Vox contro la Ley de Nietos: così la destra vuole cambiare il voto in Spagna

Ridisegnare collegi e circoscrizioni elettorali con l’obiettivo di influenzare il risultato delle elezioni. È una tendenza che sembra contagiosa. Negli Stati Uniti i Repubblicani e Donald Trump ne hanno fatto un vero e proprio metodo, promuovendo iniziative per irrigidire i requisiti di accesso alle urne e rinfocolando la battaglia sul gerrymandering, ovvero la pratica di ridisegnare a tavolino la mappa dei collegi per “impacchettare” o disperdere il voto degli avversari e garantirsi la maggioranza anche con un minor numero di preferenze complessive.

Vox contro la Ley de Nietos: così la destra vuole cambiare il voto in Spagna
Donald Trump (Ansa).

La logica, insomma, è quella di agire d’anticipo. Una tentazione a cui non riesce a resistere nemmeno la destra radicale spagnola di Vox. Risponde, infatti, a questa strategia il ricorso d’urgenza depositato al Tribunal Supremo (la Corte Suprema di Madrid) con cui la formazione guidata da Santiago Abascal ha chiesto di escludere dai seggi per le elezioni anticipate del prossimo 29 novembre tutti coloro che hanno ottenuto la nazionalità grazie alla cosiddetta Ley de Nietos, la legge dei nipoti.

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Il leader di Vox, Santiago Abascal (Ansa).

Il dibattito sulla Ley de Memoria Democrática del 2022

Per comprendere la portata della contesa, occorre fare un passo indietro e guardare al funzionamento del meccanismo finito nel mirino di Vox. Si tratta di una disposizione aggiuntiva della Ley de Memoria Democrática. In vigore dall’ottobre 2022, la norma nasceva, come suggerisce il nome, con un preciso intento di riparazione storica: consentire l’ottenimento della nazionalità ai nati all’estero con genitori o nonni che l’avevano persa a causa dell’esilio per ragioni politiche, ideologiche, religiose o di orientamento e identità sessuale durante la Guerra Civile e la dittatura franchista. Per guidare il lavoro dei consolati sommersi dalle pratiche, il ministero della Giustizia aveva introdotto una presunzione automatica: chiunque avesse lasciato la Spagna tra il 18 luglio 1936 e il 31 dicembre 1955 veniva considerato a priori un perseguitato. Ai discendenti bastava quindi certificare l’espatrio degli antenati in quell’arco di tempo per ottenere automaticamente il passaporto e quindi il diritto di voto. Secondo i più critici, la circolare ha finito per snaturare lo spirito del testo originario, spalancando le porte a una concessione generalizzata della cittadinanza anche agli eredi di chi era emigrato per meri motivi economici. Lo scorso settembre, il Tribunal Supremo era già intervenuto con un’ordinanza che congelava l’iscrizione al registro elettorale dei residenti all’estero che avevano ottenuto il passaporto tramite la cosiddetta Ley de Nietos. La Corte specificava, tuttavia, che il blocco non si sarebbe applicato alle persone per le quali i funzionari consolari avessero potuto attestare la discendenza da spagnoli esiliati per i motivi previsti dal testo.

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Pedro Sanchez (Ansa).

Abascal agita lo spauracchio della frode elettorale

Esattamente qui si inserisce la mossa di Vox, tornato all’attacco per chiedere una drastica inversione dell’onere della prova: invece di far verificare le carte ai consolati, spetterebbe ai singoli cittadini presentare un ricorso individuale e dimostrare con documenti alla mano l’effettivo esilio dei propri avi per poter andare alle urne. Non si tratta di una schermaglia formale, ma di un’offensiva il cui impatto aritmetico sarebbe dirompente. Tra le elezioni del 2023 e l’estate del 2026, gli iscritti al censo estero sono cresciuti di oltre 408 mila unità (+15 per cento), superando quota 2,8 milioni di potenziali aventi diritto. Un bacino che la destra radicale percepisce come strutturalmente ostile e la cui ripartizione sulle circoscrizioni di Madrid e Barcellona (le due città con gli incrementi più significativi) potrebbe spostare seggi decisivi per la futura maggioranza di governo. Agitando lo spauracchio del pucherazo (la frode elettorale), Abascal ha così trasformato la verifica dei registri consolari nel primo scontro frontale della campagna.

