Delfin, accordo tra Leonardo Maria Del Vecchio e Rocco Basilico

Leonardo Maria Del Vecchio e Rocco Basilico hanno trovato un accordo sul riassetto di Delfin – la cassaforte che oltre a essere il maggior azionista di EssilorLuxottica ha in mano le partecipazioni in Mps, Generali e Unicredit – e, di conseguenza, rinunciato alle azioni legali paventate negli ultimi giorni. Rocco Basilico – figlio del banchiere Paolo e di Nicoletta Zampillo, due volte moglie del fondatore di Luxottica Leonardo Del Vecchio – aveva impugnato l’ok di Delfin all’operazione che consentirà al fratellastro di salire al 37,5 per cento della holding di famiglia.

Delfin, accordo tra Leonardo Maria Del Vecchio e Rocco Basilico
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

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Il via libera era arrivato durante l’ultima assemblea di Delfin

Attraverso Lmdv Fin, società costituita ad aprile e interamente controllata da Lmdv Capital, Del Vecchio intende salire dal 12,5 al 37,5 per cento di Delfin grazie al trasferimento di un quarto delle quote dai fratelli Luca e Paola, diventando il primo socio della holding. Il via libera era arrivato in occasione dell’ultima assemblea di Delfin, durante la quale i soci a maggioranza (sei su otto) hanno dato il via libera al trasferimento delle quote di Luca e Paola Del Vecchio nella LMDV di Leonardo Maria: un’operazione da 10 miliardi di euro, a cui Basilico aveva detto no. Quest’ultimo, nell’impugnazione davanti alla giustizia del Lussemburgo (dove ha sede Delfin), sosteneva che la delibera sarebbe stata approvata con una maggioranza insufficiente rispetto a quanto previsto dallo statuto. Poi però è arrivata l’intesa col fratellastro.

Delfin, accordo tra Leonardo Maria Del Vecchio e Rocco Basilico
Rocco Basilico, Nicoletta Zampillo e Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

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Il capitale di Delfin è detenuto in quote uguali da otto eredi

Dalla scomparsa di Leonardo Del Vecchio, fondatore di Luxottica, il capitale di Delfin era detenuto in parti uguali (12,5 per cento) da otto eredi: i sei figli dell’imprenditore (ai quattro già citati vanno aggiunti Marisa e Clemente), la moglie Nicoletta Zampillo e il primo figlio di lei, Basilico. Delfin detiene le quote di EssilorLuxottica, Mps (17,5 per cento), Generali (10 per cento) e Unicredit (2,7 per cento).

Ucciso un casco blu nel Sud del Libano

Un casco blu è morto in Libano a causa delle ferite gravi riportate quando colpi di mortaio hanno colpito la sua posizione vicino Marjayoun, nel Sud del Paese. Lo ha confermato la stessa Unifil su X, aggiungendo che «altri due caschi blu, che hanno riportato anch’essi ferite, stanno ricevendo cure in un centro medico presso la base Unifil». La vittima era di nazionalità serba, come comunicato dal ministero della Difesa di Belgrado.

È morta l’artista franco-iraniana Marjane Satrapi, autrice di Persepolis

È morta a 56 anni la fumettista e illustratrice franco-iraniana Marjane Satrapi, famosa in tutto il mondo per la graphic novel autobiografica Persepolis, con la quale aveva descritto la sua infanzia in Iran durante la Rivoluzione islamica e la successiva adolescenza in Europa. Il romanzo a fumetti in bianco e nero, uscito in Francia in quattro volumi tra il 2000 e il 2003, fu adattato in un film d’animazione di grande successo, scritto e diretto dalla stessa Satrapi e da Vincent Paronnaud: il lungometraggio, aspramente criticato dal regime di Teheran, si aggiudicò il Premio della Giuria al Festival di Cannes nel 2007 e fu inoltre candidato alla Palma d’Oro, all’Oscar e al Golden Globe.

Satrapi, si legge in una nota della famiglia diffusa da Agence France-Presse, «è morta di dolore poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e amore della sua vita». Il produttore, attore e sceneggiatore era morto l’8 aprile 2025.

È morta l’artista franco-iraniana Marjane Satrapi, autrice di Persepolis
È morta l’artista franco-iraniana Marjane Satrapi, autrice di Persepolis
È morta l’artista franco-iraniana Marjane Satrapi, autrice di Persepolis
È morta l’artista franco-iraniana Marjane Satrapi, autrice di Persepolis
È morta l’artista franco-iraniana Marjane Satrapi, autrice di Persepolis
È morta l’artista franco-iraniana Marjane Satrapi, autrice di Persepolis
È morta l’artista franco-iraniana Marjane Satrapi, autrice di Persepolis

Smacco per Trump: la Camera Usa vota per il ritiro dalla guerra in Iran

Con 215 voti favorevoli e 208 contrari la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione che ordina il ritiro delle truppe americane dalla guerra in Iran, a meno dell’ok da parte del Congresso per la prosecuzione del conflitto. Donald Trump potrà porre il veto sul provvedimento, in caso di ulteriore via libera da parte del Senato: per il presidente Usa, che ha coinvolto l’esercito nel conflitto il 28 febbraio, si tratta comunque di una sconfitta dal forte valore simbolico. Assieme ai democratici hanno infatti votato a favore anche quattro membri del Partito Repubblicano: Brian Fitzpatrick (Pennsylvania), Warren Davidson (Ohio), Thomas Massie (Kentucky) e Tom Barrett (Michigan).

Smacco per Trump: la Camera Usa vota per il ritiro dalla guerra in Iran
Il Congresso degli Stati Uniti d’America (Ansa).

«Condivido l’interesse a garantire che l’Iran non sviluppi un’arma nucleare, ma dobbiamo farlo attraverso l’autorizzazione all’uso della forza», ha affermato Barrett: «Il Congresso ha l’autorità esclusiva, solo il Congresso dichiara guerra. È qualcosa che dobbiamo, ovviamente, proteggere». Capitol Hill non emette una dichiarazione di guerra dal 1942, ma nel corso del XX secolo ha utilizzato a più riprese l’Authorization for Use of Military Force per conferire al presidente ampi poteri.

