L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?

In Europa i giovani scendono in piazza per protestare contro le condizioni precarie delle scuole, la carenza di insegnanti, le aule fatiscenti e i meccanismi poco trasparenti di accesso alle università. In Cina i media raccontano questo malessere studentesco per esaltare il proprio sistema educativo e sottolineare il declino della competitività europea. Eppure, dietro l’ascesa internazionale degli atenei cinesi e degli eccellenti risultati conseguiti dagli studenti, si nascondono diverse ombre. Una su tutte: Pechino immette troppi laureati in un mercato nazionale del lavoro che non riesce ad assorbirli.

L’età dell’oro dell’università cinese: perché Pechino si fa beffe del declino europeo?
La Southern Medical University a Baiyun, Guangzhou (foto Unsplash).

I disordini europei inquietano gli studenti cinesi

Il Global Times, il tabloid legato al quotidiano ufficiale del Partito comunista cinese, ha scritto che le proteste a Parigi hanno sconvolto la vita degli studenti cinesi nei campus. La chiusura della maggior parte degli edifici universitari e le lezioni spostate online hanno «reso la quotidianità scomoda e i giovani riluttanti a uscire». E ancora: «Vedere la città in cui vivono danneggiata e la vita delle persone comuni sconvolta ha anche creato un senso di inquietudine negli studenti». L’agenzia statale Xinhua ha invece spiegato che i disordini europei rifletterebbero profonde pressioni economiche e sociali, tra crescita debole, margini ristretti di manovra fiscale e un modello di welfare sotto stress.

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Livelli eccellenti in matematica, scienze e lettura

La Cina celebra spesso i progressi del suo sistema educativo rilanciando i risultati del Programme for international student assessment (Pisa). Questa indagine promossa dall’Ocse valuta le competenze degli studenti 15enni in diversi Paesi del mondo. Nell’ultimo report del 2025 il gigante asiatico ha ottenuto valori considerevoli: il 55,5 per cento dei suoi alunni ha raggiunto livelli eccellenti (5 o 6, i più alti della scala) in matematica, scienze e lettura. La Francia si è fermata invece al 9,8 per cento. Il divario è ancora più evidente in ambito scientifico. In matematica, in particolare, è arrivato ai livelli più alti il 30 per cento degli studenti cinesi, contro lo 0,7 per cento di quelli francesi.

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Peking University a Pechino (foto Unsplash).

Tra propaganda e diplomazia pubblica

I dati Pisa della Cina riguardano soltanto quattro aree tra le più sviluppate del Paese (Pechino, Shanghai e le province del Jiangsu e dello Zhejiang) e non l’intera popolazione studentesca nazionale. Il campione non restituisce quindi un quadro completo del sistema educativo cinese, ma tanto basta al Partito per convincere il mondo della superiorità e dell’efficacia del suo sistema educativo. Nel 2022 il ministero dell’Istruzione di Pechino ha incluso, tra gli obiettivi del suo piano annuale, il «conseguimento di un buon risultato» nel test Pisa. A che fine? Per mettere in mostra i successi dell’istruzione cinese e attirare l’attenzione internazionale.

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Studenti cinesi (foto Ansa).

Le università ai primi posti delle classifiche

Gli atenei cinesi hanno raggiunto i vertici delle classifiche globali che misurano la quantità e la qualità della ricerca scientifica. Un esempio emblematico è il Leiden ranking elaborato dal Centre for science and technology studies dell’Università di Leiden, nei Paesi Bassi. L’edizione 2025 colloca la Zhejiang University al primo posto – davanti alla Shanghai Jiao Tong University e ad Harvard – e comprende altri sette atenei cinesi tra i primi 10.

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Studentesse di Medicina alla Zhejiang University (foto Ansa).

Spesi 781 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo

Questa crescita è stata favorita da investimenti sempre più consistenti. Secondo i dati Ocse, infatti, nel 2023 la Cina ha speso 781 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo contro gli 823 miliardi degli Stati Uniti. Nel 2007 il divario era molto più ampio: 136 miliardi per Pechino, 462 miliardi per Washington. La spesa media per ricercatore ha inoltre raggiunto i 305 mila dollari in Cina, a fronte di una media europea di 268 mila.

Il paradosso: troppi laureati, poco lavoro

L’espansione dell’istruzione superiore in Cina ha portato 270 milioni di cittadini, quasi un quinto della popolazione, a ottenere un titolo di studio universitario o equivalente. Un altro traguardo che il governo di Xi Jinping sbandiera all’estero, ma che nasconde un grave problema interno: paradossalmente ci sono troppi laureati. Quest’anno se ne contano 12,7 milioni, 480 mila in più rispetto al 2025. Il mercato del lavoro fatica ad assorbire una simile domanda. Il tasso di disoccupazione tra i giovani di età compresa tra i 16 e i 24 anni si aggira non a caso intorno al 15,6 per cento.

