Salvini e i governatori, una tregua che non ricuce la Lega

Le ricostruzioni giornalistiche parlano di tregua. Le meno ottimistiche di tregua armata. Ma la verità sarebbe ancora un’altra. E un ‘nordista’ di peso la racconta così: è andata «male», è stato un «incontro finto», in cui è andata in scena una «finta pacificazione» per non ‘sporcare’ il sacro prato di Pontida, nel giorno del primo raduno dopo la morte di Umberto Bossi. Due ore con Matteo Salvini non sono servite a risolvere granché delle beghe interne leghiste. Il segretario – bisogna riconoscerlo – ha mostrato disponibilità: ha detto persino di essere pronto ad «allargare la segreteria», viene riferito. Restando lui il capo, però, ça va sans dire.

Salvini e i governatori, una tregua che non ricuce la Lega
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Le ambizioni nazionali di Zaia

All’incontro hanno partecipato i presunti critici del salvinismo: i governatori Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga, il presidente della Provincia di Trento Maurizio Fugatti e il presidente del Consiglio regionale veneto Luca Zaia. Presunti, appunto. Perché Zaia – e lo si era capito dai toni soft usati nell’intervista che ha preceduto l’incontro – ha dimostrato di non concordare sull’urgenza di un rinnovamento della leadership del partito chiesta invece dai riottosi lombardi (insieme a Fontana, l’altro ribelle è il segretario della Lega lombarda Massimiliano Romeo, che però non era stato invitato). «A Zaia interessa poco, lo ammette anche, ha poca voglia di essere coinvolto, e ha altri progetti», confida un big lombardo, «e non vuole partecipare a ‘processi’: per lui Salvini deve affondare da solo». All’ex doge poi non dispiacerebbe l’offerta del segretario di una candidatura alle Politiche nel 2027: magari in vista di un posto di prestigio, dopo gli anni passati a Palazzo Balbi, come la guida di un ministero o la presidenza di una delle Camere, in caso di vittoria del centrodestra.

Salvini e i governatori, una tregua che non ricuce la Lega
Luca Zaia (Ansa).

L’incontro ha reso evidente la frattura del fronte dei governatori

In fondo a questo è servito l’incontro: a rendere evidente la frattura del fronte dei governatori. Su questo Salvini aveva ragione da vendere. I lombardi, in pressing per un rinnovamento profondo, non fanno proseliti tra gli altri big. Non che le critiche al capo siano risparmiate da altri, ma ci sono divergenze sulla strada da seguire. Zaia vuole evitare lo scontro. Fontana e Romeo sono sostanzialmente rimasti soli, anche se è vero che sono sostenuti dalle principali segreterie provinciali della regione. Ed è anche per questo che, dopo aver nascosto tutte le armi sotto il tappeto per il weekend di Pontida, programmano di tornare alla carica e andare avanti con la costituzione dell’associazione nordista che hanno annunciato di voler fondare. Con tutte le conseguenze che ciò comporterà.

Salvini e i governatori, una tregua che non ricuce la Lega
Attilio Fontana alla kermesse leghista ‘A tua difesa’ (Imagoeconomica).

Fontana in difesa di Romeo (che rischia la poltrona)

Chi rischia di più allo stato è Romeo, che potrebbe perdere il posto di capogruppo al Senato. Ma l’incontro romano è servito a Fontana anche per mettere in chiaro che sono inaccettabili simili ritorsioni. «Non pensare di toccare Romeo», ha avvertito il governatore, rivolgendosi a Salvini. I ribelli lombardi sostengono di interpretare il volere della base e di non riuscire più a contenere la Lega lombarda, storico movimento fondato da Bossi nel 1984 (dalle federazioni delle leghe regionali, sempre per intuizione del Senatur, nacque nel 1991 la Lega Nord).

La partita dei congressi provinciali lombardi

Durante l’incontro, che è servito formalmente ad annunciare che verrà redatto un manifesto programmatico condiviso in vista delle Politiche, è stata confermata la volontà di convocare i congressi provinciali lombardi entro la fine di ottobre. Quindi nelle prossime settimane si vedrà se le assise eleggeranno nuovi segretari vicini all’ala meno salviniana o se il segretario riuscirà a imporre i suoi uomini. «Ho ancora cinque camicie verdi nel mio armadio a Milano. E quando qualcuno non sapeva ancora di essere al mondo abbiamo fatto più di una battaglia. Nel 1990 ho fatto la tessera della Lega lombarda», ha rivendicato Salvini. Meglio lasciarle nell’armadio, le camicie verdi. L’ultima volta che ne ha indossata una fuori tempo è stato lo scorso marzo, per il funerale di Bossi e si prese i fischi e l’accusa di «traditore».

Salvini e i governatori, una tregua che non ricuce la Lega
Matteo Salvini ai funerali di Umberto Bossi (Ansa).

Quali sono gli ostacoli alla candidatura di Calabresi a Milano

Passeggiando tra gli stand della Festa dell’Unità milanese, si respira un clima decisamente rilassato, nonostante la morsa del caldo anomalo. Assistiamo al ritrovo di vecchi amici (o “compagni”, per i più nostalgici), alla sfilata di personalità di tutto il centrosinistra, a comuni elettori che ascoltano – più o meno interessati – i numerosi dibattiti e ai Giovani Democratici che, qualunque cosa succeda, continuano a spillare le birre come se non ci fosse un domani. Tutto come sempre molto bene organizzato, in una calma rassicurante, ma solo apparente.

Quali sono gli ostacoli alla candidatura di Calabresi a Milano
La Festa dell’Unità milanese al circolo Corvetto (Ansa).

Così l’appoggio di Azione danneggia Calabresi

Il retroscena è una continua fibrillazione di contatti tra dirigenti locali e nazionali, nonché tra punti di riferimento delle varie correnti e gli aspiranti candidati a quelle primarie che nessuno si è ancora preso la briga di ufficializzare. La lunga attesa su una decisione in merito si è trasformata in tensione dopo l’annuncio di Mario Calabresi che, lasciando Chora Media, ha in pratica preso la rincorsa verso Palazzo Marino. Un effetto paradossale: come è possibile che, invece che gioire della disponibilità di una personalità unificante e fuori dagli schieramenti di partito, siano aumentate le turbolenze?

Quali sono gli ostacoli alla candidatura di Calabresi a Milano
Mario Calabresi (Ansa).

Le ragioni sono diverse, ma la più evidente ha un nome e un cognome: Carlo Calenda. La pervicacia con la quale Azione vuole intestarsi la candidatura dell’ex direttore di Repubblica rischia di trasformarsi in un boomerang. Un conto è rivendicare il fatto di aver sempre indicato il suo nome come punto di caduta ideale per una proposta capace di andare oltre il perimetro del centrosinistra, ben altro è pretendere – come fa Calenda –  di dettare le condizioni, riassumibili in una formula semplice: no a candidati considerati “estremisti” come Pierfrancesco Majorino e magari le primarie evitiamole del tutto. Con la delicatezza di un elefante in una cristalleria, il lider maximo dei riformisti dà e toglie patenti di agibilità politica, dall’alto di un peso elettorale più autocertificato che reale. D’accordo, nei quartieri centrali Azione ha sicuramente un buon appeal, ma se si guarda ai precedenti storici e ai sondaggi sembra davvero azzardato ipotizzare che il suo contributo possa cambiare l’esito di una sfida che appare già scritta, come ammettono anche per i più ottimisti sostenitori del centrodestra. Semmai, Azione può fare la differenza in negativo, insistendo nel voler mettere la bandiera su un candidato che non è suo e che trae la sua forza proprio dall’essere civico.

