All’Assemblea costituente del partito Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, andata in scena a Roma all’Auditorium della Conciliazione, per presentare i programmi per cultura, musica e sport delle sue immaginate Avanguardie Futuriste, l’ex generale ha scelto come sottofondo Futura, celebre brano di Lucio Dalla. Chissà cosa avrebbe pensato il cantautore bolognese, verrebbe da dire. Di sicuro, la fondazione intitolata all’artista ha messo in chiaro di non aver apprezzato la scelta di Vannacci.
La Fondazione: «Non ha chiesto alcuna autorizzazione»
«Non ci è stata chiesta alcuna autorizzazione, e se quello da parte di un partito politico è sempre un uso improprio delle canzoni di Dalla, è ancora più spiacevole se avviene da chi è così lontano dal pensiero e dal mondo di Lucio», ha dichiarato a Repubblica Dea Melotti, cugina dell’artista e vicepresidente della Fondazione Lucio Dalla. Così Daniela Caracchi, anche lui membro della fondazione e presidente dell’etichetta discografica Pressing Line: «Siamo rimasti spiazzati e meravigliati, per tutelare le immagini e l’arte di Lucio non abbiamo mai consentito che di Dalla si facesse un uso in contesto politico, a prescindere dal partito. Dalla è fuori da ogni ragionamento di parte, qualsiasi essa sia. Credo sia la prima volta che capita questo tipo di uso e cercheremo di fare chiarezza».
Lucio Dalla (Imagoeconomica).
Di cosa parla Futura e la genesi del brano
Scritta nel 1979 e inserita nell’album Dalla del 1980, Futura parla di una storia d’amore sullo sfondo del Muro di Berlino tra un uomo dell’Est e una donna dell’Ovest, capaci di immaginare un futuro comune nonostante le avversità. E persino di avere un figlio: «E se è una femmina si chiamerà Futura», recita il testo. Il brano è dunque un messaggio di speranza nel domani e desiderio di unità, al di là di bandiere e di tutto ciò che ci vorrebbe dividere: un po’ il contrario del Vannacci-pensiero.
Dalla raccontò di aver scritto la canzone su un taccuino in una notte del 1979 quando, dopo un suo concerto a Berlino, si fece portare in taxi al Checkpoint Charlie, posto di blocco situato tra il settore sovietico e quello statunitense. Arrivato sul posto, Dalla si sedette su una panchina per riflettere, fumando una sigaretta e, immaginando la storia due amanti nella città divisa, scrisse di getto il testo di Futura. Il cantautore bolognese raccontò anche che, proprio in quei momenti, vide scendere da un taxi anche Phil Collins, allora batterista dei Genesis, il quale poi si sedette accanto a lui senza parlare.
La fiera della piccola e media editoria si chiama Più libri più liberi. Quest’anno l’Aie (l’Associazione italiana editori), che la organizza, ha preso sul serio soprattutto la seconda metà del nome: per esporre alla prossima edizione (dal 4 all’8 dicembre 2026 alla Nuvola dell’Eur), gli editori dovranno firmare una dichiarazione in cui si impegnano a rispettare la Costituzione, a ripudiare fascismo e totalitarismi e a non farne apologia. A destra la misura è stata subito bollata come una patente di antifascismo. Con un dettaglio non secondario: senza quella firma, la candidatura non parte nemmeno. Liberi sì, ma solo una volta timbrato il modulo.
Tutto nasce dalle forti polemiche del 2025 su Passaggio al Bosco
L’origine della vicenda è nota. Nel 2025 la presenza della casa editrice Passaggio al Bosco aveva suscitato forti polemiche per un catalogo giudicato da alcuni troppo indulgente verso un immaginario politico descritto come «l’esaltazione di esperienze e figure fondanti del pantheon nazifascista e antisemita». Nonostante le proteste di nomi come Antonio Scurati, Alessandro Barbero, Domenico Starnone, Zerocalcare e altri, l’Aie aveva difeso la scelta richiamandosi al pluralismo e alla libertà di espressione, ovviamente nel rispetto della legge.
Le norme già esistono, perché aggiungere una dichiarazione ulteriore?
Evidentemente, però, non bastava. Stavolta, invece di discutere i libri, si è deciso di certificare gli editori. Una scelta che ha il pregio della semplicità: un modulo si controlla più facilmente di un catalogo. Le norme già esistono, ma si è ritenuto opportuno aggiungere una dichiarazione ulteriore, un attestato di sana e robusta democrazia da esibire all’ingresso. Un espediente che ricorda le gride manzoniane: solenni e minacciose quanto spesso inefficaci, e alla fine gravose soprattutto per chi non ne avrebbe bisogno.
Innocenzo Cipolletta, presidente dell’Aie, ha ricordato che gli editori aderenti all’associazione sottoscrivono già il rispetto dei principi costituzionali. Ed è proprio questo a rendere paradossale la vicenda del modulo antifascista. Se quell’impegno esiste già, che cosa aggiunge? E soprattutto: a chi è rivolto davvero?
Innocenzo Cipolletta (foto Imagoeconomica).
Regalo alla maggioranza che faticava a trovare motivi per stare insieme
L’effetto politico era prevedibile. In una fase in cui la maggioranza fatica a trovare motivi per stare insieme, qualcuno ha finito per regalargliene uno. È bastato evocare la parola censura e il resto è seguito da sé. Roberto Vannacci e la premier Giorgia Meloni, sin qui cane e gatto, si sono ritrovati sullo stesso fronte, e un centrodestra che sembrava in cerca di ragioni per dividersi ne ha trovata una per ricompattarsi.
Per partecipare alla fiera della piccola e media editoria “Più libri più liberi”, che si svolgerà a Roma, le case editrici dovranno ottenere quest’anno il “patentino antifascista”, sottoscrivendo un’apposita dichiarazione.
Anche alla Biennale la discussione si era spostata dall’arte alla censura
Non è la prima volta che accade. Alla Biennale, il caso del padiglione russo aveva spostato la discussione dall’arte alla censura. Più di recente, un gruppo di notabili pugliesi ha chiesto agli organizzatori del festival Il Libro Possibile l’esclusione dello scrittore israeliano Eshkol Nevo, colpevole, ai loro occhi, di non aver pronunciato la parola genocidio nonostante i suoi appelli alla pace e le dure critiche rivolte al governo del suo Paese. Casi diversi, ma con un tratto comune: a un certo punto il dibattito cambia natura. I libri restano sul tavolo, ma non sono più il centro della scena.
Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco. (Imagoeconomica).
Si finisce per parlare più della fiera in sé che dei suoi libri
A quel punto il problema diventa chi può sedersi a quel tavolo e chi no. Una manifestazione ha tutto il diritto di scegliere i propri ospiti, ma quando sente il bisogno di accompagnare quella scelta con un attestato di rispettabilità, finisce per parlare più di sé che dei libri che vorrebbe promuovere. La patente democratica tranquillizza chi la pretende e irrita chi non la riceve. In compenso, offre un argomento perfetto a chi denuncia il pensiero unico e la sua egemonia culturale. Da questo punto di vista Meloni può considerarsi fortunata: pochi alleati sono preziosi quanto certi avversari.