Il voto riflette il malcontento che serpeggia nel Grand Old Party

Il voto, come detto, riflette il malcontento di alcuni repubblicani riguardo alla gestione del conflitto da parte di Trump dopo quattro mesi di guerra e rappresenta un raro sforzo bipartisan per limitare i poteri presidenziali in materia militare. Tre precedenti risoluzioni sui poteri riservati al capo della Casa Bianca erano state bocciate alla Camera con margini sempre più ristretti: i leader repubblicani avevano bruscamente rinviato la votazione su questa a maggio, quando sembrava probabile che venisse approvata. Come difatti è successo. Sempre a maggio il Senato ha approvato una risoluzione simile, con una votazione procedurale, dopo che sette precedenti tentativi erano falliti. Non sono ancora state programmate ulteriori votazioni su tale provvedimento.

Trump nomina Todd Blanche attorney general

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato, in occasione di una cena privata alla Casa Bianca, l’intenzione di nominare Todd Blanche nuovo attorney general (ministro della Giustizia). L’annuncio è stato diffuso anche tramite un video pubblicato su X dal consigliere presidenziale Dan Scavino, nel quale Trump anticipa formalmente la decisione dicendo: «Domani istruirò Dan e tutti gli altri coinvolti in questo processo complesso, che procederà rapidamente, a rendere Blanche il procuratore generale permanente». La nomina, una volta ufficializzata, porrà fine al periodo di circa due mesi in cui Blanche ha ricoperto l’incarico ad interim, subentrando dopo la rimozione di Pam Bondi.

Israele e Libano, accordo su tregua e zone di sicurezza che escludono Hezbollah

Israele e Libano hanno annunciato di aver concordato il rinnovo del cessate il fuoco e l’istituzione di zone di sicurezza libanesi che escluderanno Hezbollah. Lo si legge in un comunicato diffuso al termine del secondo giorno di colloqui tra gli ambasciatori dei due Paesi ospitati dal Dipartimento di Stato americano. Israele e Libano hanno anche concordato di partecipare a un nuovo ciclo di colloqui nella settimana del 22 giugno con l’obiettivo di raggiungere un «accordo globale». Le delegazioni israeliane e libanesi si sono incontrate a Washington martedì e mercoledì.

L’intenzione di progredire verso un «accordo globale di pace e sicurezza»

Così sì legge nella nota congiunta: «A seguito di negoziati condotti sotto l’egida degli Stati Uniti, Israele e Libano hanno concordato di attuare un cessate il fuoco subordinato alla cessazione completa del fuoco di Hezbollah e all’evacuazione di tutti i membri di Hezbollah dal settore del Libano meridionale. Entrambe le parti hanno concordato di accelerare l’istituzione di zone pilota in cui le Forze armate libanesi eserciteranno il controllo esclusivo del territorio, escludendo tutti gli attori non statali. Queste misure sono intese a progredire verso un accordo globale di pace e sicurezza».

La Corazzata patrimoniale è una cagata pazzesca, ma Schlein insiste

La patrimoniale s’affaccia ciclicamente nel dibattito pubblico della sinistra e subito scompare, se ne parla per un po’, titoli di giornale, solito giro di interviste, qualche punto di riferimento fortissimo per i progressisti brandito come esempio virtuoso (oggi svetta sopra tutti Zohran Mamdani), solito giro di incazzature e poi stop, pausa di qualche settimana, di qualche mese, di qualche anno, e poi si ricomincia.

La Corazzata patrimoniale è una cagata pazzesca, ma Schlein insiste
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Schlein torna all’attacco (e Conte si smarca)

«Penso che non possa essere un tabù» tassare i patrimoni, ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein, ospite ad Accordi&Disaccordi. «Stiamo parlando dell’1 per cento, forse anche meno, della popolazione rispetto a una esigenza che è quella di garantire servizi pubblici fondamentali al 99 per cento». Sempre stata favorevole, precisa la leader del Pd, a una patrimoniale. Una proposta però che non entusiasma, diciamo così, gli alleati: «La patrimoniale è uno slogan che funziona bene sui social ma non funziona nella realtà», ha detto Matteo Renzi a Quotidiano Nazionale. «Se l’Italia aumenta le tasse ai ricchi, i ricchi se ne vanno dall’Italia. E così abbiamo meno gettito per la sanità, per la scuola, per la sicurezza. Dunque è uno slogan che funziona a parole ma nella sostanza è un autogol».

La Corazzata patrimoniale è una cagata pazzesca, ma Schlein insiste
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Giuseppe Conte ha sempre espresso la sua contrarietà, anche in pubblico. L’anno scorso, a novembre, quando si riaccese per la milionesima volta il dibattito sull’argomento, il leader del M5s fu piuttosto esplicito: «La patrimoniale non è all’ordine del giorno, non è prevista. Quando se n’è parlato, come fanno eminenti studiosi, lo abbiamo fatto a livello globale». Qualche mese prima, a febbraio del 2025, era stato l’economista-movimentista vicino ai cinque stelle Andrea Roventini, nel corso di un dibattito organizzato dalla Treccani, a rilanciare l’idea, a riaprire la discussione, sempre con il solito giro di interventi (sì Avs, no M5s).

