Tajani: «Abbiamo deciso di chiedere il Safe per 14,9 miliardi»

Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato che «abbiamo deciso di utilizzare Safe chiedendo un intervento di 14,9 miliardi entro la fine dell’anno». «Formuleremo la nostra proposta, poi dirà l’onorevole Crosetto per come investirli nell’anno successivo», ha spiegato nel dibattito seguito all’informativa sugli esiti del vertice Nato di Ankara resa col ministro della Difesa Guido Crosetto alle commissioni Affari esteri e Difesa di Camera e Senato. Il Safe è lo strumento dell’Unione europea che fornisce prestiti fino a 150 miliardi di euro per aiutare gli Stati membri ad aumentare gli investimenti nel settore della difesa. «Quanti ne useremo (dei 14,9 miliardi, ndr) lo decideremo a fine anno», ha precisato Tajani. «Come ho sempre detto, e come hanno detto tutti i miei colleghi, Giorgetti e Crosetto, ne utilizzeremo probabilmente di meno. Sei, sette, otto, nove, lo abbiamo detto anche oggi. Quindi ne abbiamo prenotati 14,9, cioè il tetto massimo, ma ne utilizzeremo di meno».

Ct della Nazionale, la bocciatura di Pirlo diventa un caso politico

La bocciatura di Andrea Pirlo come nuovo ct dell’Italia, dovuta ai legami del “Maestro” con la Russia, è diventata anche un caso politico. E non solo perché sul caso si è espresso il ministro per lo Sport Andrea Abodi, il quale ha parlato di «brutta figura» provocando la reazione stizzita («Bisogna vedere chi l’ha fatta») del presidente della Figc Giovanni Malagò, entrato in rotta di collisione col direttore tecnico Paolo Maldini e l’advisor Leonardo, che nel frattempo si sono dimessi.

I vannacciani e i pentastellati stanno dalla parte di Pirlo

«Cultura, arte e sport devono restare fuori dalla politica e dalle relazioni internazionali. Per assegnare incarichi, anche a Pirlo, va considerata la competenza e certo non gli affari con agenzie varie», ha dichiarato Roberto Vannacci, fondatore di Futuro Nazionale: «Come feci con Buttafuoco a Venezia, dunque, a lui do la mia solidarietà. Non vedo proprio una questione etica». Ha difeso Pirlo anche Riccardo Ricciardi, capogruppo del M5s alla Camera, cogliendo la palla al balzo per attaccare Guido Crosetto: «Siamo il paese in cui una persona non può fare il Commissario Tecnico della Nazionale, se ha un contratto con una società russa ma in cui un ex lobbista delle armi può fare il ministro della difesa». Sempre in casa pentastellata si è espressa sul caso anche l’eurodeputata ed ex calciatrice Carolina Morace: «La vicenda Pirlo è surreale. Lo stesso metro dovrebbe valere sempre. Dov’è stata la stessa indignazione nei confronti di chi ha continuato a intrattenere rapporti sportivi, istituzionali o culturali con Israele mentre Gaza veniva devastata?». Così Alessandro Di Battista, grande ex del M5s notoriamente vicino a Mosca: «Quello che sta accadendo a Pirlo è semplicemente osceno. Sapete tutto questo come si chiama? Russofobia. Secondo voi, se Pirlo avesse lavorato con un marchio israeliano, qualcuno avrebbe aperto bocca? Sarebbero stati tutti zitti!».

Il Pd e l’ex dem Picierno approvano la bocciatura di Pirlo

«Fateci caso: sulla questione Pirlo i primi galli a cantare e a dolersi per la sfumata indicazione a commissario tecnico, guarda caso, sono tutti esponenti politici molto sensibili alla Russia», ha dichiarato il senatore del Pd Filippo Sensi, commentando le dichiarazioni di Vannacci e Ricciardi. Questo il commento di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo ed ex esponente dem: «Accolgo con soddisfazione la scelta di non nominare Pirlo. È una scelta giusta e doverosa, considerato ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata».

La lettera dell’ambasciatore russo e la replica di Calenda

Nel caos totale di questi giorni, come se non bastasse, si è inserito anche l’ambasciatore russo in Italia, Alexey Paramonov, che in una lettera aperta postata su Telegram ha espresso «sincera e umana solidarietà» nei confronti di Pirlo: «Rattrista constatare che, nonostante il suo contributo straordinario allo sport mondiale e all’immagine dell’Italia nel mondo, proprio nel Suo Paese, lei sia oggi oggetto di ostracismo da parte di un establishment da molti definito “pseudo-democratico”». Questa la replica di Carlo Calenda, leader di Azione: «Direi che con questa dichiarazione possiamo chiudere l’assurda discussione sull’opportunità di prendere come allenatore della Nazionale un signore pagato dai russi».

Attacco ucraino a Mosca con centinaia di droni

Attacco ucraino a Mosca e alla regione circostante, nella notte tra lunedì 27 e martedì 28 luglio 2026, con circa centinaia di droni. L’ha riferito l’agenzia ucraina Rbc, secondo la quale è stato colpito anche un centro logistico della Wildberries, l’Amazon russa già presa di mira nei giorni scorsi. «12 droni diretti verso Mosca sono stati abbattuti dal sistema di difesa aerea del ministero della Difesa», aveva annunciato il sindaco moscovita Sergey Sobyanin. Ma poi l’attacco ucraino si è intensificato con il trascorrere delle ore fino a quando i droni, secondo Rbc, hanno circondato Mosca da ogni lato. La regione della capitale russa è stata presa di mira da oltre 390 droni, ha spiegato il primo cittadino, aggiungendo che la maggior parte è stata neutralizzata prima di raggiungere la città. Il governatore della regione, Andrei Vorobyov, ha riferito che un edificio e alcune case sono stati danneggiati, ma al momento non si segnalano vittime. L’attacco si è verificato alla vigilia della visita del presidente ucraino Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca.

Salvini contro “nostalgici del Nord”: si allarga il fronte interno alla Lega

Sono nati i Cockroach padani. Come in India, dove i giovani hanno usato un insulto – “scarafaggi” – pronunciato da un giudice dell’Alta Corte per fondare un movimento di rivolta contro un sistema corrotto di ingresso all’università e ottenere le dimissioni del ministro dell’Istruzione, nelle valli tra Varese, Bergamo e Brescia, dove la Lega affonda le sue radici, i militanti si professano «nostalgici» per contrastare la leadership di Matteo Salvini.

