alle Amministrative a Roma nel 1993, con Maria Ida Germontani, e successivamente alle Regionali in Lazio, Puglia, Calabria e Campania. I risultati in tutte le consultazioni furono inferiori all’1 per cento. I salviniani contano di ottenere più consensi alle Politiche.

La vittoria di Salvini non spegne le frizioni con Giorgetti e i malpancisti
Matteo Salvini (Ansa).