«Forse gli organizzatori non sanno che il libro più importante per la nostra giustizia, cioè il Codice penale, reca la firma di Benito Mussolini». Lo ha detto il ministro della Giustizia Carlo Nordio commentando l’istituzione del «patentino antifascista» (così lo ha definito Giorgia Meloni) proposto dagli organizzatori della Fiera nazionale della piccola e media editoria Più Libri Più Liberi, in vista della prossima edizione che si terrà a Roma a dicembre.
Più Libri Più Liberi alla Nuvola dell’Eur (Imagoeconomica).
Le proteste per la partecipazione di Passaggio al Bosco
Nel 2025 la presenza a Più Libri Più Liberi della di Passaggio al Bosco aveva suscitato forti polemiche, con la protesta di scrittori e intellettuali contro la casa editrice di estrema destra e «l’esaltazione di esperienze e figure fondanti del pantheon nazifascista e antisemita».
La mossa dell’Aie dopo le polemiche del 2025
L’Associazione italiana editori (Aie), che organizza la fiera romana e che l’anno scorso aveva escluso censure preventive, in vista della prossima edizione (in programma dal 4 all’8 dicembre alla Nuvola dell’Eur) ha così stabilito che, per poter esporre, le varie case editrici dovranno firmare una dichiarazione in cui si impegnano a rispettare la Costituzione, a ripudiare fascismo e totalitarismi e a non farne apologia.
Per partecipare alla fiera della piccola e media editoria “Più libri più liberi”, che si svolgerà a Roma, le case editrici dovranno ottenere quest’anno il “patentino antifascista”, sottoscrivendo un’apposita dichiarazione.
Il post di Meloni contro il «patentino antifascista»
La decisione dell’Aie ha provocato la reazione della premier Meloni, che sui social ha scritto: «È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono». E poi: «La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno. Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica». Ora le affermazioni di Nordio, che suonano come un plauso al Duce.
Il “precedente” di Nordio sul Codice penale e Mussolini
Durante un convegno organizzato all’Università di Roma Tre, in vista dell’ultimo 25 Aprile Nordio aveva dichiarato: «A breve si festeggerà la festa di Liberazione, una festa che celebra l’antifascismo ma dobbiamo ricordare che abbiamo ancora un codice firmato da Mussolini e Vittorio Emanuele III che tra l’altro gode di buona salute, mentre un codice intitolato a un eroe della Resistenza come Giuliano Vassalli è stato demolito e mal interpretato».
BFF Bank, piattaforma pan-europea presente in nove Paesi specializzata nella gestione e nello smobilizzo pro soluto di crediti commerciali verso la pubblica amministrazione e i Sistemi sanitari nazionali, ha annunciato la nomina – con decorrenza odierna – di Luigi Lubelli come nuovo chief financial officer. Il ruolo era ricoperto ad interim da Giuseppe Sica, dal metà marzo amministratore delegato e direttore generale di BFF.
Il logo di BFF Bank (Imagoeconomica).
Chi è Luigi Lubelli
Lubelli vanta più di 30 anni di esperienza internazionale nel settore finanziario. Ha ricoperto ruoli di senior management in importanti istituzioni bancarie, assicurative e di investimento, come Generali e Allfunds Bank. Ha inoltre trascorso più di un decennio in ruoli apicali nelle aree finance e risk management presso MAPFRE, dove è stato group chief risk officer e deputy general manager per Risk e Capital Markets.
Il presidente dell’Anp, l’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen ha annunciato che le elezioni presidenziali palestinesi si terranno nel 2027. L’ha scritto l’agenzia ufficiale Wafa da Ramallah. Nel decreto presidenziale non è stata indicata una data precisa per la consultazione, ma solo l’anno. Le elezioni per il Consiglio nazionale palestinese, il parlamento dell’Olp, si terranno invece nel novembre di quest’anno.
Tutto pronto a Evian per il G7 ospitato dalla Francia: i lavori del summit si apriranno nel tardo pomeriggio con l’arrivo di Donald Trump, che sarà ricevuto dall’omologo transalpino Emmanuel Macron. I riflettori sono tutti puntati sul bilaterale in programma tra i due leader. Sul tavolo del vertice i principali dossier internazionali: dal sostegno all’Ucraina alla stabilità del Medio Oriente dopo l’accordo appena annunciato tra Usa e Iran.
Protesta di Oxfam contro il G7 di Evian e i leader presenti (Ansa).
Lunedì 15 giugno: il giorno del bilaterale Macron-Trump
Nel complesso il summit durerà circa 48 ore. Lunedì 15 aprile Trump verrà ricevuto Macron per un incontro bilaterale. In serata è previsto il benvenuto ufficiale ai leader del G7, seguito da una cena di lavoro dedicata ai grandi dossier internazionali.
Martedì 16 giugno: fari puntati su Ucraina e Medio Oriente
La giornata di martedì 16 giugno sarà in larga parte focalizzata sulle questioni geopolitiche, con focus su Ucraina e Medio Oriente. In mattinata Macron accoglierà l’omologo ucraino Volodymyr Zelensky. Seguirà un pranzo di lavoro con Egitto, Emirati Arabi Uniti e Qatar. Nel pomeriggio il summit si allargherà ai partner invitati dall’Eliseo: Brasile, India, Corea del Sud e Kenya. Prevista una riunione dedicata ai nuovi partenariati internazionali e alla ricostruzione della solidarietà globale, con la partecipazione della Banca Mondiale e della Banca Africana di Sviluppo. La giornata terminerà con una serie di incontri bilaterali.
Protesta a Ginevra contro il G7 di Evian (Ansa).
Mercoledì 17 giugno: focus sulle questioni economiche
Mercoledì 17 giugno il focus si sposterà sulle questioni economiche. Prima si terrà una sessione di lavoro con i Paesi del G7, i partner invitati, il Fondo monetario internazionale e l’Ocse. Il successivo pranzo di lavoro sarà incentrato sull’intelligenza artificiale, con la partecipazione di rappresentanti del mondo imprenditoriale. La chiusura del G7 di Evian è prevista nel pomeriggio di mercoledì, con la conferenza stampa finale di Macron.
Il primo ministro britannico Keir Starmer ha annunciato, durante una conferenza stampa a Downing Street, l’imminente divieto di utilizzo dei social media per tutti i minori di 16 anni. Il provvedimento, volto a proteggere bambini e adolescenti dai pericoli online, segue un divieto simile introdotto nel 2025 dall’Australia, il primo Paese al mondo ad adottare una misura di questo tipo. Riguarderà piattaforme come Snapchat, TikTok, YouTube, Instagram, Facebook e X, ma escluderà i servizi di messaggistica come WhatsApp. Starmer vorebbe approvarlo entro fine dicembre, per consentirne l’entrata in vigore nella primavera del 2027.
Raggiunto l’accordo di pace tra Stati Uniti e Iran: dopo tanti annunci di intesa vicina da parte di Donald Trump, questa è davvero la volta buona. La firma dell’accordo è prevista a Ginevra venerdì 19 giugno, con la riapertura dello stretto di Hormuz e la fine immediata delle ostilità, che riguarderà – precisa Teheran – anche il Libano. I due Paesi terranno colloqui preparatori in Qatar prima della firma.
