Acea partecipa alla European water academy in qualità di primo champion. Il Gruppo ha accolto con favore questa importante iniziativa della Commissione europea, sviluppata nell’ambito della European water resilience strategy, ed è onorata di contribuire all’academy fin dalla sua primissima fase. Crede fermamente che il rafforzamento delle conoscenze, delle competenze e delle capacità professionali sia essenziale per affrontare le sfide del settore idrico europeo e per sostenere la transizione verso servizi idrici più resilienti, sostenibili e innovativi. In qualità di principale operatore di infrastrutture idriche in Italia, Acea investe da tempo nell’istruzione, nella formazione professionale e nel trasferimento di competenze. Attraverso i propri programmi di formazione aziendale e le collaborazioni con università, business school ed enti di ricerca, l’azienda promuove lo sviluppo continuo di competenze tecniche, gestionali e di leadership lungo l’intera catena del valore dell’acqua.
Enrico Pezzoli (Acea).
I percorsi offerti da Acea
Nell’ambito della European water academy, Acea è lieta di contribuire con le seguenti attività di sviluppo delle competenze:
Executive master in Water management(italiano e Inglese): un programma executive sviluppato con 24Ore Business school, pensato per professionisti del settore idrico, manager e specialisti tecnici, focalizzato su servizi idrici integrati, sostenibilità, trasformazione digitale, innovazione, gestione degli asset ed evoluzioni normative. A partire da gennaio 2027.
Learning path: water treatment, water quality and environmental sustainability (italiano): un programma di formazione tecnica per formatori interni ed esperti di materia sui temi del trattamento delle acque, della qualità dell’acqua, della sostenibilità ambientale, dell’economia circolare e dei contaminanti emergenti. A partire da gennaio 2027.
Learning path: water networks, infrastructure and operational excellence (italiano): un programma dedicato alla gestione delle infrastrutture idriche, all’asset management, all’eccellenza operativa e alla qualità del servizio, rivolto a istruttori interni ed esperti tecnici. A partire da gennaio 2027.
Le forme dell’acqua (italiano): una serie di cicli formativi multidisciplinari che riunisce esperti internazionali e professionisti Acea per esplorare gli aspetti strategici, ambientali, tecnologici e normativi del settore idrico. Il programma si svolgerà da settembre 2026 a luglio 2027.
Water education(italiano): un’iniziativa educativa volta a promuovere la consapevolezza e la sostenibilità idrica tra gli studenti delle scuole superiori attraverso contenuti di e-learning e il coinvolgimento degli esperti Acea. Il programma prenderà il via a gennaio 2027.
Post-graduate Water education (Italiano) :attività a supporto di studenti post-laurea e dottorandi attraverso progetti di tesi, tirocini di ricerca e collaborazioni con università e programmi di ricerca. L’iniziativa è attualmente in corso.
Il gip di Milano ha ordinato l’arresto e la custodia cautelare in carcere per l’imprenditore Ciro Di Meglio e Luca Carleo, rispettivamente amministratore delegato e direttore generale di Ops, conglomerato di società quotate a Piazza Affari. I due sono sospettati di aver messo in piedi, con la complicità di 33 persone, una frode finanziaria da circa 30 milioni di euro. Il provvedimento, accompagnato da altre otto misure interdittive, è stato emesso dopo gli interrogatori preventivi che si sono svolti negli scorsi giorni: Di Meglio e Carleo, entrambi dimissionari da inizio agosto, avevano scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere.
Luca Carleo (Instagram).
Di cosa sono accusati Di Meglio e Carleo
Le persone iscritte nel registro sono in tutto 35, indagate a vario titolo di manipolazione del mercato, ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità di vigilanza, false comunicazioni sociali per le società quotate, formazione fittizia di capitale, malversazione di erogazioni pubbliche. Le indagini, come ha spiegato il il procuratore capo Marcello Viola, hanno evidenziato «condotte illecite» da parte di Di Meglio e Carleo, «con il concorso di 33 tra consiglieri, sindaci, amministratori e professionisti, finalizzate a sottoscrivere fittizi aumenti di capitale, drenare liquidità dalle società quotate, raccogliere fondi anche attraverso l’ottenimento di finanziamenti garantiti dallo Stato per destinarli a fini diversi da quelli indicati nel contratto di finanziamento, frodare il mercato finanziario attraverso l’utilizzo distorto dello strumento dei Prestiti obbligazionari convertibili non standard (Pco) per oltre 30 milioni di euro». Insomma, i due ex dirigenti di Ops avrebbero cercato di ottenere profitti personali ai danni degli investitori e del mercato, sfruttando di fatto la crisi di alcune società, a fronte dell’intento dichiarato di risanarle.
Il brevissimo incarico di Carleo all’interno di FN
Poco prima delle perquisizioni e dei sequestri avvenuti a fine luglio, Carleo il 28 del mese era stato nominato da Futuro Nazionale di Roberto Vannacci coordinatore vicario regionale per la Lombardia (e dunque vice del consigliere regionale Luca Ferrazzi, numero uno in dei futuristi), con delega per la città di Milano. Subito dopo, per via dell’indagine della procura di Milano e del nucleo speciale di polizia valutaria della GdF, Carleo si era poi dimesso dal coordinamento di FN in regione: il suo incarico non è durato nemmeno un giorno.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
Interdittive per altri otto indagati: chi sono
La gip ha anche ordinato otto interdittive dall’esercizio di attività imprenditoriale o incarichi direttivi nelle società ad altrettanti indagati: il presunto prestanome Angelo Di Lorenzo (presidente di Orion Capital) e la commercialista Serena Plebani, per cui erano stati chiesti i domiciliari, e poi una serie di amministratori delle società, cioè Filippo Fanelli, Fabio Del Corno, Rosalba Chielli, Marco Gnecchi, Erika Mazzitelli e Massimo Cristofori.
Se da una parte Giorgia Meloni si affida alle tv e alle kermesse di partito per diffondere il verbo del suo governo, dall’altra il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, mette un freno agli entusiasmi elettorali della destra. Ad Amatrice per l’inaugurazione dell’anno scolastico, il capo dello Stato ha parlato agli studenti per farsi ascoltare dagli adulti: «La scuola è la più efficace leva di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia figli di emigrati», ha detto, non deve «formare ghetti» e «alzare le barriere», perché «la scuola prepara tutti, è aperta a tutti, così dispone l’articolo 34 della Costituzione». Sul tema è intervenuta pure la Cei, guidata dal cardinale Matteo Zuppi, che sulle orme del Colle, ha tirato le orecchie all’esecutivo.
Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara,al Corriere, ha poi spiegato meglio il provvedimento. Il tetto non si applicherà «agli studenti che hanno frequentato la scuola dell’infanzia ed entrano in prima elementare o a quanti hanno frequentato positivamente alcuni anni di scuola, perché si può pensare che abbiano acquisito una certa conoscenza dell’italiano». E riguarderà anche i ragazzi con passaporto europeo, giusto per chiarire che non si tratta del colore della pelle. Il monito sulla scuola però è solo l’antipasto. Scorrendo l’agenda del Quirinale, c’è una data che ha fatto venire l’orticaria a più di un ministro: il 30 settembre Mattarella sarà alla Scala di Milano per il 120° anniversario della fondazione della Cgil. Si prevede un’accoglienza calorosa per il capo dello Stato alla presenza, ovviamente, del segretario generale Maurizio Landini. Si parlerà di politiche sociali, lavoro, equità, fisco, salute, scuola: roba da far saltare i nervi agli esponenti della maggioranza. Tra l’altro, alcuni sussurrano che «Landini ha preso per il naso pure il ministro Adolfo Urso» con la sua smania di emettere francobolli. Non poteva infatti mancare il bollo dedicato proprio alla Cgil. Il sindacato però lo presenterà nella sede nazionale di Corso d’Italia e non al Mimit, nel fascistissimo Palazzo Piacentini.
Maurizio Landini (Imagoeconomica).
Le manovre (ristrette) dei nordisti in vista del Congresso della Lega
Roberto Maroni definiva la Lega «l’ultimo partito leninista» esistente. Con questa accezione, seppur ironica, faceva riferimento alla ferrea disciplina di partito rispetto agli ordini impartiti dal capo, Umberto Bossi, e alla imponente struttura gerarchica che il Senatùr aveva costruito attorno al suo movimento. Di quell’organigramma è rimasto solo lo scheletro ma l’iperbole maroniana sembra diventata una profezia nel 2026. A quattro anni dalla morte di Bobo, tra i lumbard c’è chi parla addirittura di «modello Ceausescu» in via Bellerio. La segreteria di Matteo Salvini si appresta infatti a organizzare un congresso “confermativo” richiamando gli stessi delegati di un anno e mezzo fa, che perlopiù fanno riferimento al leader. La notizia, anticipata dal palco di Pontida, è stata confermata nel corso di un consiglio federale durato quattro ore, in cui Salvini è tornato a chiedere unità ai suoi. Il capo leghista ha detto di volere un «congresso vero», perché la Lega in futuro «deve parlare con una sola voce». In vista dei prossimi appuntamenti e scadenze elettorali, occorre essere compatti – ha ammonito – basta con i distinguo. «Se poi si vuole eleggere un altro segretario non ho problemi», ha aggiunto, «ma occorre fare chiarezza con un congresso». E dopo l’assise tirare le somme.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Nei prossimi giorni si dovrebbe riunire la commissione del regolamento e, in seguito, dovrà essere convocato un altro consiglio federale per stabilire la data dell’assemblea. Uscendo dalla sede della Lega, il segretario ha detto ai giornalisti di auspicare che qualcuno si candidi contro di lui. Ma si tratta di una strada in salita, persa in partenza dal potenziale avversario (Massimiliano Romeo?), vista la composizione dei delegati che saranno chiamati a votare («per alzata di mano», ha già annunciato Salvini a Pontida). Assenti Massimiliano Fedriga, Luca Zaia, e Maurizio Fugatti, il lombardo Attilio Fontana era l’unico del fronte dei governatori presenti al federale (Il veneto Alberto Stefani invece ha avuto un incidente mentre stava raggiungendo Milano). Ora dovrà esserci un confronto, tra i nordisti, per decidere se presentare almeno una mozione di minoranza all’assise. I margini di azione sono veramente molto risicati.
Ancora tensioni a Report. Non solo buona parte della redazione teme un eventuale reintegro di Sigfrido Ranucci, ma si registrano fibrillazioni anche tra conduttori e autori. Daniele Piervincenzi inizialmente doveva essere relegato alla presentazione dei Lab, mentre Claudia Di Pasquale alle inchieste principali. Dopo un’accesa discussione davanti al salomonico “Don” Paolo Corsini, direttore dell’Approfondimento Rai,si è giunti a una mediazione: i due co-conduttori si divideranno equamente gli spazi.
Daniele Piervincenzi esce dalla sede Rai di via Teulada (Ansa).
«Visto che la domanda è leggera, rispondo in modo altrettanto leggero. Tra una donna con la gonna lunga e una donna con la gonna corta, io una donna la preferisco sempre senza». Ecco l’ultima sparata di Roberto Vannacci, che a Start su Sky Tg24 ha deciso di commentare così le affermazioni sessiste di Antonio Tajani, su una presunta correlazione tra la lunghezza della gonna di una donna e la sua affidabilità, oggetto di forti critiche.
Nemmeno le parole di Vannacci non sono passate inosservate. Azione parla infatti «Medioevo Nazionale» e di un ex generale che «è riuscito a portare il dibattito un secolo ancora più indietro» con la sua battuta: «Ormai abbiamo capito una cosa: contro Vannacci non serve inventarsi niente. Basta lasciargli un microfono e lasciarlo parlare».
Pensavamo di aver già ascoltato tutto con le lezioni di Tajani sulla lunghezza delle gonne. E invece Vannacci è riuscito a portare il dibattito un secolo ancora più indietro.
«Una donna la preferisco sempre senza gonna». Non è anticonformismo. Non è nemmeno una provocazione… pic.twitter.com/WBV48ylIIb
Cosa aveva detto Tajani su donne e lunghezza delle gonne
Tajani riesce sempre a stupire, regalandoci perle di saggezza. Per il vicepremier è meglio non sposare una ragazza avvenente. Una sortita anni '50, degna del peggior patriarcato mediterraneo vannacciano. Secondo il Ministro degli Esteri, se sei bella sei infedele, mentre se non… pic.twitter.com/TpOubNIC0D
Dal palco della kermesse Itaca di Formello (Roma), riflettendo sulla donna che consiglierebbe al figlio di sposare, Tajani aveva detto che è meglio convolare a nozze con una donna meno appariscente, magari «con una gonna più lunga ma di sicuro più seria e affidabile», rispetto a una più affascinante, che «ha avuto tanti fidanzati e li ha mollati» e quindi «portata a mettere qualche cornetto».
Ringrazio le donne di Italia Viva che hanno scovato, poi rilanciato e fatto girare sui social il video di Tajani sulle gonne delle donne. Sono fiero di voi: senza la vostra tenacia la frase di Tajani sarebbe finita nel dimenticatoio. È devastante pensare che nel momento più… pic.twitter.com/VwhaLo1TIg
La reazione del web e della politica alla parole di Tajani
Le dichiarazioni di Tajani sulla presunta serietà di chi è meno appariscente hanno provocato aspre critiche da parte dell’opposizione e tantissimi meme sul tema. «Non si valutano le donne dalla lunghezza delle loro gonne, vergogna», ha commentato Elly Schlein, segretaria del Pd. Matteo Renzi, leader di Italia Viva, ha dichiarato: «Le parole di Tajani ci restituiscono un’idea della donna ottocentesca. Si occupi del burqa delle donne afghane non delle minigonne delle ragazze italiane. E dire che Forza Italia un tempo era il partito di Silvio Berlusconi…». L’ex sindaca di Torino Chiara Appendino, esponente del M5s, ha postato una sua foto in minigonna affermando che «l’affidabilità non si misura in centimetri di stoffa». Ma sono solo alcuni esempi.