L’attacco di Salvini alla falange nordista e ai fuoriusciti

Il manifesto è un articolo del Foglio. L’autore, il giornalista parlamentare Carmelo Caruso, da anni molto attento alle cronache interne del partito, si dilunga sullo sfogo di Salvini alla festa con i gruppi parlamentari che si è tenuta nella villa di Antonio Angelucci la settimana scorsa. Assente il padrone di casa, tra i fenicotteri rosa e le orchidee portate da Simonetta Matone, deputati e senatori di via Bellerio si sono ritrovati nei giardini della tenuta di Marino, ai Castelli, dove un tempo si faceva fotografare la vecchia proprietaria, Sophia Loren. Nel suo discorso il segretario leghista – stando a quanto risulta anche a L43 – è stato a sorpresa molto duro con la ‘falange’ dei nordisti lombardi, il governatore Attilio Fontana e il segretario della Lega lombarda Massimiliano Romeo, accusandoli di portare avanti una linea ormai «fuori dal tempo». Senza fare nomi, Salvini ha tuonato contro tutti i suoi critici. La proposta di un partito del Nord dentro la Lega avanzata da Luca Zaia? Macché. «Basta Nord, è una roba da nostalgici», ha detto il capo, che se l’è presa anche con i fuoriusciti che hanno scelto di abbracciare Futuro nazionale di Roberto Vannacci.

Salvini contro “nostalgici del Nord”: si allarga il fronte interno alla Lega
Matteo Salvini, alla festa AderLegaFest di Adro, nel Bresciano (Ansa).

In Lombardia il partito ribolle

È forse la prima volta che il segretario si pronuncia in modo così netto contro una parte del partito che da mesi, se non anni, ne critica la linea, a partire dalla decisione di coinvolgere Vannacci (ben prima del clamoroso addio dell’ex generale). L’asse dei governatori, formato, oltre che da Zaia e Fontana, da Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti, chiede un ritorno agli ideali delle origini, un rinnovamento della leadership con maggior coinvolgimento di Zaia. Si tratta di un movimento che trova ampio consenso in Lombardia, tra lo zoccolo duro del leghismo, ma anche tra dirigenti, sindaci, amministratori, che hanno fatto la storia della Lega e che ritengono, come molti militanti chiedono ai gazebo e alle feste, che Salvini da tempo avesse dovuto fare un passo indietro per ‘salvare’ il partito. Questa Lega è un partito che ascolta ancora i militanti, ma che da mesi soffre, impotente, l’occupazione salviniana della segreteria. Anche per colpa dell’immobilismo degli stessi governatori e di storici dirigenti come i ministri Giancarlo Giorgetti e Roberto Calderoli.

Salvini contro “nostalgici del Nord”: si allarga il fronte interno alla Lega
Elio Fagioli e Roberto Calderoli alla festa estiva di Pontida (Ansa).

Il tam tam social in solidarietà a Fontana

Nelle settimane scorse sono stati appesi in diverse località del Nord alcuni manifesti in cui si chiedevano le dimissioni di Salvini a favore di Zaia. E ora è iniziato il tam tam sulle bacheche di militanti e dirigenti. Gli ‘scarafaggi’ padani si autoproclamano «nostalgici» in dissenso con la segreteria. E così gira lo slogan «Se Fontana è nostalgico, allora lo sono anche io», condiviso, tra i primi, sui social del consigliere lombardo, capogruppo al Pirellone nella passata legislatura, Roberto Anelli.

La grafica è stata condivisa sulla bacheca di diversi militanti storici. Seguita da commenti come: «Ora basta sedersi sulla riva del fiume e attendere». «Sì lo ammetto, sono nostalgica anche io», scrive l’ex senatrice Simona Pergreffi. «Non è una questione di nostalgia, ma di coerenza, Matteo Salvini. Siamo nati per impegnarci per le nostre comunità, per i nostri territori e per il nord, non siamo nostalgici ma realisti, così non va. Se non ci fossero le regioni con i governatori e le amministrazioni del nord, non ci sarebbe la Lega», commenta Giampaolo Pesenti, vicesindaco di Zogno, nella Bergamasca.

La minaccia di provvedimenti disciplinari e la chiamata a Pontida

Sembra che Salvini non abbia preso bene l’iniziativa e minacci provvedimenti disciplinari. Sicuramente ha reagito diffondendo il manifesto di Pontida 2026 nel quale, per inciso, compare il vecchio simbolo della Lega senza il suo nome. Le bandiere autonomiste e i militanti sono ritratti sul prato davanti al grande palco. Tutti al raduno, esortano i fedelissimi.

Salvini contro “nostalgici del Nord”: si allarga il fronte interno alla Lega
Il manifesto d Pontida 2026.

Ct della Nazionale, il caos azzurro finisce sulla stampa estera

Il caos attorno alla scelta del nuovo commissario tecnico dell’Italia, ennesima figuraccia del calcio azzurro, ha varcato i confini nazionali approdando sulle home page dei siti delle principali testate sportive (e non) estere.

Ct della Nazionale, il caos azzurro finisce sulla stampa estera
Ct della Nazionale, il caos azzurro finisce sulla stampa estera
Ct della Nazionale, il caos azzurro finisce sulla stampa estera
Ct della Nazionale, il caos azzurro finisce sulla stampa estera

«Terremoto in Italia con Pirlo e Maldini», titola il quotidiano sportivo spagnolo As. Senza cambiare Paese, Marca scrive: « Pirlo rompe il silenzio in mezzo alla tempesta: “L’amore per l’Italia non dipende da un lavoro”». Dello stesso tono il titolo de L’Equipe: «Pirlo fuori. La Nazionale nella tempesta». La prestigiosa testata sportiva francese irride poi l’Italia: «È più difficile qualificarsi per i Mondiali o trovare un allenatore?». Così la tedesca Bild: «Salta l’accordo Pirlo-Italia, che caos!».

Intesa Sanpaolo, la divisione IMI CIB valorizza le eccellenze italiane e favorisce l’internazionalizzazione

Valorizzare le eccellenze imprenditoriali italiane e accompagnarle nel dialogo con la comunità finanziaria internazionale è uno degli obiettivi che la divisione IMI Corporate & Investment banking di Intesa Sanpaolo, guidata da Mauro Micillo, porta avanti attraverso l’Italian stock market opportunities conference. Nata nel 2008, l’iniziativa rappresenta un appuntamento consolidato che offre alle società quotate italiane un’opportunità concreta di confronto con i principali investitori istituzionali europei, contribuendo a rafforzarne il posizionamento sui mercati dei capitali internazionali.

Quattro incontri che hanno coinvolto oltre 25 società italiane

L’edizione 2026 si è articolata nelle quattro piazze finanziarie di Lugano, Milano, Madrid e Parigi, coinvolgendo complessivamente 27 mid & small cap italiane, protagoniste di 240 incontri one-to-one e di gruppo con 106 investitori istituzionali equity. Un percorso che ha consentito alle imprese di presentare direttamente strategie industriali, risultati e prospettive di crescita a una platea qualificata di investitori internazionali, favorendo nuove opportunità di dialogo e relazione con il mercato. Il ciclo di incontri si inserisce nell’impegno della divisione IMI CIB a supporto dell’internazionalizzazione del sistema produttivo italiano, mettendo a disposizione delle imprese competenze specialistiche, una presenza consolidata nelle principali piazze finanziarie e un network internazionale di investitori.