Donald Trump (Ansa).
Trump: «Il petrolio tornerà a fluire liberamente»
Ad annunciare l’intesa è stato poco prima della mezzanotte Shehbaz Sharif, primo ministro del Pakistan (Paese mediatore). A stretto giro Trump ha confermato su Truth la chiusura definitiva dell’accordo di pace con la Repubblica Islamica decretando la fine delle ostilità e l’immediata normalizzazione delle rotte commerciali strategiche. Immediata la revoca del blocco navale che le forze armate degli Stati Uniti stavano applicando nell’area. Con la riapertura di Hormuz, ha scritto Trump, «il petrolio tornerà a fluire liberamente, a beneficio sia della regione che del resto del mondo».
Teheran: «Il nemico ha fallito su tutti i fronti»
«Ci siamo assicurati che tutte le principali richieste e posizioni dell’Iran siano riflesse nella bozza del memorandum d’intesa», ha dichiarato il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi: «Il nemico ha scatenato questa guerra per raggiungere i propri obiettivi, ma ha fallito su tutti i fronti, mentre la Repubblica Islamica dell’Iran ha conseguito importanti vittorie». Gharibabadi ha spiegato che la fine immediata delle operazioni militari riguarda anche il Libano e che i negoziati per un accordo definitivo tra Teheran e Washington si svolgeranno nell’arco di 60 giorni. Il protocollo iniziale non rappresenta infatti una risoluzione definitiva dei nodi strutturali che dividono le due potenze, bensì l’architettura di una tregua.
Murale contro gli Stati Uniti a Teheran (Ansa).
Sul nucleare soluzione definitiva entro 60 giorni
Resta il nodo del nucleare: sulla questione dovrà essere raggiunta un’intesa definitiva entro due mesi. In caso contrario – ha detto Trump al New York Times – ha minacciato di riprendere gli attacchi militari contro Teheran oppure di fare degli Stati Uniti «i custodi del Medio Oriente» in cambio «del 20 per cento dei ricavi della regione». Il presidente Usa ha anche dichiarato di aver salvato Israele dall’annientamento nucleare, malgrado le obiezioni di Benjamin Netanyahu.
Meloni: «Pronti a inviare navi nello stretto di Hormuz»
Dopo l’annuncio dell’intesa Regno Unito, Francia, Germania e Italia si sono detti pronti a revocare alcune sanzioni contro l’Iran, che «non dovrà mai acquisire armi nucleari». Così Giorgia Meloni: «Un grazie sentito va a tutti i mediatori, e in particolare al Qatar e al Pakistan, che hanno reso possibile questa intesa. Si tratta di un’occasione di pace che va colta: l’Italia, come già in passato, è pronta a sostenere il processo diplomatico verso un accordo complessivo». E poi: «Siamo pronti, assieme agli altri partner e fermo restando la necessaria autorizzazione parlamentare, a contribuire a una presenza navale internazionale per accompagnare la piena riapertura dello stretto di Hormuz».
Nella notte abbiamo già espresso, insieme a Francia, Germania e Regno Unito, il nostro forte apprezzamento per il memorandum d’intesa siglato da Stati Uniti e Iran nelle scorse ore.
Un grazie sentito va a tutti i mediatori, e in particolare al Qatar e al Pakistan, che hanno reso…
«Ora le armi devono tacere e le divergenze in sospeso devono essere risolte con mezzi pacifici, in conformità con il diritto internazionale», ha dichiarato Antonio Costa, presidente del Consiglio Europeo. Così Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea: «È fondamentale per la stabilità regionale e l’economia globale, apre la strada a negoziati più ampi sulla pace e la sicurezza in Medio Oriente».
ההסכם של טראמפ אינו מחייב אותנו. ישראל לא כפופה לארצות הברית ואנחנו מדינה עצמאית וריבונית!
חובתנו לאזרחי ישראל לחיילי צה״ל ולעם היהודי וחובתנו ההיסטורית לנרדפים ולנרצחים היהודים באלפי שנות גלות, להעניק ביטחון ליהודים בארץ ישראל.
Israele non si ritirerà dal Libano e non si considera vincolato dalla clausola contenuta nell’accordo Usa-Iran. Questa la posizione di Tel Aviv, illustrata da Netanyahu a Trump, secondo la stampa di Israele. Il ministro per la sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha scritto su X, in effetti, che l’accordo di Trump per porre fine alla guerra con l’Iran «non vincola Israele», che è «una nazione indipendente e sovrana» e «non subordinata agli Stati Uniti». E poi: «Non dobbiamo compromettere su meno dello smantellamento di Hezbollah, non dobbiamo ritirarci da nessun territorio conquistato e ripulito dalle nostre forze dalle infrastrutture terroristiche, non dobbiamo tornare a una situazione in cui migliaia di terroristi siedono sulle recinzioni degli insediamenti del Nord, e certamente non dobbiamo tacere nemmeno per un momento di fronte a un fuoco diretto contro lo Stato di Israele».
Altra notte di attacchi russi in Ucraina, con un bilancio di almeno nove morti tra cui quattro a Kyiv e cinque a Kharkiv. Questi ultimi sono soccorritori, secondo quanto reso noto dal ministro dell’Interno ucraino Igor Klymenko su Telegram. Uno dei luoghi di culto del famoso complesso del Monastero delle Grotte di Kyiv (Kyievo-Pecherska Lavra) è in fiamme, così come è stato segnalato un incendio sul tetto della Cattedrale dell’Assunzione. Il capo dell’amministrazione militare locale Timur Tkachenko ha condannato l’attacco definendolo un «colpo diretto» contro il sito. «Chiediamo preghiere per salvare questo santuario dalla distruzione», ha dichiarato il metropolita Epifanio di Kyiv, primate della Chiesa ortodossa ucraina, denunciando l’accaduto come un «crimine contro l’umanità, la storia e il cristianesimo».
Morti anche in Russia
Almeno tre persone sono morte invece in un attacco di droni ucraini sulla città russa di Tula, a circa 200 km a sud di Mosca. Lo ha annunciato il governatore regionale Dmitry Milayev.
Sul palco brandiscono lo spray per stirare chiedendo che le donne siano valorizzate nel Merito (il nome di un famoso marchio, copyright di Laura Ravetto). Evocano la «remigrazione», all’urlo di «camerati» (la voce è di Domenico Furgiuele), e arrivano a chiedere la cancellazione del reato di femminicidio (la frase choc è del leader, Roberto Vannacci). Si potrà alleare Giorgia Meloni, prima donna presidente del Consiglio, con un partito che vorrebbe tornare a non considerare il femminicidio un reato ad hoc?
Il mio programma per le donne per Futuro Nazionale Vannacci: il MERITO Via le quote: le donne vogliono arrivare ai vertici perché sono brave non perché devono riempire una casella prevista per legge! pic.twitter.com/HaT99wZHMt
La frase choc sul femminicidio e la risposta di Bongiorno
Vannacci chiude l’assemblea costituente del suo partito, nato a febbraio davanti a un notaio. Futuro Nazionale ora ha un presidente (il generale stesso, in carica per tre anni), un’assemblea nazionale di 120 componenti, un esecutivo e truppe in tutta Italia. E nel giorno del debutto, il leader sale sul ring. E dall’Auditorium della Conciliazione tira fendenti e non fa sconti a nessuno. Ma quella che più fa discutere è la frase su un’emergenza come il femminicidio. Il reato introdotto in Italia un anno fa è «un’assurdità» perché «è un omicidio come tutti gli altri», sostiene il fondatore di FnV, convinto che non sia il genere della vittima a poter definire un delitto. «Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità», argomenta. E messo alle strette dai cronisti, è definitivo: «Il femminicidio non esiste».