Dopo le polemiche per le sue frasi, Tajani si è poi scusato: «Mi spiace molto che siano state fraintese alcune mie affermazioni, estrapolate da un discorso molto più articolato. Mi scuso se delle persone si sono sentite offese da quello che ho detto, ma io non ho mai pensato di offendere le donne. Non l’ho mai fatto in vita mia, né nella vita privata né nella vita pubblica».
Nel 2025 le amministrazioni pubbliche hanno registrato un indebitamento netto pari al 3,1 per cento del Pil, in miglioramento rispetto al -3,4% del corrispondente periodo del 2024. Lo rileva l’Istatconfermando il dato diffuso ad aprile. Sfuma dunque per l’Italia l’ipotesi di un’uscita anticipata già nel 2026 dalla procedura di infrazione Ue, sulla quale il governo aveva puntato molto nelle ultime settimane. «Prendiamo atto, non senza rammarico, dei dati definitivi espressi dall’Istat sul rapporto deficit/Pil 2025. Purtroppo l’Italia non uscirà anticipatamente già quest’anno dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, come avevamo sperato, ma, coerentemente con i dati già espressi nel Dfp, questo potrà accadere nel 2027», ha dichiarato il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti.
Il miglioramento rispetto al 2024 non è bastato
Il rapporto deficit/Pil misura la proporzione tra il disavanzo annuo delle finanze pubbliche e la ricchezza totale prodotta da un Paese in un anno. L’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche si è attestato al 3,079 per cento del Pil, addirittura un po’ sopra il dato comunicato ad aprile (3,073 per cento). Il 2025 ha visto un miglioramento rispetto al 2024, quando il deficit aveva toccato il 3,4 per cento del prodotto interno lordo, ma non sufficiente. Per portare il dato al 3 per cento e dunque rientrare nella soglia per l’uscita dalla procedura per deficit eccessivo avviata dall’Ue nel 2024, che avrebbe aperto margini di bilancio aggiuntivi su energia e difesa a partire anche dalla prossima Manovra, sono mancati 1,8 miliardi. Ne sarebbero serviti ancora di più (circa 3,1) per abbassare il rapporto deficit/Pil al 2,94 per cento, valore indicato dall’Istat come quello necessario per ottenere un dato chiaramente inferiore al 3 per cento anche dopo l’arrotondamento.
L’Euipo, l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale, ha ammesso l’atto di opposizione presentato dall’Associazione Nazione futura nei confronti del nome e del simbolo scelto da Roberto Vannacci per il suo nuovo partito Futuro nazionale. L’atto di opposizione era stato presentato a febbraio dall’associazione presieduta da Francesco Giubileisottolineando «l’elevato rischio di confusione e di somiglianza» tra il nome e il simbolo di Futuro nazionale e quelli di Nazione futura, oltre alla necessità di tutelare un diritto anteriore già consolidato. Secondo Nazione futura, l’uso effettivo e continuativo del proprio nome e segno distintivo costituisce un elemento idoneo a impedire la registrazione di un marchio sostanzialmente identico, soprattutto in presenza di ambiti di attività sovrapponibili. Ora l’Ufficio Ue per la proprietà intellettuale ha ammesso l’atto di opposizione e inizierà la fase del procedimento in contraddittorio.
Giubilei: «Vannacci cambi il nome del partito, la vera destra è quella dei conservatori»
«Accogliamo positivamente la decisione dell’Ufficio dell’Ue per la proprietà intellettuale che dimostra il fondamento giuridico della nostra opposizione al marchio Futuro nazionale», hanno dichiarato il presidente di Nazione futura Francesco Giubilei e il vicepresidente Ferrante De Benedictis. E ancora: «Vannacci dovrebbe cambiare il nome al proprio partito e prendere atto che la vera destra è quella dei conservatori. Nonostante il suo tentativo di utilizzare un nome tratto da quello della nostra associazione, attiva dal 2017, da febbraio ad oggi siamo cresciuti ulteriormente superando i 100 circoli territoriali in tutta Italia. Inoltre a ottobre inizieremo un tour su tutto il territorio nazionale per promuovere valori e proposte di una destra credibile senza slogan o idee campate per aria e del tutto irrealizzabili».
L’Euipo, l’Ufficio dell’Ue per la proprietà intellettuale, ha ammesso l’atto di opposizione che avevamo presentato con l’Associazione Nazione Futura nei confronti di Futuro Nazionale. Ora Vannacci cambi nome al suo partito, la vera destra è quella dei conservatori. pic.twitter.com/31nreDJaZ8
Non si arresta la corsa dei prezzi dei carburanti. Secondo quanto rende noto il ministero delle Imprese e del Made in Italy in base agli ultimi dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Mimit, oggi il prezzo medio in modalità self service lungo la rete stradale nazionale è pari a 2,156 euro a litro per la benzina (ieri 2,155) e 2,340 euro per il gasolio (ieri 2,335). Sulla rete autostradale, invece, il prezzo medio self è di 2,248 euro a litro per la verde (ieri 2,245) e 2,422 euro per il diesel (ieri 2,414).
Dopo il botta e risposta innescato dalla decisione di revocare a Politico, Cnn e MS Now il pass di accesso, la Casa Bianca ha lanciato Trump TV, piattaforma streaming attiva 24 ore su 24 dedicata agli eventi dell’Amministrazione Usa. Primo filmato trasmesso un vecchio discorso del tycoon, pronunciato a Mount Rushmore il 3 luglio di quest’anno durante gli eventi per il 250esimo anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti.
Welcome to TrumpTV
The press, in some cases, reported inaccurately or not at all on the Administration’s many record breaking accomplishments on behalf of all Americans.
Trump TV is a 24/7 livestream of the Administration’s greatest hits, unfiltered.
Il lancio di Trump TV è stato annunciato con post su X da Kaelan Dorr, vice assistente di The Donald, spiegando che «la stampa, in alcuni casi, ha riportato in modo inaccurato o non ha riportato affatto i numerosi successi da record dell’Amministrazione a beneficio di tutti gli americani». Il canale, ha aggiunto, prevede «diretta streaming 24 ore su 24, 7 giorni su 7, senza filtri». Trump TV è visibile «sul canale YouTube della Casa Bianca e sull’app ufficiale». L’annuncio dell’avvio dello streaming ha prodotto un incremento di circa 40 mila nuovi iscritti al canale YouTube della White House.
