Scontro Coni-Figc su Bianchedi capodelegazione della Nazionale: cosa è successo

Dopo il caso di Andrea Pirlo quasi ct” e le dimissioni di Paolo Maldini da direttore tecnico, ecco un altro pasticcio azzurro targato Giovanni Malagò. La nomina di Diana Bianchedi come nuova capodelegazione della Nazionale italiana di calcio maschile, annunciata dal presidente della Figc, è stata infatti stoppata dal Coni. Il motivo? Secondo il Comitato Olimpico Nazionale Italiano c’è da verificare la legittimità del doppio incarico, in quanto l’ex schermitrice dal 2025 è vicepresidente vicaria della propria struttura.

Scontro Coni-Figc su Bianchedi capodelegazione della Nazionale: cosa è successo
Diana Bianchedi (Ansa).

La nota del Coni col richiamo all’articolo 7 dello Statuto

Con un colpo di teatro, Malagò ha scelto come capo delegazione della Nazionale italiana di calcio maschile una donna, proveniente da tutt’altro sport, dove ha vinto l’oro olimpico a Barcellona 92 e Sydney 2000. Il Coni è però intervenuto in gamba tesa contro il suo ex presidente, spiegando che «ai sensi dello Statuto e delle Leggi vigenti, sono stati prontamente attivati gli uffici preposti e gli organismi competenti al fine di valutare eventuali profili di opportunità, inconferibilità e incompatibilità» riguardanti gli incarichi di Bianchedi. Secondo l’articolo 7, comma 4, dello Statuto del Coni, i componenti della Giunta nazionale (di cui fa parte l’ex schermitrice in quanto vicepresidente) «qualora vengano a trovarsi in situazione di permanente conflitto di interessi sono considerati incompatibili con la carica che rivestono, e debbono essere dichiarati decaduti». A questo si aggiunge un altro aspetto: dopo la nomina a vicepresidente, la stessa Bianchedi ha firmato il modulo Coni per la dichiarazione di assenza di cause di incompatibilità, inconferibilità o conflitto di interessi richieste per incarichi istituzionali, candidature sportive, riconoscimento di professioni o iscrizioni a elenchi e registri del Coni.

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Scontro Coni-Figc su Bianchedi capodelegazione della Nazionale: cosa è successo
Giovanni Malagò (Ansa).

La Figc: «A Bianchedi un ruolo di mera rappresentanza»

La Figc ha rapidamente replicato di non ravvisare «alcun conflitto di interessi» nella nomina di Bianchedi nel ruoloche negli anni è stato di Gigi Riva, Gianluca Vialli e Gianluigi Buffon: «Non c’è né norma statale né statutaria che preveda espressamente un’incompatibilità tra il ruolo di membro di Giunta del Coni e un incarico federale; né si ritiene che l’incarico possa configurare il conflitto di interessi permanente richiamato dall’articolo 7 dello statuto del Coni. Si tratta di un ruolo di mera rappresentanza». Sta ora a Bianchedi decidere il da farsi: la leggenda della scherma, legata al Comitato olimpico italiano da un accordo da 50 mila euro l’anno, deve ancora firmare il contratto in Figc, che prevede un compenso attorno ai 150 mila euro. Altamente improbabile una coesistenza dei due incarichi: in caso di sì a Malagò, dovrà dimettersi dal Coni.

Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato

«Come leader sei affaticato». «I militanti vogliono un rinnovamento». O ancora: «Ormai è troppo lo scollamento nelle sezioni». I cahiers de doléances leghisti sono lunghi e nelle quattro ore e mezzo di dibattito il direttivo lombardo è stato un miscuglio di lamentele, a volte anche confuso, con poche soluzioni. Ma un filo rosso ha guidato per la prima volta la maggioranza, forse anche i due terzi, dei circa 30 interventi: le seconde linee leghiste in Lombardia hanno chiesto un passo di lato di Matteo Salvini.

«Non una parola sulla riunione deve uscire da queste stanze»

E così la riunione, convocata dal segretario per regolare i conti con i malpancisti, si è rivelata un boomerang. Tanto che Salvini alla fine ha chiesto una prova di «maturità» ai presenti: non una parola sulla riunione deve uscire da queste stanze, sui giornali o sulle agenzie, ha detto. Anche se poi è stato proprio lui a far diffondere la sua versione. Tempo di stringere le mani e di salire sulle auto ed è partita la velina del fido portavoce che le agenzie hanno trasmesso con grande rilievo. D’ora in poi la Lega dovrà tornare a essere un partito «di lotta», «più duro anche al governo», ha fatto trapelare.

Una dura resa dei conti che Salvini non si aspettava

Ma la verità è un’altra. La verità è che nelle quasi cinque ore di confronto i toni non si sono alzati quasi mai, non ci sono state liti, però le parole sono state pesanti come macigni. È stato lo showdown che Salvini non si aspettava, arrivato con numeri alla mano per dimostrare che non è vero che la Lega al governo ha trascurato la questione settentrionale. Non sono bastati 45 minuti di discorso su opere e risultati portati a casa per il Nord: insomma, uno tra i più lunghi dei suoi famosi elenchi (la modalità di narrazione più amata dal segretario e allo stesso tempo ridicolizzata dai suoi detrattori).

Altro che lamentele messe a tacere: l’esito è stato deflagrante

Quando ha deciso di convocare il direttivo il 7 agosto a Milano, l’intenzione del capo di via Bellerio era di mettere a tacere le lamentele dei nordisti guidati dal segretario della Lega lombarda Massimiliano Romeo e dal governatore Attilio Fontana. L’esito invece è stato deflagrante. Forse Salvini non aveva “ripassato” bene la composizione del direttivo o non si aspettava tanto coraggio dai suoi dirigenti. Ma gli interventi di sindaci e amministratori che lamentavano il calo dei consensi e addossavano le responsabilità al crollo della sua popolarità sono stati predominanti.

Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Attilio Fontana e Massimiliano Romeo (Ansa).

In pochi si sono schierati apertamente con lui

Gli unici che si sono apertamente schierati con lui – è stato riferito da diverse fonti a Lettera43 – sono stati la ministra Alessandra Locatelli, il capo dei Giovani Luca Toccalini, il capogruppo al Pirellone Alessandro Corbetta e il responsabile Esteri Paolo Formentini. Il ministro Roberto Calderoli si è limitato a ricordare che il congresso è stato fatto un anno fa e che forse era allora che si sarebbero dovute avanzare queste istanze, prima di impegnarsi nell’unica lite della serata, ossia quella con Silvia Sardone sulla necessità di concludere il processo di approvazione della riforma sull’autonomia prima delle elezioni politiche del 2027.

Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato

I motivi della lite tra Calderoli e Sardone

Pur dopo aver ricordato l’impegno politico del marito Davide Caparini per la causa leghista, la pasionaria ha detto di ritenere che alla gente «non freghi niente dell’autonomia», ma sia preoccupata dai temi della mancanza di sicurezza e della paura dell’islamizzazione. «L’autonomia è il fine ultimo della Lega», ha puntualizzato Calderoli, dicendo di avere «un’idea ben precisa» di coloro che cambiano i partiti con facilità (e il riferimento era al passato di Sardone in Forza Italia).

Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato

Le province più rappresentative della Lega sono stufe

Gli altri interventi sono stati caotici nelle lamentele e nelle proposte, ma tutti con un fil rouge: la richiesta di un passo di lato di Salvini e di un rinnovamento nella leadership che porti a crescere nuovamente nei consensi. A favore di questa tesi si sono schierati in diversi, soprattutto esponenti delle province storicamente più rappresentative per la Lega, cioè Bergamo, Brescia e Varese. Tra i più duri il segretario bergamasco Fabrizio Sala, da sempre critico con i salviniani, e Daniele Belotti, storico presentatore del raduno di Pontida, che Salvini ha “rottamato”, non volendolo più ricandidare in parlamento. «Ti chiedo di farti da parte e lo faccio nell’interesse della Lega», ha azzardato Belotti. Più contenuta la segretaria bresciana Roberta Sisti, che ha lasciato spazio alla veemenza di Giovanmaria Flocchini, sindaco di Pertica Alta (Brescia) e presidente della Comunità Montana di Valle Sabbia, e del collega sindaco di Travagliato, sempre provincia di Brescia, Renato Pasinetti, che è responsabile delle società partecipate e della Consulta per la Lega Lombarda.

Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato

Il nodo: non c’è nessuno nel partito che vuole sostituirlo

Quando qualcuno ha parlato di «leader affaticato», Salvini lo ha stoppato dicendo: «Veramente io non mi sento affaticato, in pieno agosto, sono qua da ore che vi ascolto». E poi, quando un altro si è lamentato constatando che però non c’è nessuno nel partito che vuole sostituirlo alla guida della segreteria, il capo ha risposto con tono puntuto: «È un concetto che non mi piace. Io non voglio fare il segretario solo perché non c’è nessuno che può sostituirmi».

Chi ha indorato la pillola e chi invece è stato durissimo

Critico anche Romeo che, come spesso accade, ha però indorato la pillola con il suo tipico spirito ecumenico: «Matteo, fatti aiutare». Durissimo l’assessore lombardo agli Enti locali, Massimo Sertori da Sondrio, tra i dirigenti più vicini ad Attilio Fontana. Il governatore, dal canto suo, ha chiesto che la Lega torni a essere un partito «di lotta e di governo» con politiche più incisive attorno alle battaglie storiche, federalismo e autonomia, sicurezza e immigrazione.

Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Massimo Sertori (foto Imagoeconomica).

L’ipotesi di un direttorio e la solita incognita Zaia

Ed è abbastanza curioso che Salvini abbia preso in prestito questo concetto e fatto suo nella versione fatta trapelare a giornali e agenzie. Il segretario ha chiuso la riunione dicendo di aver «ascoltato tutto», anche le critiche «più severe». «Vediamo se riusciamo a proporre una squadra per Pontida», ha detto, parlando dell’ipotesi di una sorta di direttorio. «Ma io rimango alla guida e procedo». Poi ha aggiunto: «Dipende anche da chi dovrà essere coinvolto, se vorrà accettare o meno», alludendo all’ormai celebre ritrosia di Luca Zaia a una partecipazione in tal senso. «L’importante è che quello che è successo qui resti tra queste mura, la maturità del partito la misuriamo nei prossimi giorni». E via, tutta la polvere sotto il tappeto. Ma per quanto?

Salvini non frena i malpancisti della Lega: ecco chi gli ha chiesto un passo di lato
Luca Zaia e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Migranti, il post di Meloni e Mette Frederiksen: «Unite per difendere l’Europa»

La premier Giorgia Meloni e l’omologa danese Mette Frederiksen hanno condiviso sui social un «messaggio congiunto per l’Europa» in cui affermano di non accettare «un’immigrazione incontrollata» che ha «impatti negativi» sulle società. Un richiamo che arriva nei giorni del braccio di ferro tra Italia e Spagna dopo l’ondata migratoria a Ceuta e la successiva decisione di sospendere Schengen da parte di Palazzo Chigi.

Le due premier: «I cittadini si aspettano azioni concrete»

Le due premier si dicono «consapevoli che molti potrebbero interrogarsi sulla nostra collaborazione», dato che «proveniamo da posizioni politiche molto diverse e certamente non siamo d’accordo su tutto (ndr. Frederiksen è socialdemocratica)». «Siamo le uniche due donne a capo di un governo nell’Ue. Una di noi guida un grande Paese del Sud, l’altra un piccolo Paese del Nord. Ma siamo unite dal nostro desiderio di difendere l’Europa. Non accettiamo un’immigrazione incontrollata verso l’Europa, e abbiamo promosso una politica migratoria rigorosa, sia nelle nostre Nazioni sia in Europa», continua il post. «Nessuno può negare gli impatti negativi dell’immigrazione illegale sulle nostre società: aumento dei tassi di criminalità, crescente pressione sui servizi pubblici ed erosione della fiducia dei cittadini. È particolarmente grave quando migranti illegali, privi del diritto di rimanere nelle nostre nazioni, commettono crimini violenti, trafficano droga o si rendono responsabili di violenze sessuali». I cittadini europei, sostengono Meloni e Frederiksen, «si aspettano azioni concrete dai propri rappresentanti politici». «Per troppo tempo, soprattutto le persone comuni hanno pagato un prezzo troppo alto a causa di un’immigrazione incontrollata. È nostro dovere continuare a impegnarci con determinazione per offrire risposte concrete ai cittadini, specialmente i più esposti, e garantire maggiore sicurezza e tutela per le nostre comunità».

«Occorrono centri di rimpatrio in Paesi terzi»

Per gestire l’immigrazione clandestina, sostengono, «bisogna realizzare centri di rimpatrio in Paesi terzi, così come altre soluzioni innovative al di fuori dell’Europa». Ma questo non basta: «Il rispetto delle nostre leggi deve andare di pari passo con il rispetto dei valori europei. Ciò vale per i migranti illegali, ma anche per i milioni di cittadini stranieri che vivono legalmente nelle nostre Nazioni e in tutta Europa. Entrambe siamo orgogliose del patrimonio culturale cristiano dell’Europa e vogliamo proteggerlo. Ci aspettiamo che chi arriva nei nostri Paesi e sceglie di fare dell’Europa la propria casa, rispetti i nostri valori e non cerchi di imporci modelli di vita che non condividiamo». «Riteniamo», concludono, «che questa sia la strada giusta per proteggere l’Europa e i nostri valori comuni. E crediamo che milioni di europei condividano questa convinzione».

Esami universitari online, la qualità della valutazione dipende dalla progettazione

Quando si parla di esami universitari online, il confronto con le modalità in presenza è ancora spesso al centro del dibattito. Sostenere la prova in aula è infatti percepito come garanzia di qualità, affrontarla a distanza come fattore di rischio. Questa contrapposizione non è però più idonea a descrivere l’evoluzione della valutazione accademica. Ciò che determina la qualità di una prova, più che il luogo in cui viene sostenuta, sono infatti la sua progettazione, le competenze che misura e le garanzie che accompagnano il suo svolgimento. La qualità e l’affidabilità di un esame dipendono da una combinazione di elementi che vanno dagli obiettivi formativi alla struttura delle domande fino al livello di autonomia richiesto allo studente e agli strumenti utilizzati per garantire correttezza e trasparenza. Un principio che vale tanto per la didattica digitale quanto per quella in presenza.

Così la tecnologia garantisce l’integrità delle prove

Negli ultimi anni la diffusione degli esami a distanza ha portato allo sviluppo di sistemi tecnologici pensati per tutelare l’integrità delle prove. Tra questi rientrano i sistemi di remote proctoring, ambienti digitali che combinano diversi strumenti come verifica dell’identità del candidato, blocco delle risorse esterne, registrazione audio-video e, in alcuni casi, analisi automatizzata del comportamento dello studente. Queste soluzioni consentono di affrontare una delle principali questioni legate agli esami online, ovvero garantire che la prova rifletta effettivamente le conoscenze e le competenze del candidato. Studi recenti pubblicati sul Journal of Academic Ethics (Newton & Essex, 2023) e ricerche sperimentali come quella di Alguacil et al. (2023) mostrano che tali sistemi, quando applicati, sono associati in diversi contesti a una riduzione delle opportunità di comportamenti non autorizzati rispetto a prove non supervisionate. Le evidenze mostrano tuttavia che l’efficacia degli strumenti varia in base al tipo di esame e alla natura delle competenze richieste. Le tecnologie di controllo possono risultare più efficaci nei test strutturati, mentre hanno un ruolo diverso nelle prove che richiedono ragionamento articolato, produzione argomentativa o applicazione a casi non standardizzati. Per questo l’affidabilità della valutazione non dipende esclusivamente dalla tecnologia utilizzata, ma dalla sua integrazione con una corretta progettazione della prova.

Dalla verifica delle conoscenze alla valutazione delle competenze

Parallelamente, sta cambiando anche il significato stesso dell’esame universitario. Secondo l’Ocse (Trends Shaping Education, 2023), i sistemi di istruzione superiore stanno progressivamente passando da modelli centrati sulla riproduzione delle conoscenze a modelli orientati alla dimostrazione delle competenze. La disponibilità crescente di informazioni e strumenti di supporto sta riducendo il peso della semplice acquisizione dei contenuti, spostando l’attenzione su ciò che lo studente sa costruire a partire dalle conoscenze – capacità di rielaborazione, connessione tra ambiti diversi, applicazione a contesti nuovi e capacità argomentativa. La diffusione dell’intelligenza artificiale generativa ha reso questo cambiamento ancora più evidente. Secondo una rilevazione del Joint Research Centre della Commissione europea (2024), oltre il 60 per cento degli studenti universitari dichiara di aver utilizzato strumenti di AI per attività legate allo studio.

Le nuove sfide per la valutazione universitaria

Questo accresce il rischio di un apprendimento superficiale o di un uso acritico degli strumenti generativi, rendendo necessario un approccio rigoroso alla gestione delle sessioni d’esame a distanza. Per tutelare l’integrità accademica senza rinunciare ai vantaggi degli esami online, la risposta tecnica si sviluppa lungo due direttrici principali. Da un lato, strumenti di protezione come browser in grado di inibire multi-monitor, screenshot e accessi da remote desktop. Dall’altro, sistemi chiusi di adaptive testing e question bank, capaci di calibrare in tempo reale la difficoltà delle domande sul profilo del candidato.

La sfida è costruire sistemi affidabili

Le evidenze comparative mostrano inoltre che le pratiche di valutazione più efficaci non dipendono da un unico formato, ma dalla combinazione di strumenti diversi – prove scritte, colloqui orali, project work, valutazioni progressive e attività applicative. L’attenzione si sposta quindi dalla forma dell’esame alla coerenza tra obiettivi formativi e modalità di verifica. La distinzione tra esame online ed esame in presenza perde così progressivamente centralità. In entrambi i casi, la qualità della valutazione dipende soprattutto da come viene progettata. La vera sfida è dunque quella di costruire sistemi di valutazione affidabili, capaci di garantire integrità e qualità indipendentemente dal luogo in cui l’esame viene svolto.

La radio è in crisi ma nessuno vuole ammetterlo

Ci è capitato di vedere una puntata del videopodcast Supernova, in cui Alessandro Cattelan intervista la cantante Sarah Toscano, 20 anni. Il conduttore, nel corso della conversazione, le chiede: «Ascolti mai la radio?». Nella risposta di Toscano, una sorta di bagno di realtà sul mezzo radio: «Io non ho la patente, non guido, e quindi ascolto poco la radio. Mi capita di sentirla solo quando prendo un taxi, o quando vado in auto coi miei genitori. Se invece sono in macchina con i miei amici, nessuno ascolta la radio, sentiamo la nostra musica su piattaforme digitali».

