Fine dell’austerity: Leone XIV ha abrogato le «misure di contenimento salariale» adottate da Francesco il 23 marzo 2021 con il motu proprio ‘Un futuro sostenibile’ che, spiega il papa, «furono necessarie anche per far fronte all’eccezionale sfida della pandemia». Passato il Covid, i tagli possono essere dunque «superati nella certezza che le Istituzioni della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano proseguiranno, con strumenti diversi, nell’impegno di garantire la sostenibilità economica». Il documento è stato reso noto nel giorno del 71esimo compleanno di Prevost.
Papa Leone XIV (Imagoeconomica).
I tagli decisi da Francesco e revocati da Leone XIV
Come ricorda Vatican News, Francesco aveva tagliato del 10 per cento gli stipendi dei cardinali di Curia. Era stata invece dell’8 per cento decurtazione salariale dei dipendenti della Santa Sede, del Governatorato e altri enti collegati inquadrati nei livelli retributivi C e C1, cioè quelli dei capi e dei segretari dei Dicasteri. C’era poi stata una diminuzione del 3 per cento per dipendenti chierici o religiosi. Sulla stessa scia, «il blocco degli scatti biennali interessava tutto il personale in servizio ma nel caso di quello laico, riguardava i dipendenti dal quarto livello in su». L’abrogazione è a decorrere dal primo settembre: i salari torneranno dunque subito a quelli pre-tagli e gli scatti di anzianità riprenderanno a essere conteggiati. Il pregresso resterà però congelato.
I capi dei governi locali di Scozia, Irlanda del Nord e Galles – nazioni che con l’Inghilterra costituiscono il Regno Unito – hanno firmato un documento comune di sfida al governo centrale britannico nel quale invocano il diritto all’autodeterminazione sulla base di futuri referendum o altri strumenti legislativi. L’iniziativa è stata formalizzata a margine di un vertice a Cardiff fra i leader dell’esecutivo gallese Rhun ap Iowerth, quello scozzese John Swinney e di quello nordirlandese Michelle O’Neill, tutti e tre per la prima volta di orientamento indipendentista. «Le nostre nazioni hanno il diritto all’autodeterminazione. Nessun governo di Westminster ha diritto di bloccare la democrazia o di minare il principio secondo cui i nostri popoli dovranno decidere del loro futuro», si legge nel memorandum d’intesa firmato dai tre in forma di appello.
I tre leader vedono il futuro dei loro territori all’interno dell’Ue
I leader hanno poi affermato di vedere l’avvenire dei rispettivi territori «dentro l’Unione Europea», da cui il Regno Unito è uscito con il referendum sulla Brexit del 2016 grazie al voto favorevole della maggioranza degli inglesi (che rappresentano da soli oltre l’80 per cento della popolazione dell’intero Regno) e di una maggioranza più risicata di gallesi, ma solo di una minoranza di scozzesi e nordirlandesi. Le regole costituzionali in vigore oggi nel Paese non permettono la convocazione di referendum o altre forme di iter secessionisti senza il placet di Londra e del governo britannico. L’attuale premier laburista del Regno Andy Burnham ha da parte sua ribadito – in continuità con i suoi predecessori – di non voler concedere nuovi voti referendari sull’indipendenza delle nazioni minori del Regno (dopo quello perso dagli indipendentisti in Scozia nel 2014) a meno che non emerga un desiderio chiaramente maggioritario e consolidato nel tempo in questo senso fra le popolazioni locali (cosa che i sondaggi correnti non accreditano). I separatisti scozzesi, gallesi e nordirlandesi sono attualmente alla guida di forze di maggioranza relativa nelle tre nazioni minori. I primi due sognano la nascita di nazioni indipendenti da Londra, mentre i repubblicani nordirlandesi (perlopiù cattolici) ambirebbero alla riunificazione con la Repubblica d’Irlanda.
Prima la grande festa, poi domani pensiamo a sforbiciare. Una 24 ore paradossale quella che dovrebbe attendere Class Editori. Lunedì 14 settembre è in programma un super evento alla Triennale di Milano per celebrare il gruppo, che tra gli altri edita Milano Finanza, ItaliaOggi, Class, Capital e si autodefinisce «una realtà multimediale unica, rimasta fedele allo slancio con cui è nata. Una casa editrice che ha raccontato e continua a raccontare con respiro internazionale l’evoluzione di una società proiettata verso il futuro, dove l’innovazione è sfida e opportunità da cogliere in ogni sua forma». Il party in pompa magna è dedicato ai 40 anni di attività, descritti con toni sfarzosi: «Quattro decenni di sviluppi e cambiamenti nell’economia, nella cultura e nella vita dell’Italia e degli italiani. Otto lustri di profonde rivoluzioni, soprattutto nel campo dell’informazione. Un percorso lungo e coraggioso». E ancora: «Un viaggio proseguito sempre in prima linea con professionalità, passione, orgoglio e profondo spirito di indipendenza». Nel programma della serata sono previste «iniziative ideate per raccontare idee, protagonisti e imprese che hanno segnato 40 anni di storia, e che contribuiranno a immaginare e vivere i prossimi 40». Tutto bene, tutto bello? Insomma. Se la sera c’è il taglio della torta, il giorno dopo pare sia in agenda il taglio del personale. Secondo i ben informati proprio martedì 15 settembre è stata fissata infatti la riunione con i sindacati per discutere di esuberi e uscite “volontarie” da MF Servizi, dove c’è tutto il personale non giornalistico. Obiettivo: ridurre i costi. Dopo la festa, a qualcuno verrà “fatta la festa”?