La Corazzata patrimoniale è una cagata pazzesca, ma Schlein insiste
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

L’effetto campagna elettorale

L’avvicinarsi delle elezioni politiche radicalizza i leader e le proposte identitarie dei partiti. Nel 2021, prima dunque delle elezioni del 2022 vinte – chissà perché – dal centrodestra, Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana, rilanciò l’assalto alle «grandi ricchezze»: «La nostra proposta di legge di iniziativa popolare per la tassazione sulle grandi ricchezze conviene al 95 per cento degli italiani. In Italia non è che non ci sia la ricchezza ma è suddivisa in un modo talmente ineguale quasi da configurare un quadro immorale. Questa è la realtà», sentenziò su La7. «E poi la nostra proposta, do una notizia, le tasse le toglie: viene cancellata l’Imu sulla seconda casa, e viene cancellata l’imposta di bollo introdotta da Monti che è una tassa sui titoli e sui depositi bancari a prescindere da quanto siano grandi, e quindi assai iniqua. Quindi ci sarebbe una bella fetta di popolazione italiana che paga un sacco di tasse a cui converrebbe davvero questa nostra riforma».

La Corazzata patrimoniale è una cagata pazzesca, ma Schlein insiste
Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli (Imagoeconomica).

Un altro assist alla maggioranza

Ma quello sulla patrimoniale è davvero un dibattito antico, gli archivi delle agenzie di stampa sono così ricchi da rischiare una robusta tassa sui patrimoni. Magari quello di Schlein è solo riposizionamento in vista delle future primarie che il campo largo dovrà celebrare per scegliere la prossima guida, soprattutto se nella nuova legge elettorale ci sarà l’indicazione del candidato premier. Magari sarà nella piattaforma programmatica del Pd formato elettorale, per la gioia di tutti i riformisti superstiti (che hanno appena ‘perso’ Pina Picierno) che hanno deciso di rimanere democratici sperando di non dover morire schleiniani. In ogni caso è il solito grande favore che il Pd fa al centrodestra in un momento in cui la coalizione di Palazzo Chigi non brilla. Il governo può adesso mettersi in modalità “Allarme Socialismo” e gridare che non i fascisti bensì i comunisti sono alle porte (tutte cose che funzionano altrettanto bene a livello retorico; anche sui social, per dirla con Renzi). Chissà se arriverà mai il momento in cui qualcuno fra Giorgio Gori e Filippo Sensi salterà su come il celebre Fantozzi gridando che la corazzata Patrimoniale è una cagata pazzesca.

La Corazzata patrimoniale è una cagata pazzesca, ma Schlein insiste
Giorgio Gori (Imagoeconomica).

Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»

Il Pd perde un altro pezzo. Dopo Elisabetta Gualmini e Marianna Madia, lascia il partito anche Pina Picierno, esponente di punta dei riformisti. «Di dubbi ne ho avuti moltissimi», spiega la vicepresidente del Parlamento europeo in una lunga intervista al Foglio, «mi sono più che lacerata, ma credo che per rispetto alla mia dignità politica e personale sia arrivato il momento di lasciare il Partito democratico di Elly Schlein che è divenuto un posto diverso da quello che abbiamo fondato e perché ho sempre chiesto alla politica la forza e il coraggio di fare in coscienza le scelte più giuste. Ora tocca a me avere coraggio».

Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»
Pina Picierno lascia il Pd: «La casa dei riformisti non c’è più»

«Non si può essere ambigui con il fascismo putiniano e gli estremismi»

Per Picierno, da tempo insofferente nei confronti della linea schleiniana, «la casa dei riformisti non c’è più. Non si può essere ambigui con il fascismo putiniano e gli estremismi. È ora di lavorare a qualcosa di nuovo, per vincere le elezioni». L’eurodeputata sottolinea lo «snaturamento» subito dal partito, «avvenuto per scivolamenti inesorabili, senza nemmeno una reale discussione, senza nemmeno il privilegio di poterne discutere in un congresso, come ho più volte chiesto». Detto altrimenti, «il Pd che abbiamo voluto al Lingotto non esiste più ed è necessario prenderne atto, ma le ragioni per cui è nato esistono ancora». «Resto democratica, non torno indietro», continua. «Credo che ci sia bisogno di ridare dignità e prospettiva unitaria a milioni di elettori che in questi anni hanno progressivamente abbandonato il Partito democratico scegliendo altre proposte a destra o a sinistra o rimanendo a casa. Questa diaspora», conclude, «va ricomposta fuori dalle alchimie di coalizione e dalla riduzione in tende e cespugli, di vecchie e nuove formule. Serve un riformismo coerente e popolare, in grado di entusiasmare e di far scattare quella scintilla di costruire con fiducia il cambiamento. Credo che ci possa e ci debba essere un impegno comune per fare nascere, tenendo insieme le differenze e le storie, un nuovo soggetto politico largo, che tenga insieme, che nasca per unire esperienze e personalità politiche diverse. Mi metto al servizio di questa idea e di questo progetto».

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Germania, il possibile asse tra AfD e BSW che spaventa Berlino

I problemi della politica tedesca al momento sono due: il primo è che la Grande coalizione guidata dal cancelliere Friedrich Merz è impantanata in litigi interni a cui si aggiunge l’incapacità di affrontare le crisi internazionali; il secondo è la minaccia dell’Alternative für Deutschland (AfD). L’estrema destra, data al 27 per cento, è virtualmente il primo partito a livello nazionale – più per demeriti altrui che per meriti propri – e si appresta a fare incetta di voti alle elezioni regionali che si terranno a settembre nell’Est del Paese. Qui i sovranisti guidati da Alice Weidel e Tino Chrupalla arrivano a superare il 40 per cento. È così possibile che in Sassonia Anhalt venga eletto governatore il candidato dell’AfD Ulrich Siegmund, magari grazie all’aiuto dell’estrema sinistra del Bündnis Sahra Wagenknecht (BSW), piccolo partito che alle Politiche anticipate dello scorso anno aveva fallito l’entrata al Bundestag, ma che a livello locale, soprattutto nelle zone orientali, gode di un discreto sostegno.

Germania, il possibile asse tra AfD e BSW che spaventa Berlino
Friedrich Merz e Lars Klingbeil (Ansa).

