Perché con il Melonellum il voto in autunno è una via quasi obbligata

Cortocircuito elettoral-istituzionale alle viste. Se infatti una volta approvata la legge elettorale ci saranno dei ricorsi alla Corte Costituzionale, il giudizio sulla legittimità del Melonellum potrebbe impattare sulla data delle prossime Politiche rischiando un braccio di ferro tra Palazzo Chigi e Quirinale.

L’ultimo passaggio alla Camera

Come è ovvio i ‘se’ sono molti. Vediamoli. Innanzitutto il grande ‘se’ è legato all’approvazione della riforma. Il testo approderà alla Camera il 28 settembre per la terza e teoricamente ultima lettura. Giorgia Meloni ha già annunciato che metterà la fiducia, ma a Montecitorio c’è anche il voto finale che può essere a scrutinio segreto e, anche se assai poco probabili, non sono escluse sorprese come quella dello scorso luglio sulle preferenze. Ora il testo è cambiato e sembra esserci un patto di maggioranza. Secondo tutti gli opinionisti reggerà, ma a volte il diavolo sta nei dettagli.

Perché con il Melonellum il voto in autunno è una via quasi obbligata
Giorgia Meloni (Ansa).

I tempi della Corte Costituzionale sono un’incognita

Una volta approvata la riforma, come è già stato annunciato dalle opposizioni, saranno attivati comitati per avviare le procedure in vista del ricorso presso la Consulta. E qua i tempi diventano determinanti. Perché il primo step è una denuncia alle Corti d’Appello per lesione del diritto di voto. Se anche solo un giudice si rivolgerà alla Corte Costituzionale, questa dovrà avviare l’iter del ricorso ma, fatti due conti con il calendario, siamo già arrivati a novembre. Innanzitutto si dovrà attendere la formazione dei comitati per il sì e per il no e poi la loro costituzione in giudizio presso la Corte. A quel punto quasi sicuramente la Consulta sceglierà un procedimento d’urgenza. Ma abbiamo già scavallato il Capodanno. E tra le possibilità c’è la collisione tra i tempi della decisione dei giudici costituzionali e l’indizione delle elezioni.

Perché con il Melonellum il voto in autunno è una via quasi obbligata
L’opposizione manifesta contro il Melonellum (Imagoeconomica).

La prudenza del Quirinale

Vero, la premier ha assicurato che intende arrivare «alla scadenza della legislatura», che è a settembre, ma ogni tanto a Palazzo Chigi torna l’idea di anticipare il voto ad aprile. In quel caso i ritmi sarebbero molto serrati. La sentenza della Corte potrebbe infatti arrivare verso gennaio-febbraio, ma per poter votare il 18 aprile (la data del voto la sceglie il governo) bisogna sciogliere le Camere (e questo invece spetta al Presidente della Repubblica) al più tardi tra fine febbraio e inizi marzo, cioè tra 45 e 70 giorni prima della data delle elezioni. Ora il dubbio è: se Giorgia Meloni si presentasse a metà febbraio al Quirinale per dire: «Ho finito il mio compito, voglio andare a votare a fine aprile», Mattarella scioglierebbe le Camere pur sapendo che incombe la sentenza della Corte con il rischio di una bocciatura del Melonellum?

Perché con il Melonellum il voto in autunno è una via quasi obbligata
Sergio Mattarella (Imagoeconomica).

L’arma propagandistica del Parlamento delegittimato

Chi lo conosce prevede che di certo non si metterebbe di traverso fino a dar vita a un governo alternativo: diventare il supercapo dell’opposizione non è certo la sua aspirazione. Ma di certo consiglierebbe un supplemento di pazienza alla premier, per attendere la sentenza. Se Meloni insistesse, ci troveremmo davanti a uno scontro tra Palazzo Chigi e Quirinale ben più manifesto di quelli avvenuti finora. L’unica certezza è che se si votasse con il Melonellum e questo poi venisse giudicato incostituzionale, l’esito delle elezioni non sarebbe annullato. Certo l’arma propagandistica del Parlamento delegittimato verrebbe usata dagli sconfitti, ma a livello istituzionale nulla cambierebbe. Insomma, i ‘se’ sono moltissimi, dando fiducia alle parole della premier, si voterà a settembre. Ma nella politica italiana vale la regola di James Bond: mai dire mai.

Garlasco, cade l’accusa di corruzione per l’ex pm Mario Venditti

Il Gip del tribunale di Brescia ha accolto la richiesta della Procura di archiviare la posizione dell’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti, che era sospettato di aver incassato denaro per favorire l’archiviazione di Andrea Sempio nell’inchiesta del 2017 sul delitto di Garlasco, e dunque di corruzione in atti giudiziari. L’Ansa, citando fonti del palazzo di giustizia, riporta che «l’ipotesi di reato resta intatta, ma riguarda altre persone». Gli atti saranno trasferiti a Pavia.

Garlasco, cade l’accusa di corruzione per l’ex pm Mario Venditti
Un frame di Andrea Sempio durante la trasmissione Quarto Grado di Rete 4 (foto Ansa).

Nell’informativa congiunta dei Carabinieri e della Guardia di finanza sulle indagini condotte nell’ambito dell’inchiesta riguardante l’archiviazione di Sempio, depositata a inizio giugno alla Procura di Brescia, non era emerso alcun elemento tale da avvalorare l’ipotesi di corruzione formulata a carico di Venditti Sarebbero invece appunto emersi indizi che aggraverebbero le posizioni di alcuni avvocati e carabinieri coinvolti all’epoca nell’archiviazione.

Garlasco, cade l’accusa di corruzione per l’ex pm Mario Venditti
Mario Venditti (Ansa).

Perché Venditti era stato iscritto nel registro degli indagati

La Procura di Brescia aveva iscritto Venditti nel registro degli indagati alla fine di settembre del 2025, col sospetto che avesse incassato denaro per archiviare Sempio, amico del fratello di Chiara Poggi e già all’epoca segnalato come possibile autore alternativo del delitto rispetto ad Alberto Stasi, poi condannato. Tutto era nato a seguito di un appunto rinvenuto a casa della famiglia Sempio, dove c’era scritto: «Venditti gip archivia X 20.30 euro». La Guardia di Finanza ha eseguito perquisizioni nelle sue abitazioni a Pavia, Genova e Campione d’Italia, oltre che in quelle dei familiari di Sempio e di due ex appartenenti alla Polizia giudiziaria.

