Social, IA e potere: Hollywood torna ai film di impegno civile, ma hanno ancora senso?

Finalmente Hollywood ha ritrovato il coraggio dei bei film americani di impegno civile, quelli che ci avevano fatto innamorare del cinema a stelle e strisce e che da un po’ di tempo mancavano in sala. C’è però la consapevolezza che le cose sono un po’ cambiate rispetto a qualche decennio fa, quando la stampa era considerata davvero, al di là dei luoghi comuni, un cane da guardia della democrazia, in grado di soverchiare i poteri.

Quell’iconica scena finale de I tre giorni del Condor

Qualcuno ricorderà infatti il finale de I tre giorni del Condor, film di Sydney Pollack del 1975: Robert Redford consegna al New York Times un dossier sullo scandalo che coinvolge la Cia. Ma l’agente Higgins, che incrocia Redford sul marciapiede, gli chiede: «Ehi, sei sicuro che lo stampano?». Titoli di coda, senza rivelare se il giornale pubblicherà, facendo crollare i vertici dei servizi segreti americani, o insabbierà.

Il problema è che adesso la pubblicazione o meno dei dossier è diventata sostanzialmente irrilevante. Ed è più o meno il sunto di The Social – Il prezzo della verità (The Social Reckoning), il nuovo film di Aaron Sorkin in sala dall’8 ottobre.

Si tratta di una sorta di sequel di The Social network, pellicola di David Fincher del 2010 (ma Sorkin era lo sceneggiatore) in cui si raccontava la nascita di Facebook.

La storiaccia di Facebook e le manipolazioni dell’algoritmo

Il blockbuster si candida agli Oscar 2027, con Jeremy Allen White (il novello Sean Penn del cinema americano, protagonista della serie tivù di successo The Bear) nei panni di un giornalista di inchiesta del Wall street journal e Mikey Madison (l’attrice di Anora, premio Oscar 2025) che interpreta una data scientist di Facebook pentita per le manipolazioni dell’algoritmo.

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Jeremy Allen White e Mikey Madison in una scena del film.

Un social che favorisce polarizzazioni e fake news

Viene raccontato nei dettagli il cambio di rotta del social network creato da Mark Zuckerberg: da piattaforma per connettere persone a luogo nel quale le audience, le interazioni e l’engagement si espandono polarizzando le posizioni, concentrandosi sugli estremismi e sulla diffusione senza controllo delle fake news, fino a epiloghi come gli eventi di Capitol Hill del 6 gennaio 2021.

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Jeremy Strong nei panni di Mark Zuckerberg.

Il Wall Street journal pubblica le inchieste, Zuckerberg viene perfino interrogato dal Senato americano, nel marzo del 2021 cambia nome all’azienda (che diventa Meta) e, nonostante lo scandalo, gli effetti della campagna stampa sono sostanzialmente nulli: il 66 per cento degli americani continua tuttora a informarsi avendo come fonte privilegiata le piattaforme social, con tutti i difetti del caso.

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Il regista Aaron Sorkin (foto Ansa).
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La locandina del film.

Se il giornalismo e l’editoria in generale rimangono spuntati davanti al mondo dei social, quasi peggio vanno le cose per il cinema di fronte all’intelligenza artificiale.

Guadagnino e le difficoltà col film su Sam Altman

Gli Mgm Studios di Amazon, infatti, avevano deciso di realizzare Artificial, un film su Sam Altman e la nascita di OpenAI. Una specie di novello The Social network 16 anni dopo, e dedicato alla nuova forza creatrice-distruttrice dell’universo digitale.

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Sam Altman (Ansa).

Perché Jeff Bezos si è tirato indietro?

Ma, una volta finito il film, affidato a Luca Guadagnino e costato 40 milioni di dollari, ecco che Amazon si è tirata indietro: non lo distribuiremo, abbiamo scherzato, cercate altrove. Il motivo? Jeff Bezos ha iniziato a fare affari proprio con OpenAI e ha preferito quindi non disturbare troppo il manovratore.

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Luca Guadagnino (foto Imagoeconomica).