Lo sceriffo fa asse con la Lega
Ma come, lo sceriffo Vincenzo De Luca fa asse con la Lega e attacca la giunta regionale della Campania guidata da Roberto Fico? Normali stranezze della politica quando c’è di mezzo il viceré. La pietra dello scandalo è stata una delibera della Regione che stanzia 8 milioni di euro per i disoccupati e gli inoccupati di lunga durata. Un progetto che prende spunto da un altro molto simile bocciato dal governo. De Luca non le ha mandate a dire all’alleato: «In un Paese normale e civile dopo che il ministero ha verificato l’esistenza di irregolarità e ha comunicato che non caccia più neanche un euro, si blocca tutto. Questa vicenda dovrebbe essere sottoposta anche alla procura e alla Guardia di finanza». E il “suo” assessore in giunta, Fulvio Bonavitacola, non ha firmato la delibera. Il ministero del Lavoro aveva disposto la revoca dei soldi, mentre il leghista Claudio Durigon, potente sottosegretario di Stato nel governo Meloni, ha negato si trattasse di una scelta politica o di un dispetto. Ora De Luca di fatto si è schierato dalla sua parte…
A chi salta la moschea al naso
Da lunedì 14 settembre a Roma viaggia il bus 252, per collegare la moschea capitolina, luogo di culto della comunità islamica, alla linea B della metropolitana. Chissà se Matteo Salvini, che è pure ministro dei Trasporti, si sarà accorto della novità introdotta dal sindaco Roberto Gualtieri, molto utile per fare un po’ di solita strumentalizzazione politica, o se magari è troppo impegnato con il caos della sua Lega. L’operazione viene descritta così: «Il collegamento circolare unisce la stazione Policlinico della metro B e B1 alla grande moschea di Roma, la più grande d’Europa, e ai quartieri che gravitano su via dei Campi Sportivi e via Giacinta Pezzana. Il nuovo servizio, progettato da Roma Servizi per la Mobilità ed esercitato da Atac, nasce per rendere raggiungibili con il mezzo pubblico, senza dipendere dall’auto, il luogo di culto e il Centro islamico culturale d’Italia, frequentati ogni settimana da migliaia di persone e in particolare nei giorni di preghiera e nelle festività, insieme a un quadrante che comprende Villa Ada, l’Acqua Acetosa e gli impianti sportivi del Foro Italico». Un’iniziativa che arriva con anni di ritardo, dato che la moschea è operativa dal 1995, e da ora in avanti utilizzerà «vetture di sette metri e mezzo adatte alle strade strette del quartiere, in esercizio tutti i giorni, festivi compresi, dalle 7.30 alle 20, con 13 corse quotidiane e una frequenza oraria». Qualcuno teme che si trasformi in una specie di “bus ghetto”…
Il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, a sorpresa sul palco con Jovanotti, in duetto al concerto al Circo Massimo, a Roma, domenica 13 settembre (foto Ansa).
Salvini e il buon esempio a scuola
Suona la campanella e il ministro Salvini non può certo lasciarsi scappare l’opportunità di commentare qualcosa che non dovrebbe competergli, occupandosi lui di trasporti. Ecco allora il post strappalacrime corredato di foto con grembiulino del mini-Matteo, ai tempi della 1D alle elementari: «Buon inizio di anno scolastico a bimbe e bimbi, a ragazze e ragazzi che si affacciano alla vita. E un enorme GRAZIE agli insegnanti e a tutto il personale scolastico che accompagna i nostri figli sulla strada più delicata e bella. Vivete la scuola e la vita senza paura ragazzi, non perdete neanche una occasione, godetevi ogni minuto e ogni campanella», ha scritto il leader della Lega. Che però nel 2024 era un po’ meno romantico sull’avventura dello studio: «Sì, io a scuola copiavo. Però facevo anche copiare, perché la cosa più insopportabile sono quelli bravi che non fanno copiare. Questo è un comportamento grave». Sempre un esempio.
Buon inizio di anno scolastico a bimbe e bimbi, a ragazze e ragazzi che si affacciano alla vita. E un enorme GRAZIE agli insegnanti e a tutto il personale scolastico che accompagna i nostri figli sulla strada più delicata e bella. Vivete la scuola e la vita senza paura ragazzi,… pic.twitter.com/l6tmFDLc7z
Fabio Spagnuolo, che dal 2018 era responsabile della Comunicazione e Pubblicità di Intesa Sanpaolo, assume l’incarico di Executive Director Comunicazione e Immagine del gruppo bancario. Subentra a Paola Musso, che guidava la Direzione Comunicazione e Immagine da dicembre del 2024 (dove era subentrata a Fabrizio Paschina): per lei il nuovo ruolo di Chief of Staff del ceo Carlo Messina.
Chi è Fabio Spagnuolo
Torinese classe 1977, Spagnuolo ha iniziato la carriera nelle Relazioni esterne e nell’ufficio stampa di Sanpaolo IMI, passando poi nello staff del Presidente del Consiglio di Gestione di Intesa Sanpaolo. Dal 2008 al 2013 è stato poi responsabile Comunicazione e Relazioni Esterne dell’Aeroporto di Torino. Successivamente, per circa un anno ha assunto la responsabilità di Comunicazione e Fundraising dell’Istituto di Candiolo e della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro. Nel 2014 il rientro in Intesa Sanpaolo, dove si è occupato inizialmente di partnership e comunicazione dell’Innovation Center. Dal 2018, come detto, era responsabile della Pubblicità del gruppo.
Dopo che il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiha ha lanciato un allarme ai Paesi della Ue e della Nato sul fatto che «i barbari russi sono già alle vostre porte», con riferimento all’attacco di droni lanciato da Mosca su una stazione di servizio e su un treno a Yahodyn, nell’ovest dell’Ucraina, a meno di due di chilometri dal confine con la Polonia, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha esortato tutti i leader europei a «prendere sul serio questa minaccia». «Qui, nell’estremo nord dell’Europa, si può vedere quanto sia a rischio la pace in Europa», ha detto dalla Finlandia, lanciando anch’egli un allarme.
Nella stazione era transitato un treno con consiglieri per la sicurezza nazionale di vari Paesi europei
La compagnia ferroviaria polacca Pkp Intercity ha affermato che il convoglio colpito, con 206 passeggeri a bordo, era in servizio sulla tratta Kiev-Varsavia. Nessuno è rimasto ferito. L’episodio è di particolare rilevanza perché poco prima, nella stessa stazione, era transitato il treno su cui viaggiavano i consiglieri per la sicurezza nazionale di Italia, Regno Unito, Germania e Francia, di ritorno dalla 22esima edizione della Conferenza della Yes (Yalta european strategy) a Kyiv. Su un terzo convoglio si trovava anche l’ex direttore della Cia David Petraeus. «È chiaramente un tentativo di spaventare i Paesi occidentali per dissuaderli dal sostenere l’Ucraina, dall’andare in Ucraina per manifestare il proprio sostegno. Penso che dovremmo agire esattamente al contrario», ha commentato l’alto rappresentante Ue Kaja Kallas.
La procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per una dipendente dell’Inps che il 7 febbraio del 2025, senza averne alcun motivo di servizio, consultò i dati personali di Giorgia Meloni. Gli accessi contestati, emersi dopo accertamenti interni dell’Istituto, furono tre: due all’Arca, l’archivio anagrafico dell’Inps in cui sono riportati i dati identificativi associati a una persona (come codice fiscale e luogo di residenza), e uno all’estratto contributivo, dove è registrata la storia previdenziale dei cittadini.
La sede centrale dell’Inps (Imagoeconomica).
La donna, interrogata a metà aprile, è accusata di accesso abusivo a un sistema informatico. Un reato che, già di per sé, sarebbe sufficiente per un processo. Nel caso specifico c’è pure l’aggravante di aver agito nella veste di dipendente dell’Inps (in particolare del Coordinamento generale medico legale), violando dunque i poteri connessi alla sua funzione. L’impiegata non ha fornito alcuna spiegazione per gli accessi indebiti. Nel procedimento risultano indicate come persone offese sia Meloni che l’Inps, titolare del sistema informatico utilizzato per gli accessi contestati. Per la premier, tra l’altro, c’è già un precedente di dati indebitamente consultati. Nel 2024 venne infatti alla luce che un impiegato di Intesa Sanpaolo aveva consultato senza autorizzazione migliaia di rapporti appartenenti ai clienti dell’istituto, tra cui appunto anche la presidente del Consiglio.
Il governo di Parigi ha sottoposto alla Commissione europea una nuova versione della legge per il divieto di utilizzo dei social network per i minori di 15 anni, che era stata bocciata dal Consiglio costituzionale francese. Lo ha annunciato il presidente Emmanuel Macron, che ha scritto su X: «Dal primo giorno ho preso un impegno: proteggere i nostri bambini online. Andremo fino in fondo».
La bocciatura e l’incarico a Lecornu di riscrivere la legge
La prima versione della legge era stata approvata a luglio dal parlamento francese e sarebbe dovuta entrare in vigore il primo settembre. A metà agosto, però, era arrivato l’alt del Consiglio costituzionale. Dopo il semaforo rosso da parte della massima istituzione giurisdizionale transalpina, secondo cui il provvedimento avrebbe rappresentato «una violazione sproporzionata della libertà di espressione e di comunicazione», Macron aveva incaricato il primo ministro Sébastien Lecornu, di procedere a una nuova redazione del provvedimento conforme alle osservazioni del Consiglio e al diritto europeo, per arrivare ad una soluzione «entro la primavera 2027».
Depuis le premier jour, j’ai pris un engagement : protéger nos enfants en ligne.
Nous irons au bout.
À la suite de la décision rendue par le Conseil constitutionnel à la mi-août sur l’interdiction des réseaux sociaux aux moins de 15 ans, j’avais chargé le Premier ministre…
Il nuovo testo, che tiene conto delle criticità segnalate dal Consiglio costituzionale, sarà presentato subito alla Commissione Europea, che avrà tre mesi per emettere un parere. Nel suo post, Macron ha evidenziato di aver scritto a Ursula von der Leyen per chiedere l’approvazione di un testo che stabilisca il divieto di social per gli under 15 a livello Ue: «Ho condiviso con la presidente della Commissione europea la mia determinazione affinché l’Europa avanzi in modo rapido ed esigente, per armonizzare questa interdizione a livello dell’Unione e regolamentare le funzionalità delle piattaforme».
Donald Trump contro il freno all‘intelligenza artificiale. «Possiamo introdurre delle misure di salvaguardia, possiamo fare questo e quello, ma credo che ci siano molte forze negative a sollevare la questione, tirando in ballo cose che non accadranno», ha detto il tycoon, liquidando l’ultimo allarme di Dario Amodei di Anthropic secondo cui l’IA si sta sviluppando a un ritmo esponenziale e, senza un rallentamento, nel giro di 6-12 mesi, potrebbe essere in grado di guidare uno sciame di agenti capaci di prendere il controllo dell’intero Internet. «Gli Usa sono in vantaggio rispetto alla Cina. Siamo il Paese più avanzato al mondo. E, francamente, voglio che resti così, perché chi vince la sfida dell’IA, vince tutto», ha aggiunto Trump. Amodei ha lanciato sul suo blog un appello per rallentare a livello globale il ritmo di sviluppo dei modelli più avanzati dell’IA per motivi di sicurezza. La proposta ha trovato l’immediato sostegno di due protagonisti indiscussi in America del settore, ovvero Elon Musk (SpaceX che controlla xAI) e San Altman di OpenAI.
Dopo il botta e risposta di fine luglio, Beppe Grillo è tornato ad attaccare Giuseppe Conte. “Movimento zero stelle”, si legge infatti nell’aggiornamento dello stato Whatsapp dell’ex comico, tornato a puntare il dito contro l’attuale leader del partito da lui fondato assieme a Gianroberto Casaleggio. L’ultima frecciata di Grillo a Conte arriva a una settimana dalla sua annunciata ospitata a Pulp, il podcast di Fedez e Mr. Marra, che si terrà il 21 settembre all’indomani della conclusione della due giorni di Nova, la consultazione avviate dal M5s per scrivere il programma della coalizione progressista: «Vada dove vuole, dica ciò che vuole», ha commentato il presidente pentastellato.
La suggestione di un partito per le Politiche del 2027
Grillo, com’è noto, qualche mese fa ha rotto gli indugi avviando una causa legale contro Conte riprendersi nome e simbolo del Movimento 5 stelle: visti i tempi della giustizia è difficile (per non dire impossibile) che una decisione in tal senso arrivi in tempo per le elezioni del 2027. Ma dietro le quinte filtra l’idea di un Grillo sempre più intenzionato a tornare in campo che, riporta il Corriere della Sera, starebbe comunque lavorando a una lista da presentare alle Politiche del prossimo anno, più a sinistra del campo largo, con l’obiettivo di erodere voti all’alleanza di opposizione. In questo caso l’ostacolo maggiore sarebbe rappresentato dalla raccolta firme necessarie per presentarsi alle Politiche: la quota è infatti salita a 6 mila per ogni collegio.