Wegenknecht cerca il rilancio agganciandosi all’estrema destra

L’idea di un’alleanza rossobruna è stata recentemente avanzata proprio dalla leader del BSW che negli scorsi giorni ha ipotizzato il sostegno, per altro non richiesto, all’AfD. Sahra Wagenknecht del resto ha tutto da guadagnare: sprofondata da un anno nell’anonimato dopo l’esclusione nazionale, tenta adesso il ritorno in pista agganciandosi al treno destrorso. I due partiti hanno in comune una politica estera in chiave filorussa, almeno per quel che riguarda il contesto europeo, e una prospettiva anti-sistema, contro i partiti tradizionali al governo, la Cdu di Merz e i socialdemocratici della Spd del vice-cancelliere Lars Klingbeil. Per il resto, al netto delle tendenze populistiche – ormai diffuse anche al centro – nazionalisti di destra e radicali di sinistra hanno poco a che spartire. Il che non esclude che alla fine possano coalizzarsi per dare una spallata alla GroKo, con intenzioni più distruttive che costruttive.

Germania, il possibile asse tra AfD e BSW che spaventa Berlino
Sahra Wagenknecht (Ansa).

Le voci di una fine anticipata della GroKo

Le speculazioni in questa direzione, quando mancano oltre tre mesi ai voti di settembre, mettono in evidenza quanto la Germania si trovi in difficoltà: non solo il governo attuale non ha trovato le ricette giuste per rimettere in carreggiata il Paese, ma l’idea che a livello regionale si formino coalizioni estremiste può essere considerato l’antipasto per un ulteriore terremoto a Berlino, con la fine anticipata della Große Koalition che in teoria dovrebbe andare avanti per altri tre anni. Merz e Klingbeil non hanno finora trovato la quadra, né politica né economica; il risultato è che riforme ed economia sono sostanzialmente al palo, mentre Alice Weidel e Tino Chrupalla possono gongolare all’opposizione, almeno fino quando non dovranno a loro volta provare a fare un governo, regionale o federale che sia.

Germania, il possibile asse tra AfD e BSW che spaventa Berlino
I leader dell’AfD, Alice Weidel e Tino Chrupalla (Ansa).

Gli elettori tedeschi bocciano Merz

Gli elettori tedeschi non hanno molta scelta: da una parte bocciano il cancelliere e il governo, dall’altro non sanno nemmeno loro chi potrebbe davvero sostituirli. Stando ai sondaggi, come quello realizzato a fine maggio dalla Zdf, la seconda rete televisiva pubblica tedesca, l’89 per cento degli intervistati ritiene fondamentali le riforme, dalle pensioni al mercato del lavoro fino alla sanità, anche se queste comportano oneri finanziari e tagli. Ma al contempo la maggioranza di loro nutre forti dubbi sulla volontà di riformare il Paese e tre quarti dei tedeschi non credono che il governo voglia davvero fare qualcosa, nonostante un anno di annunci. Solo il 24 per cento dei tedeschi crede che le promesse di Merz e Klingbeil verranno mantenute; il 26 per cento è abbastanza soddisfatto dell’operato di Merz, mentre il 71 per cento ritiene che stia facendo un lavoro piuttosto scadente. Record negativo, sulle orme del predecessore Olaf Scholz.

Germania, il possibile asse tra AfD e BSW che spaventa Berlino
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa).

Il cristiano democratico Wüst si scalda per la Cancelleria

C’è dunque poco da sorprendersi per l’ascesa dell’Alternative für Deutschland, alla quale viene data fiducia sulla carta, al di là di quello che sarà il reale programma in caso di governo. La richiesta di cambiamento, dopo le gestioni tutt’altro che dinamiche di Angela Merkel e l’ultima di Scholz, naufragata nella recessione post Covid e nei riflessi negativi del conflitto russo-ucraino, sta sfociando in una crescita di consensi per l’AfD, con buona parte degli elettori tedeschi che pur di cacciare il governo attuale, metterebbe in conto l’arrivo della destra radicale. Anche in società con l’estrema sinistra, in coalizioni sperimentali a livello regionale. In questo contesto a Berlino le malelingue hanno già ventilato l’ipotesi di un cambio in corsa alla cancelleria, con il governatore cristiano democratico del Nordreno Vestfalia, Hendrik Wüst, pronto a prendere il posto di Merz in autunno. A meno che non crolli tutto sul serio e la Germania si ritrovi nel giro di due anni alle seconde elezioni anticipate.

Kallas propone Aspides per lo sminamento dello stretto di Hormuz

Nel corso della conferenza stampa tenuta al termine del consiglio Affari esteri dedicato ai temi della difesa, l’Alta rappresentante dell’Unione europea Kaja Kallas ha proposto che la missione navale Aspides venga estesa allo stretto di Hormuz. Nel Golfo Persico, ha spiegato Kallas, l’operazione «potrebbe scortare le navi mercantili» e «cambiando il mandato, anche essere usata per operazioni di sminamento».

L’attuazione della missione di sminamento richiederebbe 4-6 settimane

«Potrebbe essere il nostro contributo alla coalizione dei Volenterosi a livello europeo», ha detto Kallas, affermando anche che «potrebbe essere il modo con cui rendere l’Europa davvero forte nella regione dal punto di vista geopolitico». Aspides, varata a febbraio del 2024, è una missione diplomatico-militare di sicurezza marittima dell’Unione europea, lanciata in risposta agli attacchi degli Houthi yemeniti contro le navi mercantili nel Mar Rosso. In caso di intesa tra i Ventisette, scrive Reuters, l’attuazione della missione di sminamento potrebbe richiedere da quattro a sei settimane. I ministri della Difesa dei Paesi dell’Ue torneranno a esaminare l’idea all’informale di Cipro in programma la prossima settimana. Gli Stati membri, ha evidenziato Kallas, dovranno «potenziare» le capacità attualmente a disposizione dell’operazione. Tra gli eventuali partecipanti avrebbe già detto sì Belgio, che avrebbe messo a disposizione una fregata.

