Fake news, deepfake e “slopaganda”: come l’IA ha stravolto le midterm Usa

Propaganda, disinformazione e intelligenza artificiale. Un mix esplosivo ha travolto la campagna elettorale delle midterm americane in programma il 9 novembre. Non soltanto un test cruciale per il futuro politico di Donald Trump: queste elezioni di metà mandato sono anche le prime in cui l’IA ha raggiunto una potenza di fuoco tale da poter influenzare davvero le decisioni degli statunitensi. Eppure non è passato così tanto tempo dall’ultima volta in cui i cittadini sono stati chiamati alle urne. Erano le Presidenziali del 2024, Trump contro Kamala Harris. Solo che nel frattempo, in appena due anni, le grandi piattaforme social, dove milioni di elettori si informano, sono pericolosamente progredite a livello tecnologico: oggi YouTube, Facebook, Instagram, TikTok e X possono contare su sistemi avanzati basati sull’intelligenza artificiale. Per non parlare di Google, che con l’IA genera riassunti dei profili dei candidati, mentre chatbot come ChatGPT (di OpenAI) o Claude (Anthropic) sono diventati gli strumenti preferiti di chi cerca notizie sul web. E tutto questo come ha cambiato le regole del gioco?

«Ci stiamo addentrando in un territorio sconosciuto»

I politici e i loro staff ricorrono ormai sistematicamente all’intelligenza artificiale per creare contenuti propagandistici. Col rischio (e in alcuni casi proprio la spudorata intenzione) di somministrare agli utenti una dose massiccia di fake news, minacciando così l’integrità del voto. Frances Haugen, l’ex ingegnera di Facebook che ha svelato la tossicità della piattaforma di Mark Zuckerberg, ha spiegato al Guardian che «ora è possibile condurre una campagna d’informazione con una qualità che nel 2016 era impossibile, e a un prezzo molto, molto basso». L’esperto di politica digitale Deen Freelon ha detto al New York Times che «ci stiamo addentrando in un territorio sconosciuto».

Fake news, deepfake e “slopaganda”: come l’IA ha stravolto le midterm Usa
Mark Zuckerberg (Ansa).

I soldi spesi nell’IA sono passati da 50 mila dollari a 137 milioni…

Sarà pure sconosciuto, ma, a quanto pare, questo territorio non spaventa i candidati alle midterm, specialmente i repubblicani di Trump. Del resto, nell’IA hanno trovato un’arma micidiale per plasmare la percezione che i cittadini hanno dei loro antagonisti alle urne. Così, come segnala Wesleyan Media Project, che monitora la pubblicità politica negli Usa, soltanto nel 2026 i candidati di entrambi i partiti hanno speso più di 137 milioni di dollari per generare, tramite l’intelligenza artificiale, oltre 220 annunci, il 70 per cento dei quali senza alcuna etichetta che avvertisse della creazione attraverso l’IA. E pensare che l’investimento in questo campo era quasi nullo nella tornata precedente: meno di 50 mila dollari.

L’80 per cento di questo materiale è di produzione repubblicana

Non sorprende constatare, poi, che l’80 per cento di questo materiale è di produzione repubblicana. Certo, Trump (o chi per lui del suo staff) da tempo inquina il dibattito pubblico con le sue clip provocatorie che periodicamente danno forma alla sua visione del mondo. Da quella che promuoveva la costruzione del lussuoso resort a Gaza, sopra i cadaveri dei palestinesi uccisi, a quelle in cui umiliava chi ha osato manifestare contro la sua deriva autoritaria. Fino al video in cui il presidente si è trasformato in un personaggio dei Lego che, a tempo di rap, si vanta dei presunti risultati del suo secondo mandato. In tutto, di questi assurdi filmati ne sono stati contati almeno 60.

Intanto, la normalizzazione dell’IA ci ha messo poco a travalicare i confini dell’accettabile. Una delle vittime è stato il democratico James Talarico, che aspira a strappare ai repubblicani del Texas uno dei loro seggi più preziosi al Senato. Il suo rivale, Ken Paxton, ha fatto ricorso all’intelligenza artificiale per creare uno spot in cui gli fa rivisitare, con parole sue, la Bibbia.

Talarico è finito nel mirino anche di Ryan Amacher, un provocatore di estrema destra nostalgico della Germania nazista, che ha pubblicato un audio deepfake in cui sembrava che il democratico fosse stato ricoverato in un centro di salute mentale.

Senza dimenticare l’inadempienza dei doveri da parte dei colossi tech, che negli ultimi anni, specialmente dopo la vittoria alle Presidenziali di Trump, hanno ridotto gli sforzi per individuare e neutralizzare i contenuti manipolati. Per esempio sia Meta sia YouTube, di proprietà di Google, hanno eliminato nel 2023 le politiche contro le bufale che sostenevano la tesi della frode nella vittoria di Joe Biden nel 2020.

Fake news, deepfake e “slopaganda”: come l’IA ha stravolto le midterm Usa
Donald Trump e Elon Musk (Ansa).

Musk, il più grande finanziatore della storia delle midterm

Come sottolineato da uno studio del Brennan Center for Justice, quei pochi meccanismi adottati da alcune aziende di intelligenza artificiale per arginare la disinformazione falliscono: sebbene smentiscano la teoria del complotto sulle elezioni rubate a Trump, la maggior parte dei chatbot non è in grado di identificare i deepfake, «nemmeno quando erano stati loro stessi a crearli». D’altronde, molte di queste società sono accusate di conflitto d’interessi per aver donato miliardi di dollari ai candidati in campo. L’esempio di Elon Musk è il più eclatante: il proprietario di X è il più grande finanziatore della storia delle midterm, avendo investito una cifra record compresa tra i 366 e i 446 milioni di dollari complessivi a sostegno della causa conservatrice.

Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna

«È un impresentabile dittatore. Non vado a incontrare un delinquente ladro come lui». È sempre il solito Javier Milei quello sbarcato a Madrid per la sua settima visita ufficiale in Spagna. Ufficiale sì, ma senza incontrare né re Felipe né Pedro Sánchez, vittima dei suoi insulti pronunciati durante il Forum Nueva Economía. Da lì, oltre alle offese personali nei confronti del premier iberico, il presidente argentino – che in patria ha tagliato la spesa pubblica con la motosega, a discapito dei ceti più vulnerabili – ha esortato gli spagnoli a «cacciare a calci» la sinistra al potere, rea di aver favorito gli arrivi di massa di migranti a Ceuta a fine luglio per meri fini elettorali. D’altronde «ogni immigrato equivale a un voto», ha detto entrando a gamba tesa nella campagna elettorale in vista del voto in programma il 29 novembre.

Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna

Persino Santiago Abascal si è tenuto alla larga

E se Milei ha snobbato le istituzioni spagnole per cercare unicamente il facile bagno di folla tra i sodali della destra, l’impressione è che questi ultimi abbiano fatto lo stesso con lui, cercando di tenersi alla larga. Cautela in vista dell’appuntamento con le urne, scrivono alcuni giornali. Quindi niente photo opportunity con il leader di Vox, Santiago Abascal, che, pur confermando la vicinanza con l’«amico», ha schivato lo scatto a causa di comizi già fissati in Galizia.

Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Il leader di Vox, Santiago Abascal (Ansa).

Certo, la visita di Milei non poteva essere ignorata: quindi ecco che all’appuntamento si è presentato Ignacio Garriga, il segretario generale del partito di estrema destra. Si è dimostrata prudente anche Isabel Díaz Ayuso: la governatrice della Comunità di Madrid (ala dura del Partido popular) ha sì incontrato il capo di Stato argentino, ma evitando un’accoglienza in pompa magna.

Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Isabel Díaz Ayuso, governatrice della Comunità di Madrid (foto Ansa).

Il governo spagnolo contro l’«indegno» comportamento di Milei

Chi non ha snobbato Milei è stato, invece, il governo spagnolo. La cui reazione ufficiale non si è fatta attendere. Attraverso un comunicato stampa, il ministero degli Esteri ha espresso la «più ferma condanna» per gli «insulti e le calunnie» rivolti a Sánchez, alla Spagna e ai suoi cittadini, bollando come «indegno» il comportamento del presidente con la motosega. «È vergognoso che il capo di Stato di una nazione sorella visiti il ​​nostro Paese con il solo obiettivo di fomentare il clima di polarizzazione e violenza», si legge.

Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Pedro Sánchez (foto Imagoeconomica).

Non ci ha girato tanto intorno nemmeno il Partito socialista di Sánchez, il Psoe, che ha rivestito la facciata della sua sede nazionale con un grande striscione su cui campeggia la scritta: “Ciao, Milei. Noi di sinistra ti diamo il benvenuto in Spagna, il Paese che cresce di più in Europa”.

Dal canto suo, Sánchez aveva già scelto la strada dell’ironia ancora prima dell’arrivo del presidente argentino, diffondendo sui social un video in cui si appropriava dell’insulto preferito da Milei: zurdo (sinistro). «C’è chi pensa di offenderci chiamandoci così», dice. «Se aumentare le pensioni ti rende uno zurdo, allora sono uno zurdo. Se dare ai genitori più tempo per godersi i propri figli ti rende uno zurdo, allora sono uno zurdo. Quindi sì, sono uno zurdo e ne vado fiero».

Il contropiede pop di Sánchez grazie alla canzone Fanático

Poi, dopo qualche ora, è arrivato un nuovo contropiede squisitamente pop. «Approfittando del fatto che sono in macchina, ascolto questo pezzo argentino. Mi piace tantissimo!», ha scritto il premier spagnolo postando uno screenshot del suo telefono mentre riproduceva Fanático, brano della cantante Lali Espósito.

La scelta non è casuale. Lali Espósito, l’Annalisa di Buenos Aires, è da mesi al centro di un duro scontro ideologico con il presidente del suo Paese. Dopo le primarie del 2023, l’artista aveva commentato la vittoria del leader ultra-liberista con un post («Che pericoloso, che triste»), scatenando la reazione di Milei, che l’aveva ribattezzata con disprezzo “Lali Depósito” per poi accusarla di essere a libro paga della sinistra.

Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
La cantante argentina Lali Espósito (foto Ansa).