I sindacati Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno proclamato le prime 24 ore di sciopero per tutti i lavoratori dell’indotto dell’ex Ilva di Taranto a partire dalle ore 9 di lunedì 14 settembre 2026 sino alle 7 di martedì. I lavoratori hanno occupato la strada provinciale per Statte in segno di protesta dopo la decisione della Corte d’appello civile di Milano di chiudere l’area a caldo dello stabilimento, con tutto ciò che questo comporta in termini di rischio licenziamenti per 2.500 operai. Le sigle sindacali hanno spiegato che la mobilitazione non è indirizzata specificamente contro il provvedimento dei giudici, ma contro le responsabilità dei governi che si sono succeduti nella gestione della vertenza ex Ilva. L’obiettivo è ottenere dall’esecutivo risposte politiche e industriali prima che il rischio di licenziamenti si traduca in una nuova emergenza occupazionale per il territorio.
«Non ci fermeremo senza soluzioni per tutti i lavoratori»
«Sia chiaro», hanno sottolineato i sindacati nella comunicazione di sciopero, «che non ci fermeremo se non ci saranno soluzioni e misure straordinarie per tutti lavoratori». Dopo la protesta dei lavoratori dell’indotto, martedì è previsto a Palazzo Chigi un nuovo tavolo tra governo e sindacati. «Il tempo è scaduto», hanno ribadito le sigle, chiedendo garanzie occupazionali, tutela del reddito e un piano industriale per Taranto.
Emanuela Maccarani, che era stata alla guida della nazionale italiana dal 1996 al 2025 prima di finire sotto inchiesta per presunti abusi psicologici su alcune ex ginnaste, è la nuova capoallenatrice della Nazionale russa di ginnastica ritmica per gli esercizi di gruppo. La notizia, annunciata dalla federazione di Mosca, è stata poi confermata su Facebook dal marito, Moreno Buccianti.
Emanuela Maccarani (Imagoeconomica).
Maccarani, una delle allenatrici più titolate al mondo degli esercizi di gruppo, da commissaria tecnica della squadra nazionale italiana di ginnastica ritmica aveva raccolto risultati di enorme prestigio, come la medaglia d’argento ai Giochi olimpici di Atene 2004 e quelle di bronzo a Londra 2012, Tokyo 2020 e Parigi 2024. A marzo dell’anno scorso la Federazione Ginnastica d’Italia – dopo una sospensione di tre mesi – aveva però interrotto i rapporti con Maccarani dopo le denunce di maltrattamentia livello psicologico da parte di due ex ginnaste, Anna Basta e Nina Corradini, arrivate nell’autunno del 2022. L’ex allenatrice delle “Farfalle” ed ex direttrice tecnica dell’Accademia Internazionale di ginnastica ritmica di Desio, in passato anche membro della giunta del Coni, è statarinviata a giudizio per i presunti abusi: il processo a suo carico è iniziato a febbraio del 2026.
Con oltre il 94 per cento dei voti scrutinati, i risultati delle elezioni in Svezia per il rinnovo del Parlamento dipingono un sostanziale testa a testa tra centrodestra e centrosinistra. Quest’ultima coalizione è in leggerissimo vantaggio e, al momento, avrebbe 176 seggi contro i 173 della compagine guidata dal premier uscente Ulf Kristersson. Un margine molto risicato che potrebbe cambiare con i voti dall’estero, che non saranno conteggiati prima di mercoledì. Fino ad allora, non si saprà con certezza chi ha vinto. La coalizione di centrosinistra è composta dai Socialdemocratici (primo partito svedese), dai Verdi e dai partiti Sinistra e Centro. Quella di centrodestra è formata dai Moderati, dai Cristiano Democratici e dai Liberali. Qualora dovesse essere confermata la vittoria del centrosinistra, dopo quattro anni di governo Kristersson potrebbe tornare a capo del governo Magdalena Andersson, la leader dei Socialdemocratici. L’affluenza è stata dell’80,3 per cento, inferiore rispetto alle elezioni del 2022 (84,2 per cento).
Arretra l’ultradestra
Per quanto riguarda le singole liste, si segnala un risultato deludente per il partito di estrema destra Democratici Svedesi, che ha perso quasi 3 punti percentuali dalle ultime elezioni passando dall’essere il secondo partito in parlamento al terzo con il 17 per cento dei voti. In questi ultimi quattro anni ha dato un appoggio esterno al governo, condizionandone la linea su immigrazione e sicurezza. I sondaggi lo davano in crescita e puntava a entrare nella coalizione governativa in caso di vittoria del centrodestra.
Alessandro Onorato è sul piede di guerra. Il fondatore di Progetto Civico Italia protesta contro la norma con cui la maggioranza vuole aumentare la raccolta di firme per le formazioni che non sono in Parlamento e vogliono entrarci. Dice che così si alza un ponte levatoio davanti ai nuovi arrivati. Può avere ragione o torto, ma la vicenda contiene un paradosso evidente: per presentarsi alle elezioni un piccolo partito deve dimostrare di avere un seguito. Per partecipare al dibattito politico, evidentemente, no.
Alessandro Onorato nel corso della prima assemblea nazionale di Progetto Civico Italia (foto Ansa).
Se il peso sui media supera di gran lunga quello nelle urne
Partitini che valgono il 2 o il 3 per cento, a volte meno, ottengono sui media uno spazio che farebbe pensare a ben più solide percentuali. Carlo Calenda, leader di Azione, nei salotti tv è un inquilino fisso, Matteo Renzi non ha mai smesso di esserlo. Luigi Marattin, costola staccatasi dal senatore di Rignano e messasi in proprio, ha molte più interviste che deputati (che poi è uno, lui). Maurizio Lupi attraversa imperterrito governi, legislature e studi televisivi con il suo gruppetto, Noi Moderati, inchiodato da anni attorno all’1 per cento, eppure i giornali lo interpellano a giorni alterni come fosse De Gasperi. Ultimi arrivati gli scissionisti piddini di Spazio Pubblico, che almeno godono di un privilegio: essendo appena nati, la loro consistenza è ancora tutta da scoprire. Il risultato è che sui media finiscono per pesare assai più che nelle urne. E una parte della spiegazione sta proprio nella tivù. A essere aumentati esponenzialmente più dei partiti sono i luoghi dove farli esibire: talk show a tutte le ore, famelici come non mai di ospiti. Una volta c’erano le Tribune politiche, riservate ai leader. Oggi si pesca anche tra le quarte e le quinte linee, che raramente rifiutano un passaggio in video, gradita compensazione all’altrimenti anonima vita da peone. Sono i soldatini del palinsesto, quelli che ne consentono dilatazioni un tempo impensabili. Per di più gratis.
