Eredità Agnelli: Margherita chiede di costituirsi parte civile contro John Elkann

Tramite i suoi legali, Margherita Agnelli ha chiesto al giudice dell’udienza preliminare di costituirsi parte civile nel processo che vede imputati il figlio John Elkann e il commercialista Gianluca Ferrero e incentrato sull’eredità di Marella Caracciolo, vedova di Gianni Agnelli. Si è trattata della prima udienza preliminare nella quale sono stati riuniti tutti i diversi filoni dell’inchiesta della procura di Torino.

Eredità Agnelli: Margherita chiede di costituirsi parte civile contro John Elkann
John Elkann (Imagoeconomica).

Eredità Agnelli: di cosa è accusato Elkann assieme a Ferrero

Elkann e Ferrero sono accusati dei reati di dichiarazione fraudolenta mediante artifici, in relazione alle dichiarazioni fiscali di Caracciolo (nonna del ceo di Exor), e di truffa aggravata ai danni dello Stato, con riferimento alla residenza della moglie dell’Avvocato, che gli inquirenti ritengono essere stata fittiziamente dichiarata in Svizzera, anziché che in Italia dove invece viveva. L’inchiesta è partita da un esposto della stessa Margherita sul domicilio della madre, che dal suo punto di vista metterebbe in discussione gli accordi sull’eredità.

L’avvocato di Elkann: «È diventata miliardaria ed è scappata»

L’avvocato Paolo Siniscalchi, che fa parte del team legale di Elkann, ha detto che «c’è poco di morale» nella richiesta avanzata da Margherita Agnelli di costituirsi parte civile contro il figlio nel procedimento penale in corso a Torino. Siniscalchi ha poi aggiunto: «È diventata miliardaria ed è scappata dal gruppo che aveva guidato suo padre, lasciando al figlio l’onere di portarlo avanti con dei risultati molto lusinghieri». I gup ha fissato la prossima udienza l’11 settembre.

Primarie della Lega per Milano: Salvini e Sardone i più votati

Nel fine settimana la Lega ha svolto le sue primarie per individuare il candidato sindaco di Milano da proporre agli alleati di coalizione. Nessuna sorpresa: le preferenze degli elettori del Carroccio, si sono concentrate sul segretario nazionale Matteo Salvini e sulla vicesegretaria Silvia Sardone, che è anche europarlamentare e consigliera comunale. Lo ha annunciato Samuele Piscina, segretario provinciale del Carroccio e consigliere a Palazzo Marino, indicando tra gli altri nomi votati il suo e quelli di Alessandro Morelli, Gabriele Albertini, Alessandro Verri, Claudio Borghi, Paolo Del Debbio e Alessandro Spada: «Questa rosa di nomi, qualora i singoli candidati accettino, sarà giustamente e orgogliosamente proposta alla coalizione di centrodestra per la scelta finale e condivisa del futuro Sindaco di Milano». Sono stati circa 10 mila i milanesi che si sono recati ai 38 gazebo allestiti dalla Lega in città.

Primarie della Lega per Milano: Salvini e Sardone i più votati
Silvia Sardone e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Salvini: «Sardone candidata sindaca mi piacerebbe»

A margine dei gazebo della Lega, Salvini aveva già “lanciato” la numero due: «Un candidato sindaco che mi piacerebbe si chiama Silvia Sardone. Arrivati i risultati, domani mattina li offriamo al centrodestra sperando che entro l’estate ci sia il nome. La Lega non imporrà nessuno, ma riteniamo di avere donne e uomini e idee da offrire. Pierfrancesco Majorino è assolutamente battibile. Non so come sceglieranno il candidato a sinistra, ma non ho paura». Il segretario del Carroccio ha inoltre rilanciato le primarie di coalizione, ipotesi sostenuta anche da Sardone: «Se le facciamo e ovviamente il mio partito è d’accordo, io corro. Vediamo se gli altri ci stanno».

Starmer annuncia le dimissioni, via libera a Burnham nuovo premier

Travolto dall’impopolarità e anche dall’ascesa di Andy Burnham, dopo mesi trascorsi sulla graticola Keir Starmer si è dimesso dal leader del Partito laburista e, di conseguenza, da primo ministro del Regno Unito. «La domanda che il mio partito si pone ora è se io sia la persona più adatta a guidarci verso le prossime elezioni generali. Ho ascoltato la risposta del mio gruppo parlamentare a questa domanda e la accetto con serenità. Ogni decisione che ho preso è stata dettata dal mettere al primo posto il Paese che amo. Per questo motivo mi dimetterò da leader del Partito Laburista», ha dichiarato Starmer di fronte a una schiera di cronisti davanti all’ingresso del numero 10 di Downing Street.

Starmer annuncia le dimissioni, via libera a Burnham nuovo premier
Keir Starmer abbraccia la moglie Victoria dopo le dimissioni (Ansa).

Il passo indietro di Starmer spiana la strada a Burnham

L’uscita di Starmer spiana la strada alla sua sostituzione con l’ex sindaco della Greater Manchester, Andy Burnham, soprannominato “Re del Nord” e attualmente il politico britannico più popolare. Starmer resterà comunque in carica fino all’inizio di settembre, quando avverrà il passaggio di consegne. Le dimissioni, peraltro, sono arrivate mentre Burnham era a Westminster per prestare giuramento come neoeletto deputato del collegio di Makerfield, dopo aver vinto a valanga l’elezione suppletiva del 18 giugno: aver un seggio in parlamento nel Regno Unito è una conditio sine qua non per poter diventare premier.

Starmer annuncia le dimissioni, via libera a Burnham nuovo premier
Andy Burnham (Ansa).

Dalla Brexit sono sei i premier ad aver lasciato l’incarico

L’annuncio di Starmer arriva alla vigilia del decimo anniversario del referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Il giorno successivo, a seguito del risultato del referendum sulla Brexit, David Cameron annunciò le sue dimissioni da primo ministro. Da allora sono passati da Downing Street Theresa May, Boris Johnson e Liz Truss – tutti costretti a dimettersi dai propri parlamentari – e Rishi Sunak, che ha lasciato dopo la disfatta delle elezioni anticipate del 2024. Starmer è laburista, ma dopo meno di due anni al potere gli è toccata la stessa sorte, diventando il sesto premier costretto a lasciare l’incarico in un decennio.

Com’è andato il primo round di colloqui Usa-Iran in Svizzera

Il primo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran, ospitato dalla Svizzera e durato in tutto 18 ore, si è tenuto in un’atmosfera «positiva e costruttiva» e nel corso dell’incontro «sono stati compiuti progressi incoraggianti, tra cui la creazione di un meccanismo per ulteriori colloqui tecnici». È quanto si legge in una dichiarazione congiunta di Qatar e Pakistan, Paesi mediatori.

Le nuove minacce di Trump e la replica di Teheran

Insomma, sarebbero stati fatti progressi nonostante le incendiarie dichiarazioni di Donald Trump, arrivate proprio durante i colloqui. «Se non fermate Hezbollah in Libano e non aprite Hormuz non avrete un Paese in cui tornare», ha minacciato il tycoon, ha cui ha prontamente risposto il capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf: «Stia attento a quello che dice, il nostro esercito è pronto a rispondere». Ieri Tasnim aveva scritto che la delegazione iraniana aveva lasciato la sede delle trattative in segno di protesta contro le minacce di Trump e che i colloqui, interrotti, erano rimasti in una situazione di stallo. In realtà c’è stata solo una sospensione e successivamente sono ripartiti.

Le decisioni prese nel primo round di negoziati

Doha e Islamabad spiegano che «le parti hanno concordato di istituire un comitato di alto livello per sovrintendere al processo negoziale», a cui «riferiranno regolarmente» i capi delle delegazioni. Tale comitato ha già concordato una «tabella di marcia per raggiungere un accordo definitivo entro 60 giorni, ponendo le basi per l’avvio immediato di ulteriori negoziati tecnici». Washington e Teheran hanno inoltre istituito una «linea di comunicazione» per prevenire «incidenti e malintesi» nello stretto di Hormuz. Inoltre hanno concordato di istituire un centro di coordinamento per monitorare il cessate il fuoco in Libano.

Media iraniani: «18 ore di intense discussioni»

«La vendita di petrolio iraniano, il rilascio delle licenze necessarie per le esportazioni di petrolio e lo sblocco dei beni iraniani soggetti a restrizioni o congelati sono stati tra i temi discussi in dettaglio», ha detto alla stampa statale Irna il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei, aggiungendo che tali questioni «dovrebbero, di norma, entrare presto nella fase di attuazione». Quanto al nucleare, l’Iran ha messo in guardia gli Stati Uniti dal «ripetere posizioni eccessive e illogiche» sul tema. «Eravamo determinati a sfruttare questa opportunità per garantire che gli impegni dell’altra parte venissero rispettati», ha sottolineato Baghaei.