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Santiago Abascal ospite di Atreju nel 2023 (Imagoeconomica).

La riorganizzazione del Frente Amplio

Questa contesa si innesta sul terremoto politico provocato dalla decisione del premier Pedro Sánchez di sciogliere le Cortes e indire le elezioni anticipate il 29 novembre. Una mossa arrivata al culmine di una fase parlamentare segnata dalla bocciatura dei decreti sull’emergenza abitativa. Certo, la sua riconferma appare poco verosimile. Secondo le rilevazioni di RTVE, la tv pubblica spagnola, il PSOE perderebbe cinque punti percentuali rispetto al 2023 e ben 17 seggi. Per non parlare delle forze alla sua sinistra, attraversate da una profonda riorganizzazione dopo il fallimento del progetto Sumar e il definitivo disimpegno della vicepremier Yolanda Díaz. I partiti dell’alleanza — tra cui Izquierda Unida, i Comuns dell’ex sindaca Ada Colau, Más Madrid e quel che resta di Sumar — cercano di ricompattarsi sotto l’ombrello del Frente Amplio, strizzando l’occhio alle esperienze sudamericane (dall’Uruguay al Cile), più che al campo largo italiano. Inoltre, con tempi strettissimi e tensioni interne alle stelle, manca ancora la convergenza con Podemos.

Vox contro la Ley de Nietos: così la destra vuole cambiare il voto in Spagna
Pedro Sanchez (Imagoeconomica).

Popolari ed estrema destra in vantaggio nei sondaggi

Mentre il centrosinistra cerca faticosamente di salvare il salvabile per contenere l’onda conservatrice, quest’ultima viaggia a vele spiegate. Il sondaggio di RTVE accredita al blocco formato da Partido Popular e Vox un netto vantaggio: 203 seggi (27 oltre la soglia di 176 necessaria per la maggioranza assoluta). Il PP otterrebbe il 32,5 per cento dei consensi (-0,6 per cento rispetto a tre anni fa), mentre la destra radicale veleggia verso il 18,7 per cento, un dato in crescita del 6,3 per cento se confrontato con i risultati delle ultime Politiche.

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Alberto Nunez Feijo (Ansa)

Tra le condizioni poste da Vox c’è anche la remigrazione

Dopo aver riassorbito i contraccolpi di una tentata scissione interna nei mesi scorsi, Abascal ha già dettato le condizioni non negoziabili per sostenere un esecutivo a guida PP: applicazione rigida della «priorità nazionale», drastica deregulation economica, tutele per i lavoratori autonomi e il ricorso esplicito alla “remigrazione” per incentivare i rimpatri. Difficile che Alberto Núñez Feijóo possa rifiutare. D’altronde l’alleanza di governo tra popolari e Vox non costituirebbe una novità assoluta per il Paese, visti i precedenti a livello regionale in Andalusia, Castiglia e León, Aragona ed Estremadura. In questo quadro di fortissima polarizzazione, il tentato blitz di Vox svela la vera posta in gioco della competizione che attende la Spagna: un braccio di ferro non tanto su chi votare, ma per decidere chi ha il diritto di farlo.

Caso Epstein, l’ex principe Andrea vince la causa contro la polizia: «Perquisizioni illegali»

Le perquisizioni compiute a febbraio nelle due residenze dell’ex principe Andrea nell’ambito delle indagini sul caso Epstein erano «illegittime». L’ha stabilito un giudice presso l’Alta Corte di Londra dando ragione al figlio di Re Carlo che, nei giorni precedenti, aveva presentato ricorso per contestare la legittimità delle azioni delle autorità. Durante le perquisizioni, avvenute nel giorno del suo 66esimo compleanno nelle dimore di Sandringham e di Windsor, fu anche sottoposto a un arresto temporaneo di circa 24 ore. L’operazione faceva parte di un’indagine – ancora in corso – riguardante le frequentazioni di Andrea con il defunto faccendiere Jeffrey Epstein che, precisa il giudice, andrà avanti. L’ipotesi è che l’ex principe abbia inoltrato a terzi informazioni e rapporti confidenziali ottenuti mentre ricopriva il ruolo di inviato speciale per il commercio internazionale e gli investimenti.