Garlasco, nell’informativa sull’ex pm Venditti nessun elemento che avvalori la corruzione

Depositata alla Procura di Brescia l’informativa congiunta dei Carabinieri e della Guardia di finanza sulle indagini condotte nell’ambito dell’inchiesta riguardante l’archiviazione di Andrea Sempio avvenuta nel 2017, che vede coinvolto anche l’ex pm di Pavia Mario Venditti. Secondo quanto riporta il Tg1, non è emerso alcun elemento tale da avvalorare l’ipotesi di corruzione formulata a carico di Venditti, che è anche al centro di indagini sul cosiddetto “Sistema Pavia” su presunti episodi di corruzione legati alla gestione delle auto affidate alla Procura e all’assegnazione di servizi di intercettazione.

Emersi invece indizi che aggravano le posizioni di alcuni avvocati e carabinieri

Sarebbero invece emersi indizi che aggraverebbero le posizioni di alcuni avvocati e carabinieri coinvolti all’epoca nell’archiviazione di Sempio, ora accusato dell’omicidio di Chiara Poggi. Appena la posizione di Venditti verrà archiviata, assieme all’ex pm uscirà di scena anche la Procura di Brescia (non essendoci più magistrati pavesi coinvolti): il fascicolo potrà tornare nelle mani del procuratore Fabio Napoleone e le indagini in quelle dei carabinieri del Nucleo Investigativo di Milano.

L’annotazione rinvenuta su un quaderno nell’abitazione dei Sempio

Il fascicolo sulla presunta corruzione di Venditti ruota attorno a una nota rinvenuta su un quaderno nell’abitazione della famiglia Sempio. Una piccola annotazione: «Venditti gip archivia per 20-30 euro». E sul retro del foglio: «Se archivia indaggine (scritto proprio con due g, ndr), non può essere indagato per lo stesso motivo il Dna». La Procura di Brescia aveva ipotizzato che fosse stato Giuseppe Sempio, padre di Andrea, a versare una somma tra 20 e 30 mila euro all’ex procuratore aggiunto di Pavia per convincerlo ad archiviare la posizione del figlio. Venditti ha sempre respinto ogni addebito, al pari della famiglia di Sempio.

Alessandro Rivera nuovo presidente di Acea

L’assemblea di Acea ha approvato i conti 2025 e nominato il nuovo consiglio di amministrazione per il triennio 2026-28. Alessandro Rivera, ex direttore generale del Tesoro e presidente di Atac, è stato nominato nuovo presidente. È quanto si legge in una nota emessa dall’utility romana al termine dell’assemblea degli azionisti che ha approvato il bilancio d’esercizio 2025 e preso atto del bilancio consolidato chiuso con 481 milioni di euro di utile netto. Approvata la distribuzione ai soci di 255 milioni di euro (di cui 23,38 milioni attinti da utili portati a nuovo), pari a un dividendo unitario di 1,20 euro per azione (0,25 euro straordinario) che sarà messo in pagamento il 24 giugno.

La composizione del nuovo cda

Rinnovato il board che resterà in carica fino all’approvazione del bilancio al 31 dicembre 2028. Il nuovo cda è composto da Alessandro Rivera, Barbara Marinali, Angelo Piazza, Fabrizio Palermo, Luisa Melara, Elisabetta Maggini e Nathalie Tocci (presi dalla lista di Roma Capitale che ha ottenuto il voto favorevole dal 65,32 per cento delle azioni ammesse al voto), Ferruccio Resta e Patrizia Rutigliano (lista Suez International), Alessandro Caltagirone e Massimiliano Capece Minutolo Del Sasso (lista Fincal), Antonino Cusimano e Susanna Maria Invernizzi espressi dalla lista presentata da un gruppo di società di gestione del risparmio e investitori istituzionali.

Huaweigate, primo sì dell’Eurocamera alla revoca dell’immunità di Martusciello

La commissione Affari giuridici del Parlamento europeo ha dato il via libera alla revoca dell’immunità di Fulvio Martusciello, capodelegazione di Forza Italia a Strasburgo e coordinatore del partito in Campania, avanzata dalla procura federale del Belgio nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto Huaweigate. La stessa commissione ha invece respinto la richiesta di revoca dell’immunità di Salvatore De Meo, anche lui esponente di Forza Italia.

Il voto della commissione Affari giuridici

Per quanto riguarda Martusciello, gli europarlamentari si sono espressi con 14 voti a favore della revoca dell’immunità, 11 contrari e zero astensioni. Il margine del voto (appena tre schede di scarto) racconta di una commissione tutt’altro che compatta: a tentare di salvare l’eurodeputato, secondo quanto emerso, sono stati solo i compagni di partito del Ppe, quelli di Ecr (nel quale milita anche Fratelli d’Italia) e quello di Europa delle Nazioni Sovrane. De Meo è stato invece salvato da 18 voti contrari alla revoca, a fronte di 7 a favore. In entrambi casi la decisione definitiva spetterà all’Aula di Strasburgo, chiamata a pronunciarsi nelle prossime settimane.

Huaweigate, primo sì dell’Eurocamera alla revoca dell’immunità di Martusciello
Salvatore De Meo (Imagoeconomica).

Martusciello: «Estraneo ai fatti contestati»

«Mi rimetto all’Aula nella consapevolezza della mia totale estraneità ai fatti contestati, come ho già avuto modo di dimostrare nel corso della mia audizione», ha dichiarato Martusciello, dicendosi «soddisfatto» della difesa svolta da Forza Italia: «Affronto questa vicenda con serenità e con pieno rispetto delle istituzioni, certo che ogni elemento utile contribuirà a chiarire definitivamente la mia posizione».

Huaweigate, primo sì dell’Eurocamera alla revoca dell’immunità di Martusciello
Fulvio Martusciello (Imagoeconomica).

