Ranucci ha fatto ricorso contro la rimozione dalla conduzione di Report

Sigfrido Ranucci ha presentato ricorso al Tribunale del Lavoro di Roma contro la decisione della Rai di rimuoverlo dalla conduzione di Report. La tutela, si legge in una nota firmata dall’avvocato Roberto De Vita, «è stata richiesta in via d’urgenza anche in considerazione di due scadenze ormai imminenti»: il 27 settembre, termine entro il quale Ranucci dovrebbe scegliere una delle tre diverse posizioni professionali proposte dalla Rai, e l’8 novembre, data prevista per l’avvio della nuova stagione di Report.

La tesi sostenuta da Ranucci nel ricorso contro la Rai

La difesa di Ranucci contesta radicalmente le ragioni indicate dalla Rai a fondamento della decisione. Espressioni quali «obiettiva situazione di incompatibilità» e «continue pressioni», oppure «percezioni di opacità, commistione e interferenze», spiega la nota, «non sono state accompagnate dall’indicazione di alcun fatto concreto e riferibile al giornalista, né dall’indicazione del nesso che renderebbe necessaria proprio la sua rimozione». Il ricorso, che richiama i principi costituzionali ed europei posti a tutela della libertà di informazione, gli obblighi derivanti dal contratto di servizio RAI e dal Codice Etico aziendale, nonché le garanzie introdotte dall’European Media Freedom Act, ricostruisce il contesto nel quale è maturata la decisione della Rai. Le «numerose e pubbliche prese di posizione di esponenti politici e istituzionali che, nelle settimane immediatamente precedenti, avevano chiesto la rimozione di Ranucci dalla conduzione di Report», assieme alla «genericità» delle motivazioni fornite dalla Rai, spiega De Vita, «delineano un quadro indiziario grave, preciso e convergente, idoneo a configurare il carattere discriminatorio della decisione per ragioni politiche e per convinzioni personali, nonché la sussistenza di un motivo illecito determinante».

Ranucci ha fatto ricorso contro la rimozione dalla conduzione di Report
Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica).

La rimozione da Report e le tre soluzioni proposte dalla Rai

Ranucci, che conduceva Report dal 2017, è stato rimosso a fine agosto dalla conduzione di Report: al suo posto Daniele Piervincenzi e Claudia Di Pasquale (dopo la rinuncia di Giulia Presutti https://www.lettera43.it/report-giulia-presutti-rinuncia-alla-conduzione-rai-cerca-compromesso/). Tre le diverse soluzioni per la ricollocazione proposte dall’azienda: un ritorno a Rainews, un approdo alla redazione Tg3, un incarico come responsabile di un ufficio di corrispondenza internazionale (in particolare al Cairo).

Qn, continua la campagna acquisti di Lmdv

Continua la campagna acquisti di Leonardo Maria Del Vecchio. Sbarca a QN anche Andrea Montanari che torna al giornalismo dopo quasi cinque anni alle Media Relations di Cdp. Con Montanari, che ha alle spalle anche 16 anni a Milano Finanza, si arricchisce la squadra di Mario Orfeo e Agnese Pini. Il calcio mercato delle penne si era aperto con due big: Guido Boffo, ex direttore del Messaggero e ora vice di Qn, e Mattia Feltri che ha lasciato la direzione dell’Huffington Post. Mentre il primo ottobre prenderanno servizio Alessandro Da Rold, in arrivo dalla Verità, e Mattia Ferraresi da Domani. Ma la lista di nomi è ancora lunga.

Sondaggi Swg 14 settembre 2026, Vannacci vicino all’8 per cento

Futuro nazionale di Roberto Vannacci sembra essersi consolidato come quarta forza politica d’Italia. È quanto emerge dai sondaggi Swg del 14 settembre 2026. L’ex generale raccoglie il 7,9 per cento dei voti, con una crescita dello 0,2 per cento rispetto alla settimana precedente. Al vertice resta sempre Fratelli d’Italia, che ottiene il 27 per cento dei consensi (+0,2) seguito dal Partito democratico al 20,9 (+0,3) e dal Movimento 5 stelle stabile al 12,6 per cento. Forza Italia continua a rimanere sotto il 7 per cento (6,9) senza variazioni mentre la Lega di Matteo Salvini segna un -0,2 per cento e raggiunge il 5,5 per cento.

Al centrodestra serve Vannacci in coalizione per vincere con lo Stabilicum

Una simulazione realizzata da Youtrend per Sky Tg24 mostra che, con percentuali simili, l’esito delle elezioni dipenderebbe dalla collocazione di Futuro nazionale (se alleato con il centrodestra o in corsa autonoma). Con Vannacci in coalizione, il centrodestra otterrebbe 226 seggi alla Camera su 400 e 117 al Senato su 205, superando le soglie della maggioranza assoluta (rispettivamente 201 e 103). Il campo largo, composto da Pd, M5s, Avs, Italia viva e +Europa, si fermerebbe a 157 deputati e 74 senatori. Se invece Futuro nazionale corresse da solo, al contrario, sarebbe il campo largo ad aggiudicarsi il premio di maggioranza, con 221 deputati e 110 senatori, mentre il centrodestra si fermerebbe a 139 e 69. Vannacci conquisterebbe 25 seggi a Montecitorio e 12 a Palazzo Madama. In entrambi gli scenari Azione, che nella simulazione corre fuori dalle due coalizioni, resterebbe determinante solo sulla carta: 14 deputati e 6 senatori nel primo caso, 12 e 6 nel secondo.

Chi è Ugo Rossi, il vannacciano chiamato per le elezioni in Russia

Roberto Vannacci non sarà il cavallo di Troia della Russia, ma un legame tra Futuro Nazionale e il Cremlino c’è, ed è innegabile: tra gli italiani chiamati a far parte del pool di esperti stranieri che dovrà certificare la legittimità del voto per il rinnovo della Duma (la camera bassa russa del parlamento russo) c’è infatti anche consigliere comunale triestino Ugo Rossi, esponente appunto di FN e grande ammiratore di Vladimir Putin.