Attacco russo a Kramatorsk, colpiti due autobus: 33 morti

Le autorità locali ucraine della città di Kramatorsk, nella regione del Donetsk, hanno denunciato un raid russo contro due autobus avvenuto nella mattinata di giovedì 8 ottobre 2026. Nell’attacco sono morte 33 persone e almeno 18 sono rimaste ferite. Il governatore Vadym Filaskin, visto il «netto deterioramento della sicurezza nella regione», ha ordinato alle amministrazioni militari delle città di Kramatorsk e Sloviansk di sospendere il trasporto pubblico. «Si tratta di una misura imposta dal comportamento del nemico, per il quale il trasporto di civili è diventato un ulteriore mezzo per uccidere gli ucraini».

Zelensky: «L’attacco non rimarrà senza risposta»

In un post su X, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è così intervenuto sulla vicenda: «I medici stanno lottando per salvare le vite delle persone ferite nell’attacco russo a Kramatorsk. La bomba russa ha colpito in pieno due bus urbani. Alcune delle vittime non sono ancora state identificate a causa della gravità delle loro ferite. Le mie condoglianze a tutte le loro famiglie e ai loro cari. Anche edifici residenziali e automobili sono stati danneggiati». E ancora: «Questo attacco non rimarrà senza risposta. La Russia sta cercando di distruggere ogni forma di vita nel Donbass, e una risposta dal mondo è d’obbligo. Una risposta energica, esattamente come i russi meritano per tutte le morti che hanno causato. Che tutti i caduti riposino in pace».

Ue: «Crimini di guerra, manteniamo alta la pressione su Mosca»

Sull’episodio si è espresso anche un portavoce della Commissione europea: «La Russia ha intensificato gli attacchi contro i civili. Abbiamo appena appreso dell’ultimo episodio di attacchi russi contro alcuni autobus a Kramatorsk. Gli attacchi intenzionali contro i civili e gli obiettivi non militari costituiscono crimini di guerra. Tutti gli autori e i complici di queste violazioni del diritto internazionale umanitario saranno chiamati a rispondere delle loro azioni. L’Ue manterrà il sostegno all’Ucraina e continuerà ad aumentare e a mantenere la pressione sulla Russia».

Credit Agricole respinge la scalata di Mps su Banco Bpm

Credit Agricole non intende aderire all’offerta di Monte dei paschi di Siena su Banco Bpm. «Abbiamo deciso di non conferire le azioni», ha dichiarato l’amministratore delegato del gruppo francese, Olivier Gavalda, durante una conferenza stampa a Francoforte, secondo quanto riportato da Bloomberg. Credit Agricole detiene il 29,3 per cento del capitale di Banco Bpm ed è il primo azionista dell’istituto. Il no dei francesi non è l’unico ostacolo per l’amministratiore delegato di Mps Luigi Lovaglio. A restringere ulteriormente i suoi margini di manovra del banchiere sono arrivati il rilancio di Intesa Sanpaolo, che il 3 ottobre ha aumentato di 25 centesimi la componente in contanti della propria opas su Mps (portandola a 1,25 euro per azione, oltre a 1,6 titoli Intesa di nuova emissione), ma anche la bocciatura del Gruppo Caltagirone che, l’8 ottobre, ha annunciato di seguire Delfin ed Edizione votando contro le due ops su Banco Bpm e Banca Generali.