I personaggi politici hanno imparato dagli influencer
L’ubiquo Calenda è un caso di scuola. Gli si può chiedere di tutto e una risposta ce l’ha sempre. Renzi conosce i tempi televisivi meglio di parecchi conduttori, Marattin maneggia bene numeri e provocazioni. Intendiamoci, non c’è nulla di male: se ti invitano, vai. Sarebbe singolare pretendere che il leader di Azione, prima di accettare, consultasse l’ultimo sondaggio e rispondesse: guardi, oggi sono al 3,1, quindi mi spettano solo tre minuti e sette secondi. Il problema, semmai, è nostro. A forza di vedere un volto sul piccolo schermo finiamo per attribuirgli un peso proporzionale alla frequenza con cui appare. È un vecchio trucco della pubblicità, dove quello che si riconosce sembra più grande. Una volta succedeva con i fustini del detersivo, adesso con i personaggi politici, che nel frattempo hanno imparato parecchio dagli influencer. Rappresentare bene se stessi conta ormai più che avere al seguito una comunità. Basta una posa, una faccia, possibilmente un nemico e un’opinione abbastanza netta da diventare una clip. Il resto lo fanno i social: la battuta rimbalza, genera una replica cui segue una controreplica, e il giorno dopo si torna in tv a commentare quel che si è detto la sera prima. Non si butta via niente.
Carlo Calenda (Imagoeconomica).
La verità è che in una coalizione i cespugli servono
Ma sarebbe ingeneroso attribuire tutta la fortuna dei cespugli ai vari Floris, Berlinguer, Vespa e compagnia. Se sopravvivono è anche perché servono. La legge elettorale ha trasformato le piccole percentuali in merce pregiata. Un 2 per cento da solo rischia di non portarti da nessuna parte, ma dentro una coalizione può decidere le sorti di un collegio. Un piccolo gruzzolo di voti in cambio di qualche candidatura: contabilità applicata ai resti elettorali. I cespugli l’hanno capito da tempo. Non serve diventare alberi, basta essere quel poco di verde senza il quale il giardino dell’altro non raggiunge la maggioranza. E così continuano a nascere sigle che vanno a ingrossare un’area già affollatissima, quasi sempre con la promessa di riunirla. Liberali, popolari, riformisti, moderati, centristi, liberal-democratici. Ogni tanto, ma sempre solo nelle intenzioni, provano a mettersi insieme. Spazio Pubblico è l’ultimo arrivato, vedremo che cosa diventerà e soprattutto quanti voti prenderà. Intanto esiste già mediaticamente, perché non occorre più aspettare le elezioni per acquisire lo status di soggetto politico. Basta entrare nel giro. Un’intervista chiama l’altra, un invito televisivo per effetto domino ne produce altri e la notorietà finisce per diventare una specie di certificato di rappresentanza. Pina Picierno, per dire, da quando ha detto addio al Pd è molto più presente sui media di quando ci stava dentro.
Pina Picierno (Ansa).
Il consenso, ammesso che arrivi, viene dopo i follower e i talk
E alla fine si torna al povero Onorato. Per partecipare alle elezioni il governo gli chiede una montagna di firme, cioè la prova che qualcuno abbia davvero intenzione di votarlo. Per entrare nel circuito mediatico, invece, basta essere invitati. È questo che è cambiato. Il consenso, ammesso che arrivi, viene dopo. Prima ci sono la notorietà, le interviste, i talk, le clip, i follower. E a forza di apparire si finisce, anche quando non lo si è, per sembrare importanti.
La riscossa della “porchetta magica”. Da qualche tempo in Forza Italia gli uomini vicini al segretario Antonio Tajani hanno ricominciato a rialzare la testa. La famosa “porchetta magica”, così chiamata perché si parla di esponenti quasi tutti del basso Lazio, con qualche sconfinamento in Umbria e Campania. L’ultimo colpo è stato piazzato con la vittoria di Fulvio Martusciello al congresso campano, dopo una spaccatura che ha generato liti e malumori. Ma a far gonfiare il petto alla vecchia guardia è la caduta del partito nei sondaggi. «Dall’inizio dell’estate abbiamo perso l’1,5 per cento nelle rilevazioni e ora siamo stabilmente sotto Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Peggio di così…», fa notare un fedelissimo del ministro degli Esteri.
La rivoluzione imposta da Marina dopo la sconfitta al referendum
Il ragionamento è il seguente. Dopo il referendum perso malamente, Marina Berlusconi ha imposto la sua rivoluzione, con il cambio dei capigruppo alla Camera e al Senato (via Paolo Barelli e Maurizio Gasparri, dentro Enrico Costa e Stefania Craxi), più potere ai suoi fedelissimi – in primis Mario Occhiuto e Paolo Zangrillo – e rinnovamento totale dei volti da mandare in tivù.
In televisione i “vecchi” sono completamente spariti
«Nei talk show non voglio più vedere Gasparri e compagnia. Largo ai giovani!», fu l’input giunto direttamente da Arcore. E così è stato, non senza frizioni e malumori. L’ex capogruppo a Montecitorio Barelli non ha affatto gradito la sostituzione e ha reagito in modo ruvido («i partiti si guidano da dentro», ebbe a dire, quasi a sfidare i Berlusconi). Comunque il rinnovamento del partito azzurro è ormai inarrestabile e l’approdo finale sarà il cambio alla guida, dopo le elezioni: Tajani dovrà lasciare in favore di Zangrillo oppure di Occhiuto, si vedrà. Ma intanto in televisione i vecchi sono completamente spariti e imperversano le “nuove” leve, da Alessandro Cattaneo a Giorgio Mulè (che però ha quasi 60 anni, altro che “nuova” leva…).
Alessandro Cattaneo e Giorgio Mulè (foto Imagoeconomica).
Vannacci cresce, Forza Italia crolla
Tutto bene? Neanche per sogno. Perché da quando Vannacci ha iniziato a crescere, la curva forzista si è arrestata, e anzi ha preso a deflettere. E ora è arrivato pure il sorpasso. Insomma, secondo le rilevazioni delle intenzioni di voto non sono soltanto la Lega e Fratelli d’Italia a cedere elettori al generale, ma pure i “berluscones”.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
«Quando c’eravamo noi si viaggiava verso il 10 per cento…»
Se infatti a luglio, secondo Nando Pagnoncelli, Forza Italia viaggiava sull’8,3 per cento con Futuro Nazionale al 6, la rilevazione di Swg del 7 settembre ha dato il partito azzurro al 6,9 per cento mentre Vannacci è salito al 7,7. Una discesa che nessuno finora aveva previsto. Per l’esultanza della vecchia guardia, che si sta godendo la sua amara rivincita. «Quando c’eravamo noi si viaggiava verso il 10 per cento, adesso siamo al 7 e continuiamo a scendere. Qualcuno ad Arcore dovrebbe porsi il problema e fare qualche ragionamento. Forse non eravamo tanto male», ragiona un altro scudiero del segretario.