Il bollo auto di Meloni, l’Ici di Berlusconi, denti e cataratte: tutte le mance elettorali

Con la sospensione (guarda caso proprio nel 2027, anno elettorale) del bollo per le auto e le moto di potenza inferiore a 80 kW, misura pomposamente definita dalla premier come l’abolizione di «una delle tasse più odiate dagli italiani», Giorgia Meloni ha giocato la sua prima carta – anzi mancia – in vista delle Politiche in programma l’anno prossimo. Una mossa alla Cetto La Qualunque da parte della premier, che curiosamente aveva denigrato chi in passato aveva proposto una misura analoga, citando proprio il personaggio di Antonio Albanese. Che, va detto, ha molti punti in comune con uno dei predecessori di Meloni a Palazzo Chigi…

Meloni prendeva in giro Tridico e Renzi, che se ne sono ricordati

«Per batterci alle elezioni il centrosinistra si è giocato ogni carta possibile, inclusi il riconoscimento dello Stato della Palestina se avessero vinto nelle Marche e l’esenzione dal bollo auto se avessero vinto in Calabria. Roba che Cetto La Qualunque in confronto è Ottone di Bismarck». Dal palco di Atreju 2025, Meloni aveva ironizzato così su Pasquale Tridico, che da candidato governatore calabrese aveva proposto la sospensione del bollo. E l’europarlamentare del Movimento 5 stelle se n’è ricordato: «Meloni mi aveva denigrato, definendomi Cetto La Qualunque. Mi chiedo dunque se la presidente del Consiglio continui a pensarla alla stessa maniera e se con coerenza definisca la sua proposta una mossa da Cetto La Qualunque». Non solo: Matteo Renzi ha ripescato un post del 2016 in cui Meloni lo aveva attaccato definendolo «mago della distrazione di massa» e «venditore di pentole» per l’idea (ai tempi di Palazzo Chigi) di abolire il bollo per alcune categorie di auto e i motorini.

La premier ha poi risposto al leader di Italia Viva (che a sua volta ha controreplicato): «Bravo Matteo. Oggi hai scoperto la differenza tra annunciare e realizzare». Renzi, per la cronaca, in passato aveva proposto l’abolizione del canone Rai.

Tra stop al bollo e mille euro per tutti, la realtà eguaglia la fantasia

C’è poco da fare: la realtà a volte supera (o quantomeno eguaglia) la fantasia. In un fiume di promesse di totale anarchia fiscale, Cetto La Qualunque si diceva pronto all’abolizione delle bollette del gas e della luce, ma anche dell’Ici (ci torneremo), della Tari, del bollo (eccoci) e dell’assicurazione auto. Il personaggio di Albanese prometteva poi anche mille euro a persona, anzi 2 mila, e un’imbiancatura gratis della casa.

Meloni ha abolito (sebbene parzialmente, temporaneamente e pure qualunquemente) il bollo auto e, in effetti, in qualche modo si era mossa per far sì che gli italiani ricevessero mille euro: era successo a fine marzo del 2020, quando all’inizio della pandemia aveva esortato l’allora premier Giuseppe Conte a elargire tale cifra a chi avesse dichiarato di averne bisogno.

Il maestro indiscusso delle mance elettorali resta Berlusconi

Se vogliamo però parlare di mance elettorali, il maestro resta Silvio Berlusconi. Il Cav nel 2006 fece la promessa – mantenuta – di abolire l’imposta comunale sugli immobili (Ici). Che poi fu reintrodotta, sotto forma di Imu, dal governo tecnico di Mario Monti intervenuto per mettere qualche pezza e riordinare i conti pubblici.

In seguito, intervistato dal Giornale, promise – di nuovo, e con tanto di disegno di legge pronto – l’abolizione dell’imposta municipale unica sulla prima casa, definendola «una tassa insopportabile».

E poi ci sono i tormentoni: dentiere e cure odontoiatriche per gli anziani che non potevano permettersele si sono ripresentati in varie tornate elettorali, a partire dal 2001 e fino al 2022. Curiosamente, un anno dopo la morte di Berlusconi la Regione Lombardia ha parzialmente approvato una misura simile.

Spese veterinarie pagare per cani e gatti

Il Cav amava promettere, assieme alle cure dentistiche gratuite, anche operazioni alla cataratta a costo zero. E poi non si possono dimenticare le proposte per l’esenzione fiscale o l’assegnazione di sussidi mensili per chi adotta o possiede un cane o un gatto, per coprire spese veterinarie e cibo. Anche questo un altro cavallo di battaglia berlusconiano.

Elezioni in Svezia, il centrosinistra vince di tre seggi

A scrutinio ultimato, la coalizione di centrosinistra ha vinto le elezioni in Svezia che si sono svolte domenica 13 settembre 2026. Secondo i dati definitivi, che sono arrivati dopo lo spoglio dei voti degli elettori all’estero, i quattro partiti che la compongono hanno ottenuto complessivamente il 49,5 per cento dei voti e 176 seggi, contro il 48,9 per cento e i 173 seggi conquistati dai quattro partiti di centrodestra. Il premier svedese Ulf Kristersson ha rassegnato le proprie dimissioni. La coalizione di centrosinistra è composta dai Socialdemocratici, che nonostante un calo dei consensi sono da oltre un secolo il primo partito svedese, dai Verdi e dai partiti Sinistra e Centro. A Magdalena Andersson, leader dei Socialdemocratici, servirà il sostegno di tutti e quattro i partiti per formare il governo, siccome la maggioranza che hanno è solo di due seggi. Non è scontato che accada perché soprattutto i partiti Centro e Sinistra hanno posizioni diverse su alcune politiche, specie quelle economiche.

Intesa Sanpaolo società leader in Italia per gli aspetti Esg secondo Extel

Intesa Sanpaolo è stata riconosciuta come la società leader in Italia per gli aspetti Esg tra le società italiane a grande capitalizzazione di tutti i settori merceologici. Il riconoscimento si basa sui risultati dell’Extel Survey 2026, che ha coinvolto oltre 1.500 investitori istituzionali e analisti finanziari. Marco Delfrate è risultato il miglior Investor relations professional in Italia nella categoria Large cap, classificandosi al primo posto per il nono anno consecutivo e per la decima volta negli ultimi 11 anni. Sara Pellicanó è stata premiata come IR Rising star nella stessa categoria. Extel è un fornitore di ricerca indipendente con una solida reputazione presso analisti finanziari e investitori istituzionali e una metodologia accurata e trasparente, che opera sul mercato da oltre 50 anni. I premi sono stati consegnati nel corso degli Italian investor relations awards 2026, evento organizzato da Air (Associazione italiana investor relations).

Bollo auto, la gara a destra a metterci il cappello sopra e le proteste di chi ci perde

Avete capito bene, aboliremo il bollo auto. In realtà per ora lo sospendiamo e basta, ma non stiamo a sottilizzare. La mossa berlusconiana in stile Ici 2006 sembra proprio la più classica delle mancette pre-elettorali, e nel governo è partita la gara a metterci il cappello sopra. Troppo ghiotta da rivendicare come propria idea: così Giorgia Meloni, dopo averla annunciata in Consiglio dei ministri, ha pubblicato due video sui suoi canali social, il secondo dei quali per dire che la misura non sarà valida solo per il 2027 ma diventerà strutturale (tanto per le coperture ci pensa Giancarlo Giorgetti). L’intervento era ripreso dall’ospitata di mercoledì sera su Rete4 da Nicola Porro, dove la premier si è pigliata i meriti.

Bollo auto, la gara a destra a metterci il cappello sopra e le proteste di chi ci perde
Giorgia Meloni da Nicola Porro.

Matteo Salvini, sponda Lega, non è stato da meno: prima un video per le strade di Roma proprio davanti al suo ministero dei Trasporti, inquadrato per bene, con la targa in bella vista, a ricordare che la materia è la sua, il merito è il suo, la promessa era la sua. E poi di sera stesso copione, sempre su Rete4, stavolta da Paolo Del Debbio.

Bollo auto, la gara a destra a metterci il cappello sopra e le proteste di chi ci perde
Il video di Salvini davanti al suo ministero dei Trasporti.