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Gli Approfondimenti Rai verso il baratro, il ritorno di Mastrapasqua e le altre pillole

Prosegue senza sosta la marcia “trionfale” degli Approfondimenti Rai verso il baratro. Mercoledì 7 ottobre, al debutto in prima serata su RaiDue, Patù – La passione delle idee è stato visto da 155 mila spettatori, pari all’1,5 per cento di share. Presentato in pompa magna dal direttorissimo Paolo Corsini, il programma di Roberto Inciocchi si è schiantato alla prima curva, tra l’altro penalizzando pure Chi l’ha visto?, che su RaiTre ha registrato il 6,4 per cento di share con 945 mila spettatori. In Rai i nervi sono a fior di pelle: Patù, se non si risolleva entro un paio di puntate, rischia di non arrivare al panettone. Maretta anche dalle parti di Filorosso, la trasmissione di Antonino Monteleone, che martedì 6 ottobre su RaiTre è rimasto inchiodato al 2,6 per cento. A quanto ci risulta, c’è stato un gabinetto di crisi con Monteleone, il direttore Corsini e il vice Giuseppe Malara. Un confronto ruvido, nel corso del quale sarebbe stato chiesto a Monteleone di ritoccare il format del programma, avvicinandolo a quello de Le Iene. Parola d’ordine: cercare di recuperare qualche spettatore, altrimenti pure Filorosso potrebbe chiudere i battenti prima del nuovo anno…

Gli Approfondimenti Rai verso il baratro, il ritorno di Mastrapasqua e le altre pillole
Gli Approfondimenti Rai verso il baratro, il ritorno di Mastrapasqua e le altre pillole
Gli Approfondimenti Rai verso il baratro, il ritorno di Mastrapasqua e le altre pillole

Toh, chi si rivede: Mastrapasqua all’Inps

Chi si ricorda di Antonio Mastrapasqua? Era stato colpito da un’ondata di accuse sfociate in un’inchiesta, quando era presidente dell’Inps, per il suo ruolo di direttore generale dell’ospedale israelitico che ha sede a Roma, tanto da doversi dimettere, nel 2014, mentre i sindacati festeggiavano la sua uscita: veniva definito «il collezionista di poltrone» per i tanti incarichi che aveva. A distanza di tanti anni, nella serata di giovedì 8 ottobre, Mastrapasqua torna a Palazzo Wedekind, sede dell’Inps, per la presentazione del suo libro intitolato Il futuro rubato. Pensioni, lavoro, giovani. Come invertire la rotta del declino. Con lui ecco Renato Brunetta, Sabino Cassese, Gabriele Fava, Antonio Polito. Chissà se si presenterà anche Enrico Giovannini, che allora, in qualità di ministro del Lavoro del governo di Enrico Letta, accettò le dimissioni di Mastrapasqua da presidente dell’Inps. Ma forse Giovannini, ora protagonista nel settore della green economy, è troppo impegnato con la sua Asvis, l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, di cui è co-fondatore e direttore scientifico.

Gli Approfondimenti Rai verso il baratro, il ritorno di Mastrapasqua e le altre pillole
Gli Approfondimenti Rai verso il baratro, il ritorno di Mastrapasqua e le altre pillole
Gli Approfondimenti Rai verso il baratro, il ritorno di Mastrapasqua e le altre pillole

I Caprotti a Roma si allargano

Invasione romana dei Caprotti. Nella giornata di mercoledì nella Capitale sono apparsi tanti signori con impeccabile vestito scurissimo e badge con il nome e cognome ben visibile: erano i top manager di Esselunga, capitanati dalla “proprietà”, ossia Marina Caprotti, anche lei munita del cartellino nominativo, incredibile ma vero. Nella mattinata il corteo ha presenziato all’apertura di una nuova “laEsse” in corso d’Italia, proprio a due passi dalla Cgil di Maurizio Landini (e a qualcuno è tornato in mente il libro del fondatore, Bernardo Caprotti, intitolato Falce e carrello). Quindi, nel pomeriggio, passaggio a Roma Nord, nella Balduina cara alla destra romana, a pochi passi dalla storica abitazione dell’ex sindaco capitolino Gianni Alemanno (ora tornato protagonista assieme a Roberto Vannacci di Futuro Nazionale).