Mocio: «Così facilitiamo l’incontro tra capitale e imprese»

Queste le dichiarazioni di Massimo Mocio, deputy chief – head of Global banking & markets della divisione IMI CIB di Intesa Sanpaolo: «Le mid & small cap rappresentano una componente essenziale della competitività del sistema produttivo italiano. Si tratta di imprese che esprimono innovazione, capacità industriale e specializzazione, qualità sempre più apprezzate dagli investitori internazionali. Attraverso l’Italian stock market opportunities conference mettiamo il nostro network internazionale al servizio delle aziende italiane, creando occasioni concrete di confronto con la comunità finanziaria e facilitando l’incontro tra capitale e imprenditorialità. Il nostro obiettivo, grazie anche alla collaborazione con la divisione Banca dei territori, è accompagnare le imprese nei loro percorsi di crescita, favorendone la visibilità e l’accesso ai mercati internazionali dei capitali».

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto

A Paolo Maldini e Leonardo va riconosciuta l’ambizione. L’ex segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica Nikita Krusciov, che pure non era uomo da mezze misure – per farsi capire all’Onu batteva la scarpa sul banco -, quando volle strafare si spinse fino al piano settennale, la semiletka del 1959. Sette anni. Oltre, nemmeno il Gosplan – l’agenzia di pianificazione economica dell’Urss – osava: troppo lontano, troppo comodo, troppo inverificabile. Ci voleva la nuova direzione tecnica della Figc per superare il Cremlino: otto-10 anni, annunciati il 23 luglio in Lega Serie A, con Giovanni Malagò costretto a correggere al ribasso in diretta – «io penso a sei anni, Paolo ha parlato addirittura di otto-10». Quando persino lo sponsor della tua nomina ti dimezza l’orizzonte davanti ai club, forse un problema c’è. Aspettiamo solo di capire se, al prossimo Consiglio federale, Maldini batterà il mocassino sul banco. Coerenza estetica vorrebbe di sì.

Una dichiarazione d’intenti con scadenza oltre ogni rendicontazione

Il punto comunque non è l’orizzonte lungo. Le rifondazioni serie – quella tedesca dopo il 2000, o quella belga – erano decennali. Ma erano piani: fasi, tappe, obiettivi misurabili, gente che rispondeva se i numeri non tornavano. Qui invece abbiamo «linee guida» e una data d’arrivo collocata in un futuro nel quale, statisticamente, nessuno dei presentatori sarà più in carica. Siamo di fronte a una dichiarazione d’intenti con scadenza oltre ogni rendicontazione. Il quinquennale sovietico, almeno, prevedeva punizioni severe per chi mancava l’obiettivo. Qui non è previsto nemmeno il tagliando. E poi c’è il capolavoro: il pasticcio sulla scelta del commissario tecnico.

Siamo partiti dai migliori al mondo per arrivare a Pirlo

Ricapitoliamo la sequenza, perché merita. Primo atto: «Siamo partiti dai migliori al mondo». Pep Guardiola contattato, Carlo Ancelotti sentito. Applausi: finalmente si ragiona in grande! Secondo atto: i migliori del mondo, com’era prevedibile, hanno detto di aver meglio da fare. Terzo atto: si scende dunque al gradino successivo: Roberto Mancini, il preferito del presidente? Antonio Conte, il preferito della Lega? No. Si precipita su Andrea Pirlo, vincitore della First Division degli Emirati con lo United FC di Dubai, campionato che conta 28 club professionistici in tutto, contro i 100 italiani.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Roberto Mancini, Andrea Pirlo e Pep Guardiola (foto Ansa).

Nessun appeal a livello commerciale

Dall’allenatore che definisce un’epoca al vincitore della cadeteria emiratina, senza fermate intermedie. Non esiste modo più crudele di far apparire inadeguato un candidato che presentarlo come esito della stessa ricerca iniziata da Guardiola. E l’hanno fatto i suoi sponsor. L’errore Pirlo, del resto, non era solo tecnico: era contabile, e su questo sito i conti sono già stati fatti. Un ct con quel profilo produce zero riprezzamento commerciale il giorno dell’annuncio: nessun partner ritocca una voce di listino per chi ha vinto la cadetteria emiratina. E parliamo di una Federazione che ha già iscritto a bilancio 9,5 milioni di riduzione dei corrispettivi commerciali per il 2026, un malus Adidas da 9,6 milioni per la mancata qualificazione mondiale, un rosso previsto di 6,6 milioni, dentro un danno complessivo che Unimpresa stima oltre i 50 milioni.

Il pasticcio su Fonbet, il principale bookmaker di Mosca

In questo quadro, la direzione tecnica ha proposto l’unico candidato che non spostava un euro. Un risparmio senza investimento: il peggio di entrambi i mondi. Poi, certo, c’è stata la Russia. E qui il sarcasmo si scrive da solo: i signori del piano decennale in salsa Gosplan si presentano con un candidato ct che dall’ottobre 2025 fa il global ambassador di Fonbet, il principale bookmaker di Mosca, e che a maggio 2026, mentre su Kyiv cadeva di tutto, posava per i selfie al “Football Day” moscovita.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Il messaggio di Pirlo su Instagram e la pubblicità di Fonbet.

«Nessun significato politico, è solo commercio», si è difeso Pirlo. Gli crediamo. È esattamente questo il problema: per fermarsi davanti a certe fotografie non serve un’opinione politica, basta un ufficio di due diligence. La Figc ne ha uno. La direzione tecnica non l’ha consultato, o peggio, l’ha consultato e ha proceduto lo stesso. Ci ha pensato l’ex attaccante ucraino Andriy Shevchenko nonché ex compagno di Maldini e Pirlo al Milan, con la sobrietà di chi ha la madre a Kyiv, a dire quello che a via Allegri non avevano notato: «Condanno ciò che hanno fatto».

Un caso reputazionale che era pubblico da nove mesi

Dunque 35 giorni dopo l’elezione di Malagò, il bilancio della gestione è questo: un candidato bruciato da un caso reputazionale che era pubblico da nove mesi; un presidente federale scavalcato e poi affrontato a muso duro in nome dell’«autonomia»; un potenziale conflitto d’interessi in casa (i figli di Maldini e Pirlo avviati alla professione di procuratori, con una norma federale sull’incompatibilità che pende come un lampadario); e zero commissari tecnici a 60 giorni dalla prima partita che ci attende, Italia-Belgio.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Paolo Maldini, Andrea Pirlo, Gigi Buffon e Andriy Shevchenko nel 2014 (foto Ansa).

Il tutto condito dalla terza rottura professionale in tre anni – Cardinale nel 2023, il Fenerbahçe di Safi a giugno, Malagò oggi – per un dirigente il cui mandato dichiarato sarebbe «unire mondi che fanno fatica a interagire». Finora l’unico mondo che è riuscito a unire è quello, trasversale e affollato, di chi ha litigato con lui.

