I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra

L’Ucraina ha celebrato qualche giorno fa il 35º anniversario dell’indipendenza da Mosca ma il suo futuro è ogni giorno che passa più incerto. La dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 non ha portato solo alla creazione di uno Stato sovrano, ma ha trascinato con sé rivoluzioni e conflitti. Quello in corso su larga scala dal 2022 non è che l’evoluzione di un percorso cominciato nel 2004 con la Rivoluzione arancione, passato attraverso Euromaidan (2013) ed esploso con la prima guerra nel Donbass nel 2014.

I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra
Volodymyr Zelensky alla celebrazione del 35° anniversario dell’indipendenza dalla Russia (Ansa).

Serve una nuova architettura di sicurezza continentale

La guerra tra Russia e Ucraina ha coinvolto a vari livelli altri attori. Da un lato l’Occidente, la Nato e i cosiddetti volenterosi, dall’altro alleati più o meno dichiarati di Mosca, in primis la Cina. In questo contesto è evidente che il futuro del Paese dipenderà dal tipo di accordi che usciranno da un eventuale trattato di pace. L’intesa dovrà garantire la nuova architettura di sicurezza continentale: senza un patto condiviso e duraturo, l’Ucraina resterà in bilico, pronta a riesplodere.

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Volodymyr Zelensky con il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa (Ansa).

Il crollo demografico e le ricadute su economia e politica

Da questa prospettiva è facile identificare le sfide, interne ed esterne, che Kyiv sarà chiamata ad affrontare. In primo luogo quella del cambiamento demografico. Se nel 1991 la popolazione ucraina superava i 51 milioni di abitanti, i dati attuali indicano che nei territori controllati dal governo, quindi escludendo Donbass e Crimea, oggi vivono tra i 22 e i 28 milioni di persone. Dal 2014 circa 2 milioni di ucraini si sono rifugiati in Russia, quasi 6 in Europa. Secondo le simulazioni dell’Accademia delle Scienze di Kyiv, se le ostilità cesseranno nel breve periodo, la popolazione potrebbe stabilizzarsi intorno ai 24-34 milioni entro i prossimi decenni, a seconda della quota di rientri. Più invece il conflitto si allungherà, più il Paese si spopolerà. E non è solo una questione di numeri, perché la questione demografica incide naturalmente su economia e politica.

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Fiori deposti dopo un bombardamento russo (Ansa).

La ricostruzione e i possibili investitori esteri

Nel complesso quadro postbellico, la crisi demografica, l’economia e le scelte politiche si influenzeranno a vicenda: la perdita di capitale umano e la riduzione della popolazione economicamente attiva incideranno negativamente sul sistema economico, causando contrazione del Pil, carenza di manodopera, squilibri nei sistemi fiscali e pensionistici. Ci sono poi gli enormi costi della ricostruzione: le stime le fornite da Kyiv, dalla Banca Mondiale e della Commissione Europea li quantificano a oggi sui 600-700 miliardi di dollari per i prossimi 10 anni. Soprattutto, in assenza di un ombrello politico definitivo, cioè senza solide garanzie bilaterali e accordi tra Russia e Occidente, sarà impossibile garantire all’Ucraina un futuro autonomo, in cui anche i Paesi stranieri potranno investire stabilmente, al di fuori del settore militare high tech. Il destino politico dell’Ucraina non dipenderà solo da come uscirà dalla guerra, vincente o perdente, ma anche da come l’esito del conflitto sarà presentato a un elettorato ridotto e sempre più radicalizzato.

I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra
Una foto aerea di Kyiv (Ansa).

I due possibili scenari post-bellici

In caso di vittoria russa, l’Ucraina dovrà rinunciare a una parte consistente di territorio, i confini verranno ridefiniti e si andrà incontro a una sorta di finlandizzazione coatta. La presidenza di Volodymyr Zelensky ne uscirebbe fortemente delegittimata e il risentimento e la frustrazione di popolazione e militari potrebbero alimentare il focolaio di una guerra civile. L’arrivo alla Bankova di una figura popolare come l’ex generale Valery Zaluzhny o proveniente dall’intelligence forse riuscirebbe a evitare l’escalation, tenendo a bada l’estrema destra nazionalista. Sul lungo periodo però, la crisi economica e l’isolamento dall’Occidente rischiano di favorire l’ascesa di forze politiche intransigenti, esplicitamente inclini a ristabilire l’asse politico ed economico con la Russia, e innescare forse anche una guerriglia partigiana.

I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra
Vladimir Putin (Ansa).

Una vittoria totale di Kyiv al momento resta un’ipotesi di scuola. È più realistico ipotizzare un compromesso al ribasso per Mosca. Questo garantirebbe una transizione meno problematica, soprattutto se gli accordi internazionali definissero gli spazi di manovra economici e geopolitici per la nuova Ucraina, vero ponte tra Russia e Occidente. In questa cornice il Paese potrebbe rinascere grazie a un patto tra gruppi di potere vecchi e nuovi, optando per una finlandizzazione volontaria. Anche in questo caso, sul breve periodo, Zelensky difficilmente rimarrebbe in carica e Zaluzhny avrebbe la strada spianata per guidare il Paese. Sempre che non abbia la meglio l’ex ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov, che si è già schierato contro l’attuale capo di Stato e ha ammesso che Kyiv sta perdendo la guerra. Per il medio e lungo periodo sarebbe necessario un radicale rimodellamento degli equilibri, con una leadership ucraina veramente indipendente e non ostaggio né di attori esterni né di un sistema oligarchico mai veramente smantellato.