Gli Approfondimenti Rai verso il baratro, il ritorno di Mastrapasqua e le altre pillole
Marina Caprotti, presidente di Esselunga, con la madre Giuliana, vedova di Bernardo (foto Imagoeconomica).

Due punti vendita che facevano parte di Decò Gourmet, e che aprono un nuovo capitolo del gruppo Caprotti, inaugurando la gestione del nuovo amministratore delegato Claude Sarrailh, in carica dal 2 ottobre, che sta spingendo sulle acquisizioni di strutture già esistenti, inglobando e assorbendo i dipendenti che ne facevano parte, che erano 47. A quanto pare, le nuove aperture romane non si fermeranno a queste due, che si sommano al gigantesco Esselunga di viale Palmiro Togliatti (sempre a proposito di Falce e carrello), e ai più piccoli di viale Liegi ai Parioli e via Tomacelli in centro, dove era stato pizzicato a fare la spesa Giuseppe Conte. L’oggetto del desiderio è sempre la zona di Prati, dopo la chiusura del punto di via Cola di Rienzo, aperto nel 2021 e chiuso pochi mesi fa per lo sfratto che ha subito il gruppo Coin, nel quale laEsse era stata inserita. Intanto Esselunga aumenta il fatturato, e pure gli utili. E dal 7 ottobre al 18 novembre il gruppo azzera i 7,90 euro di consegna per gli ordini online di almeno 130 euro a Roma e nel Lazio. Le altre realtà della grande distribuzione sono avvisate.

Assegnato il Nobel per la Letteratura 2026

Il Premio Nobel per la Letteratura 2026 è stato assegnato all’autrice canadese Anne Carson «per la sua audace e inventiva opera che, in un giocoso dialogo con la tradizione classica, ha creato nuove forme per la letteratura contemporanea».

Salvini si prende il Congresso: i malumori restano sotto il tappeto

Un risultato lo ha già ottenuto: far sparire la Lega dai giornali. Dopo l’estate ‘calda’ della ribellione lombarda, guidata da Massimiliano Romeo e Attilio Fontana, il partito di Matteo Salvini è sostanzialmente scomparso dai retroscena di stampa. Dopo l’annuncio a sorpresa del congresso, lanciato dal segretario sul palco di Pontida, i resoconti sul malcontento interno alla Lega si sono rarefatti, finendo sotto i tappeti di via Bellerio.

Salvini si prende il Congresso: i malumori restano sotto il tappeto
Attilio Fontana e Massimiliano Romeo (Ansa).

Un palco per dare il via alla campagna elettorale

Nel partito nessuno – a torto o a ragione – si aspetta grandi sorprese dall’assise in programma a Milano il weekend del 24 e 25 ottobre. Il congresso servirà al capo per riacquistare visibilità, si sostiene, subito dopo aver citato lo scivolone al 4,5 per cento nell’ultimo sondaggio del Fatto quotidiano. Insomma, sarà un po’ una ‘sfilata’ di contenuti per dare il via ufficiale alla campagna per le Politiche dopo l’ok alla nuova legge elettorale.

Salvini si prende il Congresso: i malumori restano sotto il tappeto
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

All’ordine del giorno programma e contenuti

In mancanza di avversari all’unico candidato alla segreteria, Salvini succederà nuovamente a se stesso (l’ultima elezione, per un mandato di quattro anni, era stata l’anno scorso a Firenze) e il congresso dovrebbe concentrarsi sul programma e sui contenuti. Il voto per il segretario, con tutta probabilità, avverrà per alzata di mano (Salvini lo aveva già preannunciato a Pontida). Anche sul simbolo non si attendono particolari novità, contrariamente a quanto anticipato da alcune testate. Al contrassegno elettorale che sarà presentato alle Politiche – la decisione ormai è digerita – sarà lasciata solo la dicitura ‘Lega’, verrà tolto ‘Salvini premier’. Ma per approvare un cambiamento del genere bastava la ratifica in consiglio federale, non serviva passare per il congresso. Discorso diverso si deve fare sul nome del partito che – sembra – non sarà sottoposto a modifiche.