L’avanzata della candidatura di Matteo Perego di Cremnago
Tajani, naturalmente, sul tema tace. Anche perché vuole mantenere un buon rapporto con Marina e Pier Silvio. Ma anche lui un filo di soddisfazione lo sta provando. E il successo di Martusciello in Campania rappresenta una sua vittoria. Questo non significa che la tendenza verrà invertita. Il rinnovamento del partito andrà avanti, come dimostra l’avanzata della candidatura per Milano di Matteo Perego di Cremnago, sottosegretario alla Difesa, amico personale di Luigi Berlusconi, il più giovane dei figli del Cavaliere.
Matteo Perego di Cremnago (foto Imagoeconomica).
«Se continuiamo così facciamo la fine della Lega»
Una mossa subito benedetta da Cattaneo: «Perego è un milanese doc, ha una storia parlamentare e di governo, ha le caratteristiche giuste per rappresentare esperienza e novità». Però, ecco, qualche riflessione in più sul modus operandi tra Arcore, corso Venezia e Roma dovrà essere elaborata. La vecchia guardia sta rialzando la testa. «Anche perché se continuiamo così facciamo la fine della Lega», dicono i laziali, e non solo, vicini a Tajani. “Porchetta magica” alla riscossa.
Nel regolamento de Il Mondo al Contrario, i Team Vannacci sono presentati come parte di una strategia di «guerra asimmetrica», nella quale forze minoritarie ma agguerrite agiscono di sorpresa, «colpendo l’avversario». La macchina politica di Roberto Vannacci si autodefinisce con il lessico dei manuali militari. Prendiamoli in parola, allora. E leggiamola con lo strumento adatto: un manuale vero.
Cosa sono le operazioni psicologiche
Si intitola Mind Weavers, “i tessitori di menti”, ed è uscito a Islamabad nell’aprile 2024. Lo firma Fahd Ayub, militare pakistano. Nel manuale l’autore spiega come si progetta una psy-op: come si sceglie il bersaglio, come lo si studia, come lo si lavora, come si misura il risultato. Ma che cos’è una psy-op? In parole povere è un insieme di strategie messe in atto per influenzare emozioni, comportamenti e opinioni di un gruppo o di una popolazione. Prima si studiano paure, frustrazioni e abitudini dei soggetti. Poi si somministrano stimoli a dosi calibrate, uno alla volta. Ogni messaggio è un mattone che si ha l’impressione di aver posato in autonomia. E alla fine il muro nemmeno si vede. Ayub condensa questa tecnica in un’immagine: gli schiavi possono ignorare perfino l’esistenza del padrone. Ora proviamo a leggere le tappe dell’avventura vannacciana attraverso questa lente.
La copertina di Mind Weavers.
Le tappe: dal Mondo al contrario a Futuro Nazionale
Agosto 2023. Un generale in servizio pubblica tramite la piattaforma in self-publishing Il mondo al contrario. Costo editoriale contenuto. Resa: settimane di prime pagine, oltre 230 mila copie vendute e una seconda edizione curata dalla casa editrice Il Cerchio con la prefazione di Francesco Borgonovo. Diritti d’autore stimati in quasi 1 milione di euro. Un’operazione che nel manuale di Ayub ricorda lo stimolo d’innesco, la provocazione costruita perché sia il pubblico a selezionarsi da solo. Chi si indigna amplifica. Chi applaude alza la mano, e si fa contare. Il titolo stesso scelto da Vannacci taglia il mondo in due: noi del mondo dritto, loro che l’hanno rovesciato.
Roberto Vannacci presenta Il mondo al contrario (Imagoeconomica).
Giugno 2024. Alle Europee, Vannacci viene candidato da indipendente nelle liste della Lega ottenendo 555.980 preferenze totali, il secondo in assoluto più votato in Italia dietro Giorgia Meloni. È una dinamica simile a quella che Ayub descrive quando parla di scelta del veicolo: cerchi un gruppo già organizzato, con simboli, sedi e platee, ci entri e sali.
Roberto Vannacci con Matteo Salvini in campagna elettorale per le Europee (Imagoeconomica).
Aprile-maggio 2025. Vannacci prende la tessera della Lega e poco dopo Matteo Salvini lo nomina, tra le polemiche interne, vicesegretario. Intanto, all’esterno del partito cresce la rete con il suo marchio: l’associazione Il Mondo al Contrario e i Team Vannacci della «guerra asimmetrica». Dieci tesserati minimo, un team leader, nomi come “Decima Laghi” e “Decima Bustense”. Tessera a 20 euro. Così Vannacci costruisce un proprio fortino all’interno della casa che lo ospita. Una dinamica analoga a quella descritta nel manuale: il gruppo che ti ospita si conquista dall’interno, e intanto ti prepari la struttura tua, per il giorno in cui non ti servirà più.
Matteo Salvini consegna la tessera della Lega a Roberto Vannacci (foto Imagoeconomica).
Febbraio 2026. La scissione. Nasce Futuro Nazionale. A giugno si tiene il congresso a Roma, tesseramento dichiarato dal partito a quota 100 mila iscritti. Vannacci accoglie i suoi definendoli i rifiuti degli altri, “la sporca dozzina”, «la feccia». Nel suo libro, Ayub parla di coesione per marchio d’infamia: prendi l’insulto che il tuo pubblico riceve e trasformalo in divisa; l’esclusione diventa orgoglio, il gruppo si salda proprio sulla ferita.