Chi ha partecipato ai colloqui in Svizzera

La parte iraniana era rappresentata dal presidente del parlamento Ghalibaf e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Gli Usa sono stati rappresentati ai colloqui dal vicepresidente JD Vance e da Steve Witkoff e Jared Kushner, inviati speciali di Trump.

Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?

C’è un dettaglio, in questa storia, che la rende vagamente grottesca. L’ottantesima edizione del Premio Strega, che nonostante gli anni e l’usura continua a muovere copie e prestigio, ha rischiato di naufragare dentro un van diretto a Bisceglie. Sei finalisti stipati come il cast di un reality show, 20 tappe in giro per l’Italia a recitare la parte di sé stessi e a magnificare i rispettivi romanzi. Era quasi inevitabile che prima o poi qualcuno saltasse per aria.

Un carico di vanità che diventa esperimento sociale prima che letterario

Sei scrittori chiusi per ore in un pulmino, fuori un caldo infernale e dentro un ingombrante carico di vanità, sono un esperimento sociale prima ancora che letterario. Se poi si tratta di primedonne, o primi uomini, per non urtare la sensibilità dell’epoca, il cortocircuito non è una possibilità, bensì una certezza.

Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?
L’ultimo saluto a Michela Murgia (Imagoeconomica).

Da quel momento, però, la storia ha smesso di parlare di Mari e ha cominciato a parlare di noi. Nel giro di poche ore, il dibattito non era più sul cosa avesse detto, ma come liberarsi di lui. Espulsione o spontaneo ritiro dello scrittore dalla gara? Il vocabolario è scivolato con sorprendente naturalezza dalla critica alla scomunica. Con un risvolto quasi comico.

Espulsione? Il regolamento racconta un’altra storia

La Fondazione Bellonci, custode dello Strega, ha diffuso un comunicato per ricordare che ogni espressione denigratoria è incompatibile con lo spirito del Premio. Per poi accorgersi, con un ritardo degno di miglior causa, che il regolamento raccontava un’altra storia: Mari non si può espellere e lui non si può ritirare perché lo Strega giudica i libri, non i loro autori. Una distinzione che fino a poco tempo fa pareva banale, e che oggi somiglia quasi a un atto di resistenza.

Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?
Michele Mari (foto Imagoeconomica).

Il punto è sempre lo stesso: un’opera si giudica per quello che contiene, non per il passaporto o le simpatie politiche di chi l’ha scritta. Verità elementare, e proprio per questo sempre più ignorata. Sui social ogni stroncatura è un processo che non contempla assoluzione. C’è una distanza enorme tra biasimare le parole attribuite a Mari e pretendere che il suo libro venga escluso dalla competizione. Nel primo caso si esercita il diritto di critica. Nel secondo si pretende che un premio letterario certifichi la rispettabilità degli autori prima ancora della qualità delle opere.

Mari, la bruttezza di Murgia e il Premio Strega: si giudica il libro o l’autore?
Uno degli incontri con i finalisti dello Strega 2026 in giro per l’Italia (foto Ansa).

Ma siamo ormai immersi in una cultura che non si fida più del lettore. Ed è qui che la faccenda torna grottesca: un premio letterario, ammesso che i premi abbiano ancora senso (ma questa è un’altra storia), dovrebbe scegliere il libro migliore, non l’autore più presentabile.

Elezioni Colombia, De La Espriella canta vittoria ma la sinistra chiede il riconteggio

Con oltre il 99 per cento dei seggi scrutinati, Abelardo De La Espriella risulta il vincitore delle elezioni presidenziali della Colombia. Il candidato di estrema destra ha ottenuto il 49,67 per cento dei voti, mentre il suo rivale, il senatore di sinistra Ivan Cepeda, si è fermato al 48,69 per cento. A proclamarsi presidente è stato lo stesso De La Espriella, che in un messaggio su X ha scritto: «Abelardo presidente ufficialmente. Il tigre abbraccia il condor, ti amo Colombia» (ndr “El tigre” è il suo soprannome mentre il condor è il simbolo della Colombia). Tuttavia, il presidente del Paese Gustavo Petro ha denunciato numerose irregolarità nel combattuto scrutinio e anche Cepada ha parlato di possibili brogli, sostenendo che il risultato sia preliminare e non ufficiale e chiedendo un riconteggio.

Libia, Almasri condannato a 7 anni e 4 mesi

Il Tribunale penale di Tripoli ha condannato a 7 anni e 4 mesi Osama Najeem Almasri, l’ex comandante libico del famigerato carcere di Mitiga al centro di un contenzioso tra il governo italiano e la Corte penale internazionale. Il verdetto è arrivato al termine di un procedimento avviato dopo le segnalazioni ricevute dalle autorità libiche su abusi commessi contro detenuti.

Le indagini hanno riguardato anche la morte di un detenuto

L’indagine della procura di Tripoli ha riguardato in particolare la morte di un detenuto nell’istituto di correzione e riabilitazione di Mitiga e la violazione dei diritti di 10 prigionieri. Nel corso del procedimento sono emerse accuse di torture e trattamenti crudeli e degradanti all’interno della struttura carceraria, indicata nei materiali della Cpi come luogo di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani. Per Almasri sono state disposte anche la perdita della capacità giuridica e la privazione dei diritti civili per tutta la durata della pena e per un anno successivo.

L’arresto a Torino, il rilascio dopo due giorni e il rimpatrio: il caso-Almasri

Almasri era stato arrestato a Torino il 19 gennaio 2025, in esecuzione del mandato della Cpi con l’accusa di crimini contro l’umanità e di guerra (tra cui omicidio, tortura e violenza sessuale), dopo essere passato anche da altri Stati europei. A causa di un problema procedurale nella trasmissione degli atti al Ministero della Giustizia, la Corte d’Appello di Roma non aveva convalidato l’arresto di Almarsi, che due giorni dopo era stato rilasciato e rimpatriato in Libia con un volo di Stato. Il governo aveva motivato la decisione con ragioni di sicurezza nazionale: la scarcerazione di Almasri aveva sollevato dure proteste da parte delle opposizioni politiche e anche della Cpi, che aveva chiesto chiarimenti formali a Roma per la mancata consegna all’Aja di una persona ricercata per crimini molto gravi.

Ritrovate le sorelle scomparse: fermati la mamma, il compagno e il nonno

Sono state ritrovate a Formia le due sorelle di 12 e 16 anni scomparse da una casa famiglia di Civitella Alfedena (L’Aquila) 15 giorni prima. La mamma, il suo compagno e il nonno sono stati fermati con l’accusa di sequestro di persona in concorso. La donna, Valentina D’Acunto, è in carcere a Teramo, mentre il suo compagno e il nonno delle ragazze, Vincenzo Esposito e Marco D’Acunto, sono in quello di Sulmona. Indagata a piede libero, invece, l’anziana nel cui appartamento sono state ritrovate le sorelle. Secondo quanto si apprende, sarebbe una lontana parente della loro madre. Gli investigatori stanno continuando le indagini per verificare il coinvolgimento di altre persone nella vicenda.

Cosa sappiamo sul ritrovamento

Le due minorenni sono state rintracciate nella serata di domenica 21 giugno grazie a un’operazione congiunta condotta dai carabinieri del Comando provinciale dell’Aquila, dai militari del Comando provinciale di Latina e dai Ros, sotto il coordinamento del procuratore capo della Repubblica di Sulmona, Luciano D’Angelo, presente durante le operazioni. Ha collaborato anche la procura di Cassino, con il procuratore capo Carlo Fucci. Nel corso degli accertamenti, i militari e le unità speciali sono intervenuti all’interno dell’abitazione di un’anziana di circa 80 anni, dove erano ospitate e nascoste da 14 giorni le due sorelle.

Meloni, il bulldozer Trump e la distruzione della diplomazia dell’immagine

Giorgia Meloni ha davvero «implorato» Donald Trump per una foto? Il punto è più serio: la premier ha costruito per anni una parte rilevante della sua politica estera sulla rappresentazione di sé. E quando il coprotagonista di quella rappresentazione esce dal copione e la racconta come comparsa in cerca di uno scatto (altro che alleata privilegiata), l’intero castello scenico viene giù insieme. Meloni ha preso una questione che riguarda lei – cioè il rapporto personale con Trump, il suo modo di costruire immagine – e l’ha trasformata istantaneamente in questione nazionale, come se una battuta su Giorgia fosse un’aggressione alla Repubblica. È stata lei a personalizzare la politica estera. Ora abbiamo assistito alla demolizione pubblica di un brand. Con tanto di storpiatura del nome nella contro-risposta di Trump («Gigiorgia», poi corretto) che rischia di rimanerle appiccicato addosso come accadde nel 2019 a «Giuseppi» Conte.