La risposta dell’artista è arrivata nel 2024 proprio con Fanático, che ha raggiunto il quinto posto in hit-parade. «Viene a cercarmi, mangia i miei avanzi. Ce l’ho addosso, è come la mia ombra. È il mio fanatico, mi fa impazzire. Sogna di me tutta la notte e si tocca», recita il ritornello della canzone il cui videoclip è interpretato da un uomo con basettoni e giacca di pelle nera che parla e gesticola alla maniera di Milei.

La schermaglia sull’asse Madrid-Buenos Aires riapre una ferita mai sanata. Già nel maggio 2024, ospite a Madrid di un evento di Vox, Milei aveva definito «corrotta» Begoña Gómez, moglie di Sánchez, provocando il richiamo dell’ambasciatrice spagnola in Argentina e l’inizio di un gelo diplomatico permanente.

Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Begoña Gómez col marito Pedro Sánchez (foto Ansa).

Non che il premier spagnolo sia l’unico finito nel mirino del presidente argentino che, fin dai primi mesi di mandato, ha collezionato incidenti diplomatici con i principali governi dell’America Latina: ha dato del «lurido delinquente socialista» al presidente brasiliano Lula, sostenendo l’ipotesi di brogli in vista delle elezioni; ha definito il colombiano Gustavo Petro un «assassino terrorista»; ha apostrofato come «ignorante» l’allora presidente messicano López Obrador, si è scontrato duramente con il regime venezuelano di Nicolás Maduro e con il boliviano Luis Arce.

Il leader del Psoe ha sottolineato la complicata situazione argentina

Intanto, consapevole che non sarà un po’ di pop a farlo salire nei consensi, Sánchez ha avvertito il Paese che se il Pp e Vox dovessero vincere le elezioni, imporranno in Spagna le stesse politiche che Milei ha adottato in Argentina. Il leader socialista ha ricordato gli «11 milioni di argentini» che sopravvivono nell’economia sommersa, mentre in Spagna ci sono 22,6 milioni di occupati grazie, sostiene, alla riforma del lavoro promossa dal suo governo. E ancora la riduzione del 40 per cento del salario minimo in Argentina, a fronte dell’aumento del 66 per cento voluto dal suo esecutivo.

Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Il leader del Partido popular, Alberto Núñez Feijóo (foto Ansa).

D’altronde la priorità è provare a invertire il trend segnalato dai sondaggi. Secondo le ultime rilevazioni di Rtve, la tivù pubblica spagnola, il Psoe scenderebbe a 106 seggi (contro i 121 del 2023). Con l’appoggio dei partiti che hanno sostenuto Sánchez nel 2023, si arriverebbe a 148 seggi, troppo sotto rispetto ai 176 necessari per avere la maggioranza. Di contro, il Partido popular di Alberto Núñez Feijóo otterrebbe 135 seggi che, sommati al boom di Vox (accreditato di 65 seggi, 32 in più rispetto al 2023), porterebbero la destra a quota 200 parlamentari.

Vox contro la Ley de Nietos: così la destra vuole cambiare il voto in Spagna

Ridisegnare collegi e circoscrizioni elettorali con l’obiettivo di influenzare il risultato delle elezioni. È una tendenza che sembra contagiosa. Negli Stati Uniti i Repubblicani e Donald Trump ne hanno fatto un vero e proprio metodo, promuovendo iniziative per irrigidire i requisiti di accesso alle urne e rinfocolando la battaglia sul gerrymandering, ovvero la pratica di ridisegnare a tavolino la mappa dei collegi per “impacchettare” o disperdere il voto degli avversari e garantirsi la maggioranza anche con un minor numero di preferenze complessive.

Vox contro la Ley de Nietos: così la destra vuole cambiare il voto in Spagna
Donald Trump (Ansa).

La logica, insomma, è quella di agire d’anticipo. Una tentazione a cui non riesce a resistere nemmeno la destra radicale spagnola di Vox. Risponde, infatti, a questa strategia il ricorso d’urgenza depositato al Tribunal Supremo (la Corte Suprema di Madrid) con cui la formazione guidata da Santiago Abascal ha chiesto di escludere dai seggi per le elezioni anticipate del prossimo 29 novembre tutti coloro che hanno ottenuto la nazionalità grazie alla cosiddetta Ley de Nietos, la legge dei nipoti.

Vox contro la Ley de Nietos: così la destra vuole cambiare il voto in Spagna
Il leader di Vox, Santiago Abascal (Ansa).

Il dibattito sulla Ley de Memoria Democrática del 2022

Per comprendere la portata della contesa, occorre fare un passo indietro e guardare al funzionamento del meccanismo finito nel mirino di Vox. Si tratta di una disposizione aggiuntiva della Ley de Memoria Democrática. In vigore dall’ottobre 2022, la norma nasceva, come suggerisce il nome, con un preciso intento di riparazione storica: consentire l’ottenimento della nazionalità ai nati all’estero con genitori o nonni che l’avevano persa a causa dell’esilio per ragioni politiche, ideologiche, religiose o di orientamento e identità sessuale durante la Guerra Civile e la dittatura franchista. Per guidare il lavoro dei consolati sommersi dalle pratiche, il ministero della Giustizia aveva introdotto una presunzione automatica: chiunque avesse lasciato la Spagna tra il 18 luglio 1936 e il 31 dicembre 1955 veniva considerato a priori un perseguitato. Ai discendenti bastava quindi certificare l’espatrio degli antenati in quell’arco di tempo per ottenere automaticamente il passaporto e quindi il diritto di voto. Secondo i più critici, la circolare ha finito per snaturare lo spirito del testo originario, spalancando le porte a una concessione generalizzata della cittadinanza anche agli eredi di chi era emigrato per meri motivi economici. Lo scorso settembre, il Tribunal Supremo era già intervenuto con un’ordinanza che congelava l’iscrizione al registro elettorale dei residenti all’estero che avevano ottenuto il passaporto tramite la cosiddetta Ley de Nietos. La Corte specificava, tuttavia, che il blocco non si sarebbe applicato alle persone per le quali i funzionari consolari avessero potuto attestare la discendenza da spagnoli esiliati per i motivi previsti dal testo.

Vox contro la Ley de Nietos: così la destra vuole cambiare il voto in Spagna
Pedro Sanchez (Ansa).

Abascal agita lo spauracchio della frode elettorale

Esattamente qui si inserisce la mossa di Vox, tornato all’attacco per chiedere una drastica inversione dell’onere della prova: invece di far verificare le carte ai consolati, spetterebbe ai singoli cittadini presentare un ricorso individuale e dimostrare con documenti alla mano l’effettivo esilio dei propri avi per poter andare alle urne. Non si tratta di una schermaglia formale, ma di un’offensiva il cui impatto aritmetico sarebbe dirompente. Tra le elezioni del 2023 e l’estate del 2026, gli iscritti al censo estero sono cresciuti di oltre 408 mila unità (+15 per cento), superando quota 2,8 milioni di potenziali aventi diritto. Un bacino che la destra radicale percepisce come strutturalmente ostile e la cui ripartizione sulle circoscrizioni di Madrid e Barcellona (le due città con gli incrementi più significativi) potrebbe spostare seggi decisivi per la futura maggioranza di governo. Agitando lo spauracchio del pucherazo (la frode elettorale), Abascal ha così trasformato la verifica dei registri consolari nel primo scontro frontale della campagna.

Vox contro la Ley de Nietos: così la destra vuole cambiare il voto in Spagna
Santiago Abascal ospite di Atreju nel 2023 (Imagoeconomica).

La riorganizzazione del Frente Amplio

Questa contesa si innesta sul terremoto politico provocato dalla decisione del premier Pedro Sánchez di sciogliere le Cortes e indire le elezioni anticipate il 29 novembre. Una mossa arrivata al culmine di una fase parlamentare segnata dalla bocciatura dei decreti sull’emergenza abitativa. Certo, la sua riconferma appare poco verosimile. Secondo le rilevazioni di RTVE, la tv pubblica spagnola, il PSOE perderebbe cinque punti percentuali rispetto al 2023 e ben 17 seggi. Per non parlare delle forze alla sua sinistra, attraversate da una profonda riorganizzazione dopo il fallimento del progetto Sumar e il definitivo disimpegno della vicepremier Yolanda Díaz. I partiti dell’alleanza — tra cui Izquierda Unida, i Comuns dell’ex sindaca Ada Colau, Más Madrid e quel che resta di Sumar — cercano di ricompattarsi sotto l’ombrello del Frente Amplio, strizzando l’occhio alle esperienze sudamericane (dall’Uruguay al Cile), più che al campo largo italiano. Inoltre, con tempi strettissimi e tensioni interne alle stelle, manca ancora la convergenza con Podemos.

Vox contro la Ley de Nietos: così la destra vuole cambiare il voto in Spagna
Pedro Sanchez (Imagoeconomica).

Popolari ed estrema destra in vantaggio nei sondaggi

Mentre il centrosinistra cerca faticosamente di salvare il salvabile per contenere l’onda conservatrice, quest’ultima viaggia a vele spiegate. Il sondaggio di RTVE accredita al blocco formato da Partido Popular e Vox un netto vantaggio: 203 seggi (27 oltre la soglia di 176 necessaria per la maggioranza assoluta). Il PP otterrebbe il 32,5 per cento dei consensi (-0,6 per cento rispetto a tre anni fa), mentre la destra radicale veleggia verso il 18,7 per cento, un dato in crescita del 6,3 per cento se confrontato con i risultati delle ultime Politiche.

Vox contro la Ley de Nietos: così la destra vuole cambiare il voto in Spagna
Alberto Nunez Feijo (Ansa)

Tra le condizioni poste da Vox c’è anche la remigrazione

Dopo aver riassorbito i contraccolpi di una tentata scissione interna nei mesi scorsi, Abascal ha già dettato le condizioni non negoziabili per sostenere un esecutivo a guida PP: applicazione rigida della «priorità nazionale», drastica deregulation economica, tutele per i lavoratori autonomi e il ricorso esplicito alla “remigrazione” per incentivare i rimpatri. Difficile che Alberto Núñez Feijóo possa rifiutare. D’altronde l’alleanza di governo tra popolari e Vox non costituirebbe una novità assoluta per il Paese, visti i precedenti a livello regionale in Andalusia, Castiglia e León, Aragona ed Estremadura. In questo quadro di fortissima polarizzazione, il tentato blitz di Vox svela la vera posta in gioco della competizione che attende la Spagna: un braccio di ferro non tanto su chi votare, ma per decidere chi ha il diritto di farlo.