Giugno 2026. Il sorpasso: i sondaggi danno Futuro Nazionale sopra la Lega. Ora l’ha praticamente doppiata, superando anche Forza Italia. L’ospite è svuotato. Alle Comunali di Vigevano accade una cosa piccola ma significativa. Furio Suvilla, il candidato di Vannacci, resta fuori dal ballottaggio col 14,2 per cento e ordina ai suoi: scheda nulla o bianca. Secondo l’analisi dei flussi di YouTrend, su 100 elettori di Suvilla, 52 si sono astenuti, 41 hanno votato il candidato di Forza Italia e 7 quello del centrosinistra. Un dato che misura almeno in parte la capacità di incidere sul comportamento elettorale. Nel manuale di Ayub questo momento è compatibile con quello che viene definito l’indicatore di impatto. Ogni operazione seria misura i propri risultati, e il risultato qui è la prova che il pubblico risponde ai comandi.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
Settembre 2026. Continuano gli attacchi alla «coerenza» della Lega (l’ultimo sulla giravolta di Matteo Salvini circa l’AfD) il partito che gli aveva aperto la porta.
Come può essere letto il caso-Egonu
Ogni tappa, da sola, è politica ordinaria. La sequenza intera, letta alla luce del manuale, è un’operazione a fasi: sotto-operazioni concatenate, correzioni di rotta, un obiettivo che avanza un gradino alla volta. Ayub mette in guardia: il professionista si riconosce dalla pazienza del dosaggio. Anche qui le similitudini non mancano. Un esempio? Il caso Egonu. Ne Il Mondo al contrario, la campionessa di pallavolo è «italiana di cittadinanza», però «i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità». Bufera. Nelle uscite successive la frase si ripresenta con la premessa nuova: «Non sono razzista. Io ammiro Paola Egonu, sono orgoglioso dei suoi successi sportivi, ma…». Il contenuto delle due dichiarazioni è identico, la dose però è ricalibrata. Prima la formulazione brutale che apre il ciclo mediatico, poi la versione ammorbidita che consolida il messaggio presso il pubblico esitante. Anche Ayub descrive un comportamento simile: misura la reazione, aggiusta lo stimolo, prosegui (la querela di Egonu è stata archiviata: le frasi erano inappropriate e scorrette ma il tribunale di Lucca non ha ritenuto la condotta penalmente rilevante come diffamazione).
Nella combo, Roberto Vannacci e Paola Egonu (Ansa).
Le parole-cardine e la satira gentile
Poi ci sono le parole-cardine. Il manuale insegna a costruire i messaggi con le glittering generalities, generalità scintillanti: parole-virtù talmente gonfie di consenso da non aver bisogno di argomenti. Prendiamo termini come “normalità”, “buonsenso” e “patria”. Il trucco della propaganda sta nella vaghezza: ognuno può riempirle come vuole. Proprio per questo tutti si sentono d’accordo. Smontarle è facile: basta chiedere: «Sì, ma in concreto?». Se la risposta è un’altra parola scintillante, si è scivolati dentro il meccanismo. E infine c’è il sorriso. Il manuale dedica pagine alla satira gentile: la battuta abbassa le difese, il messaggio entra senza attrito. Anche quando l’ex generale sfotte o posta meme e video assurdi, qualcuno ride. Poi rifila il sondaggio in crescita. È il tema dell’inevitabilità: la vittoria raccontata prima che accada, per convincerti a salire sul carro. E una volta a bordo tutto il resto si accetta a scatola chiusa.
Il primo ministro russo Mikhail Mishustin lo ha definito un «simbolo di amicizia». Il suo omologo nordcoreano Pak Thae-song ha parlato di un «evento storico». Russia e Corea del Nord hanno inaugurato un ponte stradale lungo il confine. Dietro la solida intesa tra Kim Jong-un e Vladimir Putin, così come nelle relazioni tra Pyongyang e Pechino, ci sono tuttavia esigenze strategiche più che ideologiche. Ed è questo che muove la nuova diplomazia di Kim, intenzionato a mantenere ottimi rapporti con il vicinato ma anche ad ampliare la sua rete di alleanze per acquisire influenza internazionale.
Kim e la figlia nel 2024 (Ansa).
Il ponte tra Russia e Corea del Nord
Il ponte Yakov Novichenko, intitolato all’ufficiale sovietico che nel 1946 salvò il primo leader nordcoreano Kim Il-sung da un attentato, collega Russia e Corea del Nord attraverso il fiume Tumen. Al netto della propaganda, la sua realizzazione è stata tutt’altro che lineare. L’inaugurazione prevista per il 19 giugno è slittata a fine agosto e i lavori sul lato russo risultavano completati solo al 65 per cento. Anche i costi sono lievitati: i 100 milioni di dollari inizialmente stanziati dal Cremlino sono raddoppiati. Presentato da Mosca e Pyongyang come un’infrastruttura commercialee civile, il ponte potrebbe anche essere utilizzato per lo scambio di personale militare, di operai, di tecnologia bellica e risorse energetiche.
L’inaugurazione del ponte sul fiume Tumen (Ansa).
L’equilibrismo necessario di Kim tra Pechino e Mosca
Gli interessi però vengono prima dell’amicizia. Kim e Putin hanno infatti siglato un Trattato di partenariato strategico globale che, tra le varie aree di collaborazione, prevede una clausola di assistenza militare reciproca in caso di necessità. I legami con Mosca sembrano dunque solidi, ma dietro questa intesa ci sono due aspetti da considerare. La Corea del Nord sa innanzitutto di dover mantenere un equilibrio diplomatico tra Russia e Cina, evitando di avvicinarsi troppo a una delle due potenze per non compromettere i rapporti con l’altra.
Vladimir Putin con Kim Jong-un nel 2019 (Ansa).
Allo stesso tempo Kim non intende trasformare Pyongyang nel satellite di un alleato più forte. «L’allineamento tra Russia e Corea del Nord rimane fondamentalmente pragmatico e contingente, fondato più sulla convenienza a breve termine che su una solida architettura di alleanza», ha scritto l’Australian Journal of International Affairs. La diffidenza è evidente anche nei legami con la Cina. La sponda del Cremlino ha notevolmente accresciuto il senso di indipendenza nordcoreano dal Dragone, sfidando il quasi monopolio cinese sull’influenza geopolitica esercitata sul vicino. La convergenza tra Kim e Putin non è vista di buon occhio a Pechino, principale partner economico di Pyongyang (2,73 miliardi di dollari di interscambio commerciale nel 2025). Non farà inoltre piacere alla Cina la decisione della Corea del Nord di ricostruire le difese lungo il confine settentrionale tra i due Paesi, ripristinando campi minati. Ufficialmente per contrastare contrabbando ed espatri illegali, ma non esattamente un segnale di fiducia.
Xi Jinping con Kim Jong-un (Ansa).