Che beffa: solidarietà dei leader da cui voleva distinguersi

Per anni ci hanno propinato la narrazione della leader ascoltata a Washington, migliore interlocutrice del conservatorismo americano, ponte tra Europa e Casa Bianca. Poi è arrivato il diretto interessato e, con la delicatezza di un bulldozer in un salotto, ha ridotto tutto a una scena da fan in cerca di selfie. È bastato che il padrone di casa ritirasse la propria faccia dal set cinematografico perché alla premier non restasse nulla in mano. Con tanto di beffa: a darle solidarietà sono stati Pedro Sánchez ed Emmanuel Macron, cioè i leader da cui voleva distinguersi facendo “il ponte”. Invece adesso è più sola di prima.

Meloni, il bulldozer Trump e la distruzione della diplomazia dell’immagine
Giorgia Meloni con i leader del G7 (foto Imagoeconomica).

L’immagine estera di Meloni tra meme, siparietti e rapporti personali

Meloni partecipa ai vertici anche nelle vesti di Giorgia la madre, la combattente, la cristiana, l’amica di Trump, quella che ha appena smesso di fumare e lo racconta ai colleghi. E porta l’immagine di “Melodi”: il selfie con Narendra Modi alla COP28, virale con 16 milioni di visualizzazioni; le caramelle Melody che il premier indiano le ha regalato a maggio; e ora, intercettata a Evian, la battuta «siamo la coppia più famosa».

Al G7 Meloni ha cercato di recitare la sua narrazione. Cornice familiare, sigaretta smessa, rapporto speciale con Trump, siparietto con Modi: stessa grammatica. La politica come autobiografia permanente, la diplomazia come contenuto. Ma il bilancio è desolante: quali risultati concreti ha portato a casa nei grandi vertici, quali dossier ha chiuso?

Legittimazione internazionale costruita su un partner inaffidabile

La reazione della maggioranza di centrodestra è stata più comica del fatto in sé. Il capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami ha spiegato che Trump «soffre la leadership» di Meloni: come commentare Mike Tyson che prende a schiaffi un avventore al bar sostenendo che ne teme la superiorità pugilistica. Ignazio La Russa ha giurato che si mangerebbe «un pollo vivo» piuttosto che credere a una Meloni supplicante. Una gara a chi difende meglio la persona, senza porsi la domanda vera: perché avete costruito la legittimazione internazionale della premier su un uomo che oggi vi tratta così?

Meloni, il bulldozer Trump e la distruzione della diplomazia dell’immagine
Giorgia Meloni con Donald Trump alla Casa Bianca (foto Imagoeconomica).

Quale interesse nazionale ha tutelato questa diplomazia dell’immagine?

C’è da dire che sbaglia bersaglio anche chi, all’opposizione, riduce tutto alla solidarietà personale: è la stessa trappola, cioè personalizzare. Non si tratta di difendere Giorgia come donna ferita dal maschio forte di turno, ma di chiedere che cosa fosse andata a fare a quel G7, e perché la relazione più esibita della sua politica estera si sia rovesciata in umiliazione. Quale interesse nazionale ha tutelato questa diplomazia dell’immagine?

I tavoli internazionali sono brutali e si rischia la svalutazione

Lo statista dovrebbe usare l’immagine per rafforzare una strategia, a differenza dell’influencer che usa la strategia per alimentare l’immagine. Qualcuno ha confuso troppo a lungo il frame con la realtà. La politica internazionale è un tavolo brutale, popolato da chi difende interessi, denaro, eserciti. Se ti presenti con un brand al posto di una linea, prima o poi qualcuno ti tratta da brand: e Trump, che di marchi se ne intende, l’ha fatto nel modo più crudele, svalutandola in diretta.

Meloni, il bulldozer Trump e la distruzione della diplomazia dell’immagine
I leader al tavolo del G7 (foto Imagoeconomica).

Trump si è sfilato dal racconto: sotto non resta niente

The Donald ha tolto la scenografia. Il partner è uscito dal tuo racconto, e se quel racconto era la tua unica politica estera, allora ti resta in mano solo il telefono. Dopo anni di vertici, guerre, dazi, Mediterraneo, Ucraina e Medio Oriente, il dramma è che la fotografia più nitida della politica estera di Giorgia Meloni sia ancora, letteralmente, una foto. Che, per giunta, l’altro protagonista dice di aver concesso per pietà.

Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito

L’ultima puntata di Striscia la notizia nella sua tradizionale collocazione quotidiana in access prime time, ossia su Canale 5 dopo il Tg5 delle 20, è andata in onda nel lontano 7 giugno 2025, un sabato di oltre un anno fa: share del 13,2 per cento, per un programma esausto. Da allora tutto il mondo di Antonio Ricci, il deus ex machina che aveva monopolizzato per decenni l’access prime time di Canale 5 (producendo 220 puntate di Striscia e 140 puntate di Paperissima ogni anno), è di fatto scomparso: chiusa Paperissima e chiusa anche Striscia, salvo una breve apparizione in cinque puntate speciali settimanali in prime time (cioè, per Canale 5, alle ore 22) da fine gennaio a metà febbraio del 2026.

Un gruppo di fedelissimi che prova a tenere in vita il marchio

Quel circo di conduttori, inviati, imitatori, ballerine, autori che per lunghi anni aveva vissuto alla corte di Ricci ha dovuto trovarsi impegni alternativi. Tuttavia, nelle stanze di Mediaset è rimasto un piccolo esercito di “giapponesi nella giungla”, fedelissimi di Ricci, gente che segue un po’ l’ufficio stampa, un po’ i social, un po’ il museo di Striscia: una decina di persone, pagate dal Biscione e che da circa un anno si prodigano in attività più o meno utili per tenere in vita un brand, Striscia, sul quale Mediaset e Pier Silvio Berlusconi, ormai lo si è capito, non credono più.

Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Pier Silvio Berlusconi (foto Ansa).

Servizi d’archivio per cavalcare i fatti d’attualità

Il team, all’interno del quale lavora pure una delle figlie di Ricci, Vittoria, si occupa della rassegna stampa, per avere una panoramica di tutto quanto esca sui media, ancora oggi, su Striscia. E poi lavora molto al sito e ai vari account social dell’ex tg satirico, provando a tenerli vivi. Come? Be’, per ogni argomento di attualità in questi giorni esistono, nell’archivio, vecchi servizi che si sono occupati del tema e che vengono caricati quotidianamente. In questo modo i vari social di Striscia tentano di cavalcare la cronaca anche se il programma da tempo non realizza più servizi originali. I media stanno parlando di un calciatore, di un’attrice, di una conduttrice? Ecco che arriva il servizio del 2014 o del 2021 in cui Valerio Staffelli consegnava un Tapiro al personaggio in questione.

Contenuti che non producono ricavi, ma rappresentano solo dei costi

La cosa curiosa di queste iniziative web e social è che, per patti intercorsi tra Ricci e Mediaset, la concessionaria Publitalia non può raccogliere pubblicità per nessuno dei contenuti digitali. Quindi il sito e i social di Striscia sono attività che non producono ricavi, e rappresentano solo dei costi che potevano avere un senso, per la promozione del marchio, fin quando Striscia trovava spazio nei palinsesti del Biscione. Ma ora rasentano davvero l’inutilità.

La gestione del museo trasferito negli studi di Cologno Monzese

Poi c’è la gestione del museo di Striscia: nel 2007 la Triennale di Milano dedicò al programma di Ricci una mostra. E il materiale raccolto venne successivamente trasferito negli studi Mediaset di Cologno Monzese per creare una sorta di mausoleo a imperitura memoria, nel quale, come spiegava Mediaset ai tempi, «sono esposti cimeli legati a fatti memorabili della trasmissione. Ed è la prima e unica esposizione permanente al mondo dedicata a un programma televisivo. Tra i pezzi forti, il costume delle veline denunciato per vilipendio alla bandiera italiana e la lettera scritta al Gabibbo dall’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema. Tra le curiosità, una copia del romanzo Mamma, li Turchi!, dello scrittore transalpino Gabriel Matzneff, dove un gruppo di francesi in Italia impara la nostra lingua guardando in tivù Striscia la notizia».

Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito

E ancora: «Tutti i visitatori possono sperimentare dal vivo la tecnica televisiva del chroma key e scattare foto ricordo tra fantasiose installazioni, come la colonna di plexiglass con i documenti sulle centinaia di cause giudiziarie affrontate da Striscia, o come i 1.690 monitor che trasmettono vecchie puntate. Lo spirito giocoso del museo e del vicino studio nasce dall’esigenza di trasformare un luogo tetro e triste in un posto accogliente, un mondo dove immergersi e sentirsi come a casa, divertendosi. Striscia la notizia organizza visite guidate al museo per le scuole secondarie di primo e secondo grado (dalle 14 alle 16.30) e per le Università».