IT'S LIVE.
TRUMP TV IS STREAMING NOW. 24/7, updated in real time, with top past moments, announcements, and the latest and greatest from the administration all in one place.
Not every big moment has made it on your tv, now it can.
L’esclusione delle tre testate e il boicottaggio del pool tv
Nei giorni scorsi Trump ha escluso i giornalisti di Cnn, Politico e MS Now dalla copertura delle conferenze stampa presidenziali, accusando le testate di «scrivere solo cose negative» su di lui, riportando solo fake news e minacciando la «sicurezza nazionale». In risposta, Cnn, Politico e MS Now hanno annunciato una causa immediata contro la revoca dell’accredito. Successivamente Cbs, Abc, Nbc e Fox, ovvero le quattro emittenti che con la Cnn si alternano nella copertura delle attività di Trump – distribuendo poi il segnale in diretta al resto delle televisioni e degli altri media – hanno deciso di sospendere le attività in segno di solidarietà alle testate colpite dal ban.
Chico Forti, condannato all’ergastolo negli Stati Uniti per la morte di Dale Pike avvenuta nel febbraio 1998 ed estradato in Italia nel 2024, ha ottenuto la semilibertà. In realtà, la decisione del tribunale non cambierà di molto la sua giornata rispetto agli ultimi mesi. Dal dicembre 2025 svolge infatti 40 ore settimanali di volontariato presso un’azienda agricola veronese, uscendo al mattino dal carcere di Montorio per rientrare la sera, cose che continuerà a fare in regime di semilibertà. Adesso dipenderà dal programma che verrà stabilito dalla direzione del carcere. Oltre a proseguire il lavoro, Forti auspica di poter andare a trovare l’anziana madre più spesso. Dal punto di vista giudiziario, si attende la decisione sulla libertà condizionale, che era stata richiesta lo scorso anno. L’udienza potrebbe svolgersi già nei primissimi mesi del 2027.
L’arrivo in Italia e l’inchiesta della procura di Verona
Forti, che si è sempre dichiarato innocente, era arrivato in Italia con un aereo messo a disposizione dal governo che era atterrato all’aeroporto di Pratica di Mare, dove ad attenderlo c’era la presidente Giorgia Meloni. La procura di Verona aveva anche aperto un fascicolo su Forti in seguito alle dichiarazioni di un detenuto, condannato per reati legati alla ‘ndrangheta, che aveva riferito di aver sentito una conversazione tra un altro carcerato e Forti nella quale quest’ultimo avrebbe chiesto di riferire alla criminalità calabrese di «mettere a tacere» Marco Travaglio, Selvaggia Lucarelli e Aldo Di Giacomo, segretario generale del sindacato di Polizia Penitenziaria. Le indagini si sono concluse con una richiesta di archiviazione.
Sigfrido Ranucci rischia di diventare un grosso problema per Report. Il programma ripartirà infatti con una spada di Damocle sulla testa: quella del ritorno del conduttore. Venerdì prossimo il tribunale del lavoro deciderà sul reintegro d’urgenza chiesto dagli avvocati del giornalista. Al momento nessuno azzarda previsioni, ma se Ranucci dovesse spuntarla per Report non sarebbe esattamente una bella notizia. Ormai la trasmissione di Rai3 sta andando avanti senza di lui preparandosi all’esordio di domenica 8 novembre.
Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica).
Redazione e autori al lavoro «con serenità»
Piccolo ma significativo indizio: nei post di settembre della pagina X di Report, il nome di Sigfrido Ranucci non compare mai, né si fa mai cenno al caso Lavitola. Il lavoro in redazione è ripreso da almeno due settimane, si stanno portando avanti le inchieste già programmate prima dell’estate e anche nuovi servizi, sotto la supervisione dei due capiautori Giulio Valesini e Bernardo Iovene. Con il coinvolgimento della conduttrice, Claudia Di Pasquale. E nella lunga informativa che giovedì scorso il direttore dell’Approfondimento Paolo Corsini ha tenuto davanti al consiglio di amministrazione dell’azienda, un passaggio corrisponde alla realtà: «In redazione ora si è tornati a lavorare con serenità».
Salvare Report o immolarsi per Ranucci?
Dopo un’estate passata nella tempesta, infatti, ora con i ruoli definiti il lavoro è ripreso, senza il “peso” del caso Ranucci. Anche Daniele Piervincenzi alla fine è stato accolto e si è messo a disposizione della redazione. Ancora non si sa se condurrà solo Report Lab o anche un pezzo di trasmissione, ma comunque è stato accettato. Intendiamoci, tra i 60 giornalisti tra interni e inviati sottotraccia un filo di tensione resta. Una piccolissima parte, per esempio – Giulia Innocenzi ma non solo – è ancora molto legata a Ranucci e spera in un suo ritorno.
Giulia Innocenzi (Imagoeconomica).
Mentre altri, tra cui Giorgio Mottola, preferiscono non sentirne più parlare. «Noi dovevamo fare una scelta: salvare il programma o immolarci per Sigfrido. Alla fine è prevalso il buon senso e abbiamo scelto di combattere solo per Report…», racconta a L43 una fonte dalla redazione. «Se Sigfrido dovesse essere reintegrato, per noi ora sarebbe un problema, perché la notizia continuerebbe a essere lui e non le nostre inchieste. A questo punto sarebbe meglio andare avanti senza di lui…», sussurra un’altra voce da Via Teulada. A luglio e agosto la battaglia anche interna alla redazione è stata durissima, con gruppi contrapposti, ma ora c’è una gran voglia di lasciarsi tutto alle spalle e dedicarsi totalmente al lavoro. Insomma, per la stragrande maggioranza dei giornalisti di Report, e al netto della riconoscenza nei confronti di Ranucci, l’ex conduttore ormai rappresenta il passato, mentre ora si vuole solo guardare avanti. «Sembra paradossale, ma Report è una macchina che ha sempre funzionato da sola, può andare avanti anche cambiando conduttore, come del resto è già accaduto e magari in futuro succederà ancora…», aggiunge un’altra voce da Teulada.
Giorgio Mottola (da Youtube).
Nessuna inchiesta sul caso Lavitola
Resta però da chiarire un nodo non secondario: quando ci saranno da prendere decisioni importanti su un servizio o un’inchiesta, chi avrà l’ultima parola? Prima a decidere era sempre Ranucci, che intorno a Report aveva costruito un’autonomia gestionale e finanziaria che non sarebbe ammessa in nessun canale televisivo al mondo. Ma ora, dopo l’uomo solo al comando, chi deciderà? I capi autori? Il capostruttura? O il direttore dell’approfondimento (e qualcuno fa notare che Corsini tecnicamente non è un direttore di testata)? Staremo a vedere. Viene esclusa, invece, la voce circolata negli ultimi giorni: non si sta lavorando a un’inchiesta sul caso Ranucci-Lavitola.