A presidere il pool c’è un altro italiano: Vito Grittani

Per smentire le accuse di brogli e censura, in vista del voto per il rinnovo della Duma di Stato, che si terrà dal 18 al 20 settembre, la Russia ha annunciato la costituzione di una «associazione internazionale di esperti politici ed elettorali», che avrà l’appoggio del ministero degli Esteri, dell’Amministrazione presidenziale e della Commissione elettorale centrale. A presiedere il pool di esperti è un altro italiano: Vito Grittani, conosciuto come ambasciatore della Repubblica di Abkhazia (territorio della Georgia riconosciuto come indipendente da Mosca) e per aver accompagnato nel 2022 nell’Ucraina occupata una delegazione di 13 connazionali, chiamata a certificare – la storia si ripete – la correttezza dei referendum farsa per l’annessione alla Russia.

No vax, ex M5s e filoputiniano: chi è Ugo Rossi

Ma torniamo a Rossi. Nato nel 1991 e di professione ingegnere, ha aderito a Futuro Nazionale a marzo nella speranza – ha spiegato – che Vannacci possa «fare per l’Italia quello che Putin ha fatto per la Russia: risollevarla dalle ceneri». Il suo esordio in politica era avvenuto col Movimento 5 stelle, da cui è poi fuoriuscito in tempo di pandemia per aderire al Movimento 3V, che aveva posizioni no-vax: con questo partito si era candidato a sindaco di Trieste nel 2021, senza raggiungere l’obiettivo ma ottenendo abbastanza voti per un seggio in consiglio comunale, dove siede ancora. In tempo di Covid è stato arrestato e condannato a 5 mesi per aver aggredito due carabinieri che lo avevano trovato in un ufficio postale triestino dove difendeva una no vax che non voleva indossare la mascherina. E in un’altra occasione è stato portato via dalla polizia locale quando, dopo essere entrato in uno stabile del Comune senza green pass, aveva provato a barricarsi al suo interno. Prima di aderire a FN si era dimostrato piuttosto critico nei confronti di Vannacci, che ha però abbracciato dopo un passaggio in Insieme Liberi. Come detto è decisamente filorusso: «Putin è un grande leader, forse il migliore al mondo», ha dichiarato. Rossi è in Russia dal 10 settembre per partecipare al Festival dei Giovani a Ekaterinburg, dove – ha spiegato – sta anche «facendo un corso di aggiornamento come esperto elettorale».

Elezioni di midterm, la Corte Suprema boccia le restrizioni di Trump sul voto per posta

Sconfitta per Donald Trump in tribunale: la Corte suprema Usa ha bocciato le restrizioni che il presidente americano voleva imporre al voto per corrispondenza in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. La Casa Bianca voleva imporre agli Stati di compilare un elenco di tutti gli elettori che devono ricevere la scheda per posta: una misura, era stato spiegato, che aveva l’obiettivo di rafforzare i controlli e prevenire possibili frodi. Stati, gruppi per i diritti di voto e amministratori elettorali avevano però denunciato il rischio di gravi disservizi e di una possibile privazione del diritto di voto su larga scala.

Perché la Corte Suprema Usa ha bocciato la proposta

La proposta dell’Amministrazione Trump avrebbe attribuito al servizio postale statunitense nuovi poteri nella gestione delle schede elettorali inviate per il voto per corrispondenza, compresa la possibilità di trattenere interi lotti di corrispondenza in presenza di irregolarità nei dati o nei codici di tracciamento. «Applicare questa norma alle elezioni del 2026 sarebbe arbitrario», ha sottolineato il giudice conservatore Brett Kavanaugh, in quanto «i funzionari elettorali statali e locali non dispongono di tempo sufficiente per attuarla». Solo due giudici conservatori, Samuel Alito e Clarence Thomas, hanno espresso parere contrario.

Elezioni di midterm, la Corte Suprema boccia le restrizioni di Trump sul voto per posta
Donald Trump (Imagoeconomica).

Stop anche alla norma per limitare la durata di alcuni visti

Trump ha poi ricevuto un altro schiaffo in tribunale, per un’altra questione: un giudice federale di Boston ha infatti bloccato una nuova norma introdotta dalla Casa Bianca che avrebbe limitato la durata della permanenza negli Stati Uniti per studenti e giornalisti stranieri. In base alla norma introdotta a giugno da Trump, i visti F per studenti internazionali e i visti J – che permettono ai partecipanti a programmi di scambio culturale di lavorare negli States – avrebbero dovuto avere una durata massima di quattro anni, mentre i visti I per giornalisti sarebbero stati limitati a 240 giorni, in pratica otto mesi.

Aggiotaggio su quote della Lazio, perquisiti presidente e ad della Banca del Fucino

I carabinieri del nucleo investigativo di Roma, coordinati dai pm della Dda, stanno effettuando perquisizioni nei confronti del presidente della Banca del Fucino, Mauro Masi e dell’ad Francesco Maiolini nell’ambito di una indagine in cui si ipotizza il reato di aggiotaggio su quote societarie della Lazio. L’attività riguarda anche Luigi Bisignani, collaboratore del quotidiano Il Tempo. L’obiettivo, scrive Repubblica, è capire se dietro la lunga offensiva contro il patron biancoceleste Claudio Lotito — dalle false notizie sulla vendita del club fino alla pressione esercitata attraverso social e mezzi di informazione — ci sia stata una «regia unitaria» e individuare gli eventuali «mandanti».

L’indagine sulle notizie false per allontanare Lotito dalla Lazio

L’ipotesi della procura è che da giugno 2024 sia stata alimentata una campagna basata sulla diffusione di notizie false, da Lotito pronto a cedere il pacchetto di controllo della Lazio, alle sue società in stato di decozione, fino all’accusa di voler deliberatamente portare la squadra in una serie inferiore per incassare il cosiddetto paracadute da 35 milioni di euro. La Lazio è però una società quotata in Borsa e, per i magistrati, quelle informazioni false erano concretamente idonee a provocare «una sensibile alterazione del prezzo delle azioni». Da qui l’ipotesi di manipolazione del mercato contestata in concorso agli indagati. Secondo il decreto, alcune delle «attività di denigrazione e di diffusione attraverso social network» sarebbero state «in tutto o in parte finanziate» da Maiolini. In un articolo di Bisignani sul Tempo, in cui si parla di una fantomatica offerta di JP Morgan da 450 milioni di euro per acquistare la Lazio (notizia che la procura considera falsa), viene per esempio suggerito di rivolgersi a uomini della finanza per aprire un nuovo corso nella gestione della società tra i quali «Masi e Maiolini della Banca del Fucino». Incrociando le pubblicazioni con i tabulati telefonici, sono emersi contatti «non occasionali» negli ultimi due anni tra Maiolini e Bisignani, alcuni contatti tra Masi e lo stesso Bisignani e una serie di telefonate e «insistiti tentativi di chiamata» tra Maiolini e Bisignani proprio a ridosso della preparazione e della pubblicazione degli articoli.