Il centrodestra affida la difesa a Giulia Bongiorno, avvocato e senatrice della Lega. «Il punto non è che la morte di una donna ‘pesa’ più di quella di un uomo, ma la gravità della spinta che porta a uccidere una donna per odio o disprezzo, ritenendola un essere inferiore», puntualizza Bongiorno, promotrice del codice rosso e anche relatrice del disegno di legge che ha introdotto il reato di femminicidio nel codice penale. «Ecco perché la critica del leader di Futuro Nazionale è totalmente fuorviante», sottolinea. «Spero non ci sia nostalgia per il reato previsto fino al 1981, quando venivano concesse attenuanti a chi uccideva una donna per causa d’onore».
Giulia Bongiorno (Imagoeconomica).
Il primo affondo della premier contro FvN
La sala dell’Auditorium a due passi dal Vaticano dove si svolge l’assemblea di FnV è affollatissima e applauditissimi sono stati i discorsi più controversi. Così come da diversi mesi sono sold out tutti gli eventi organizzati dal generale. «Io non voglio fare implodere il centrodestra», assicura lui. «Le alleanze si fanno prima delle elezioni, ho delle linee rosse e non sono disposto a negoziarle», aggiunge. Deciderà tutto Meloni, è il refrain ripetuto dal centrodestra. Giovedì alla Camera, per la prima volta la premier si è espressa sul tema. La leader di FdI ha rotto il silenzio attorno al quale aveva finora congelato il nodo Vannacci ed è andata all’attacco in un’occasione di primissimo piano (in Aula nel corso delle comunicazioni in vista del Consiglio europeo). «Per sei volte avete votato contro la fiducia a questo governo, insieme a Schlein, Conte e Renzi», ha detto rivolgendosi ai deputati di FnV. «Votare contro la fiducia significa votare per mandare a casa il governo. E fare quello che serve alla sinistra non è mai difendere l’interesse nazionale». Un affondo inedito proprio alla vigilia dell’assemblea costituente di FnV.
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
La vera preoccupazione della premier è Salvini
Ma non è all’Auditorium della Conciliazione che pensava Meloni mentre pronunciava il suo discorso. O forse sì, ma solo in minima parte. Il vero nodo che angustia la premier è il caos interno in casa leghista. L’attacco a Vannacci è parso a molti più una mossa a tutela degli ex lumbard che faticano a trovare una intesa sul rilancio del partito. In particolare le difficoltà del vicepremier Matteo Salvini, che ha ‘creato’ il fenomeno Vannacci, sono sotto gli occhi di tutti. E la premier è seriamente preoccupata dell’impatto che un sorpasso di FnV sulla Lega potrebbe causare nel partito di Salvini, che è in una fase di grande stallo bloccato da protagonismi e veti incrociatitra l’ala nordista guidata dei governatori eda Luca Zaia, e i sudisti guidati dal vicesegretario Claudio Durigon.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
L’incognita Futuro Nazionale e lo scetticismo di FdI
In Fratelli d’Italia poi si guarda con estremo scetticismo al boom di Vannacci nei sondaggi. «Il 4,8 per cento è tanto, noi ci abbiamo messo 10 anni ad arrivarci», è il ragionamento di chi frequenta Meloni. Un conto però sono gli incontri elettorali, un conto è mettere una croce e infilare la scheda nell’urna. Non che Meloni abbia avuto un ruolo marginale nel gestire la vicenda dell’uscita di Vannacci dalla Lega. Anzi, come L43 ha raccontato a inizio anno, sarebbe stata proprio la leader di FdI a spingere un Salvini recalcitrante a cercare un chiarimento con il generale. Fondare un partito dal nulla, un anno prima delle elezioni, comporta molti rischi, andava ripetendo, tra i corridoi di Montecitorio, il responsabile organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli. Un anno in politica è un’era geologica, succede di tutto, queste operazioni funzionano se fatte come blitz, ragionava l’esponente meloniano. In un anno il rischio è che il fenomeno si sgonfi, continuava, sicuro che l’operazione di ‘scollamento’ da Vannacci potesse alla lunga favorire il centrodestra. Chissà se invece avere tutto questo tempo davanti non servirà al generale per crescere ancora e provare a radicarsi sul territorio. Chi frequenta le stanze della premier intanto scodella numeri. L’ultima elezione che Vannacci ha gestito per la Lega era il voto regionale toscano nel 2025 e il partito si è fermato al 3,6 per cento. Certo bisognerebbe anche ricordare le 538.938 preferenze ottenute alle Europee dell’anno precedente. Intanto il ‘duello’ con Meloni è iniziato.
Giorgia Meloni e Giovanni Donzelli (Imagoeconomica).
Gli allenatori scarsi hanno un trucco. Partita complicata? Palla lunga in tribuna. Non segni, ma intanto passa il tempo e nessuno ti chiede come stavi giocando. La politica energetica italiana fa così da vent’anni. Oggi la palla si chiama nucleare. Tutti pazzi per l’atomo. In televisione, sui social, nei convegni. Solo che la cura si materializzerà, forse, nel 2035. E la bolletta – la più cara d’Europa – arriva invece alla fine di ogni mese.
I soldi buttati col Superbonus
Il Superbonusci è costato 172 miliardi. Più o meno come tutto il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Un terzo delle pratiche è risultato irregolare. E nel 2026 pesa sul debito per 40 miliardi tondi. La premier Giorgia Meloni si lamenta, e ha ragione: il buco l’ha ereditato. Però quel bonus fu votato, in varie fasi, da quasi tutto il parlamento. E anche Fratelli d’Italia, quando non era al governo, spinse per estendere scadenze e platea dei beneficiari. L’unico che lo bocciò sul serio fu l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi: «Ha triplicato i prezzi», disse, perché quando paga lo Stato nessuno tratta più. Profeta inascoltato. È andato avanti uguale.
Facciate rifatte con i soldi del Superbonus (foto Ansa).
E le rinnovabili? Nel cassetto
Mentre piange sui 40 miliardi, lo Stato non ha investito quasi nulla per il sole e il vento. La Corte dei conti l’ha scritto: dei fondi verdi del Pnrr, tolti i bonus, ne abbiamo spesi il 14,7 per cento. Sul resto si dorme. Le comunità energetiche? Fondi tagliati del 64 per cento. Le regole nuove? Servono a dire no: il decreto sulle “aree idonee” permette alle Regioni di bocciare quasi ovunque.
Inaugurazione del primo sistema solare galleggiante realizzato da Enel, nel 2025 a Venaus, Torino (foto Ansa).