Il contratto del 75enne Ricci con Mediaset scade a fine 2026

Ora, è facile immaginare quante classi e quanti studenti stiano facendo a gara per chiedere a Mediaset di visitare il museo a un anno dalla chiusura di Striscia quella vera, quella in access prime time. Peraltro il contratto del 75enne Antonio Ricci con Mediaset sarebbe in scadenza a fine 2026. E il forte sospetto è che una volta sciolto il legame con l’ideatore di Striscia, anche tutti i catafalchi correlati andranno a finire in soffitta.

Ai tempi d’oro fatturato annuo attorno ai 40 milioni di euro

D’altronde, dopo 42 anni di lavoro e di successi per Cologno Monzese, Ricci ha riempito di soldi il Biscione ma è pure diventato un uomo molto ricco: nei tempi d’oro, quando si autoproduceva sia Striscia sia Paperissima, il suo fatturato annuo era attorno ai 40 milioni di euro, secondo indiscrezioni di stampa.

Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito
Striscia la notizia, gli ultimi giapponesi che lavorano per un brand ormai finito

E l’ultimo bilancio disponibile della Stone srl, società della famiglia Ricci, ha chiuso con un patrimonio netto di 107,7 milioni di euro, utili portati a nuovo per 85 milioni di euro, immobilizzazioni materiali (ossia case e terreni) per quasi 107 milioni di euro e immobilizzazioni finanziarie per 38,3 milioni di euro. Ricci, la moglie, le figlie, i nipoti e i figli dei nipoti, a occhio e croce, sono già a posto così.

Molto più di un consigliere: chi è Boris Epshteyn, uno degli uomini più vicini a Trump

Consigliere personale, consulente legale e, per ammissione di Donald Trump, pure un po’ psichiatra. Alla Casa Bianca si aggira da tempo una figura ingombrante, priva di incarichi ufficiali nel governo ma ascoltatissima dal presidente, che ha giocato un ruolo centrale nelle nomine governative dopo la vittoria elettorale del 2024. Non un’eminenza grigia, perché Boris Epshteyn c’è e si vede. E c’è anche quando non si vede, come raccontano i frequentatori dello Studio Ovale.

Molto più di un consigliere: chi è Boris Epshteyn, uno degli uomini più vicini a Trump
Boris Epshteyn alle spalle di Donald Trump (Ansa).

Fedelissimo di Trump, ha conosciuto il presidente grazie al figlio Eric

Nato in Russia nel 1982 ed emigrato con la famiglia in New Jersey a 11 anni, Epshteyn è entrato in contatto con Trump grazie alla sua amicizia con Eric, secondogenito del tycoon: i due hanno infatti studiato legge insieme a Georgetown. Diventato nel frattempo avvocato, è entrato a far parte dello staff di Trump come consigliere una decina di anni fa, dopo aver partecipato alla campagna presidenziale di John McCain nel 2008. Il salto di qualità è arrivato nel 2017, quando l’allora legale personale di Trump, Michael Cohen, fu incriminato nell’inchiesta sul Russiagate: da quel momento Epshteyn ha iniziato gradualmente a prenderne il posto. Fino a diventare il principale avvocato di Trump nel 2021, mentre The Donald pianificava il suo ritorno alla Casa Bianca in un momento in cui molti nel suo stesso partito lo volevano fuori dopo l’assalto a Capitol Hill.

Il ruolo nelle vicende legali che hanno visto Trump accusato e accusatore

In qualità di principale consigliere giuridico di Trump, Epshteyn ha supervisionato un’ondata di contenziosi civili senza precedenti intentati da un presidente contro i media e le piattaforme social: una strategia rischiosa, che però si è rivelata vincente durante il ciclo elettorale del 2024, quando Trump si è trovato ad affrontare quattro procedimenti penali e due civili. Epshteyn è stato coinvolto in diverse vicende legali che hanno visto al centro Trump negli ultimi anni, ma non solo come parte della difesa del tycoon: è stato infatti indagato – con l’ex capo dello staff della Casa Bianca Mark Meadows e Rudy Giuliani – per il caso dei falsi elettori in Arizona, parte del più ampio tentativo di ribaltare i risultati delle Presidenziali del 2020.

Molto più di un consigliere: chi è Boris Epshteyn, uno degli uomini più vicini a Trump
Boris Epshteyn (Ansa).

Epshteyn è una presenza sempre più ingombrante alla Casa Bianca

Come riportato da Axios, che cita due fonti a conoscenza delle abitudini presidenziali, Epshteyn – che non ha incarichi ufficiali – si reca nello Studio Ovale circa una volta a settimana, ma è «costantemente» al telefono con Trump, che non esita (tutt’altro) a metterlo in vivavoce durante le riunioni più importanti che si svolgono alla Casa Bianca. In un contesto in cui la vicinanza al potere è potere stesso, Epshteyn è una delle persone più influenti a Washington: non solo perché ascolta, ma anche perché Trump lo ascolta. A tal proposito, a novembre del 2024 è stato oggetto di un’indagine interna voluta dagli avvocati di The Donald, a seguito dell’accusa che avesse chiesto compensi in denaro (anche più di 100 mila dollari) a potenziali candidati a ruoli governativi, in cambio di raccomandazioni. Secondo PBS News, Epshteyn si sarebbe opposto alla nomina – poi confermata – di Scott Bessent a Segretario del Tesoro, perché quest’ultimo si sarebbe rifiutato di pagarlo. Una circostanza, questa, che il consigliere personale di Trump ha smentito. E lo stesso presidente americano lo ha difeso, gridando al complotto. Secondo il Wall Street Journal, Epshteyn avrebbe fortemente caldeggiato la nomina del viceprocuratore Trent McCotter, il quale ha poi deciso sull’archiviazione del caso. Inoltre sarebbe stato decisivo per la scelta di figure chiave come Todd Blanche e Emil Bove per il Dipartimento di Giustizia, candidature poco gradite a Elon Musk con cui – pare – sarebbe venuto alle mani a Mar-a-Lago sul finire del 2024. A conferma della sua influenza, sempre il Wsj riporta che sarebbe stato proprio Epshteyn a far ritirare di recente la causa contro il miliardario indiano Gautam Adani, incriminato negli ultimi giorni della presidenza Biden con l’accusa di orchestrato un’ampia frode volta a ingannare gli investitori statunitensi.

Nel curriculum di Epshteyn figurano anche due arresti

D’altra parte, che Epshteyn sia un tipo manesco è un dato di fatto, come dimostra uno dei due arresti che figurano nel suo curriculum. Il primo risale al 2014, quando finì in manette per aver steso con un pugno un uomo con cui stava litigando nel night club Whiskey Row di Scottsdale, in Arizona. Il futuro consigliere di Trump accettò di risarcire la vittima, di frequentare corsi per la gestione della rabbia e di svolgere almeno 25 ore ai servizi sociali: arrivò così il ritiro della denuncia. Il secondo arresto risale invece al 2024, quando era già consigliere di Trump. Epshteyn fu fermato in un altro locale di Scottsdale, il Bottled Blonde, dopo la denuncia di due sorelle che lo avevano accusato di tentato abuso sessuale, aggressione e molestie: se la cavò con 11 mesi di libertà vigilata, un multa da 710 dollari e obbligo di iscriversi a un programma per il trattamento degli alcolisti.

Molto più di un consigliere: chi è Boris Epshteyn, uno degli uomini più vicini a Trump
Donald trump (Ansa).

Fixer del presidente? Di più. Trump: «È come il mio psichiatra»

Il ruolo di Epshteyn va però oltre le aule di tribunale e le riunioni alla Casa Bianca. Ad aprile è stato infatti nominato presidente di Trump Media e, a conferma della prossimità col tycoon, è stato inquadrato assieme a lui in occasione della gara 3 delle Finals NBA al Madison Square Garden. A novembre del 2024, mentre si trovava in volo con il presidente eletto verso Washington, viste le sue origini era persino arrivato a proporsi come inviato speciale del presidente per il conflitto russo-ucraino. Idea valutata, ma poi scartata. «È l’uomo che risolve i problemi del presidente», ha detto una delle fonti di Axios. «È come il mio psichiatra», ha scherzato Trump riferendosi alla frequenza con cui parla con Epshteyn, capace di offrigli un sostegno costante e talmente incondizionato al punto che ogni colloquio con lui risulta più efficace di una seduta da uno specialista. E pensare che – ironia della sorte – il cognome del suo yes man preferito suona molto simile a quello di uno suo vecchio amico (rinnegato) che da morto gli sta dando tanti grattacapi…

L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio

L’asteroide intitolato di recente a Jannik Sinner non è il primo, né sarà l’ultimo, “pianetino” dedicato a personaggi famosi. Da quasi due secoli, infatti, i nomi più illustri della storia, della letteratura, della scienza, della musica, dell’arte e dello spettacolo “gravitano” nello Spazio. Ma non solo: perché ci sono anche meduse, ragni, lumache, rane e animali di ogni genere. Ecco qualche esempio.