Caccia italiani abbattono un drone russo nello spazio aereo lituano

Nuove tensioni tra Russia e Nato: un drone che ha violato nella notte lo spazio aereo della Lituania, entrando dalla Bielorussia, «è stato rapidamente abbattuto» da caccia dell’Alleanza atlantica. Lo ha reso noto il presidente lituano Gitanas Nauseda, aggiungendo: «Mentre la Russia intensifica la sua aggressione contro l’Ucraina, una tale preparazione è vitale per la nostra regione. Insieme ai nostri alleati della Nato, la Lituania difenderà il proprio spazio aereo». L’operazione è stata compiuta da due caccia Eurofighter F-2000 della Task Force Air “Baltic Thunder III” dell’Aeronautica Militare italiana.

Si tratta del secondo drone russo abbattuto nei cieli baltici

Il drone è precipitato in una zona rurale vicino al lago di Kaunas, nella parte centrale del Paese baltico. Le ex repubbliche sovietiche registrano regolarmente intrusioni di droni stranieri nei propri territori. Ma questo è solo il secondo abbattimento nei cieli baltici dall’invasione russa dell’Ucraina del 2022: il primo si è verificato il 19 maggio di quest’anno, quanto la polizia aerea Nato ha intercettato un velivolo senza pilota nello spazio aereo estone.

Fregata russa lancia razzi contro un elicottero danese

Poco dopo, è arrivata anche la notizia di una fregata russa che ha lanciato due razzi di segnalazione verso un elicottero militare danese in acque internazionali, al largo della costa della Danimarca, mancando di poco il velivolo. Lo ha reso noto in un comunicato l’esercito del Paese nordico, membro della Nato, spiegando che l’elicottero stava svolgendo una missione di routine per fotografare la nave russa. Copenaghen convocherà l’ambasciatore di Mosca per discutere dell’incidente, ha annunciato il ministro della Difesa Jeppe Bruus.

Siae, al via la nuova edizione di Per chi crea: pubblicati i bandi

Riparte Per chi crea, il programma promosso dal ministero della Cultura e gestito da Siae che ogni anno investe il 10 per cento dei compensi derivanti dalla copia privata per sostenere la creatività e la crescita professionale delle nuove generazioni. Per l’edizione 2026 sono stati pubblicati i nuovi bandi, che mettono a disposizione oltre 13 milioni di euro a favore di giovani autori, artisti, interpreti ed esecutori under 35, residenti in Italia o cittadini italiani residenti all’estero. Negli ultimi anni l’iniziativa si è affermata come uno dei più significativi strumenti di sostegno alla produzione culturale giovanile nel nostro Paese. Nell’edizione precedente sono stati assegnati 331 contributi per altrettanti progetti nei settori delle arti visive, cinema, danza, libro e lettura, musica e teatro, contribuendo alla nascita di nuove opere, percorsi formativi e occasioni di promozione in Italia e all’estero.

Quattro bandi per altrettante linee di intervento

Per il 2026 le risorse saranno destinate a quattro linee di intervento:

  • Nuove opere: il bando finanzia progetti di produzione artistica volti alla realizzazione e promozione di opere inedite di giovani autori, artisti, interpreti ed esecutori di età non superiore ai 35 anni residenti in Italia o residenti all’estero ma con cittadinanza italiana;
  • Formazione e promozione culturale nelle scuole: il bando finanzia progetti volti al rafforzamento della formazione e della promozione culturale nelle scuole italiane statali e paritarie, eventualmente in collaborazione con altri soggetti specializzati e con le scuole di musica, d’arte, di danza, di scrittura. Un’attenzione particolare verrà riservata alle scuole situate nelle “periferie urbane” per portare l’arte e la cultura tra i banchi;
  • Professionalizzazione degli artisti: il bando finanzia progetti di professionalizzazione artistica (ad es. masterclass, residenze artistiche, corsi di formazione, seminari) volti al rafforzamento delle conoscenze e delle capacità creative di giovani autori, artisti, interpreti ed esecutori di età non superiore ai 35 anni residenti in Italia o residenti all’estero ma con cittadinanza italiana;
  • Live e promozione nazionale e internazionale: il bando finanzia progetti finalizzati alla realizzazione di iniziative (tour/circuitazioni, festival/rassegne) di esecuzione live o promozione in ambito nazionale e internazionale – anche mediante l’eventuale traduzione delle opere in altre lingue – di opere di giovani autori, artisti, interpreti ed esecutori di età non superiore ai 35 anni residenti in Italia o residenti all’estero ma con cittadinanza italiana.

Le domande di partecipazione dovranno essere presentate entro le ore 14.00 del 29 ottobre 2026. Bandi, regolamenti e tutte le informazioni utili sono disponibili sul sito Per chi crea.

La Serie A trema sui diritti tivù: quanto intascherà nel quinquennio 2029-2034?

Nel 2027 verrà aggiudicato il bando per i diritti tivù della Serie A di calcio del quinquennio 2029-2034. E la grande preoccupazione dei club italiani è di non riuscire a confermare i 900 milioni all’anno del quinquennio 2024-2029 assicurati da Dazn (700) e Sky (200). Diritti aggiudicati nell’ottobre 2023, con un’Inter fresca finalista della Champions League persa di misura contro il Manchester City di Pep Guardiola. Ora, invece, sembrano davvero lontane le prospettive di squadre italiane nelle fasi finali della massima competizione europea per club.

La Serie A trema sui diritti tivù: quanto intascherà nel quinquennio 2029-2034?
Romelu Lukaku, Danilo D’Ambrosio e Rodri, autore del gol decisivo, durante la finale di Champions del 2023 tra Inter e Manchester City (foto Ansa).

Parlando con operatori vicini alle trattative, pare di capire che a questo giro la cifra massima che Dazn e Sky saranno disposti a versare non supererà i 700 milioni complessivi all’anno. Vediamo se il bando riuscirà a proporre tante soluzioni esclusive, in grado di massimizzare gli incassi, con per esempio una partita su Prime Video, una su Netflix, una in chiaro, alcune a Dazn, altre a Sky. Facendo però impazzire i tifosi, costretti a una miriade di abbonamenti.

