Perché la vittoria degli studenti serbi può essere una lezione per tutti
Una lotta commovente, entusiasmante per chi crede che le lotte impossibili possano essere vinte. Ma solo se c’è la consapevolezza di essere dalla parte giusta. La vittoria della Lista degli studenti alle elezioni politiche in Serbia è una di queste imprese collettive che lasciano ammirati e stupiti. Soprattutto nel contesto attuale dove a ogni latitudine va di gran moda l’uomo solo al comando. Capi di governo autoritari, miliardari narcisi, politicanti furbastri e tycoon fuori di testa sono i protagonisti di storie e società che stanno andando a male. Che lasciano il sapore amaro della rassegnazione, dell’incapacità di guardare oltre l’orizzonte personale.
C’è ancora speranza contro lo «psicopatriarcato»
Effettivamente c’è solo da prepararsi al peggio, se si pensa alla comparsa segnalata da The Guardian dello «psicopatriarcato», una «reazione contraria ai progressi che abbiamo fatto su tutti i fronti (…), una realtà autoritaria e fascista, che sta avvelenando il nostro ambiente sociale e psicologico con violenza, crudeltà e precarietà terrificanti». Gli studenti universitari serbi ci dicono però che c’è ancora speranza se si riescono a riportare al centro della società i temi della democrazia, della partecipazione e della responsabilità. Come è accaduto dopo il crollo della pensilina nella stazione ferroviaria di Novi Sad nel 2024, che causò la morte di 16 persone. Una tragedia che è stata la scintilla per lo scoppio di proteste, rapidamente estesesi a tutto il Paese. E alimentate dalle accuse di negligenza o dolo nei lavori pubblici rivolte al governo locale e nazionale.

Una lotta condotta tra la gente
A guidare la mobilitazione popolare e a trasformarla in una sfida vincente al sistema di potere costruito da Aleksandar Vucic sono stati gli studenti universitari. Sin qui la storia che tutti i media hanno raccontato in questi giorni, all’indomani della fine di un sistema autoritario e corrotto che sembrava incrollabile. C’è però tanto altro di più interessante in questa storia, cioè il modo in cui è stato pensato e costruito il movimento che ha alzato la bandiera della trasparenza, del funzionamento delle istituzioni pubbliche, della lotta alle infiltrazioni criminali. Un modo che è tanto più sorprendente e anomalo quanto più si è allontanato dalla pratiche digitali e social, che oggi identificano di fatto la politica, e si è ripreso la realtà, mettendosi materialmente in marcia. Questo è il primo elemento che va segnalato a quanti, studenti ma anche cittadini comuni, pensano che è tempo di risveglio e azione, non di proclami e parole vuote, bensì di lotte rivendicative fatte da individui in carne e ossa e non solo sul web. Gente, popolo, masse di persone – chiamatele come volete – che tornano a scendere in strada e ritrovarsi in piazza non per un concerto ma per affermare una comune identità.
La marcia degli studenti in ogni villaggio
Questo viaggio degli studenti serbi al centro della democrazia è riassunto sul loro sito web. «Studente in ogni villaggio» (SUSS) è l’unità interna al movimento studentesco che si è mossa per tutta la Serbia, visitando nell’ultimo anno oltre 400 località, più di 40 mila famiglie e parlato con oltre 20 mila persone. «Da Est a Ovest, da Nord a Sud, abbiamo cercato di essere ovunque. Da Jagoštica e Krupanj a Korbovo e Velika Vrbica, da Palić e Bajmok a Vranje e Grdelica, abbiamo cercato di essere presenti. Durante il nostro viaggio in Serbia, ci siamo convinti della sua bellezza e, parlando con la gente, abbiamo capito quanto sia importante il dialogo». Un lavoro di condivisione ascoltando le persone e le loro sfide quotidiane e percependo la responsabilità, ma anche la forza che deriva dal connettersi. «Il dialogo ha offerto non solo la possibilità di cambiare le condizioni di vita, ma anche la sensazione che nessuno sia solo. È proprio qui che risiede il suo valore più grande: nel creare fiducia, nel ripristinare la speranza e la convinzione che insieme possiamo fare di più».

Il coinvolgimento di chi non si riconosceva più nei partiti
Obiettivo raggiunto. Missione compiuta. Le manifestazioni che chiedevano giustizia si sono trasformate in un movimento nazionale che ha messo in discussione la legittimità del governo. Come analizzato da EU Today, le proteste hanno messo in luce un conflitto più profondo tra la società serba e le istituzioni, percepite dai manifestanti come a servizio di interessi politici piuttosto che del pubblico. A differenza dei partiti di opposizione consolidati, il movimento studentesco non si è basato su un leader politico noto o sulla tradizionale struttura partitica. Ha mobilitato le comunità universitarie, gli accademici, i professionisti e i cittadini che in precedenza erano rimasti al di fuori dell’attività politica organizzata. La sua principale rivendicazione è stata la responsabilità istituzionale, piuttosto che un programma ideologico onnicomprensivo. Tale distinzione è stata cruciale. Concentrandosi sulla corruzione, sugli standard democratici e sul funzionamento dello Stato, il movimento ha attratto elettori con diverse visioni su nazionalismo, politica estera e integrazione europea.

Riannodare i fili di una società smarrita è vincente
Certo ora la stessa diversità che ha contribuito alla vittoria elettorale potrebbe rappresentare un’incognita per il nuovo governo. I candidati devono infatti concordare sulle priorità economiche, sulle nomine ministeriali, sulle relazioni estere e sull’entità delle riforme istituzionali. Questo ovviamente lo si vedrà. Certo è che la lezione e le indicazioni di metodo e di contenuti che la lotta vincente del movimento serbo offre alla protesta degli studenti europei e italiani sono principalmente due. La mobilitazione non può restare circoscritta al mondo della scuola e dell’università, ma deve porsi obiettivi politici più generali. Allargarsi e coinvolgere quella parte di cittadini e di elettori che sono in sofferenza economica ma che hanno da tempo abbandonato pratiche di resistenza attiva e di militanza partitica e sindacale. Sono i delusi, gli sconfitti, gli sfiduciati che vanno recuperati con un’idea di partecipazione e militanza, di cambiamento non velleitario, che non resti prigioniero della protesta violenta di piazza. Parlare, spiegare, ascoltare, cercare il dialogo, come hanno fatto gli studenti serbi, andando fisicamente in piazza ma anche casa per casa, serve a riannodare i fili di una socialità smarrita e ritrovare quel senso di appartenenza che consenta concretamente a ogni persona di non sentirsi abbandonata a se stessa.