Salvini si prende il Congresso: i malumori restano sotto il tappeto
Matteo Salvini a Pontida (Ansa).

Dopo quella del veneto si attende una mozione lombarda

Intanto dal Veneto, come nel 2025 a Firenze, arriva la prima mozione congressuale, dal titolo ‘Autonomia e identità’ e scritta dal commissario regionale Andrea Tomaello. Si attende – e questa sarebbe una novità – una eventuale mozione critica dei lombardi. Ma dovrebbe essere un gesto più di testimonianza che altro, nel segno del motto leghista «Mai mulà».

Approvata la legge elettorale con 227 sì a scrutinio segreto

Tutto liscio alla Camera per l’ultimo voto, a scrutinio segreto, sulla nuova legge elettorale. Il testo è passato con 227 sì. Al termine del voto, i banchi della maggioranza sono esplosi in un’esultanza, mentre le opposizioni hanno alzato il cartello “Legge trufffa”. I partiti avevano schierato tutti i leader e i big per le dichiarazioni di voto, tra cui Elly Schlein (Pd), Giuseppe Conte (M5s), Maria Elena Boschi (Iv), Matteo Richetti (Azione), Angelo Bonelli (Avs), Riccardo Magi (Più Europa), Giovanni Donzelli (Fdi), Stefano Benigni (Fi) ed Edoardo Ziello (Fn). Il governo era largamente presente con il vicepremier Antonio Tajani, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, la titolare delle Riforme Elisabetta Casellati, il ministro della Cultura Alessandro Giuli, quello dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, il titolare del Turismo Gianmarco Mazzi, la ministra della Natalità e la Famiglia Eugenia Roccella e il ministro della Salute Orazio Schillaci.

Inchiesta UniPegaso-Multiversity, 22 indagati tra direttori e ad di giornali

La procura di Napoli ha aperto un’inchiesta sul gruppo UniPegaso-Multiversity ipotizzando una corruzione tra privati tra il presidente Fabio Domenico Vaccarono e alcuni organi di stampa. Secondo l’accusa, insieme ai manager Andrea Buonomo, Andrea Ferrante e Gianpiero Mazza (che erano i referenti apicali del fondo Cvc Italia proprietario del gruppo) e Gianluca Comin e Gianluca Giansante, presidente e socio operativo di Comin & Partners, Vaccarono avrebbe fatto parte di una «associazione a delinquere con lo scopo di commettere una serie indeterminata di corruzioni tra privati, di istigazioni alla corruzione e, ove necessario, di estorsione». Per ottenere articoli positivi sul gruppo, i vertici di Unipegaso avrebbero ottenuto una stampa favorevole «attraverso una rete di rapporti con gruppi editoriali, concessionarie pubblicitarie, direttori di testate e agenzie di stampa», utilizzando la «promessa, erogazione, riattivazione e incremento di investimenti pubblicitari». In più, Vaccarono avrebbe esercitato pressioni sulla ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, attraverso il giornalista e faccendiere Luigi Bisignani, per ottenere una proroga della disciplina eccezionale per poter proseguire con gli esami a distanza.

22 indagati tra direttori e ad di giornali italiani

Nell’inchiesta sono indagate 22 persone tra cui Mirja Cartia D’Asero e Mario Orfeo per il gruppo Gedi; Andrea Malaguti, ex direttore de La Stampa; Alessandro Bompieri e Uberto Fornara per il gruppo Rcs; Francesco Cancellato, direttore di Fanpage; Gaspare Giuseppe Borsellino, dell’agenzia Italpress; Claudio Cerasa, direttore del Foglio; Walter Giuseppe Bonanno, amministratore delegato della società Piemme; il manager Fernando Diana; Stefano Cecchetti, del gruppo Libero Editoriale; Cinzia Monteverdi, ad del Fatto quotidiano e Peter Gomez, direttore del fattoquotidiano.it; Federico Silvestri, del Sole 24ore.