In Francia i grandi broadcaster si sono tirati indietro

Ma il dramma vero sarebbe invece se, come già accaduto in Francia, i grandi broadcaster rinunciassero a fare offerte o addirittura si ritirassero dai contratti in essere, costringendo la Lega Serie A ad attuare la minaccia fantasma balenata da decenni, ossia il fantomatico canale della Lega, con esiti simili alla Francia: una Ligue 1 passata in pochi anni dai 750 milioni ai 184 milioni di euro annui della stagione 2025-26.

Non è solo questione di scarsa competizione nel campionato

Un tracollo del genere del prezzo di mercato dei diritti televisivi del calcio non si può attribuire solo al fenomeno francese, tirando in ballo il fatto che in Ligue 1 esista un’unica squadra di calcio, il Paris Saint-Germain, con pochissima competizione (12 degli ultimi 14 campionati vinti dal club di Parigi): perché, appunto, il dominio del Psg dura da 14 anni, mentre il flop francese nei ricavi dei diritti tivù è recente, e avvenuto, peraltro, in concomitanza col trionfo europeo della squadra allenata da Luis Enrique (vittoria delle ultime due edizioni della Champions) e con l’esplosione di tantissimi talenti francesi sparsi in molti club continentali.

La Serie A trema sui diritti tivù: quanto intascherà nel quinquennio 2029-2034?
L’allenatore del Psg Luis Enrique solleva al cielo la Champions League: ne ha vinte due di fila, nel 2025 e nel 2026 (foto Ansa).

Insomma, il calcio transalpino è cool, è zeppo di campioni, eppure nessuno vuole pagare più di tanto per vederlo. E allora perché, di grazia, uno dovrebbe invece spendere 40-50 euro al mese per lo spettacolo assicurato dalla Serie A italiana? Certo, la competitività è maggiore, e dal 2019-20 nessuna squadra bissa il successo in campionato (si sono succeduti Inter, Milan e Napoli, alternandosi). Ma la qualità della Serie A è crollata: ed è sufficiente dare un’occhiata ai 30 finalisti del Pallone d’oro per averne un’idea.

La penuria di calciatori di alto livello internazionale in Serie A

Nel 2026 c’è un solo calciatore italiano o che gioca nel campionato italiano: Lautaro Martinez. Non era mai successo in tempi recenti, e nell’ultimo decennio la media era stata di quattro-cinque calciatori, con l’eccezione del 2021 con addirittura nove tra italiani e calciatori che giocavano nel nostro campionato in Top 30, soprattutto grazie all’Europeo vinto dalla Nazionale di Roberto Mancini.

La Serie A trema sui diritti tivù: quanto intascherà nel quinquennio 2029-2034?
L’attaccante dell’Inter Lautaro Martinez (foto Ansa).

Ora, la classifica del Pallone d’oro non è tutto, ma è sicuramente un buon indicatore: la Francia, nella Top 30 del 2026, ha 14 calciatori francesi o che giocano in Ligue 1, e ne poteva contare 11 nel 2025 (l’anno in cui il Psg travolse in finale di Champions l’Inter 5-0). Se la Ligue 1 e i francesi, con tutta questa qualità in campo, valgono 184 milioni di euro all’anno, quanto può valere, quindi, la Serie A dove scorrazza ancora da protagonista il 41enne Luka Modric?

La Serie A trema sui diritti tivù: quanto intascherà nel quinquennio 2029-2034?
Luka Modric in azione contro la Juventus (foto Ansa).

I club italiani stanno già accendendo candele in chiesa, tenuto conto che neppure i vari over-the-top alla Amazon o Netflix sembrano interessati a svenarsi per la competizione tricolore. E anche i progetti che parlano di 500 milioni di euro all’anno dai diritti internazionali della Serie A sembrano più che altro auspici di buona sorte. Chi mai potrebbe essere interessato, oltre confine, alle partite del campionato italiano nelle quali non gioca praticamente nessuna stella mondiale?

La nuova linea Orsato se non altro ha ravvivato lo spettacolo

L’unica possibile via di salvezza sembra essere la svolta impressa dal designatore degli arbitri Daniele Orsato, che grazie alle nuove regole ha diminuito le interruzioni per il Var e fatto aumentare il tempo effettivo delle partite, rendendole più avvincenti e soggette a piogge di gol e ribaltoni di risultato, soprattutto nei minuti finali. Basterà però per recuperare appeal?

La Serie A trema sui diritti tivù: quanto intascherà nel quinquennio 2029-2034?
Daniele Orsato, nuovo designatore degli arbitri (foto Ansa).

Piccola chiosa finale: dal 2016 al 2026 solo quattro calciatori italiani sono entrati due volte nella Top 30 del Pallone d’oro: Gianluigi Buffon (2016 e 2017), Leonardo Bonucci (2017 e 2021), Nicolò Barella (2021 e 2023) e Gigio Donnarumma (2021 e 2025). Una volta, invece, Giorgio Chiellini e Jorginho, nel 2021. Stop.

Oasis a Roma nel 2027: le date

Dopo giorni di indizi e spoiler, gli Oasis hanno annunciato ufficialmente i concerti del tour Live ‘27, che inizierà e terminerà nel Regno Unito, e che prevede tappe in Germania, Paesi Bassi, Francia, Italia, Stati Uniti e Irlanda. Come da previsioni, la band di Noel e Liam Gallagher si esibirà allo Stadio Olimpico di Roma in due serate: le date da segnare sul calendario sono il 29 e 30 luglio.

Come acquistare i biglietti

Per avere la possibilità di acquistare i biglietti servirà una registrazione da fare entro il 17 settembre sul sito ufficiale degli Oasis, scegliendo fino a tre città, in ordine di preferenza. A quel punto gli utenti potranno riceve un codice per accedere alla vendita di una sola delle tappe scelte: ogni persona potrà comprare fino a quattro biglietti. I ticket saranno in vendita nell’arco di tre giorni: dal 25 al 27 settembre.