E Antonio Tajani? Mica poteva far sembrare che Forza Italia non c’entrasse nulla: oltre a essere andato pure lui in tivù, identico canale dei colleghi (grande originalità), stavolta da Bianca Berlinguer, ha mandato avanti il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto (uno che tra l’altro punta a fargli le scarpe alla guida del partito, dopo le elezioni, ma questa è un’altra storia), che ha ricordato come fosse stato proprio lui il primo a escogitare la geniale trovata!

Bollo auto, la gara a destra a metterci il cappello sopra e le proteste di chi ci perde
Roberto Occhiuto rivendica l’idea di togliere il bollo auto.

«Lo scorso 13 giugno, in un’intervista al Messaggero, fui il primo a lanciare l’idea di una misura bandiera, facilmente riconoscibile dai cittadini e in linea con quanto aveva fatto negli scorsi decenni il presidente Silvio Berlusconi. Avevo proposto l’abolizione del bollo auto a livello nazionale, e dopo qualche settimana anche il mio partito, Forza Italia, aveva fatto propria questa suggestione. Oggi quella proposta diventa una misura concreta del governo guidato da Giorgia Meloni». Insomma è merito di tutti, tranne che di Roberto Vannacci, ricordatevelo quando sarete nel segreto dell’urna l’anno prossimo.

Le proteste delle Regioni per il mancato introito

Poi ci sono le polemiche alimentate da chi questa decisione la subirà. Il governatore della Regione Toscana Eugenio Giani per esempio. Che proprio non ci sta a vedersi soffiare 300 milioni di euro di introiti per aiutare Meloni nell’anno che precede l’appuntamento con le elezioni politiche. E sul Fatto Quotidiano Giani è partito con la protesta, che ha anche solide basi giuridiche, secondo numerosi costituzionalisti. Le Regioni, a cominciare da quelle di sinistra, non staranno a guardare, ma la premier rischia di vedersela brutta anche con le amministrazioni guidate dalla destra, prive di fondi derivanti dal bollo.

Bollo auto, la gara a destra a metterci il cappello sopra e le proteste di chi ci perde
Elly Schlein con Eugenio Giani (Ansa).

Dalle parti di Urso non c’è grande entusiasmo

Non solo: la decisione meloniana ha messo in subbuglio due ministeri, quelli del già citato Salvini e di Adolfo Urso. Perché in effetti pure in via Veneto, sede del dicastero delle Imprese e del Made in Italy, nonostante Urso sia dello stesso partito della premier, ossia Fratelli d’Italia, non si registra grande entusiasmo: era stata appena presentata la nuova Lancia Gamma, e al Mimit ci tengono sempre tantissimo ad avere in mano il boccino degli incentivi sulle auto, tra rottamazioni e passaggio all’elettrico. Sì, perché in fondo la scelta di limitare l’annullamento del bollo alle vetture meno potenti è, di fatto, un incentivo per indirizzare gli italiani a comprare quelle piccole e con pochi cavalli. Una modalità che può drogare il mercato, come succede ogni volta che viene adottata una decisione politica in tema di tasse e imposte.

Bollo auto, la gara a destra a metterci il cappello sopra e le proteste di chi ci perde
Giorgia Meloni e Adolfo Urso (foto Imagoeconomica).

Come cambieranno gli acquisti degli italiani?

Chi voleva un’auto veloce dirotterà le sue preferenze su una lenta? L’incentivo è un argomento di stretta competenza del Mimit di Urso: «Un furto d’auto in piena regola», scherza qualcuno, con Palazzo Chigi che ha sfilato la politica sulla motorizzazione a chi dovrebbe gestirla. Come andrà a finire? Intanto finiranno ferme sui piazzali delle concessionarie le auto con oltre 109 cavalli (l’equivalente degli 80 kW indicati dalla misura governativa), una soglia “amica” del gruppo Stellantis, che non ha in portafoglio vetture da Formula 1. Qualcuno maligna dicendo che rimane fuori, per esempio, il modello di Dacia Duster da 120 cavalli, e Dacia – che fa parte del gruppo Renault – piace molto a chi vuole viaggiare risparmiando. Alla fine, per Meloni saranno più le rimostranze che gli applausi, dato che è stata adottata una scelta selettiva, e non universale. E pensare che la buonanima del Cavaliere voleva abolirlo per tutti, questo bollo auto, prima nel 2008 e poi nel 2017, sempre – guarda caso – in occasione di una campagna elettorale.

Bollo auto, la gara a destra a metterci il cappello sopra e le proteste di chi ci perde
Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti con quella faccia un po’ così di chi non sa dove prendere le coperture (foto Ansa).

Busta con proiettile e minacce recapitata al ministro Valditara

Nelle scorse settimane, presso il ministero dell’Istruzione e del Merito, è stata recapitata una busta indirizzata a Giuseppe Valditara, contenente un proiettile e una lettera con frasi minatorie. La notizia, riportata da Adnkronos, è stata nei fatti confermata da Giorgia Meloni, che sui social ha espresso «piena solidarietà» al ministro «per le gravi minacce ricevute».

Meloni: «Atto intimidatorio che non può trovare spazio in una democrazia»

«Un proiettile e una lettera minatoria sono vili atti intimidatori che non possono trovare spazio in una democrazia. Confidiamo nel lavoro delle Forze dell’ordine per fare piena luce sull’accaduto e in una condanna netta e unanime da parte di tutte le forze politiche», ha scritto Meloni. Sul caso è stata sporta denuncia agli organi di polizia.

Amplifon, cda convoca assemblea per ingresso di Gn nel capitale

Il cda di Amplifon, in seduta straordinaria, ha deliberato di convocare l’assemblea degli azionisti per approvare l’aumento di capitale – mediante l’emissione di 56 milioni di nuove azioni ordinarie pari a circa 17 per cento del capitale sociale – riservato a Gn Store Nord, in relazione all’acquisizione dell’intera sua divisione Hearing. L’assemblea sarà inoltre chiamata alla nomina, subordinata al perfezionamento dell’acquisizione, di Scott Davis quale rappresentante di Gn nel cda, e alla conferma della nomina per cooptazione di Francesca Fiore. Inoltre, il consiglio proporrà all’assemblea alcune modifiche allo statuto sociale, al fine di adeguarlo alle disposizioni introdotte dalla riforma del Tuf, e di dare approvazione definitiva alla scissione parziale mediante spin-off, annunciata il 30 luglio 2026, finalizzata a rendere più efficiente la struttura societaria del gruppo. La data dell’assemblea verrà determinata in seguito.

L’Ue approva il Kids Act col divieto dei social per gli under 13

La Commissione europea ha adottato l’Eu Kids Act per rafforzare la sicurezza dei minori online. La proposta vieta alle piattaforme social l’accesso agli under 13 e fissa a 15 anni l’età minima per aprire un account autonomo. Tra 13 e 15 anni sarà previsto il controllo dei genitori, attraverso “mini account” che dovrebbero prevedere garanzie come contatti sociali limitati e un tempo di utilizzo massimo di un’ora al giorno. Il testo introduce inoltre il principio dell’inversione dell’onere della prova: saranno i fornitori a dover dimostrare che i loro servizi sono adeguati all’età e sicuri per impostazione predefinita.