Dal Vietnam alla Tanzania, la rete diplomatica di Pyongyang
In politica estera Kim sta mostrando una curiosa intraprendenza diplomatica alla ricerca di nuove aree di cooperazione. Nel Sud-est Asiatico, per esempio, la Corea del Nord ha intensificato i dialoghi soprattutto con Vietnam e Laos. Sono poi andati in scena avvicinamenti analoghi con la Bielorussia di Alksandr Lukashenko e con la Tanzania, insospettabile Paese africano nel quale il governo nordcoreano vanta da tempo un’attivissima ambasciata. Kim vuole insomma ridurre l’isolamento internazionale ed evitare di dipendere troppo dai suoi vicini. Che restano comunque alleati imprescindibili.
Nella prima convention organizzata da un partito prima delle elezioni di midterm, Donald Trump si è appellato ai Repubblicani promettendo un incentivo di 5 mila dollari per il voto al GOP e mandandoli preventivamente al diavolo in caso contrario. Che il presidente Usa stia avvertendo la pressione in vista delle elezioni che potrebbero costare la maggioranza alla Camera e al Senato? Di sicuro, il sostegno a Trump è in calo in tutte le fasce d’età, ma soprattutto tra i Millennials e la Generazione Z, categorie che nel 2024 erano state fondamentali per il suo ritorno alla Casa Bianca. Da qui il bisogno di coinvolgere il più possibile (compatibilmente col suo ego) il vice JD Vance, che a Dallas ha fatto le prove per le Presidenziali del 2028.
Donald Trump (Ansa).
Una generazione sul piede di guerra
A preoccupare macchina politica del Grand Old Party sono soprattutto le – cattive – opinioni dei Millennials (i nati dal 1981 al 1996). Innanzitutto, ormai costituiscono la generazione più numerosa negli States. Inoltre sono la fascia demografica con il maggior numero di figli in età scolare (dunque a carico) e che pertanto risente maggiormente dell’aumento dei prezzi di generi alimentari e carburante, fattore che sta pesando molto nel crollo dei consensi di The Donald. Gli sforzi paralleli delle campagne di Trump e di Kamala Harris per raggiungere i Millennials attraverso podcast e altri media digitali erano emersi come un elemento chiave del ciclo elettorale del 2024. Anche alle Midterm lo scontro tra repubblicani e democratici si giocherà su questo terreno.
Donald Trump a Dallas (Ansa).
Il sentiment negativo dilaga soprattutto tra i maschi
Secondo un recente sondaggio di Navigator, il tasso di approvazione di Trump tra i Millennials è calato al 38 per cento. E tra chi lo ha votato nel 2024, il 28 per cento ammette di essersi pentito. Un’altra indagine Economist/YouGov, condotta sempre ad agosto, evidenzia dati ancora peggiori: solo il 26 per cento delle persone di età compresa tra 30 e 44 anni approva attualmente l’operato di Trump come presidente. Il sentiment negativo per l’operato di Trump è forte, evidenziano i sondaggi, in particolare tra i maschi.
Donald Trump alla convention di Dallas (Ansa).
A Vance il compito di riconquistarli
Trump nella seconda e ultima serata della convention di Dallas non ha ripetuto il comizio-show della prima, concedendo 41 minuti sul palco a Vance, suo vice e volto più giovane di un’amministrazione guidata dalla persona più anziana mai eletta alla presidenza, un 80enne della generazione dei Baby Boomer. Vance invece è nato nel 1984 e, come ha ricordato con piena retorica MAGA, è padre di quattro figli piccoli che hanno il «diritto di nascita a ereditare le benedizioni del più grande Paese della Terra». Ha insomma le caratteristiche ideali per parlare a quella che oggi è la fetta più larga dell’elettorato: Trump, pur non investendolo ufficialmente del ruolo di erede politico, gli ha dato il compito di riconquistare i Millennials in vista delle elezioni di metà mandato. Con un occhio già al 2028.
Colpo di scena in tribunale. La giudice dell’udienza preliminare Irene Giani ha respinto la richiesta di Margherita Agnelli di costituirsi parte civile contro il figlio John Elkannnel procedimento penale in corso a Torino sull’eredità della madre, Marella Caracciolo, vedova di Gianni Agnelli. La figlia dell’Avvocato è stata invece ammessa come parte civile per la parte di processo che vede alla sbarra il commercialista di famiglia Gianluca Ferrero (che è anche l’attuale presidente della Juventus) e il notaio Remo Moroni, accusati di falso in atto pubblico. Accolta dunque solo parte dell’istanza presentata il 22 giugno dai legali. Come ha spiegato in una nota, l’avvocato Paolo Siniscalchi, del team legale che difende Elkann, Margherita Agnelli (nella nota indicata come “de Phalen”, cognome del secondo marito), «non ha alcun titolo per lamentare danni» contro il figlio per i fatti al centro del procedimento: «La costituzione di parte civile non può basarsi su insondabili rancori personali. Ora ci concentreremo sulla sostanza del procedimento: dimostrare che Elkann ha agito sempre nel pieno rispetto della legge».
La principessaAstrid di Norvegia è morta all’età di 94 anni. L’ha comunicato la casa reale norvegese. Sorella maggiore del Re Harald V, aveva partecipato pochi giorni prima ai funerali di Stato del fratello deceduto a fine agosto.
La Commissione europea ha approvato ulteriori 6,1 miliardi di euro a favore dell’Ucraina per l’acquisizione di vari prodotti nei settori della difesa aerea e missilistica, delle munizioni, dei droni e della guerra elettronica. Questi fondi sosterranno la capacità dell’Ucraina di resistere alla continua intensificazione degli attacchi russi condotti con missili balistici e droni. La decisione consente a Kyiv di acquistare anche missili Pac-3 per i sistemi Patriot. Finanziato nell’ambito del prestito di sostegno all’Ucraina da 90 miliardi di euro (30 miliardi per aiuti di bilancio e 60 miliardi per la difesa nel periodo 2026-2027), il pacchetto prevede cinque deroghe alle condizioni standard di ammissibilità – tre per droni e componenti di fabbricazione ucraina che superano le soglie di costo e due per attrezzature di fabbricazione statunitense (in particolare missili Pac-3) anche attraverso il meccanismo Purl coordinato dalla Nato. Con questa approvazione, i 28,3 miliardi di euro destinati al sostegno della difesa ucraina per il 2026 sono stati interamente assegnati.