Tutte le date del tour

Queste tutte le date del tour: 21, 23, 25, 28 e 29 maggio a Glasgow; 4, 6, 8, 11, 12, 15, 18, 19, 22, 25 e 26 giugno a Manchester; 2 e 3 luglio a Monaco di Baviera; 10 e 11 luglio a Barcellona; 16 e 17 luglio ad Amsterdam; 23 e 24 luglio a Parigi; 29 e 30 luglio a Roma; 10, 13 e 14 agosto a Boston; 20, 21 e 24 agosto a Las Vegas; 4 e 5 settembre a Slane Castle (Irlanda); 11, 12, 18 e 19 settembre a Knewborth (Inghilterra).

Poste italiane, Del Fante: «Mercato ha capito e ci darà ampio controllo su Tim»

Poste italiane sta valorizzando Tim in un progetto ambizioso, del quale gli investitori hanno saputo cogliere portata e strategia. Lo ha sottolineato in un’intervista al Tg Poste l’amministratore delegato Matteo Del Fante, manifestando soddisfazione per la chiusura della prima fase di adesione sull’opas, conclusa con Poste al 66,6 per cento del Gruppo di telecomunicazioni. «Se siamo arrivati a questo numero è perché il mercato ha capito che la cosa migliore è aderire. Gli investitori hanno capito che non ha molto più senso restare azionisti di un’azienda che non paga il dividendo e che è una frazione di Poste italiane, in un contesto in cui Poste sta valorizzando le azioni di Tim con un progetto congiunto molto ambizioso e con grande soddisfazione per tutti gli investitori». E ancora: «C’è stata una presa di coscienza, i mercati la chiamano Fomo. Fear of missing out, paura di rimanere fuori dal treno di Poste che partiva e quindi si sono tutti adoperati per aderire. Crediamo che questa Fomo ci sarà anche dal 21 al 25 settembre». Al termine dell’opas, ha concluso Del Fante, «ci troveremo a una percentuale che sarà ampiamente di controllo, e partiranno le attività di integrazione delle due aziende».

Lasco: «Su Tim un’operazione storica per il Paese»

Anche Giuseppe Lasco, direttore generale di Poste italiane, ha commentato al Tg Poste la chiusura della prima fase dell’offerta su Tim, ritenendola un’operazione storica per il nostro Paese. «Allargando il perimetro a Tim, porteremo ancora più valore al nostro Paese e al nostro territorio. Questa integrazione creerà futuro per la nostra gente e per tutti i colleghi di Tim. Ci dobbiamo sentire orgogliosi di appartenere a questo grande gruppo industriale del Paese, internazionale, che potrà competere con i grandi player internazionali per reggere l’urto dell’innovazione e della trasformazione digitale». Lasco ha poi commentato le sfide future che potranno essere affrontate grazie alla costituzione del nuovo Gruppo: «Poste italiane e Tim saranno un elemento di traino per il lancio e il consolidamento dell’infrastruttura dell’intelligenza artificiale. Anche se l’IA andrà a fare ottimizzazione sulle risorse, noi andremo in controtendenza, garantendo un’infrastruttura evoluta ma continuando ad agire sulle politiche attive del lavoro e a creare nuova occupazione come abbiamo sempre fatto in questi nove anni». «Proviamo orgoglio», ha concluso, «perché daremo un futuro alle nuove generazioni».

I timori per un’IA fuori controllo mettono d’accordo tutti, tranne Trump

Un addetto ai lavori del settore, il politico più popolare del movimento progressista Usa e una ex voce di spicco del movimento MAGA. Tutti insieme, dopo gli allarmi lanciati negli ultimi giorni, per parlare dei pericoli legati a un’intelligenza artificiale fuori controllo, che se non altro ha il merito di aver messo d’accordo tutti. O quasi, vedasi Donald Trump. Succederà a San Francisco domani, martedì 15 settembre, all’evento Pro-Human Assembly promosso dal Future of Life Institute, organizzazione senza scopo di lucro che dal 2014 si batte contro i rischi su larga scala derivanti dalla tecnologia, con particolare attenzione a quello esistenziale rappresentato appunto dall’intelligenza artificiale.

I timori per un’IA fuori controllo mettono d’accordo tutti, tranne Trump
Bernie Sanders (Ansa).

I protagonisti più attesi dell’evento di San Francesco

L’addetto ai lavori è il ricercatore Jacob Coxon, che di recente si è dimesso da Anthropic (e aveva anche lavorato per OpenAI) avvertendo che l’intelligenza artificiale potrebbe distruggere l’umanità nel corso di un decennio. Il politico progressista è il veterano Bernie Sanders, senatore indipendente del Vermont ma da sempre dem. Poi ci sarà Steve Bannon, ex ideologo di Trump, che negli anni ha voltato le spalle all’attuale presidente Usa. «Gli oligarchi sono finalmente costretti ad ammettere di aver mentito fin dall’inizio sui pericoli di un’accelerazione priva di qualsiasi salvaguardia: hanno messo a repentaglio la nazione e l’umanità», ha dichiarato ad Axios.

I timori per un’IA fuori controllo mettono d’accordo tutti, tranne Trump
Steve Bannon (Ansa).

Assieme a Coxon, Sanders e Bannon parleranno delle potenziali ripercussioni dell’IA – come gli sconvolgimenti nel mondo del lavoro, gli impatti ambientali e le vulnerabilità per la sicurezza nazionale – pure la senatrice Marsha Blackburn (repubblicana del Tennessee), il presidente del Congressional Progressive Caucus Greg Casar (democratico del Texas) e il membro dell’Assemblea di New York Alex Bores. Ma anche gli attori Ashley Judd e Joseph Gordon-Levitt, oltre all’arcivescovo di San Francisco Salvatore Cordileone e Walter Kim, della National Association of Evangelicals.

L’avvertimento dell’Onu sui pericoli legati all’IA

Proprio oggi, in una lettera inviata agli Stati e alle aziende leader a livello mondiale nel campo dell’IA, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk ha scritto che «l’attuale corsa verso un’intelligenza artificiale sempre più potente rappresenta un salto verso maggiori rischi esistenziali per ogni aspetto delle nostre vite». Türk, nella lettera, ha avvertito che l’IA potrebbe «paralizzare i servizi essenziali, frammentare le comunicazioni, destabilizzare le infrastrutture critiche e colpire al cuore stesso delle istituzioni democratiche».

I timori per un’IA fuori controllo mettono d’accordo tutti, tranne Trump
Donald Trump (Imagoeconomica).