Quali sono gli ostacoli alla candidatura di Calabresi a Milano
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Azione e la politica dei due forni

A molti elettori del Pd Calenda è indigesto come solo Matteo Renzi lo è stato in anni recenti, il ché è tutto dire. Non è certo una questione (solo) personale, ma strettamente politica. A Milano, Azione è saldamente collocata nel centrosinistra che marcia verso la vittoria, ma tutti ricordano il suo lungo flirt – alla luce del sole – con Forza Italia, con l’idea che arrivasse un Carlo Cottarelli a celebrare. Quando anche il pazientissimo economista ha deciso di scendere dal treno in corsa, Azione è rientrata nei ranghi, cogliendo con grande gioia la disponibilità di Calabresi, che pure aveva da tempo invocato. Questo le va riconosciuto, unitamente alla lealtà con la quale ha sostenuto la Giunta Sala anche nei momenti meno facili, senza avere in cambio né un assessore, né un presidente di Municipio. Altrettanto vero è però che Calenda ha serenamente dichiarato che alle prossime elezioni politiche correrà da solo, togliendo il proprio sostegno al campo largo e quindi aiutando indirettamente Giorgia Meloni nella sfida a distanza con Elly Schlein (o Giuseppe Conte).

Quali sono gli ostacoli alla candidatura di Calabresi a Milano
Carlo Calenda e Carlo Cottarelli (Ansa).

I dirigenti dem temono la rivolta nelle urne

Il mal di pancia degli elettori sta iniziando a preoccupare i dirigenti del Pd milanese, schierati in larghissima maggioranza con Calabresi e – nel contempo – convinti di poter compattare una coalizione che tenga dentro tanto Azione, quanto Alleanza Verdi Sinistra, il Movimento cinque stelle e persino Rifondazione Comunista, che da tempo tratta la propria risalita a bordo. Progetto troppo ambizioso? Il problema, per i diretti interessati, non è tanto questo ma si nasconde in un piccolo dettaglio: in democrazia, bisogna convincere gli elettori. La più indispettita sta però a Roma e fa la segretaria del Pd, uno dei lavori più difficili al mondo. Già piuttosto indaffarata nel gestire le ambizioni di Giuseppe Conte e di chi, all’interno del suo partito, vorrebbe negare la candidatura a Palazzo Chigi, Schlein si trova di fronte a un bivio. La sua scelta di non partecipare alla Festa dell’Unità di Milano e tantomeno alle scelte politiche, lasciando il pallino nelle mani dei primaristi, è suonata come una condanna per le ambizioni (legittime) di Majorino, stretto al centro da Calabresi, a sinistra dall’arrembante Lorenzo Pacini e in nessun modo appoggiato dall’unica persona che potrebbe ribaltare l’equilibrio trovato a Milano. Fino ad oggi, almeno.

Quali sono gli ostacoli alla candidatura di Calabresi a Milano
Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli (Imagoeconomica).

Schlein medita un colpo di mano: imporre Majorino

Ai vertici del Pd milanese interessa soprattutto tenere calme le acque. La vittoria è praticamente certa (con Calabresi già al primo turno, sostengono informalmente molti analisti), basta tenere la barra dritta per riconquistare Palazzo Marino e proiettare verso il Parlamento sia la segretaria regionale Silvia Roggiani, che già vi è stata eletta, sia quello meneghino Alessandro Capelli, che invece vi aspira. A meno che, appunto, non sia Schlein a imporsi indicando lei stessa un candidato, che non potrebbe essere che Majorino. Una bella sconfessione per il livello locale, ma non sarebbe l’unico dei problemi, a cominciare dallo schiaffo che ciò rappresenterebbe per altri due dem importanti, quali la vicesindaco Anna Scavuzzo e il giovane Pacini, protagonista di una campagna che comunque rimarrà quale benchmark.

Quali sono gli ostacoli alla candidatura di Calabresi a Milano
Elly Schlein con Alessandro Capelli (Imagoeconomica).

Lo spauracchio-Sardone e il precedente delle Regionali

Come cambierebbe lo scenario? Da un punto di vista di riconferma in città, probabilmente poco. Secondo i succitati analisti, l’unico scenario nel quale Majorino potrebbe rischiare la sconfitta sarebbe nello scontro con Silvia Sardone, che assumerebbe toni ideologici. La vicesegretaria della Lega ha però problemi ben diversi all’interno del suo partito, in netta crisi di identità, e non è quindi nella miglior posizione per tentare il colpaccio. Il vero strappo sarebbe però con la base, che ormai si sta preparando per dire la propria nelle primarie. Magari non le aspetta con il più acceso entusiasmo del mondo (anzi, c’è il tema di un’affluenza molto a rischio), ma è davvero complicato che a questo punto qualcuno abbia la faccia tosta di calare la scelta dall’alto, come se nulla fosse. Oltretutto sarebbe un déja-vu, viste le polemiche suscitate dalla candidatura di Majorino alle Regionali del 2023, anche in quel caso senza primarie, sebbene ci fosse un altro pezzo grosso come Pierfrancesco Maran altrettanto disponibile per la sfida.

Quali sono gli ostacoli alla candidatura di Calabresi a Milano
Pierfrancesco Majorino (Ansa).

Chi decide davvero a Milano?

C’è quindi in gioco qualcosa di più che la scelta del candidato sindaco, ovvero il rapporto tra il Pd, quale principale partito della coalizione, e la città che governa da 15 anni, con altri cinque all’orizzonte, salvo autogol che non vanno mai esclusi. Questa lunghissima e stucchevole discussione sulla successione di Beppe Sala, al quale probabilmente fischiano le orecchie da un biennio, ha pochissimo a che fare con i reali problemi della città, i quali sono invece ben conosciuti da chi la vive. Dall’inquinamento ai trasporti, dalla sicurezza al carovita, i punti interrogativi sono veramente numerosi e profondamente incidenti sulla carne viva dei cittadini. Il momento delle decisioni si avvicina – con tutte le relative responsabilità che ciò comporta – e questo continuo buttare la palla in tribuna, sperando che l’arbitro fischi la fine, è una tattica che non può portare a nulla.

Gli avvertimenti dei ricercatori di Anthropic su un’IA capace di «distruggere l’umanità»

Nel giro di poche ore tre ricercatori di Anthropic, tramite dei post pubblicati su X, hanno espresso forte preoccupazione riguardo ai pericoli di un’intelligenza artificiale fuori controllo, avvertendo che l’IA potrebbe distruggere l’umanità nel corso di un decennio. Il primo a parlare è stato il 27enne Jacob Coxon, ricercatore britannico di 27 anni, che è arrivato a dimettersi. «Chi sviluppa l’IA crede sinceramente che essa possa ucciderci tutti entro la fine del decennio. Non si tratta di una trovata pubblicitaria», ha scritto Coxon, che in precedenza ha lavorato in OpenAI. «Semmai, molti dirigenti e ricercatori di alto livello scelgono con cura le parole da usare con la stampa per apparire ragionevoli, ma in privato sento le stesse persone esprimere timore. Nessun’altra attività umana comporta un tale livello di pericolo», ha aggiunto, prospettando la prossima esistenza di «sistemi sovrumani in grado di hackerare qualsiasi cosa, rivoluzionare qualsiasi settore dall’oggi al domani e acquisire potere e risorse reali».

A stretto giro, sempre su X, gli ha dato ragione Evan Hubinger, altro ricercatore di Anthropic (nel campo della sicurezza): «Crediamo davvero con sincerità che l’IA potrebbe uccidere tutti gli esseri umani! Personalmente penso che ci sia più del 10 per cento di probabilità che accada entro il prossimo decennio». Affermando di ritenere che Anthropic «stia facendo del suo meglio», Hubinger ha poi osservato: «Non abbiamo ancora un piano per risolvere il problema dell’allineamento per la superintelligenza e non siamo chiaramente sulla strada giusta per farlo». Così Samuel Marks, responsabile della supervisione scalabile: «Gli sviluppatori di IA ritengono che la loro tecnologia possa causare l’estinzione dell’umanità (o esiti altrettanto gravi). Ciò potrebbe accadere nei prossimi anni. In generale, più elevato è il livello gerarchico del dipendente, maggiore è la sua preoccupazione».

Anche i vertici di OpenAI si sono detti preoccupati

Tali avvertimenti sono arrivati a pochi giorni dalle dichiarazioni dei vertici di OpenAI – tra cui il ceo Sam Altman – secondo cui l’IA sta correndo verso una fase inquietante e fuori controllo, ma anche in un momento in cui Anthropic (che ha fatto della sicurezza dell’intelligenza artificiale un elemento centrale della propria immagine) si prepara a una colossale offerta pubblica iniziale (Ipo) che potrebbe portare la valutazione dell’azienda di San Francisco a mille miliardi di dollari.