Valter Lavitola (Ansa).
Il rischio licenziamento e l’ultima vera exit strategy
Dunque, non resta che aspettare venerdì la decisione del giudice per il lavoro. Ma dal possibile reintegro si potrebbe arrivare addirittura al licenziamento. A Ranucci, infatti, sono state fatte tre proposte e il mese di tempo per decidere è quasi scaduto. Tutte le opzioni, secondo gli esperti, sono da considerare consone al suo ruolo: vicedirettore del Tg3, stesso incarico a RaiNews o corrispondente da Il Cairo. Se non dovesse accettarne nessuna, secondo il regolamento aziendale, il giornalista rischierebbe il licenziamento. E su questo fronte pesano anche le accuse che la Rai ha formulato al conduttore, specialmente la rivelazione a terzi di mail interne e gli attacchi che più volte l’ex conduttore ha rivolto alla sua stessa azienda e ai suoi dirigenti. Insomma, tutto potrebbe pesare in un possibile provvedimento disciplinare. Dal vertice aziendale si fa sapere che non si vuole arrivare a misure estreme, ma al momento non si esclude nulla. «Se non lavorerà in Rai, nel panorama televisivo italiano non c’è nessuno disposto ad accoglierlo. A meno che non si butti in politica…», ragiona un dirigente della tv pubblica. E quella potrebbe essere davvero la sua exit strategy, anche perché nelle presentazioni del suo ultimo libro in giro per l’Italia l’ex conduttore sembra già in campagna elettorale. Anche se la stessa Di Pasquale, nell’unica intervista fin qui rilasciata, glielo ha caldamente sconsigliato.
Sigfrido Ranucci, Barbara Floridia e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Novità in casa Gedi. Il nuovo piano industriale comincia a prendere forma. Le linee guida sono state illustrate a Roma dall’ad Mirja Cartia d’Asero al Cdr di Repubblica, durante un incontro definito «disteso». L’editore, il greco Theo Kyriakou, punta sul coinvolgimento della direzione, del management giornalistico e delle redazioni nella trasformazione del gruppo. Insomma un primo gesto di condivisione, non usuale dalle parti di largo Fochetti.
Mirja Cartia d’Asero (foto Imagoeconomica).
A ottobre previsto il lancio di Repubblica Europe
Il piano 2027-2030 ruota attorno a tre direttrici: internazionalizzazione, innovazione e interazioni. L’obiettivo è portare i contenuti oltre i confini nazionali, rafforzare digitale, video e podcast e sviluppare una maggiore integrazione tra giornali, radio, piattaforme, eventi e community. Ed è proprio l’internazionalizzazione il primo vero banco di prova del nuovo corso. A ottobre è previsto il lancio di Repubblica Europe, una sezione in inglese dedicata a chi ha un legame con l’Italia ma non parla italiano. Nei piani, non si tratta di una semplice traduzione del giornale, ma di una selezione di articoli a cura della redazione e adattati per un pubblico internazionale. L’avvio sarà seguito da una campagna internazionale e dal lancio degli abbonamenti ad hoc.
Theodore Kyriakou (Facebook).
Nessun nuovo licenziamento o prepensionamento in vista
Nel corso della riunione è stato presentato anche un bilancio dei sei mesi della gestione Antenna. Sono state rafforzate le funzioni finanza e controllo, fondamentali in un gruppo con grosso debito e un buco annuo crescente. I primi segnali economici dovrebbero vedersi già quest’anno, con un contenimento delle perdite rispetto al 2025. Parallelamente, il gruppo prevede investimenti nell’innovazione e nel rilancio delle attività digitali, anche attraverso l’ingresso di Veronica Diquattro, manager con esperienze in Spotify e Google. Qualche segnale positivo arriva anche dalle vendite in edicola. Da marzo Repubblica registra un andamento migliore rispetto al Corriere della Sera, con una differenza (in termini di copie perse) diventata più evidente da luglio e ulteriormente ampliata ad agosto. Non si tratta ancora di una crescita, ma di un primo cambiamento di tendenza. Non sono invece previsti né licenziamenti né prepensionamenti aggiuntivi rispetto a quelli già ipotizzati dalla gestione precedente, che potrebbero anzi essere ridotti. La loro attuazione resta comunque incerta, perché al momento non sono disponibili risorse nelle casse del governo.
Il Gruppo Sae ha soppresso la posizione di vice direttore editoriale con delega a banche e finanza ricoperta da Rosario Dimito. Il giornalista aveva lasciato a giugno Il Messaggero per passare al Gruppo di Alberto Leonardis, che a maggio aveva acquisito La Stampa. Dimito aveva iniziato a settembre con il nuovo incarico, volto a curare un progetto editoriale sul mondo bancario e finanziario da distribuire con le testate del gruppo. Ma dopo soli 21 giorni, per «sopraggiunte esigenze organizzative», il Gruppo ha soppresso la posizione formulando a Dimito «i migliori auguri per il prosieguo del suo percorso professionale».
Sei dei nove indagatiper l’esplosione al deposito Eni di Calenzanodel 9 dicembre 2024, costata la vita a cinque persone, hanno chiesto di patteggiare. Sono tutti dipendenti dell’azienda. Spetterà al gip decidere: la Procura di Prato ha già dato il suo consenso. Per gli altri indagati, un dipendente Eni (Enrico Cerbino) e due della società Sergen (Francesco Cirone e Luigi Murno), è stato invece chiesto il rinvio a giudizio.
Sopralluogo al deposito Eni di Calenzano (Ansa).
Chi sono gli indagati che hanno chiesto il patteggiamento
I sei principali imputati, spiega la Procura di Prato, «hanno manifestato la disponibilità a vedersi applicati complessivamente» oltre 14 anni per i reati di omicidio e disastro colposo, «rinunciando a difendersi, il che costituisce, allo stato, un importante risultato raggiunto». Le pene per le quali è stato chiesto il patteggiamento vanno da 2 anni a 2 anni e 9 mesi. In cinque (Luigi Cullurà, Carlo Di Perna, Emanuela Proietti, Marco Bini, Andrea Strafelini) hanno chiesto di patteggiare sostituendo la pena con lavoro di pubblica utilità. Un altro (Elio Ferrara) ha fatto richiesta della sospensione condizionale e della non menzione della condanna nel casellario giudiziale. All’iscrizione dei nove indagati nel registro assieme all’Eni, ritenuta responsabile di non aver saputo intercettare e correre gli errori di pianificazione e realizzazione nei lavori di manutenzione tra la linea 6 e 7 dell’impianto, il procuratore di Prato Luca Tescaroli aveva parlato di «evento prevedibile e evitabile», ma soprattutto di «errore grave e indiscutibile». Nell’esplosione, come detto, morirono cinque persone. Ci furono inoltre 27 feriti e gravissimi danni a veicoli e edifici del circondario. Eni, proprietaria dell’impianto, ha deciso di smantellare e riconvertire la struttura da deposito di carburanti a hub per l’energia solare.