E i famosi «14 miliardi per l’energia» sbandierati a giugno 2026? Spoiler: non sono soldi. Sono il permesso di fare più debito senza che l’Europa ci rimproveri. Tradotto: ci hanno dato il via libera a spendere, e noi festeggiamo in conferenza stampa come se avessimo vinto alla lotteria. Spendere bene, però, è un’altra cosa. E quella, per ora, non si vede.
La grande idea del governo: il voucher benzina
Qual è stata, infatti, la grande idea del governo contro il caro-energia? Il voucher benzina. Cioè 100 euro per fare il pieno. Mentre il resto d’Europa investe per dipendere meno dai fossili, noi pensavamo di regalare soldi per comprarne di più. È come curare la sbornia con un altro giro di shot. Per fortuna è saltato: l’ha bloccato la Lega. A volte ci salva l’incapacità di mettersi d’accordo.
Il voucher benzina era un’idea del governo, poi affossata (foto Ansa).
Le crociate contro le pale eoliche
E appena spunta una pala eolica, parte la crociata. A Orvieto contro lo stesso parco si sono schierati Vittorio Sgarbi e Fiorello. Popolo curioso, il nostro: il paesaggio diventa sacro solo se a comparire è energia pulita. Le autostrade, i capannoni, i tralicci: quelli no, fanno parte del folklore. La Francia, che di bellezza s’intende, le pale le ha messe ovunque. Noi facciamo gli esteti e paghiamo il gas.
Il guaio è uno: costano cifre da capogiro. L’unico progetto serio arrivato in Occidente, l’americano NuScale, l’hanno cancellato nel 2023 perché il conto era esploso: prezzo da 58 a 89 dollari a megawattora, costo da 5,3 a 9,3 miliardi. In soldoni: costa oltre 10 volte in più rispetto a un campo solare, e l’energia che sforna costa il doppio di quella del sole. E parliamo del migliore, prima che chiudesse baracca.
La fusione «verso il 2050»: siamo a cavallo
I tempi, poi, sono comici. I primi reattori italiani, nella migliore delle ipotesi, sono destinati ad arrivare nel 2035. La fusione «verso il 2050». Cioè: la soluzione per i nostri nipoti, la bolletta per noi. E la filiera? Non esiste. Dovremmo ricostruirla da zero, esattamente la situazione che fa lievitare i costi del primo esemplare. La stessa che ha affondato gli americani. Ma noi siamo ottimisti per natura…
Persino la Finlandia ha fatto lievitare costi e tempi
Un esempio europeo? La Finlandia. Che possiede l’ultimo reattore acceso nel continente, Olkiluoto 3. Cantiere aperto nel 2005, doveva costare 3 miliardi ed essere pronto nel 2009. È entrato in funzione nel 2023: cioè 14 anni dopo, a 11 miliardi. Quasi quattro volte il preventivo. E tra l’altro la Finlandia è il Paese più serio e organizzato che esista in materia. Loro. Figuriamoci noi, che il nucleare l’abbiamo spento nel 1987, grazie al referendum abrogativo sull’onda emotiva del disastro di Chernobyl, e da allora non avvitiamo un bullone.
Dove mettiamo le scorie?
Poi ci sono le scorie. Non durano mille anni: ne durano decine di migliaia. Al mondo non c’è un solo deposito definitivo acceso con questo tipo di funzione. La più avanti è – di nuovo lei – la Finlandia, con Onkalo: e nemmeno quello è ancora in funzione. Da noi? Ci sono 51 aree definite «idonee», ma zero candidature. In tutto si tratta di 32 mila metri cubi già parcheggiati in giro per l’Italia, anche se la soluzione è rinviata a «non prima del 2050». Insomma, vogliamo fabbricare scorie nuove prima di sapere dove mettere le vecchie.
La soluzione ce l’abbiamo già in mano
Gli altri, intanto, corrono. La Spagna è al 56 per cento di rinnovabili, la Germania oltre il 60 per cento. Noi fermi al 41, con la corrente più cara. Scelte opposte sull’atomo – Berlino l’ha spento, Madrid lo spegne – ma una cosa in comune: hanno deciso e fatto. Gli spagnoli, da soli, mettono 10 gigawatt di rinnovabili l’anno e oggi hanno l’elettricità all’ingrosso tra le più economiche del continente. Noi annunciamo, rinviamo, e poi ci stupiamo della bolletta.
Eppure la soluzione ce l’abbiamo già in mano. Il sole e il vento. Costano meno, si montano in mesi e non in decenni, e non lasciano in regalo nulla di radioattivo ai pronipoti. Gli accumuli e le reti intelligenti tengono insieme il sistema anche quando non c’è vento, e lo fanno adesso, non nel 2040. Manca una sola cosa: la voglia di farlo.
Non è tifo, tra atomo sì o atomo no. Un giorno il nucleare potrà servire. Ma non può essere l’ennesima scusa per non fare oggi ciò che già conviene. Basta sparare la palla in tribuna. Una volta tanto giochiamola, questa benedetta partita.
Il termine bottegai ha poco di elegante. Nel circolo Pickwick di Dickens, ai commercianti era vietato l’ingresso e lo “spirito di bottega” è stato sino a tempi recenti sinonimo di chiusura mentale e interesse esclusivo al tornaconto personale.
Ora rimpiangiamo il fruttivendolo all’angolo
Oggi le botteghe (artigianali) sopravvivono solo nella pubblicità dei brand del fashion. Però è noto che la storia spesso si tinge di rimpianto. Magari proprio per ciò che a lungo disdegnato viene improvvisamente rivalutato. Con i bottegai non siamo ancora a questo punto, ma ci siamo molto vicini. Perché la desertificazione commerciale è ormai un dato di fatto.
È iniziata nell’ultimo decennio del secolo scorso con la moltiplicazione incontrollata dei centri commerciali. Ma ora è Amazon che sta dando il colpo di grazia al commercio di prossimità. Tutto ciò con la responsabilità della classe politica e delle associazioni di categoria incapaci di interpretare le profonde trasformazioni economiche e sociali originate da internet e poi delle piattaforme. Così ora ci troviamo a rimpiangere il negozio sotto casa, il fruttivendolo all’angolo e il fornaio della piazza. Come implicitamente suggerisce la proposta di legge di iniziativa popolare lanciata da Confesercenti e sulla quale sono assolutamente d’accordo, anche se temo sia tardi. Perché, al di là degli aspetti economici che pure sono il cuore del problema, ovvero la sostenibilità delle piccole imprese familiari, ci sono da affrontare questioni sociali e culturali forse più importanti.
La vetrina abbassata di un negozio storico (Ansa).
La scomparsa dei bar e l’impoverimento del tessuto sociale
La volta scorsa ho scritto della scomparsa di bar e caffè e segnalato come il venire meno di questi luoghi sia un danno rilevante per il sistema della socialità e convivialità che tiene assieme le comunità, allargando i confini della famiglia e degli amici. In Italia negli ultimi 10 anni sono stati chiusi 21 mila bar e caffè e il fenomeno ha riguardato soprattutto i piccoli centri, i territori marginali che già scontavano una povertà di relazioni sociali. Sono invece 156 mila i punti vendita del commercio al dettaglio e ambulante scomparsi tra il 2012 e il 2025. Questa la cifra, che rappresenta oltre un quarto del totale, emersa nell’ambito del rapporto “Città e demografia d’impresa” condotto dall’Ufficio Studi di Confcommercio su 122 città italiane, tra cui 107 capoluoghi di provincia e 15 comuni non capoluogo ma tra i più popolosi del nostro Paese. Senza addentrarci in analisi specifiche, mi limiterò a sottolineare che bar e negozi sono per eccellenza i luoghi nei quali le persone entrano in contatto, sia pure per brevi attimi e casualmente, con sconosciuti o persone che appena si conoscono.