Enel, raggiunto l’accordo con i sindacati sulla nuova organizzazione della rete

Enel e le organizzazioni sindacali di categoria hanno firmato un intesa sul nuovo modello organizzativo della rete con l’obiettivo di consolidare un approccio innovativo di relazioni industriali e rafforzare il dialogo con i sindacati in vista delle nuove sfide che il settore elettrico affronterà nei prossimi anni per garantire energia competitiva, sicura e sostenibile a beneficio di tutto il Paese. Si tratta di un passo significativo nel percorso di evoluzione del modello operativo delle reti di distribuzione, considerate dal Gruppo un asset strategico per la transizione energetica. Il nuovo accordo, approvato dalla maggioranza dei lavoratori, si inserisce infatti in un quadro caratterizzato da un piano di investimenti particolarmente rilevante, con circa il 55 per cento delle risorse destinate all’Italia, in continuità con gli interventi già realizzati nel biennio 2024–2025.

Si punta a una gestione dei disservizi più rapida ed efficiente

L’accordo abilita l’adozione di un modello di funzionamento della rete capace di garantire maggiore flessibilità, efficienza e rapidità nella gestione dei disservizi, assicurando al contempo una migliore pianificazione delle attività programmate e una maggiore prevedibilità dell’impegno lavorativo. Per sostenere questo percorso, Enel ha avviato contestualmente un importante piano di assunzioni nella rete, con circa 3 mila ingressi tra il 2024 e il 2026. Parallelamente sono state introdotte nuove figure di coordinamento operativo (vicecapi Blue team) e misure di welfare aggiuntive, tra cui il servizio di baby-sitting, sviluppate anche grazie ai contributi emersi dai momenti di ascolto con il personale.

Il settore elettrico è al centro di una profonda trasformazione

In uno scenario internazionale attraversato da nuove competizioni tecnologiche, industriali ed energetiche, il settore elettrico è al centro di una profonda trasformazione e di un consistente sviluppo. Secondo lo studio L’elettricità per un’Italia più sicura e competitiva realizzato da Teha Group in collaborazione con Elettricità futura, recentemente presentato al Forum di Cernobbio, quello elettrico è già oggi il primo settore industriale per investimenti, ed è pronto a investire ulteriormente fino a 200 miliardi di euro nei prossimi 10 anni.

Il ruolo di primo piano di Enel

In questo contesto, Enel si conferma un attore di primo piano. Nel biennio 2026-2028, la multinazionale energetica guidata da Flavio Cattaneo prevede di realizzare ben 53 miliardi di nuovi investimenti, di cui 20 miliardi destinati alle energie rinnovabili, con un incremento di 8 miliardi rispetto al precedente Piano strategico. Un percorso di crescita che passa attraverso la valorizzazione del capitale umano, delle competenze e delle nuove assunzioni e che testimonia il concreto impegno dell’azienda nel garantire un servizio sempre più efficiente e capillare, assicurando al contempo condizioni di lavoro sostenibili e in linea con i più elevati standard di sicurezza.

Trump esulta per la vittoria di AfD, Merz cancella la telefonata col presidente Usa

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, ufficialmente per «conflitti tra le agende», ha annullato una telefonata programmata con Donald Trump a distanza di poche ore dal post su Truth con cui il presidente degli Stati Uniti ha celebrato la vittoria di Alternative für Deutschland alle elezioni in Sassonia-Anhalt. Lo ha reso noto un portavoce di Merz, aggiungendo che il cancelliere si è spesso opposto «in termini generali» a «interferenze o commenti sulla situazione politica interna, in particolare riguardo alle elezioni». Al momento non c’è una nuova data per il colloquio telefonico saltato.

Trump esulta per la vittoria di AfD, Merz cancella la telefonata col presidente Usa
Donald Trump (Imagoeconomica).

Cosa aveva scritto Trump sulla vittoria di AfD

Trump ha scritto, senza citare Alternative für Deutschland, che «il partito populista» aveva vissuto in Germania «una serata davvero importante», aggiungendo che i tedeschi «si sono finalmente stancati delle norme e dei regolamenti sull’immigrazione, assolutamente disastrosi, che hanno gravemente danneggiato» il Paese europeo. Poi l’acronimo “MGGA”, ovvero Make Germany Great Again. Che Trump, la cui famiglia ha origini tedesche, si sia forse dimenticato di come sono andate le cose l’ultima volta che un partito di ultradestra ha governato in Germania?

Trump esulta per la vittoria di AfD, Merz cancella la telefonata col presidente Usa
Il post di Trump sulla vittoria di AfD.

L’attacco di Merz: «La remigrazione è pulizia etnica»

Parlando oggi al Bundestag subito dopo che la leader di AfD Alice Weidel lo aveva attaccato dicendo che il suo governo è finito, Merz – allontanando l’ipotesi di dimissioni – ha replicato: «La vostra remigrazione non è altro che una pulizia etnica. Ciò che vi contraddistingue è il disprezzo per le nostre istituzioni democratiche e una costante denigrazione personale dei rappresentanti del nostro Stato».

LEGGI ANCHE: Chi sono i leader carismatici di AfD? Nessun nome forte ma una rete capillare

Rai 1, Giubilei opinionista di Bar Centrale al posto di Rondoni

Francesco Giubilei, fondatore del think tank Nazione Futura e attuale direttore scientifico di Fondazione Alleanza Nazionale, approda a Bar Centrale, programma del sabato pomeriggio di Rai 1 condotto da Elisa Isoardi (ex di Matteo Salvini).

Rai 1, Giubilei opinionista di Bar Centrale al posto di Rondoni
Elisa Isoardi (Imagoeconomica).

Lo riporta Fanpage, spiegando che Giubilei prenderà il posto di Davide Rondoni nel parterre degli opinionisti dello show: fungerà da contrappeso politico a Serena Bortone, vicina al centrosinistra, confermata come ospite fissa al pari di Rosanna Lambertucci e Gigi Marzullo.

Rai 1, Giubilei opinionista di Bar Centrale al posto di Rondoni
Davide Rondoni (Imagoeconomica).

La mossa di Mellone dopo la presentazione dei palinsesti

Alla presentazione dei palinsesti Rai, Isoardi aveva anticipato che la squadra degli opinionisti sarebbe stata interamente confermata: il direttore del Daytime Angelo Mellone ha però preferito inserire una voce contraria a quella di Bortone, assoldando così Giubilei. A farne le spese Rondoni, appunto, che però non abbandonerà Bar Centrale: per il poeta, scrittore e drammaturgo si profila però una presenza più saltuaria, che si verificherà soprattutto in collegamenti esterni.

Rai 1, Giubilei opinionista di Bar Centrale al posto di Rondoni
Serena Bortone (Imagoeconomica).

Fanpage scrive che la scelta di Giubilei come nuovo opinionista del programma del sabato pomeriggio di Rai 1 «avrebbe sollevato più di un malumore». La nuova stagione di Bar Centrale inizierà il 3 ottobre.

La nuova vita radiofonica di Buttafuoco, gli assaggi di Gualtieri: le pillole del giorno

Dopo la sequenza temporale sospetta tra le polemiche sulla Biennale di Venezia e la chiusura del suo programma radiofonico in Rai, Pietrangelo Buttafuoco ha già trovato una nuova sistemazione. L’intellettuale di destra approda a Radio InBlu2000, cioè l’emittente della Conferenza episcopale italiana (Cei). Lo scrittore e presidente della Biennale di Venezia conduceva Lupus in fabula, una striscia letteraria quotidiana di 10 minuti che andava in onda al mattino su Rai Radio1, alle ore 6.50, ma che non è stata riconfermata. Insomma, da mamma Rai alla radio della Chiesa, che fa capo allo stesso gruppo di Tv2000. Entrambe le realtà sono dirette da Vincenzo Morgante, giornalista con un lungo passato in Rai. Ma cosa c’è dietro la chiusura di Lupus in fabula? Impossibile non pensare al duro confronto tra Buttafuoco e gli esponenti del governo Meloni sulla vicenda del padiglione russo alla Biennale (con la destra in preda a un tic conformista), e in particolare al gelo con il ministro della Cultura Alessandro Giuli e alle frizioni con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari. Eppure alla Mostra del Cinema di Venezia proprio Giuli, in una cerimonia ufficiale, alla presenza di Buttafuoco ha appena espresso la sua solidarietà al programma cancellato. Ad ascoltare il ministro tra l’altro c’erano anche la consigliera d’amministrazione Rai Simona Agnes e altri dirigenti della tivù pubblica. Non è certo bastato per un ripensamento. Per Buttafuoco ora si apre un nuovo capitolo. Secondo indiscrezioni dell’agenzia AdnKronos, il programma parlerebbe sempre di letteratura e sarebbe collocato proprio nella stessa fascia oraria di Lupus in fabula.