Previsti obblighi sugli account di under 18

L’Ue Kids Act propone che i bambini tra i 3 e i 13 anni non possano accedere ai social ma possano utilizzare servizi di video sharing specificamente progettati per la loro età attraverso account gestiti dal genitore. Prevede inoltre obblighi per i servizi online che offrono social media, video sharing, videogiochi online, assistenti IA e chatbot a utenti di età inferiore ai 18 anni. Tra le misure indicate figurano il divieto di funzionalità che creano dipendenza e di feed di raccomandazione basati sulla profilazione che possono trascinare i minori verso contenuti dannosi, oltre al divieto dello scrolling infinito privo di punti di interruzione, di meccanismi di ricompensa e di notifiche push durante le ore di sonno. È inoltre previsto il divieto di contatti non richiesti da parte di estranei. I profili dei minori dovrebbero essere privati per impostazione predefinita, con geolocalizzazione, fotocamera e microfono disattivati. I servizi dovrebbero inoltre offrire strumenti semplici per bloccare e silenziare altri utenti, strumenti per la gestione del tempo e sistemi di raccomandazione sicuri che i minori possano controllare, modificare e reimpostare.

OpenAI: «Sei nuovi casi di comportamento preoccupante dei modelli di intelligenza artificiale»

In un post sul suo blog, OpenAI ha reso noto di aver riscontrato sei casi di «comportamento imprevisto o preoccupante dei modelli» di intelligenza artificiale negli ultimi sei mesi, in aggiunta all’incidente che in estate ha interessato Hugging Face e un secondo episodio già emerso pubblicamente in Germania. Due dei principali episodi di comportamento scorretto hanno riguardato dei modelli – uno di ricerca non ancora rilasciato e una sessione di addestramento di GPT‑5.6 Sol – che inserivano istruzioni destinate alle loro versioni future all’interno dei riepiloghi delle chat, «allo scopo di celare errori all’utente o comportamenti non allineati». Un altro caso ha coinvolto un modello a uso esclusivamente interno che ha usato una chiave API trapelata «senza alcuna autorizzazione», arrivando poi a falsificare i dati. Due episodi hanno visto modelli e agenti comunicare tra loro tramite bacheche di messaggistica e sistemi di condivisione file non autorizzati, mentre l’ultimo caso ha riguardato due modelli in fase di addestramento che hanno caricato file su Internet per poterli poi citare come risposte pertinenti agli occhi dei valutatori umani. La comunicazione del colosso dell’AI è giunto in un momento di crescente pressione sulle aziende di intelligenza artificiale perché affrontino con maggiore serietà le questioni relative alla sicurezza e al cosiddetto «disallineamento» dei modelli.

Trump, fissata una riunione sull’Iran con i leader del Golfo

Donald Trump incontrerà – tranne sorprese – i leader del Golfo in una riunione che si terrà a margine dell’Assemblea generale dell’Onu a New York, in programma martedì 22 settembre (Giorgia Meloni non ci sarà): sul tavolo il conflitto con l’Iran e i passi da fare dopo la sua conclusione. Lo riporta Axios, citando tre fonti e spiegando che il vertice dovrebbe riguardare le idee Usa per una strategia post-bellica, la cui definizione è prevista dopo le elezioni di metà mandato. La notizia arriva in un momento in cui gli sforzi di Washington per riavviare i negoziati sembrano in fase di stallo e che vede i Paesi del Golfo subire un’escalation di attacchi da parte dell’Iran e degli Houthi, che negli ultimi giorni hanno ulteriormente perturbato le esportazioni di energia e scosso i mercati petroliferi.

Possibile anche un faccia a faccia con Netanyahu

Trump incontrerà i leader dei sei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait e Oman). Ma non è escluso che al vertice possa partecipare una platea più ampia di rappresentanti di Paesi arabi e a maggioranza musulmana. Secondo quanto riferito ad Axios, anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha espresso il desiderio di un bilaterale con Trump a New York, ma non è stato ancora fissato un incontro.

Attilio Dadda rieletto nel board globale dell’Ica

Attilio Dadda, presidente di Legacoop Lombardia e vice presidente vicario di Legacoop, è stato rieletto nel board globale dell’International cooperative aliance (Ica), risultando il 4° candidato più votato a livello mondiale con 494 voti e il 1° in Europa. La conferma per il secondo mandato è arrivata a Panama, nel corso dell’assemblea generale dell’organizzazione che rappresenta il movimento cooperativo a livello internazionale, che proseguirà fino a venerdì 18 settembre.

Una nomina strategica per la cooperazione italiana

La rielezione arriva al termine di un primo mandato nel quale Dadda ha portato all’interno della governance dell’Ica le istanze e l’esperienza della cooperazione italiana, concentrando il proprio impegno sulla centralità della cooperazione in particolare nei contesti di conflitto, per la ricostruzione dopo le crisi climatiche o i disastri naturali e per la valorizzazione dell’identità e della solidarietà delle cooperative su scala mondiale, supportando le comunità più colpite. La conferma della rappresentanza italiana all’interno del board assume un valore strategico in una fase in cui il modello cooperativo è chiamato a confrontarsi con sfide sempre più globali, dalla qualità del lavoro alla transizione ecologica, dalla crescita delle disuguaglianze all’inclusione sociale, fino allo sviluppo delle comunità e dei territori. Ambiti nei quali la cooperazione italiana rappresenta una delle esperienze più significative e storiche a livello internazionale.

«Proseguirò il lavoro per promuovere un’economia sociale che diminuisca le disuguaglianze»

«È un onore e una grande soddisfazione essere stato rieletto», ha dichiarato Dadda. «Ringrazio i colleghi e le colleghe dei movimenti cooperativi di tutto il mondo per la fiducia che hanno voluto rinnovarmi. La rielezione rappresenta per me soprattutto una grande responsabilità, quella di proseguire il lavoro avviato continuando a portare la voce della cooperazione italiana nel confronto internazionale e contribuendo, insieme ai cooperatori e alle cooperatrici di tutto il mondo, alla promozione di un’economia sociale in grado di generare benessere diffuso, diminuire le disuguaglianze, sostenere il bene comune e attuare tutti i diritti universali».

Con l’ok della Consob Webuild accelera la partita per il controllo di Trevi

La Consob ha dato il via libera definitivo al prospetto informativo dell’offerta pubblica di acquisto (opa) volontaria e totalitaria promossa da Webuild su Trevi. La proposta del big delle grandi opere guidato da Pietro Salini mette sul piatto un corrispettivo interamente in cash di 4,50 euro per azione, per un valore complessivo di circa 295 milioni di euro. La pubblicazione del documento d’offerta è attesa nei prossimi giorni.

L’ops di Icop giudicata non conveniente da Trevi

Il via libera della Consob arriva a due giorni dall’apertura ufficiale dell’offerta pubblica di scambio (ops) concorrente lanciata da Icop, azienda friulana di ingegneria civile e costruzioni specialistiche. L’operazione si inserisce nel confronto sulla governance di Trevi emerso nei giorni scorsi, quando il cda del gruppo di Cesena ha giudicato l’offerta di Icop non conveniente e non congrua dal punto di vista finanziario. Nel proprio parere, il board di Trevi smonta l’impianto industriale dell’ops di Icop sollevando forti dubbi sulla consistenza economica e sulla reale fattibilità delle sinergie operative, commerciali e finanziarie annunciate dall’offerente. Secondo i vertici di Trevi, i benefici indicati da Icop non deriverebbero da un reale valore incrementale portato dalla società friulana, bensì dallo sfruttamento della piattaforma internazionale, della rete clienti e del know-how tecnico già consolidati da Trevi.