Chi è Aliko Dangote, il miliardario africano che fa affari d’oro con la guerra in Iran

Anche se non è ancora terminata, la guerra in Iran ha già un vincitore ed è l’uomo più ricco d’Africa, il nigeriano Aliko Dangote che proprio grazie alla crisi in Medio Oriente è diventato ancora più ricco. Secondo il Bloomberg Billionaires Index, il suo patrimonio netto è aumentato di circa 4,86 miliardi di dollari da inizio 2026, e ora è stimato intorno ai i 35 miliardi di dollari. Il 69enne nigeriano ha costruito gran parte della sua fortuna sui beni di prima necessità: dal sale allo zucchero, fino al cemento. Il vero salto di scala, però, è arrivato con la raffineria di petrolio che possiede a Lagos. Valutato 20 miliardi di dollari ed entrato a pieno regime solo nel 2026 (650 mila barili di petrolio greggio lavorati al giorno), lo stabilimento ha beneficiato della crescita esponenziale della domanda di prodotti petroliferi fin dall’inizio della guerra. Da febbraio, infatti, i fornitori slegati dal passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz sono diventati un’ancora di salvezza per il mercato.

Chi è Aliko Dangote, il miliardario africano che fa affari d’oro con la guerra in Iran
Aliko Dangote e il banchiere nigeriano Aigboje Aig Imoukhuede (Ansa).

Il boom dell’esportazione di carburante per aerei

Nonostante le abbondanti riserve di greggio, l’Africa dipende ancora fortemente dalle importazioni di petrolio a causa di pesanti deficit infrastrutturali. La stragrande maggioranza dei circa 9 milioni di barili al giorno prodotti nel continente viene esportata per essere raffinata. D’altronde la maggior parte delle raffinerie nazionali, in maggioranza di proprietà statale, sono inattive. La Nigeria, ad esempio, negli ultimi anni ha investito quasi 3 miliardi di dollari nella riabilitazione delle sue tre raffinerie statali. Nessuna di esse però è attualmente attiva. I conflitti globali non hanno aiutato. Da una parte gli attacchi ucraini contro le raffinerie e le petroliere russe hanno drasticamente ridotto le forniture di Mosca all’Africa, dall’altra la chiusura di Hormuz, da cui passava un quinto del petrolio mondiale, ha rallentato drasticamente i flussi provenienti dall’Europa e dal Golfo Persico. Mentre l’inevitabile rincaro di cibo, fertilizzanti e carburante alimenta la povertà, Dangote e la sua raffineria però fanno affari d’oro. La sua società «è stata la più grande esportatrice mondiale di carburante per aerei nei mesi di aprile e maggio», ha spiegato al New York Times Daniel Evans, vicepresidente di S&P Global Energy, società di ricerche di mercato. Dato confermato da Devakumar Edwin, vicepresidente di Dangote Industries: nel 2026 le spedizioni di carburante per aerei provenienti dalla raffineria nigeriana hanno raggiunto per la prima volta il mercato statunitense. «A luglio», sottolinea Edwin, «l’azienda è stata il principale fornitore europeo di carburante per aerei e gasolio».

La quotazione record in Borsa e i piani di sviluppo in Kenya

Le ambizioni del miliardario non si fermano qui. Il 18 agosto, la Dangote Refinery ha annunciato di aver ottenuto un miliardo di dollari da un gruppo di investimento con sede a Dubai (col proposito di raccoglierne altri cinque nelle prossime settimane) per sostenere la quotazione alla Borsa nigeriana, puntando a una valutazione intorno ai 50 miliardi di dollari che rappresenterebbe la più grande offerta pubblica iniziale nella storia africana. Mentre si pensa a un possibile sbarco a Wall Street, l’obiettivo principale è raddoppiare la capacità di raffinazione anche attraverso l’apertura di un altro polo in Kenya, come ha annunciato il presidente William Ruto. Per l’impianto, la cui costruzione dovrebbe iniziare a settembre, è previsto un investimento complessivo di circa 20 miliardi di dollari. Il gruppo ha inoltre offerto ai Paesi dell’Africa orientale una quota complessiva del 30 per cento. Al Kenya è stata proposta una partecipazione del 10 per cento, mentre Etiopia e Ruanda hanno manifestato interesse a entrare nel capitale. Oltre alla raffineria, che dovrebbe avere una capacità di lavorazione fino a 700 mila barili di greggio al giorno, nei piani della società c’è anche la realizzazione di un oleodotto che attraversi 11 Paesi del continente. In Nigeria però c’è chi frena gli entusiasmi. La raffineria avrebbe dovuto mettere fine alla dipendenza dal carburante importato abbassando i costi. Ma i prezzi sono aumentati. Dangote, già nel mirino per la sua posizione di monopolio e per condotte antisindacali, è accusato di mancanza di trasparenza: grazie ai rapporti con la politica avrebbe infatti ottenuto sussidi e agevolazioni fiscali.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace

Scatenare nuove guerre è uno strano modo per portare la pace nel mondo. Eppure per Donald Trump sembra essere l’unica strada percorribile. Durante la campagna elettorale del 2024 assicurava che avrebbe sfruttato le sue capacità di mediatore per porre fine ai molteplici conflitti globali iniziati sotto l’amministrazione del suo predecessore Joe Biden. Genocidio a Gaza e invasione russa dell’Ucraina prima di tutto. «Non inizierò alcuna guerra. Fermerò quelle in corso», disse nel discorso pronunciato davanti ai suoi sostenitori dopo la vittoria alle urne. Due mesi dopo si è spinto ancora oltre: «Misureremo il nostro successo non solo in base alle battaglie che vinceremo, ma anche in base alle guerre a cui porremo fine e, forse ancora più importante, in base alle guerre in cui non saremo mai coinvolti».

«La migliore politica estera di Trump? Non iniziare nessuna guerra»

Trump alla sua base di infervorati MAGA prometteva anche un dorato isolazionismo economico. Una narrazione portata avanti pure dal partito repubblicano e dal cerchio magico di Donald. A fine 2023, quando non era ancora stato scelto per il ruolo di candidato vicepresidente, J.D. Vance scrisse un editoriale sul Wall Street Journal, intitolato «La migliore politica estera di Trump? Non iniziare nessuna guerra». Si è visto.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Donald Trump e JD Vance (Ansa).

Il presidente americano non ha mai nascosto il sogno di ritagliarsi il suo posto tra i vincitori del Nobel per la Pace, assieme a figure come Nelson Mandela, il Dalai Lama e Martin Luther King. Ha scritto il Guardian: «Forse avremmo dovuto farla finita a dicembre. Ogni Paese occidentale avrebbe dovuto inviare una sua delegazione in Norvegia per implorare il Comitato che assegna il premio di destinarlo al presidente Usa. Ora è determinato a vincere il premio Nobel per la guerra».

In un anno Trump ha attaccato sette Paesi

Sappiamo tutti, infatti, come è andata a finire. Nel primo anno del suo secondo mandato, Trump ha bombardato sette Paesi: Yemen, Siria, Iran, Iraq, Nigeria, Somalia e Venezuela. In un crescendo che ha raggiunto il suo apice la mattina del 28 febbraio, quando ha lanciato la sua campagna militare più estesa e rischiosa finora: l’attacco all’Iran, che si è già trasformato in un conflitto regionale, soprattutto perché il regime teocratico che governa il Paese vede questa offensiva congiunta Usa–Israele come una lotta per la sua sopravvivenza.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Una protesta a Seul contro l’operazione di Donald Trump in Venezuela (foto Ansa)

Nelle precedenti sei settimane, mentre il presidente americano ordinava il più grande rafforzamento militare statunitense in Medio Oriente dall’invasione dell’Iraq nel 2003, non ha fatto praticamente alcuno sforzo per spiegare al popolo americano o al Congresso se l’Iran rappresenti una minaccia per gli interessi statunitensi tale da giustificare i rischi di una guerra senza fine. Che, come rilevano i sondaggi, trova l’opposizione del 70 per cento degli americani, compresi quei MAGA che si erano aggrappati alle sue ripetute promesse di porre fine alla bellicosa fama degli Stati Uniti.

«Il nostro obiettivo è difendere il popolo americano dalle minacce iraniane»

Nelle sue argomentazioni per spiegare l’iniziativa militare in Medio Oriente, Trump ricicla decenni di denunce statunitensi sulle attività nefaste di Teheran nell’area: il programma nucleare, lo sviluppo di missili balistici e il sostegno a milizie regionali come Hezbollah in Libano, Hamas nella Striscia di Gaza e gli Houthi in Yemen. «Il nostro obiettivo è difendere il popolo americano eliminando le minacce imminenti del regime iraniano. Le sue attività mettono direttamente in pericolo gli Stati Uniti, le nostre truppe, le nostre basi all’estero e i nostri alleati in tutto il mondo», ha detto il presidente.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Un ritratto di Ali Khamenei (Ansa).

I precedenti interventi militari non sono stati risolutivi

Certo, guardando alle conseguenze, i suoi precedenti interventi militari sembrano tutt’altro che risolutivi. A metà marzo l’uccisione dell’iracheno Abdallah al Rifai non ha debellato la minaccia del Califfato. Gli Houthi dello Yemen continuano a rappresentare un pericolo per i mercantili che attraversano il Mar Rosso, nonostante i bombardamenti della primavera 2025. Per non parlare dell’Iran, che era già stato colpito a giugno dello scorso anno nell’operazione Midnight Hammer. Poi è toccato ai Caraibi, alla Siria e alla Nigeria, fino alla cattura del presidente Nicolás Maduro dopo una serie di iniziative per destabilizzare il Venezuela.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
La cattura di Maduro (Ansa).