La nuova vita radiofonica di Buttafuoco, gli assaggi di Gualtieri: le pillole del giorno
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Gualtieri e gli irresistibili assaggi al Vinoforum

Le giornate del sindaco di Roma Roberto Gualtieri sono micidiali. Tra riunioni con gli assessori, Consigli comunali, visite di vip in Campidoglio che vogliono la foto sul balconcino che si affaccia sui Fori, video per i social, si arriva alla sera: e anche qui si lavora, come è accaduto martedì 8 settembre, al calar del sole. Via sull’Alfa Romeo Stelvio d’ordinanza, scorta attentissima: Gualtieri non indossa la cravatta, per colpa del caldo africano che opprime la Capitale anche nelle serate, e va a cercare un po’ di fresco. Dove? A Villa Borghese, dove è allestito il villaggio di Vinoforum, la kermesse enogastronomica che il giorno precedente era stata inaugurata da Lollo, ossia il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. L’Alfa del primo cittadino supera tutti i varchi della polizia municipale (e ci mancherebbe) e si ferma all’ingresso: improvvisamente si crea un codazzo, che man mano si ingrossa e forma un corteo che ricorda quello del film con Alberto Sordi intitolato Il prof. dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue, diretto da Luciano Salce. Con passo militaresco, “alla Vannacci”, Gualtieri solca il prato verde di Piazza di Siena: manca solo il “Samba Fortuna” ideato da Piero Piccioni, e la scena è proprio quella della pellicola con Sordi. Il sindaco avanza rapido per andare negli stand istituzionali, quelli del Campidoglio: prima però c’è quello dell’Ama, l’azienda della nettezza urbana, e qui la fermata si impone. Cambio di passo, giro, e si arriva in fondo alla piazza: c’è pure lo stand dei vini di Massimo D’Alema, con la sua “Cantina La Madeleine”. D’ora in poi è una serie di incontri vinicoli, capaci di mettere a dura prova Gualtieri, perché da ognuno parte l’offerta di un assaggio. Cortesissimo, il sindaco non si tira indietro, all’inizio, dopo cerca di resistere, senza successo però: un produttore siciliano, con tenacia, riesce a fargli continuare le degustazioni. Fa caldo, e ogni grado alcolico rende difficile proseguire, ma il tour deve continuare: il passo rallenta, anche il corteo perde pezzi e rimane un drappello di fedelissimi. Quasi alla fine c’è uno stand che attira la sua attenzione, quello del Club degli Amici del Sigaro, e il sindaco si intrattiene, anche perché la missione pare finalmente conclusa: per Gualtieri c’è una borsa griffata Manifatture Sigaro Toscano ricca di prodotti da fumare, che gli viene offerta e rende felice lo staff. L’argomento gli è noto, perché quando era ministro dell’Economia, nel secondo governo di Giuseppe Conte, Gualtieri si occupava anche delle accise sul tabacco. Stanco ma soddisfatto, il sindaco può pensare alla prossima giornata: mercoledì, e all’ex Mattatoio di Testaccio, spazio caro al Comune di Roma, va in scena la kermesse di Alleanza Verdi e Sinistra con il vertice del cosiddetto campo largo, con l’annunciata presenza di Sigfrido Ranucci…

La nuova vita radiofonica di Buttafuoco, gli assaggi di Gualtieri: le pillole del giorno
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Gentiloni pasteggia con Lamberto Dini

Un pranzo nel The Westin Excelsior, nella romana via Veneto: con la scusa di partecipare a un evento culturale legato al Giappone, ecco che due ex presidenti del Consiglio si siedono a tavola, nella giornata di martedì. I due sono Paolo Gentiloni e Lamberto Dini (classe 1931), che vanta sempre la definizione di «ottima forchetta» in occasione dei pasti. Un’oretta di colloquio, presente anche la consorte di Dini, Donatella Pasquali Zingone. C’è da sottolineare che Gentiloni, perfetto conoscitore della lingua tedesca, ha sempre informazioni di prima mano su quello che accade in Germania…

La nuova vita radiofonica di Buttafuoco, gli assaggi di Gualtieri: le pillole del giorno
Lamberto Dini (foto Imagoeconomica).
La nuova vita radiofonica di Buttafuoco, gli assaggi di Gualtieri: le pillole del giorno
Paolo Gentiloni (Imagoeconomica).

Tennis & Friends – Salute e Sport, a Torino la terza tappa del tour 2026

Dall’11 al 13 settembre, il Parco del Valentino di Torino e Villa Glicini ospiteranno la terza tappa del tour 2026 di Tennis & Friends – Salute e Sport, official charity delle Nitto Atp Finals. Per tre giornate sport, salute e prevenzione saranno protagonisti di un grande appuntamento aperto a tutta la cittadinanza, con esibizioni di tennis, incontri con volti noti dello sport, dello spettacolo e della cultura e numerose attività dedicate al benessere. Per la sesta edizione Tennis & Friends fa tappa a Torino e, per la prima volta, il Parco del Valentino sarà sede della manifestazione, inaugurando una nuova cornice ancora più grande per l’evento dopo l’importante intervento di riqualificazione che ha interessato l’area. Il cuore della manifestazione saranno ancora una volta gli screening sanitari gratuiti, rivolti alla cittadinanza e realizzati sotto il coordinamento della Regione Piemonte e dell’Asl Città di Torino, con il coinvolgimento anche delle strutture sanitarie militari. Un’occasione per avvicinare le persone alla prevenzione e rendere la salute accessibile a tutti, attraverso visite, consulti, informazioni e attività di sensibilizzazione.

In 15 anni di attività effettuati oltre 400 mila check-up gratuiti

Nato nel 2011 da un’idea del professor Giorgio Meneschincheri, medico specialista in Medicina preventiva del Policlinico Universitario Agostino Gemelli e docente all’Università Cattolica di Roma e all’Università Temple di Philadelphia, Tennis & Friends – Salute e Sport ha offerto in 15 anni di attività oltre 400 mila check-up gratuiti ai cittadini, con oltre un milione di presenze totali agli eventi e una crescita annua costante di presenze. A testimonianza del valore del progetto, nel 2025 Tennis & Friends è stato onorato di un encomio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, quale riconoscimento dell’impegno costante nella promozione della salute e della prevenzione.

Maddaloni e Lollobrigida ambassador dell’evento

Anche nel 2026 Tennis & Friends – Salute e Sport sarà il palcoscenico del lancio ufficiale di #BeActive – Settimana europea dello sport, in programma dal 23 al 30 settembre. L’iniziativa, promossa dal ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi e co-finanziata dalla Commissione europea attraverso il dipartimento per lo Sport, è attuata da Sport e Salute Spa. Il lancio è previsto sabato mattina alla presenza di due ambassador d’eccezione, il judoka Giuseppe Maddaloni e la pattinatrice Francesca Lollobrigida. Al centro della campagna i valori di benessere, inclusione e appartenenza, con l’obiettivo di avvicinare sempre più cittadini di tutte le età alla pratica sportiva e promuovere uno stile di vita attivo e salutare.