La Gen Z non delega più la selezione musicale a un dj

In poche righe, uno spaccato impietoso sui destini della radio tradizionale così come l’abbiamo conosciuta dagli Anni 70 ai giorni nostri: in casa ormai poche persone la ascoltano, e in genere si tratta di un target dai 50 anni in su. La gran parte degli ascolti avviene in auto, ma le generazioni più giovani, a differenza della Gen X o dei Boomer, non hanno il mito della macchina, non la considerano uno status symbol o un passo necessario verso l’indipendenza, e prendono tardi la patente. Inoltre le automobili sono sempre più spesso fornite di player che le collegano a piattaforme digitali, da Spotify ad Amazon Music, in grado di bypassare completamente il mezzo radio; le generazioni native digitali, cresciute col telefonino in mano, sono infine abituate a una modalità di consumo on demand e non considerano l’ipotesi di cercare la frequenza di un certo canale radio su un device a loro sconosciuto come l’apparecchio radio. Sono cresciute con le playlist, con le raccomandazioni dell’algoritmo, il completo controllo di quello che vogliono ascoltare. Non hanno nessuna intenzione di delegare a un dj o a un canale radio con palinsesto lineare il compito di fare selezione. E, semplicemente, li skippano.

La radio è in crisi ma nessuno vuole ammetterlo
foto di Viktor Forcacs via Unsplash.

Ascolti e pubblicità in calo

È la verità che un po’ tutti sanno sulla radio, ma che nessuno ha il coraggio di ammettere o di svelare.

I dati più recenti in Italia danno segnali ancora deboli: la raccolta pubblicitaria, secondo Nielsen, viaggia per la radio a un -3,7 per cento complessivo nei primi sei mesi 2026 rispetto al primo semestre 2025, mentre sul fronte degli ascolti c’è, secondo Audiradio, un -2,1 per cento nel secondo trimestre 2026 rispetto al primo.

Piccoli allarmi su un comparto nel quale sta avvenendo più o meno la stessa cosa accaduta ai giornali di carta: li comprano e li leggono sempre meno persone. Ma la crisi di quotidiani e settimanali non si può nascondere, c’è il numero di copie vendute, un dato oggettivo, la cruda realtà. La radio, invece, è ancora piuttosto protetta dalla narrazione dei nostalgici, dalle ricerche sulle audience e dall’allocazione delle risorse pubblicitarie, poiché in ognuno di questi presidì i decisori, persone mediamente mature, esercitano ancora parecchia influenza essendo cresciuti in epoche nelle quali la radio era effettivamente centrale.

La radio è in crisi ma nessuno vuole ammetterlo
foto di Andrea De Santis via Unplash.

La grande bugia del “va tutto bene”

Audiotiq, società europea fondata da Alexis Hue, è nata per aiutare le radio nella loro trasformazione digitale. E non ha paura di raccontare la verità: «Tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027 il settore radiofonico europeo verrà attraversato da cambiamenti sostanziali, con fusioni e acquisizioni, la scomparsa di centinaia di radio locali, e la riduzione degli investimenti pubblicitari, che si sposteranno verso piattaforme digitali con una reach più alta e la capacità di profilare meglio il loro pubblico».

Effettivamente i social e le piattaforme, come YouTube, TikTok o Meta, sono già entrate nel mercato della radio, assorbendo la funzione che un tempo era proprio quella della radio stessa, ovvero l’intrattenimento di sottofondo, passivo, mentre si fa altro. Ma i social offrono un miglior targeting, più varietà, incentivi più forti per i creator.

«Diciamolo con sincerità», prosegue Hue di Audiotiq, «la gran parte degli editori di radio sa benissimo che le loro strategie digitali non funzionano, che le loro app hanno una bassa retention (capacità di conservare i clienti-ascoltatori, ndr), che i download dei podcast sono sovrastimati da ascolti automatici, che i loro laboratori di innovazione producono più presentazioni in PowerPoint che nuovi prodotti. E non vogliono confrontarsi con i terrificanti numeri della realtà: perciò preferiscono operare in una sorta di nebbia, nella quale i numeri della reach sono ancora ok, i numeri dei download crescono, e ci sono metriche per misurare le audience perfette per le presentazioni agli investitori pubblicitari. Nessuno, però, parla mai di retention e di engagement», cioè di partecipazione attiva.

Podcast, eventi e concerti: l’exit strategy delle emittenti

Certamente la radio sta trovando una sua nuova strada, ma al di fuori della “radio”: i programmi o i dj con maggiore personalità, infatti, diventano marchi di riferimento nel nuovo mercato dei podcast (pensiamo solo a quanto accade a La Zanzara di Giuseppe Cruciani), e poi alcune emittenti sfondano sul fronte degli eventi, dai concerti di Radio Italia, di Battiti Live di Radiomediaset o di RTL 102,5 all’Arena di Verona ai tour estivi e invernali in località turistiche, fino alle manifestazioni sportive tipo la Deejay Ten, sfruttando la potenza del loro brand. Il fatto è che in Italia, come in molti mercati mondiali, le emittenti radiofoniche, nella loro battaglia per conquistare ascoltatori nel quarto d’ora medio, si preoccupano principalmente delle altre stazioni radio concorrenti. Ma, mentre si guarda ai dati di Audiradio, più o meno rappresentativi della effettiva situazione (nel 2001 Audiradio certificava in Italia 35 milioni di ascoltatori della radio nel giorno medio; nel 2026, ovvero 25 anni dopo e con l’esplosione dei social e delle piattaforme digitali, secondo la stessa Audiradio sarebbero 34 milioni, beato chi ci crede), i veri competitor della radio sono invece tutte le opzioni audio disponibili on demand, dai podcast agli audiolibri, passando dalle piattaforme streaming e i social media.

Anziani che inseguono un pubblico giovane

Le radio continuano a inseguire i giovani – peraltro facendolo con conduttori spesso non proprio di primo pelo: Linus, ad esempio, compirà 70 anni nel 2027, Nicola Savino 60 – dimenticandosi bellamente del target più maturo che invece rappresenta il nocciolo duro degli ascoltatori; fingono di essere locali ma non vedono l’ora di farsi percepire come nazionali, tagliando fuori i gruppi più o meno grandi capaci però di creare comunità appassionate e sincere. C’è una sorta di negazione dell’esistente, nella continua ripetizione che tutto va bene, che tutto è ok. D’altronde basta ascoltare quanto i manager e gli imprenditori radiofonici dicono in pubblico, e il tutt’altro che invece ti confidano in privato, davanti a un risotto giallo e un bicchiere di vino.

La radio è in crisi ma nessuno vuole ammetterlo
Nicola Savino e Linus (Ansa).

L’unica soluzione? Creare contenuti originali

Come se ne esce? Guardando a quanto sta accadendo nel mondo, la risposta alla crisi non è un miglior mix di generi musicali, oppure più notizie dedicate al traffico, al meteo, alla cronaca: questa è già tutta roba disponibile. La risposta può essere solo attraverso la creazione di contenuti esclusivi e originali. Da veicolare in radio ma che poi il pubblico può cercare su mille altre piattaforme.
E invece, fateci caso, ancora oggi tutto quanto accade nei palinsesti di una stazione radio, tra una canzone e l’altra, è in genere assolutamente impalpabile. Non tanto perché manchino i talenti. Quanto perché i dj e gli speaker stessi vengono istruiti in tale senso: volate bassi, in modo che nessuno si lamenti. E non è un caso che in Italia le due radio ai vertici degli ascolti nel quarto d’ora medio, che è poi l’unità di misura che più interessa ai pubblicitari, siano 105 e Deejay, ovvero due emittenti che in palinsesto hanno conduttori riconoscibili, forti, grandi personalità o comunque personaggi famosi.

Quando il popolo sovrano diventa giudice: l’ultima mutazione del populismo

In nome del popolo sovrano è il titolo di un film del 1990 interpretato da Nino Manfredi e Alberto Sordi e diretto da Luigi Magni. È il terzo di una trilogia dedicata al rapporto fra popolo e potere (pontificio) sullo sfondo del periodo risorgimentale. Visto con gli occhi di oggi offre numerosi spunti per riflettere sulla mutazione che hanno subito i termini “popolo” e “popolare”, in riferimento anche all’evoluzione che ha investito il “potere popolare” e la sua legittimazione, incarnata nei diversi periodi storici dai suoi rappresentanti. Con un focus sugli attuali leader populisti che con la massima disinvoltura si appellano al popolo sovrano, chiamandolo a unico giudice delle proprie azioni, come nei casi recenti di Marine Le Pen in Francia e di Nigel Farage nel Regno Unito.

Quando il popolo sovrano diventa giudice: l’ultima mutazione del populismo
Nigel Farage e Donald Trump nel 2020 (Ansa).