«Credo che una maggiore umiltà da parte del cancelliere sarebbe in realtà opportuna», ha detto Manuela Schwesig, governatrice socialdemocratica del Meclemburgo, dopo che Friedrich Merz ha confermato di voler rimanere alla guida del governo e continuare con la stessa linea tenuta fino a oggi. «Il cancelliere deve chiedersi criticamente se può semplicemente continuare come prima», ha proseguito Schwesig, girando il coltello nella piaga di una Cdu che non è riuscita a sorpassare la soglia del 5 per cento ed è rimasta fuori dal parlamento regionale a Schwerin. Una débâcle storica, che lo stesso Merz ha definito «un disastro», ma di fronte alla quale ha preferito nascondere la testa sotto la sabbia ignorando ancora il messaggio arrivato forte e chiaro dalle urne. Avanti come se nulla fosse, con la propria formazione che finge unità per mancanza di alternative e il partner della Große Koalition, la Spd, che medita il da farsi, magari seguendo proprio la linea dettata da Schwesig.
Friedrich Merz (Ansa).
La ricetta della vittoria (a metà) della governatrice del Meclemburgo
La governatrice del Meclemburgo, pur non essendo riuscita a fermare l’ondata di Alternative für Deutschland, primo partito alle urne con oltre il 38 per cento, è stata protagonista di una rincorsa che ha portato la Spd a più del 35 per cento, dal 19 a cui la davano i sondaggi solo qualche mese fa: merito della sua presa di distanza proprio dal partito nazionale che, insieme con la Cdu al governo, non ha saputo raddrizzare la barra, accumulando ritardi ed errori che hanno portato i due partiti tradizionali a cedere consistenti fette di elettorato alla destra radicale dell’AfD. Schwesig ha raggiunto il successo che le consentirà di continuare a governare, insieme ai verdi e alla Linke, grazie all’alta popolarità personale, con una netta presa di distanza dalla politica federale e una campagna elettorale fortemente polarizzata: ha contestato apertamente i piani di Berlino sull’abolizione della pensione a 63 anni e i tagli alla sanità, chiedendo inoltre aiuti concreti contro il caro carburante, riuscendo così a sganciarsi dal trend negativo del partito a livello nazionale.
Manuela Schwesig (Ansa).
Il pragmatismo nei confronti di Mosca
Con lo slogan Frau gegen Blau (La donna contro il blu, il colore dell’AfD), è stata inoltre capace di attrarre una massiccia quota di elettori moderati e di sinistra dai bacini della Cdu e della Linke, pur perdendo quote in favore dell’estrema destra. Ha puntato su temi strategici per il futuro, in particolare il mercato del lavoro, l’economia, la scuola e lo sviluppo delle infrastrutture e in politica estera, pur non andando apertamente contro la linea del governo, ha raccolto voti proprio per le sue posizioni storicamente moderate e pragmatiche, anche nei confronti della Russia. Manuela Schwesig, come altri colleghi di partito e non solo, ha sempre suggerito di non rompere definitivamente il dialogo con Mosca. Pur rinnegando certe sue passate posizioni sul Nord Stream, ha sì escluso una ripresa delle importazioni di gas dalla Russia ma solo finché Vladimir Putin sarà al potere.
Manuela Schwesig ai seggi (Ansa).
La storica vittoria della Linke a Berlino
In Meclemburgo, come in altri Länder dell’Est, l’elettorato, sia a sinistra sia a destra, è molto più conciliante verso la Russia di quanto non sia a Ovest e nella capitale, dove però la linea dura del cancelliere ha portato al partito più danni che benefici. E non è un certo un caso che nel voto locale a Berlino il primo partito sia adesso la Linke, erede diretta della Pds e prima ancora della Sed, il partito unico della Ddr. Quasi 40 anni dopo la caduta del Muro di Berlino, l’estrema sinistra ritornerà quindi al potere, con grande probabilità in coalizione con Spd e Verdi. Anche qui l’artefice del colpo alla Cdu di Merz, finora ai vertici cittadini, è stata una donna figlia di immigrati turchi, Elif Eralp, che è stata capace di mobilitare una buona quota di astensionisti concentrandosi soprattutto sulla grave emergenza abitativa, con la richiesta netta di un blocco degli affitti e dell’espropriazione-socializzazione delle grandi multinazionali immobiliari. Non solo: il successo della Linke è dovuto anche in questo caso alle posizioni del partito in politica estera, in particolar modo alla dura critica di Israele. Vicino al variegato mondo propalestinese, legato talvolta a movimenti islamisti e antisemiti, il partito di Eralp, in una capitale multietnica e multireligiosa, ha approfittato paradossalmente proprio della politica a senso unico di Merz, l’unico leader europeo che negli ultimi tre anni è andato a stringere la mano a Benjamin Netanyahu, classificato criminale di guerra dalla Corte criminale dell’Aja al pari di Vladimir Putin.
Elif Eralp (Ansa).
La lezione di Schwesig ed Eralp
Il cancelliere, che da un lato vorrebbe sconfiggere la Russia sul campo e dall’altro ha affermato che Israele fa in Medio Oriente «il lavoro sporco» che gli occidentali non vogliono fare, ha subito insomma a Berlino e a Schwerin due cocenti sconfitte, anche a causa di una politica estera unilaterale, guidata più che altro da ragioni ideologiche ed economiche trasversali: Manuela Schwesig e Elif Eralp sono in questa prospettiva il monito di cui il governo tedesco deve tener conto se non vuole acuire ancor di più i conflitti interni e naufragare ben prima della fine della legislatura, prevista nel 2029.
È stata fissata per il 20 ottobre 2026, davanti al Tribunale civile di Milano e alla giudice Stefania Novelli, la prima udienza della maxi causa contro Fabrizio Corona intentata a febbraio dal gruppo Mediaset, da Pier Silvio e Marina Berlusconi e da Maria De Filippi, Silvia Toffanin, Gerry Scotti, Ilary Blasi e Samira Lui. Chiesti danni reputazionali e patrimoniali per una campagna di odio e diffamazione da 160 milioni di euro in totale in relazione alla puntata del 26 gennaio del podcast Falsissimo dell’ex agente fotografico. In una memoria, depositata nei giorni scorsi dai legali dei promotori della causa, gli avvocati Andrea Di Porto, Giulia Bongiorno, Salvatore Pino e Aldo Baldaccini, vengono confermate le richieste danni a carico di Corona e si replica alla «assoluta inconsistenza degli argomenti» dei legali di quest’ultimo. L’ex re dei paparazzi, si legge nella memoria, «si pone deliberatamente al di fuori di qualsivoglia contesto regolamentato, sfruttando i vuoti normativi connessi ai nuovi mezzi di comunicazione, per provare ad operare legibus solutus, svincolato da qualsiasi regola etica e deontologica».