Trump ha messo la parola fine a otto conflitti? I conti non tornano

Cozza con la realtà anche la roboante narrazione secondo la quale Trump avrebbe messo la parola fine a otto conflitti. Se qualcosa ha fatto è stato supervisionare intese temporanee o parziali. Tra questi lo scontro tra Etiopia ed Egitto e le tensioni tra Cambogia e Thailandia. La crisi tra Serbia e Kosovo che The Donald avrebbe risolto durante il suo primo mandato appare tutt’altro che finita, nonostante l’accordo di normalizzazione economica del 2020.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Donald Trump in visita alle truppe a Fort Bragg (Imagoeconomica).

Non convince nemmeno il ruolo (smentito da Nuova Delhi) dell’amministrazione statunitense nell’accordo raggiunto tra India e Pakistan dopo gli scontri di maggio 2025. Giova poi ricordare che la chiusura di un’intesa non corrisponde per forza alla fine delle violenze o alla cancellazione dei reali motivi del conflitto. Basta guardare a Gaza, dove l’esercito israeliano continua a sparare sulla popolazione.

L’eterna ossessione per Obama e il suo Nobel per la Pace

Come mostra un’infografica di Al Jazeera, nei suoi due mandati Trump ha bombardato Afghanistan, Iraq, Yemen, Pakistan, Somalia, Libia, Siria, Venezuela, Nigeria e Iran. In tutto 10 Paesi. Tre più di quelli finiti nel mirino di Barack Obama, l’ultimo presidente americano a vincere un premio Nobel per la Pace, nel 2009, a meno di un anno dall’insediamento alla Casa Bianca, con il merito di aver «creato un nuovo clima» nei rapporti internazionali attraverso il dialogo con il mondo musulmano, e «per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli».

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Donald Trump e Barack Obama.

La rivalità con Obama, che spesso sfocia in ossessione, è uno dei motivi per cui Trump è così fissato con il Nobel, che voleva ottenere nel 2025: «Se non mi assegnano quel premio sarà un insulto per gli Usa», aveva detto. Attaccando poi, tanto per cambiare, il riconoscimento dato a Obama, definito «una barzelletta»: «Ottenne un premio e nemmeno sapeva per cosa. Lo elessero e gli diedero il Nobel per non aver fatto assolutamente nulla, anzi, per aver distrutto il nostro Paese».

Un repubblicano non ottiene quel riconoscimento da 120 anni…

Oltre a Barack, nella storia solo altri tre presidenti americani hanno vinto il Nobel per la Pace: Theodore Roosevelt nel 1906, Woodrow Wilson nel 1919 e Jimmy Carter nel 2002, assegnato 21 anni dopo la fine del suo mandato. Di questi, solo Roosevelt era repubblicano. Sono quindi 120 anni che un membro del Gop non ottiene il premio. Per adesso, Trump si può consolare col ridicolo premio Fifa per la pace che gli ha assegnato il grottesco Gianni Infantino, capo del calcio mondiale e gaffeur di professione.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Donald Trump davanti a un ritratto del 26esimo presidente americano Theodore Roosevelt, Premio Nobel per la Pace (foto Ansa).

Midterm, la carta dem contro Trump: tre outsider senza niente da perdere

Non è da tutti essere un politico e ritrovarsi circondato da persone che vogliono un selfie. Certo, magari aiuta essere un volto noto della musica che ha appena scelto di scendere in campo. È quello che è successo lo scorso autunno a Washington, come raccontato dal New York Times, a Bobby Pulido, 52enne star della musica Tex-Mex. Uno che sul comodino ha non uno, ma ben due Latin Grammy. E ora ha deciso di stoppare la carriera da cantante per tentare l’impresa di conquistare con il Partito democratico il 15esimo distretto del Texas, dal forte dna repubblicano. Non è l’unico profilo che sorprende tra gli outsider dem in vista delle elezioni di metà mandato in programma a novembre del 2026. Oltre a Pulido ci sono anche un agricoltore e un 31enne paracadutista antincendio. Tutti in corsa in circoscrizioni dove nel 2024 Donald Trump ha (stra)vinto con almeno una decina di punti percentuali di vantaggio. Mission impossible. O forse no.

«Poca esperienza? Non è un problema in un’elezione come questa…»

Per qualcuno la scarsa esperienza di questi candidati potrebbe diventare un’arma a favore. Il deputato newyorkese Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera, ha detto al Nyt: «Questo aspetto non è un problema in un’elezione che privilegia il cambiamento. Anzi, potrebbe essere un punto di forza». Il suo ottimismo si basa sulla serie di risultati positivi che i dem hanno ottenuto alle urne negli ultimi mesi. Alcuni davvero a sorpresa, come la performance di Taylor Rehmet che alle elezioni speciali di fine gennaio si è portato a casa un seggio al Senato del Texas, vincendo in una circoscrizione in cui nel 2024 Trump aveva battuto Kamala Harris di 17 punti. E mentre i repubblicani parlano di «campanello di allarme», i democratici appaiono galvanizzati e convinti dell’opera di scouting iniziata subito dopo le Presidenziali del 2024 per inquadrare profili adatti a competere in aree dove sembravano spacciati.

Midterm, la carta dem contro Trump: tre outsider senza niente da perdere
Il democratico Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera (foto Ansa).

Proprio come quella in cui si presenta Pulido. Il Texas è uno Stato profondamente e storicamente conservatore. Una condizione che i repubblicani hanno provato a blindare ridisegnando i collegi elettorali nel 2025. Nonostante questo, gli strateghi del partito democratico credono che il cantante abbia tutte le carte in regola per mettere in discussione il colore di un seggio che Trump ha vinto con 18 punti di scarto.

Pulido ha chiamato il figlio come il suo fucile preferito

Cinque candidature e due vittorie ai Latin Grammy, Pulido è figlio di un bracciante agricolo immigrato, ha appoggiato l’espulsione dei criminali dal Paese e ha chiamato il suo primogenito Remington, in omaggio al suo fucile preferito tra le decine e decine di armi che possiede. Insomma, un po’ lontano dallo stereotipo del classico dem. E ancora di più da quello del neosocialista sulla scia di Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez.

Midterm, la carta dem contro Trump: tre outsider senza niente da perdere
Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez (da Fb).

«Mi ascolterà anche chi ha sempre votato i repubblicani, perché abbiamo un legame culturale», ha spiegato lui in attesa della formalità delle Primarie di marzo. Effettivamente la sua fama e la sua musica potrebbero rappresentare una sorta di lasciapassare di cui i dem non avevano mai goduto in terra texana.

Ager, l’agricoltore che «non ha l’aspetto giusto»

Anche Jamie Ager, 47 anni, a una prima occhiata non matcha granché con l’immagine del dem per antonomasia. «Non sono tanti i democratici tra gli agricoltori bianchi delle zone rurali», ha ammesso lui stesso, super favorito alle Primarie per la candidatura in un distretto della Carolina del Nord. Gli elettori di quell’area da vent’anni premiano solo i repubblicani e sono rimasti sorpresi quando Ager ha svelato a quale partito appartiene: «Dicono che non ho l’aspetto giusto», ha aggiunto prima di ricordare la storica militanza politica della sua famiglia: il fratello è un deputato statale, mentre il nonno, decenni fa, è stato eletto al Congresso. «Fa parte di ciò che sono», ha concluso riferendosi alla sua casacca blu dell’Asinello.

Forstag, il paracadutista contro i tagli voluti da Musk

E se Ager pensa di ottenere la poltrona facendo leva sul malcontento della gestione repubblicana dopo l’uragano Helene, nel Montana (dove Trump ha battuto Harris di una ventina di punti percentuali) Sam Forstag, un paracadutista antincendio poco più che trentenne, ha deciso di fare il grande passo perché frustrato dall’attuale amministrazione dopo i tagli nel settore forestale voluti da Elon Musk quando era al Dipartimento per l’efficienza governativa (Doge). «Sono i poveri lavoratori che vengono fregati mentre qualcun altro si arricchisce. È sempre la solita dannata storia», ha attaccato Forstag, che è anche leader sindacale.

Secondo il già citato deputato Jeffries, il progressivo calo dell’approvazione nei confronti di Trump darebbe un’ulteriore spinta ai candidati democratici: «Fin dall’inizio, la nostra teoria era che ci sarebbero state opportunità di espansione. Sapevamo che il presidente e la sua amministrazione si sarebbero spinti troppo oltre e così stanno facendo», ha spiegato al New York Times. La vede diversamente Mike Marinella, portavoce della sezione elettorale dei repubblicani alla Camera: «Inseguono miraggi politici. Fantasticano di conquistare distretti in cui non vinceranno mai, mentre sprecano soldi per difendere una lunga lista di seggi, molto vulnerabili, su cui siedono i loro membri più radicali». Basta aspettare nove mesi per scoprire chi ha ragione.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump

«Quello che stiamo facendo è la reazione a un regime». Non usa mezzi termini l’irlandese Dominick Skinner, creatore di ICE List. Put ICE on ice è il claim che riassume l’obiettivo del sito: porre fine alle operazioni della United States Immigration and Customs Enforcement. «Si tratta di un progetto di open journalism con il fine di raccogliere e condividere informazioni che possano essere utili per perseguire legalmente gli agenti dell’agenzia», viene spiegato. Tutto è cominciato a giugno 2025, con le minacce della segretaria alla Sicurezza Usa, Kristi Noem: chiunque negli States avesse reso pubblica l’identità degli uomini dell’ICE sarebbe stato arrestato. «Ho rilanciato la notizia e mi sono detto: “Beh, non siamo negli Stati Uniti, quindi mandateli da noi”», ha raccontato al Guardian il 31enne. Subito contattato da alcuni investigatori privati, Skinner ha cominciato a ragionare su come muoversi. Poi sono arrivati i volontari e le visualizzazioni.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump
Alcuni agenti dell’Ice in Minnesota (Ansa).