I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra
I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra
I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra
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I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra
I possibili scenari e le sfide dell’Ucraina una volta finita la guerra

Vienna, rubato il collier della regina d’Egitto: caccia ai ladri

Due uomini hanno rubato un prezioso collier dal Mak, il Museo di arti applicate di Vienna, appartenuto alla regina Nazli d’Egitto. Realizzato nel 1939 in stile Art déco dalla maison parigina Van Cleef & Arpels, 10 anni era stato battuto a New York per 4,3 milioni di dollari, pari a circa 3,7 milioni di euro, secondo la banca dati della casa d’aste Sotheby’s. I due ladri sono entrati nel museo fingendosi normali visitatori, per poi infrangere una vetrina, impossessarsi del collier e scappare. Sono ancora in fuga e la polizia ha avviato una vasta operazione per rintracciarli. Il gioiello è composto da oltre 600 diamanti rotondi e con taglio baguette, disposti secondo un motivo a raggiera. La regina Nazli lo aveva commissionato, insieme a una tiara coordinata, in occasione delle nozze della figlia Fawzia con il principe ereditario iraniano Mohammad Reza Pahlavi, futuro scià di Persia.

Alluvione in Nepal: salgono i morti, ancora dispersi i tre italiani

L’Autorità nazionale del Nepal per la riduzione del rischio e la gestione dei disastri (Ndrrma) ha aggiornato a 538 il numero dei corpi recuperati dalla devastante alluvione nel bacino del Bhote Koshi. La maggior parte dei corpi è stata ritrovata nelle zone meridionali, a circa 150 chilometri dalla sorgente dell’inondazione: la forza della corrente ha trascinato fango, detriti e le vittime lungo il pendio montuoso fino a rallentare. Oltre alle vittime accertate ci sono poi 937 persone che risultano ancora disperse: tra essi 517 stranieri, di cui tre italiani. Intanto, mentre permane il rischio di ulteriori inondazioni nelle aree al confine tra Nepal e Cina, è arrivata a Kathmandu la task force dell’Unità di Crisi della Farnesina.

Mercantile affonda nel Mar Nero in acque romene: Bucarest denuncia un attacco

Una nave mercantile con bandiera della Repubblica dominicana, salpata dal porto rumeno di Sulina (al confine con l’Ucraina) e diretta verso quello turco di Tekirdag, è affondata nel Mar Nero nella zona economica esclusiva della Romania, oltre le acque territoriali di Bucarest, dopo lo sviluppo di un incendio a bordo. Tutti e 12 i membri dell’equipaggio della nave “Progress IV” sono stati tratti in salvo. «È stata colpita. Al momento non sappiamo da chi, né perché. Verrà avviata un’indagine, non è opportuno fare speculazioni», ha denunciato il presidente romeno Nicusor Dan, che proprio ieri a Chisinau ha incontrato, in occasione del 35esimo anniversario dell’indipendenza dell’ex repubblica sovietica la presidente Maia Sandu e l’omologo ucraino Volodymir Zelensky.

Per Mladic funerali in Serbia «con tutti gli onori militari e di Stato»

Il “boia di Srebrenica” Ratko Mladic, morto nel centro di detenzione delle Nazioni Unite all’Aia mentre stava scontando l’ergastolo per genocidio e crimini di guerra e contro l’umanità, avrà i funerali «con tutti gli onori militari e di Stato a cui ha diritto». Lo ha annunciato il ministro della Giustizia serbo, Nenad Vujic.

I crimini di guerra di Mladic

Ex comandante dei serbi di Bosnia, assieme a Slobodan Milosevic (all’epoca presidente della Serbia) e Radovan Karadzic (presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina) era ritenuto il terzo artefice della pulizia etnica durante la guerra di Bosnia: a suo carico il massacro di oltre 8 mila bosgnacchi a Srebrenica, compiuto nel 1995 assieme alle forze paramilitari di Arkan, e l’assedio di Sarajevo, il più lungo della storia moderna, nonché la presa in ostaggio di personale delle Nazioni Unite. Era stato arrestato il 26 maggio 2011 a Lazarevo, in Serbia, dopo 15 anni di latitanza, e successivamente estradato all’Aia: il processo a suo carico, iniziato l’anno successivo, si era concluso nel 2017 con la condanna all’ergastolo, poi confermata anche in appello nel 2021. Mladic, morto a 84 anni, durante la detenzione era stato colpito da diversi ictus.

Gli Stati Uniti annunciano di aver completato lo sminamento di Hormuz

Le forze armate degli Stati Uniti «hanno rimosso con successo le mine navali presenti nelle rotte di navigazione internazionali» dello stretto di Hormuz, «posizionate mesi fa dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica». Lo ha annunciato l’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Comando militare centrale Usa, in un video diffuso su X. Le rotte di transito riconosciute a livello internazionale «sono ora libere da mine iraniane, grazie allo straordinario lavoro dei militari statunitensi», ha aggiunto Cooper.

Traffico marittimo quasi azzerato prima dell’annuncio

L’annuncio di Cooper arriva al termine di una giornata che ha visto solo cinque mercantili attraversare Hormuz: tra essi due petroliere di medio raggio e una nave metaniera di grandi dimensioni. Mercoledì erano stati 17 e nell’ultima decina di giorni in media avevano passato lo stretto 15 navi.