«Da Corona accuse e insinuazioni diffamatorie costruite sul nulla»
Il «resoconto edulcorato», si legge ancora, «offerto nella difesa avversaria non ha nulla a che fare, ma proprio nulla, con le affermazioni gravemente lesive realmente propalate nel corso della puntata. Corona ha spacciato per verità assoluta accuse e insinuazioni gravemente diffamatorie, costruite sul nulla». E «fuori da qui, sui social, in televisione e nei locali, continua, con lo stesso accanimento, la stessa violenza verbale, la stessa prepotenza, a propalare le medesime invettive, accuse e insinuazioni». Gli eventuali risarcimenti, aveva già spiegato il gruppo di Cologno Monzese, serviranno alla creazione di un fondo per la copertura delle spese di assistenza legale delle vittime di stalking, dei reati rientranti nel cosiddetto Codice rosso e di tutti i fenomeni di cyberbullismo.
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha assegnato al suo stilista Domenico Vacca l’incarico di consigliere per il cinema e gli audiovisivi. Si tratta di un ruolo che non prevede alcun compenso, ma – spiega Repubblica – la nomina ha comunque destato perplessità al Collegio Romano: Vacca, amico di vecchia data di Giuli, ha vestito diverse star del cinema ma non è mai stato coinvolto in prima persona nella produzione o promozione di film e serie tv.
Sul sito del nuovo consigliere di Giuli, fondatore (nel 2002) e direttore creativo del marchio del lusso che porta il suo nome, si legge che Vacca è «uno degli stilisti più amati da Hollywood». Nel corso degli anni ha «creato il guardaroba degli attori protagonisti di più di cinquanta film e serie televisive tra cui Denzel Washington in American Gangster, Al Pacino in The Son of No One, Dustin Hoffman in Stranger Than Fiction, Harrison Ford in Morning Glory, Glenn Close in Damages». Tanti poi gli attori che lo hanno scelto per i red carpet: da Daniel Day Lewis a Mickey Rourke, fino Steve Carrell, Will Farrell e Jack Black. «Questo nuovo incarico mi offre la possibilità di mettere a frutto l’esperienza maturata in oltre 25 anni di attività nel cinema e nell’audiovisivo a livello internazionale, ponendola al servizio del ministro nell’individuazione di strategie e iniziative capaci di valorizzare e promuovere l’industria cinematografica, l’audiovisivo e la creatività italiana nel mondo», ha dichiarato Vacca.
Il deputato Tommaso Calderone lascia Forza Italia e va con Futuro nazionale. La presentazione ufficiale è prevista per martedì 22 settembre in una conferenza stampa alla Camera alla quale parteciperanno, oltre a Roberto Vannacci, il capogruppo Edoardo Ziello e il coordinatore Massimiliano Simoni. Calderone, vicepresidente della commissione Giustizia, è il terzo deputato di Forza Italia ad aderire a Futuro nazionale. Con questo passaggio le truppe del generale alla Camera salgono salgono a quota nove deputati. Si tratta di Davide Bergamini, Gianangelo Bof, Domenico Furgiuele, Attilio Pierro, Emanuele Pozzolo, Laura Ravetto, Rossano Sasso, Edoardo Ziello e, appunto, Tommaso Calderone.
Nell’ultima puntata di Pulp Podcast, pubblicata oggi, Beppe Grillo ha detto a Fedez e Mr. Marra di non essere intenzionato a fondare un nuovo partito, dopo essere stato “scippato” del Movimento 5 stelle da lui stesso fondato nel 2009 assieme a Gianroberto Casaleggio. L’indiscrezione era circolata nei giorni scorsi: «Come faccio io a fondare un partito, a organizzarlo? Non ho il potere, le facoltà di farlo, mi dispiace. Io posso dare degli input, delle idee straordinarie sull’ambiente o sulla religione».
Nessuna nuova discesa in campo per Grillo, dunque. Ma altri attacchi a Giuseppe Conte sì. Il comico ha definito il presidente pentastellato «l’uomo che sussurrava ai cavilli», bocciando ancora il suo M5s: «Di progressista questo movimento ha solo la paralisi progressiva della mente. Non c’è nessuno che prospetta come sarà la società nel 2050». Pollice verso dunque per il piano in 20 punti votato nell’ambito di Nova: «Ma chi è che legge un programma elettorale? Se io mi dovessi candidare, direi: “Sono Grillo, fidatevi”. Io non dico più niente, perché ho già detto tutto, che volete da me? Datemi il voto e basta».
Giuseppe Conte con Beppe Grillo (Imagoeconomica).
Grillo: «Mi sento postumo di me stesso»
«Sono stato estromesso ma non ho rimpianti», ha poi inoltre Grillo tornando sul passato: «Posso aver sbagliato in fiducia, ma di colpe io me ne do meno. Il M5s doveva essere compostabile, non biodegradabile». Poi: Io mi sento postumo di me stesso da vivo, perché tutte le cose che dicevo 20 anni fa, come le comunità energetiche, l’idrogeno e le stampanti 3D, devono ancora arrivare qua. Questo è il disagio che sento io, non posso sempre andare e parlare delle stesse cose che mi sentivi dire».
Su Vannacci: «È come una decalcomania»
Fedez e Mr. Marra hanno inoltre chiesto a Grillo un parere su Roberto Vannacci. Questo il commento dell’ex garante del M5s: «È come una decalcomania. Più gli sputi, lo inumidisci, più si appiccica. Ci buttiamo nel fascismo, nel nazionalismo, sulla bandiera, la patria, sono malattie infantili, come gli orecchioni. Il pensiero si sta rattrappendo un po’, oggi le persone intelligenti si nascondono, hanno paura di confrontarsi. Il suo futuro sono le domande stupide, con un sottile astio».
Il gruppo Google è stato condannato a pagare una multa di 403 milioni di euro dall’autorità irlandese per la protezione dei dati per aver violato le norme europee sull’utilizzo dei dati di geolocalizzazione dei propri utenti. Si tratta della quarta sanzione più elevata inflitta dalla Commissione irlandese per la protezione dei dati, l’ente che vigila su Google a livello europeo (la sede della società per l’Europa si trova a Dublino). L’indagine era stata avviata nel febbraio 2020. Un portavoce di Google ha precisato: «Questo caso riguarda policy precedenti che sono state nel frattempo aggiornate. A partire dal 2019, abbiamo notevolmente migliorato le nostre procedure e introdotto strumenti efficaci che semplificano la gestione dei dati di localizzazione».