La rivincita “spaziale” di Jannik dopo la delusione del Roland Garros

Il gioco di parole viene facile: dopo le sofferenze del Roland Garros, Sinner si prende una rivincita “spaziale”, grazie alla International Astronomical Union (IAU) che ha ratificato l’assegnazione del nome del campione a un asteroide che orbita nella fascia principale tra Marte e Giove. Si tratta, per l’esattezza, dell’asteroide (120097) Janniksinner, scoperto da un team di ricercatori toscani nel 2003 presso l’Osservatorio di Campo Imperatore, che, su suggerimento del Gruppo astrofili di Montelupo Fiorentino, ha proposto appunto l’intitolazione dell’astro all’autorità mondiale che, dal 1919, riunisce gli astronomi professionisti e assegna i nomi ai corpi celesti (un centinaio all’anno).

I corpi celesti dello sport, da Jesse Owens a Leo Messi

Sinner non arriva però primo ad aggiudicarsi lo slam spaziale: prima di lui, infatti, ci sono Roger Federer (2005) e Rafa Nadal (2008). E prima di loro moltissimi altri campioni dello sport. Solo per fare qualche nome – l’elenco sarebbe lunghissimo – si possono citare Jesse Owens, Emil Zatopek, Pelé, Johan Cruijff e Lionel Messi. Altrettanto lungo – si parla di migliaia di asteroidi – sarebbe l’elenco dei corpi celesti dedicati a nomi illustri in ogni campo, a cominciare dalla storia (papi compresi). Proprio a un nome storico, quello dell’imperatrice Eugénie de Montijo, moglie di Napoleone III, risale l’intitolazione dell’asteroide – scoperto dall’astronomo Hermann Goldschmidt nel 1857 – che per per primo infranse la regola dei nomi esclusivamente mitologici per i corpi celesti.

L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio
L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio
L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio
L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio
L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio

Da Dante a Harry Potter: gli asteroidi di letteratura e cinema

C’è poi la letteratura, dai classici greci ai grandi nomi italiani come Dante, Petrarca, Boccaccio, Torquato Tasso, Manzoni, Luigi Pirandello ai grandi della letteratura russa, passando per Kafka e via via fino agli autori a noi più vicini. E c’è naturalmente l’arte, nelle sue svariate forme, dove trovano posto pittori e scultori di ogni epoca. C’è ovviamente la scienza (potevano mancare Galileo Galilei e Albert Einstein? Ma c’è anche la nostra Margherita Hack) e pure il mondo dello spettacolo, dove il cinema la fa da padrone. E allora ecco gli asteroidi dedicati alle icone di Hollywood, come “Audreyhepburn” e “Marilynmonroe”. Senza dimenticare i vari personaggi di fantasia, dai protagonisti delle tragedie e delle commedie shakespeariane a Spock di Star Trek, da Sherlock Holmes (e il dottor Watson) a Harry Potter, da Don Chisciotte a James Bond fino a Tardis (Doctor Who).

Tanti gli astri “italiani”: tra le intitolazioni più recenti quella ad Annalisa

Nutrita la pattuglia degli “astri” italiani: oltre ai grandi nomi della letteratura, troviamo un po’ di tutto: da Luciano Pavarotti a Gianmaria Volontè a Gigi Proietti, da Tito Stagno (celeberrimo cronista televisivo dello sbarco sulla luna nel 1969) a Roberto Benigni e consorte (Nicoletta Braschi), dall’immancabile Andrea Bocelli a “Albertosordi”, da “Andreacamilleri” a “5150 Fellini”, in onore del cineasta romagnolo, fino a Giuseppe Garibaldi, Corrado Augias a Paolo Bonolis. Tra le intitolazioni più recenti quella del 2024 a Annalisa. Nel caso della cantautrice ligure la motivazione ufficiale dell’IAU menziona la sua laurea in fisica che ben si combina con il grande successo ottenuto nel settore musicale.

L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio
L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio
L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio
L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio
L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio

Note in orbita: gli astri dedicati alle star della musica

Proprio la musica è uno dei settori che ha fornito più nomi, senza distinzione di genere. Si va infatti da tutti, ma proprio tutti, i grandi compositori classici (è presente tutto l’alfabeto, da Tomaso Albinoni a Richard Wagner) a Astor Piazzolla, da Edith Piaf a Frank Sinatra a Maria Callas. Proprio scorrendo l’elenco dei musicisti classici, colpisce il fatto che spesso i nomi degli asteroidi siano scritti con la “a” finale (“Mozartia, “Mussorgskia”, etc). Ma c’è un motivo: da metà Ottocento in poi, la consuetudine di assegnare ai corpi celesti un nome classico di donna divenne regola. Quando però i nomi classici cominciarono a scarseggiare, si giunse al compromesso di poter usare anche i nomi di città e persino di personaggi maschili, purché si aggiungesse una “a” finale. La regola è stata cancellata solo al termine della Seconda guerra mondiale, ragion per cui troviamo astri come “Disneya” e “Planckia”.

Il “puntino di luce” di Freddie Mercury

Sempre in ambito musicale, il rock (nelle varie forme) da alcuni decenni predomina: hanno un asteroide ciascuno i Beatles (John Lennon ha anche un cratere a lui intitolato su Mercurio, accanto a quello dedicato a Michael Jackson), e ancora David Bowie Jimi Hendrix, Mark Knopfler, Aretha Franklin, Ella Fitzgerald, Bob Dylan, Lou Reed, Bruce Springsteen, Elvis Presley, Eric Clapton, ZZ Top, Yes, Jimmy Page. A Freddie Mercury l’asteroide omonimo (scoperto nel 1991, anno della morte del frontman dei Queen) venne assegnato postumo nel 2016, nel giorno in cui avrebbe compiuto 70 anni. Ad annunciare l’intitolazione fu il chitarrista – e dottore di ricerca in astrofisica – Brian May, che per l’occasione disse: «È solo un puntino di luce, ma è un puntino di luce davvero speciale!».

L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio
L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio
L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio
L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio
L’asteroide intitolato a Sinner e gli altri nomi illustri che “gravitano” nello Spazio

Non solo astri: dai vermi pelosi alle vespe bionde

Dall’astronomia, la musica rock ha poi ispirato variati scienziati e ricercatori a intitolare con i nomi dei loro beniamini musicali altri generi di soggetti. Ecco quindi che porta il nome Beatles un verme dal pelo arruffato, che ricorderebbe il taglio di capelli dei Fab Four, mentre a Michael Jackson è stato intitolato un granchio “eremita”, a Bob Marley un crostaceo caraibico, a Joe Strummer una lumaca, a Sting una raganella amazzonica, ai Radiohead una formica, a James Brown un acaro, a Mick Jagger e Keith Richards dei Rolling Stones due trilobiti scoperti nel 1995. E trilobiti sono stati intitolati anche ai membri dei Sex Pistols (“Arcticalyme rotteni”, “Cooki”, “Jonesi”, “Matlocki” e “Viciousi”), mentre Lady Gaga si è dovuta accontentare di una nuova specie di vespa “bionda” scoperta in Tailandia, la “Aleiodes gaga”.

Il curioso caso dei ragni intitolati ai grandi del metal

Un caso particolare quello della biologa Christina Rheims, che, nel 2019, durante le sue ricerche amazzoniche, si è imbattuta in quattro nuove specie di ragni. Appassionata di heavy metal, la studiosa ha così deciso di intitolare ciascuna specie, rispettivamente, a Bruce Dickinson degli Iron Maiden (“Extraordinarius brucedickinsoni”), a Klaus Meine degli Scorpions (“Extraordinarius klausmeinei”), a Andre Matos della band brasiliana Angra (“Extraordinarius andrematosi”) e a Rick Allen dei Def Leppard (“Extraordinarius rickalleni”).

La medusa di Frank Zappa e l’omaggio allo scopritore

Tra le star che possono vantare più di un’attribuzione c’è senz’altro Frank Zappa. Al “genio di Baltimora”, infatti, non solo è stato intitolato l’asteroide “3834 Zappafrank” (scoperto dall’astronomo slovacco Ladislav Brožek nel 1980), ma anche una medusa, la “Phialella zappai”, individuata nel 1983 da Ferdinando Boero, zoologo e biologo salentino di fama mondiale, durante un periodo di studio in California. Boero, grande appassionato di Zappa, scrisse al musicista americano la sua intenzione di intitolargli la scoperta e, come ha raccontato lo scienziato, il suo idolo gli rispose: «Non c’è niente che mi piacerebbe di più di avere una medusa chiamata come me». Da quel momento, tra i due nacque un’amicizia, e i fan zappiani più incalliti ricordano il concerto genovese (luglio 1988) durante il quale il musicista eseguì un suo celebre brano, Lonesome Cowboy Burt (trasformato in “Lonesome Cowboy Nando”), modificando il testo inziale del brano da «My name is Burtram/I’m a redneck” in “My name is Nando/I’m a marine biologist».