Trump insiste con Hormuz «territorio degli Stati Uniti»

Donald Trump intanto continua a insistere su Hormuz come «territorio Usa». In un post pubblicato su Truth, il tycoon ha diffuso un collage di bandiere che raffigura alcuni possedimenti statunitensi, tra cui Guam, le Isole Vergini Americane, Portorico e le Samoa Americane (e altri che non lo sono, come le Isole Marshall e gli Stati Federati di Micronesia), affiancate da un’immagine stilizzata dello stretto mediorientale.

Morto re Harald V di Norvegia

È morto a 89 anni Harald V di Norvegia. Primo monarca nato nel Paese scandinavo dai tempi di Olaf IV (XIV secolo), era salito al trono nel 1991 ed era il sovrano più longevo d’Europa. Soffriva di anemia emolitica, malattia del sangue che provoca la distruzione anormalmente rapida dei globuli rossi: da metà agosto era ricoverato al Rikshospitalet, l’ospedale nazionale ad Oslo. Gli succederà il principe Haakon.

L’infanzia tra Svezia e Stati Uniti, poi il ritorno in patria

Nato nel 1937 nella residenza di Skaugum, aveva tre anni quando l’intera famiglia reale dovette fuggire da Oslo a causa dell’invasione nazista della Norvegia. La madre Marta di Svezia scappò portando con sé i figli prima in Svezia e poi negli Stati Uniti su invito del presidente Franklin D. Roosevelt. Suo padre, il futuro Olav V, invece restò a Londra assieme all’allora re Haakon VII e al governo norvegese in esilio. Tornato in patria alla fine della guerra, completò gli studi e servizio militare obbligatorio, diventando principe ereditario nel 1957 alla morte del nonno.

Morto re Harald V di Norvegia
Harald V di Norvegia (Ansa).

Nel 1968 sposò una borghese, rompendo con la tradizione

Figura popolare e riformatrice che ha modernizzato la monarchia, ruppe con la tradizione sposando nel 1968 una donna di origini non nobili, la borghese Sonja Haraldsen. La relazione tra i due era iniziata già nel 1959 ed era rimasta a lungo segreta: poi l’allora principe ereditario minacciò di rinunciare a tutti i diritti regali per sposarsi e così Olav V acconsentì alle nozze. Due i figli nati dall’unione: Marta Luisa e il già citato Haakon. All’epoca della nascita di quest’ultimo, la successione al trono era riservata soltanto ai figli maschi (la Costituzione norvegese è stata poi modificata con l’introduzione della primogenitura assoluta), pertanto sarà lui a succedere sul trono al padre.

Alluvione in Nepal, 2.300 dispersi e 475 morti

Sono oltre 2.300 le persone che risultano ancora disperse dopo la devastante alluvione che ha colpito il distretto di Rasuwa, in Nepal. Il numero dei morti è salito a 475. Proseguono intanto le operazioni di soccorso. Secondo quanto riferito dal portavoce della polizia, finora sono state tratte in salvo 1.545 persone – 644 a Rasuwa, 898 a Nuwakot e tre a Dhading. Tra i dispersi figurano 644 cittadini stranieri. Il gruppo più numeroso è quello degli indiani, con 178 persone ancora non rintracciate, seguito da 65 statunitensi, 53 ucraini, 51 malesi, 35 australiani, 33 britannici e 25 canadesi.

Oltre 100 lavoratori intrappolati nel tunnel di una centrale idroelettrica

L’esercito nepalese ha tratto in salvo 350 lavoratori e residenti rimasti intrappolati nel tunnel dell’Upper Trishuli Hydropower Project. Oltre 100 persone sono ancora bloccate all’interno del tunnel. L’operazione è particolarmente complessa per le condizioni meteorologiche avverse e l’elevata portata del fiume.

È morto Ratko Mladic, il boia di Srebrenica

È morto Ratko Mladic, leader militare condannato per genocidio per i crimini commessi durante la guerra nell’ex Jugoslavia come comandante dei serbo-bosniaci, su tutti il massacro di Srebrenica del 1995. Aveva 84 anni. Il decesso è avvenuto nel centro di detenzione delle Nazioni Unite all’Aia.

È morto Ratko Mladic, il boia di Srebrenica
Ratko Mladic nel 1993 (Ansa).

I crimini di guerra, la latitanza e l’arresto

Nato a Božanovići, oggi Bosnia ma all’epoca Croazia, Mladic era figlio di un partigiano comunista, che sarebbe stato poi ucciso dagli Ustasha. Dopo aver scalato i ranghi dell’Armata Popolare Jugoslava, ricoprì la carica di capo di stato maggiore delle forze armate dell’esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina durante la guerra in Bosnia, rendendosi responsabile dell’assedio di Sarajevo, il più lungo della storia moderna, e anche del massacro di Srebrenica, compiuto assieme alle forze paramilitari di Arkan. Accusato di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, Mladic fu arrestato il 26 maggio 2011 a Lazarevo, in Serbia, dopo 15 anni di latitanza, e successivamente estradato all’Aja: il processo a suo carico, iniziato l’anno successivo, si era concluso nel 2017 con la condanna all’ergastolo, poi confermata anche in appello nel 2021. Poche ore prima della morte era stata respinta l’ultima richiesa di scarcerazione per Mladic, che durante la detenzione era stato colpito da diversi ictus.