Le fonti, la verifica dei dati e la pubblicazione

Attualmente ICE List funziona come una piattaforma di crowdsourcing: gli utenti inviano informazioni che poi vengono valutate dai collaboratori del sito. Attualmente sono 500, ma ci sono almeno altre 300 persone che si sono rese disponibili. Una volta verificati i dati, nomi, posizioni, foto di agenti e di altri soggetti coinvolti nella linea dura dell’amministrazione Trump in materia di immigrazione sono messi online. Tranne il domicilio e il numero di telefono. Le fonti, spiega Skinner, sono molteplici: fughe di notizie, vicini di casa, personale di bar e hotel. A una piccola percentuale di nominativi si è arrivati grazie all’intelligenza artificiale e al riconoscimento facciale (gli stessi strumenti utilizzati dall’ICE per localizzare i suoi ‘obiettivi’). La verifica, invece, avviene attraverso dati open source: «Abbiamo identificato il 90 per cento degli agenti attraverso informazioni che loro stessi avevano reso pubbliche sui social network. Noi ci limitiamo a renderle disponibili a un un pubblico più ampio». Certo, il team ha commesso qualche errore e alcuni elenchi sono stati rimossi perché inesatti o perché comprendevano persone che avevano lasciato l’agenzia.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump
Un’operazione ICE a Minneapolis (Ansa).

I dem contro lo strapotere dell’ICE

L’anonimato e l’impunità con cui gli uomini dell’ICE e della U.S. Customs and Border Protection (responsabili dell’uccisione lo scorso gennaio di Renée Good e Alex Pretti) si muovono nelle strade di Minneapolis indossando maschere e passamontagna è oggetto di un acceso dibattito politico negli Usa. Al Congresso i democratici hanno minacciato di bloccare i finanziamenti al dipartimento per la Sicurezza interna (DHS) se non saranno apportati cambiamenti radicali: gli agenti dovranno “togliersi la maschera”, indossare bodycam, portare con sé un documento d’identità valido. Il leader dem al Senato, Chuck Schumer, ha ribadito la necessità di «tenere a freno l’ICE e porre fine alla violenza». Richieste che il DHS finora ha rispedito al mittente perché, a suo dire, esporrebbero gli agenti a troppi rischi.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump
Il leader democratico al Senato Chuck Schumer (Getty).

Il boicottaggio di Meta

Gli americani però hanno le idee più chiare: secondo un sondaggio Ipsos/Reuters di fine gennaio, il 58 per cento degli intervistati giudica le tattiche utilizzate dall’ICE eccessivamente sproporzionate e il 53 per cento non approva la linea dura di Trump sugli immigrati. Solo il 39 per cento continua a sostenere il governo di Washington anche sugli arresti e le espulsioni. Per questo ICE list può funzionare anche da deterrente: secondo Skinner, infatti, ciò che gli agenti vogliono evitare è l’esclusione dalla vita sociale, che sarebbe quasi inevitabile una volta identificati. Per ora, però, a essere boicottato è stato solo il sito. Meta, infatti, ha iniziato a bloccare la condivisione dei link su Instagram, Facebook e Threads (su Whatsapp non sono stati registrati problemi). Una ‘censura’ che non ha certo sorpreso Skinner visto che come ha ricordato Mark Zuckerberg sedeva alle spalle di Trump durante il suo insediamento.

ICE List: la battaglia digitale contro la milizia di Trump
Mark Zuckerberg e Donald Trump (Ansa).

La faida tra primedonne nel mondo Maga

Mentre negli Stati Uniti continuano le proteste contro l’Ice, nel variegato mondo MAGA si sta consumando una faida tra primedonne, fiere portabandiera della womanosphere. Da una parte c’è l’influencer Candace Owens, famosa in Europa per avere diffuso la teoria secondo cui la première dame Brigitte Macron sarebbe un uomo. Bufala che le è costata una causa di diffamazione da parte del presidente francese e signora. Dall’altra invece c’è la vedova più famosa d’America: Erika Kirk.

La faida tra primedonne nel mondo Maga
Donald Trump e Erika Kirk (Ansa).

L’attacco di Candace Owens a Erika Kirk

In una puntata del suo podcast su YouTube, Owens ha diffuso un audio in cui Kirk si beava dell’impennata delle vendite del merchandising di Turning Point Usa, l’organizzazione fondata dal marito Charlie. Non ci sarebbe nulla di strano, si dirà. Ma ad avvelenare l’influencer è stata la tempistica. L’audio sarebbe infatti stato registrato meno di due settimane dopo l’uccisione dell’attivista di estrema destra alla Utah Valley University, nel settembre 2025.

«Il fatto che siamo riusciti a realizzare un evento che rimarrà nella storia di questo secolo è semplicemente pazzesco», commenta Mrs. Kirk riferendosi al funerale del marito a cui hanno partecipato, tra gli altri, Donald Trump, Elon Musk e J.D. Vance. «Abbiamo avuto oltre 275 mila spettatori e lo stadio era stracolmo», aggiunge ringraziando tutte le persone che hanno contribuito a organizzare e promuovere la cerimonia. Funzione-evento che avrebbe dato una spinta notevole alle vendite di cappellini, t-shirt, shopper, felpe, sticker col logo di Turning Point Usa: «Abbiamo superato le 200 mila unità», sottolinea la vedova soddisfatta. Un tono che Owens definisce «sgradevole». Fuori luogo sarebbe, in particolare, una risata che si sente nella clip di due minuti: «Non sono passate nemmeno due settimane dall’assassinio di suo marito e stiamo già parlando di numeri e obiettivi commerciali oltre le aspettative», sottolinea. Per poi aggiungere: «Sappiamo che ognuno affronta il lutto in modo diverso, ma mi aspettavo di sentirla più turbata».

La faida tra primedonne nel mondo Maga
Candace Owens (Ansa).

La vedova Kirk nel mirino degli haters

Owens non è comunque la prima a dubitare del dolore della vedova. Basta cercare Erika Kirk su X, Instagram e TikTok per essere sommersi dai meme. Molti si concentrano sul suo arrivo ad AmericaFest, la convention annuale di Turning Point Usa, a dicembre. «Manco fosse Katy Perry», scrivono i più gentili commentando la passerella della donna fasciata in un abito scintillante tra i fuochi d’artificio. Tra i tanti, si segnala la parodia della drag queen Erika Qwerk, con dollari in mano, che ha fatto imbestialire il popolo MAGA.

Candace Owens non ha comunque intenzione di mollare il colpo. Qualche ora dopo l’uscita del podcast su YouTube, ha pubblicato su TikTok una videocall di Erika Kirk con i dipendenti di TPUsa. Sono passati cinque giorni dalla morte del marito e la donna, in lacrime, promette che nessuno rischia il licenziamento: «Siamo una famiglia, sono molto legata a voi», assicura. Clip seguita a ruota dalla storia di una dipendente fatta fuori senza alcuna spiegazione dall’organizzazione.

Il complottismo sull’assassinio di Charlie Kirk

Che i rapporti tra Owens e la vedova Kirk non siano dei migliori non è certo un segreto. L’influencer non è stata invitata ad AmericaFest, nonostante sia tanto apprezzata da Donald Trump. Nonostante l’assenza, è stata comunque attaccata da alcuni ospiti. D’altronde la podcaster non ha mai sposato la versione ufficiale sull’assassinio di Charlie Kirk: ipotizza, infatti, che potrebbero essere coinvolti Francia, Israele ed Egitto e che l’attivista conservatore sia stato vittima di un complotto e “tradito” da persone di Turning Point Usa a lui vicine. Una verità scomoda che le forze dell’ordine starebbero insabbiando. Voci, insinuazioni e teorie assurde che hanno infiammato i MAGA tanto da da ‘costringere’ le due donne a un lungo faccia a faccia. Che però non pare essere stato risolutivo. Se Erika Kirk ha definito l’incontro «molto costruttivo», Owens non ha cambiato idea: per lei il 22enne Tyler Robinson non sarebbe l’unico responsabile dell’omicidio.

Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente

Re, Superman, premio Nobel per la pace, addirittura papa. Sono tutte le megalomani versioni di sé che Donald Trump spamma sui suoi account social, Truth in testa. Di contro, ovviamente, oppositori politici e critici vengono ritratti come criminali o ubriaconi. Funziona così la comunicazione ai tempi del controverso presidente ex palazzinaro e, soprattutto, nell’era dell’intelligenza artificiale (usata male). L’IA al servizio dell’ego dell’uomo più potente del mondo genera mostri, realizzando contenuti su “Trump che fa cose”.

Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
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Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente

Le feci contro i cittadini che protestano e l’invasione della Groenlandia

Una volta indossa una corona, un’altra pilota un jet e scarica feci sui cittadini colpevoli di protestare contro la sua leadership. E così via, una spacconata dopo l’altra, fino al post del 20 gennaio in cui, accompagnato dai sodali J.D. Vance e Marco Rubio, si appresta a invadere il terreno della Groenlandia impugnando la bandiera americana.

I tre obiettivi della sua strategia di comunicazione

L’IA è quindi diventata un’arma nelle mani dello staff del presidente per inondare i social di meme e fake news tramite post che per qualcuno risultano persino divertenti, ma in realtà sviliscono il discorso politico, soprattutto se a diffonderli è l’inquilino della Casa Bianca. Da un’analisi condotta sulle “creazioni” che l’account Truth di Trump ha pubblicato nel 2025, il sito di fact-checking PolitiFact ha individuato i tre obiettivi principali di questa strategia di comunicazione: promuovere fino al sensazionalismo l’immagine di Donald e del suo staff, sminuire gli antagonisti e rafforzare il suo messaggio politico. Alcuni contenuti creati dall’intelligenza artificiale finiti sulle pagine di Trump sono semplici repost da altri account, come quello in cui è ritratto dietro a una scrivania con pile di denaro. Altri invece vengono caricati direttamente dai social media manager senza specificarne la paternità.

Immagini che anticipano crociate politiche

Una delle prime immagini pubblicate una volta preso possesso dello Studio Ovale ritrae il presidente Usa ruggente accanto a un leone. Un mesetto dopo invece lo si vede impegnato a dirigere l’orchestra al Kennedy Center, in un’anticipazione della crociata che ha portato all’aggiunta del suo cognome al nome dello storico centro culturale americano di Washington.

Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump in versione direttore d’orchestra.

Il video su Gaza è stato il punto più basso?

Poi è arrivato il video che mostrava come sarebbe diventata Gaza se a gestire la ricostruzione, o per meglio dire occupazione, fosse stato Trump. La clip, in cui si vedono soldi che piovono dal cielo, resort di lusso, spiagge sabbiose ed edifici brandizzati col nome del presidente sopra a quella che è stata di fatto una grande fossa comune per così tanti mesi, ha fatto discutere, per usare un eufemismo.