Il botta e risposta tra Trump e Meloni sulla stampa estera

Il botta e risposta tra Donald Trump e Giorgia Meloni, come prevedibile, ha trovato spazio anche sulla stampa estera. Ecco gli articoli dedicati alla vicenda dalle alcune delle più importanti testate straniere.

Il botta e risposta tra Trump e Meloni sulla stampa estera
Il botta e risposta tra Trump e Meloni sulla stampa estera
Il botta e risposta tra Trump e Meloni sulla stampa estera
Il botta e risposta tra Trump e Meloni sulla stampa estera
Il botta e risposta tra Trump e Meloni sulla stampa estera
Il botta e risposta tra Trump e Meloni sulla stampa estera

Macron: «Sorpreso, ne parlerò con Meloni»

Rispondendo all’Ansa mentre lasciava il Consiglio europeo, il presidente francese Emmanuel Macron si è detto «sorpreso» dall’attacco di Trump a Meloni, aggiungendo con la premier italiana parlerà di quanto accaduto in occasione del bilaterale in programma ad Antibes il 25 giugno.

Le reazioni della politica italiana alle parole di Trump su Meloni

Non si sono fatte attendere le reazioni della politica italiana alle parole di Donald Trump su Giorgia Meloni e il loro incontro al G7 di Evian, raccolte telefonicamente da Daniele Compatangelo per L’Aria che tira su La7: «Era probabilmente contenta che io le abbia parlato. Mi ha implorato di fare una foto con lei. Voleva una foto con me così tanto. L’avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena».

Salvini: «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi». Tajani annulla la visita negli USa

Innanzitutto, la diretta interessata Meloni si è detta «francamente allibita» da quanto affermato da Trump. «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi», ha scritto il vicepremier Matteo Salvini sui social, a corredo di una foto che lo ritrae insieme alla premier. L’altro vicepremier Antonio Tajani, puntando il dito contro Trump, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha deciso di annullare la visita negli Stati Uniti prevista per il 21 e 22 giugno. «I deliri di Trump su Meloni sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa», ha dichiarato Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega per l’Attuazione del programma di governo: «Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Usa».

Conte: «Parole inaccettabili». Calenda: «Bullo da operetta»

«Trump è un mentitore seriale nonché un bullo da operetta. Personalmente non credo affatto che Meloni abbia implorato alcunché. In ogni caso questi insulti vanno respinti in quanto ledono l’onore della Nazione», ha scritto Carlo Calenda su X, tra i primi a condannare l’uscita del tycoon. Giuseppe Conte ha definito «inaccettabili» le parole di Trump.

Così Nicola Fratoianni di Avs, che non ha risparmiato una frecciata alla premier: «Non so se essere più preoccupato per un Trump ormai senza freni, e il problema è che fa il presidente degli Stati Uniti, o per la credibilità pari a zero di Meloni a livello internazionale, e il problema è che fa la presidente del Consiglio dei ministri del nostro Paese». E poi: «Verrebbe francamente voglia di esprimere solidarietà a Meloni. Se non fosse che tutto questo è il risultato delle sue scelte e della subalternità a Trump, come confermano gli acquisti di armi e di gas dagli Usa, che peseranno enormemente sui bilanci delle famiglie del nostro Paese. Una situazione grottesca che gli italiani non si meritano davvero».

Matteo Renzi, leader di Italia Viva, ha scritto sui social X: «Le frasi di Trump sono orripilanti, come sempre. Finalmente se ne è accorta anche la presidente Meloni: buongiorno Giorgia, ben svegliata. Cara Presidente, hai finalmente capito che allearsi con quella gente lì significa essere contro l’Italia? Ora basta cappellini Maga e basta ponti con Trump: l’Italia merita una classe dirigente che si faccia rispettare nel mondo. Una classe dirigente che non implora, mai. E gli Stati Uniti meritano un inquilino alla Casa Bianca che sappia che cosa è il coraggio, che cosa è il rispetto. La destra mondiale ha fallito: oggi lo ha capito anche la Meloni». Come ha reso noto il Quirinale, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha chiamato Meloni, esprimendo solidarietà è avvenuta dopo le parole di Trump.

Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager

Mentre in Leonardo si completa il riassetto voluto da Lorenzo Mariani, prende forma un’altra partita, meno visibile ma altrettanto delicata: quella delle uscite eccellenti. Tra queste c’è il possibile approdo di Carlo Gualdaroni, manager di fiducia del precedente amministratore delegato Roberto Cingolani, come super consulente di Elettronica, l’azienda della Difesa che fa capo alla famiglia Benigni (con il 35 per cento delle quote), ma che ha tra gli azionisti la stessa Leonardo (31,33 per cento) e la francese Thales (33,33 per cento).

Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
Roberto Cingolani con Carlo Gualdaroni (foto Imagoeconomica).

Gualdaroni, destinato a lasciare Leonardo dopo la nomina di Mariani, percepirebbe una buonuscita (frutto di un vecchio accordo firmato quando l’ad della società era Mauro Moretti) stimata intorno ai 5 milioni di euro, simile a quella riscossa da Cingolani.

Il passaggio di Gualdaroni a Elettronica incontra diversi ostacoli

La consulenza, però, non sarebbe ancora definita. Pur godendo del favore del ministro della Difesa Guido Crosetto, l’operazione incontra diversi ostacoli: dalla presenza del figlio Angelo all’interno di Elettronica alla probabile contrarietà dell’azionista francese, che non avrebbe dimenticato le vicende giudiziarie che coinvolsero Gualdaroni nel 2013 in un’inchiesta della procura di Napoli su degli appalti truccati per il Cen (Centro elettronico nazionale) della polizia di Stato, ossia il cuore informatico del sistema di pubblica sicurezza nazionale, da cui peraltro il manager uscì indenne, dichiarato estraneo ai fatti per assoluta infondatezza delle accuse.

Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
Carlo Gualdaroni (foto Imagoeconomica).

A frenare potrebbe essere anche Enrico Peruzzi, presidente esecutivo di C4Gate e genero del presidente di Elettronica, che proprio durante la stagione manageriale di Gualdaroni fu allontanato da Leonardo.

Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
Roberto Cingolani con Enrico Peruzzi (foto Imagoeconomica).

Capitolo delle buonuscite già finito sotto l’attenzione del Mef

L’uscita dell’ex co-direttore generale segue quella di Helga Cossu, già Chief Digital Identity, Outreach and Communication Officer, nonché direttrice generale della Fondazione Leonardo. Quella dell’ex giornalista di Sky Tg24, che starebbe trattando una liquidazione ben superiore ai 900 mila euro di cui parlavano le indiscrezioni, si aggiunge al capitolo delle buonuscite del top management già finito sotto l’attenzione del Mef.

Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager
Leonardo, le maxi buonuscite di Gualdaroni e Cossu e il futuro del manager

Caso Cucchi, le motivazioni della sentenza della Cassazione sui depistaggi

«Le sentenze hanno ritenuto che la condotta di falso fosse finalizzata a coprire le eventuali, possibili, responsabilità dei Carabinieri appartenenti al “Gruppo Roma” nella morte di Stefano Cucchi». È quanto scrive la quinta sezione penale della Corte di Cassazione nelle motivazioni della sentenza sui depistaggi seguiti al decesso di Cucchi, arrestato il 15 ottobre 2009 e morto sette giorni dopo a causa del pestaggio subito dagli appartenenti all’Arma mentre era sottoposto a custodia cautelare.

La sentenza arrivata a marzo

A marzo la Cassazione ha rigettato i ricorsi dei carabinieri per i quali era stata riconosciuta in appello l’intervenuta prescrizione o condanna. Tra questi figurano il generale Alessandro Casarsa, Luciano Soligo e Francesco Cavallo. E ha assolto il colonello Lorenzo Sabatino, che aveva rinunciato alla prescrizione per ottenere una pronuncia nel merito. Sono rimaste definitive solo due condanne: quella a 10 mesi per Francesco Di Sano e quella a 2 anni e 6 mesi per Luca De Cianni.

La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai

Dicono i beninformati che la pazienza di Palazzo Chigi sia arrivata al limite, e che Giorgia Meloni avrebbe fatto volentieri a meno di questa guerra tutti contro tutti in Rai. La premier in particolare ha puntato il dito contro Antonio Marano, consigliere anziano e per questo da quasi tre anni facente funzioni di presidente, perché la maggioranza non ha mai trovato uno straccio di accordo su chi dovesse sostituire Marinella Soldi, nel frattempo approdata alla Bbc.