Acea e Polimi, accordo per promuovere ricerca, formazione e innovazione

Acea e il Politecnico di Milano hanno sottoscritto un accordo quadro triennale finalizzato a promuovere attività congiunte di formazione, ricerca e innovazione nei settori dell’energia, dei sistemi idrici e dell’economia circolare. L’intesa nasce dalla volontà condivisa di rafforzare la collaborazione tra il mondo accademico e quello industriale, valorizzando competenze complementari e creando nuove opportunità di sviluppo scientifico e tecnologico. Attraverso l’accordo, le due organizzazioni intendono ideare, sviluppare e implementare iniziative comuni in grado di generare conoscenza, innovazione e impatto concreto sui principali ambiti della transizione sostenibile.

Progetti di ricerca, dottorati e iniziative per valorizzare i talenti

In qualità di partner industriale, Acea metterà a disposizione la propria esperienza nei settori della produzione, distribuzione e management dell’energia, della gestione del servizio idrico integrato e dei servizi ambientali, condividendo le tematiche di ricerca di particolare rilevanza strategica. Nel dettaglio, l’accordo prevede diverse aree di collaborazione strategica, tra cui lo sviluppo di progetti di ricerca nell’ambito dei sistemi idrici ed energetici, il finanziamento di percorsi di dottorato di ricerca e la promozione di iniziative dedicate all’orientamento, all’inserimento professionale e alla valorizzazione dei talenti, attraverso le attività del Career service del Politecnico di Milano. La collaborazione consentirà inoltre di favorire il trasferimento tecnologico e la formazione di nuove competenze, contribuendo a preparare professionisti e ricercatori capaci di affrontare le sfide della trasformazione digitale e della sostenibilità.

L’intesa per costruire infrastrutture e servizi più sostenibili…

«L’inizio della collaborazione con il Politecnico di Milano», ha dichiarato Marco Pastorello, chief Transformation officer di Acea, «rappresenta un’importante opportunità per rafforzare il nostro impegno nella ricerca applicata e nella formazione nei settori infrastrutturali. Attraverso questo accordo vogliamo mettere a sistema l’esperienza industriale di Acea e l’eccellenza accademica del Politecnico per contribuire concretamente alla costruzione di infrastrutture e servizi sempre più sostenibili, resilienti e orientati al futuro».

… e sviluppare soluzioni con un impatto positivo sulla società

«La collaborazione tra università e impresa è fondamentale per trasformare la ricerca e le competenze in innovazione capace di incidere concretamente sulle grandi sfide della transizione sostenibile e digitale», ha sottolineato Daniele Rocchi, vicerettore per il Trasferimento tecnologico e i rapporti con le imprese del Politecnico di Milano. «L’accordo nasce dalla condivisione di valori e obiettivi centrali per il Politecnico di Milano e per Acea: investire nella conoscenza, formare nuove competenze e sviluppare soluzioni innovative in grado di generare un impatto positivo sulla società. L’eccellenza della ricerca accademica, unita all’esperienza del mondo industriale, crea nuove opportunità di crescita e contribuisce allo sviluppo sostenibile del Paese».

South Park, i creatori prendono in giro Trump: la serie diventa ‘South America’

Alla luce degli ordini esecutivi firmati da Donald Trump per ribattezzare il Lago Ontario e il Golfo del Messico e «ispirati dal coraggio e dal patriottismo di Apple e Google», che lo hanno assecondato, i creatori di South Park hanno provocatoriamente annunciato che nella prossima stagione lo show si intitolerà South America.

Trump e quella mania di cambiare la toponomastica che sta sfuggendo di mano

Parker e Stone, da sempre in rotta di collisione con Trump e il mondo MAGA, questa volta hanno posto l’accento sulla fissazione del presidente Usa di cambiare la toponomastica con varianti a stelle e strisce. Di recente The Donald ha pure suggerito di rinominare ‘New America’ lo Stato del New Mexico. E poi ha pubblicato online anche una mappa in cui ha allargato gli Usa includendo al suo interno Canada, Groenlandia, Messico, i Paesi dell’America Centrale e praticamente tutte le isole dei Caraibi, più l’Islanda. Da quando è tornato alla Casa Bianca, Trump ha inoltre rinominato il Monte Denali in Alaska, diventato Monte McKinley.

Le critiche a Paramount Skydance per la fusione con Warner Bros. Discovery

La prossima stagione di South Park, la 29esima, debutterà il 16 settembre su su Paramount+. Trey Parker e Matt Stone, in un comunicato, hanno anche criticato il piano di fusione della casa madre del programma, Paramount Skydance, con Warner Bros. Discovery (guidata dal figlio di Larry Ellison, molto vicino a Trump).

Testamento Guccini: a chi vanno le case e i diritti d’autore

Le case di Francesco Guccini in via Paolo Fabbri 43 a Bologna e a Pavana, sull’Appennino tosco-emiliano, rientrano nell’eredità destinata a Raffaella Zuccari, ovvero la seconda moglie del cantautore, morto il 6 agosto a 86 anni. È quanto emerge dal testamento pubblico risalente al 19 gennaio 2022 e registrato l’8 settembre 2026 davanti al notaio Luigi Stame alla presenza della vedova e della figlia Teresa, secondo quanto riportato da Repubblica e Corriere della Sera. Il documento revoca espressamente le volontà espresse nel precedente testamento datato 17 dicembre 2015, indicando Zuccari come erede universale dell’artista.

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La casa di via Paolo Fabbri 43 andrà alla vedova

Teresa, unica figlia di Guccini – nata dalla lunga relazione con Angela Signorini – come indicato già nel documento del 2015 non erediterà dunque la casa bolognese in via Paolo Fabbri, resa celebre da un album del padre e a cui è legatissima, essendo cresciuta proprio lì.

Testamento Guccini: a chi vanno le case e i diritti d’autore
Francesco Guccini (Ansa).

Alla figlia Teresa metà di tutti i diritti d’autore

In base al testamento, inoltre, la gestione, lo sfruttamento e l’amministrazione dei diritti derivanti dall’attività artistica di Guccini come cantautore e scrittore spettano esclusivamente a Zuccari. Tuttavia il 50 per cento di tutti i proventi dovrà essere destinato alla figlia Teresa. E sempre a lei il cantautore ha precisato di voler lasciare la sua «chitarra Trameleluc, l’orologio Leonardo da Vinci e l’anello d’oro con le iniziali F e G» che apparteneva al padre. Curiosità: nel testamento, il “Maestrone” ha anche inserito una raccomandazione alla figlia anche una raccomandazione, cioè quella di «spostare le lancette dell’orologio soltanto in avanti per non romperlo».

Zelensky: «Pronto a compromessi, ma anche la Russia deve cedere qualcosa»

In un’intervista telefonica con un ristretto gruppo di media internazionali, alla quale ha partecipato anche La Stampa, il presidente Volodymyr Zelensky ha affrontato i principali nodi della guerra in Ucraina. Il suo messaggio è stato netto: Kyiv è disponibile al compromesso, ma non intende essere l’unica parte a fare concessioni. Il cuore dell’intervista ha riguardato i contatti diplomatici tra Stati Uniti, Ucraina e Russia. Zelensky ha riconosciuto agli emissari americani Steve Witkoff e Jared Kushner un ruolo importante nel riavvio dei negoziati. La guerra, tuttavia, continua a pesare soprattutto sul fronte della difesa aerea. «Abbiamo bisogno di missili», ha detto Zelensky. Il nodo delle forniture dei sistemi per proteggere i cieli ucraini da missili e droni-jet del Cremlino è al centro dei rapporti con la Casa Bianca. A partire dal programma Freyja, sul quale il leader ucraino spera di ottenere l’appoggio di Washington. La questione dovrebbe essere sollevata anche nel prossimo incontro con Trump, che Zelensky conta di avere intorno al 20 settembre.

Zelensky: «Fedorov? Non lo sento da molto tempo»

Durante il colloquio si è parlato anche di Mykhailo Fedorov, ex ministro della Difesa ucraino, oggi indicato come consigliere del ministro italiano Guido Crosetto per l’innovazione e le tecnologie militari. «A dire il vero, non lo vedo né lo sento da molto tempo», ha dichiarato Zelensky, aggiungendo di non avere notizie precise sui suoi spostamenti. «Mi dicono che si trovi all’estero. Non ho dettagli, nessuna chiamata, nessun messaggio».