La fiducia si è consumata in nome dell’amichettismo

Per questo le dimissioni dovrebbero arrivare oggi, non domani. Nessuna punizione – Maldini resta una leggenda di questo sport, e nessuno glielo toglie -, ma una presa d’atto: la fiducia si è consumata prima di produrre alcunché, e l’amichettismo, come ha scritto Fabrizio Roncone sul Corriere della sera, qui è andato “oltre” se stesso. Prima si invoca il merito (Guardiola! Ancelotti!) per nobilitare l’amico, e quando l’amico affonda si grida all’autonomia violata. L’Italia che ha saltato tre Mondiali non si merita questo teatrino.

Chiellini ha dimostrato di tenere insieme uno spogliatoio

Serve un progetto serio. Che esiste, ed è persino a portata di mano. Al vertice tecnico un uomo che con la maglia azzurra ha vinto davvero: Giorgio Chiellini, capitano dell’Europeo 2021, oggi dirigente con ruolo istituzionale e (dettaglio non irrilevante) capacità dimostrata di tenere insieme uno spogliatoio, che è poi la versione ridotta del tenere insieme un sistema.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Antonio Conte e Giorgio Chiellini insieme ai tempi della Nazionale 2016 (foto Ansa).

In panchina Antonio Conte, il miglior valorizzatore di rose del calcio italiano, con un contratto costruito per una volta con intelligenza: quadriennale, bonus legati al Mondiale 2030 e al ciclo completo, malus pesanti in caso di fuga anticipata. Perché la sua nomea di uomo da bienni la conosciamo tutti, e proprio per questo va messa sotto contratto, non sotto silenzio.

Il piano decennale di Maldini: neanche Krusciov aveva osato tanto
Antonio Conte ct della Nazionale a Euro 2016 (foto Ansa).

Attorno, il progetto vero: la scadenza dell’Europeo 2032 in casa come orizzonte misurabile e una fondazione di partecipazione che vincoli le risorse di club e sponsor ai vivai, con conferimenti irrevocabili e conferenti fuori dagli organi di governo. Sei anni, tappe annuali, responsabili con nome e cognome. Si chiama piano. È quella cosa che, tra una scarpa e l’altra, nemmeno a Mosca riuscivano a fare durare 10 anni.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato

Voleva rovesciare la clessidra. E invece l’ha sfasciata. Servirebbe un Master in Ingegneria del caos per cacciarsi in un pateracchio come quello che Giovanni Malagò, al suo primo cimento da presidente della Federazione italiana giuoco calcio (Figc), ha costruito con le sue stesse manine. E invece trattasi di sciatteria casereccia, seppur allevata tra le maniere felpate e i rigidi dress code del Circolo Aniene.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato
Giovanni Malagò, Leonardo e Paolo Maldini (foto Ansa).

La scelta del commissario tecnico della Nazionale doveva essere il primo test di affidabilità. E, vedendo come sta andando a finire, si scopre che era stato un crash test. Perché era dai tempi del fallito esperimento della Superlega europea per club, aprile 2021, che non si vedeva un progetto capace di andare così rapidamente a schiantarsi sul muro, senza nemmeno avere approssimato la prima curva. Willy il Coyote non avrebbe saputo fare meglio. Ma se proprio si vuole trovare un’immagine che dia la summa della figura in corso d’opera, bisogna tornare proprio alla clessidra rovesciata.

Una decisione del direttore tecnico appositamente nominato

È la formula che Malagò ha usato, con evidente compiacimento, durante le interviste felpate che ha rilasciato al sussiegoso vicedirettore di Dazn e poi al morbidissimo duo di Cronache di spogliatoio. In entrambi i casi l’ex presidente del Coni ha piazzato il mantra: «Ho voluto rovesciare la clessidra». Formula con la quale ha inteso etichettare il metodo individuato per la selezione del ct: non una scelta del presidente federale, bensì del direttore tecnico appositamente nominato.

«È una brutta figura? Bisogna vedere chi l’ha fatta»

Roba forte, frutto di cogitazioni che lèvati. Dall’autunno diventerà un case study nei migliori MBA, ma forse anche materia da thriller filologico: dopo Il pendolo di Foucault toccherà a La clessidra di Malagò. Che in effetti gli elementi di mistero ci sarebbero tutti. Uno fra tutti: chi diamine ha telefonato ad Andrea Pirlo nella sera di domenica 26 luglio, per annunciargli che non sarà più il commissario tecnico della Nazionale? Time will tell. Con una certezza, tuttavia: che il primo a storcere il naso davanti alla scelta del global ambassador di Fonbet è stato proprio il presidente federale, protagonista di un dissenso nemmeno nascosto. Per la serie: la scelta del ct è competenza del dt, ma a patto che sia gradita al rc (rovesciatore di clessidre). «È una brutta figura? Bisogna vedere chi l’ha fatta», ha detto sibillino Malagò, rispondendo ai giornalisti.

Silvio Baldini escluso perché troppo “pane e salame”

Mai come stavolta la situazione è grave, ma non seria. E intanto ci si confronta con un dato di fatto: da aprile gli Azzurri sono privi di un commissario tecnico ufficialmente nominato. Dopo il disastro di Zenica e le dimissioni di Rino Gattuso il posto è vacante. Lo ha tenuto in caldo per due partite l’ottimo Silvio Baldini, mai preso seriamente in considerazione per il ruolo perché troppo “pane e salame”. Uno che, per dire, al Circolo Aniene non ci metterebbe mai piede, con grande sollievo dei soci: rischierebbero di trovarsi a tavola un soggetto simile a quell’onorevole del film interpretato da Michele Placido, che per una strana sindrome, prendeva a dire in faccia agli interlocutori ciò che davvero pensava di loro.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato
Rin Gattuso e Gabriele Gravina (Ansa).

Ovvio che non tutti i quattro mesi di non decisione possano essere imputati a Malagò, che è stato eletto presidente Figc il 22 giugno: fin lì la scelta della guida tecnica era stata tenuta in sospeso perché non poteva essere il presidente in uscita (Gabriele Gravina) ad assumersi una responsabilità così pesante. E tuttavia, resta il dato di fatto: da inizio aprile a (ormai) tutto luglio la panchina azzurra è scoperta.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato
Paolo Maldini e Andrea Pirlo (Imagoeconomica).

Il culmine della tristezza in quel viaggio da Guardiola

Nel mezzo, durante questo ultimo mese di frenesie che hanno portato allo zero tagliato di oggi, c’è stato il balletto di nomi e personaggi di più diversa taglia. Con Stanlio Maldini e Ollio Leonardo (a proposito: qualcuno ha capito la necessità del suo ruolo di advisor?) impegnati a fare un casting da Isola dei Famosi per poi ridursi al più scarso del mazzo. Una Baraccone Strategy che ha toccato il culmine della tristezza col viaggio speso per tentare di convincere Pep Guardiola.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato
Pep Guardiola e, dietro di lui, Simone Inzaghi (foto Ansa).

Peccato non ci fosse una telecamera nascosta, per registrare le facce da Muppet Show che il tecnico catalano avrà esibito mentre si sentiva illustrare il «progetto tecnico». Il cui respiro avrebbe dovuto essere decennale e invece rischia di non approdare al mese di agosto. Manco l’etichetta di governo balneare: che era roba da sabbia ruvida da arenile, mica quella glitterata da clessidra.