Come il popolo e popolino sono entrati nella storia

Il popolo ha un suono antico e maestoso. Senatus Populusque Romanus: il popolo romano è sovrano e si contrappone alla plebe, che è il popolo minuto e miserabile. L’evocazione alta nei secoli seguenti si attenua e il popolo quasi scompare, inghiottito da assoluta povertà materiale e morale. Trasformato in volgo o popolino, è in grado di scatenare rivolte che, sia pure per brevi attimi, impongono la dittatura degli ultimi. Accade a Firenze con Gerolamo Savonarola che, cacciati i Medici, instaura un “governo popolare” e poi a Napoli con Masaniello che guida gli abitanti dei quartieri più poveri, i “lazzaroni”, alla rivolta contro il governo spagnolo. La Rivoluzione francese è il discrimine, il prima e il dopo la comparsa di un popolo che comincia a emanciparsi da una condizione servile. Il Quarto Stato (i primi tre sono aristocrazia, clero e borghesia) non è ancora quella massa di lavoratori che avanza compatta, raffigurata a fine Ottocento nel celebre quadro di Pellizza da Volpedo. Però la triade rivoluzionaria – Liberté, Egalité, Fraternité – inaugura una nuova dialettica popolo-potere. «Proletari di tutto il mondo, unitevi». Il Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels mette in moto le classi lavoratrici, che rappresentano il popolo con una coscienza di classe. Un soggetto collettivo assolutamente nuovo che reclama riconoscimento e diritti a una vita dignitosa. Popolo e popolare diventano sinonimi di socialismo e poi di comunismo e, nel corso del secolo scorso, si identificano come masse popolari e lavoratrici che entrano nella storia. Fronte Popolare è il nome scelto da socialisti e comunisti nelle elezioni del 1948 vinte dalla DC. Popolari sono le Feste dell’Unità e dell’Avanti e popolare è il termine che identifica la sinistra politica: la destra non ha un popolo e negli anni della contestazione (‘68 e ‘77) si definiva come maggioranza silenziosa. Quella che sta in casa e non va in piazza, lavora e non protesta.

Quando il popolo sovrano diventa giudice: l’ultima mutazione del populismo
Il Quarto Stato di Pellizza Da Volpedo (Ansa).

La mutazione in gggente e le basi del populismo

Ma il consumismo dilagante e soprattutto la tv che raggiunge oltre il 90 per cento della popolazione hanno trasformato il popolo in gggente. Un grande agglomerato, consumista e qualunquista, che è la versione televisiva della plebe o popolino di un tempo. Il popolo, soprattutto di sinistra, è sparito e il popolare sopravvive solo nella versione, popolana però, della Lega di Umberto Bossi. Il partito del «ce l’abbiamo duro» che però si allea con il neo-populista Silvio Berlusconi. Il Cav scende in campo promettendo il nuovo miracolo economico italiano e scatenando una guerra nei confronti della magistratura ancora corso. Esattamente qui vengono poste le fondamenta del populismo che è la versione contemporanea di un potere popolare che sta però nelle mani di pochi se non di uno solo.

Quando il popolo sovrano diventa giudice: l’ultima mutazione del populismo
Silvio Berlusconi con Umberto Bossi (Imagoeconomica).

Non c’è un duce però ci sono autocrati, mezzi dittatori, leader plebiscitari. C’è il popolo dell’uno vale uno di Beppe Grillo, l’onda agguerrita dei gilets jaunes in Francia, il movimento MAGA negli Usa, i secessionisti della Brexit nel Regno Unito. Ma a fare più danni alla democrazia e a una civile convivenza sono i capi di Stato e leader di partito che si appellano al popolo per giustificare atti liberticidi, pratiche corruttive e condotte illegali. «In nome del popolo sovrano» è tornato a risuonare nelle varie chiamate alle armi di Orban, Erdogan, Milei e soprattutto di Trump. È lui oggi a livello planetario il maestro di cerimonia e il massimo distruttore dei principi di legalità democratica. Lui dei giudici e delle corti di giustizia se ne infischia allegramente. Ha sostenuto l’assalto al Campidoglio ed è tornato alla Casa Bianca. Quale esempio migliore per le due stelle europee del populismo per tentare di sottrarsi alle indagini che sono in corso nei loro confronti?

Quando il popolo sovrano diventa giudice: l’ultima mutazione del populismo
Donald Trump (Ansa).

Con Le Pen e Farage il popolo è chiamato a essere giudice

«Lasciate che sia il popolo a giudicarmi: come Marine Le Pen e Nigel Farage hanno appreso da Donald Trump una potente tattica populista». Così titola una riflessione di Emile Chabal su The Conversation che ricorda come la prima sia già stata condannata per appropriazione indebita di fondi europei, mentre il secondo è oggetto di un’inchiesta parlamentare sulla presunta mancata dichiarazione di una donazione milionaria. Le Pen ha annunciato che si presenterà comunque come candidata alle prossime elezioni presidenziali e l’altro che si dimetterà salvo però ricandidarsi alle elezioni suppletive. Sia Le Pen che Farage, scrive Emile Chabal, evocano un manuale ben collaudato. Il popolo contro i tribunali; gli elettori contro i giudici; la legittimità “trasparente” delle urne contro l'”opacità” dei procedimenti legali. Le domande più importanti che però possiamo porci sono: agli elettori importa davvero se i politici populisti infrangono le regole? Le Pen e Farage sperano che, come Donald Trump, possano semplicemente ignorare i processi legali e vincoli normativi sulla strada verso il loro trionfo elettorale? 

Quando il popolo sovrano diventa giudice: l’ultima mutazione del populismo
Marine Le Pen (Ansa).

Lo slittamento dalle giurie popolari alle giurie populiste

Non resta che attendere le elezioni con la consapevolezza di uno slittamento della percezione normativa che è visibile da tempo in numerosi ambiti della nostra vita quotidiana. Pensiamo ad esempio ai reati fiscali che si tendono a considerare stati di necessità. C’è però un caso recente che mostra come la pretesa dei leader populisti di essere giudicati solo dal popolo sia stata accolta, al momento solo da una parte di esso, come una giusta pretesa. «Siamo tutti Mario Roggero» e «Grazia subito» per il gioielliere 72enne segnalano infatti che dalla tollerabilità di un «po’ di corruzione» da parte dei propri eletti rischiamo di approdare al «tana liberi tutti». Alla giustizia fai da te che si affida alle giurie non più popolari ma populiste e che anziché nelle aule dei tribunali si amministra sui social. Con la facilità e velocità con cui si può sottoscrivere un abbonamento a Netflix.

Quando il popolo sovrano diventa giudice: l’ultima mutazione del populismo
Matteo Salvini con una maglietta dedicata a Mario Roggero all’AderLegaFest (Ansa).

Dal Garante della privacy stop ai deepfake di ‘Striscia la Notizia’ su Mentana

Al termine di un’istruttoria avviata nei confronti di R.T.I. Spa per alcuni servizi di Striscia la Notizia, nei quali l’immagine e la voce di Enrico Mentana erano state manipolate mediante l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale, il Garante per la protezione dei dati personali ha stabilito che l’uso «di deepfake, anche a fini satirici, deve rispettare la dignità delle persone e i princìpi di liceità, correttezza e trasparenza stabiliti dalla normativa sulla privacy», di fatto vietandolo. Nei filmati di Striscia la Notizia venivano attribuite al direttore del TG LA7 dichiarazioni mai pronunciate, mentre la sua immagine era collocata virtualmente nello studio televisivo dell’emittente di Urbano Cairo: secondo l’Autorità, che si è attivata a seguito del reclamo di Mentana, il realismo dei servizi satirici avrebbe potuto indurre il pubblico a ritenere autentici i contenuti.

Ecco chi ha guadagnato davvero in tv: i bilanci del 2025

In Italia, il gruppo televisivo con la più alta capacità di produrre utili e fare fruttare il capitale investito in relazione al fatturato è Discovery. Esatto, quello dei canali Nove e Real Time, Dmax, Food network e Giallo, della sfortunata operazione Amadeus e dei buoni risultati di Maurizio Crozza e Fabio Fazio. Confrontando i conti 2025 di Rai, Sky, Mediaset, La7 e Discovery Italia, infatti, è proprio quest’ultima ad avere di gran lunga gli indici migliori sia nel rapporto utili/ricavi, sia in quello ebit/ricavi (l’ebit rappresenta i guadagni prima degli oneri finanziari e imposte, ma dopo gli ammortamenti e le svalutazioni, poste che nei gruppi televisivi sono di solito molto significative).

Ecco chi ha guadagnato davvero in tv: i bilanci del 2025
Fabio Fazio e Luciana Littizzetto (Ansa).

I canali in chiaro di Discovery rimangono un ottimo affare

Nel 2025 Discovery Italia, società televisiva controllata da Warner Bros. Discovery, ha chiuso con 255,8 milioni di incassi (278,3 mln nel 2024), un ebit di 25,6 mln (61,8 mln nel 2024) e utili per 19,1 mln (45,1 mln). Nonostante il peggioramento nei conti (più per mutati criteri di iscrizioni contabili che per reali problemi economico-finanziari), è rimasto nettamente il gruppo televisivo italiano a più alta marginalità, con un 7,6 per cento di rapporto utili/ricavi (era al 16,2 nel 2024) e un 10 per cento di indice ebit/ricavi (era al 22,2). Insomma, i canali televisivi in chiaro gestiti in Italia da Discovery rimangono a tutti gli effetti un ottimo affare, almeno per il momento. Per un business che Paramount-Skydance, se nel 2027 andrà in porto l’acquisizione di Warner Bros. Discovery, si ritroverà in casa e sul quale dovrà fare approfonditi ragionamenti prima di rinunciarvi a favore di un futuro fatto solo di piattaforme streaming e cinema.  