Ci si vede, magari ci si tocca (una stretta di mano, una pacca sulla spalla), si scambiano due chiacchiere sul tempo che fa o farà, si commenta il fatto del giorno. Insomma niente di speciale, ma qualcosa di molto prezioso per il nostro umore del momento, per il nostro sentirci meno soli e in sintonia con l’ambiente esterno.
Foto di Yasin Aribuga via Unsplash.
L’importanza dei legami deboli
Questa socialità minore ma essenziale per la tenuta dei legami sociali trova la sua espressione nei “legami deboli”, teorizzati dal sociologo Mark Granovetter e intesi come “funzioni ponte” che uniscono e collegano cerchie sociali differenti e attraverso scambi di notizie, idee e suggerimenti arricchiscono il capitale socialedegli individui. Ovviamente i legami deboli non sono una prerogativa esclusiva di bar e negozi, però ne sono una componente rilevante.
Si può senz’altro affermare che la loro rarefazione, che non dà segni di rallentamento, è una delle principali cause della spoliticizzazionedello spazio pubblico, così come della vita quotidiana delle persone. Un fenomeno segnato anche dalla scomparsa, nell’ultimo trentennio, delle sezioni di partito e dalla progressiva crisi degli oratori, che hanno comportato anche una crescente incomunicabilità fra giovani e adulti, essendo stati a partire dal Secondo Dopoguerra due luoghi topici per la socializzazione e per la formazione di un civismo responsabile.
Ogni anno perdiamo più di 120 mila parole
L’afasia sociale che stiamo vivendo e scontando è stata ed è anche un’afasia comunicativa. Nel senso che ci siamo mangiati letteralmente le parole, non servono più per comunicare, non le usiamo più. Per la semplice e drammatica ragione che non abbiamo più o abbiamo sempre meno i luoghi e le occasioni per farlo. Secondo una recente ricerca della rivista scientifica Perspectives on Psychological Science, tra il 2005 e il 2019 nei Paesi occidentali abbiamo pronunciato in media 338 parole in meno al giorno rispetto all’anno precedente: siamo passati da 16 mila parole al giorno nel 2005 alle 12.700 nel 2019, per un totale di 120 mila parole sottratte in un anno alle nostre conversazioni quotidiane. Trecentotrentotto parole in un giorno possono sembrare poca cosa. Non abbiamo infatti perso le conversazioni più lunghe che ci capitano in una giornata, ma le parole sparse in tanti brevi e occasionali scambi quotidiani. Convenevoli casuali, fatti di brevi momenti che si accumulano, anche se ora si sta accumulando anche la loro assenza.
Foto di Matt Quinn via Unsplash.
Una vera chiacchiera ci salverà
Riccarda Zezza, sul settimanale Vita, ha messo in fila le tante occasioni e parole che negli ultimi anni si sono perse, impoverendo i legami sociali e riducendo le occasioni di conversazione, le possibilità di dialogo e la spontaneità nelle interazioni. «La chiacchiera con il barista, ogni mattina, al banco. Il barista che sa come prendi il caffè, ti chiede come è andata la settimana. Oggi ordini su un’app, paghi col telefono, prendi e vai». Il tragitto in macchina con i figli. «Portarli a scuola era 20 minuti di conversazione quasi obbligatoria […]. Oggi molti si mettono le cuffie, così quel viaggio è diventato silenzioso». La telefonata al posto del messaggio. «C’è stato un momento in cui chiamare qualcuno senza preavviso era normale e non era scortese. Oggi si manda un messaggio per chiedere se si può chiamare».
Per concludere quelle 338 parole che si perdono ogni giorno possiamo considerarle l’unità di misura dell’attuale povertà sociale e relazionale. Ma anche il silenzioso e insieme potente invito a smettere di messaggiare e inviare vocali e ricominciare invece a parlarci faccia a faccia. Ritrovarci a fare due chiacchiere al bar e dal barbiere, tra un «oggi come va?» dal salumiere e un «sua moglie come sta?» dal panettiere.
Insomma a riprenderci quelle parole che, pur richiedendo limitati investimenti emotivi e di tempo, ci permettono di mantenere una rete ampia di conoscenze, in grado di alimentare le dinamiche e la mobilità sociale.
Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma, attualmente in carcere a Rebibbia per una condanna per traffico di influenze, tornerà libero il prossimo 24 giugno. Il tribunale di Sorveglianza di Roma ha rigettato il reclamo del Dap, Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, contro la riduzione di pena per le condizioni inumane di detenzione. In questi anni l’ex ministro delle Politiche agricole ha raccontato regolarmente l’inferno carcerario italiano nel suo diario dal carcere pubblicato sul suo account Facebook. Un memoir in corso d’opera che ha contribuito a diffondere, in virtù della notorietà di Alemanno, lo stato di salute degli istituti di pena in Italia, sempre più sovraffollati e carichi di morte (27 i suicidi in carcere dall’inizio del 2026; l’anno scorso furono 80 e l’anno prima 91, cifra record).
Il Presidente della Camera, Lorenzo Fontana con Gianni Alemanno durante una visita nel carcere di Rebibbia (Ansa).
La lettera dei compagni di Rebibbia
I suoi compagni di Rebibbia gli hanno anche scritto una lettera per salutarlo e ringraziarlo: «Vogliamo farti un augurio speciale affinché tu, appena libero, possa riabbracciare i tuoi cari e dedicarti a quello che sai fare meglio, cioè la politica», scrivono. «Hai dimostrato in questa valle di lacrime che i diritti umani non hanno colore politico e sono al di sopra di tutto. Noi che non vedevamo di buon occhio la politica, grazie a te ci siamo potuti appassionare alla materia, lo abbiamo fatto perché eri come noi, ma in più avevi quella ‘cazzimma’ per far conoscere il carcere e le persone che lo abitano. Ci hai fatto capire che la politica è lo studio di fatti e di idee e in questa tua detenzione di fatti e di idee ne hai potuto studiare tanti, per poi trasformarli in battaglie civili».
I numeri di Antigone sul sovraffollamento carcerario
Chissà se dopo il 24 giugno Alemanno continuerà a raccontare che cos’è il carcere in Italia al tempo del governo Meloni. Nemmeno l’amico Ignazio La Russa ha potuto fare alcunché, i suoi appelli d’altronde sono rimasti inascoltati. Lo testimoniano anche i numeri più recenti, registrati da Antigone. «La popolazione detenuta continua ancora a crescere. E d’altronde, in assenza di qualunque intervento utile, perché mai questa crescita dovrebbe fermarsi?», si chiede l’associazione presieduta da Patrizio Gonnella. «Il carcere, oggi, è fuori dalla legalità costituzionale». Al 31 maggio 2026 i presenti erano 64.741, 305 in più di un mese fa, 1.980 in più di un anno fa. Con un tasso di crescita come quello degli ultimi 12 mesi supereremo quota 66 mila per la fine del 2026, ma con il tasso di crescita degli ultimi cinque mesi ci arriveremo ancora prima. «I numeri della condanna Torreggiani sono sempre più vicini», osserva Antigone.