Trump contestato in Texas, poi attacca El-Sayed: «Simpatizzante dei terroristi»

Il presidente Donald Trump è stato più volte contestato durante il suo discorso al Freeman Coliseum di San Antonio, in Texas. Il tycoon, impegnato a mobilitare gli elettori dello Stato a sostegno dei candidati repubblicani in vista delle midterm, è stato interrotto più volte, con un manifestante che è sembrato essere vicino al palco, mentre almeno tre persone sono state portate via dalla sicurezza. «Sapete, molti di questi sono pagati. Sono contestatori pagati dai nemici della nostra nazione. Vi assicuro che li pagano per questo», ha detto Trump. Altre contestazioni sono maturate quando ha attaccato il dem James Talarico, che a suo dire sarebbe un vegano che finge di mangiare carne per poi vomitare di nascosto ogni volta che lo fa. Si è anche scagliato contro il deputato Henry Cuellar, un democratico a cui aveva concesso la grazia l’anno scorso, definendolo «ingrato» per non essere passato al partito repubblicano.

L’attacco a El-Sayed: «Estremista radicale, simpatizzante dei terroristi»

Il presidente Usa non ha risparmiato nemmeno Abdul Mohammed El-Sayed, candidato dem al Senato in Michigan. In un post su Truth si è così scagliato contro di lui: «Si rifa ai tempi della Jihad. È un estremista radicale, un simpatizzante dei terroristi e non è diverso dal suo migliore amico, Hasan Piker, che odia l’America. Come vanno le cose in Francia? I valori di Mohammed non sono certo quelli degli abitanti del Michigan, né quelli dei nostri grandi Stati Uniti! È la scelta sbagliata per Michigan e America. Votate per Mike Rogers, ha il mio pieno e totale sostegno e non vi deluderà mai».

Fifa, Ramon Vega sfida Infantino e si candida per la presidenza

Ramon Vega, ex difensore del Cagliari e del Tottenham, ha annunciato l’intenzione di candidarsi alle elezioni per la presidenza della Fifa in programma nel 2027. È il primo a sfidare il presidente uscente Gianni Infantino, in carica dal 2016 e che punta al quarto mandato. Vega ci aveva già provato sia nel 2015, in seguito alla sospensione dell’ex presidente Sepp Blatter, sia quattro anni più tardi, ma non riuscì a ottenere il sostegno necessario per essere inserito nella lista dei candidati. Non aveva infatti raggiunto la quota richiesta di cinque federazioni affiliate su un totale di 211. Ex nazionale svizzero, 55 anni, dal suo ritiro dal calcio giocato nel 2004 lavora nel settore finanziario.

«Mi candido per ripristinare credibilità, l’attuale dirigenza ha demoralizzato il mondo del calcio»

«Mi candido per riunire la famiglia del calcio mondiale, attuare riforme autentiche e durature, modernizzare la Fifa per il XXI secolo, ripristinare stabilità e credibilità e ricostruire la fiducia di cui il nostro sport ha urgente bisogno», ha dichiarato in una nota. «Mi candido perché la mia vita mi ha preparato a servire questo sport. Il calcio non appartiene a presidenti, confederazioni o dirigenti. Il calcio è lo sport della gente e appartiene a tutti. Giocatori, allenatori, arbitri, tifosi, volontari, club, leghe, associazioni e comunità». E ancora: «L’attuale dirigenza ha demoralizzato il mondo del calcio. Una governance debole ha compromesso la credibilità della Fifa e incrinato la fiducia all’interno della famiglia calcistica globale. Dobbiamo impedire che questo conflitto degeneri. Non si deve mai permettere che lotte di potere tra i vertici danneggino coloro che contano di più: giocatori, allenatori, arbitri e tifosi di tutto il mondo. Loro non sono responsabili di questi conflitti. Meritano di meglio. Il calcio è in rianimazione, attaccato alle macchine per la sopravvivenza».