I dubbi del cda

Ma è sul fronte finanziario che si concentra la critica più severa del cda. La struttura dell’ops prevede esclusivamente uno scambio azionario (0,133 azioni Icop per ogni titolo Trevi) senza alcuna componente in contante — un’assenza che espone gli azionisti Trevi ai rischi legati all’andamento del titolo Icop e all’esecuzione del piano industriale. Questi ultimi si troverebbero in portafoglio titoli con, storicamente, un flottante ridotto e poca liquidità sul mercato,restando esposti alle incertezze del piano industriale di Icop e al profilo di indebitamento del nuovo aggregato. A questa criticità si aggiunge un ulteriore elemento legato alla disponibilità delle informazioni finanziarie sull’offerente. La decisione degli azionisti deve infatti essere presa sulla base di dati preliminari relativi al primo semestre 2026, non sottoposti a revisione. Le informazioni disponibili su Icop per i primi sei mesi dell’anno si limitano a tre grandezze, dichiarate nella documentazione come “espresse in valori approssimati” e “non comparabili” con il periodo precedente — un aspetto rilevante, perché la relazione semestrale definitiva sarà approvata il 21 settembre 2026, una settimana dopo l’apertura del periodo di adesione all’ops. In altre parole, al momento dell’avvio dell’offerta gli azionisti di Trevi sono chiamati a valutare lo scambio sulla base di una fotografia finanziaria di Icop ancora provvisoria e non revisionata, mentre i dati semestrali definitivi arriveranno solo in seguito. Un disallineamento temporale che pesa proprio nella finestra in cui gli azionisti devono decidere se aderire.

L’ops sarebbe penalizzante anche sul piano dell’assetto proprietario e della governance

Pesano anche le condizioni di efficacia poste da Icop, formulate — secondo gli amministratori di Trevi — nell’interesse esclusivo del compratore e liberamente rinunciabili – un elemento di forte incertezza sul perimetro finale della transazione. A questo si aggiunge lo spettro delle clausole di change of control. Il cambio di controllo potrebbe far scattare l’obbligo di rimborso anticipato di un pacchetto di finanziamenti bancari da 180 milioni di euro in capo a Trevi, un onere che finirebbe per gravare sulla società e, pro quota, sugli stessi azionisti che hanno aderito allo scambio. Anche sul piano dell’assetto proprietario e della governance, lo scenario prospettato da Icop viene giudicato penalizzante. Gli azionisti di Trevi vedrebbero svanire lo status di società a capitale diffuso, scivolando in una posizione di minoranza dentro una galassia controllata di diritto dalla famiglia Petrucco tramite la holding Cifre — il tutto regolato da uno statuto blindato da deroghe sull’opa da consolidamento e dal meccanismo del voto maggiorato. Infine, l’allarme industriale e fiscale: i vertici di Trevi hanno segnalato la totale mancanza di impegni vincolanti da parte di Icop sui livelli occupazionali e sulla tutela delle sedi estere — mercato che genera l’80 per cento dei ricavi del gruppo — oltre all’intenzione di Icop di valutare opzioni strategiche sulla divisione Soilmec. Una separazione di quest’ultima rischierebbe di spezzare la storica integrazione tecnologica di Trevi.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol

In tutte le cose arriva il momento della verità, e di solito i protagonisti lo sentono sopraggiungere prima degli altri, anche se poi continuano per dovere d’ufficio, perché lo spettacolo deve proseguire o, più semplicemente, perché a forza di raccontarsi di avere ragione finiscono per crederci davvero. È il tema che in queste ore gira nella business community a proposito di Luigi Lovaglio. I pareri divergono sulle cause, ma convergono sugli effetti: l’amministratore delegato di Mps, dopo il colpo di reni con cui era riuscito a restare in sella nonostante l’ostilità di un azionista forte come Francesco Gaetano Caltagirone, davanti all’offerta di Intesa Sanpaolo sembra avere infilato una serie di mosse che più che una strategia difensiva assomiglia a una collezione di autogol.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Francesco Gaetano Caltagirone (foto Imagoeconomica).

La stessa strada che aveva provato a imboccare Nagel

La prima contromossa è stata l’operazione su Banca Generali. Cioè esattamente la strada alla quale aveva pensato Alberto Nagel, l’ad di Mediobanca, quando cercava di reagire all’assalto di Mps, mentre Delfin e Caltagirone marciavano ancora compatti nella stessa direzione. Con una differenza non proprio trascurabile. Nagel si era accorto abbastanza in fretta che sarebbe stato difficile vendere agli azionisti qualcosa che, in buona sostanza, era già loro, e quindi aveva lasciato perdere. Lovaglio invece ha tirato dritto.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Alberto Nagel (Imagoeconomica).

I mercati finanziari hanno però il vizio di conoscere l’aritmetica

La sua proposta prevede una distribuzione straordinaria di 1,208 euro per azione: 30,2 centesimi in contanti e 90,6 centesimi attraverso l’assegnazione di azioni Generali. Solo che quei soldi non arrivano da un benefattore, né spuntano dal cilindro di Rocca Salimbeni. Sono patrimonio di Mps e dunque appartengono già, indirettamente, agli azionisti della banca. Non si crea nuovo valore: si cambia semplicemente tasca a quello che già esiste. E siccome i mercati finanziari, a differenza di certe presentazioni agli investitori, hanno il vizio di conoscere l’aritmetica, quando una società distribuisce una parte del proprio patrimonio ecco allora che il suo valore si riduce in misura corrispondente.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Rocca Salimbeni, sede di Mps (foto Imagoeconomica).

Fin qui sarebbe quasi una partita di giro. Poi arriva il fisco e la partita diventa meno divertente. Come ha spiegato sul Sole 24 Ore il professor Franco Paparella, per una persona fisica residente in Italia l’imposizione del 26 per cento si applicherebbe sia alla componente cash sia a quella distribuita sotto forma di azioni Generali. Il conto stimato è di circa 31,4 centesimi per azione: più dei 30,2 centesimi ricevuti in contanti. Il valore era già dell’azionista, la tassa è nuova di zecca.

La proposta di Lovaglio era a sconto, non a premio come quella di Intesa

A questo punto la differenza tra le due offerte diventa piuttosto semplice. Intesa dice agli azionisti: aderite all’operazione e vi riconosciamo un premio. La controffensiva di Lovaglio suona invece più o meno in questi termini: votatemi e vi restituisco una parte di quello che è già vostro. Non a caso, rispondendo ai rilievi della Consob, la stessa banca senese ha dovuto riconoscere che la sua proposta era a sconto, non a premio come quella di Intesa Sanpaolo.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Luigi Lovaglio (foto Imagoeconomica).