È morto Ratko Mladic, il boia di Srebrenica
Murale dedicato a Ratko Mladic a Belgrado (Ansa).

Alluvione in Nepal, anche tre italiani tra i 1.300 dispersi

Sono tre gli italiani che mancano all’appello dopo l’alluvione innescata da una frana che ha devastato l’area di confine tra il Nepal e il Tibet, regione autonoma della Cina. Lo hanno confermato fonti della Farnesina: uno dei tre è Marco Ratto, 50enne titolare di un negozio di orologeria e oreficeria di Rapallo: al momento del disastro era in uscita dal Nepal. L’agenzia di viaggi cinese che avrebbe dovuto prendere in carico il gruppo di cui faceva parte ha confermato di aver perso i contatti al valico. Le autorità nepalesi avrebbero inserito il suo nome per due volte nella lista perché era registrato presso due diversi tour operator. Risulta poi irreperibile una coppia italo-svizzera, che dal Tibet era invece diretta in Nepal. Il ministero degli Esteri ha inoltre reso i nomi dei due italiani tratti in salvo: si tratta di Valentina Piccinini e Stefano Lotumolo, adesso in viaggio verso Kathmandu.

Mosca minaccia Londra: «Possibili attacchi a siti militari fuori dall’Ucraina»

La decisione di Regno Unito e Francia di trasferire tecnologia militare all’Ucraina equivale a «giocare con il fuoco» e potrebbe avere conseguenze imprevedibili, anche per Londra e Parigi. Lo ha affermato Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, aggiungendo che la risposta di Mosca agli attacchi di Kyiv condotti con armi britanniche «potrebbe comprendere azioni contro strutture militari del Regno Unito sia in Ucraina sia al di fuori dei suoi confini». L’esercito di Kyiv ha già impiegato missili da crociera britannici Storm Shadow e droni di fabbricazione britannici per attacchi in profondità nel territorio russo.

Le parole di Zakharova dopo la visita di Ratcliffe a Mosca

Qualsiasi contingente straniero in Ucraina «che ostacoli lo svolgimento dell’operazione militare speciale» diventerà «un obiettivo militare legittimo per la Russia», ha detto inoltre Zakharova. Tali dichiarazioni arrivano a due giorni dalla visita a Mosca del direttore della Cia John Ratcliffe, che avrebbe avvertito Vladimir Putin di non attaccare Paesi membri della Nato. Il capo dei servizi segreti per l’estero russi, Serghei Nyshkin, ha confermato di avere avuto un colloquio con Ratcliffe, affermando però che si è tratto di «un normale incontro di lavoro».

Mosca minaccia Londra: «Possibili attacchi a siti militari fuori dall’Ucraina»
Dmitry Peskov (Imagoeconomica).

Il Cremlino: «Nessuna intenzione di attaccare la Nato»

Sulla presunta intenzione della Russia di attaccare la Nato si è espresso anche Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, il quale intervistato da Bloomberg ha parlato di notizie che «non hanno niente a che vedere con la realtà». Allo stesso tempo, ha sottolineato, «la Federazione Russa si trova ad affrontare una politica molto aggressiva nei suoi confronti da parte dei Paesi europei». E poi: «Se parliamo di escalation militare, noi semplicemente non ne abbiamo bisogno, perché stiamo avanzando in Ucraina».

Putin-Pezeshkian, incontro il primo settembre in Kirghizistan

Secondo il Wall Street Journal e Politico, nel corso della sua visita a sorpresa a Mosca il capo della Cia John Ratcliffe ha anche chiesto a Vladimir Putin di interrompere il sostegno militare ed economico all’Iran. Il presidente russo, però, a breve ha un incontro in programma con l’omologo iraniano Massoud Pezeshkian: i due infatti avranno un bilaterale il primo settembre a Bishkek, capitale del Kirghizistan, a margine del vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Lo ha annunciato Kazem Jalali, ambasciatore iraniano a Mosca, sottolineando che si tratterà del sesto bilaterale tra i due presidenti.

Cos’è l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai

L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai è un organismo intergovernativo fondato nel 2001 da sei Paesi: Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Successivamente hanno aderito anche India, Pakistan, Iran e Bielorussia. Nata come meccanismo per favorire la risoluzione di dispute territoriali tra i paesi aderenti, l’organizzazione ha intensificando negli anni la cooperazione tra i suoi membri, tanto su questioni di sicurezza quanto in ambiti come quello economico, energetico e culturale. Ha sede permanente a Pechino e rappresenta la più grande organizzazione regionale al mondo per estensione geografica e popolazione: copre infatti oltre il 40 per cento della popolazione e circa un quarto del Pil globale.

Alluvione tra Tibet e Nepal oltre 500 turisti stranieri dispersi

È stato il collasso di un ghiacciaio a provocare la devastante alluvione che mercoledì 26 agosto 2026 ha colpito l’area tra Tibet e Nepal. A certificarlo è l’Usgs, l’Istituto di geologia statunitense, secondo il quale il terremoto di magnitudo 5.2 «è stato causato dal crollo di un ghiacciaio e da una colata di detriti che ha causato conseguenze catastrofiche a valle». Sono centinaia i morti e quasi un migliaio i dispersi, tra cui tanti stranieri. Gli Stati Uniti, intanto, hanno stanziato 500 mila dollari di aiuti per la popolazione colpita.