Torna d’imperio la candidatura di Mancini?

E adesso non rimane che mettersi in attesa e vedere come va a finire. Nella consapevolezza che questo articolo nasce vecchio, perché qui le cose cambiano da un quarto d’ora all’altro. Per la panchina azzurra tornerebbe d’imperio la candidatura di Roberto Mancini, che giusto tre anni fa di questi tempi mollava la Nazionale perché si sentiva logorato. Salvo, poche settimane dopo, andare a firmare un ricco contratto coi sauditi. Mancini e Malagò erano in campo nella Coppa Canottieri, torneo di calcio a cinque che celebra l’eternità del generone romano. Hanno spezzato le reni al Circolo Canottieri Lazio, sicché abbiate fede.

Malagò, il pasticcio Figc sul ct dell’Italia e quel mantra già bruciato
Giovanni Malagò con Roberto Mancini (foto Ansa).

Ma adesso la prima cosa da conoscere è non già il nome del nuovo ct, quanto l’ora esatta delle dimissioni di Paolo Maldini e Leonardo. E a quel punto rimarranno nella mente le immagini della conferenza stampa in Lega Serie A: vecchie di nemmeno una settimana eppur già seppiate. Con alcune pose di Malagò che già qualcosa dovevano pur lasciarla intendere. È stato quando, dopo aver parlato per primo ai presidenti di club, ha lasciato spazio ai Gemelli dell’autogol per starsene di lato ad ascoltare le loro parole. Probabilmente non aveva messo in preventivo che i due si prendessero così tanto tempo: fatto sta che, a partire da un dato momento, l’uomo che rovescia le clessidre e inventa nuovi schemi di governance ha assunto pose da svacco totale. Poggiato col gomito sul bordo a reggersi il mento con la mano. Pareva Silvio Berlusconi durante quella famosa conferenza stampa assieme a Matteo Salvini e Giorgia Meloni, mancava solo che facesse la conta con le dita. L’unica scena godibile di questa tristissima vicenda federale.

Milei offende Lula: alta tensione tra Brasile e Argentina

Scontro diplomatico tra Brasile e Argentina. Motivo del contendere alcune avventate dichiarazioni di Javier Milei sull’omologo Luiz Inácio Lula da Silva, arrivate a poco più di due mesi dalle elezioni presidenziali nel Paese più grande del Sudamerica. Il vulcanico Milei, in Brasile per partecipare all’evento che ha ufficializzato la candidatura di Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair condannato a 27 anni per il tentativo di colpo di Stato del 2023 e come lui facente parte dell’universo Maga, si è reso protagonista di gravi insulti nei confronti di Lula, definendolo un «ladro», un «carcerato» e «spazzatura socialista» nel suo intervento alla convention del Partito liberale.

Milei ha anche accusato l’omologo brasiliano di aver cercato di influenzare le elezioni argentine del 2024. In seguito alle calunnie pronunciate contro di lui dal presidente turbo-capitalista Milei, Lula ha richiamato l’ambasciatore da Buenos Aires. «È inammissibile che un capo di Stato straniero venga nel nostro Paese e si rivolga in termini irrispettosi alle sue istituzioni», ha dichiarato il Partito dei lavoratori guidato da Lula.

Milei offende Lula: alta tensione tra Brasile e Argentina
Lula (Ansa).

Nuovi attacchi degli Houthi contro gli impianti petroliferi sauditi

Gli Houthi hanno rivendicato attacchi che hanno messo nel mirino «diversi punti cruciali lungo il percorso di approvvigionamento e trasporto del petrolio greggio dall’Arabia Saudita orientale verso Yanbu», città situata sul mar Rosso ritenuta per la sua grande raffineria, simbolo della potenza dell’industria petrolchimica del regno saudita. Un portavoce dei ribelli yemeniti, citato dai media iraniani, ha spiegato che l’operazione, condotta con velivoli a pilotaggio remoto, «è stata effettuata in risposta alla violazione dello spazio aereo dello Yemen con droni sauditi».

Tra i siti colpiti ci sarebbe l’impianto petrolifero di Abqayq

Dopo che gli Houthi hanno annunciato di avere colpito siti strategici in Arabia Saudita, l’agenzia iraniana Fars ha diffuso immagini che testimonierebbero di un incendio nell’impianto petrolifero di Abqayq. Gestito da Saudi Aramco, «è un nodo fondamentale della rete petrolifera del regno e consente di convogliare il petrolio verso il terminale di Yanbu e ridurre la dipendenza dal passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz», ha spiegato Fars. Con una quota pari a circa il 5 per cento della produzione petrolifera mondiale (pari a circa 7 milioni di barili al giorno), quello di Abqayq è considerato il più grande impianto di stabilizzazione e trattamento del petrolio greggio al mondo.

Tre feriti in un accoltellamento a Parigi, l’aggressore: «Mi ha mandato Allah»

Tre donne, di cui una incinta, sono state ferite in un attacco con coltello a Parigi. Due di loro sono state colpite piuttosto gravemente una alla schiena e l’altra all’addome. La terza sarebbe stata raggiunta in modo più leggero. Hanno 19, 24 e 36 anni. I fatti si sono verificati intorno alle 11.30 di lunedì 27 luglio 2026 in un quartiere a Nord-Ovest della città. Ad attaccare le donne è stato un uomo, fermato sul posto da un poliziotto fuori servizio. Si tratta di un 31enne con disturbi psichici, secondo i primi elementi. Davanti alla polizia, si è limitato a dichiarare delle generalità aggiungendo «frasi senza nesso», affermando anche che «Allah mi ha mandato per uccidere delle donne». Parole che avevano fatto ipotizzare la pista del terrorismo, che però ora non è quella privilegiata dagli inquirenti. «Riteniamo si tratti di un folle», hanno spiegato.

Ex Ilva, Corte d’Appello di Milano: «Area a caldo da chiudere entro 90 giorni»

La corte d’Appello di Milano ha stabilito che l’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, cioè il cuore produttivo dell’acciaio dello stabilimento, deve essere chiusa entro 90 giorni, condizionando la ripartenza alla completa bonifica dell’asbesto e alla riduzione delle emissioni sottili. I giudici hanno quindi accolto il reclamo presentato da un gruppo di cittadini e genitori tarantini contro Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia, sostenendo che gli impianti mettono a rischio la salute dei cittadini e compromettono l’ambiente. «Non va sottaciuto che gli impianti Ilva e il sistema produttivo sono rimasti immutati da decenni, e ciò concorre a confermare la permanenza del rischio nell’attualità, in ragione del progressivo ammaloramento dello stabilimento», hanno scritto i magistrati, ritenendo che tutti gli accorgimenti e le misure messe in atto dall’azienda per scongiurare il rischio di malattie legate all’inquinamento e i ritardi nella realizzazione dei vari interventi non hanno contrastato adeguatamente il pericolo dei danni alla salute collettiva generato da «svariate e individuate sostanze nocive».