Detenuto in carcere (Imagoeconomica).
A fine maggio le donne erano 2.881, il 4,5 per cento dei presenti, e gli stranieri 20.350, il 31,4 per cento. «Da segnalare il fatto che nell’ultimo anno, se gli stranieri sono cresciuti del 2,7 per cento, dunque meno della crescita della media della popolazione detenuta, che è complessivamente aumentata del 3,2 per cento, nello stesso periodo le sole donne detenute sono aumentate del 5,3 per cento». Il dato, storicamente sostanzialmente stabile, della presenza femminile all’interno della popolazione detenuta, negli ultimi 12 mesi ha mostrato una leggera crescita. A livello regionale, la crescita di presenze più alta nell’ultimo anno si è registrata in Abruzzo (+14,9 per cento), nel Trentino-Alto Adige (+14 per cento) e nelle Marche (+11,2 per cento). I posti effettivamente disponibili alla stessa data erano 46.320 (390 in meno di 12 mesi fa) e dunque il tasso medio di affollamento nazionale raggiunge il 139,8 per cento. Gli istituti più sovraffollati sono Lucca (259 per cento), Foggia (220 per cento), Grosseto (213 per cento), Milano San Vittore (212 per cento), Brescia Canton Monbello (210 per cento), Busto Arsizio (206 per cento), Varese (204 per cento), Lodi (202 per cento), Taranto (200 per cento).
L’istituto penitenziario minorile Fornelli di Bari (Imagoeconomica).
I bambini in prigione con le madri sono saliti a 30
«Con il crescere del sovraffollamento continua a crescere il numero di persone sottoposte a trattamenti inumani e degradanti. Oltre 6.500 ricorsi sono stati accolti nel 2025 e, con l’aumento della popolazione detenuta, è facile presumere che nel 2026 saranno ancora di più», sottolinea Antigone. L’inciviltà delle carceri italiane è testimoniata da dati terribili come questi appena citati. Ma ce n’è uno che è più terribile di altri, quello sui bambini in prigionecon le loro madri: sono 30, al momento. Erano anni che non si registravano numeri così alti. Nel 2025 erano 11. «Si tratta di un effetto diretto del decreto sicurezza, che ha cancellato il rinvio obbligatorio della pena per le donne incinte o con figli piccoli», dice Antigone. «Come se la sicurezza del Paese passasse da una manciata di donne. Da anni in Italia una legge prevede la costruzione di case famiglia dove far scontare la pena, evitando così che bambini piccoli debbano iniziare la loro vita dentro un carcere. Ma è una legge senza finanziamenti e senza nessun impegno obbligatorio». Alemanno, grazie al governo Meloni, avrà di che scrivere anche dopo il 24 giugno.
Alberto Stasi esce dal carcere e ottiene l’affidamento in prova ai servizi sociali. Lo ha deciso il Tribunale di Sorveglianza di Milano accogliendo l’istanza della difesa, su cui la procura generale aveva dato parere favorevole. L’unico condannato per il delitto di Garlasco era in regime di semilibertà. La concessione dell’affidamento in prova non è collegata con l’eventuale procedimento di revisione del processo a carico di Stasi, per cui la difesa presenterà istanza.
L’agenzia francese per la sicurezza informatica Viginum ha accusato la società tecnologica israeliana BlackCore, con sede a Tel Aviv e specializzata in cybersecurity, di aver interferito in tornate elettorali che si sono tenute in Francia, ma anche in Scozia, a New York e persino in Angola e Togo. BlackCore, in particolare, avrebbe perso di mira alcuni candidati ideologicamente vicini alla causa palestinese, come Zohran Mamdani poi eletto sindaco della Grande Mela.
Zohran Mamdani (Ansa).
Le inteferenze elettorali di BlackCore
In Francia l’azienda israeliana è stata accusata di aver messo in piedi diffamatoria online contro tre candidati di La France Insoumise, notoriamente pro-Pal. Nel tentativo di deviare le elezioni, BlackCore avrebbe diffuso dati sensibili dei candidati, oltre a pubblicare false accuse di aggressione sessuale. In Scozia, tramite vari account social, ci sarebbero state interferenze volte a danneggiare il primo ministro John Swinney – che a più riprese ha criticato Benjamin Netanyahu -, il Partito Nazionale Scozzese e il governo di Edimburgo. Come detto, a New York le operazioni di BlackCore si sarebbero concentrate contro Mamdani, che poi è diventato il primo sindaco musulmano della città. I dettagli delle presunte operazioni di BlackCore in Africa non sono ancora stati diffusi.
John Swinney (Ansa).
Non è ancora chiaro chi ci sia dietro BlackCore
Reuters, che in passato si era già occupata di BlackCore, spiega che la società ha cancellato il sito web dopo essere stata contattata dai giornalisti dell’agenzia e che non ha risposto alle richieste di commento. Il capo di Viginum, Marc-Antoine Brillant, ha dichiarato che non è ancora chiaro chi abbia incaricato BlackCore di interferire in Francia e in altri Paesi. L’ambasciata israeliana a Parigi, da parte sua, ha affermato di attendere i dettagli dell’inchiesta transalpina prima di avviare una propria indagine.
Gli Stati Uniti stanno pianificando un netto taglio del numero di caccia e navi militari a disposizione delle operazioni Nato in Europa. Lo scrive il New York Times, spiegando che tale intenzione è stata comunicata agli alleati all’inizio di giugno. La sforbiciata da parte del Pentagono prevederebbe la riduzione da 150 a 100 degli F-16 e degli F-15E in territorio europeo. Verrebbero inoltre ridotti da 26 a 15 degli aerei da ricognizione. In più ci sarebbe il ritiro di tutti e otto gli aerei cisterna e il ricollocamento di un sottomarino lanciamissili, di una portaerei e di «diverse navi da guerra», spiega il Nyt citando due alti funzionari europei.
La Nato è già al lavoro per compensare le riduzioni Usa
La Nato «è già al lavoro» per compensare il taglio delle capacità Usa al suo modello forze, ovvero il «quadro generale per la messa a disposizione delle forze nazionali all’Alleanza». Lo ha detto all’Ansa una fonte diplomatica, spiegando che un piano completo «non è ancora pronto»: questo perché Washington ha comunicato da poco l’entità delle riduzioni. Rimpiazzare i caccia allocati all’Europa non viene definito «problematico», mentre per altre capacità la compensazione si potrebbe rivelare più difficoltosa.
«Le condizioni che l’Iran ha fatto trapelare ai media sono delle fake news che non hanno nulla a che fare con i termini concordati per iscritto. Ciò che hanno dichiarato — inclusa la loro debole e patetica affermazione sull’esistenza di un accordo — non ha alcun riscontro nella realtà». Lo ha scritto Donald Trump sul suo social Truth, dopo che nelle ultime ore erano trapelate notizie sulla possibile firma di un memorandum nel fine settimana. «Sono persone estremamente sleali con cui trattare. Con loro, la buona fede è un concetto inesistente». E ancora: «L’attacco con droni della scorsa notte contro navi indiane in uscita dallo Stretto di Hormuz — attacco che è stato completamente respinto — è assolutamente inaccettabile. L’Iran farebbe meglio a rimettersi in riga, e in fretta».