La linea del Piave contro l’avanzata milanese si è parecchio indebolita

Nel frattempo anche il fronte senese, sul quale per settimane si è cercato di costruire una sorta di linea del Piave contro l’avanzata milanese, si è parecchio sgonfiato. Carlo Messina ha promesso di preservare identità, marchio e legame di Mps con Siena. Carlo Cimbri, patron di Unipol, vuole che la banca rimanga a Rocca Salimbeni e diventi capofila di un secondo polo bancario italiano. Il governo ha dichiarato la propria neutralità. E soprattutto hanno parlato gli azionisti: l’aumento di capitale di Intesa è stato approvato con il 96,96 per cento dei voti espressi, con gli investitori istituzionali vicini al 70 per cento dell’assemblea.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Luigi Lovaglio con l’ad di Intesa Sanpaolo Carlo Messina (foto Imagoeconomica).

Il fondo Norges ha reso pubblico il suo sostegno e l’aritmetica del voto indica l’appoggio anche di altri grandi azionisti, molti dei quali presenti pure nel capitale di Mps, BlackRock compresa. Resta il muro francese di Crédit Agricole, titolare del 29,3 per cento di Banco Bpm, che non ha dato segnali pubblici di aver cambiato posizione sulla difficoltà di giustificare una combinazione Mps-Bpm in termini di creazione di valore.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Il logo di Crédit Agricole (Imagoeconomica).

Poi ci sono le autorizzazioni. E qui il calendario diventa interessante. Lovaglio ha continuato a sostenere che le operazioni difensive di Mps resteranno valide anche qualora l’Opas di Intesa dovesse chiudersi con successo, nonostante quelle mosse non avessero ancora ottenuto i necessari via libera delle autorità di vigilanza. Nel frattempo, però, dall’altra parte della barricata le autorizzazioni cominciano ad arrivare. Il 16 settembre Intesa Sanpaolo ha infatti comunicato di avere ricevuto dall’Ivass l’autorizzazione preventiva all’acquisizione delle partecipazioni qualificate indirette in Assicurazioni Generali, Axa Mps Assicurazioni Vita e Axa Mps Assicurazioni Danni. Un via libera arrivato con una rapidità che restringe ulteriormente lo spazio per trasformare le autorizzazioni in una trincea capace di rallentare l’operazione. Nello stesso comunicato Intesa informa che l’Antitrust ha aperto l’istruttoria sull’offerta, precisando che si tratta di un passaggio «come è prassi e come atteso». Insomma, mentre a Siena si studiano le barricate, a Milano cominciano ad arrivare i timbri.

Per trovare la vera sorpresa bisogna guardare a Trieste

Ma la conseguenza forse più sorprendente della strategia di Lovaglio non si trova né a Siena né a Milano: bisogna guardare a Trieste. Mps intende distribuire circa tre miliardi di euro di azioni Generali, oltre a un miliardo in contanti, mentre prova contemporaneamente a conquistare Banco Bpm e Banca Generali. La partecipazione nel Leone detenuta attraverso Mediobanca scenderebbe così dal 13,32 per cento a circa l’8,8 per cento. Non proprio un dettaglio: significherebbe rinunciare a quella maggioranza relativa che per 70 anni ha rappresentato un ancoraggio del risparmio italiano intorno al gruppo del Leone.

Mps, davanti all’offerta di Intesa Lovaglio ha infilato solo autogol
Il logo di Generali (Imagoeconomica).

Ed è forse il paradosso più vistoso dell’intera vicenda. Per difendere Mps dall’offerta di Intesa, Lovaglio mette sul tavolo una parte consistente delle azioni Generali. Per conquistare Banco Bpm e Banca Generali indebolisce il presidio sul Leone. E per convincere gli azionisti offre loro, almeno in parte, ciò che già possiedono. Con l’aggiunta del conto fiscale.

L’ad continua a spiegare che la guerra non è affatto finita

Mps continua a produrre comunicati per spiegare che le sue operazioni conserveranno validità anche se l’offerta di Intesa andrà a buon fine. Ma più aumentano le spiegazioni, più la vicenda sembra semplificarsi. Da una parte Intesa raccoglie il 96,96 per cento dei voti sull’aumento di capitale, rassicura Siena e comincia a incassare le autorizzazioni. Dall’altra Lovaglio distribuisce patrimonio, combatte su più fronti e continua a spiegare che la guerra non è affatto finita. Può darsi. Del resto i soldati la spuntano proprio quando la battaglia sembra perduta. Il problema, per Lovaglio, è capire quanti siano ancora disposti a darsi da fare per salvarlo.

L’offensiva pubblicitaria di Trump per vincere le elezioni di midterm

Tre Super PAC legati a Donald Trump (Safety and Affordability, ‘No Going Back Pac, MAGA Inc.) hanno prenotato negli ultimi 10 giorni spazi pubblicitari per 138 milioni di dollari per sostenere candidati repubblicani che corrono alle elezioni di midterm. Lo riporta il New York Times.

L’offensiva pubblicitaria di Trump per vincere le elezioni di midterm
Donald Trump (Ansa).

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Quanto hanno speso nel dettaglio i tre Super PAC

I Super PAC (Super Political Action Committee) sono comitati indipendenti di spesa politica negli Stati Uniti che possono raccogliere e spendere somme illimitate di denaro da parte di aziende, sindacati, associazioni e singoli donatori per sostenere o osteggiare i candidati alle elezioni. Safety and Affordability, che appare concentrato sui candidati alla Camera, ha acquistato spazi pubblicitari per 27 milioni. Ma a fare la parte del leone per il momento è No Going Back Pac, creato il primo settembre, che ha già speso oltre 95 milioni di dollari. Questo comitato è strettamente legato all’attuale apparato politico di Trump: condivide infatti tesoriere, indirizzo e numero di telefono con MAGA Inc., il principale super Pac di Trump, che invece ha speso “solo” 9 milioni in spazi pubblicitari.

Università e campagna elettorale, la sfida del gap formativo nell’era dell’IA

La prossima campagna elettorale riaccenderà inevitabilmente i riflettori sul futuro dell’università e dell’istruzione superiore. Un dibattito che per anni si è trascinato tra promesse di maggiori finanziamenti, contrapposizioni ideologiche e discussioni sulla governance degli atenei, ma che ora urge affrontare in maniera profonda. Il contesto, tra transizione digitale e intelligenza artificiale che permea sempre più settori, impone infatti al sistema universitario una revisione sostanziale, perché i ritardi nella formazione rischiano di trasformarsi in un problema di competitività per l’intero Paese.

Italia in ritardo rispetto all’Europa

In Italia, infatti, secondo i dati del report Percorsi digitali della popolazione italiana: evoluzione, sfide e obiettivi europei dell’Istat, solo il 45,9 per cento della popolazione possiede competenze digitali di base – percentuale che scende a 36,1 nel Mezzogiorno a fronte del 51,3% del Nord. Numeri che collocano il nostro Paese al 22° posto in Europa (dove la media è di 55,5 per cento), con una distanza di oltre sei punti percentuali dalla Germania, 14 punti dalla Francia e ben 20 punti dalla Spagna. Sul fronte delle risorse, secondo l’ultimo Education at a Glance dell’Ocse, l’Italia destina all’istruzione, dalla primaria all’università, il 3,9 per cento del Pil, contro il 4,7 della media dei Paesi Ocse. Sul fronte del lavoro, il divario si traduce già in una carenza di competenze che rischia di frenare la capacità delle imprese di affrontare la trasformazione tecnologica. Una quota significativa di aziende italiane fatica infatti a trovare personale con la preparazione necessaria, e la carenza di figure preparate rappresenta uno degli ostacoli principali all’adozione, per esempio, dell’intelligenza artificiale. Il problema è quindi anche quello di un disallineamento tra domanda e offerta di lavoro che, secondo le stime di Unioncamere e Anpal, arriva a costare all’economia italiana circa il 2,5 per cento del Pil ogni anno. Un quadro che rende non più rinviabile un intervento sul sistema universitario, chiamato a rispondere a trasformazioni ormai strutturali. Tre, in particolare, le questioni da affrontare.