Il confronto con Rai, Sky, Mediaset e La 7

Ovviamente la dimensione di Discovery Italia resta piccola rispetto ai principali operatori televisivi attivi nel nostro Paese. La Rai ha chiuso un esercizio 2025 con 2,55 miliardi di euro di ricavi, Sky Italia, a quota 2,41 miliardi, e Mediaset Italia, con i suoi 2,09 miliardi. Ma la grandezza degli incassi non coincide con la marginalità dell’investimento. Su questo fronte, perlomeno finora, il peggiore investimento è stato quello in Sky, che da una ventina di anni accumula perdite: anche nel 2025 l’esercizio si è chiuso con quasi 176 milioni di rosso (in miglioramento sui -258 milioni del 2024). e un ebit negativo per oltre 222 milioni di euro (-241 mln nel 2024) a causa degli alti ammortamenti per le iniziative in ambito di telefonia mobile e internet. Anche la Rai chiude un esercizio 2025 in rosso (poi le cose le sistema a livello di gruppo coi dividendi di Rai way) con perdite per 21,2 milioni (erano di 47 milioni nel 2024) e un ebit negativo per quasi 148 milioni (-163 mln nel 2024). Mediaset Italia non presenta conti separati e relativi esclusivamente al business sulla Penisola: sono disponibili solo i ricavi italiani, vicini a 2,1 mld di euro, e l’ebit, pari a 61 milioni di euro (209 milioni nel 2024), per un rapporto ebit/ricavi del 2,9 per cento. 

Ecco chi ha guadagnato davvero in tv: i bilanci del 2025
L’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi (foto Ansa).

Sommando, invece, le operazioni di Mediaset in Italia, Spagna e Germania, allora i conti assumono tutt’altro aspetto, con ricavi 2025 pari a oltre quattro miliardi di euro, ebit superiore a 238 milioni e un risultato netto di 300 milioni. La7, come gruppo televisivo, ha perso centinaia di milioni di euro all’anno nell’era pre-Cairo. Ma anche da quando è stata acquistata dall’editore del Corriere della sera non ha certo mai brillato per la sua marginalità: pure nel 2025 chiude l’esercizio con ricavi per 143 milioni, un ebit modesto pari a 400 mila euro, e un risultato netto di 1,3 milioni di euro. Nulla di che, con indici di utili/ricavi pari allo 0,9 per cento e di ebit/ricavi dello 0,2. 

La nota di Palazzo Chigi alla Spagna: «Non accettiamo ultimatum, misure almeno fino al 15 agosto»

Il governo italiano ha risposto a quello spagnolo che, nel pomeriggio del 7 agosto, aveva lanciato un ultimatum intimando all’Italia di togliere, entro il 9 agosto, le limitazioni introdotte alle frontiere dopo la crisi migratoria di Ceuta. «L’Italia non accetta ultimatum o imposizioni dall’estero per ciò che riguarda la sicurezza nazionale ed il controllo delle frontiere. Non intendiamo in nessun caso rivedere la decisione di sospendere l’applicazione dell’accordo di Schengen per i cittadini di paesi terzi provenienti dalla Spagna, almeno fino al 15 agosto e comunque sino a quando non saranno completamente esclusi rischi di sicurezza e di terrorismo per l’Italia. In quella data, come annunciato dalle stesse autorità spagnole, è infatti attesa a Ceuta una nuova ondata migratoria», si legge in una nota di Palazzo Chigi.

«Allenteremo le misure solo quando saranno esclusi rischi di sicurezza e terrorismo»

E ancora: «Solo quando si avrà la certezza che non vi saranno rischi di sicurezza e di terrorismo per l’Italia, che non vi sia una nuova ondata, che non ci siano migranti irregolari diretti verso il territorio europeo, si potrà rivedere quanto già deciso. Questo senza pregiudizio nei confronti di un Paese amico come la Spagna, analogamente a decisioni simili adottate in passato dal governo italiano, ad esempio nei confronti della Slovenia, e da governi europei nei confronti dell’Italia e della stessa Spagna. Nel momento in cui tutte queste condizioni dovessero venire meno, l’Italia è pronta a continuare un confronto costruttivo con il governo di Madrid. Nel frattempo le autorità di frontiera italiane faranno di tutto per garantire la massima agibilità ai cittadini spagnoli ed europei che, è importante sottolinearlo, non sono interessati dal ripristino dei controlli ai confini aerei e marittimi». La Spagna aveva minacciato, in caso di mancato stop delle limitazioni, «misure proporzionate per tutelare gli interessi e la dignità dei suoi cittadini».

Morto il produttore William Orbit, famoso per la collaborazione con Madonna

È morto a 69 anni il produttore discografico William Orbit, famoso per collaborazione con Madonna nell’album del 1998 Ray of Light, disco elettronico considerato uno dei migliori nella carriera della regina del pop.

Gli originali arrangiamenti di Orbit segnarono un nuovo capitolo per Madonna (proveniente dal non eccezionale Bedtime Stories), che grazie a successi come la title track, Frozen e The Power of Goodbye vinse tre Grammy Award. Il decesso è avvenuto il 23 luglio, ma è stato annunciato solo oggi dalla famiglia.

Desiderosa di non ripetersi, Madonna per il successivo album Music scelse Mirwais come produttore principale, pur mantenendo per tre brani la collaborazione con Orbit. Quest’ultimo produsse anche due singoli di successo di Madonna destinati a colonne sonore: Beautiful Stranger per Austin Powers – La spia che ci provava e la cover di American Pie di Don McLean, tratta dal film Sai che c’è di nuovo? (di cui l’artista fu anche protagonista). Orbit tornò a collaborare con Miss Ciccone per l’album MDNA del 2012, co-producendone sei brani.

Morto il produttore William Orbit, famoso per la collaborazione con Madonna
William Orbit (Facebook).

Le altre collaborazioni di Orbit

Nel corso della carriera Orbit ha lavorato anche ad altri dischi di successo come lo sperimentale 13 dei Blur, quello di Tender & Coffee & TV, e Pure Shores delle All Saints, che arrivò al numero 1 nel Regno Unito). Come pezzi singoli, Orbit ha inoltre collaborato con Britney Spears, Ricky Martin, Kraftwerk, Beck, Melanie C, Robbie Williams, Chris Brown, Pink, No Doubt e U2.

Morto il produttore William Orbit, famoso per la collaborazione con Madonna
William Orbit (Facebook).

Cosa prevede il patto di difesa tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan

Turchia, Arabia Saudita e Pakistan hanno siglato a Gedda un patto di difesa che, sul modello dell’articolo 5 della Nato, «intende rafforzare la deterrenza collettiva contro ogni forma di aggressione e prevede che qualunque attacco armato contro qualunque dei tre Stati sarà considerato come un attacco a tutti loro». Il “patto della Mecca”, questo il nome informale dell’accordo, è stato firmato da presidente turco Recep Tayyip Erdogan, dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e dal primo ministro pachistano Shehbaz Sharif.

L’accordo nel contesto di forti tensioni regionali

Il patto di difesa vincola le tre potenze a maggioranza sunnita in un momento di crescita di guerre e tensioni militari in Medio Oriente, in cui si inseriscono gli ultimi attacchi condotti dagli Houthi (foraggiati dall’Iran) in Arabia Saudita, che sostiene il governo dello Yemen e che di recente ha affiancato gli Stati Uniti nei raid contro la Repubblica Islamica. Una fonte vicina all’esercito di Riad ha dichiarato che la coalizione a guida saudita «non rimarrà a guardare» mentre gli Houthi intensificano i loro attacchi contro le truppe dell’esercito regolare yemenita. Il Pakistan, assieme al Qatar, ha cercato di mediare gli sforzi per porre fine alla guerra tra Usa e Iran. Quanto alla Turchia, Ankara ha svolto un ruolo diplomatico cruciale nei negoziati per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza.

Il patto resta aperto anche ad altri Paesi dell’area

Secondo il comunicato ufficiale, l’accordo è ispirato da «legami storici di lunga data, solidi vincoli di fratellanza e solidarietà islamica, interessi strategici condivisi e una cooperazione di lunga data in materia di difesa». Fonti di Ankara hanno tenuto a chiarire che l’accordo ha natura difensiva, non è diretto contro alcun attore specifico e non interferisce con altri patti (la Turchia fa parte della Nato). Il patto, inoltre, rimane aperto ad altri Paesi della regione che desiderino aderire. Al momento non è previsto l’ingresso di altri Stati nel patto, ma una fonte di Al Jazeera ha parlato dell’interesse di Egitto e Qatar.

L’Iran minaccia l’Arabia: «Il patto non vi mette al sicuro»

L’Iran ha chiarito che l’intesa con Pakistan e Turchia non metterà l’Arabia Saudita al sicuro: «Devono sapere che un accordo sulla carta non garantisce loro sicurezza, così come non l’hanno portata anni di sostegno unilaterale agli americani», ha scritto su X Ebrahim Rezaei, portavoce della commissione parlamentare iraniana per la Sicurezza nazionale e la Politica estera: «Correggete le vostre politiche, così non avrete bisogno di elemosinare sicurezza dagli altri».