Trump parla di «forze negative», Pechino di «allarmismo»

E sempre oggi, liquidando l’ultimo allarme di Dario Amodei di Anthropic secondo cui l’IA potrebbe presto essere in grado di guidare uno sciame di agenti capaci di prendere il controllo dell’intero Internet, ha parlato di una cospirazione da parte di «forze negative» e di una sola necessità, ovvero «avere un presidente forte» come lui. Trump, difendendo la corsa all’intelligenza artificiale, ha poi detto che «l’unico Paese a rallegrarsi» di una frenata è la Cina. La proposta di rallentare ha trovato l’immediato sostegno di due protagonisti indiscussi in America del settore, ovvero Elon Musk (SpaceX che controlla xAI) e Sam Altman di OpenAI. Poco dopo, tramite il portavoce del ministero degli Esteri, Pechino ha dichiarato che «allarmismo, confronto e competizione non faranno altro che ostacolare il processo di governance globale dell’IA».

Roggero resta in carcere, no al differimento della pena

Il Tribunale di Sorveglianza di Torino ha respinto la richiesta di detenzione domiciliare presentata dalla difesa di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour detenuto a Bollate dopo la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori e il ferimento di un terzo. La richiesta era stata avanzata dal suo avvocato Stefano Marcolini in attesa di una decisione sulla domanda di grazia presentata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La difesa aveva chiesto in via principale il differimento dell’esecuzione della pena e, in subordine, la possibilità per il 72enne di scontarla ai domiciliari.

Le motivazioni del Tribunale

Il Tribunale di Sorveglianza torinese ha però evidenziato che il differimento della pena previsto quando è stata presentata una domanda di grazia è «un’ipotesi residuale con pochissimi precedenti giurisprudenziali» e che l’intervento della magistratura risulterebbe una «quasi irrispettosa intrusione» in un ambito che costituisce «prerogativa esclusiva del capo dello Stato». Inoltre, il differimento della pena potrebbe risultare “pregiudizievole” per lo stesso Roggero qualora Mattarella decidesse di concedere una grazia solo parziale. Il periodo di pena sospeso non verrebbe infatti sottratto all’ammontare complessivo della pena, posticipando i requisiti temporali per accedere ai benefici penitenziari.

Salvini: «A Pontida un gazebo per le spese legali»

Sulla decisione è già intervenuto Matteo Salvini, annunciando che a Pontida ci sarà un gazebo a sostegno del gioielliere. «Nel pieno rispetto delle decisioni della magistratura continuiamo a ritenere che la sua permanenza in carcere non sia necessaria. L’auspicio è che possa tornare in libertà il prima possibile. La Lega continuerà a essere concretamente al suo fianco. Domenica a Pontida sarà presente anche un gazebo per raccogliere fondi a sostegno delle spese legali che Roggero sta affrontando», ha affermato.

Leone XIV cancella i tagli di Francesco e rialza gli stipendi dei cardinali

Fine dell’austerity: Leone XIV ha abrogato le «misure di contenimento salariale» adottate da Francesco il 23 marzo 2021 con il motu proprio ‘Un futuro sostenibile’ che, spiega il papa, «furono necessarie anche per far fronte all’eccezionale sfida della pandemia». Passato il Covid, i tagli possono essere dunque «superati nella certezza che le Istituzioni della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano proseguiranno, con strumenti diversi, nell’impegno di garantire la sostenibilità economica». Il documento è stato reso noto nel giorno del 71esimo compleanno di Prevost.

Leone XIV cancella i tagli di Francesco e rialza gli stipendi dei cardinali
Papa Leone XIV (Imagoeconomica).

I tagli decisi da Francesco e revocati da Leone XIV

Come ricorda Vatican News, Francesco aveva tagliato del 10 per cento gli stipendi dei cardinali di Curia. Era stata invece dell’8 per cento decurtazione salariale dei dipendenti della Santa Sede, del Governatorato e altri enti collegati inquadrati nei livelli retributivi C e C1, cioè quelli dei capi e dei segretari dei Dicasteri. C’era poi stata una diminuzione del 3 per cento per dipendenti chierici o religiosi. Sulla stessa scia, «il blocco degli scatti biennali interessava tutto il personale in servizio ma nel caso di quello laico, riguardava i dipendenti dal quarto livello in su». L’abrogazione è a decorrere dal primo settembre: i salari torneranno dunque subito a quelli pre-tagli e gli scatti di anzianità riprenderanno a essere conteggiati. Il pregresso resterà però congelato.

Scozia, Galles e Ulster invocano il diritto all’autodeterminazione

I capi dei governi locali di Scozia, Irlanda del Nord e Galles – nazioni che con l’Inghilterra costituiscono il Regno Unito – hanno firmato un documento comune di sfida al governo centrale britannico nel quale invocano il diritto all’autodeterminazione sulla base di futuri referendum o altri strumenti legislativi. L’iniziativa è stata formalizzata a margine di un vertice a Cardiff fra i leader dell’esecutivo gallese Rhun ap Iowerth, quello scozzese John Swinney e di quello nordirlandese Michelle O’Neill, tutti e tre per la prima volta di orientamento indipendentista. «Le nostre nazioni hanno il diritto all’autodeterminazione. Nessun governo di Westminster ha diritto di bloccare la democrazia o di minare il principio secondo cui i nostri popoli dovranno decidere del loro futuro», si legge nel memorandum d’intesa firmato dai tre in forma di appello.

I tre leader vedono il futuro dei loro territori all’interno dell’Ue

I leader hanno poi affermato di vedere l’avvenire dei rispettivi territori «dentro l’Unione Europea», da cui il Regno Unito è uscito con il referendum sulla Brexit del 2016 grazie al voto favorevole della maggioranza degli inglesi (che rappresentano da soli oltre l’80 per cento della popolazione dell’intero Regno) e di una maggioranza più risicata di gallesi, ma solo di una minoranza di scozzesi e nordirlandesi. Le regole costituzionali in vigore oggi nel Paese non permettono la convocazione di referendum o altre forme di iter secessionisti senza il placet di Londra e del governo britannico. L’attuale premier laburista del Regno Andy Burnham ha da parte sua ribadito – in continuità con i suoi predecessori – di non voler concedere nuovi voti referendari sull’indipendenza delle nazioni minori del Regno (dopo quello perso dagli indipendentisti in Scozia nel 2014) a meno che non emerga un desiderio chiaramente maggioritario e consolidato nel tempo in questo senso fra le popolazioni locali (cosa che i sondaggi correnti non accreditano). I separatisti scozzesi, gallesi e nordirlandesi sono attualmente alla guida di forze di maggioranza relativa nelle tre nazioni minori. I primi due sognano la nascita di nazioni indipendenti da Londra, mentre i repubblicani nordirlandesi (perlopiù cattolici) ambirebbero alla riunificazione con la Repubblica d’Irlanda.

