Capitalismo e lavoro: per il Partito Capibara un altro mondo è possibile
«È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». La massima è del critico statunitense Fredric Jameson, noto per le sue analisi sul postmoderno come espressione della cultura sotto la pressione del tardo-capitalismo. Ma a renderla famosa è stato il filosofo e sociologo inglese Mark Fisher, la cui opera eccentrica ma di straordinario valore è riassunta nel saggio Realismo capitalista, del 2009. Mark Fisher è scomparso prematuramente e in modo tragico nel 2017, ma il suo lascito intellettuale è ancora oggi carico di suggestioni sull’estrema fatica che il pensiero contemporaneo fa nel concepire un’alternativa al sistema economico dominante. L’idea che il sistema attuale sia l’unico possibile è ormai radicata nell’inconscio collettivo. Cambiare modello di vita e di sviluppo economico sembra infatti un pensiero impossibile da attuare, anche quando – come stiamo vedendo in questi giorni – la crisi climatica sta generando disastri epocali.

L’accelerazionismo di destra che ispira i broligarchi
La rimozione del “problema climatico” ha sicuramente a che fare con la “ritirata” dalle agende dei principali media internazionali delle tematiche ambientali, ha sottolineato Naomi Klein su The Guardian, osservando come Trump, tecno-oligarchi e aziende big del fossile siano impegnatissimi nell’alimentare questo tipo di negazionismo. Tuttavia, tornando a Mark Fisher, la sua opera si colloca nell’ambito dell’accelerazionismo di sinistra, dato che ne esiste uno di destra. Il primo vede nello sviluppo tecnologico accelerato lo strumento per superare il capitalismo, dall’interno e in modo pacifico, mettendo la tecnologia a servizio dell’emancipazione umana. L’accelerazionismo di destra invece ha il suo teorico nel filosofo inglese Nick Land, pensatore pericoloso che ispira i turbocapitalisti della Silicon Valley: Musk, Thiel e compagnia varia di broligarchi. I potenti avanzamenti tecnologici – secondo questo movimento neoreazionario che è una costellazione di blog, manifesti e thread anonimi – devono servire alla costruzione sull’intero pianeta di migliaia di città-stato o micronazioni, governate da un ceo, come un’azienda, e un consiglio di amministrazione anziché da un’assemblea elettiva. Per questa banda di fuori di testa, che sono però una minaccia reale per il potere economico che detengono, nel tecno-mondo prossimo futuro non c’è più posto per la democrazia e la partecipazione civica.

Perché chi non lavora non dovrebbe mangiare?
Entrambe le concezioni accelerazioniste, confidenti in una tecnologia che può, quasi da sola, risolvere ogni problema, sono perturbanti. Tuttavia l’immagine e la proiezione di una società che, liberata dal lavoro, può dedicarsi a piaceri e passioni risulta di gran lunga preferibile. E qui, accanto al marxiano «a ognuno secondo i suoi bisogni», si deve anche ricordare la previsione che fece uno dei padri del liberalismo economico, John Maynard Keynes, quasi un secolo fa, nella sua lettera ai nipoti. «Fra cent’anni», scrisse nel 1929, mentre il mondo occidentale era alle prese con la Grande Depressione, «le persone lavoreranno 15 ore… ma alla settimana». Naturalmente ognuno di noi può fare i conti con quella previsione, però è indubbio che per effetto di automazione e IA il lavoro umano presto sarà un lusso piuttosto che un diritto. Con buona pace di chi continua a coltivare l’idea che il sudore della fronte debba essere la condizione irrinunciabile per ricevere un salario. Chi non lavora non deve mangiare, raccomanda ora il generale in pensione Roberto Vannacci, e nemmeno fare l’amore come cantava decenni fa Adriano Celentano.

La rivoluzione del Partito Capibara
Ci si può mettere a ridere, restando però preoccupati e cogliendo il valore utilmente provocatorio delle fondamentali domande poste da Mark Fisher. È possibile cambiare l’attuale modello di sviluppo economico? È realistico immaginare un capitalismo diverso non orientato al profitto di pochi ma al benessere di tutti? I due quesiti hanno una forte carica utopica che ora ha assunto la forma di un partito politico con un programma di governo decisamente eversivo, ma gioiosamente non violento. Si tratta del Partito Capibara della cui scoperta sono debitore al tecno-filosofo Simone Puorto, autore del pamphlet We are the glitch (Siamo noi il problema, Flaccovio editore), dove racconta come la società digitale debba essere governata con ma ancor più vocazione e sentimento umanitario.

L’obiettivo è rompere l’incantesimo dell’invevitabile
«Siamo un’idea che irrompe nella realtà»: così si presenta il Partito Capibara, dichiarandosi parte di un movimento che si impegna a trasformare l’attuale modello di società, partendo dall’assunto che ciò che viene raccontato come impossibile è, in realtà, già praticabile. Il Partito Capibara, ispirandosi alle idee di Mark Fisher, nasce per rompere l’incantesimo dell’inevitabile. «Agiamo come un dispositivo memetico e politico insieme. Il nostro obiettivo è alterare l’immaginario collettivo. Vogliamo incrinare la credenza profonda secondo cui la scarsità sarebbe inevitabile e il lavoro una necessità biologica».
I tre pilastri del programma
Non so voi, io però trovo molto godibili parecchi punti di un programma che si propone di costruire una «società fondata sulla gratuità dei bisogni fondamentali, un futuro postlavorista, una vita bella da godere». E che poggia su tre pilastri. Primo: lavorare meno, godere di più, passando dalle attuali 40 ore settimanali a 24, il 40 per cento di lavoro in meno, per aumentare il godimento della vita. «Lavorare meno», sottolineano, «non è solo il nostro grande desiderio comune: è la grande rivendicazione del XXI secolo». Secondo: gratuità dei bisogni fondamentali (cibo, trasporti, sanità). Il capitalismo trasforma i bisogni dell’esistenza in merci da pagare. Il gratuitismo li trasforma in diritti garantiti incondizionatamente. «Viviamo nel massimo livello di abbondanza materiale della storia. Eppure ogni esistenza nasce già in debito. Ogni giorno bisogna pagare per restare viva». Terzo: reddito universale e automazione. «Se i robot ci rubano il lavoro, lasciamoli fare. Che lavori l’automazione, noi vogliamo godere della vita». Il reddito universale (UBI) non è un bonus temporaneo, non è carità, non è una misura per poveri. È un diritto economico riconosciuto alla persona in quanto parte della comunità.
È più folle l’idea Capibara o spendere quasi 3 mila miliardi di dollari in armi?
Resta d’aggiungere che sicuramente il Partito Capibara può essere definito una nave di folli e il suo programma un libro dei sogni. A patto però di convenire che è più folle e disumano un mondo che anziché investire nella vita e nel piacere, considera la scarsità e la povertà condizioni umane inevitabili. E che anziché perseguire una società prospera e in pace, l’anno scorso ha raggiunto il record storico di spesa in armamenti: 2.887 miliardi di dollari. Per concludere resta da chiedersi: un altro mondo è (im)possibile?