Cairo, il Corriere e l’arte di trasformare il nulla in un prodotto premium

Da mercoledì 5 agosto il Corriere della Sera costa 20 centesimi in più. Da 1,50 passa a 1,70 euro. Poco più di un caffè, purché lo si beva in piedi. Ma, a differenza dell’espresso, il giornale dura molto di più, anche quando lo si sfoglia distrattamente. 

Il Corriere è un successo industriale prima che giornalistico

Qualcuno potrebbe obiettare che l’aumento è eccessivo per un quotidiano che, a giorni alterni, riesce nell’impresa di celebrare il suo editore Urbano Cairo contemporaneamente nelle pagine di politica, economia, sport e spettacoli. Viene in mente la battuta di Enzo Biagi su Berlusconi, di cui peraltro Cairo è stato il giovane assistente: «Se avesse avuto le tette, avrebbe fatto anche l’annunciatrice». Naturalmente si scherza. Perché il sistema Corriere – carta, sito, podcast, newsletter, video e tutto ciò che oggi si definisce con l’elegante espressione di brand extension – per ampiezza dell’offerta quei 1,70 euro li vale tutti. La questione interessante però è un’altra. Che cos’è diventato il Corriere della Sera dopo 10 anni di gestione Cairo? La risposta è semplice: il giornale più forte d’Italia. Ha doppiato stabilmente Repubblica nelle vendite, ha costruito un ecosistema editoriale che macina di continuo contenuti on e off, domina l’informazione generalista e rappresenta il punto di riferimento del mercato. Un successo industriale prima ancora che giornalistico. 

Cairo, il Corriere e l’arte di trasformare il nulla in un prodotto premium
L’editoriale di Luciano Fontana sull’aumento del prezzo del quotidiano (5 agosto).

La metamorfosi del format intervista

Ed è proprio qui che nasce il paradosso. Per vincere, il Corriere ha progressivamente abbassato l’asticella di una parte consistente della propria offerta. Non tutta, naturalmente, ma abbastanza da trasformare l’eccezione in metodo. Il giornale che una volta selezionava temi e personaggi oggi ha preso a inseguirli. E quando non li trova abbastanza interessanti li promuove a dignità di pagina. Lo ha fatto trasformando un genere fin troppo frequentato, l’intervista, in un format. Non importa più che l’intervistato abbia qualcosa da raccontare: basta che sia vagamente riconoscibile, o che conosca qualcuno che riconoscibile lo è. E allora ecco la truccatrice che ricorda come profumava Monica Bellucci, il bidello che racconta le imprese di Sinner da bambino, l’attricetta convinta che il sorriso ricevuto da Brad Pitt al ristorante potesse essere il segnale di una possibile storia però mai consumata, il piccolo imprenditore che misura il proprio successo raccontando che il tender di Jeff Bezos era ormeggiato due pontili più in là del suo, l’influencer che spiega come una frase di Vasco Rossi le abbia cambiato la vita. Il tutto senza che nessuno riesca a capire perché il lettore dovrebbe esserne informato. Non sono episodi isolati, sono un vero e proprio genere editoriale

L’intuizione di Fontana? Prendere sul serio la superficialità

Dietro questa trasformazione c’è la mano di Luciano Fontana, che si avvia a diventare il direttore più longevo nella storia del Corriere. Un primato cui è arrivato senza mai dare l’impressione di volerlo conquistare. Parla poco, appare ancora meno e, quando lo fa, sembra chiedere scusa di essere lì. È un understatement quasi monastico, il travestimento perfetto. Dietro quell’aria dimessa, però, il giornale cambia pelle con una continuità che nessun suo predecessore ha saputo imprimergli. La sua intuizione è stata semplice: prendere sul serio la superficialità. Capire che il chiacchiericcio televisivo, il rumore continuo dei social, le confessioni senza notizia, i racconti di seconda mano e le vite riflesse dei personaggi minori non sono insignificanti frattaglie del nostro tempo, ma il nostro tempo

Cairo, il Corriere e l’arte di trasformare il nulla in un prodotto premium
Luciano Fontana (Imagoeconomica).

Quella sottile perfidia editoriale

C’è però un dettaglio che colpisce più di ogni altro. Una sottile perfidia editoriale. Quelle paginate di interviste sembrano costruite non tanto per valorizzare i protagonisti, quanto per lasciarli parlare abbastanza a lungo da rivelare, quasi sempre inconsapevolmente, la loro irrilevanza. Fontana li espone e lascia parlare finché non sono loro stessi a smarrire il senso del ridicolo. E sa trasformarsi, con ammirevole spontaneità, nella caricatura della società che pretendono di rappresentare. È un giornalismo che mostra, non giudica. Ed è proprio per questo che riesce a essere ancora più feroce. 

Il quotidiano non ha abbassato il livello, ma la soglia d’accesso

Il Corriere non rincorre più i social, li ha ormai interiorizzati. La notorietà sostituisce la notizia, la presenza vale più dell’interesse. L’importante non è avere qualcosa da dire, ma occupare lo spazio disponibile. In questo senso il quotidiano di via Solferino non ha abbassato il livello ma la soglia d’accesso, decidendo che tutto può diventare racconto. Dall’analisi geopolitica alla dieta del personaggio televisivo, dal saggio sull’intelligenza artificiale al ricordo dell’attore di terza fila che 40 anni fa prese un ascensore con Alain Delon. Tutto convive, e tutto pesa uguale. Repubblica, nel frattempo, continua a fare i conti con la propria storia, cercando di alleggerire un bagaglio ideologico di cui non riesce del tutto a liberarsi. Cinque direttori in quattro anni raccontano più di qualsiasi analisi. Il Corriere, invece, il problema lo ha risolto alla radice. Ha rinunciato a difendere un’identità riconoscibile per trasformarsi nella piattaforma dove ogni profilo trova cittadinanza. Non è opportunismo, è una lucidissima scelta industriale. Ed è probabilmente il motivo per cui funziona così bene. 

Cairo, il Corriere e l’arte di trasformare il nulla in un prodotto premium
Urbano Cairo (Imagoeconomica).

L’autorevolezza oggi sta nel dare dignità editoriale a ciò che non ne ha

Alla fine, quei 20 centesimi in più sono qualcosa che va oltre un semplice aumento di prezzo. Raccontano di un giornale che continua a vendere autorevolezza mentre distribuisce, con impeccabile professionalità, una quantità crescente di irrilevanza. È un’operazione editoriale di rara intelligenza: trasformare il nulla in un prodotto premium. Quei 20 centesimi in più, in fondo, non servono a comprare un quotidiano migliore. Servono a certificare che il mercato premia chi ha capito prima degli altri che oggi l’autorevolezza non consiste più nel selezionare ciò che conta, ma nel dare dignità editoriale a ciò che conta sempre meno. 

Legge elettorale, intesa nel centrodestra su preferenze e alternanza di genere

Il vertice di maggioranza nella sede di Fratelli d’Italia in via della Scrofa a Roma, a cui hanno preso parte gli sherpa dei partiti di governo, ha portato alla fumata bianca: il centrodestra presenterà dunque anche al Senato l’emendamento alla legge elettorale sottoposto alla Camera per l’introduzione delle preferenze con una sola modifica per rafforzare maggiormente l’alternanza di genere. A metà luglio Montecitorio aveva bocciato con 187 voti a favore e 188 contrari (a scrutinio segreto) l’emendamento sulle preferenze nella legge elettorale, sottoscritto da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Unione di Centro e solamente appoggiato – in extremis ed evidentemente solo a parole – da Lega e Forza Italia.

Il campo largo con Pd e M5s ha ancora senso di esistere?

Rilancia, strappa, ricuce. Riparte daccapo: rilancia, strappa, ricuce. È americano? È forse il presidente degli Stati Uniti? Ma no, è Giuseppe Conte, che dopo le sue improvvide parole sull’Ucraina, con le quali ha rischiato e rischia tuttora di spaccare il campo largo, è andato a pranzo con Elly Schlein.

Il campo largo con Pd e M5s ha ancora senso di esistere?
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Al Pd e al M5s manca una visione del mondo condivisa

Il copione lo conosciamo: attacca, attacca, attacca, secondo le regole di The Apprentice, poi rallenta prima di cadere nel dirupo. C’è però un problema sostanziale: la politica estera per una coalizione non è negoziabile. O si è d’accordo o non si può andare d’accordo. È una precondizione per poter sviluppare un progetto, un programma, persino per poter fare delle primarie e duellare. Perché ci si sfida a partire da una visione del mondo condivisa. Dunque fra sostenere l’Ucraina e non sostenere l’Ucraina c’è tutto un mondo di differenza; una coalizione può esistere e può non esistere. Poi possono arrivare tutti i Dario Franceschini – già teorico della “casa comune” con i cinque stelle – di questo mondo a riportare ordine e disciplina democristiana.

Il campo largo con Pd e M5s ha ancora senso di esistere?
Dario Franceschini con Elly Schlein (Imagoeconomica).

Il problema resta, perché Conte fa del no al sostegno militare all’Ucraina un valore non negoziabile. È la sua operazione politica speciale sul Pd in vista delle future primarie. Magari Kyiv è solo un pretesto per la sfida finale sul campo largo e tornare così a Palazzo Chigi da capo del sinistra-centro. Conte sa di avere un vantaggio rispetto alla settaria Schlein, che è la sua trasversalità. Il leader del M5s sa come modulare il proprio messaggio, d’altronde è uno che ha governato con la Lega e poi con il Pd senza soluzione di continuità. Sa rendersi riconoscibile insomma. Sulla sicurezza dice cose che agitano il Pd, sulla politica estera uguale. Non basterà l’accordo sul salario minimo o sulle liste d’attesa nella sanità per creare le precondizioni di un’alleanza politica alle elezioni del 2027. 