La stessa cosa è successa a luglio col video che mostrava l’ex presidente Barack Obama trascinato e ammanettato dalle forze dell’ordine sotto lo sguardo sorridente di Trump.

È passato invece più sottotraccia il repost di una foto con la scritta «Watch the water» (Guarda l’acqua) chiaro e inquietante riferimento ai cospirazionisti di QAnon.

Tra i contenuti più virali postati fino a oggi c’è il deepfake del 29 settembre. Musica mariachi in sottofondo, il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer dice: «A nessuno piacciono i democratici». Accanto a lui il suo omologo alla Camera, Hakeem Jeffries, con baffi a manubrio e un sombrero in testa.

Repostato più di 19 mila volte, il video accusa i dem di aver voluto lo shutdown per dare assistenza sanitaria gratuita a tutti gli immigrati clandestini. Una fake news condivisa anche sugli account della Casa Bianca.

Anche le pagine istituzionali della Casa Bianca ci si mettono

Perché il trend ha contagiato anche le pagine istituzionali della White House, che solo su X conta 2,9 milioni di follower. Lì possiamo trovare, tra gli altri, un Trump decisamente più in forma di quanto non sia nella realtà con addosso la strizzante tutina di Superman accompagnata dalla modestissima didascalia: «Il simbolo della speranza. Verità. Giustizia», alla faccia delle vittime dello squadrismo dell’Ice, l’agenzia federale statunitense che si occupa del controllo delle frontiere e dell’immigrazione, sempre più criticata dopo l’omicidio a sangue freddo di Renée Good.

Nel mirino del profilo della Casa Bianca è finita anche la senatrice democratica del Massachusetts Elizabeth Warren. Rea di aver criticato il sostegno finanziario dell’amministrazione Trump al presidente argentino Javier Milei, è diventata protagonista di un’immagine in cui viene ritratta vestita come Madonna in Evita, il film biografico del 1996 sull’ex first lady del Paese sudamericano Eva Perón.

E poi ancora le vignette sugli arresti e le deportazioni di immigrati, una copertina che ricorda quelle del Time con Trump incoronato (di nuovo!) e il titolo «Lunga vita al re».

Tra uno scatto del presidente vestito da Jedi e uno in cui cammina in una polverosa arena in stile romano, il profilo X della Casa Bianca si è preso anche la briga di difendere questa strategia social fatta di offese e bufale con un paio di post a luglio. «Da nessuna parte nella Costituzione c’è scritto che non possiamo pubblicare meme di successo».

E ancora: «I meme continueranno». È una minaccia?

Bipartidismo Stream e gli altri tentacoli mediatici di Vox

«Siamo l’alternativa alle palesi menzogne dei media mainstream del sistema bipartitico». A sostenerlo non sono i soliti complottisti che si spacciano per nuovi profeti, ma le pagine social e YouTube di Bipartidismo Stream, il canale aperto a inizio 2025 da Fundación Disenso, think tank presieduto dal leader di Vox Santiago Abascal. L’obiettivo dell’operazione è meno nobile di quanto reciti lo slogan. Si tratta, semplicemente, di diffondere l’ideologia di estrema destra con un’estetica che strizza l’occhio ai più giovani. Gli under 45, d’altronde, sono il cuore dell’elettorato del partito tanto caro a Giorgia Meloni. Le recenti intenzioni di voto suddivise per età parlano chiaro: Abascal e i suoi avrebbero l’appoggio del 31 per cento dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni. E se la giocano bene sia nella fascia dai 25 ai 34 sia in quella tra i 35 e i 44. In entrambi i casi con il 23 per cento delle preferenze. 

Bipartidismo Stream e gli altri tentacoli mediatici di Vox
Giorgia Meloni con Santiago Abascal a Atreju 2023 (Imagoeconomica).

Con Abascal il canale macina visualizzazioni

Bipartidismo Stream ha chiarito il suo dna fin dal primo video pubblicato. Il contenuto includeva una clip rubata da Don’t Look Up in cui il il dottor Mindy (interpretato da Leonardo DiCaprio) critica l’uso di termini come “estrema destra”, “ultradestra” o “fascismo”: «Aprite gli occhi», perché coloro che criticano il fascismo «non sono la soluzione, ma il problema». Chi ha visto il film sa bene che il messaggio è stato totalmente travisato. Anzi, Don’t Look Up si prende gioco del negazionismo climatico che tanto piace proprio ai partiti come Vox. A macinare visualizzazioni sono soprattutto le lunghe interviste ad Abascal, presenza fissa. È solo grazie a lui che i numeri crescono. A gennaio 2026, a meno di un anno dal lancio del canale, viaggiano verso i 12 milioni. Cifra che, escludendo i video con gli interventi del leader di Vox, crollerebbe miseramente visto che alcune clip non arrivano nemmeno a quota 500. Gli iscritti hanno invece superato la soglia dei 35 mila in linea col numero di follower su Instagram (quasi 36 mila).

Bipartidismo Stream e gli altri tentacoli mediatici di Vox
Santiago Abascal (Ansa).

L’estrema destra è venduta come unica alternativa al PP e al PSOE

Chi, spinto dall’algoritmo e dallo scrolling, si imbatte nei contenuti di Bipartidismo Stream potrebbe pensare di essere finito su un semplice canale di interviste. Il set è minimalista: sfondo nero, tavolo di legno e microfoni. Insomma, sembra un podcast qualunque. Il mimetismo digitale scompare quando cominciano le ‘trasmissioni’. Il programma di punta si intitola El bolso de Soraya, un riferimento alla borsa dell’ex vicepresidente del governo Rajoy, Soraya Sáenz de Santamaría, poggiata sul seggio del primo ministro durante la discussione che portò alla sfiducia dell’esecutivo. Un simbolo di decadenza, secondo Bipartidismo Stream, perché poi sarebbe arrivato Pedro Sánchez. E una dimostrazione plastica del sistema bipartitico da combattere. Le cui vittime, sempre secondo la vulgata voxiana, sono gli elettori. In particolare quelli del Partito Popolare con cui Vox è alleato in molte amministrazioni locali. Ecco allora che l’estremismo è dipinto come l’unica alternativa al PP di Alberto Núñez Feijóo e al PSOE: due facce della stessa medaglia. «Solo una cosa li differenzia: il livello di menzogna», tuona Abascal.

Bipartidismo Stream e gli altri tentacoli mediatici di Vox
Alberto Nunez Feijóo, presidente del PP (Imagoeconomica).

La battaglia contro i media mainstream

Nel mirino di Bipartidismo Stream c’è ovviamente anche l’immigrazione che non solo genera criminalità ma sarebbe addirittura la causa della crisi immobiliare. Un tema usato per attirare i giovani. «Vediamo costantemente servizi giornalistici che si chiedono se gli under 35 siano davvero diventati fascisti e franchisti. La verità è che sono stanchi di avere persone al governo impegnate a disseppellire cadaveri e parlare di una guerra civile di un secolo fa», dice Abascal. Con buona pace dei familiari degli oltre 110 mila desaparecidos. L’obiettivo non dichiarato è far sì che la Gen Z (e dintorni) convinca genitori e parenti a votare per Vox. Che, attenzione, non è come la dipingono i «corrotti e traditori» giornalisti mainstream al servizio dell’establishment. Quella è solo una caricatura, spiegano nel tentativo di seminare sfiducia nei confronti dei media tradizionali. La soluzione a tutto questo? I social, naturalmente. Un ambiente in cui l’estrema destra non viene demonizzata ed è libero da ogni intermediazione.

I tentacoli mediatici di Vox

Bipartidismo Stream è, però, solo il tentacolo mediatico più recente di Vox che su Instagram vanta oltre un milione di follower, mentre PSOE, PP e Sumar non superano i 200 mila. Attraverso Fundación Disenso – su cui la Corte dei Conti ha acceso un faro per presunto dirottamento di fondi dal gruppo parlamentare – il partito controlla anche il quotidiano La Gaceta de la Iberosfera e la rete transnazionale Foro Madrid che organizza conferenze sui temi cari ad Abascal. Poi c’è il supporto dell’imprenditore Julio Ariza Irigoyen. Proprietario del gruppo Intereconomía che possiede due radio e un canale tv, il controverso imprenditore è considerato il patron mediatico di Vox.

Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga

«Classici comunisti: regole per te, ma non per loro». La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, è solo una delle tante partite all’attacco a testa bassa contro la nuova first lady di New York, Rama Duwaji. Colpevole di quale “reato”? Aver indossato stivali da 630 dollari alla cerimonia di insediamento del marito Zohran Mamdani il giorno di Capodanno.

Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
L’addetta stampa della Casa Bianca Karoline Leavitt (foto Ansa).

Negli Stati Uniti i quotidiani e l’opinione pubblica, anche a distanza di giorni, continuano a essere divisi sul guardaroba sfoggiato dall’artista 28enne. Per alcuni è stata una lezione di stile, altri si sono accodati all’opinione di Leavitt che nella sua invettiva tramite story di Instagram ha aggiunto: «Vogliono che i newyorkesi versino in tasse più della metà del loro reddito, mentre lei indossa stivali firmati che valgono il tuo stipendio settimanale. Ci sono ragioni per cui il comunismo ha fallito ovunque sia stato sperimentato. Buona fortuna, New York».

Nelle ore precedenti era sembrato che gli stivali di pelle artigianale Shelley del brand Miista avessero addirittura distratto quegli invasati dei Maga (Make America great again) dalle critiche a Mamdani. Né la first lady newyorkese né il gruppo di moda con sede in Spagna e Portogallo hanno voluto rilasciare commenti. L’ha fatto però la stylist di Duwaji, Gabriella Karefa-Johnson, che il New York Post ha definito «controversa anti-Israele».

Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
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Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga

Alcuni capi indossati sono stati concessi in prestito

L’ex redattrice di Vogue ha chiarito che le calzature e gli altri capi indossati sono stati concessi in prestito dai marchi, cosa che regolarmente succede con popstar e attori quando partecipano a eventi mediatici importanti. Una dichiarazione che non ha sedato le polemiche, alimentate dall’analisi dei look che l’illustratrice ha sfoggiato nelle precedenti apparizioni pubbliche. Sempre il New York Post ha segnalato per esempio gli orecchini portati durante il discorso tenuto da Mamdani dopo l’elezione di novembre: «I pendenti sono del raffinato designer di gioielli newyorkese Eddie Borgo. Le sue creazioni superano anche i 46 mila dollari».