L’inchiesta su presunte attività di lobbying illecito

L’espressione “Huaweigate” indica l’inchiesta giudiziaria della Procura federale belga sul presunto sistema di corruzione e favori illeciti orchestrato dai lobbisti della società cinese Huawei, appunto, per influenzare le politiche dell’Unione europea. L’inchiesta è venuta alla luce a marzo del 2025, quando ci sono state perquisizioni in Belgio, Portogallo e altri Paesi europei. Gli investigatori ipotizzano che siano stati offerti vantaggi di diversa natura per favorire gli interessi del colosso delle telecomunicazioni all’interno del Parlamento europeo e, dunque, dell’Ue.

L’ambasciatore di Israele contro Tajani: «Non c’è equità nelle dichiarazioni sul Libano»

L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, conversando con i giornalisti a margine di un briefing sulla situazione in Libano ha ammesso di aver avuto «alcune divergenze con il ministro degli Esteri italiano, perché le sue dichiarazioni includono sempre la sofferenza del popolo libanese, e non c’è dubbio che il popolo libanese stia soffrendo, ma non c’è l’equivalenza nel riportare anche la sofferenza delle comunità israeliane, che noi invece cerchiamo sempre di sottolineare». «Questo», ha aggiunto, «è motivo di attrito che abbiamo con il governo italiano».

Il pasticcio tra “Bimbo Rai” e l’esercito, Fratelli d’Italia per Guareschi e altre pillole

Che ci azzecca mamma Rai con l’esercito? Qualcuno forse lo dovrà spiegare. L’edizione 2026 di Bimbo Rai, la giornata pensata per fare conoscere ai figli dei dipendenti il lavoro dei genitori, tra le attività ricreative dedicate ai più grandicelli – come raccontato da Domani – prevede la presentazione di mezzi speciali e dimostrazioni operative dei corpi d’armata. Non solo: ci sarà naturalmente anche la polizia, a cavallo, in motocicletta e con le unità cinofile. Insomma una “baby parata” del 2 giugno replicata il 12. Mentre i bambini più piccoli dovranno “accontentarsi” di attività targate Rai Kids. Un’idea stramba che ha fatto levare gli scudi all’Usigrai. «Anziché mostrare con orgoglio come operano le diverse professionalità all’interno della più grande azienda culturale del Paese, la Rai delega l’intrattenimento dei figli dei dipendenti all’esercito e alle forze dell’ordine», ha scritto l’Unione sindacale dei giornalisti Rai in un comunicato. «Se anziché puntare l’attenzione all’uso di telecamere e computer e a visite guidate a studi e redazioni che da sempre hanno affascinato i più piccoli, si chiede a esercito e forze dell’ordine di intrattenere i piccoli visitatori con iniziative ed esibizioni che nulla c’entrano con il ruolo della Rai e il lavoro dei suoi dipendenti, evidentemente i primi a non credere più a quel ruolo e al valore di chi ci lavora sono proprio i vertici aziendali». E non è finita qui. Il Movimento 5 stelle ha annunciato un’interrogazione in commissione di Vigilanza. «Ai bambini», hanno scritto in una nota gli esponenti cinque stelle in Commissione, «dovrebbe essere mostrato il valore del servizio pubblico, dell’informazione, della cultura e della creatività, non una vetrina di apparati militari e di sicurezza». E ancora: «La Rai deve spiegare perché abbia ritenuto opportuno trasformare una giornata dedicata alle famiglie in un’occasione di promozione delle forze armate, per questo presenteremo un’interrogazione in commissione di Vigilanza Rai per fare piena luce su chi abbia autorizzato questa iniziativa e con quali finalità».

La Rai punta su Guareschi. E quelli di Fratelli d’Italia vengono precettati…

A Mediaset, su Rete 4, mandare in onda un film su Don Camillo e Peppone salva la serata: c’è sempre il pubblico per le pellicole con Fernandel e Gino Cervi. E la Rai che fa? I Fratelli d’Italia sono stati precettati: a Palazzo Giustiniani, nella sala Zuccari, luogo del Senato della Repubblica, c’è «un importante evento dedicato alla presentazione del film televisivo Rai intitolato Giovannino Guareschi – Non muoio neanche se mi ammazzano. L’iniziativa gode del patrocinio dell’assemblea legislativa», è scritto nell’invito rivolto ai parlamentari. Guareschi era uomo di destra, fervente anticomunista. Ma, come ricordò Aldo Cazzullo sul Corriere della sera, rifiutò di firmare l’adesione al nazifascismo per uscire dai lager, «preferendo restare in prigionia in condizioni disumane pur di non combattere più per Hitler e Mussolini». Nel suo diario Guareschi scrisse: «Non muoio neanche se mi ammazzano», da qui il titolo del film Rai. A proposito di questioni sul fascismo, «l’evento sarà inaugurato dai saluti istituzionali del presidente del Senato Ignazio La Russa, mentre l’introduzione sarà affidata al senatore di Fratelli d’Italia Raoul Russo, che ha promosso l’iniziativa». E «nel corso della manifestazione interverranno numerosi ospiti, tra cui Giampiero Cannella in qualità di sottosegretario alla Cultura, il senatore Michele Barcaiuolo, esponente di Fratelli d’Italia, Gloria Giorgianni nella veste di produttrice della società Anele, Anouk Andaloro che ricopre il ruolo di capostruttura di Rai Fiction, e l’attore protagonista del film Giuseppe Zeno». Il film è liberamente tratto dal romanzo Chi sogna nuovi gerani di Alberto e Carlotta Guareschi. Nel cast c’è anche Andrea Roncato.

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Giovannino Guareschi (foto Ansa).

Fincantieri lavora per le ricerche di Trump?

Dicono che servirà a Donald Trump. Fatto sta che Vard, la controllata norvegese di Fincantieri, per 700 milioni di euro costruirà una nave lunga 162 metri: sarà altamente specializzata, progettata per attività di mappatura dei fondali, carotaggi e campionamenti, operazioni con sommergibili e molto altro ancora. Ideale per ricerche in acque profonde. Il committente? Inkfish, un’organizzazione di ricerca statunitense. Consegna prevista per il 2030.