Il bilancio di morti e dispersi

Secondo il Nepal Tourism Board (Ntb), 823 persone sono ancora disperse tra cui 517 turisti stranieri e 127 cittadini nepalesi. Le operazioni di ricerca e soccorso sono in corso nei distretti di Rasuwa, Nuwakot, Dhading e Gorkha, con squadre composte da forze di sicurezza, autorità locali, guide e Tourist Police impegnate anche nelle operazioni di evacuazione e nella verifica delle persone irreperibili. La Polizia ha riferito di aver recuperato 177 corpi. I media statali cinesi hanno invece parlato di 558 dispersi, tra cui 260 stranieri. I due bilanci, tuttavia, non possono essere automaticamente sommati.

Wsj: «Il capo della Cia ha avvertito Putin di non attaccare Paesi Nato»

Secondo quanto riportato da Politico e Wall Street Journal, il capo della Cia John Ratcliffe si è recato a sorpresa a Mosca il 25 agosto per mettere in guardia Vladimir Putin dall’attaccare Paesi della Nato, in particolare Estonia, Lettonia e Lituania. L’avvertimento, spiegano le testate citando fonti, segue le nuove valutazioni dell’intelligence americana secondo cui il presidente russo nei prossimi anni potrebbe mettere alla prova la determinazione dell’Alleanza atlantica con un attacco limitato contro uno Stato membro. Una fonte di Politico ha inoltre affermato che Ratcliffe ha anche chiesto allo zar di interrompere il sostegno militare ed economico all’Iran. Da pare sua, il Cremlino dichiarato che il direttore della Cia si è recato a Mosca per «contatti tra agenzie di intelligence» e non per incontrare Putin.

Wsj: «Il capo della Cia ha avvertito Putin di non attaccare Paesi Nato»
Vladimir Putin (Imagoeconomica).

È morta l’artista giapponese Yayoi Kusama, regina dei pois

Yayoi Kusama, l’artista giapponese nota in tutto il mondo per le sue ripetizioni di pois, le sculture a forma di zucca e le “Infinity Mirror Rooms”, è morta il 14 agosto a Tokyo all’età di 97 anni. L’annuncio è stato dato solo settimane dopo dalla fondazione che porta il suo nome. Nata nel 1929 a Nagano in una famiglia benestante ma segnata da tensioni familiari, Kusama iniziò a disegnare i suoi caratteristici puntini e reticoli già a 10 anni, sviluppati come modo per esorcizzare le proprie paure.

Nel 2016 fu inserita dal Time tra le 100 persone più influenti

Dopo aver studiato pittura a Kyoto, nel 1957 si trasferì negli Stati Uniti, prima a Seattle e poi a New York, dove per 16 anni, nonostante le ristrettezze economiche, divenne un nome di punta dell’avanguardia. Negli Anni 60 organizzava “happenings” con corpi nudi dipinti a pois in luoghi pubblici, in chiave antimilitarista e a sostegno dei diritti civili, e lanciò una linea di moda. Tornata in Giappone nel 1973, scelse di vivere volontariamente in un ospedale psichiatrico di Tokyo, da dove ha continuato a lavorare fino in età avanzata. Il successo commerciale arrivò tardi, a partire dagli Anni 90, con le sue zucche e le sale degli specchi infiniti, divenute fenomeno globale anche sui social network. Nel 2016 fu inserita dal Time tra le 100 persone più influenti al mondo, e le sue opere hanno raggiunto prezzi da capogiro.

Il trumpismo perde pezzi: cosa c’è dietro la crisi di influencer e creator MAGA

Uno dei motori più importanti del consenso trumpiano sembra essersi rotto. Il vasto ecosistema mediatico che ha contribuito al successo elettorale di The Donald nel 2024 sta perdendo visualizzazioni, iscritti, ma soprattutto si sta frammentando in tanti piccoli universi in guerra l’uno con l’altro. Il New York Times ha fatto i conti della grande macchina comunicativa MAGA fatta di creator e influencer, scoprendo che negli ultimi mesi i numeri sono da incubo, o quasi. Il pubblico vorace di contenuti pro-Trump si è assottigliato in particolare verso la fine del 2025, con un calo costante durante i primi sei mesi del 2026. Un fenomeno che preoccupa non tanto il presidente quanto il Partito repubblicano, che si prepara ad affrontare elezioni di metà mandato complesse. Il fronte unito dei creator conservatori in passato si è rivelato molto efficace per il partito nel pungolare gli elettori e spingerli alle urne.

Il trumpismo perde pezzi: cosa c’è dietro la crisi di influencer e creator MAGA
Donald Trump (Ansa).

La galassia MAGA perde appeal

Il Times ha analizzato i numeri di alcuni dei creator di destra più noti come Tucker Carlson, Candace Owens, Steve Bannon, Nicholas Fuentes, Dan Bongino e Ben Shapiro. Il caso di quest’ultimo aiuta a farsi un’idea del clima che si respira. Il cofondatore e volto di The Daily Wire, tra i grandi sostenitori di Trump, di Israele e della guerra contro l’Iran, ha perso circa 60 mila iscritti al canale YouTube solo tra aprile e giugno di quest’anno, rileva la newsletter Chaotic Era. Le visualizzazioni seguono un trend analogo e sono passate dai 27 milioni a settimana del 2024 a circa quattro milioni a settimana negli ultimi mesi. Il calo si nota anche fuori da YouTube. Sul web, ad esempio, The Daily Wire ha perso metà del suo traffico rispetto al 2025.