Non è comunque la prima volta che Duwaji finisce nel mirino dell’opinione pubblica. A fine anno è uscita la sua intervista su The Cut, la prima dopo la vittoria del marito alle urne. Nella chiacchierata accompagnata da un servizio molto glamour, con abiti in prestito, la giovane ha parlato degli svantaggi di «avere improvvisamente un milione di occhi puntati sul proprio lavoro». Per fortuna, dice lei, «vivo nella negazione. Cerco di non pensare a Instagram come al mio pubblico, ma piuttosto a me e ai miei colleghi artisti». Non l’avesse mai detto.

«Forse potrebbe fare un podcast con Michele Obama»

«Per me è una stronzata. Adora l’attenzione. Sarà la nuova beniamina di Vogue», ha commentato per esempio un livoroso utente su X. «L’improvvisa allergia alla fama di Rama Duwaji? Per favore. Ha passato anni a costruire il marchio attivista-chic di Mamdani… e a posare per Vogue mentre lui sventrava i fondi della polizia di New York. Ora è scioccata che la gente la noti? L’intero regime di Mamdani è narcisismo performativo», gli ha fatto eco un altro. Si sono lette anche cose del tipo: «Non sembra che abbia problemi ad aprirsi» o «forse potrebbe fare un podcast con Michele Obama e insieme potrebbero condividere quanto siano dure le loro vite e quanto sia orribile questo Paese».

La sua arte impegnata e le posizioni anti-Israele

Nonostante il basso profilo mantenuto durante la campagna elettorale del marito, Duwaji già all’epoca aveva subito critiche dopo che i media erano andati a scandagliare la sua arte e i suoi canali social. Illustrazioni e post che rivelerebbero posizioni ferme sulla politica estera americana e di condanna delle azioni di Israele a Gaza. A metà ottobre ha pubblicato in una story su Instagram quattro emoji a forma di cuore spezzato con una foto di Saleh Al-Jafarawi. Ucciso da una milizia israeliana alcune ore prima, l’uomo era descritto dal governo Netanyahu come un attivista pro-Hamas.

Rama Duwaji tra lusso e militanza: perché la first lady di New York è odiata dai Maga
Mamdani e Duwaji nel giorno delle nozze (da X).

Un’illustrazione del 2024 mostra imponenti pile di denaro contante con la scritta «crimini di guerra israeliani». Inserita in un reel, la creazione è stata postata da Mamdani con la didascalia: «Le organizzazioni benefiche di New York inviano oltre 60 milioni di dollari ogni anno per finanziare i crimini di guerra israeliani. È ora di mettere fine a tutto questo».

Nel 2020 ha disegnato due donne e una bambina sotto il fumo di un aereo in lontananza. Il tutto accompagnato dalla didascalia: «I presidenti vanno e vengono, ma l’imperialismo americano non cambia mai. Pensando ai palestinesi che soffrono. Non importa chi è in carica. Ho realizzato questa immagine per un articolo sulla guerra ambientale che Israele sta facendo sugli agricoltori palestinesi e sulle loro colture».

Sono tante le illustrazioni contestate dai repubblicani e dagli attivisti Maga che accusano Duwaji di fare propaganda. Il profilo Instagram dell’artista è un rifiorire di post che hanno lo scopo di sensibilizzare su ciò che è accaduto (e sta accadendo) nella Striscia. Le parole chiave? Genocidio, crisi umanitaria e l’immancabile Global Sumud Flotilla. Il cocktail perfetto per triggerare i trumpiani più svalvolati.

La Gen Z sfida il potere: un anno di proteste

Immobili, ipnotizzati davanti a uno smartphone, pigri. Della Gen Z si è detto e scritto di tutto in questi anni. Nel 2025, però, gli zoomer hanno avuto una rivincita mediatica dando vita a movimenti di protesta che, grazie al tam tam sui social, hanno riempito le piazze di decine di Paesi dall’America all’Asia, passando per l’Europa e l’Africa. Sopra le loro teste ha sventolato virtualmente, e non solo, la bandiera di One Piece, un teschio sorridente con un cappello di paglia. E come i pirati del celebre manga si sono battuti contro il Governo Mondiale.

Le piazze serbe contro Vučić

«La corruzione uccide». Lo sostengono gli studenti universitari che, insieme ai colleghi più giovani, da novembre 2024 manifestano in Serbia. Tutto è iniziato con il crollo di una pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad che ha causato la morte di 16 persone. Chi scende in piazza chiede elezioni anticipate per cacciare il presidente Aleksandar Vučić e il partito Sns, al timone da oltre un decennio. Un’ondata di contestazioni che nei mesi è cresciuta raggiungendo un livello che nel Paese non si registrava dai tempi di Milošević. 

La Gen Z sfida il potere: un anno di proteste
Corteo a Novi Pazar, in Serbia (Ansa).

In Bulgaria l’onda travolge il governo

Se Vučić per ora resiste, il governo della Bulgaria ha ceduto dopo settimane di proteste contro una legge di bilancio considerata iniqua. Il tutto alla vigilia dell’ingresso del Paese nell’Eurozona. L’esecutivo guidato da Rossen Zhelyazkov, passato indenne da ben sei voti di sfiducia in un anno, alla fine è capitolato. Il governo aveva provato a fare marcia indietro, ma ormai era troppo tardi. Anche perché la manovra era solo la punta dell’iceberg di un sentimento di insoddisfazione generale nei confronti di un sistema politico accusato di nepotismo, corruzione e inefficienza che costringe i giovani ad andarsene: «Dateci una ragione per restare», recitavano alcuni striscioni nelle piazze. Insieme con gli slogan: «Fuori la mafia», «Ladri!», «Maiali!».

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Una manifestazione a Sofia, in Bulgaria, 10 dicembre 2025 (Ansa).

La Gen Z turca contro Erdogan dopo l’arresto di İmamoğlu

Anche la Turchia è stata colpita da quest’onda. La causa scatenante, in questo caso, è stato l’arresto di Ekrem İmamoğlu. Il sindaco di Istanbul e principale oppositore di Recep Tayyip Erdoğan è finito dietro le sbarre con l’accusa di corruzione dopo un’indagine a cui un pezzo di Paese non crede affatto. Secondo i manifestanti l’inchiesta avrebbe come unico obiettivo quello di neutralizzare il più pericoloso avversario del presidente e del suo partito, l’Akp. E mentre nelle strade scattava la repressione delle forze dell’ordine, online gli account “ribelli” venivano chiusi con un’ulteriore stretta autoritaria.

Dal Nepal alle Filippine sotto la bandiera di One Piece

È però in Asia l’esempio più emblematico delle proteste a trazione Gen Z. In Nepal, lo scorso settembre, l’esecutivo era arrivato a oscurare i social network. Una scintilla che ha fatto esplodere la rabbia contro la classe dirigente. La dura reazione della polizia – 70 morti, centinaia di feriti e decine di arresti – non è bastata a evitare al presidente Sharma Oli le dimissioni e lo scioglimento del parlamento. I giovani volevano di più e l’hanno ottenuto, ricoprendo un ruolo centrale nella nomina della prima donna premier del Paese, Sushila Karki. Il nome dell’ex giudice (classe 1952) è emerso da un voto online sull’app gratuita di messaggistica Discord. Considerata un simbolo della lotta alla corruzione, Karki guiderà il Nepal fino alle elezioni previste a marzo 2026. È invece di otto morti e migliaia di arresti il bilancio delle mobilitazioni della Gen Z indonesiana. Scatenate da un controverso bonus destinato ai deputati dal governo di Prabowo Subianto nonostante i tagli alla sanità e le misure di austerità, le manifestazioni sono letteralmente esplose a settembre dopo la morte di un rider 21enne, travolto da un blindato delle forze dell’ordine. Qualche giorno dopo è toccato alle Filippine. Il clima inizialmente pacifico delle proteste per uno scandalo di appropriazione indebita di fondi pubblici destinati alla lotta contro le inondazioni è presto deflagrato: auto incendiate, vetrine distrutte, polizia in assetto anti sommossa, lacrimogeni.

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Scontri a Kathmandu, in Nepal, 22 dicembre 2025 (Ansa).

Le proteste in Centro e Sud America

Scontri con le forze dell’ordine e decine di arresti si sono registrati anche dall’altra parte del Pacifico, in Messico dove la Gen Z è scesa in piazza a novembre contro le politiche di Claudia Sheinbaum. Al potere da un anno, la prima donna presidente non ha convinto per le sue scelte in tema sicurezza in un Paese percepito come sempre più in mano ai narcotrafficanti. Anche in Perù dopo mesi di proteste il 9 ottobre la presidente Dina Boluarte è stata destituita da un voto di impeachment per «incapacità morale permanente». La Gen Z ha dato vita a un’insurrezione pacifica, ultimo atto di una crisi politica ormai cronica di cui la presidente era diventata il simbolo. Tra autoritarismo, repressione violenta del dissenso e scandali, Boluarte ha dimenticato la promessa di accompagnare il Paese a nuove elezioni ristabilendo l’ordine istituzionale e la fiducia della popolazione. «Fuera Dina, asesina», urlavano le piazze transgenerazionali già nel 2023. La nomina ad interim del 38enne José Jerí, in attesa delle elezioni di aprile 2026, non ha comunque calmato gli animi. Le manifestazioni sono proseguite con la richiesta di un azzeramento ancora più drastico del sistema.

La Gen Z sfida il potere: un anno di proteste
Manifestazione a Lima, Peru, 14 novembre 2025 (Ansa).