La festa di Class Editori con sorpresa, l’asse De Luca-Lega e le altre pillole

Prima la grande festa, poi domani pensiamo a sforbiciare. Una 24 ore paradossale quella che dovrebbe attendere Class Editori. Lunedì 14 settembre è in programma un super evento alla Triennale di Milano per celebrare il gruppo, che tra gli altri edita Milano Finanza, ItaliaOggi, Class, Capital e si autodefinisce «una realtà multimediale unica, rimasta fedele allo slancio con cui è nata. Una casa editrice che ha raccontato e continua a raccontare con respiro internazionale l’evoluzione di una società proiettata verso il futuro, dove l’innovazione è sfida e opportunità da cogliere in ogni sua forma». Il party in pompa magna è dedicato ai 40 anni di attività, descritti con toni sfarzosi: «Quattro decenni di sviluppi e cambiamenti nell’economia, nella cultura e nella vita dell’Italia e degli italiani. Otto lustri di profonde rivoluzioni, soprattutto nel campo dell’informazione. Un percorso lungo e coraggioso». E ancora: «Un viaggio proseguito sempre in prima linea con professionalità, passione, orgoglio e profondo spirito di indipendenza». Nel programma della serata sono previste «iniziative ideate per raccontare idee, protagonisti e imprese che hanno segnato 40 anni di storia, e che contribuiranno a immaginare e vivere i prossimi 40». Tutto bene, tutto bello? Insomma. Se la sera c’è il taglio della torta, il giorno dopo pare sia in agenda il taglio del personale. Secondo i ben informati proprio martedì 15 settembre è stata fissata infatti la riunione con i sindacati per discutere di esuberi e uscite “volontarie” da MF Servizi, dove c’è tutto il personale non giornalistico. Obiettivo: ridurre i costi. Dopo la festa, a qualcuno verrà “fatta la festa”?

Lo sceriffo fa asse con la Lega

Ma come, lo sceriffo Vincenzo De Luca fa asse con la Lega e attacca la giunta regionale della Campania guidata da Roberto Fico? Normali stranezze della politica quando c’è di mezzo il viceré. La pietra dello scandalo è stata una delibera della Regione che stanzia 8 milioni di euro per i disoccupati e gli inoccupati di lunga durata. Un progetto che prende spunto da un altro molto simile bocciato dal governo. De Luca non le ha mandate a dire all’alleato: «In un Paese normale e civile dopo che il ministero ha verificato l’esistenza di irregolarità e ha comunicato che non caccia più neanche un euro, si blocca tutto. Questa vicenda dovrebbe essere sottoposta anche alla procura e alla Guardia di finanza». E il “suo” assessore in giunta, Fulvio Bonavitacola, non ha firmato la delibera. Il ministero del Lavoro aveva disposto la revoca dei soldi, mentre il leghista Claudio Durigon, potente sottosegretario di Stato nel governo Meloni, ha negato si trattasse di una scelta politica o di un dispetto. Ora De Luca di fatto si è schierato dalla sua parte…

A chi salta la moschea al naso

Da lunedì 14 settembre a Roma viaggia il bus 252, per collegare la moschea capitolina, luogo di culto della comunità islamica, alla linea B della metropolitana. Chissà se Matteo Salvini, che è pure ministro dei Trasporti, si sarà accorto della novità introdotta dal sindaco Roberto Gualtieri, molto utile per fare un po’ di solita strumentalizzazione politica, o se magari è troppo impegnato con il caos della sua Lega. L’operazione viene descritta così: «Il collegamento circolare unisce la stazione Policlinico della metro B e B1 alla grande moschea di Roma, la più grande d’Europa, e ai quartieri che gravitano su via dei Campi Sportivi e via Giacinta Pezzana. Il nuovo servizio, progettato da Roma Servizi per la Mobilità ed esercitato da Atac, nasce per rendere raggiungibili con il mezzo pubblico, senza dipendere dall’auto, il luogo di culto e il Centro islamico culturale d’Italia, frequentati ogni settimana da migliaia di persone e in particolare nei giorni di preghiera e nelle festività, insieme a un quadrante che comprende Villa Ada, l’Acqua Acetosa e gli impianti sportivi del Foro Italico». Un’iniziativa che arriva con anni di ritardo, dato che la moschea è operativa dal 1995, e da ora in avanti utilizzerà «vetture di sette metri e mezzo adatte alle strade strette del quartiere, in esercizio tutti i giorni, festivi compresi, dalle 7.30 alle 20, con 13 corse quotidiane e una frequenza oraria». Qualcuno teme che si trasformi in una specie di “bus ghetto”…

La festa di Class Editori con sorpresa, l’asse De Luca-Lega e le altre pillole
Il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, a sorpresa sul palco con Jovanotti, in duetto al concerto al Circo Massimo, a Roma, domenica 13 settembre (foto Ansa).

Salvini e il buon esempio a scuola

Suona la campanella e il ministro Salvini non può certo lasciarsi scappare l’opportunità di commentare qualcosa che non dovrebbe competergli, occupandosi lui di trasporti. Ecco allora il post strappalacrime corredato di foto con grembiulino del mini-Matteo, ai tempi della 1D alle elementari: «Buon inizio di anno scolastico a bimbe e bimbi, a ragazze e ragazzi che si affacciano alla vita. E un enorme GRAZIE agli insegnanti e a tutto il personale scolastico che accompagna i nostri figli sulla strada più delicata e bella. Vivete la scuola e la vita senza paura ragazzi, non perdete neanche una occasione, godetevi ogni minuto e ogni campanella», ha scritto il leader della Lega. Che però nel 2024 era un po’ meno romantico sull’avventura dello studio: «Sì, io a scuola copiavo. Però facevo anche copiare, perché la cosa più insopportabile sono quelli bravi che non fanno copiare. Questo è un comportamento grave». Sempre un esempio.