Il trumpismo perde pezzi: cosa c’è dietro la crisi di influencer e creator MAGA
Ben Shapiro (da Instagram).

Giusto per avere un termine di paragone, nel periodo compreso tra giugno 2025 e giugno 2026, Truth Social, il social di Donald Trump, ha perso il 48 per cento del traffico, la CNN il 35 per cento e il New York Times solo il 10 per cento. In casa Shapiro regge meglio il podcast, trainato da un aumento del 50 per cento dei contenuti pubblicati. Dan Bongino, noto creator pro-Trump nominato vicedirettore dell’Fbi, è tornato a caricare video in rete, ma colleziona circa la metà dei numeri realizzati durante la campagna elettorale del 2024.

Il trumpismo perde pezzi: cosa c’è dietro la crisi di influencer e creator MAGA
Dan Bongino (Ansa).

La concorrenza di nuovi personaggi e nuove tendenze

Le ragioni dietro questo calo sono diverse. Alcune sono fisiologiche: passare dall’opposizione al governo riduce l’entusiasmo di elettori e spettatori. In più, come tutti i creator, anche quelli conservatori hanno a che fare con algoritmi che cambiano senza spiegazioni, nuove piattaforme e concorrenza. Ma il problema non è soltanto che il pubblico diminuisce. È che quello stesso pubblico si sta disperdendo tra prodotti, personaggi e sottoculture che non rispondono più a un’unica gerarchia politica. La concorrenza spiega l’altra faccia di questa crisi. Qui intervengono due fattori. Il primo riguarda la comparsa di nuovi personaggi, come gli youtuber legati al fenomeno del looksmaxxing (sottocultura diventata virale che consiste nel miglioramento esasperato del proprio aspetto fisico), che si contendono almeno in parte lo stesso bacino di giovani uomini che in passato aveva alimentato la crescita degli influencer trumpiani. Il secondo aspetto è legato alla frammentazione.

Le rotture della galassia trumpiana

Personalità come Shapiro e Bongino rimangono fedeli a Trump e al suo programma, mentre altri hanno iniziato a dissociarsi dal tycoon in modo plateale, come ha fatto di recente Tucker Carlson, ex conduttore di Fox News, che ha parlato addirittura di fondare un nuovo partito. La deriva dell’amministrazione Trump ha creato moltissime crepe nel mondo MAGA. La guerra con l’Iran, la gestione del caso Epstein, il carovita e persino la spinosa questione dei data center hanno dato fiato a una parte dell’ecosistema. È il caso, ad esempio, di Nicholas Fuentes e Candace Owens. Questi due influencer sono quelli che hanno numeri leggermente migliori. Il primo, un suprematista bianco che ha detto di ammirare Adolf Hitler, è attivo solo sulla piattaforma Rumble e negli ultimi mesi le sue visualizzazioni settimanali medie hanno raggiunto picchi vicini agli otto milioni, contro circa un milione nel 2024. Owens, che ha perso traffico a causa del silenzio social durante la maternità, ha una decina di milioni di visualizzazioni mensili, ma la tenuta deriva almeno da due elementi: la diversificazione nei contenuti, dalla politica al gossip, e il complottismo. Il secondo è particolarmente interessante perché permette anche di individuare uno dei principali momenti di rottura della galassia pro-Trump.

Il trumpismo perde pezzi: cosa c’è dietro la crisi di influencer e creator MAGA
Nicholas J. Fuentes (Ansa).

È lotta per riempire il vuoto lasciato da Charlie Kirk

Owens, infatti, è stata una delle più vocali sostenitrici delle teorie del complotto intorno alla morte dell’attivista Charlie Kirk, ucciso il 10 settembre 2025. Da quel momento le fratture interne al sistema mediatico trumpiano sono diventate molto più evidenti. Per Owens dietro l’omicidio del fondatore di Turning Point Usa ci sarebbe una cospirazione che intreccia il governo israeliano e quello americano.

Il trumpismo perde pezzi: cosa c’è dietro la crisi di influencer e creator MAGA
Candace Owens (Ansa).

Al di là delle stramberie dell’influencer, la morte di Kirk ha creato un vuoto importante nella destra americana, un vuoto che qualcuno vuole colmare. In una lunga conversazione su Pod Save America, il giornalista Will Sommer, che da anni segue l’estrema destra e l’ecosistema mediatico conservatore, e il conduttore Tommy Vietor hanno analizzato le anime di questo universo. Nel dialogo tra Sommer e Vietor emerge come ormai non ci sia più un «sistema mediatico conservatore», ma piuttosto «mondi in competizione» cristallizzati intorno a identità e sensibilità diverse: populisti, complottisti, nazionalisti, appartenenti alla manosphere e conservatori tradizionali. Queste fazioni si raggruppano in due macro insiemi: quelli che lottano per la sopravvivenza economica, chiedendosi se riusciranno a generare visualizzazioni e ricavi senza il traino di Trump, e quelli che combattono per essere i depositari dell’ideologia conservatrice e per orientare il Partito repubblicano.

Il trumpismo perde pezzi: cosa c’è dietro la crisi di influencer e creator MAGA
Un memoriale dedicato a Charlie Kirk (Ansa).