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Xi Jinping (Ansa).

Eliminate le (inutili) discipline umanistiche

Le università cinesi stanno adattando i programmi di studio in linea con l’esigenza governativa di trasformare il Paese in leader mondiale nell’alta tecnologia. Tra il 2021 e il 2025 gli atenei hanno così eliminato oltre 12 mila corsi di laurea considerati obsoleti, per lo più in discipline umanistiche, introducendone al contempo 10.200 in settori emergenti. La discrepanza tra le competenze offerte dai laureati e quelle richieste dalle aziende è però sempre più evidente. Toccherà al Partito trovare un modo per risolvere il problema. Ed evitare che il malcontento dei giovani sfoci in proteste come in Europa.

Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna

«È un impresentabile dittatore. Non vado a incontrare un delinquente ladro come lui». È sempre il solito Javier Milei quello sbarcato a Madrid per la sua settima visita ufficiale in Spagna. Ufficiale sì, ma senza incontrare né re Felipe né Pedro Sánchez, vittima dei suoi insulti pronunciati durante il Forum Nueva Economía. Da lì, oltre alle offese personali nei confronti del premier iberico, il presidente argentino – che in patria ha tagliato la spesa pubblica con la motosega, a discapito dei ceti più vulnerabili – ha esortato gli spagnoli a «cacciare a calci» la sinistra al potere, rea di aver favorito gli arrivi di massa di migranti a Ceuta a fine luglio per meri fini elettorali. D’altronde «ogni immigrato equivale a un voto», ha detto entrando a gamba tesa nella campagna elettorale in vista del voto in programma il 29 novembre.

Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna

Persino Santiago Abascal si è tenuto alla larga

E se Milei ha snobbato le istituzioni spagnole per cercare unicamente il facile bagno di folla tra i sodali della destra, l’impressione è che questi ultimi abbiano fatto lo stesso con lui, cercando di tenersi alla larga. Cautela in vista dell’appuntamento con le urne, scrivono alcuni giornali. Quindi niente photo opportunity con il leader di Vox, Santiago Abascal, che, pur confermando la vicinanza con l’«amico», ha schivato lo scatto a causa di comizi già fissati in Galizia.

Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Il leader di Vox, Santiago Abascal (Ansa).

Certo, la visita di Milei non poteva essere ignorata: quindi ecco che all’appuntamento si è presentato Ignacio Garriga, il segretario generale del partito di estrema destra. Si è dimostrata prudente anche Isabel Díaz Ayuso: la governatrice della Comunità di Madrid (ala dura del Partido popular) ha sì incontrato il capo di Stato argentino, ma evitando un’accoglienza in pompa magna.

Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Isabel Díaz Ayuso, governatrice della Comunità di Madrid (foto Ansa).

Il governo spagnolo contro l’«indegno» comportamento di Milei

Chi non ha snobbato Milei è stato, invece, il governo spagnolo. La cui reazione ufficiale non si è fatta attendere. Attraverso un comunicato stampa, il ministero degli Esteri ha espresso la «più ferma condanna» per gli «insulti e le calunnie» rivolti a Sánchez, alla Spagna e ai suoi cittadini, bollando come «indegno» il comportamento del presidente con la motosega. «È vergognoso che il capo di Stato di una nazione sorella visiti il ​​nostro Paese con il solo obiettivo di fomentare il clima di polarizzazione e violenza», si legge.

Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Pedro Sánchez (foto Imagoeconomica).

Non ci ha girato tanto intorno nemmeno il Partito socialista di Sánchez, il Psoe, che ha rivestito la facciata della sua sede nazionale con un grande striscione su cui campeggia la scritta: “Ciao, Milei. Noi di sinistra ti diamo il benvenuto in Spagna, il Paese che cresce di più in Europa”.

Dal canto suo, Sánchez aveva già scelto la strada dell’ironia ancora prima dell’arrivo del presidente argentino, diffondendo sui social un video in cui si appropriava dell’insulto preferito da Milei: zurdo (sinistro). «C’è chi pensa di offenderci chiamandoci così», dice. «Se aumentare le pensioni ti rende uno zurdo, allora sono uno zurdo. Se dare ai genitori più tempo per godersi i propri figli ti rende uno zurdo, allora sono uno zurdo. Quindi sì, sono uno zurdo e ne vado fiero».