Di Battista, l’ultimo aggiornamento dopo l’intervento a Cuba

Alessandro Di Battista «sta affrontando nel migliore dei modi la fase successiva all’intervento» e «non vede l’ora di riprendere le sue battaglie». È quanto si legge nell’ultimo aggiornamento riguardante l’ex deputato del M5s, fornito sui social dalla sua Associazione Schierarsi, che ha colto l’occasione per ringraziare i medici del reparto di Neurochirurgia dell’Hospital Clínico Quirúrgico Hermanos Ameijeiras dell’Avana «con tutto il cuore per lo straordinario lavoro svolto, per la professionalità e per la dedizione con cui hanno affrontato una situazione estremamente delicata, confermando ancora una volta l’eccellenza della sanità cubana». Ringraziamenti anche per «le autorità italiane, l’Unità di Crisi della Farnesina e, in particolare, per l’ambasciatrice Simona De Martino». Nel post pubblicato sui social, Schierarsi ha poi ribadito «la necessità di mantenere la massima prudenza nella diffusione delle informazioni» sulle condizioni di salute di Di Battista.

Il rientro in Italia programmato e poi rinviato

Di Battista, colpito da un malore mentre si trovava a Cuba per un reportage per il Fatto Quotidiano, sarebbe dovuto tornare in Italia sabato 5 settembre con un’aeroambulanza dall’Avana, dove era stato trasportato dopo un primo ricovero in gravi condizioni a Santa Clara, in seguito a forti dolori alla testa. Ma i piani sono saltati a causa di un peggioramento delle condizioni di salute, che ha reso necessario un intervento chirurgico.

Omicidio di ‘Diabolik’, arrestate sette persone e individuati i mandanti

I carabinieri del Nucleo Investigativo e i poliziotti della Squadra Mobile hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di sette persone accusate – a vario titolo – dell’omicidio dell’ex capo degli ultrà della Lazio Fabrizio Piscitelli, detto ‘Diabolik‘, ucciso il 7 agosto 2019 con un colpo di pistola al Parco degli Acquedotti, a Roma.

Omicidio di ‘Diabolik’, arrestate sette persone e individuati i mandanti
Manifesti appesi a Roma a un anno dall’omicidio di Piscitelli (Imagoeconomica).

Le persone individuate come mandanti dell’omicidio

Attraverso intercettazioni ambientali e telefoniche e l’analisi di chat criptate, gli inquirenti hanno raccolto gravi elementi indiziari sull’esistenza di un accordo criminoso tra diversi clan romani, volto a tutelare i rispettivi interessi nel narcotraffico. Michele Senese, storico capo dell’omonimo clan considerato dominante nell’area in cui venne eseguito l’agguato, è stato individuato come mandante apicale: avrebbe fornito l’assenso preventivo determinante per l’uccisione di Piscitelli, che si era reso autonomo nel traffico di stupefacenti assieme a Fabrizio Fabietti e si rifiutava di corrispondere la quota pattuita sui profitti delle sue attività illecite. Leandro Bennato (mandante e organizzatore), a capo avrebbe deliberato l’eliminazione di ‘Diabolik’ ritenendolo un concorrente scomodo sul mercato della cocaina e, il giorno del delitto, avrebbe fornito supporto diretto scortando il killer (Raul Esteban Calderon è stato però assolto in appello) a bordo di uno scooter rubato.

Omicidio di ‘Diabolik’, arrestate sette persone e individuati i mandanti
La panchina su cui fu uccisio Fabrizio Piscitelli (Ansa).

Il terzo presunto mandante è Alessandro Capriotti, broker della cocaina conosciuto negli ambienti criminali come “il Fornaro” o “il Miliardero”: avrebbe contribuito a organizzare la trappola mortale fissando un appuntamento con Piscitelli nel Parco degli Acquedotti all’ora dell’omicidio. Il sicario, travestito da runner, lo colpì poi con uno sparo in testa sorprendendolo alle spalle mentre era seduto su una panchina. Le persone arrestate sono accusate a vario titolo di omicidio aggravato con metodo mafioso, estorsione con armi da guerra, tentato omicidio e associazione finalizzata al narcotraffico.

Escalation Usa-Iran, attacchi contro navi militari e petroliere

Escalation nelle acque del Golfo Persico e di quello dell’Oman, dove gli Stati Uniti hanno colpito e distrutto cinque petroliere iraniane, a seguito di un attacco dei pasdaran contro una serie di imbarcazioni che tentavano di varcare Hormuz. La risposta americana ha portato a nuovi raid dei Guardiani della rivoluzione, che hanno messo nel mirino obiettivi statunitensi in Giordania.

Gli attacchi iraniani contro due navi della Marina Usa

La nuova escalation è cominciata con gli attacchi dell’Iran contro due navi della Marina americana, otto petroliere e 10 «imbarcazioni non conformi» che tentavano di attraversare lo stretto di Hormuz. I pasdaran, dopo i raid in mare, hanno avvertito di essere pronti ad attaccare «tutte le petroliere presenti nei porti di Kuwait e Bahrein, che ospitano tali terroristi e sono complici delle loro azioni criminali, sia che si trovino all’ancora sia ormeggiate in banchina». L’Iran ieri aveva dichiarato di aver catturato drone subacqueo dell’esercito statunitense all’imbocco di Hormuz.

La risposta americana: distrutte cinque petroliere iraniane

Poco dopo, il Comando centrale militare Usa ha comunicato la distruzione di cinque petroliere iraniane in risposta ai «ripetuti tentativi» di Teheran di attaccare due unità americane – una portaerei e un cacciatorpediniere – bersagliate invano con missili balistici e da crociera: quattro sono state colpite nel Golfo dell’Oman, all’esterno di Hormuz, e una accanto all’isola di Kharg, nel Golfo Persico.

Il raid dei pasdaran contro una base aerea Usa in Giordania

A quel punto Teheran ha condotto un attacco missilistico contro l’aeroporto di Muwaffaq Salti, in Giordania, dove sono schierate decine di caccia americani, utilizzando munizioni a grappolo: almeno 30 gli ordigni lanciati. L’esercito di Amman ha reso noto di aver abbattuto 18 razzi provenienti dall’Iran, mentre due «sono caduti in aree disabitate», senza fare vittime.

Regno Unito e altri 11 Paesi mettono al bando i prodotti dei coloni israeliani

Il governo britannico, sotto la nuova leadership di Andy Burnham, ha annunciato sanzioni senza precedenti contro il commercio di prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati, seguito a ruota dall’impegno a fare lo stesso sottoscritto da altri 11 Paesi tra cui Canada, Francia e alcuni stati europei (Italia esclusa). Israele ha risposto chiudendo il consolato del Regno Unito a Gerusalemme est.

L’intervento del ministro Miliband

La scure nei rapporti è stata fatta calare alla Camera dei Comuni da Ed Miliband, titolare del Foreign office nella nuova compagine. Il ministro, con Burnham seduto al suo fianco, ha formalizzato la definizione degli insediamenti israeliani come entità «illegali», denunciandone l’espansione a partire dal contestato progetto E1 in Cisgiordania. Nato da genitori di radici ebraico-polacche in fuga dal nazismo, Miliband ha rivendicato con orgoglio la propria origine di ebreo della diaspora e ricordato i suoi familiari uccisi nell’Olocausto e i legami con Israele, Paese di cui si è detto «amico». Nel contempo, ha tuttavia sottolineato come il suo ebraismo e il riconoscimento del «diritto alla difesa dello Stato d’Israele» non siano in contrasto con il sostegno a uno «Stato di Palestina» nel quadro di una pace fondata sulla «soluzione dei due Stati». Una prospettiva che l’azione dei coloni e la politica del governo Netanyahu sta portando alla «distruzione», ha proseguito, dopo aver richiamato sia le «traumatiche» devastazioni di Gaza negli ultimi tre anni e le «sofferenze indicibilii» patite da uomini, donne e bambini nella Striscia, sia il «terrorismo dei coloni» estremisti in Cisgiordania. Mentre ha rinfacciato a Netanyahu e soci di «chiudere gli occhi» rispetto alla «pulizia etnica» imputata tanto ai coloni quanto all’incitamento esplicito di ministri come i super falchi Itamar Ben Gvir o Bezalel Smotrich.