La sfida per un’università più accessibile…

Il primo nodo riguarda l’accesso all’istruzione superiore. L’università continua a essere costruita soprattutto intorno al modello dello studente che, terminata la scuola secondaria di secondo grado, si dedica agli studi e segue un percorso lineare fino alla laurea. Ma la platea reale è molto più ampia: studenti lavoratori, adulti che devono aggiornare le proprie competenze, persone che vivono nelle aree interne e non possono permettersi i costi ormai proibitivi degli alloggi nelle città. In questo scenario, la formazione digitale può diventare uno strumento di accesso agli studi anche per quella fascia di popolazione che altrimenti non avrebbe possibilità di frequentare l’università. Un percorso complementare a quello degli atenei tradizionali, non soltanto per superare le distanze territoriali, ma anche perché offre una risposta concreta alle esigenze ormai cambiate di chi desidera proseguire il proprio percorso di studi.

…che vada oltre la platea dei giovani usciti dalle scuole

Il secondo fronte è quello della formazione permanente. L’inverno demografico ridurrà progressivamente il numero di giovani in ingresso all’università, mentre una quota crescente della popolazione dovrà aggiornare le proprie competenze nel corso della vita lavorativa. L’università dovrà quindi rivolgersi sempre meno soltanto a chi ha 19 anni e sempre più anche agli adulti. Servono percorsi flessibili e compatibili con il lavoro, sostenuti a livello governativo da strumenti come voucher individuali, crediti formativi e incentivi alle imprese sperimentati in Paesi come Corea del Sud, Germania e Spagna.

Il nodo della valutazione

C’è infine il tema della didattica. L’intelligenza artificiale sta mettendo in discussione un modello di valutazione basato soprattutto sulla verifica delle conoscenze. Secondo la Global Survey 2026 del Digital education council, soltanto il 28 per cento degli studenti ritiene che la maggior parte degli esami universitari misuri adeguatamente le competenze richieste dal lavoro nell’era dell’IA. Il problema non è necessariamente abolire l’esame tradizionale, ma chiedersi cosa debba misurare. Ragionamento, capacità di risolvere problemi, pensiero critico, verifica delle informazioni e capacità di utilizzare consapevolmente gli strumenti di intelligenza artificiale potrebbero diventare più importanti della semplice memorizzazione.

Un ripensamento per formare i lavoratori del domani

La sfida della prossima legislatura, dunque, non sarà soltanto decidere quanto investire nell’università, ma ripensare a chi deve servire e quale funzione debba svolgere. In un Paese destinato ad avere meno giovani, più lavoratori anziani e un mercato del lavoro trasformato dalla transizione digitale, il vero rischio è non riuscire a formare abbastanza persone con le competenze che serviranno nel prossimo futuro.

Il governo abolisce il bollo, ma non per tutte le auto: le cose da sapere

Ne aveva parlato Antonio Tajani e alla fine è arrivata: in Consiglio dei ministri è approdata l’abolizione del bollo auto, almeno per quelle di piccola e media potenza, in gran parte utilizzate dalle famiglie per gli spostamenti quotidiani. La misura, che verrà applicata «ai versamenti della tassa automobilistica il cui termine ordinario di pagamento cade nel periodo compreso tra il 1 gennaio e il 31 dicembre 2027», riguarderà il 70 per cento di tutte le automobili e tutti i motocicli, per un totale di circa 14 milioni e mezzo di veicoli. Ogni cittadino avrà diritto a una sola agevolazione. «Oggi il Governo cancella una delle tasse più odiate dagli italiani», ha commentato Giorgia Meloni. La misura comporterà un minor gettito per 2,29 miliardi.

Tajani: «Le esenzioni dal bollo auto sono solo l’inizio»

«Oggi aboliamo il bollo auto, una tassa ingiusta e insopportabile, a cominciare dalle automobili e dai motorini con cui si muovono ogni giorno le famiglie. Era una ferma e pressante richiesta di Forza Italia che l’esecutivo ha accolto e fatto propria». Lo ha scritto sui social Antonio Tajani, vicepremier e segretario azzurro: «Una misura coerente con la nostra visione liberale fin dalla fondazione del movimento azzurro e dalle battaglie di Silvio Berlusconi “meno tasse per tutti”, quelle che hanno portato fra l’altro all’abolizione dell’Imu sulla prima casa. Le esenzioni dal bollo auto sono solo l’inizio».

Ex Ilva, l’indotto sospende i licenziamenti fino alla sentenza della Cassazione

Aigi e Aepi intendono sospendere i 2.500 licenziamenti dell’indotto dell’ex Ilva di Taranto almeno fino alla sentenza della Cassazione sul ricorso presentato dai commissari straordinari contro il decreto della Corte d’Appello di Milano che ha disposto la chiusura dell’area a caldo. L’udienza sul ricorso è stata fissata per il 20 ottobre, decisione che ha portato governo e sindacati a riaggiornare il tavolo.

I sindacati: «Intendiamo dare corso positivo all’invito del governo»

«Intendiamo dare corso positivo all’invito del governo alla sospensione dei licenziamenti nell’indotto almeno fino alla sentenza della Cassazione», ha detto Nicola Convertino, presidente di Aigi, ovvero l’associazione delle imprese dell’indotto dell’ex Ilva. Mino Dinoi, presidente della Confederazione Aepi (sindacato datoriale per imprese, professioni e terzo settore) ha detto: «Ulteriore atto di responsabilità da parte nostra, perché comprendiamo che la situazione è difficile».

La data dell’udienza è stata resa nota durante l’incontro a Palazzo Chigi

La notizia dell’udienza fissata per il 20 ottobre è arrivata durante l’incontro sindacati-governo a Palazzo Chigi. Di conseguenza, il governo ha chiesto alle organizzazioni sindacali di riaggiornare il tavolo. Il decreto legge con le misure a tutela dei lavoratori – che il governo avrebbe approvato oggi nel Consiglio dei ministri – sarà discusso «quando il quadro generale sarà più chiaro», hanno spiegato fonti dell’esecutivo.

Commissione Vigilanza Rai, ultimatum di La Russa

«Sulla Vigilanza Rai, oggi ho comunicato che sono scaduti i termini. Tuttavia ho dato altri 6-7 giorni fino a martedì. Mercoledì provvederò, come è mio dovere, a nominare i componenti dei gruppi che non fossero pervenuti, partendo dal dato apicale e scendendo per i rami». Lo ha detto Ignazio La Russa, al termine della conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama. «Se per caso si dimettessero anche quelli e se nel frattempo gli altri gruppi mi daranno i nomi, la commissione può funzionare fino a nuova fase. Può funzionare lo stesso», ha aggiunto il presidente del Senato: «Adesso non sono rimasti in carica perché si sono dimessi tutti. Invece se poi rimane in carica una parte, si va avanti ovviamente se c’è il numero legale».