Per salutare Peppino Gargani è arrivato pure Piantedosi

Fino all’ultimo ha partecipato a riunioni sul futuro dei democristiani: Giuseppe Gargani, morto a 91 anni, al funerale è stato salutato da una folla di esponenti di governo e non, in quel di Avellino. Rito funebre nel duomo della città, al termine di una camera ardente allestita a Palazzo Caracciolo, sede della Provincia di Avellino, che Gargani aveva guidato come presidente. Chi c’era? Ovviamente il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, nato a Napoli ma originario di Pietrastornina, nella provincia avellinese. Oltre a lui, l’ex governatore della Regione Campania e ora sindaco di Salerno Vincenzo De Luca con il figlio Piero, deputato e segretario regionale del Pd, l’assessore regionale Fulvio Bonavitacola, l’ex ministro Ortensio Zecchino con il figlio Ettore, consigliere regionale e storico giornalista dell’agenzia Ansa, l’ex deputato Giuseppe De Mita. Piantedosi ha detto: «Gargani ha dato prova di un impegno politico e istituzionale instancabile, sorretto da una vasta cultura giuridica e politica, di cui sono stato testimone diretto». Amen.

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Giuseppe Gargani nel 2020 (foto Ansa).

Quel curioso dialogo tra Colosimo e Boschi…

Nessuno se l’aspettava: eppure, durante la parata militare del 2 giugno, ai Fori Imperiali, si è visto un dialogo tra Chiara Colosimo e Maria Elena Boschi. L’esponente di Fratelli d’Italia, legatissima a Giorgia Meloni, è anche presidente della commissione Antimafia (e le capita spesso di finire nei guai per delle foto, che si tratti di una statuetta del Duce o di una controversa vacanza in Grecia) e chiacchierava con la fedelissima di Matteo Renzi: tutti a chiedersi quale fosse il contenuto della conversazione…

Il pasticcio tra “Bimbo Rai” e l’esercito, Fratelli d’Italia per Guareschi e altre pillole
Il pasticcio tra “Bimbo Rai” e l’esercito, Fratelli d’Italia per Guareschi e altre pillole

Cinesi in festa a Milano, grazie a un democristiano

Dopo l’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping, a Milano la gente di Pechino ha festeggiato. A Palazzo Clerici è andata in scena la prima edizione di “Festival di Mondo Cinese”, per sancire alleanze tra imprenditori e realtà orientali. Tutto con la scusa di celebrare Mondo Cinese, una rivista scientifica italiana che era nata nel 1972 grazie al senatore democristianissimo Vittorino Colombo, cioè «l’intimo amico del popolo cinese», come veniva definito nelle cerimonie ufficiali e nei documenti diplomatici di Pechino…

Il pasticcio tra “Bimbo Rai” e l’esercito, Fratelli d’Italia per Guareschi e altre pillole
Vittorino Colombo nel 1982 (foto Imagoeconomica).

Erri De Luca escluso da Salerno Letteratura Festival

Erri De Luca è stato escluso dalla prolusione che avrebbe dovuto tenere al Salerno Letteratura Festival, in programma dal 13 al 20 giugno nella città campana. Alla base della decisione della direzione artistica le controverse dichiarazioni su Israele, sionismo e genocidio nella Striscia di Gaza, rilasciate durante un’intervista all’Ansa.

Cosa aveva detto De Luca su sionismo e genocidio

De Luca, in pratica, si era definito sionista e aveva affermato di non ritenere un genocidio quello attuato da Israele a Gaza. «Sionismo è diventato un termine dispregiativo per la politica di Israele. Invece per me è quel movimento politico che ha operato per la costituzione dello Stato di Israele», aveva detto all’Ansa: «Sionista è chi crede a questo diritto. Chi parla di una soluzione a due Stati riconosce che uno di questi è Israele. Sionismo non è espansionismo, che invece lo tradisce». Così sulle operazioni militari dell’IDF nella Striscia: «Non uso il termine genocidio per definire la distruzione di vite umane in un conflitto che si svolge dentro centri abitati. A Gaza, la popolazione civile è stata continuamente spostata, costretta a essere profuga. Un genocidio l’avrebbe lasciata sul posto. Altrimenti estendiamo la parola genocidio alle battaglie di Raqqa, Mosul, Mariupol, Aleppo».

Erri De Luca escluso da Salerno Letteratura Festival
Erri De Luca (Imagoeconomica).

La decisione presa «anche per evitare strumentalizzazioni»

«La prolusione implica una certa identità di vedute con chi te le commissiona, quanto meno rispetto alla più tragica delle evidenze, i morti civili di Gaza», ha detto a Il Mattino Gennaro Carillo, condirettore artistico della di Salerno Letteratura. «È l’atto che apre il festival e in un certo senso ne detta la linea. Per questo abbiamo preferito riconsiderare la nostra decisione originaria, anche per evitare strumentalizzazioni». Carrillo ha tenuto a precisare che «non c’è nessuna censura» nei confronti di De Luca: lo scrittore «era invitato comunque, seppure in un’altra sezione, ma ha preferito declinare».

De Luca: «Non polemizzo con chi ha problemi a ricevermi»

Raggiunto dal Corriere della Sera, De Luca ha detto che non parteciperà alla kermesse «per motivi personali». Quando all’esclusione dalla prolusione, ha invece affermato: «Non polemizzo con chi ha problemi a ricevermi». Dopo le polemiche per l’intervista all’Ansa, lo scrittore aveva dichiarato: «Non è mia intenzione offendere la sensibilità di chi sostiene la causa palestinese, che naturalmente condivido».