Chi sono i leader carismatici di AfD? Nessun nome forte ma una rete capillare

L’Alternative für Deutschland si differenzia da buona parte dei partiti di estrema destra in Europa, sovranisti e radicali, per non essere costruita intorno a leader carismatici e per certi versi insostituibili. Nessuno tra Tino Chrupalla e Alice Weidel, la coppia che a livello nazionale regge le sorti della formazione fondata nel 2013, rappresenta il prototipo della figura forte che nel corso degli ultimi decenni si è presentata e si presenta sotto varie spoglie nei Paesi del continente.

Chi sono i leader carismatici di AfD? Nessun nome forte ma una rete capillare
Ulrich Siegmund con Tino Chrupalla e Alice Weidel (foto Ansa).

Qualche esempio? In Austria la Fpö (Freiheitliche Partei Österreichs, il Partito della libertà d’Austria) era guidata da Jörg Haider e ora da Herbert Kickl, in Francia Jean-Marie Le Pen aveva ceduto il comando alla figlia Marine, in Olanda l’eredità di Pim Fortuyn è stata raccolta da Geert Wilders. In Ungheria è stato Viktor Orbán il rappresentante forse più noto del populismo nazionalista che un po’ ovunque ha avuto emuli, tra ieri e oggi, dalla Polonia dei gemelli Kaczynski al Regno Unito di Nigel Farage.

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In Italia i precursori del partito destrorso fortemente personalizzato sono stati Umberto Bossi con la Lega Nord e Silvio Berlusconi con Forza Italia. Negli Stati Uniti i riferimenti sono quelli di Donald Trump e del movimento Maga (Make America great again) e del tecno-nazionalismo personificato da Elon Musk.

Nessuno si ricorda più dei recenti predecessori di Weidel e Chrupalla

In Germania le cose sono diverse e nessuno si ricorda più dei recenti predecessori di Weidel e Chrupalla, da Bernd Lucke passando per Frauke Petry e Jörg Meuthen. Ora sugli scudi c’è Ulrich Siegmund, che rischia di diventare il primo governatore dell’AfD e ha modellato la frazione locale a sua immagine, conducendola al trionfo. Ma si tratta appunto di un leader regionale e il futuro rimane ancora incerto.

Chi sono i leader carismatici di AfD? Nessun nome forte ma una rete capillare
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Candidati noti nei propri Länder, perfetti sconosciuti altrove

La forza dell’Alternative für Deutschland sta più che altro nell’insieme del movimento e nella rete che lo forma, non nei singoli. I candidati a Berlino e in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove si vota domenica 20 settembre, sono noti sì nei propri Länder, sono dei perfetti sconosciuti però altrove: Kristin Brinker, architetta berlinese, e il duo costituito da Leif-Erik Holm ed Enrico Schult, che rischia di ripetere a Schwerin il successo di Siegmund a Magdeburgo, non appaiono certo modelli di carisma e trascinatori di folle. Porteranno comunque l’AfD in prima fila, consolidando un trend che in questo momento pare difficile da contrastare.

Chi sono i leader carismatici di AfD? Nessun nome forte ma una rete capillare
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Chi sono i leader carismatici di AfD? Nessun nome forte ma una rete capillare

Höcke aspira a diventare leader, ma i guai giudiziari…

Björn Höcke, capo del gruppo parlamentare in Turingia, dove nel 2024 l’AfD è diventata il primo partito senza però arrivare al governo, è il personaggio che aspirerebbe a diventare l’unico leader a livello nazionale, ma rimarrà invece con gran probabilità confinato dov’è, anche solo per essere stato condannato due volte per aver pronunciato uno slogan nazista.

Chi sono i leader carismatici di AfD? Nessun nome forte ma una rete capillare
Björn Höcke.

Höcke è considerato comunque uno degli ideologi più estremisti del partito, colui che ha tradotto in prassi l’ideologia identitaria e nazionalista. L’ex leader della fazione radicale Der Flügel, sciolta ufficialmente ma rimasta dominante nei contenuti, ha sempre integrato nei programmi e nei discorsi i richiami alla cosiddetta rivoluzione conservatrice, imbevuta di nostalgia nazionalsocialista.

Tra i pensatori di riferimento c’è il teorico del concetto di remigrazione

Con lui, nella schiera dei pensatori e presunti tali, dentro o vicini all’Alternative für Deutschland, ci sono anche Hans-Thomas Tillschneider, deputato regionale nella Sassonia-Anhalt e promotore del riavvicinamento ideologico al Movimento identitario, e Martin Sellner, teorico del concetto di remigrazione, ossia espulsione di massa di immigrati, inclusi cittadini naturalizzati.

Chi sono i leader carismatici di AfD? Nessun nome forte ma una rete capillare
Chi sono i leader carismatici di AfD? Nessun nome forte ma una rete capillare

Anche Götz Kubitschek, stratega e vordenker, pensatore di riferimento, della nuova destra tedesca è con la casa editrice Antaios uno degli elementi fondamentali del complesso puzzle strutturale dell’AfD.

Chi sono i leader carismatici di AfD? Nessun nome forte ma una rete capillare
Götz Kubitschek.

Un’onda anomala che ha saputo cavalcare bene i social media

L’onda anomala dell’Alternative für Deutschland, dunque, più che sulla scia di un unico leader carismatico scorre su una rete ampia e diversificata, anche capillare, che ha fondato sui social media la propria ascesa, come ha mostrato Siegmund in Sassonia-Anhalt. L’esempio è anche quello di Jean-Pascal Hohm, deputato regionale del Brandeburgo e leader della nuova organizzazione giovanile legata al partito, Generation Deutschland.

Chi sono i leader carismatici di AfD? Nessun nome forte ma una rete capillare
Jean-Pascal Hohm.

Messaggi nazionalisti spinti dall’anti-Greta Thunberg

I messaggi nazionalisti sono inoltre veicolati attraverso i nuovi media con il supporto di influencer come Naomi Seibt, una sorta di anti-Greta Thunberg, arrivata anche alla corte di Musk; oppure di Reinhild Boßdorf, alla guida del network femminile Lukreta, con l’obiettivo di avvicinare le giovani donne all’ideologia del partito.

Chi sono i leader carismatici di AfD? Nessun nome forte ma una rete capillare
Chi sono i leader carismatici di AfD? Nessun nome forte ma una rete capillare

Insomma, l’ultradestra tedesca non ha un uomo solo al comando, ma un fronte ampio e stratificato, più adatto a intercettare gli elettori in questo momento: non è un caso che i risultati in Sassonia-Anhalt abbiano certificato come l’AfD sia il primo partito, con percentuali differenti, in diverse categorie di elettori, soprattutto tra i giovani, gli operai e le persone in difficoltà economiche.

Me Contro Te, non buttiamo il bouquet con l’acqua sporca

«E una diretta Twitch della prima notte di nozze, no?». Difficile risparmiarsi un pizzico di malignità, all’indomani del matrimonio-show di Luì e Sofì, alias Me Contro Te, celebrato sabato scorso all’Unipol Dome di Milano davanti a 6 mila spettatori paganti ed esultanti, specie quelli che avevano comprato i biglietti più economici e si sono visti spostare nelle prime file più costose, dove c’erano molti antiestetici vuoti da riempire.

Ma la frecciata nasce già spuntata. Innanzitutto, perché i due giovani content creator per bambini emanano la sensualità di un set di pentolini giocattolo, e la fantasia più sfrenata che può suggerire la loro prima notte è una battaglia a cuscinate. E poi perché il matrimonio dei Me Contro Te è stato effettivamente consumato, non in pubblico, ma dal pubblico, intendendo per “consumo” l’acquisto e l’uso di beni e servizi: oltre al biglietto, il meet-and-greet e il merchandising a tema, magliette, fermagli, cerchietti luminosi con velo andati letteralmente a ruba fra le piccole “Trote” (così si chiamano i loro fan).