Ministro Valditara, che fa? Copia? Proprio lei! Qualcuno ha notato il titolo non proprio originalissimo del libro di Giuseppe Valditara, leghista e titolare del dicastero dell’Istruzione e del Merito nel governo Meloni. La rivoluzione del buonsenso – Per un Paese normale è uscito nel 2025, edito da Guerini e Associati, e se la prende, tra le altre cose, con gli eccessi del wokismo, tanto per cambiare. Forse Valditara avrà preso ispirazione da una stretta collega di governo, quasi una compagna di banco, cioè la forzista Anna Maria Bernini, ministra dell’Università e della Ricerca. Il cui padre – Giorgio Bernini, giurista all’Onu e ministro del Commercio con l’estero nel primo governo Berlusconi, morto a 91 anni nel 2020 – scrisse nel 1993 La rivoluzione del buonsenso: il risveglio dell’impolitico, all’epoca prendendosela con «l’onnipresente e monolitica partitocrazia», nella quale l’autore «ha rifiutato di identificarsi». Di qui «il ruolo di impolitico, spettatore impegnato ma estraneo al sistema del potere». Oltre 30 anni dopo, insomma, Valditara ritenta un’altra rivoluzione, ma chiamandola alla stessa maniera. A giudicare dai commenti su Amazon, non ha scatenato particolare entusiasmo tra i lettori. Sul sito compare infatti una sola recensione, intitolata, che non usa troppi giri di parole «Buono per il camino. Libro delirante di un ministero che finanzia le scuole private e trascura la scuola di cui dovrebbe essere rappresentante».
I due libri con lo stesso titolo.
Conte fa la spesa all’Esselunga per monitorare l’inflazione
Venerdì sera, a Roma. Giuseppe Conte, ex presidente del Consiglio, se ne va solo soletto a fare la spesa alla piccola Esselunga in pieno centro, quella di via Tomacelli: camicia sopra i pantaloni, niente giacca con la pochette d’ordinanza, è in libera uscita, ma viene riconosciuto dai passanti. Il leader del Movimento 5 stelle esce dal supermarket e con una classica busta gialla inizia a percorrere via Condotti e le altre strade del centro mentre è impegnato in una lunga telefonata. Avrà voluto testare con mano a che punto è arrivato il caro vita che attanaglia gli italiani? Del resto anche Giorgia Meloni, rispondendo al Partito democratico durante un’interrogazione in Senato a maggio, aveva confessato di fare la stessa cosa: «L’ultima volta che ho fatto la spesa al supermercato è stato sabato scorso. Io non rinuncio a stare in mezzo alla gente, non rinuncio a fare una vita normale, capisco che intorno a questo governo tanto affetto dopo quattro anni e qualcosa significherà». “Giuseppi” forse sta provando a imitarla…
Vannacci, Alemanno e quella presenza calabrese
Ma quanta paura fa il generale Roberto Vannacci alla destra di governo? I sondaggi vedono crescere ogni giorno i consensi per Futuro Nazionale, e a Orvieto tra una scatenata Laura Ravetto e l’economista Antonio Maria Rinaldi, entrambi ex leghisti, ecco arrivare anche Gianni Alemanno. Sì, l’ex sindaco di Roma, l’ideologo del movimento, tanto che qualcuno ha inventato una sintesi della coppia, “Alemannacci”, crasi perfetta tra Alemanno e Vannacci. C’è chi comunicava in diretta cosa stava accadendo a Orvieto a quelli di Fratelli d’Italia, e molti sono saltati sulla sedia quando hanno saputo della presenza in platea della figlia di donna Assunta Almirante, Giuliana de’ Medici. Un bel segnale per Vannacci, specie in vista delle elezioni suppletive a Reggio Calabria, dato che la consorte di Giorgio Almirante era calabrese al 100 per cento. E il giorno 23 settembre sono tutti convocati a Reggio, per sostenere il candidato Domenico Giannetta, il medico chirurgo, dirigente ospedaliero, che ha sempre militato in Forza Italia per poi abbracciare la causa di Futuro Nazionale. Giannetta è anche cittadino onorario di Cuiabà, la capitale dello Stato del Mato Grosso, in Brasile, e non gli mancherà il sostegno dei carioca.
Giuliana de’ Medici Almirante con donna Assunta nel 2013 (foto Imagoeconomica).
Te c’hanno mai Mamdami…
Roberto Gualtieri in visita a New York. Il sindaco di Roma ha incontrato il collega statunitense, Zohran Mamdani, nel corso di un faccia a faccia all’Urban 20 Mayors Summit 2026, ospitato e organizzato proprio dal primo cittadino della Grande Mela. Mettendo in allerta i costruttori romani, dato che Gualtieri ha pronunciato queste parole: «Abbiamo deciso di mettere in contatto i nostri rispettivi staff per approfondire delle forme, degli esperimenti, delle modalità di gestione delle questioni abitative di Roma che loro vogliono studiare. E, viceversa, noi studieremo approfonditamente alcuni elementi del loro piano casa, proprio per imparare ciascuno dall’esperienza dell’altro con uno spirito di grande amicizia e collaborazione». Gualtieri insomma pare pronto ad attaccare le politiche nazionali, dell’Italia e degli Stati Uniti: «I sindaci e le città stanno provando a dare risposte, spesso non aiutati dai governi o dovendo trovare soluzioni con strumenti limitati».
Toh, Guerri è a favore degli occupanti dello Spin Time
Ennesima spaccatura a destra, con un altro intellettuale protagonista: non bastava Pietrangelo Buttafuoco con il caos provocato alla Biennale di Venezia con l’apertura ai russi, ora anche Giordano Bruno Guerri ha trovato il modo di mettersi al centro di una polemica, stavolta tutta romana. Sì, perché Guerri ha avuto l’idea di difendere gli occupanti dello Spin Time, parlando alla trasmissione di RaiTre L’Elefante, condotta da Peter Gomez. Cosa ha detto Guerri? «Sullo Spin Time il sindaco di Roma ha provato a comprare lo stabile, a lanciare un’offerta, ma forse lo Stato potrebbe intervenire con maggiore autorità per proteggere questo bene, che è il nostro». Non solo: «La proprietà privata è un fondamento della nostra società e quindi va rispettata. Dall’altra parte vi sono gli espropri. Lo Stato si attribuisce il diritto di prendere la proprietà per costruire un’autostrada o un ponte. E qui è possibile violare la proprietà privata. Adesso bisogna chiedersi se in questo caso vale la pena di farlo. Secondo me sì. Perché quello è un miracolo, perché senza politica, senza sacerdoti, senza benefattori, hanno creato una struttura sorprendente, una sorta di città ideale dove vivono in comunità, hanno risolto problemi e hanno creato arte. Hanno riempito questo edificio, che era un mattatoio, di bellezza, dove vanno artisti a portare e creare nuova bellezza». Ma come, con tutti gli anni che ci ha messo la destra per liberarlo? Con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in prima linea? Ormai, dicono dalle parti di Fratelli d’Italia, «anche Giordano Bruno Guerri lo dobbiamo dare per perso. Che poi magari ce lo ritroviamo in parlamento, con Buttafuoco, eletto con qualcun altro…».