Mps, il gruppo Caltagirone voterà contro le ops in assemblea

Il gruppo Caltagirone ha ufficializzato il voto contrario nell’assemblea straordinaria di Mps in calendario il 29 ottobre 2026 che dovrebbe varare, tra l’altro, le due ops su Banco Bpm e Banca Generali e l’operazione di riduzione del capitale finalizzata al pagamento del dividendo straordinario in parte con azioni Generali. La nota indica che il cda «ha recepito integralmente le valutazioni del comitato degli amministratori indipendenti coadiuvato dal parere del professor Giovanni Fiori e ha deliberato all’unanimità di dare voto contrario a tutti e cinque i punti dell’ordine del giorno». Con il no di Caltagirone, che segue Delfin (17,5 per cento del capitale) e i Benetton (1,45 per cento) cresce oltre il 32 per cento il capitale della banca di Rocca Salimbeni contrario all’operazione costruita dall’amministratore delegato Luigi Lovaglio e a favore invece dell’opas di Intesa Sanpaolo.

Melonellum, dopo l’ok può arrivare la Consulta: tutte le incognite

Fatta la legge, trovato l’inganno. O almeno il ricorso. Perché dopo aver votato alla Camera tre – ripetiamo tre – fiducie sulla legge elettorale e in attesa del voto finale a scrutinio segreto, l’aria che si respira in Transatlantico è quella del «facciamo anche questa, tanto poi cambia tutto».

Melonellum, dopo l’ok può arrivare la Consulta: tutte le incognite
Il voto sulla legge elettorale alla Camera (Imagoeconomica).

I ricorsi e la probabile decisione della Corte Costituzionale

Già, perché se la legge verrà approvata senza subire la mannaia dei franchi tiratori nel voto segreto finale di giovedì, e pochi in effetti ormai scommettono che possano esserci sorprese, sono comunque molte le incognite sul Melonellum o Stabilicum che dir si voglia. Qualcuno dell’opposizione, pochi in effetti, spera ancora in un tratto di matita blu da parte del Quirinale, ma il capo dello Stato ha già fatto quel che poteva con un’opera di moral suasion durante l’iter della legge, suggerendo e ottenendo alcune modifiche sostanziali, e ora difficilmente tirerà ancora la corda nell’anno pre-elettorale. L’incognita principale invece è ovviamente il giudizio della Corte Costituzionale, che tutti danno per scontato. Per lunedì è già stata programmata la conferenza stampa della ‘Rete per il voto libero e plurale’ coordinata da Roberto Zaccaria ed Enrico Grosso, in cui verranno annunciati i ricorsi presso tutte le Corti d’appello regionali. Basterà che un solo giudice accolga il ricorso e la Consulta sarà chiamata a una decisione di costituzionalità.

Melonellum, dopo l’ok può arrivare la Consulta: tutte le incognite
Il palazzo della Consulta (Imagoeconomica).

I punti della legge elettorale più a rischio

Ora, chi ha seguito il dibattito in questi mesi sa che i costituzionalisti sono divisi tra chi ritiene che la legge sia in linea con la Carta e chi invece ritiene che violi le indicazioni già date dalla stessa Corte nella sentenza con cui nel 2017 bocciò l’Italicum voluto dall’allora premier Matteo Renzi (anche lui pose la fiducia sul testo e Meloni lo definì «scandaloso»).

Ma pochi sono sicuri che lo Stabilicum avrà il via libera, e i più guardano con allarme ai passaggi sulla raccolta di firme per i partiti nuovi (portate a 450 mila) e sull’indicazione del premier nella scheda (vero trappolone teso al litigioso e testardamente diviso campo largo). La sentenza, nel caso di ricorso accolto, molto probabilmente arriverebbe verso febbraio, cioè prima delle elezioni che dovrebbero tenersi tra primavera e autunno prossimi e quindi alle urne si potrebbe andare non già con il Melonellum ma con il nuovo Consultellum, cioè con la legge voluta da Meloni ma con le ‘sforbiciate’ inferte dai giudici della Corte Costituzionale. Questi erano i discorsi più insistenti tra i deputati in attesa di votare la fiducia alla legge. Forse per questo l’aria non era delle più allegre, nemmeno nelle fila della maggioranza. O forse era solo colpa della pioggerella autunnale…