Il campo largo con Pd e M5s ha ancora senso di esistere?
Elly Schlein e Giuseppe Conte (Ansa).

Il pranzo di Conte e Schlein ha solo contenuto i danni

Dunque c’è da immaginarsi che il pranzo Conte-Schlein avrà provvisoriamente contenuto i danni ma non sarà stato risolutivo. Conte continuerà a sostenere sull’Ucraina quello che ha detto fin qui, nella consapevolezza di poter spingere l’asticella più in alto senza preoccuparsi troppo delle conseguenze. Il Pd in questi anni d’altronde gli ha concesso quasi tutto. L’ex presidente del Consiglio si muove già da leader della coalizione, anche quando rinfresca i suoi dubbi – che per qualcuno come Chiara Appendino sono certezze – sull’eventualità di una presenza di Matteo Renzi nella coalizione del campo largo. Anche quando distribuisce patenti di pacifismo agli alleati. Anche quando stabilisce le regole del gioco in vista delle primarie: viene prima il programma o la scelta del capo? E via così.

Il campo largo con Pd e M5s ha ancora senso di esistere?
Chiara Appendino (Imagoeconomica).

Il progetto viene prima del programma e pure prima delle primarie

Il campo largo in questi anni ha giustamente sottolineato le linee di frattura del destra-centro, l’incompatibilità fra Lega e Forza Italia (sempre su Russia e Ucraina peraltro), ma la coalizione guidata da Giorgia Meloni si è fatta trovare tutto sommato pronta in Parlamento per quattro anni. Solo l’eventuale ingresso di Roberto Vannacci – tutt’altro che scontato – trasformerebbe il destra-centro in una compagine più litigiosa di ora, pronta a dividersi sui valori non negoziabili. Il centrosinistra, per ora all’opposizione, non ha l’onere del governo – che appiana molte incomprensioni – ma potrebbe anche scoprire di non avere un progetto condiviso. Il progetto viene prima del programma, prima anche delle primarie. Insomma, in che cosa crede il centrosinistra, posto che creda in qualcosa? 

Intesa Sanpaolo, Neva Sgr investe in Straiker

Neva Sgr, società di venture capital del Gruppo Intesa Sanpaolo controllata al 100 per cento da Intesa Sanpaolo Innovation center, ha investito con il proprio Fondo Neva II in Straiker, società statunitense che sviluppa soluzioni AI-native per l’adozione sicura dell’Agentic AI da parte delle aziende. Neva Sgr ha partecipato al round di raccolta di capitali Series A da 64 milioni di dollari dell’azienda, co-investendo al fianco di primari fondi internazionali. L’operazione porta a 85 milioni di dollari il capitale complessivamente raccolto dalla società con sede in California.

Gli ambiti di intervento di Straiker

Straiker ha realizzato una piattaforma che consente alle aziende di individuare, testare e proteggere gli agenti di intelligenza artificiale, sistemi software avanzati che, ricevuto un obiettivo, pianificano e operano in autonomia. Le grandi opportunità derivanti dall’impiego degli agenti AI si accompagnano a nuovi rischi, non previsti e quindi non gestibili dai sistemi di controllo concepiti per i software tradizionali. Più gli agenti diventano utili e complessi per un’azienda, più possono diventare pericolosi, poiché ampliano la superficie attaccabile in modi che le soluzioni di ieri faticano a gestire. La piattaforma di Straiker colma questa lacuna fornendo le misure di sicurezza di cui le aziende hanno bisogno per implementare gli agenti AI in ambiente di test e di produzione con sicurezza e affidabilità. In meno di due anni dal lancio, Straiker è divenuta partner di laboratori all’avanguardia nel campo dell’AI e di alcune tra le maggiori aziende mondiali per fatturato inserite nella classifica Fortune 500, aiutando a portare in produzione, con pieno controllo, agenti IA sviluppati internamente o da terze parti.

Shah: «Così estendiamo la protezione degli agenti AI»

Queste le dichiarazioni di Ankur Shah, ceo e cofondatore di Straiker: «Garantire la sicurezza degli agenti di intelligenza artificiale è uno dei problemi più difficili e urgenti nel campo della sicurezza odierna. Alcune delle più grandi aziende al mondo si affidano già a noi per individuare, testare e proteggere gli agenti AI che stanno mettendo in produzione. Avere alle spalle partner come Neva Sgr e il Gruppo Intesa Sanpaolo ci permette di estendere tale protezione a un numero maggiore di imprese in tutto il mondo».

Costantini: «Trasformazione digitale non solo potente ma anche sicura»

Gli ha fatto eco Mario Costantini, amministratore delegato e direttore generale di Neva Sgr: «Straiker ha risposto con efficacia a una sfida dei nostri tempi, quella di proteggere l’adozione dell’Agentic AI, raccogliendo la fiducia di numerosi clienti e investitori. Questa è esattamente la tipologia di azienda che intendiamo sostenere con i nostri fondi, capace di sviluppare una tecnologia che rende la trasformazione digitale non solo potente, ma anche sicura».

La campagna di ResQ per riprendere le attività di soccorso nel Mediterraneo

I gravi danni causati dal ciclone Harry in Sicilia a inizio anno hanno reso inutilizzabile la nave dell’organizzazione umanitaria ResQ – People Saving People, costringendo l’ong a interrompere le proprie missioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Per riprendere le sue importante attività (da 2021 ha salvato 496 persone), ResQ ha lanciato la campagna “Insieme torniamo in mare“, volta a raccogliere fondi per una nuova imbarcazione.

La campagna di ResQ per riprendere le attività di soccorso nel Mediterraneo
La nave dell’organizzazione umanitaria ResQ – People Saving People.

La raccolta fondi e la social challenge

La campagna si sviluppa attraverso una serie di iniziative, tra cui una raccolta fondi e la social challenge “Mille barchette, una nave”, che invita i sostenitori di ResQ a postare sui social un video in cui viene realizzata – appunto – una barchetta di carta. Diversi i volti noti della cultura e dello spettacolo che hanno già scelto di sostenere la campagna: da Gad Lerner a Paolo Fresu, fino Stefania Rocca, Alessandro Bergonzoni e Ferdinando Vicentini Orgnani.

L’asta solidale con gli oggetti della ResQ People

La raccolta fondi è stata affiancata anche da un’asta solidale sulla piattaforma online Charity Stars, che ha messo in vendita oggetti simbolici appartenuti alla nave ResQ People e strumenti di bordo utilizzati durante le missioni di ricerca e soccorso: dai salvagenti alla bussola, dalle carte nautiche al termometro di bordo, dall’amperometro fino ai manometri della sala macchine. Alcuni di questi oggetti sono stati montati su supporti in legno recuperato dai barconi naufragati sulle coste siciliane, lavorato dalla cooperativa sociale Rò La Formichina (Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII).

La campagna di ResQ per riprendere le attività di soccorso nel Mediterraneo
Soccorso in mare da parte di ResQ.

Il presidente: «Abbiamo perso un’imbarcazione, non la ragione per cui l’avevamo messa in mare»

«ResQ è nata dalla convinzione che salvare una vita non sia una scelta politica, ma un dovere umano e un obbligo sancito dal diritto del mare. Per questo, nel 2020, abbiamo deciso di fare la nostra parte: mettere in mare una nave della società civile per soccorrere chi è in pericolo e testimoniare ciò che accade lungo una delle frontiere più drammatiche del nostro tempo. Oggi quella nave non c’è più. Il ciclone Harry l’ha distrutta, ma non ha cancellato la responsabilità che sentiamo verso le persone che continuano ad attraversare il Mediterraneo rischiando la vita», ha dichiarato Luciano Scalettari, cofondatore e presidente di ResQ – People Saving People. «Abbiamo perso un’imbarcazione, non la ragione per cui l’avevamo messa in mare. Ogni giorno in cui ResQ non è presente nel Mediterraneo è un giorno in cui manca una presenza civile capace di soccorrere, testimoniare e affermare un principio semplice: nessuna persona dovrebbe morire perché non ha trovato qualcuno disposto a tenderle una mano. Per questo lanciamo la campagna “Insieme, torniamo in mare”. Chiediamo a tutti di aiutarci a ripartire, perché nel Mediterraneo anche poche ore, talvolta pochi minuti, possono fare la differenza tra un salvataggio e una strage e noi vogliamo tornare al più presto a fare la differenza».

Poste Italiane e Ipzs perfezionano l’acquisizione di PagoPa

L’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato (Ipzs) e Poste Italiane hanno perfezionato l’acquisizione del capitale sociale di PagoPa, rispettivamente con il 51 per cento e il 49 per cento delle quote. Lo hanno reso noto le due aziende con una nota: negli scorsi giorni l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato aveva deliberato di autorizzare l’acquisizione e di non procedere all’avvio della relativa istruttoria. L’operazione era stata annunciata il 19 dicembre, giorno in cui le due società avevano accettato l’offerta ricevuta dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, esercitando l’opzione di acquisto.