La radicalizzazione della nuova destra online

In un contesto simile le fazioni si contendono un’audience in calo e demotivata. Per questo i messaggi finiscono con il radicalizzarsi, come dimostra il successo di Fuentes, ma non solo. Sempre Sommer e Vietor spiegano come si stiano affermando creator che alzano il livello delle provocazioni in un’escalation sempre più marcata. A questi si aggiungono fenomeni come il looksmaxxing e la manosphere, non necessariamente politici in senso stretto ma capaci, in alcune delle loro declinazioni, di sovrapporsi a contenuti reazionari, antifemministi e misogini. Se da un lato la disgregazione della gioiosa macchina di propaganda MAGA può indebolire Trump e il Partito repubblicano, dall’altro la guerra civile comunicativa rischia di produrre effetti deleteri. La competizione per catturare l’attenzione può trasformare idee un tempo relegate in qualche anfratto della rete in parole d’ordine capaci di uscire dai social ed entrare nel dibattito politico. È il caso dei contenuti antisemiti diffusi da Fuentes e, su un altro terreno, della crescente circolazione del concetto di “remigrazione”. I contenuti che ruotano attorno a figure come Greg Bovino mostrano bene l’intreccio tra comunicazione e politica. L’ex comandante della Border Patrol e uno dei volti della stretta migratoria dell’amministrazione Trump, il 30 maggio ha partecipato al Remigration Summit a Figueira da Foz, in Portogallo. Una visita che rimarca le connessioni tra un pezzo della destra americana e i movimenti nazionalisti europei e mostra come il concetto di “remigrazione”, un tempo confinato agli ambienti più radicali, stia conquistando nuovi spazi nel dibattito della destra. Citofonare Vannacci (e non solo).

Chi è Aliko Dangote, il miliardario africano che fa affari d’oro con la guerra in Iran

Anche se non è ancora terminata, la guerra in Iran ha già un vincitore ed è l’uomo più ricco d’Africa, il nigeriano Aliko Dangote che proprio grazie alla crisi in Medio Oriente è diventato ancora più ricco. Secondo il Bloomberg Billionaires Index, il suo patrimonio netto è aumentato di circa 4,86 miliardi di dollari da inizio 2026, e ora è stimato intorno ai i 35 miliardi di dollari. Il 69enne nigeriano ha costruito gran parte della sua fortuna sui beni di prima necessità: dal sale allo zucchero, fino al cemento. Il vero salto di scala, però, è arrivato con la raffineria di petrolio che possiede a Lagos. Valutato 20 miliardi di dollari ed entrato a pieno regime solo nel 2026 (650 mila barili di petrolio greggio lavorati al giorno), lo stabilimento ha beneficiato della crescita esponenziale della domanda di prodotti petroliferi fin dall’inizio della guerra. Da febbraio, infatti, i fornitori slegati dal passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz sono diventati un’ancora di salvezza per il mercato.

Chi è Aliko Dangote, il miliardario africano che fa affari d’oro con la guerra in Iran
Aliko Dangote e il banchiere nigeriano Aigboje Aig Imoukhuede (Ansa).

Il boom dell’esportazione di carburante per aerei

Nonostante le abbondanti riserve di greggio, l’Africa dipende ancora fortemente dalle importazioni di petrolio a causa di pesanti deficit infrastrutturali. La stragrande maggioranza dei circa 9 milioni di barili al giorno prodotti nel continente viene esportata per essere raffinata. D’altronde la maggior parte delle raffinerie nazionali, in maggioranza di proprietà statale, sono inattive. La Nigeria, ad esempio, negli ultimi anni ha investito quasi 3 miliardi di dollari nella riabilitazione delle sue tre raffinerie statali. Nessuna di esse però è attualmente attiva. I conflitti globali non hanno aiutato. Da una parte gli attacchi ucraini contro le raffinerie e le petroliere russe hanno drasticamente ridotto le forniture di Mosca all’Africa, dall’altra la chiusura di Hormuz, da cui passava un quinto del petrolio mondiale, ha rallentato drasticamente i flussi provenienti dall’Europa e dal Golfo Persico. Mentre l’inevitabile rincaro di cibo, fertilizzanti e carburante alimenta la povertà, Dangote e la sua raffineria però fanno affari d’oro. La sua società «è stata la più grande esportatrice mondiale di carburante per aerei nei mesi di aprile e maggio», ha spiegato al New York Times Daniel Evans, vicepresidente di S&P Global Energy, società di ricerche di mercato. Dato confermato da Devakumar Edwin, vicepresidente di Dangote Industries: nel 2026 le spedizioni di carburante per aerei provenienti dalla raffineria nigeriana hanno raggiunto per la prima volta il mercato statunitense. «A luglio», sottolinea Edwin, «l’azienda è stata il principale fornitore europeo di carburante per aerei e gasolio».