L’occasione persa del Madagascar e gli altri focolai in Africa

La stessa istanza è arrivata dai giovani del Madagascar che, tra settembre e ottobre, hanno occupato le piazze per manifestare contro i tagli all’acqua e all’elettricità, la corruzione, il nepotismo, le disuguaglianze. Disordini che hanno spinto alla fuga il presidente Andry Rajoelina portando al potere il colonnello Michael Randrianirina che ha promesso discontinuità con il passato e maggiore coinvolgimento della Gen Z. Un golpe militare che rischia però di soffocare le istanze di un vero rinnovamento. Autoritarismo, cattiva gestione economica, misure impopolari come l’innalzamento delle tasse su alcuni beni essenziali sono la benzina degli zoomer kenyoti che protestano ormai da più di un anno. Durante il quale il blogger 31enne, Albert Ojwang, ha perso la vita dopo essere stato arrestato per aver diffamato un poliziotto sui social. In Marocco la Gen Z si è addirittura ribattezzata: ora si fa chiamare Generazione Z 212, come il prefisso telefonico nazionale. Da settembre i ragazzi lottano per ottenere diritti, giustizia sociale e trasparenza della politica. D’altronde nel Paese nordafricano si finanziano le ristrutturazioni degli stadi per la Coppa del mondo e non quelle di scuole e ospedali. La morte di otto donne nel giro di poche settimane nel reparto di ostetricia dell’ospedale pubblico di Agadir è diventata la miccia delle proteste.

La Gen Z sfida il potere: un anno di proteste
Manifestazione ad Antananarivo, in Madagascar, 11 ottobre 2025 (Ansa).

L’invadenza dei miliardari nell’America di Trump: così la democrazia è distorta

La giornalista investigativa del Washington Post Beth Reinhard se n’era accorta per la prima volta a gennaio 2025. Le gelide temperature avevano obbligato lo spostamento al chiuso della cerimonia di insediamento di Donald Trump come 47esimo presidente degli Stati Uniti. Migliaia di spettatori vennero lasciati fuori al freddo, nonostante fossero in possesso del biglietto. Ma «almeno 17 miliardari, con un patrimonio complessivo di oltre mille miliardi di dollari», avevano il loro posto a sedere, al caldo, dentro il Campidoglio. C’erano l’immancabile (all’epoca) Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg e Bernard Arnault, tra gli altri. «Una storica concentrazione di ricchezza che sembrava annunciare una nuova classe di oligarchi americani», ha scritto il Washington Post confermando di fatto l’avvertimento lanciato da Joe Biden alla fine del suo mandato.

L’invadenza dei miliardari nell’America di Trump: così la democrazia è distorta
Da sinistra Priscilla Chan, Mark Zuckerberg (Meta), Lauren Sanchez, Jeff Bezos (Amazon), Sundar Pichai (Google) ed Elon Musk (Tesla) alla cerimonia di insediamento di Trump (foto Ansa).

Nei mesi successivi, Reinhard e alcuni colleghi hanno scoperto che l’investimento totale dei 100 americani più ricchi sulle elezioni del 2024 aveva superato per la prima volta la soglia del miliardo di dollari: un dollaro su 13 spesi nella campagna per le Presidenziali è arrivato quindi da una manciata di cittadini con importanti interessi economici. Una crescita vertiginosa, se si pensa che il contributo di questi Paperoni è passato dallo 0,25 per cento di inizio millennio al 7,5 del 2024.

Democrazia rimodellata, se non addirittura minata nelle sue fondamenta

I miliardari non solo hanno fatto lievitare i costi delle campagne elettorali, ma potrebbero rimodellare la democrazia americana, come fa notare Reinhard. Se non addirittura minarla nella sue fondamenta. Queste donazioni, infatti, spesso si allineano con interessi personali che finiscono per influenzare le decisioni politiche anche su temi di interesse collettivo, come il cambiamento climatico e l’assistenza sanitaria. L’esempio più lampante riguarda, tanto per cambiare, Musk: con donazioni da oltre 290 milioni ai Repubblicani si è “comprato” un posto nella classe dirigente trumpiana, con gli alti e bassi a cui abbiamo assistito in questi mesi.

«Se sei un miliardario, vuoi rimanere tale»

«Se sei un miliardario, vuoi rimanere tale», ha dichiarato al Washington Post il newyorkese John Catsimatidis. Da tempo impegnato in politica, il magnate del petrolio e dell’immobiliare nel 2024 ha fatto la sua donazione più grande di sempre: 2,4 milioni di dollari a sostegno di Trump, quasi il doppio rispetto alla cifra versata nel 2016. Catsimatidis, il cui patrimonio ammonta a 4,5 miliardi di dollari, ha spiegato di sentire la necessità di provare a influenzare il corso della politica negli Stati Uniti il ​​più rapidamente possibile, date le ampie divergenze tra i due principali partiti. Ma, a detta sua, non è solo una questione di soldi: «Mi preoccupo per l’America e per lo stile di vita che abbiamo».

L’invadenza dei miliardari nell’America di Trump: così la democrazia è distorta
John Catsimatidis, uomo d’affari.

La Corte suprema nel 2010 ha aperto la strada a donazioni illimitate

Gli esempi, però, ci sono anche tra i democratici. L’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, per esempio, ha sborsato più di 60 milioni. Alle urne americane dunque non si consuma soltanto il confronto tra i due principali partiti, ma anche una battaglia tra super ricchi, legittimata da una sentenza della Corte suprema del 2010 che ha aperto la strada a donazioni illimitate. In cambio di potere politico, in alcuni casi direttamente con ruoli di prestigio da occupare: almeno 44 dei 902 americani presenti nella lista dei miliardari del 2025 di Forbes, o i loro coniugi, hanno ricoperto importanti cariche federali o statali nell’ultimo decennio. Tra questi, personaggi come Howard Lutnick, segretario al Commercio, e J. B. Pritzker, governatore dell’Illinois.

L’invadenza dei miliardari nell’America di Trump: così la democrazia è distorta
Michael Bloomberg in mezzo fra Joe Biden e Donald Trump (foto Ansa).

Emblema dei tempi che cambiano, fa notare Forbes, è proprio l’ultimo governo Trump il più ricco della storia degli Stati Uniti: il patrimonio netto complessivo dell’intero gabinetto, pari a 7,5 miliardi di dollari, è più del doppio di quello del Trump I (3,2 miliardi di dollari) e 64 volte superiore a quello dell’esecutivo Biden.

In pochi pensano che che i super ricchi abbiano un impatto positivo sulla società

Un quadro questo che, secondo un sondaggio elaborato dal Washington Post in collaborazione con Ipsos, preoccupa l’opinione pubblica. Solo il 12 per cento degli oltre 2.500 intervistati ritiene che i miliardari abbiano un impatto positivo sulla società. Il 75 per cento dei dem e il 60 per cento degli indipendenti disapprovano le donazioni spropositate dei più ricchi in vista delle elezioni. Insieme a loro, il 42 per cento dei repubblicani. Elettori di destra e sinistra sono però nettamente divisi su quanto gli investimenti dei miliardari influenzino il modo in cui i funzionari eletti governano: quasi due repubblicani su tre pensano che i politici prestino comunque attenzione agli interessi collettivi, a prescindere dai finanziamenti dell’oligarchia. Un’identica quota di democratici sostiene, invece, l’esatto contrario.

Bernie Sanders e il tour contro gli oligarchi

Tra i primi a rilanciare l’inchiesta e il sondaggio del Washington Post c’è stato Bernie Sanders, che da febbraio sta girando gli Stati Uniti col suo Fighting Oligarchy tour: interventi pubblici e comizi in cui l’84enne senatore del Vermont accusa i miliardari di aver iniziato un processo di dirottamento della democrazia americana, subordinandola ai propri interessi e minando i principi fondamentali del governo rappresentativo: «I super ricchi possono comprare elezioni e politici», dice Sanders tappa dopo tappa.

L’invadenza dei miliardari nell’America di Trump: così la democrazia è distorta
Zohran Mamdani e Bernie Sanders (foto Ansa).

L’obiettivo è mobilitare la «classe media e i lavoratori» come contro‑forza a questo fenomeno. Una «guerra di classe» appoggiata da volti progressisti come Alexandria Ocasio-Cortez, spesso con lui sul palco, e ovviamente l’astro nascente Zohran Mamdani. Durante la campagna elettorale per la poltrona di sindaco di New York, il neosocialista ha più volte dichiarato che i miliardari non dovrebbero esistere. I ricconi ovviamente hanno risposto spendendo ingenti somme per opporsi alla sua vittoria. Inutilmente.

Taranto accende lo scontro Confindustria-Cgil sugli esuberi

Per Vincenzo Boccia sarebbe un errore tenerli e quindi finanziare la disoccupazione. Parole che secondo Maurizio Landini della Cgil sono senza senso.

Di fronte alla crisi dell’ex Ilva, che il colosso ArcelorMittal non vuole più gestire restituendola ai commissari, il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia ha chiesto di agire con «buon senso e serietà» invitando a non pretendere che di fronte a «crisi congiunturali le imprese debbano mantenere i livelli di occupazione, quindi finanziare disoccupazione. Così facciamo un errore madornale». Una dichiarazione a cui hanno risposto subito i sindacati. A infiammare la polemica è il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, che prima era stato a capo delle tute blu del sindacato di Corso d’Italia.

BOCCIA: «CI SONO GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI»

Boccia ne ha parlato ad un convegno di Confindustria presso Ansaldo Energia a Genova commentando i cinquemila esuberi chiesti da ArcelorMittal per rimanere nell’ex Ilva. «Se c’è una crisi congiunturale legata all’acciaio, è inutile far finta che non ci sia. Bisogna capire come gestire questa fase permettendo di ‘costruire’, come accade in tutte le aziende del mondo», ha detto il numero uno degli industriali italiani. Ci sono gli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione «che si attivano in momenti negativi delle imprese». Secondo Bocca la soluzione è creare sviluppo in quel territorio, costruire altre occasioni di lavoro, ma non sostitutive, complementari.

LANDINI: «C’È UN ACCORDO DA FAR RISPETTARE»

Di tutt’altro avviso Landini che, durante un convegno a Firenze, ha definito «senza senso» le parole del presidente di Confindustria: «C’è un accordo da far rispettare, firmato nel 2018, che prevede degli impegni». Secondo il leader della Cgil, inoltre, «non sono cali temporanei di mercato che modificano piani strategici che prevedono quattro miliardi di investimenti. Quegli accordi lì vanno fatti rispettare: e anche lui dovrebbe chiedere alla multinazionale di rispettare il nostro Paese, e di rispettare gli accordi. Credo che l’affidabilità nel rispetto degli accordi sia una regola delle parti sociali».

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