Tutto è iniziato con la staffetta Sergio-Rossi benedetta da Meloni

Quando il primo ottobre 2024 si insediò questo consiglio di amministrazione, Meloni aveva garantito di persona la famosa staffetta tra Roberto Sergio e Giampaolo Rossi: prima Sergio amministratore delegato e Rossi direttore generale, poi, dopo un anno e mezzo, lo scambio delle poltrone. Detto fatto, con tanto di benedizione della premier.

La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
Giampaolo Rossi e Roberto Sergio (Imagoeconomica).

Il nodo Simona Agnes, che non non è mai riuscita a farsi eleggere

Quello che però nessuno aveva messo in conto era la variabile imprevista, ossia Marano. Entrato in cda in quota Lega, si è ritrovato presidente facente funzioni in qualità di consigliere anziano perché la presidente designata, Simona Agnes (quota Forza Italia, sponda Gianni Letta) non è mai riuscita a farsi eleggere dalla Commissione di Vigilanza. Così quella del leghista, vecchio e abile navigatore del mondo televisivo, da provvisoria è diventata una situazione stabile.

La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
Simona Agnes (Imagoeconomica).

Marano del ruolo si è innamorato e ora teme di perderlo

Marano, che del ruolo si è innamorato e teme di perderlo, ha così aperto le ostilità contro il direttore generale Sergio, che si è mostrato poco incline ad assecondare certe sue richieste di collocazione nei palinsesti, dettate da criteri che con le esigenze editoriali avevano, diciamo così, un rapporto piuttosto lasco. Da qui la mossa che il consigliere anziano riteneva geniale: stringere un patto con la stessa Agnes, offrendole la direzione generale al posto di Sergio.

Il piano geniale del presidente ha due punti deboli

Peccato che il furbo Marano non abbia fatto i conti con l’aritmetica e con lo statuto. Primo: il direttore generale lo nomina l’amministratore delegato, e Rossi non ha la minima intenzione di insediare la Agnes. Secondo, ed è qui che la trappola si chiude su chi l’ha architettata: se la Agnes diventasse dg dovrebbe lasciare il cda, perché lo statuto non consente di cumulare i due ruoli, liberando così la sua poltrona in consiglio. E quella poltrona, paradosso dei paradossi, potrebbe occuparla proprio Sergio, mollando la direzione generale per entrare in cda, fare la guerra a Marano sul suo stesso terreno e magari candidarsi alla presidenza con l’appoggio delle opposizioni.

La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
Antonio Marano e Simona Agnes (foto Ansa).

Sergio se ne va o no? Lui smentisce (per ora)

Voci di corridoio hanno anche dato conto di un pensierino di Sergio al trasferimento definitivo a San Marino, per occuparsi solo di quella tivù di Stato. Lo stesso dg è intervenuto sull’argomento con un post su Facebook: «Leggo titoli e ricostruzioni che parlano di “Sergio cacciato” o di “Sergio che se ne va“. Non intendo alimentare commenti o polemiche. Continuo a svolgere il mio lavoro nell’esclusivo interesse dell’azienda». E ancora: «Non rilascerò dichiarazioni pubbliche almeno fino alla presentazione dei palinsesti di luglio. Fino ad allora parleranno i fatti, i risultati e il lavoro quotidiano al servizio della Rai».

La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
Il direttore generale di San Marino Tv Roberto Sergio (Imagoeconomica).

Anche su Rai Cinema Salvini non è stato ascoltato

Nel frattempo Marano ha trovato il modo di far arrabbiare anche Matteo Salvini. Sul fronte Rai Cinema aveva dato il via libera alla riconferma di Paolo Del Brocco come amministratore delegato e di Nicola Claudio alla presidenza, ignorando bellamente le indicazioni del Carroccio. E nel cda i vertici di Rai Cinema sono stati puntualmente riconfermati: Marano insomma se n’è fregato del parere di Salvini.

La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai

Un dettaglio che vale più di mille comunicati: il consigliere anziano gioca ormai partite tutte sue, intrattenendo proficue relazioni anche con l’opposizione, se è vero che è stato visto più volte a cena con Stefano Graziano, il capogruppo del Partito democratico in Commissione di Vigilanza. Trasversalismi che in Rai sono stati subito notati.

La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
Stefano Graziano (foto Imagoeconomica).

Di tutto la premier ha bisogno tranne che dell’apertura di un fronte Rai

Così Palazzo Chigi è passato dall’irritazione all’allarme. Meloni aveva garantito e benedetto la staffetta, e non sopporta di vedere le sue promesse calpestate. Ma soprattutto, alla vigilia dell’ultimo anno di legislatura, di tutto la premier ha bisogno tranne che dell’apertura di un fronte Rai che minaccia di procurarle ulteriori turbolenze.

Il patto tra Lega e Fratelli d’Italia sulla riforma della Rai

E siccome la Lega ha definitivamente capito che il suo consigliere-presidente gioca in proprio, ha improvvisamente aperto alla riforma della Rai ferma da mesi in Senato. Giancarlo Giorgetti e Alessandro Morelli hanno fatto sapere a Fratelli d’Italia che, se al Carroccio verrà riconosciuto un amministratore delegato di propria nomina, sono pronti a dare il via libera al provvedimento. Tradotto: il partito di Salvini è disposto a barattare la riforma pur di togliersi finalmente di torno un suo stesso uomo.

La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai
La scheggia impazzita Marano, l’ira di Meloni e il tutti contro tutti in Rai

Saltano i colloqui Usa-Iran: Teheran chiede la fine delle ostilità in Libano

Dopo la cerimonia di firma del memorandum d’intesa, sono saltati anche i colloqui previsti per oggi tra Stati Uniti e Iran sull’attuazione dell’accordo in 14 punti. Come ha riferito una fonte diplomatica alla Cnn, Teheran ha chiesto garanzie sulla fine delle ostilità in Libano, «come previsto dall’accordo firmato», prima di riprendere i colloqui con Washington. La fonte ha descritto i colloqui previsti come «temporaneamente sospesi», senza specificare quando i mediatori prevedano una ripresa. Successivamente un alto funzionario statunitense ha detto alla Reuters che Israele e Hezbollah hanno concordato un cessate il fuoco dalle 16 ora locale (le 15 italiane).

Washington aveva parlato di difficoltà logistiche

Ad annunciare il rinvio è stato il ministero degli Esteri della Svizzera: le trattative avrebbero dovuto cominciare nella località elvetica di Obbürgen, con Qatar e Pakistan nel ruolo di mediatori. Ma la Casa Bianca ha fatto sapere che il vicepresidente JD Vance non sarebbe partito. L’amministrazione Usa ha motivato il rinvio con difficoltà logistiche legate ai colloqui tecnici destinati a definire i dettagli di un accordo firmato il giorno precedente da Donald Trump. Ma il rinvio – dovuto al dietrofront iraniano – è invece legato a quanto sta accadendo in Libano.

Saltano i colloqui Usa-Iran: Teheran chiede la fine delle ostilità in Libano
JD Vance (Ansa).

I morti israeliani in Libano e la rappresaglia dell’IDF

In Libano si continua infatti a sparare. Dopo un attacco di Hezbollah nel sud del Paese in cui hanno perso la vita quattro soldati dell’IDF, Benjamin Netanyahu ha dato ordine di «colpire con forza» la milizia islamista: Tel Aviv ha condotto raid contro oltre 80 obiettivi in cui sono rimaste uccise almeno 21 persone. «Come ho chiarito inequivocabilmente, Israele rimarrà nella zona di sicurezza nel Libano meridionale finché sarà necessario per proteggere le comunità del nord», ha affermato Bibi. Hezbollah, rispondendo alle accuse israeliane di aver rotto la tregua, ha replicato: «Sono loro a non rispettare i patti dal 2024».

Saltano i colloqui Usa-Iran: Teheran chiede la fine delle ostilità in Libano
Benjamin Netanyahu (Ansa).

Teheran: «Fermi nel rispettare le nostre linee rosse»

Il capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, parlando del rinvio dei colloqui con gli americani, ha dichiarato: «Come abbiamo dimostrato nel corso dei precedenti negoziati, restiamo fermi nel rispettare le condizioni e le linee rosse stabilite e nel difendere gli interessi della nazione iraniana». Poi ha aggiunto che la Repubblica Islamica è «pronta a reagire» nel caso in cui «il nemico dovesse eccedere» nelle sue richieste.

Il Pakistan: «Sbalorditi dalla decisione dell’Iran»

Il Pakistan si è detto «sbalordito» dalla decisione dell’Iran di non partecipare ai colloqui con gli Usa che erano in programma per oggi in Svizzera. Lo hanno riferito ad Associated Press due funzionari. Altre due fonti regionali hanno spiegato che i mediatori sono ora concentrati sul placare i combattimenti in Libano e riprogrammare gli incontri.