La quotazione record in Borsa e i piani di sviluppo in Kenya

Le ambizioni del miliardario non si fermano qui. Il 18 agosto, la Dangote Refinery ha annunciato di aver ottenuto un miliardo di dollari da un gruppo di investimento con sede a Dubai (col proposito di raccoglierne altri cinque nelle prossime settimane) per sostenere la quotazione alla Borsa nigeriana, puntando a una valutazione intorno ai 50 miliardi di dollari che rappresenterebbe la più grande offerta pubblica iniziale nella storia africana. Mentre si pensa a un possibile sbarco a Wall Street, l’obiettivo principale è raddoppiare la capacità di raffinazione anche attraverso l’apertura di un altro polo in Kenya, come ha annunciato il presidente William Ruto. Per l’impianto, la cui costruzione dovrebbe iniziare a settembre, è previsto un investimento complessivo di circa 20 miliardi di dollari. Il gruppo ha inoltre offerto ai Paesi dell’Africa orientale una quota complessiva del 30 per cento. Al Kenya è stata proposta una partecipazione del 10 per cento, mentre Etiopia e Ruanda hanno manifestato interesse a entrare nel capitale. Oltre alla raffineria, che dovrebbe avere una capacità di lavorazione fino a 700 mila barili di greggio al giorno, nei piani della società c’è anche la realizzazione di un oleodotto che attraversi 11 Paesi del continente. In Nigeria però c’è chi frena gli entusiasmi. La raffineria avrebbe dovuto mettere fine alla dipendenza dal carburante importato abbassando i costi. Ma i prezzi sono aumentati. Dangote, già nel mirino per la sua posizione di monopolio e per condotte antisindacali, è accusato di mancanza di trasparenza: grazie ai rapporti con la politica avrebbe infatti ottenuto sussidi e agevolazioni fiscali.

Allarme malaria all’aeroporto di Francoforte: morto un dipendente

Allerta all’aeroporto di Francoforte, il più grande della Germania e uno dei maggiori in Europa, dove un dipendente è morto di malaria e altri cinque lavoratori dello scalo sono risultati positivi alla malattia. Secondo il Robert Koch Institute (RKI), che a metà luglio aveva confermato un focolaio di quattro casi di malaria tra i dipendenti dell’aeroporto, tutti addetti al carico e allo scarico delle merci, l’infezione potrebbe essersi verificata tra il 4 e il 6 di quel mese. E, con ogni probabilità, è avvenuta tramite la puntura di zanzare infette che avevano viaggiato in stiva, inavvertitamente “importate” da Paesi tropicali. Non ci sarebbe stata, dunque, una trasmissione da uomo a uomo. All’interno dell’aeroporto sono state piazzate delle trappole e alcuni esemplari di zanzare sono già stati catturati. L’ultimo caso di malaria aeroportuale, spiega il Robert Koch Institute, era stato rilevato in Germania nel 2023, sempre a Francoforte.

Allarme malaria all’aeroporto di Francoforte: morto un dipendente
Aeroporto di Francoforte (Ansa).

Alluvione tra Nepal e Tibet: dispersi 291 stranieri, verifiche della Farnesina

Continua a salire il bilancio delle vittime della vasta alluvione che ha colpito un’area del Nepal al confine col Tibet (regione autonoma della Cina), spazzando via villaggi e infrastrutture nelle zone di Syapru Besi e Timure, nel distretto montuoso di Rasuwa. I morti accertati sono più di 20, ma il numero è destinato a incrementare. In base alle informazioni fornite da 10 agenzie turistiche e di viaggio, le autorità di Kathmandu hanno identificato 384 viaggiatori, tra cui 291 cittadini stranieri e 93 nepalesi, come irreperibili dopo l’alluvione.

Tra i 291 stranieri 105 sono indiani: la maggior parte di essi era in pellegrinaggio sul Monte Kailash. Nell’elenco figurano inoltre cittadini di Australia, Paesi Bassi, Stati Uniti, Malesia, Regno Unito e Sudafrica. Dispersi anche otto sudcoreani che lavoravano in una centrale idroelettrica.

Per diversi altri viaggiatori stranieri la nazionalità non è stata ancora confermata: la Farnesina è al lavoro per verificare l’eventuale coinvolgimento di cittadini italiani e assicurare, ove necessario, assistenza ai connazionali presenti nell’area. In base alla piattaforma “Dove siamo nel mondo”, sono circa 90 gli italiani che si trovano al momento in tutto il Nepal e nell’intera regione tibetana.

Zelensky premia Musk: Kyiv in pressing per l’uso di Starlink in operazioni oltreconfine

Volodymyr Zelensky ha conferito a Elon Musk l’importante onorificenza dell’Ordine della Libertà «per l’eccezionale merito personale nella protezione della vita e della libertà umana e nello sviluppo delle relazioni tra i popoli dell’Ucraina e degli Stati Uniti d’America», come si legge nel decreto presidenziale diffuso dalla Bankova. L’Ordine della Libertà è una delle più alte onorificenze del Paese, superata solo dal titolo di Eroe dell’Ucraina e dalla Croce al Merito Militare.

Zelensky premia Musk: Kyiv in pressing per l’uso di Starlink in operazioni oltreconfine
Volodymyr Zelensky (Imagoeconomica).

L’Ucraina vorrebbe utilizzare Starlink per compiere attacchi in Russia

Musk ha avuto un ruolo rilevante nella guerra in Ucraina per l’uso di Starlink, costellazione di satelliti di SpaceX per l’accesso a internet satellitare globale in banda larga a bassa latenza. E questo in diversi momenti del conflitto: prima ha donato a Kyiv terminali che hanno permesso di sostenere le comunicazioni militari, e successivamente, all’inizio del 2026, ha bloccato l’accesso al sistema alle forze di Mosca, che lo utilizzavano per gestire droni sul campo di battaglia. Le autorità ucraine stanno cercando di persuadere Musk a consentire alle forze armate di Kyiv di utilizzare Starlink per colpire il territorio russo, ma il magnate ha ancora concesso l’autorizzazione: il conferimento dell’Ordine della Libertà a Musk può essere interpretato come un tentativo da parte di Zelensky di convincerlo.