L’età berlusconiana e lo sdoganamento delle nozze farsa

Quanto a validità, queste nozze ne avevano meno dello sposalizio di mia figlia quattrenne con il “morosino” dell’asilo, celebrato 20 anni fa nel giardinetto della scuola con un fazzoletto in testa al posto del velo e un bouquet di pratoline spelacchiate. Ma lo scimmiottamento dei sacri riti matrimoniali è l’ultima cosa che si può rimproverare a Luì e Sofì, in un Paese che ha innalzato a padre della patria uno specialista in sponsali-farsa, Silvio Berlusconi. Resta ancora un mistero l’identità della sua pseudo-sposa nella finta cerimonia officiata nel giardino di Villa Certosa nel 2008 e immortalata dal fotoreporter Antonello Zappadu; anche troppo nota è un’altra “fortunata”, Marta Fascina, impalmata per finta dal Cav a Villa Gernetto nel 2022 e oggi stipendiata per davvero da noi contribuenti come parlamentare di Forza Italia, con un tasso di assenze che sfiora l’88 per cento.

Me Contro Te, non buttiamo il bouquet con l’acqua sporca
Adriano Galliani e Gianni Letta al matromonio simbolico di Silvio Berlusconi e Marta Fascina (Imagoeconomica).

Solo un’operazione commerciale?

Qualcuno insinua che il matrimonio sia solo un’operazione commerciale per rinfocolare l’interesse intorno ai Me Contro Te, il cui successo comincia ad appannarsi, dopo un decennio di splendore in cui Luigi Calagna e Sofia Scalia, i due sconosciuti fidanzatini di Partinico, né belli né brutti, che postavano su YouTube le loro sfide a chi metteva più schifezze sulla sua pizza, hanno costruito un impero tentacolare, con un canale YouTube da quasi 7 milioni di iscritti, film campioni d’incassi, spettacoli in teatro, serie tv, podcast, libri, gadget e corredi scolastici, tutto firmato Luì e Sofì. E se l’Unipol Dome non era pieno come un uovo, la diretta Twitch del The Wedding Show ha registrato 100 mila contatti. «La mia infanzia si sposa», era il commento più frequente al video in cui i due piccioncini confidavano le loro “emozioni” alla vigilia del grande giorno (in realtà, da come ci ridevano su, sembravano i primi a considerarlo una pagliacciata, atteggiamento molto sano e lucido che andrebbe adottato dai nubendi in genere).

I Me Contro Te come spunto per l’educazione affettiva

C’è chi ci è cresciuto, con i Me Contro Te, in anni in cui le tivù generaliste avevano smesso di produrre contenuti per l’infanzia e si limitavano a trasmettere paccate di Masha e Orso e Peppa Pig. Luì e Sofì erano come due baby-sitter che avrebbero avuto bisogno loro stessi di una baby-sitter: allegri, sciocchini, giocavano con il cibo, paciugavano con lo slime, smentendo tutti i cliché sui siciliani scettici, fatalisti, fissati con sesso e morte. L’escapismo perfetto per la sparuta generazione post-2008, rari figli unici di adulti sempre più tristi, arrabbiati e sfiduciati. Col tempo, i maschietti si sono disamorati dei Me Contro Te, forse per quel Luì troppo poco sbruffone e testosteronico che non “comanda” abbastanza e non dice parolacce. Per lo stesso motivo, le bambine continuano ad amarli anche da più grandi, vagheggiando in loro una possibilità di coppia eterosessuale giocosa, spensierata, insolitamente paritaria, lontana dalla trita dinamica “immaturo-versus-saccentella” tipica di cartoni, film e telefilm per ragazzi (e non solo).

Un modello tutt’altro che tradizionale e che, a pensarci bene, potrebbe essere spendibile anche come spunto per l’educazione affettiva: i Me Contro Te ci mostrano un uomo e una donna che sono migliori complici e compagni di giochi, che sanno fantasticare e progettare insieme e dividersi equamente le responsabilità. E, facendolo, guadagnano un sacco di soldi, il che non guasta.

Me Contro Te, non buttiamo il bouquet con l’acqua sporca
I Me contro te al photocall del film Missione giungla nel 2023 (Ansa).

Adesso manca solo il baby shower a base di slime

Tutto vero (soldi a parte), o vero per finta, come il matrimonio milanese? In rete si vocifera che Calagna e Scalia in realtà non stiano più insieme da tempo, e che la coppia resista solo per difendere il marchio. Altri invece ipotizzano che le loro nozze siano solo il primo passo di un upgrade che, con la nascita di un figlio, trasferirà i Me contro Te nella categoria dei “family vlogger”. In questo caso, organizzati e previdenti come sono, Luì e Sofì avranno già opzionato l’Unipol Dome per il baby shower. A base di slime, naturalmente.

Il post-sfogo di Francesca Verdini: «Dentro di me niente di fascista»

Mentre il fidanzato Matteo Salvini è impegnato nella due giorni di Roma organizzata da Claudio Durigon, Francesca Verdini interviene sui social – «così de botto» (citando Boris) – su fascismo, femminismo, inclusione, egemonia culturale e via dicendo. Un lungo e articolato post molto politico. «Scrivo queste parole perché da tempo sento di dovermi giustificare per ciò che penso. Come se il mio voto dicesse qualcosa non solo delle mie idee, ma della mia intelligenza, della mia sensibilità, persino della mia qualità umana. Come se non fossi mai abbastanza colta, preparata, consapevole. E alla fine resta sempre quella parola: fascista. A volte persino ‘sporca fascista’», scrive la produttrice cinematografica, chiarendo: «Mia nonna il fascismo lo ha combattuto. Io, dentro di me, di fascista non ho mai riconosciuto niente». Un «senso di estraneità», spiega, che incontra anche sul lavoro: «Attori, registi, sceneggiatori mi confidano ciò che pensano e poi aggiungono: “Non dirlo. Poi non mi fanno più lavorare”». Verdini punta il dito contro la sinistra o presunta tale: «Vedo Iacchetti minacciare botte e augurare la morte a un ministro, Saverio Tommasi parlare delle botte ai “fascisti” come legittima difesa, Bonaccini spiegare che chi vota a destra ha mediamente studiato meno, Brigitte Macron colpire il marito al volto, Rula Jebreal chiamare “scimmia” un uomo afroamericano. E ogni volta mi faccio la stessa domanda: se le parti fossero invertite, il metro sarebbe lo stesso?». Verdini se la prende con il «doppio standard» che «ti fa sentire espulso, ti rende più duro, ti fa venire voglia di urlare più forte». Un’uscita

Francesca Verdini compare spesso insieme con Salvini a comizi e feste di partito. Lo scorso marzo aveva fatto parlare di sé a causa del «cafone» gridato sul prato di Pontida in risposta a chi contestava Salvini al funerale di Umberto Bossi. Ma è la prima volta che scrive un intervento così politico sui social. Che stia pensando a un impegno più concreto ?

Futuro Nazionale, perché dopo Luca Sforzini sarà espulso anche Stefano Ruvolo

Dopo aver espulso Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento nazionale (finora think tank di riferimento di Futuro Nazionale), Roberto Vannacci è pronto a silurare anche Stefano Ruvolo, presidente di Confimprenditori e fondatore di Patto per l’Italia, che aveva stretto un’alleanza politica con l’ex generale. Alla base della decisione lo stesso motivo, ovvero le critiche alla linea di FN espresse negli ultimi giorni. Lo scrive Adnkronos, aggiungendo che secondo le indiscrezioni raccolte in Transatlantico la lettera ufficiale è già pronta. La mossa potrebbe però costare cara a Vannacci: è stato infatti proprio Ruvolo a prestare all’ex generale l’immobile in via Lucina 17 che ospita a Roma la sede nazionale del partito (allo stesso pianerottolo di quella di Forza Italia). Con ogni probabilità, dopo l’espulsione Ruvolo vorrà tornarne in possesso.

Futuro Nazionale, perché dopo Luca Sforzini sarà espulso anche Stefano Ruvolo
Massimiliano Simoni, Roberto Vannacci e Luca Sforzini inaugurano la sede nazionale di FN (Imagoeconomica).