Ue: «Deroghe al Patto anche per l’energia»

«Proponiamo una flessibilità fiscale limitata per affrontare le sfide della crisi energetica. Consiste nell’estendere l’ambito di applicazione della Clausola nazionale di salvaguardia per la difesa, includendo anche misure che accelerino la transizione e l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili. Nello specifico, proponiamo la possibilità di usare fino allo 0,3 per cento del Pil all’anno nel 2026, 2027 e 2028 per misure che rafforzino la resilienza strutturale del sistema energetico con un limite cumulato pari allo 0,6 per cento del Pil nell’arco dei tre anni (non sarà quindi possibile utilizzare lo 0,3 per cento del Pil ogni anno per tre anni consecutivi)». L’ha annunciato il commissario Valdis Dombrovskis, specificando che «gli Stati membri devono presentare domanda per la Clausola nazionale di salvaguardia e, quelli che l’hanno già richiesta, dovranno estenderne l’ambito di applicazione».

Giorgetti: «La Commissione Ue recepisce le nostre proposte»

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si è detto «soddisfatto perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato». «Nel momento in cui verranno precisati i limiti di utilizzo, ha continuato, «il Mef si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie. Naturalmente la valutazione deve essere fatta complessivamente e dovrà tener conto anche degli indicatori contenuti nelle raccomandazioni della commissione che testimoniano lo sforzo e la serietà nella gestione della finanza pubblica italiana».

Grazia a Nicole Minetti, la procura generale di Milano conferma il parere positivo

Dopo aver effettuato verifiche sulla concessione della grazia a Nicole Minettichieste dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella – la Procura generale di Milano ha espresso un nuovo parere positivo in merito al provvedimento di clemenza ottenuto dall’ex consigliera regionale lombarda. È quanto si legge in un comunicato stampa emesso dai vertici della magistratura milanese. L’atto è stato trasmesso al ministero della Giustizia.

Il comunicato della Procura generale di Milano

«Dagli accertamenti risulta che i fatti riportati nelle notizie di stampa dalle quali ha tratto origine il presente supplemento di attività non corrispondono al vero e che non sono emersi fatti contrastanti con il quadro probatorio già acquisito e in base al quale sono state assunte le determinazioni da parte delle Autorità competenti», si legge nel comunicato della Procura generale di Milano. Come sottolinea la nota, «sono stati delegati accertamenti ai carabinieri e all’Interpol per controllare la verità del contenuto delle notizie di stampa apparse su un quotidiano (Il Fatto Quotidiano), nonché per verificare le ulteriori notizie successivamente pubblicate». Gli accertamenti hanno appurato (tra le altre cose) che «il decesso in circostanze non chiare» di uno degli avvocati coinvolti nella procedura di adozione di un bambino da parte di Minetti e del compagno Giuseppe Cipriani «non riguarda il legale dei genitori del figlio adottivo», ma «si tratta del legale di quest’ultimo, favorevole all’adozione, nel cui procedimento non vi è stata alcuna battaglia legale, non essendosi costituiti i genitori naturali, rappresentanti dal difensore di ufficio ed essendo risultata da sempre irreperibile la madre biologica del minore». La Procura generale ha inoltre confermato «il grave quadro sanitario del minore in cura al Boston Children’s Hospital che richiede la presenza della madre». E in generale non ci sono, si legge nella nota, «segnalazioni di reato o pendenze giudiziarie o coinvolgimento in indagini di alcuna natura in Uruguay e in Spagna» nei confronti di Minetti e Cipriani.

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Disaronno group finalizza l’acquisizione di Amaro Averna e Zedda Piras

Disaronno group ha perfezionato il closing per l’acquisizione del 100 per cento di Amaro Averna e Zedda Piras, precedentemente appartenuti a Campari. L’operazione, il cui accordo era stato sottoscritto a dicembre 2025, si concretizza attraverso la costituzione della newco Meridia con sede a Sassari, la cui governance vede il passaggio da Campari Group a Disaronno Group. I dipendenti dei due stabilimenti rispettivamente in Sicilia e in Sardegna, 11 in totale, sono tutti stati assorbiti da parte di Meridia.

Ferrari: «Così arricchiamo il nostro portfolio a livello internazionale»

L’annuncio del closing arriva a pochi giorni della comunicazione da parte del Gruppo del proprio rebranding in Disaronno Group che segna un’evoluzione volta a rafforzare il posizionamento globale. «Questa operazione rappresenta un passo fondamentale nel nostro piano di crescita e ci consente di arricchire strategicamente il nostro portfolio a livello internazionale, rafforzando significativamente, grazie ad Amaro Averna, la nostra posizione in tre dei nostri mercati prioritari, Stati Uniti, Germania ed Italia», ha affermato Marco Ferrari, ceo di Disaronno Group. «In questo contesto, per Zedda Piras l’obiettivo è il consolidamento della presenza sul mercato italiano».

Sciopero treni 11 giugno 2026: orari, fasce di garanzia e motivi

Possibili disagi per i passeggeri dei treni giovedì 11 giugno 2026 a causa di uno sciopero nazionale di otto ore, dalle 9 alle 17, del personale delle imprese ferroviarie e degli appalti ferroviari indetto da Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti, Ugl Ferrovieri, Fast Confsal e Orsa Trasporti. Al centro dell’agitazione una protesta contro il governo che «ha scelto di ignorare le nostre richieste sui rischi derivanti dalle future gare ferroviarie intercity dove è emersa la volontà del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti di suddividere in tre lotti non equivalenti, anziché in un unico lotto». Si contesta dunque l’imminente pubblicazione del bando per la messa in gara del servizio Intercity che coinvolge circa 3 mila ferrovieri. Non sono previste fasce di garanzia, dato che le consuete (dalle 6 alle 9 e dalle 18 alle 21) sono fuori dall’orario previsto per l’agitazione.

Il Mit al lavoro per evitare la mobilitazione

Le motivazioni sono state giudicate fondate dallo stesso ministero dei Trasporti, che ha annunciato di essere al lavoro per scongiurare la mobilitazione. «Alla luce dell’ennesimo sciopero, questa volta proclamato per l’11 giugno, si informa che i tecnici del Mit sono al lavoro già da tempo, su indicazione diretta del ministro Matteo Salvini, per risolvere il problema ed evitare la mobilitazione. Peraltro, va sottolineato che, in questo caso, la richiesta dei lavoratori è condivisibile».