Il contropiede pop di Sánchez grazie alla canzone Fanático

Poi, dopo qualche ora, è arrivato un nuovo contropiede squisitamente pop. «Approfittando del fatto che sono in macchina, ascolto questo pezzo argentino. Mi piace tantissimo!», ha scritto il premier spagnolo postando uno screenshot del suo telefono mentre riproduceva Fanático, brano della cantante Lali Espósito.

La scelta non è casuale. Lali Espósito, l’Annalisa di Buenos Aires, è da mesi al centro di un duro scontro ideologico con il presidente del suo Paese. Dopo le primarie del 2023, l’artista aveva commentato la vittoria del leader ultra-liberista con un post («Che pericoloso, che triste»), scatenando la reazione di Milei, che l’aveva ribattezzata con disprezzo “Lali Depósito” per poi accusarla di essere a libro paga della sinistra.

Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
La cantante argentina Lali Espósito (foto Ansa).

La risposta dell’artista è arrivata nel 2024 proprio con Fanático, che ha raggiunto il quinto posto in hit-parade. «Viene a cercarmi, mangia i miei avanzi. Ce l’ho addosso, è come la mia ombra. È il mio fanatico, mi fa impazzire. Sogna di me tutta la notte e si tocca», recita il ritornello della canzone il cui videoclip è interpretato da un uomo con basettoni e giacca di pelle nera che parla e gesticola alla maniera di Milei.

La schermaglia sull’asse Madrid-Buenos Aires riapre una ferita mai sanata. Già nel maggio 2024, ospite a Madrid di un evento di Vox, Milei aveva definito «corrotta» Begoña Gómez, moglie di Sánchez, provocando il richiamo dell’ambasciatrice spagnola in Argentina e l’inizio di un gelo diplomatico permanente.

Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Begoña Gómez col marito Pedro Sánchez (foto Ansa).

Non che il premier spagnolo sia l’unico finito nel mirino del presidente argentino che, fin dai primi mesi di mandato, ha collezionato incidenti diplomatici con i principali governi dell’America Latina: ha dato del «lurido delinquente socialista» al presidente brasiliano Lula, sostenendo l’ipotesi di brogli in vista delle elezioni; ha definito il colombiano Gustavo Petro un «assassino terrorista»; ha apostrofato come «ignorante» l’allora presidente messicano López Obrador, si è scontrato duramente con il regime venezuelano di Nicolás Maduro e con il boliviano Luis Arce.

Il leader del Psoe ha sottolineato la complicata situazione argentina

Intanto, consapevole che non sarà un po’ di pop a farlo salire nei consensi, Sánchez ha avvertito il Paese che se il Pp e Vox dovessero vincere le elezioni, imporranno in Spagna le stesse politiche che Milei ha adottato in Argentina. Il leader socialista ha ricordato gli «11 milioni di argentini» che sopravvivono nell’economia sommersa, mentre in Spagna ci sono 22,6 milioni di occupati grazie, sostiene, alla riforma del lavoro promossa dal suo governo. E ancora la riduzione del 40 per cento del salario minimo in Argentina, a fronte dell’aumento del 66 per cento voluto dal suo esecutivo.

Milei, la diplomazia degli insulti e gli effetti sul futuro di Sánchez in Spagna
Il leader del Partido popular, Alberto Núñez Feijóo (foto Ansa).

D’altronde la priorità è provare a invertire il trend segnalato dai sondaggi. Secondo le ultime rilevazioni di Rtve, la tivù pubblica spagnola, il Psoe scenderebbe a 106 seggi (contro i 121 del 2023). Con l’appoggio dei partiti che hanno sostenuto Sánchez nel 2023, si arriverebbe a 148 seggi, troppo sotto rispetto ai 176 necessari per avere la maggioranza. Di contro, il Partido popular di Alberto Núñez Feijóo otterrebbe 135 seggi che, sommati al boom di Vox (accreditato di 65 seggi, 32 in più rispetto al 2023), porterebbero la destra a quota 200 parlamentari.

Lega, la chat ‘Senatori giusti’ per “accerchiare” Romeo al congresso

Il grande protagonista del primo giorno di congresso della Lega è stato Massimiliano Romeo. Doveva essere l’assise del plebiscito per Matteo Salvini, rieletto per alzata di mano dai delegati che lo avevano già scelto un anno e mezzo fa. E invece gli elogi per il segretario sono stati brevi e limitati. Non che la stragrande maggioranza dei delegati presenti sia contraria a un bis del fu Capitano, anzi. Tutti ne hanno sottolineato l’impegno, qualcuno ha elencato i risultati ottenuti da ministro delle Infrastrutture e Trasporti (non tutti realizzati, per la verità). Ma è mancato un approfondimento politico reale. Né avrebbe potuto esserci. Perché tutti gli interventi si sono concentrati sugli attacchi al segretario della Lega lombarda.