L’Eliseo ha annunciato data e luogo di quello che sarà il primo bilaterale tra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni, oltre che il primo tra Francia e Italia dopo quello di Napoli di febbraio 2020. Il vertice intergovernativo si terrà il 25 giugno ad Antibes, in Costa Azzurra. Il summit, spiega Parigi, «permetterà di approfondire la cooperazione franco-italiana in molti settori strategici, in particolare la difesa, lo spazio, l’energia e le infrastrutture». Si tratterà, peraltro, del primo incontro di questo formato dall’entrata in vigore del Trattato del Quirinale, firmato nel 2021. Il vertice riunirà nove ministri per ciascun Paese e comprenderà anche un forum economico a Le Cannet, nonché sessioni ministeriali, tra cui una visita – a Cannes – alla sede dell’azienda franco-italiana Thales Alenia Space.
Giorgia Meloni e Emmanuel Macron (Imagoeconomica).
Politico è certamente una testata autorevole. E fa parte di quella ristretta cerchia di brand giornalistici che conferisce credibilità a indiscrezioni o analisi: è un po’ come quando si citano l’Economist, il Financial Times, The Athletic o il Wall Street Journal, la propria aura aumenta a dismisura, a prescindere. Bene, tra pochi mesi anche le élite italiane potranno animare i pranzi e le cene snocciolando le news lette sull’edizione nazionale di Politico.
Dopo il lancio delle edizioni britannica, francese, tedesca e quella europea da Bruxelles, infatti, Axel Springer, editore di Politico, si appresta a debuttare in Spagna, da settembre. E poi, a seguire, toccherà all’Italia.
Riavvolgiamo il nastro, giusto per capire di cosa stiamo parlando: Politico è una piattaforma di produzione di contenuti editoriali, principalmente di politica, fondata nel 2007 da Robert Albritton negli Stati Uniti. Nel 2015 ha debuttato in Europa in joint venture con la tedesca Axel Springer. Nel 2017 il fondatore e direttore, Albritton, ha lasciato l’azienda. E a fine ottobre 2021 il gruppo editoriale tedesco Axel Springer ha comprato tutto Politico, pagando oltre un miliardo di dollari.
Robert Albritton nel 2017 (foto Ansa).
Piattaforma redditizia, con un giro d’affari di circa 250 milioni di dollari all’anno
La testata ha piedi e mente ben saldi in Occidente, supportando, nella sua linea editoriale, l’Europa unita, l’alleanza tra Usa e Ue, l’economia di mercato. E la piattaforma Politico è anche piuttosto redditizia, con un giro d’affari di circa 250 milioni di dollari all’anno e una marginalità attorno al 20 per cento, grazie agli incassi da abbonamenti.
Il sito europeo di Politico.
Come detto, sta per arrivare una versione italiana di Politico, tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, con una redazione di poche persone (si parla di 4-5 al massimo) molto capaci e introdotte.
Va tuttavia sottolineato che le recenti esperienze di Axel Springer in Italia in campo news non sono proprio andate benissimo. L’editore tedesco, dopo aver comprato la testata Business Insider nel 2015, nel 2016 lanciò Business Insider Italia in accordo col gruppo Gedi (la Repubblica, La Stampa, eccetera). Ma l’iniziativa, purtroppo, non è mai decollata, fino alla chiusura del sito italiano, dal primo giugno del 2021.
Mathias Döpfner, ceo di Axel Springer (foto Imagoeconomica).
La chiusura di Upday e un sistema quasi interamente basato sull’IA
La stessa Axel Springer ha poi lanciato Upday, una piattaforma di aggregazione di notizie per smartphone sviluppata in collaborazione con Samsung. Pure in questo caso, però, l’operazione ha subito ridimensionamenti e trasformazioni, tanto che nella seconda metà del 2023 è stata chiusa la redazione di Milano dove lavorava un manipolo di giornalisti, avviando una transizione per trasformare la piattaforma in un sistema quasi interamente basato sull’intelligenza artificiale.
Playbook, una newsletter con un target molto specializzato
Adesso, nel presentare l’iniziativa di Politico in Spagna, i vertici di Axel Springer hanno sottolineato come si partirà con Playbook, una newsletter quotidiana distribuita via email ogni mattina e rivolta a chi lavora in politica e a un target molto specializzato. Un format lanciato 10 anni fa a Bruxelles e successivamente esteso al Regno Unito, a Parigi e a Berlino.
Il logo dell’editore tedesco Axel Springer (foto Imagoeconomica).
Politico «non è una pubblicazione di destra, di sinistra o di centro», e le sue espansioni in Europa mirano «solo a rafforzare la copertura informativa da una prospettiva non ideologica», spiegano dai vertici. «La testata non intende esprimere giudizi e mantiene comunque una posizione critica nei confronti dei governi quando ritiene che non agiscano in modo appropriato». Come andrà a finire in Italia?
Il gup Roma ha rinviato a giudizio Denis Verdini, coinvolto nelle indagini sulle commesse in Anas. Il reato contestato all’ex parlamentare è corruzione. Il processo che vedrà alla sbarra il “suocero” di Matteo Salvini (il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti è il compagno della figlia Francesca) inizierà il 16 settembre. Il giudice dell’udienza preliminare ha inoltre dato il via libera al patteggiamento – in continuazione – a 2 anni e 10 mesi per il figlio di Verdini, Tommaso. Uno dei manager imputati, Domenico Petruzzelli, è stato invece condannato in abbreviato a un anno e 4 mesi e assolto dall’accusa di turbativa d’asta.
Le commesse Anas e l’attività di lobbying dei Verdini
L’inchiesta che ha portato al rinvio a giudizio di Verdini riguarda presunti illeciti negli appalti Anas (tra cui una commessa di 180 milioni di euro per il risanamento di gallerie) e tra i reati contestati c’è, appunto, anche la corruzione. L’ex parlamentare e il figlio sarebbero stati al centro di un sistema illecito messo su attraverso la società di lobbying Inver. Nel corso delle indagini è venuto alla luce che Verdini intratteneva rapporti telefonici regolari, attività non consentita dalla sua situazione di arresti domiciliari.
Condannato per altre vicende, Verdini è già ai domiciliari
Verdini è già stato condannato in via definitiva a 6 anni per bancarotta nelle vicende del Credito Cooperativo Fiorentino, a 5 anni e 6 mesi per il fallimento della Società Toscana Edizioni e a 3 anni e 10 mesi per il fallimento di un’impresa edile di Campi Bisenzio (Firenze), condanne che sta scontando nel carcere di Sollicciano. Gli erano stati concessi i domiciliari, poi revocati a fine 2025 dal tribunale di sorveglianza di Firenze: aveva violato tre volte la misura detentiva partecipando a cene con politici e manager a Roma, utilizzando come scusa supposte visite dal suo dentista nella Capitale.