All’Ipzs il controllo esclusivo su PagoPA

Il corrispettivo complessivo per l’acquisto delle partecipazioni è pari a un importo massimo di circa 500 milioni di euro, composto da una componente fissa e da alcune componenti differite e variabili. Sarà l’Ipzs, socio di maggioranza, ad esercitare il controllo esclusivo su PagoPA, che gestisce l’omonimo sistema dei pagamenti a favore delle pubbliche amministrazioni e dei gestori di pubblici servizi in Italia.

Zola nuovo coordinatore per i progetti giovanili del Club Italia

Da calciatore aveva indossato per 35 volte la maglia della Nazionale, segnando 10 gol. A distanza di tanti anni, Gianfranco Zola torna a vestire l’Azzurro ed entra nel Club Italia con il ruolo di coordinatore dei progetti delle attività giovanili. Lo ha annunciato la Figc: riempita così un’altra casella del nuovo corso targato Giovanni Malagò, che ha già visto le nomine di Roberto Mancini come ct e quella di Claudio Ranieri come direttore tecnico, a sua volta in sostituzione di Paolo Maldini.

Zola lavorerà assieme al coordinatore tecnico Viscidi

«Ringrazio il presidente Malagò per avere pensato a me in questo ruolo, a dimostrazione della bontà del progetto portato avanti in Lega Pro con la struttura interna, con i club e con la governance di cui faccio parte. Mi metto a disposizione del movimento azzurro con soddisfazione, slancio e senso del dovere, rivolto soprattutto allo sviluppo e alla crescita dei nuovi talenti italiani», ha dichiarato Zola, che da vicepresidente della Lega Pro è stato artefice della riforma che porta il suo nome e che ha stimolato l’impiego di giovani calciatori in Serie C. Zola lavorerà assieme al coordinatore tecnico Maurizio Viscidi. «Il suo carisma, la sua preparazione e il suo impegno verso i giovani mostrato in questi anni in Lega Pro rappresentano la base migliore per costruire il nostro futuro», ha dichiarato Malagò. «Lo ringrazio perché ha accettato con entusiasmo, disponibilità e responsabilità. Con Ranieri, Mancini e Zola vogliamo costruire una nuova prospettiva per il calcio italiano». Malagò ha spiegato all’Ansa di aver condiviso la scelta di Zola con Ranieri e anche con Matteo Marani, numero uno della Lega Pro, di cui l’ex fantasista di Parma e Chelsea continuerà a essere vicepresidente vicario.

Gian Luca Farinelli nuovo direttore artistico dei David di Donatello

Gian Luca Farinelli è il nuovo direttore artistico della fondazione Accademia del cinema italiano – Premi David di Donatello. La nomina è stata approvata dal cda della fondazione presieduto da Silvia Calandrelli e composto dai Consiglieri Francesco Giambrone, presidente Agis, Alessandro Usai, presidente Anica, Giorgio Carlo Brugnoni, direttore generale Cinema e Audiovisivo del ministero della Cultura e Salvatore Nastasi, presidente Siae. A partire dal 5 agosto 2026, inoltre, la Siae diventa socio fondatore aderente della fondazione.

Farinelli: «Il cinema italiano merita di essere valorizzato»

«Ringrazio la presidente Silvia Calandrelli e tutto il consiglio di amministrazione della fondazione Accademia del cinema italiano», ha dichiarato Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna, fra i maggiori esperti di restauro cinematografico, saggista e docente. «La loro fiducia mi rende particolarmente orgoglioso. Assumo questo incarico con senso di responsabilità ma anche con entusiasmo. Il cinema italiano ha una storia unica e, al tempo stesso, un presente che merita di essere valorizzato. Lo faremo dando voce a tutte le diverse professionalità, sensibilità e anime, cercando di far emergere il meglio dell’intera filiera».

Vannacci a Montecitorio, le assunzioni di Valditara e altre pillole del giorno

È il giorno di Roberto Vannacci: il 5 agosto, nel pomeriggio, il leader di Futuro Nazionale sbarca a Montecitorio per parlare di migranti, sicurezza dei confini, approvvigionamenti e costi dell’energia.

Vannacci a Montecitorio, le assunzioni di Valditara e altre pillole del giorno
La locandina della conferenza stampa di Roberto Vannacci a Montecitorio.

È però probabile che la conferenza stampa “Immigrazione e crisi energetica, la visione di Vannacci per l’Italia” si trasformi in un dibattito più acceso sullo scostamento di bilancio e sulle spese per la Difesa, in particolare sul Safe su cui era inciampato qualche giorno fa Antonio Tajani. In Aula infatti i deputati vannacciani hanno contestato arditamente sia il piano sulla clausola di salvaguardia illustrato da Giancarlo Giorgetti sia il fondo europeo per le spese militari. «Il Safe è un cappio al collo nei confronti dell’Italia», ha gridato il futurista Edoardo Ziello brandendo un cappio (più una fune da barca, a essere sinceri).

E, poi, l’affondo sulla clausola di salvaguardia: «Noi pensiamo a un governo che si era insediato con l’auspicio di combattere i poteri forti e di non farsi contaminare dalla burocrazia di Bruxelles di fatto ha tradito quegli impegni», ha dichiarato l’ex leghista. «Voteremo in modo contrario alla risoluzione della maggioranza che chiede l’accesso alla clausola di salvaguardia e, quindi, anche al Safe». 

Vannacci a Montecitorio, le assunzioni di Valditara e altre pillole del giorno
I vannacciani in Aula a Montecitorio.

Con Futuro Nazionale, il cappio è così è riapparso tra i banchi di Montecitorio dopo 30 anni. Era il 16 marzo del 1993, quando il leghista Luca Leoni Orsenigo (ah, la matrice) lo sventolò durante il voto del “decreto Conso”, il cosiddetto ‘colpo di spugna’ per i presunti corrotti, in piena Tangentopoli. Una cosa è certa: a Giorgia Meloni oggi pomeriggio fischieranno le orecchie.

Vannacci a Montecitorio, le assunzioni di Valditara e altre pillole del giorno
Luca Leoni Orsenigo col cappio alla Camera nel 1993.

Le assunzioni di Valditara

«Con questi numeri, se ci saranno le preferenze il nostro Giuseppe Valditara rischia di essere il più votato», scherzano i leghisti. Già, perché le assunzioni decise dal governo riguardano l’immissione in ruolo di 346 dirigenti scolastici, 46.642 docenti – di cui quasi 11 mila di sostegno, 79 unità di personale educativo, 2.628 insegnanti di religione cattolica e 12.284 unità di personale amministrativo, tecnico e ausiliario (ATA). Numeri che potrebbero portare la popolarità di Valditara a punteggi record. Che poi tra i ministri è tra i più «invisibili», dicono alcuni suoi colleghi, che in verità gli invidiano uno staff capace di coprire tutte (o quasi) le notizie potenzialmente negative. Una grancassa mediatica che porta consenso, quasi come le assunzioni in vista nel settore della scuola.

Vannacci a Montecitorio, le assunzioni di Valditara e altre pillole del giorno
Giuseppoe Valditara (Imagoeconomica).

Un agosto da Leone

A Papa Leone XIV la villa pontificia di Castel Gandolfo piace, eccome. Tanto da tornarci pure nel mese di agosto. Si dice che il pontefice non abbia gradito la visione di piazza San Pietro praticamente vuota, assolatissima, all’Angelus di domenica scorsa. Quindi, meglio stare ai Castelli Romani, dove bastano un centinaio di fedeli sotto il balconcino per avere l’impressione di un “bagno di folla”. Prevost lascerà Castel Gandolfo il 6 agosto, festa della Trasfigurazione del Signore, per presiedere ad Assisi la messa nella basilica papale di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola per i partecipanti all’incontro “Go! Franciscan Youth Meeting”. Il 15 agosto, Assunzione della beata Vergine Maria, celebrerà invece la messa nella parrocchia pontificia di San Tommaso da Villanova, sempre a Castel Gandolfo. Quindi il 22 agosto Leone XIV sarà in visita pastorale a Rimini, dove si tiene il tradizionale Meeting di Comunione e Liberazione, per presiedere la messa al porto. Il calendario del mese si chiude il 29 agosto con la messa e la processione nella chiesa di Maria Santissima del lago. E poi, a Dio piacendo, si torna a Roma.

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Papa Leone a Castel Gandolfo.

Il party di Setta

Restando in Puglia è tutto pronto per il compleanno numero 62 di Monica Setta. Ancora una volta il party della giornalista brindisina si terrà alla Masseria Torre Maizza a Savelletri di Fasano. Il programma parte al tramonto con un aperitivo tra gli ulivi, seguito da una cena placée per una quarantina di ospiti super selezionati, come assicura il comunicato stampa. La lista è ovviamente top secret, ma tra i pochi nomi trapelati ci sono quelli «dell’ad di Sistemi Urbani del Gruppo FS, Matteo Colamussi, l’imprenditore Marco Di Venuto, inserito da Forbes tra i 100 giovani più promettenti, il past president di Confindustria Brindisi Gabriele Menotti Lippolis, l’industriale salentino Fernando Nazaro, esponente di Confindustria Puglia, il segretario generale di First Cisl Riccardo Colombani e alcune delle più care amiche della festeggiata, tra cui la direttrice del Museo di Brindisi Anna Cinti, l’architetta Isabella Altamura e gli storici amici Stefania Rengo ed Enzo Visentin». Grande attesa, si ricorda, per il super ospite a sorpresa.