Fedez si ferma: «Il mio corpo ha alzato la mano»

«Quando sei in ospedale aspettando l’ultima trasfusione di sangue ti senti vacillare, pensi che il tuo tempo stia per finire o giù di lì. In questi giorni, la paura di non poter riabbracciare le persone a me più care, i miei figli, mi ha fatto vedere il cielo in un altro modo». Lo ha scritto Fedez su Instagram a corredo di una foto che lo ritrae in terrazzo al tramonto, annunciando uno stop temporaneo alle esibizioni live: «Il mio corpo ha alzato la mano per l’ennesima volta e mi ha detto “fermati”. Ora a dirmelo ci sono anche i medici, ed è quello che farò».

Fedez è stato da poco dimesso dopo una serie di accertamenti dall’ospedale Fatebenefratelli, dove tre anni fa era stato operato per un’emorragia interna provocata dal sanguinamento di alcune ulcere. Il ricovero è avvenuto a pochi giorni dopo la nascita del terzo figlio del rapper, Edoardo Lupo, avuto dalla compagna Giulia Honegger.

Stop dell’attività live per due mesi

«A seguito delle condizioni di salute dell’artista, che richiedono un periodo di cure e recupero, si rende necessaria la sospensione dell’attività live di Fedez prevista nei mesi di agosto e settembre, per consentire all’artista di dedicarsi pienamente al percorso di recupero e alla tutela della salute», ha spiegato la società Vivo Concerti. Annullati i dj set in programma nel mese di agosto e il concerto Casa 360, che si sarebbe dovuto tenere il 25 settembre 2026 all’Unipol Forum di Assago. Oltre a questi due eventi, il tour estivo di Fedez prevedeva una serie live in piazze fra Sud e Centro Italia, tutte annullate.

Il cambio alla direzione del Secolo XIX tra le polemiche

Blue Media, la società editrice controllata dal Gruppo Msc, ha confermato in una nota che «in conseguenza delle proprie decisioni nella prospettiva della riorganizzazione aziendale, il dottor Michele Brambilla lascia da oggi la direzione de Il Secolo XIX, che viene assunta temporaneamente dal vicedirettore Andrea Castanini». «Blue Media ringrazia sentitamente il dottor Brambilla per la preziosa opera prestata nella prima fase di consolidamento e rilancio del giornale, che ha fatto seguito alla sua acquisizione da parte di Blue Media», conclude il comunicato.

Il cambio alla direzione del Secolo XIX tra le polemiche
Andrea Castanini (Facebook).

Brambilla: «Sono stato licenziato»

Un cambio di direzione tutt’altro che sereno, con Brambilla che ha precisato che l’addio non è stato una sua decisione ma la conseguenza di un licenziamento. «Leggo con sorpresa sull’agenzia Ansa che Blue Media, l’editore de Il Secolo XIX, ha comunicato, con un giorno di anticipo rispetto agli accordi, la fine del mio rapporto di lavoro», ha scritto in una nota. «Leggo con ancor più grande stupore la frase “il dottor Michele Brambilla lascia da oggi la direzione de Il Secolo XIX”, formula che lascia intendere che si è trattato di una mia decisione. La verità è che si tratta di un licenziamento: del tutto legittimo ovviamente, perché l’editore ha diritto di cambiare direttore quando vuole, ma pur sempre un licenziamento». «La lettera di “comunicazione scioglimento rapporto di lavoro», conclude Brambilla, «mi è stata consegnata questa mattina».

Il Cdr chiede un incontro urgente all’azienda

Sulla vicenda è intervenuto anche il Comitato di redazione, che ha informato i giornalisti della questione: «Care colleghe e cari colleghi, l’azienda ci ha informato che, in data odierna, è stata formalizzata la cessazione del rapporto di lavoro del direttore Michele Brambilla. La direzione del giornale è affidata ad interim all’attuale vicedirettore Andrea Castanini, che assumerà la responsabilità della firma a partire dall’edizione del 28 luglio 2026 sull’edizione digitale e dall’edizione del 29 luglio sulla versione cartacea. Abbiamo già chiesto un incontro urgente all’Azienda».

I discussi servizi della moglie di Sangiuliano al Tg2 e le altre pillole del giorno

Nel Tg2 di sabato 25 luglio è andato in onda un servizio da Capri, per elogiare l’isola guidata dall’entusiasta sindaco Paolo Falco e con tanto di coro finale dedicato al telegiornale della seconda rete, come quando i bimbi capresi, vestiti a festa, devono salutare i vacanzieri vip. Il “pezzo” ha fatto arricciare il naso a qualche parlamentare del centrosinistra perché era firmato da Federica Corsini, ossia la moglie di Gennaro Sangiuliano, ex direttore del Tg2, ex ministro della Cultura e ora capogruppo di Fratelli d’Italia al Consiglio regionale della Campania. Corsini è rimasta al fianco di Sangiuliano dopo il caso Boccia. E, professionalmente parlando, è stata anche eletta nel comitato di redazione del Tg2, risultando la più votata. Ora qualcuno in zona Nazareno dice: «Non sarebbe meglio occupare la consorte con qualcosa che è fuori dal collegio elettorale del marito, tenendosi ben lontana dal territorio campano? Ne va della trasparenza del telegiornale, visto che si tratta del servizio pubblico pagato da tutti i contribuenti e non di una rete privata». Sì, perché se a Mediaset intorno alla figura di Andrea Giambruno, già compagno di Giorgia Meloni, si può agire in totale libertà, senza problemi di conflitti d’interessi, alla Rai qualche “comitato etico” pare esistere, come dimostra il caso di Report

I discussi servizi della moglie di Sangiuliano al Tg2 e le altre pillole del giorno
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Ma mi faccia il paciere

NH, quella che nelle lettere di una volta era l’abbreviazione di Nobilis Homo, il nobiluomo italiano, ora è la sigla di una catena di alberghi: così a Roma nell’NH Hotel di piazza dei Cinquecento, giovedì 30 luglio, in un caldissimo pomeriggio è in programma la riunione dei centristi del “Gruppo momentaneo” del grande centro, o il “centro largo”, con l’assistenza spirituale di monsignor Vincenzo Paglia. Tutti pronti a partecipare: il sindaco di Benevento Clemente Mastella, il presidente di +Europa Matteo Hallissey, l’assessore al Comune di Napoli Carlo Puca in rappresentanza di Progetto civico Italia di Alessandro Onorato (sì, è lo stesso Puca che faceva l’autore televisivo per Francesca Fagnani, la compagna di Enrico Mentana), e molti altri ancora. «Paglia sembra chiamato con il ruolo di paciere, viste le diverse anime centriste che sono state chiamate a partecipare», dicono alcuni ex democristiani. Seguirà tutto, a distanza, il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi

I discussi servizi della moglie di Sangiuliano al Tg2 e le altre pillole del giorno
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I discussi servizi della moglie di Sangiuliano al Tg2 e le altre pillole del giorno
I discussi servizi della moglie di Sangiuliano al Tg2 e le altre pillole del giorno
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Portavoce in scadenza

Tutti a cercare un posto di lavoro. Un posto fisso, non legato alle follie della politica che dura una legislatura e poi ti lascia a casa. Tra i portavoce e i collaboratori dei ministri del governo di Giorgia Meloni è partita la caccia alla poltrona in una società pubblica, una partecipata, o alla Rai: i mesi passano, la scadenza elettorale si avvicina, l’incarico “di fiducia” è a tempo. «Metti che vincono gli altri» è la frase che si sente di più tra chi lavora nei dicasteri. E allora via alla ricerca delle caselle vuote, comprese quelle “da moltiplicare” (della serie, «lì non ci sono vicedirettori, almeno uno va creato»): l’attività è frenetica, ogni passaggio da una casella all’altra in questi giorni viene visto con terrore e, nello stesso tempo, gioia («hai visto che Marco Ludovico è andato all’agenzia per la cybersicurezza nazionale e lascia libero il posto di capo della comunicazione in Anas?»), i telefoni cellulari risultano operativi a ogni ora della notte. Sì, è l’ultima estate prima delle elezioni…

Perché la doppia sfida lanciata da FdI al Quirinale è piena di rischi

Doppia sfida al Quirinale. Il centrodestra ha da tempo avviato una campagna di accerchiamento al Colle più alto della Repubblica con l’obiettivo dichiarato di conquistarlo nel 2029. Due le tattiche: assalto all’attuale inquilino, Sergio Mattarella, e scalata diretta al ruolo di presidente della Repubblica fra tre anni. Entrambe più che legittime, ma con rischi politici abbastanza evidenti, perché a volte in politica la forma è sostanza.

L’obiettivo Colle è a portata di mano

Dunque, ecco la storia. Dalla fine della Prima Repubblica, quando si è trattato di eleggere un capo dello Stato il centrodestra non ha toccato palla. Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, pur se eletti a volte anche con i loro voti, non possono certo definirsi di quella parte politica. Eppure la voglia c’era, e tanta. Silvio Berlusconi, per esempio, ci aveva sperato non poco. Ma la contingenza politica (si è quasi sempre votato quando la maggioranza era di centrosinistra) o l’imperizia strategica (come nel 2022) non hanno mai portato Forza Italia, Lega e FdI al successo. Ora invece, in caso di vittoria alle elezioni, il trofeo è a portata di mano, perlomeno stando ai numeri.

Perché la doppia sfida lanciata da FdI al Quirinale è piena di rischi
Sergio Mattarella (Ansa).

La Russa tira la volata a Meloni

Dopo un timido tentativo, fallito in poche settimane, di varare una riforma presidenziale, e un altro tentativo più robusto ma altrettanto fallito di varare la riforma del premierato, alla fine Giorgia Meloni ha deciso di giocare con le regole che ci sono già. E allora Fratelli d’Italia è uscita allo scoperto e ha dichiarato il gioco. La premier ha detto di voler superare il tabù di un presidente non di centrosinistra. Ignazio La Russa ha concordato e fatto nomi e cognomi, indicando proprio Meloni (anche se rimanendo vago sulle tempistiche): «Secondo me lo diventerà non questa volta ma la prossima, il mio è un augurio e un riconoscimento delle sue capacità. Sarebbe una grande fortuna per l’Italia, dopo Mattarella. Per me sarebbe un bene, un grande bene». Un messaggio all’opinione pubblica per testarla, uno agli alleati per unirli nella pugna ma anche per chiarire che se tocca a qualcuno, tocca a FdI. Qui sta il primo rischio, che chiunque sia entrato anche per sbaglio una sola volta in Transatlantico conosce bene: la maggioranza non basta, si vota a scrutinio segreto, ci sono i franchi tiratori, e per essere certi del risultato bisogna garantirsi decine di voti in più, cioè consolidare e tranquillizzare la propria base e tessere alleanze. Ci sono meno di tre anni di tempo e le elezioni politiche in mezzo. Forse è proprio per non innervosire gli alleati che il presidente del Senato ha chiesto più tempo. Come andrà a finire lo sapremo a gennaio 2029.

Perché la doppia sfida lanciata da FdI al Quirinale è piena di rischi
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

Mattarella nel mirino della destra

Intanto prosegue l’altra sfida al Quirinale. Il centrodestra, e in particolare sempre FdI, da tempo ha messo Mattarella nel mirino. Agli addetti ai lavori sono noti i malumori del partito di Meloni per molte mosse del Presidente. Più volte si è sfiorato lo scontro, lo scorso dicembre l’attacco del capogruppo FdI Giovanni Donzelli al consigliere del Quirinale Francesco Saverio Garofani è stato il segnale che le micce sono accese. Qualche scaramuccia sotto traccia nei mesi a seguire e la dichiarazione ufficiale della premier che i rapporti sono ottimi con un “ma”: «Io e il Presidente della Repubblica non siamo sempre d’accordo». Poi a metà luglio lo scontro sulla grazia al gioielliere Mario Roggero, per cui il capo dello Stato ha richiamato il ministro Carlo Nordio per una fuga in avanti che invece Giorgia Meloni ha coperto politicamente.

Perché la doppia sfida lanciata da FdI al Quirinale è piena di rischi
Sergio Mattarella con Carlo Nordio in una foto del 2023 (Imagoeconomica).

La regola di Einaudi

Al netto dei singoli casi e della diffidenza reciproca, il disegno è chiaro e non è la prima volta che viene messo in atto: delegittimare l’inquilino del Quirinale. È successo già in passato in modo anche più virulento. Due le controindicazioni: una politica e una istituzionale. Quella politica è che l’attuale inquilino del Colle ha livelli di gradimento popolare altissimi e attaccarlo potrebbe non pagare in termini di consenso. Quella istituzionale l’ha ricordata proprio Mattarella ricevendo Nordio e riguarda la regola di Luigi Einaudi, primo Presidente repubblicano: «È dovere del Presidente della Repubblica di evitare si pongano precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore, immuni da qualsiasi incrinatura, le facoltà che la Costituzione gli attribuisce». Chi vuole salire al Quirinale dovrebbe essere il primo a volersi ritrovare intatte prerogative e poteri, se non vuole avere una presidenza azzoppata. La partita è cominciata da qualche mese, il traguardo è nel 2029, attendiamo nuove mosse.

Perché la doppia sfida lanciata da FdI al Quirinale è piena di rischi
Sergio Mattarella con Ignazio La Russa e Renato Brunetta (Imagoeconomica).