Intesa Sanpaolo, Fabio Spagnuolo a capo della Direzione Comunicazione e Immagine

Fabio Spagnuolo, che dal 2018 era responsabile della Comunicazione e Pubblicità di Intesa Sanpaolo, assume l’incarico di Executive Director Comunicazione e Immagine del gruppo bancario. Subentra a Paola Musso, che guidava la Direzione Comunicazione e Immagine da dicembre del 2024 (dove era subentrata a Fabrizio Paschina): per lei il nuovo ruolo di Chief of Staff del ceo Carlo Messina.

Chi è Fabio Spagnuolo

Torinese classe 1977, Spagnuolo ha iniziato la carriera nelle Relazioni esterne e nell’ufficio stampa di Sanpaolo IMI, passando poi nello staff del Presidente del Consiglio di Gestione di Intesa Sanpaolo. Dal 2008 al 2013 è stato poi responsabile Comunicazione e Relazioni Esterne dell’Aeroporto di Torino. Successivamente, per circa un anno ha assunto la responsabilità di Comunicazione e Fundraising dell’Istituto di Candiolo e della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro. Nel 2014 il rientro in Intesa Sanpaolo, dove si è occupato inizialmente di partnership e comunicazione dell’Innovation Center. Dal 2018, come detto, era responsabile della Pubblicità del gruppo.

L’allarme di Merz: «Pace a rischio in Europa, minaccia va presa sul serio»

Dopo che il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiha ha lanciato un allarme ai Paesi della Ue e della Nato sul fatto che «i barbari russi sono già alle vostre porte», con riferimento all’attacco di droni lanciato da Mosca su una stazione di servizio e su un treno a Yahodyn, nell’ovest dell’Ucraina, a meno di due di chilometri dal confine con la Polonia, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha esortato tutti i leader europei a «prendere sul serio questa minaccia». «Qui, nell’estremo nord dell’Europa, si può vedere quanto sia a rischio la pace in Europa», ha detto dalla Finlandia, lanciando anch’egli un allarme.

Nella stazione era transitato un treno con consiglieri per la sicurezza nazionale di vari Paesi europei

La compagnia ferroviaria polacca Pkp Intercity ha affermato che il convoglio colpito, con 206 passeggeri a bordo, era in servizio sulla tratta Kiev-Varsavia. Nessuno è rimasto ferito. L’episodio è di particolare rilevanza perché poco prima, nella stessa stazione, era transitato il treno su cui viaggiavano i consiglieri per la sicurezza nazionale di Italia, Regno Unito, Germania e Francia, di ritorno dalla 22esima edizione della Conferenza della Yes (Yalta european strategy) a Kyiv. Su un terzo convoglio si trovava anche l’ex direttore della Cia David Petraeus. «È chiaramente un tentativo di spaventare i Paesi occidentali per dissuaderli dal sostenere l’Ucraina, dall’andare in Ucraina per manifestare il proprio sostegno. Penso che dovremmo agire esattamente al contrario», ha commentato l’alto rappresentante Ue Kaja Kallas.

Spiò i dati di Meloni, dipendente dell’Inps rischia il processo

La procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per una dipendente dell’Inps che il 7 febbraio del 2025, senza averne alcun motivo di servizio, consultò i dati personali di Giorgia Meloni. Gli accessi contestati, emersi dopo accertamenti interni dell’Istituto, furono tre: due all’Arca, l’archivio anagrafico dell’Inps in cui sono riportati i dati identificativi associati a una persona (come codice fiscale e luogo di residenza), e uno all’estratto contributivo, dove è registrata la storia previdenziale dei cittadini.

Spiò i dati di Meloni, dipendente dell’Inps rischia il processo
La sede centrale dell’Inps (Imagoeconomica).

La donna, interrogata a metà aprile, è accusata di accesso abusivo a un sistema informatico. Un reato che, già di per sé, sarebbe sufficiente per un processo. Nel caso specifico c’è pure l’aggravante di aver agito nella veste di dipendente dell’Inps (in particolare del Coordinamento generale medico legale), violando dunque i poteri connessi alla sua funzione. L’impiegata non ha fornito alcuna spiegazione per gli accessi indebiti. Nel procedimento risultano indicate come persone offese sia Meloni che l’Inps, titolare del sistema informatico utilizzato per gli accessi contestati. Per la premier, tra l’altro, c’è già un precedente di dati indebitamente consultati. Nel 2024 venne infatti alla luce che un impiegato di Intesa Sanpaolo aveva consultato senza autorizzazione migliaia di rapporti appartenenti ai clienti dell’istituto, tra cui appunto anche la presidente del Consiglio.

Macron ci riprova: nuova versione della legge per vietare i social agli under 15

Il governo di Parigi ha sottoposto alla Commissione europea una nuova versione della legge per il divieto di utilizzo dei social network per i minori di 15 anni, che era stata bocciata dal Consiglio costituzionale francese. Lo ha annunciato il presidente Emmanuel Macron, che ha scritto su X: «Dal primo giorno ho preso un impegno: proteggere i nostri bambini online. Andremo fino in fondo».

La bocciatura e l’incarico a Lecornu di riscrivere la legge

La prima versione della legge era stata approvata a luglio dal parlamento francese e sarebbe dovuta entrare in vigore il primo settembre. A metà agosto, però, era arrivato l’alt del Consiglio costituzionale. Dopo il semaforo rosso da parte della massima istituzione giurisdizionale transalpina, secondo cui il provvedimento avrebbe rappresentato «una violazione sproporzionata della libertà di espressione e di comunicazione», Macron aveva incaricato il primo ministro Sébastien Lecornu, di procedere a una nuova redazione del provvedimento conforme alle osservazioni del Consiglio e al diritto europeo, per arrivare ad una soluzione «entro la primavera 2027».

Il nuovo testo, che tiene conto delle criticità segnalate dal Consiglio costituzionale, sarà presentato subito alla Commissione Europea, che avrà tre mesi per emettere un parere. Nel suo post, Macron ha evidenziato di aver scritto a Ursula von der Leyen per chiedere l’approvazione di un testo che stabilisca il divieto di social per gli under 15 a livello Ue: «Ho condiviso con la presidente della Commissione europea la mia determinazione affinché l’Europa avanzi in modo rapido ed esigente, per armonizzare questa interdizione a livello dell’Unione e regolamentare le funzionalità delle piattaforme».