Trump: «È l’Iran ad aver firmato per disperazione»

«Non ci siamo incontrati per disperazione, lo ha fatto l’Iran. Sono finiti! Andremo fino in fondo ai 60 giorni. Non avranno un soldo, nemmeno dieci centesimi!». Lo ha scritto Trump su Truth, replicando alle affermazioni della Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, secondo cui gli Stati Uniti «hanno firmato l’accordo per debolezza e necessità».

Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole

Lollo show. Lollo senza sosta. Lollo inesauribile. Chi ha vissuto la giornata di giovedì 18 giugno seguendo il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida alla fine è arrivato stravolto a casa: mattinata a Milano per Assolatte, dove ha detto che «il settore lattiero-caseario è un modello virtuoso che ci viene invidiato dal mondo e che rappresenta appieno il Made in Italy» (che poi quest’ultimo sarebbe un argomento di competenza di Adolfo Urso), senza dimenticare frasi a effetto come quella di voler assicurare ai «nostri imprenditori di avere le spalle coperte quando decidono di investire in nuove esperienze di mercato, riuscendo a contaminare in senso positivo il resto del Pianeta con ciò che sappiamo fare e con quanto abbiamo garantito in termini di benessere». Quindi si torna a Roma, c’è anche l’assemblea di Assica, ossia il mondo della carne, fino allo show nel Chiostro del Bramante, con il ventennale di “Italia del Gusto”, per consegnare a Giovanni Rana, fondatore e presidente onorario di Italia del Gusto, la moneta dedicata alla Cucina italiana patrimonio Unesco. L’unico riposato e in forma, a tarda sera, era proprio Lollo.

Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole
Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole
Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole
Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole
Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole
Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole
Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole

Pure Napoletano per Gualtieri alla Festa dell’Unità

Il feeling tra il quotidiano Il Messaggero e il sindaco di Roma ha superato ogni aspettativa: ci mancava solo l’intervista a Roberto Gualtieri in programma nella serata di venerdì alla Festa dell’Unità condotta da Roberto Napoletano, direttore del giornale di proprietà di Francesco Gaetano Caltagirone. «Siamo all’apoteosi», si sente dire da via del Tritone, la sede del quotidiano: anche perché «Napoletano non è mai stato di sinistra, e vederlo in mezzo ai “compagni” sarà uno spettacolo». Certo è che l’asse tra il costruttore-editore-finanziere e il primo cittadino della Capitale è saldissimo.

Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole
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Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole
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Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole
Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole

Obama invita Renzi: altro che la grotta di un’osteria romana…

Barack Obama chi ha invitato a Chicago, per l’inaugurazione della biblioteca presidenziale a lui intitolata? Matteo Renzi. Mentre in Italia il campo largo discute nella grotta di un’osteria romana (anche se per il numero dei componenti è stata battezzata come “la banda dei quattro”, evocando la storia della Cina), chi esce allo scoperto e va all’estero facendosi notare è sempre lui, l’ex sindaco di Firenze, che negli Stati Uniti è ascoltatissimo. E, alla faccia di tanti altri, coltiva le amicizie che contano.

Il Lollobrigida show, la sinistra in piazza Dalla alla faccia di Vannacci e le altre pillole
Matteo Renzi e Barack Obama (Ansa).

La sinistra riparte da piazza Lucio Dalla. Capito, Vannacci?

Appuntamento a Bologna con la Fiom, nella giornata di venerdì 19 giugno. Una festa con la partecipazione annunciata della segretaria del Pd Elly Schlein, del leader M5s Giuseppe Conte e di Nicola Fratoianni per Sinistra italiana. Dove? Nella piazza intitolata a Lucio Dalla. Una scelta che sembra fatta apposta per rispondere al generale Roberto Vannacci, che aveva chiuso il suo incontro romano di Futuro nazionale con la canzone Futura di Dalla. Facendo protestare parenti e amici del cantautore…

Ruini, secondo funerale: stavolta a Reggio Emilia

Dopo l’addio solenne nella basilica di San Pietro, con papa Leone XIV, per il cardinale Camillo Ruini nella giornata di venerdì ecco il secondo funerale, a Reggio Emilia, nella cattedrale, in una celebrazione presieduta dall’arcivescovo Giacomo Morandi: nel Modenese tutti lo chiamano simpaticamente «monsignor Ferrari» perché per anni è stato vicario parrocchiale in quel di Fiorano, la patria della casa del Cavallino rampante. Il papa ha definito Ruini «pastore saggio e sollecito», in una cerimonia, quella romana, che verrà ricordata per i 34 cardinali celebranti.

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Il papa celebra il funerale del cardinale Camillo Ruini (foto Ansa).

A Sport e Salute piace la Volvo

Roma, Stadio dei Marmi del Foro Italico: première romana dei nuovi modelli Volvo, con 800 ospiti presenti «con forme e luci che hanno sfidato la solennità delle statue classiche che coronano lo stadio» (chissà cosa ne pensa il ministro della Cultura Alessandro Giuli). Protagonista Michele Crisci, presidente e managing director Volvo Car Italia, per annunciare la partnership con Sport e Salute, «la società dello Stato che si occupa dello sviluppo dello sport in Italia e alla quale il governo affida la promozione dell’attività fisica e dei corretti stili di vita», con Diego Nepi Molineris, ad di Sport e Salute. Tra l’altro, a partire dal quarto trimestre del 2026 chi guida una Volvo potrà utilizzare l’app della casa automobilistica per ricaricare la propria auto a trazione completamente elettrica presso oltre 20 mila stazioni Supercharger di Tesla in tutta Europa. Per la gioia di Elon Musk. C’erano una volta le auto italiane…

Trump: «Meloni mi ha implorato di fare una foto con lei, mi ha fatto pena»

Tornato il sereno tra Donald Trump e Giorgia Meloni dopo il G7 di Evian? Mica tanto. Raggiunto telefonicamente da L’Aria che tira, programma di La7, il presidente americano ha dichiarato: «Meloni era probabilmente contenta che io le abbia parlato. Non ero obbligato a farlo, ma mi ha implorato di fare una foto con lei. Mi ha fatto pena».

Trump: «Meloni mi ha implorato di fare una foto con lei, mi ha fatto pena»
Trump: «Meloni mi ha implorato di fare una foto con lei, mi ha fatto pena»
Trump: «Meloni mi ha implorato di fare una foto con lei, mi ha fatto pena»
Trump: «Meloni mi ha implorato di fare una foto con lei, mi ha fatto pena»
Trump: «Meloni mi ha implorato di fare una foto con lei, mi ha fatto pena»
Trump: «Meloni mi ha implorato di fare una foto con lei, mi ha fatto pena»

Meloni: «Io e l’italia non imploriamo mai»

«Certe cose meritano una risposta immediata: le dichiarazioni di Donald Trump sono dichiarazioni totalmente inventate, sono francamente allibita», ha replicato Meloni sui social. «Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati, non è per il resto la prima volta che accade. Ma una cosa se la deve ricordare: io e l’italia non imploriamo mai!». Puntando il dito contro Trump, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ho deciso di annullare la visita negli Stati Uniti prevista per il 21 e 22 giugno.

Calenda: «Bullo da operetta». Conte: «Parole inaccettabili»

«I deliri di Trump su Meloni sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa», ha dichiarato Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega per l’Attuazione del programma di governo: «Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Usa».

Questo il commento di Carlo Calenda su X: «Trump è un mentitore seriale nonché un bullo da operetta. Personalmente non credo affatto che Meloni abbia implorato alcunché. In ogni caso questi insulti vanno respinti in quanto ledono l’onore della Nazione». Giuseppe Conte ha definito «inaccettabili» le parole di Trump. Così Nicola Fratoianni di Avs: «Non so se essere più preoccupato per un Trump ormai senza freni, e il problema è che fa il presidente degli Stati Uniti, o per la credibilità pari a zero di Meloni a livello internazionale, e il problema è che fa la presidente del Consiglio dei ministri del nostro Paese». E poi: «Verrebbe francamente voglia di esprimere solidarietà a Meloni. Se non fosse che tutto questo è il risultato delle sue scelte e della subalternità a Trump, come confermano gli acquisti di armi e di gas dagli Usa, che peseranno enormemente sui bilanci delle famiglie del nostro Paese. Una situazione grottesca che gli italiani non si meritano davvero». Matteo Renzi, leader di Italia Viva, ha scritto su X: «Le frasi di Trump sono orripilanti, come sempre. Finalmente se ne è accorta anche la presidente Meloni: buongiorno Giorgia, ben svegliata. Cara Presidente, hai finalmente capito che allearsi con quella gente lì significa essere contro l’Italia? Ora basta cappellini Maga e basta ponti con Trump: l’Italia merita una classe dirigente che si faccia rispettare nel mondo. Una classe dirigente che non implora, mai. E gli Stati Uniti meritano un inquilino alla Casa Bianca che sappia che cosa è il coraggio, che cosa è il rispetto. La destra mondiale ha fallito: oggi lo ha capito anche la Meloni».