Lega, la chat ‘Senatori giusti’ per “accerchiare” Romeo al congresso
L’intervento di Massimiliano Romeo in sala stampa (L43).

Chi è in pole per sostituire Romeo come capogruppo

Lo ha capito lo stesso Romeo che nel suo intervento ha chiesto tempo supplementare al presidente Lorenzo Fontana. «Visto che il congresso lo avete convocato per me, puoi concedermelo», è stata la battuta al vetriolo. Prima di lui, due segretari poco conosciuti, l’emiliano Matteo Rancan e Marco Dreosto del Friuli-Venezia Giulia, lo avevano accusato di aver sollevato polemiche per questioni «personali».

Lega, la chat ‘Senatori giusti’ per “accerchiare” Romeo al congresso
Matteo Rancan e Marco Dreosto (da Instagram).

Romeo ha replicato difendendo la sua iniziativa politica volta, ha ricordato, solo a risollevare le sorti del partito minacciato dalla discesa nei consensi. Sembra invece che chi sia mosso da questioni personali sia proprio il senatore Dreosto, raccontano alcuni big lombardi. Il friulano sarebbe in pole, insieme a un altro tra i più critici di Romeo, il pugliese Roberto Marti, per sostituirlo alla guida del gruppo al Senato. Una sostituzione che pare già realtà sui cellulari di diversi esponenti leghisti di Palazzo Madama, che hanno dato vita al gruppo di Whatsapp “Senatori giusti”, usato al congresso per esultare e sollecitare gli interventi contro Romeo. Insomma, mai un segretario della Lega lombarda è stato guardato a vista e ritenuto così pericoloso dai tempi in cui la costola da cui ha avuto origine la Lega Nord era guidata da Umberto Bossi.

Un coordinatore federale per “commissariare” i segretari regionali

Il Max di Monza è stato infatti accerchiato in tutti i suoi ruoli: non solo rischia il posto da capogruppo, ma Salvini ha creato una nuova carica che sembra fatta apposta per commissariarlo. Nel nuovo statuto approvato è stato infatti introdotto, oltre all’organismo della segreteria politica, anche il nuovo incarico di coordinatore federale, che sovrintenderà l’operato di tutti i segretari regionali. E Salvini avrebbe l’intenzione di affidare il ruolo al fedelissimo Claudio Durigon. Per neutralizzare l’altra parte dei ‘nordisti’, i governatori Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga (assente per la cresima della figlia) e il presidente della Provincia di Trento Maurizio Fugatti, il segretario uscente ha poi provato a portare dalla sua parte Luca Zaia, il più recalcitrante della ‘banda’ a esprimere critiche in pubblico.

Lega, la chat ‘Senatori giusti’ per “accerchiare” Romeo al congresso
Claudio Durigon (Ansa).

Zaia e i sospetti dei lombardi

Dopo aver attaccato il «metodo sbagliato» di Romeo, durante il punto stampa Durigon ha tentato di ‘stanare’ l’ex doge dicendo ai giornalisti che con tutta probabilità Salvini chiederà a Zaia di entrare nella segreteria politica. I lombardi non si fidano del veneto e sono convinti che abbia già stretto un accordo in cambio di una candidatura alle Politiche. Lui per ora nega ma sarà difficile rifiutare il posto. Certo non è la soluzione forte auspicata da Fugatti dal palco: Zaia e Giancarlo Giorgetti vicesegretari prima delle elezioni.

Occhi puntatati alle percentuali

Quest’ultimo, sostituito da Fontana alla presidenza del congresso, è parso in secondo piano nella prima giornata di assise. Felpa blu con il cappuccio, outfit e aria dimessi, è rimasto a sedere di fianco a Salvini e Roberto Calderoli durante tutti gli interventi. Presto si saprà che percentuale avrà ottenuto quello che tutti considerano il suo candidato, l’amico Massimo Garavaglia. Ma in un congresso che appare del tutto blindato, il numero da cerchiare in rosso è quello vicino al nome di Salvini. Se, infatti, sarà eletto con meno dell’80 per cento dei consensi da un’assemblea di partenza a lui tutta favorevole, vorrà dire che, nel segreto dell’urna, qualche delegato avrà voluto mandare un messaggio. La differenza la potrebbero fare le schede bianche.

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Matteo Salvini e Massimo Garavaglia (fonte Lega).