No Tav: Meloni parla di «violenza organizzata», per Schlein il governo «strumentalizza»

«Centoventi operatori delle forze dell’ordine sono rimasti feriti negli scontri di sabato scorso contro l’infrastruttura dell’Alta Velocità Torino-Lione. Uno scenario che si vede molto bene qui dietro, non è la scena di una guerra, è la scena di una presunta contestazione. Ma questo non è dissenso, questa è violenza organizzata, premeditata e come tale deve essere trattata». Lo ha affermato la premier Giorgia Meloni in un video registrato durante la visita al cantiere della Tav in Val di Susa, effettuata assieme al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. «Faremo tutto quello che possiamo per assicurare queste persone alla giustizia e chiediamo anche a chi ne è responsabile, alla magistratura, a tutti gli inquirenti, di fare il massimo del lavoro perché uno Stato normale non può tollerare una cosa del genere».

Schlein punta il dito contro il governo

Sulla questione si è espressa nelle stesse ore anche Elly Schlein. «Ci troviamo davanti a un governo i cui esponenti strumentalizzano fatti violenti per buttarli addosso alle opposizioni, nonostante sappiano che non abbiamo nulla a che fare con quelle frange vittime, di cui siamo bersagli», ha detto la segretaria del Pd a a L’Aria che tira, su La 7: «Perché strumentalizzano per accusarci di connivenze? Ci facciamo le domande giuste, invece di strumentalizzare ogni fatto per fini politici? Istituzioni e politica dovrebbero lavorare insieme per isolare la violenza. In quattro anni di governo hanno fallito miseramente sulla sicurezza». Schlein ha poi aggiunto: «Abbiamo visto violenze inaccettabili, gravi, che non si giustificano mai, noi condanniamo la violenza senza, senza se e senza ma. Violenze che hanno colpito molti agenti, a cui il Pd ha dato solidarietà e vicinanza. Abbiamo sempre condannato ogni forma di violenza, senza esitazioni e tentennamenti».

Stop dei treni a Firenze, Italia nuovamente divisa in due

Italia nuovamente divisa in due a causa del blocco alla circolazione ferroviaria nel nodo di Firenze, tra le stazioni di Campo di Marte e Rifredi e Campo di Marte-Santa Maria Novella, per i lavori di sostituzione del cavalcaferrovia di Ponte al Pino. Alla presenza del ministro dei Trasporti e delle infrastrutture Matteo Salvini è stata conclusa, nella notte tra domenica 26 e lunedì 27 luglio 2026, l’operazione di varo dell’infrastruttura. Il nuovo impalcato, del peso di circa 550 tonnellate, è stato posizionato in un’unica soluzione mediante una gru da 2 mila tonnellate, uno dei più grandi mezzi di sollevamento impiegati a livello internazionale per interventi infrastrutturali di questa tipologia. Il completamento del varo rappresenta una tappa fondamentale dell’intervento di sostituzione del ponte, opera strategica per il miglioramento della mobilità cittadina e per l’efficientamento della circolazione ferroviaria regionale e nazionale che attraversa il nodo di Firenze.

Navette e bus gratuiti per raggiungere Santa Maria Novella

Al momento i disagi per i passeggeri sono abbastanza contenuti. Appena arrivato a Campo di Marte, da Sud, chi viaggia sull’Alta velocità viene dirottato dal personale di Trenitalia sulle navette per la stazione di Santa Maria Novella, con un servizio potenziato rispetto a due settimane prima. Rafforzato anche il servizio informazioni destinato ai pendolari dei treni regionali che, insieme ai passeggeri di Italo, vengono indirizzati verso la vicina via Masaccio dove ad attenderli c’è un bus gratuito per trasportarli fino alla fermata della tramvia, da cui poi proseguire verso Santa Maria Novella.

Ponte sullo Stretto, esposto della Cgil alla Corte dei Conti per danno erariale

La Cgil ha presentato un esposto alla Corte dei Conti per chiedere di accertare se nella gestione del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina siano stati impiegati correttamente i soldi pubblici oppure se ci siano i presupposti di un danno erariale. «Non si tratta di una battaglia ideologica, né di una contrapposizione pregiudiziale all’opera, ma di difendere il denaro pubblico. Ogni euro sprecato per il Ponte è un euro tolto agli ospedali, alle scuole e alle vere infrastrutture di cui il Sud ha bisogno», si legge in una nota della Cgil. L’esposto è stato firmato dal segretario generale Maurizio Landini.

Le criticità ricordate dalla Cgil nell’esposto

«La stessa Corte dei conti, nel corso dell’esame della delibera del Cipess, ha evidenziato numerose criticità: il costo definitivo dell’opera non è ancora determinato, permangono dubbi sul rispetto della normativa europea in materia di appalti e tutela ambientale e molte delle infrastrutture indispensabili al funzionamento del Ponte non risultano ancora finanziate o completate», spiega la Cgil. E poi: «Parliamo di un’opera il cui costo supera ormai i 13 miliardi di euro e che continua ad aumentare. Nel frattempo, la Società Stretto di Messina ha già assorbito ingenti risorse pubbliche senza che sia stato realizzato il Ponte e senza che i cittadini abbiano visto alcun beneficio concreto. Il Mezzogiorno continua ad avere bisogno di ferrovie moderne, strade sicure, trasporti efficienti, porti, scuole, ospedali e servizi pubblici di qualità. Sono questi gli investimenti che possono migliorare davvero la vita delle persone, creare lavoro e ridurre i divari territoriali».

Caro carburanti, oggi il Cdm per nuove misure

Il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha reso noto che, in base agli ultimi dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Mimit, il prezzo medio dei carburanti in modalità “self service” lungo la rete stradale nazionale oggi 27 luglio è pari a 1,982 euro al litro per la benzina e 2,185 euro al litro per il gasolio. Per trovare un valore più alto della benzina self bisogna tornare al 5 ottobre 2023. Il diesel è invece arrivato molto vicino al record storico di 2,229 euro toccato il 17 marzo 2022, che portò il governo Draghi a tagliare le accise.

Atteso un decreto legge che interverrà sul costo del gasolio

Il Consiglio dei Ministri si riunirà oggi, alle 17:30 per varare l’intervento ponte contro il caro carburanti allo studio del governo da giorni. Atteso un decreto legge che dovrebbe intervenire in particolare sul costo del gasolio. Successivamente, come ha spiegato il ministro Adolfo Urso, quando saranno noti i numeri dell’extragettito Iva di luglio, l’esecutivo procederà con un secondo intervento con il meccanismo dell’accisa mobile.

L’impennata dei prezzi dalla fine degli interventi sulle accise

Da metà marzo a inizio luglio sono stati in vigore alcuni decreti che, con varie modulazioni, hanno ridotto il costo delle accise su benzina e gasolio visti i rincari dovuti al conflitto tra Stati Uniti e Iran che coinvolge tutto il Medio Oriente. Dal 3 luglio, data in cui è scaduto l’ultimo taglio delle accise, il prezzo medio del gasolio è salito di 30,3 centesimi di euro sula rete ordinaria, con una impennata del +16 per cento, e di 28,7 centesimi in autostrada. Un pieno di gasolio costa oggi 15 euro in più rispetto a inizio luglio, denuncia il Codacons. La benzina è invece rincarata di 17,9 centesimi: in questo caso un pieno costa 8,95 euro in più.