Commissione Vigilanza Rai, ultimatum di La Russa
Francesco Boccia (Imagoeconomica).

La replica delle opposizioni a La Russa

Francesco Boccia, presidente dei senatori del Pd, ha dichiarato che le opposizioni non accetterebbero i nomi eventualmente indicati da La Russa: «Quello che ci preoccupa di più è il tentativo di forzatura sulle nomine legate alla commissione di Vigilanza Rai. È vero che sono scaduti i termini, ma è bene che restino scaduti perché, come abbiamo detto nella conferenza dei capigruppo, quelle dimissioni in blocco dell’opposizione sono arrivate perché la maggioranza per due anni ha preso in ostaggio la commissione non consentendole di operare». Boccia ha poi inviato il ministro Giancarlo Giorgetti a «smettere di tenere in ostaggio il Media Freedom Act forse per paura di non continuare a lottizzare a Rai, come ha fatto in compagnia di Palazzo Chigi in questi tre anni».

Commissione Vigilanza Rai, ultimatum di La Russa
Barbara Floridia (Imagoeconomica).

Le dimissioni in blocco del 2 luglio

La commissione parlamentare bicamerale è stata azzerata il 2 luglio. Nella stessa giornata erano arrivate prima le dimissioni della presidente Barbara Floridia, che aveva denunciato un organo di garanzia «tenuto in ostaggio da chi governa», e di tutti i membri dell’opposizione. A stretto giro era poi arrivato il passo indietro dei rappresentanti delle forze di governo, ma con motivazioni opposte: deputati e senatori della maggioranza avevano infatti parlato di una commissione di Vigilanza Rai «occupata, sequestrata e strumentalizzata in maniera irresponsabile dalla sinistra». Successivamente, le opposizioni avevano annunciato il rifiuto di indicare i nuovi componenti, così come invece esplicitamente richiesto con una lettera da La Russa e Lorenzo Fontana, presidenti di Senato e Camera, inviata rispettivamente ai capigruppo di Palazzo Madama e Montecitorio.

La guerra di FdI a Bertolaso in Lombardia e le altre pillole del giorno

Tira aria pesante in Regione Lombardia. Non stupisce, certo. Ma le fibrillazioni tra alleati si sono fatte più intense. Il nodo del contendere è sempre lui: Guido Bertolaso, assessore al Welfare, legatissimo ad Attilio Fontana e mai digerito da Fratelli d’Italia. Da questa estate tiene banco lo scontro sul piano nomine presentato da Bertolaso: sostituire al Niguarda il pensionando Alberto Zoli, che ha già presentato le dimissioni, con il numero uno della Direzione regionale Welfare Mario Melazzini, il quale a sua volta lascerebbe la poltrona all’attuale dirigente dell’Asst Fatebenefratelli-Sacco Maria Grazia Colombo, molto stimata dall’assessore. Nella riunione di Giunta di lunedì 14 settembre, invece di trovare la quadra, si è aggiunto il caso del Pio Albergo Trivulzio, con FdI schierata contro la proroga di Francesco Paolo Tronca. L’ennesimo no che ha irritato – per usare un eufemismo – Fontana, il quale ha lasciato l’aula sbattendo la porta e convocando in separata sede gli assessori leghisti.

La guerra di FdI a Bertolaso in Lombardia e le altre pillole del giorno
Attilio Fontana con Guido Bertolaso (Imagoeconomica).

In realtà i meloniani punterebbero a rimandare ogni decisione a dicembre, quando, alla scadenza dei manager di tutte le Asst e Ats, contano di fare man bassa di poltrone. Non bastasse, martedì si è aperto un nuovo fronte. In Consiglio regionale Bertolaso è stato chiamato a rispondere a un’interrogazione del meloniano Matteo Forte sul fine vita e sul suicidio assistito di Domenico Zuccarella: Romano La Russa ha chiesto il ritiro delle linee della Regione volute proprio da Bertolaso. Insomma, ogni occasione è buona per picconare l’assessore che già nel 2025 FdI aveva tentato di “commissariare”, provocando un mezzo terremoto.

La guerra di FdI a Bertolaso in Lombardia e le altre pillole del giorno
Ignazio e Romano La Russa (foto Imagoeconomica).

Ora ci risiamo: Bertolaso, poco avvezzo alla diplomazia politica e all’arte del compromesso, potrebbe persino arrivare a lasciare l’incarico. Una delega su cui FdI da tempo ha puntato gli occhi, ma alla quale difficilmente la Lega rinuncerebbe. E Fontana? Il governatore, dopo le critiche a Matteo Salvini ricucite solo per metà, è in una posizione delicata all’interno del partito. E forse agli occhi di FdI non è più intoccabile, tanto che c’è il sospetto che il pressing dei meloniani lombardi sia stato in qualche modo sdoganato da via della Scrofa. Anche il presidente della Regione verso l’addio? Sarebbe quasi un unicum visto che l’unico governatore lombardo a dimettersi è stato Roberto Formigoni nel 2013, però lo scenario non era certo paragonabile a quello attuale.

La guerra di FdI a Bertolaso in Lombardia e le altre pillole del giorno
Attilio Fontana (Ansa).

Tentare di sfiduciare Fontana, poi, non sarebbe una mossa molto furba. Il partito di Meloni, stando all’accordo stretto con la Lega, esprimerà il candidato governatore del centrodestra, e la responsabilità di aver causato la caduta della Giunta si potrebbe ripercuotere anche sulle Politiche 2027, senza contare che alle prossime Comunali di Milano, Roma e Napoli il centrodestra rischia di perdere. E quindi? I più realisti prevedono che da qui a fine consiliatura, nel 2028, sarà una lenta agonia, salvo sorprese ovviamente. Un po’ come sta accadendo nella Lega…

Per Meloni comincia “Fenix. Il tempo del coraggio”

Il 16 settembre a Roma, all’Eur, comincia “Fenix. Il tempo del coraggio”, kermesse cara a Gioventù Nazionale che sarà chiusa domenica da Giorgia Meloni. L’elenco dei partecipanti è chilometrico: Francesco Rocca, presidente Regione Lazio, Marina Calderone, ministra del Lavoro e delle politiche sociali, Tommaso Foti, ministro per gli Affari europei, il Pnrr e le politiche di coesione, Gianfranco Fini, ex presidente della Camera, Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, il renziano Roberto Giachetti, Ignazio La Russa, presidente del Senato intervistato da Peter Gomez. Fenix sarà anche l’occasione per presentare Senza maschera di Tommaso Longobardi (che ha da poco lasciato la comunicazione social di Meloni per impegnarsi, si dice, nella campagna elettorale) e The Italian dream di Alexander Ross. Da popcorn l’incontro “L’anticomunismo e la violenza antifascista dagli Anni 70 a oggi” con Franco Cardini, Giampiero Mughini, Gennaro Sangiuliano e Francesco Storace.

Urso e il passo più lungo della Gamma

La nuova Lancia Gamma arriva da Adolfo Urso, in via Veneto. Al Mimit l’appuntamento era fissato per le 17 di mercoledì 16 settembre, ma poi è stato repentinamente anticipato di un paio d’ore. L’auto prodotta a Melfi, secondo quanto dicono a Stellantis, dovrebbe partecipare alle prossime gare di acquisto della pubblica amministrazione, e la visita romana del gruppo guidato da John Elkann servirebbe anche a questo.