Così Guadagnino & co. per circa un anno sono andati in giro tra proiezioni private e incontri con uomini di business, alla ricerca di un distributore valido per uno dei prodotti cinematografici più attesi. Netflix, Searchlight Pictures, A24 hanno visto il film, si sono sperticati in complimenti, ma si sono congedati con un «grazie, ma no, grazie».

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Jeff Bezos (Ansa).

E alla fin fine, per 15 milioni di dollari, il film è stato comprato dalla casa di distribuzione Neon che lo porterà in sala dal 25 dicembre. Perché gli studios sono certamente molto focalizzati sul futuro del cinema, ma sanno bene che il loro business sarà strettamente legato alle strategie dell’intelligenza artificiale, con conflitti di interessi che è meglio non sollecitare.

Se poi lo stesso Jeff Bezos inizia a coltivare ambizioni alla Donald Trump e pensa di potersi candidare alla presidenza degli Stati Uniti, ecco allora che tutta la nuova strategia di Amazon è più chiara: Guadagnino, Andrew Garfield e Yura Borisov (pure lui, come Mikey Madison, ex del cast di Anora) facciano pure il loro irrilevante filmetto. Lasciamo giocare i ragazzini, che alle cose serie ci pensiamo noi.

Melonellum, l’incognita del 42 per cento: se salta il premio si torna alla Prima Repubblica

Uno, due, tre: flop. Mentre votavano tre fiducie e un voto finale sulla legge elettorale, i deputati, ma anche i senatori, di centrodestra e di centrosinistra non sfoggiavano sorrisi di trionfo o bronci da disfatta. Erano tutti soprattutto molto, molto mogi. Tanti i motivi: c’è il rischio bocciatura della Consulta, per la legislatura è partito il countdown, molti parlamentari torneranno a casa per sempre. Ma c’è uno spettro che agita i sonni dei leader.

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La protesta delle opposizioni dopo il voto finale sulla legge elettorale (Ansa).

Aiuti esterni cercasi

Perché il Melonellum ha come scopo principale dichiarato quello di dare cinque anni di stabilità a Palazzo Chigi per chi vince le elezioni. A questo serve il premio di maggioranza di 35 senatori e 70 deputati alla coalizione che ottiene il 42 per cento sia alla Camera sia al Senato, fino ad arrivare a quasi il 55 per cento dei parlamentari. Però, c’è un però. Se infatti nessuno raggiunge la soglia minima del 42 per cento il premio di maggioranza salta e il risultato delle elezioni si trasforma in un proporzionale puro. La prima conseguenza è che nemmeno la coalizione prima arrivata potrebbe dar vita a un governo senza aiuti esterni. Si aprirebbe insomma uno scenario da Prima Repubblica con lunghe consultazioni al Quirinale, estenuanti trattative con i partiti minori lasciati fuori dalle coalizioni al momento del voto (come potrebbero essere Roberto Vannacci e Carlo Calenda), fino ad arrivare, alle brutte, a trattative con i proxy, con i partiti più affini a scapito della compattezza della coalizione. Un sogno per chi ipotizza una riedizione delle larghe intese, un incubo per Giorgia Meloni ed Elly Schlein.

Melonellum, l’incognita del 42 per cento: se salta il premio si torna alla Prima Repubblica
Roberto Vannacci e Carlo Calenda.

Se l’asticella fosse troppo alta?

Proprio per questo Fratelli d’Italia a un certo punto aveva ipotizzato di presentare una modifica allo Stabilicum per abbassare al 41 per cento la soglia. Più affrontabile, soprattutto considerando i sondaggi che non danno alcuna coalizione in netto vantaggio, ma entrambe vicine al pareggio e soprattutto entrambe non stabilmente sopra il 42 per cento. Ma la lettura ragionata delle sentenze della Consulta in materia elettorale, rammentate al governo da Sergio Mattarella, ha fatto capire che si rischiava una bocciatura non solo di qualche codicillo ma di tutto l’impianto da parte della Corte Costituzionale. E dunque 42 per cento sia, ma con la grande incognita che l’asticella fissata sia troppo alta per le gambe delle due coalizioni e ci si ritrovi dopo il voto a un tana liberi tutti che rimescolerebbe le carte e i partiti. Tutto molto Prima Repubblica.

Melonellum, l’incognita del 42 per cento: se salta il premio si torna alla Prima Repubblica
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).