La radio è in crisi ma nessuno vuole ammetterlo

Ci è capitato di vedere una puntata del videopodcast Supernova, in cui Alessandro Cattelan intervista la cantante Sarah Toscano, 20 anni. Il conduttore, nel corso della conversazione, le chiede: «Ascolti mai la radio?». Nella risposta di Toscano, una sorta di bagno di realtà sul mezzo radio: «Io non ho la patente, non guido, e quindi ascolto poco la radio. Mi capita di sentirla solo quando prendo un taxi, o quando vado in auto coi miei genitori. Se invece sono in macchina con i miei amici, nessuno ascolta la radio, sentiamo la nostra musica su piattaforme digitali».

La Gen Z non delega più la selezione musicale a un dj

In poche righe, uno spaccato impietoso sui destini della radio tradizionale così come l’abbiamo conosciuta dagli Anni 70 ai giorni nostri: in casa ormai poche persone la ascoltano, e in genere si tratta di un target dai 50 anni in su. La gran parte degli ascolti avviene in auto, ma le generazioni più giovani, a differenza della Gen X o dei Boomer, non hanno il mito della macchina, non la considerano uno status symbol o un passo necessario verso l’indipendenza, e prendono tardi la patente. Inoltre le automobili sono sempre più spesso fornite di player che le collegano a piattaforme digitali, da Spotify ad Amazon Music, in grado di bypassare completamente il mezzo radio; le generazioni native digitali, cresciute col telefonino in mano, sono infine abituate a una modalità di consumo on demand e non considerano l’ipotesi di cercare la frequenza di un certo canale radio su un device a loro sconosciuto come l’apparecchio radio. Sono cresciute con le playlist, con le raccomandazioni dell’algoritmo, il completo controllo di quello che vogliono ascoltare. Non hanno nessuna intenzione di delegare a un dj o a un canale radio con palinsesto lineare il compito di fare selezione. E, semplicemente, li skippano.

La radio è in crisi ma nessuno vuole ammetterlo
foto di Viktor Forcacs via Unsplash.

Ascolti e pubblicità in calo

È la verità che un po’ tutti sanno sulla radio, ma che nessuno ha il coraggio di ammettere o di svelare.

I dati più recenti in Italia danno segnali ancora deboli: la raccolta pubblicitaria, secondo Nielsen, viaggia per la radio a un -3,7 per cento complessivo nei primi sei mesi 2026 rispetto al primo semestre 2025, mentre sul fronte degli ascolti c’è, secondo Audiradio, un -2,1 per cento nel secondo trimestre 2026 rispetto al primo.

Piccoli allarmi su un comparto nel quale sta avvenendo più o meno la stessa cosa accaduta ai giornali di carta: li comprano e li leggono sempre meno persone. Ma la crisi di quotidiani e settimanali non si può nascondere, c’è il numero di copie vendute, un dato oggettivo, la cruda realtà. La radio, invece, è ancora piuttosto protetta dalla narrazione dei nostalgici, dalle ricerche sulle audience e dall’allocazione delle risorse pubblicitarie, poiché in ognuno di questi presidì i decisori, persone mediamente mature, esercitano ancora parecchia influenza essendo cresciuti in epoche nelle quali la radio era effettivamente centrale.

La radio è in crisi ma nessuno vuole ammetterlo
foto di Andrea De Santis via Unplash.

La grande bugia del “va tutto bene”

Audiotiq, società europea fondata da Alexis Hue, è nata per aiutare le radio nella loro trasformazione digitale. E non ha paura di raccontare la verità: «Tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027 il settore radiofonico europeo verrà attraversato da cambiamenti sostanziali, con fusioni e acquisizioni, la scomparsa di centinaia di radio locali, e la riduzione degli investimenti pubblicitari, che si sposteranno verso piattaforme digitali con una reach più alta e la capacità di profilare meglio il loro pubblico».

Effettivamente i social e le piattaforme, come YouTube, TikTok o Meta, sono già entrate nel mercato della radio, assorbendo la funzione che un tempo era proprio quella della radio stessa, ovvero l’intrattenimento di sottofondo, passivo, mentre si fa altro. Ma i social offrono un miglior targeting, più varietà, incentivi più forti per i creator.

«Diciamolo con sincerità», prosegue Hue di Audiotiq, «la gran parte degli editori di radio sa benissimo che le loro strategie digitali non funzionano, che le loro app hanno una bassa retention (capacità di conservare i clienti-ascoltatori, ndr), che i download dei podcast sono sovrastimati da ascolti automatici, che i loro laboratori di innovazione producono più presentazioni in PowerPoint che nuovi prodotti. E non vogliono confrontarsi con i terrificanti numeri della realtà: perciò preferiscono operare in una sorta di nebbia, nella quale i numeri della reach sono ancora ok, i numeri dei download crescono, e ci sono metriche per misurare le audience perfette per le presentazioni agli investitori pubblicitari. Nessuno, però, parla mai di retention e di engagement», cioè di partecipazione attiva.

Podcast, eventi e concerti: l’exit strategy delle emittenti

Certamente la radio sta trovando una sua nuova strada, ma al di fuori della “radio”: i programmi o i dj con maggiore personalità, infatti, diventano marchi di riferimento nel nuovo mercato dei podcast (pensiamo solo a quanto accade a La Zanzara di Giuseppe Cruciani), e poi alcune emittenti sfondano sul fronte degli eventi, dai concerti di Radio Italia, di Battiti Live di Radiomediaset o di RTL 102,5 all’Arena di Verona ai tour estivi e invernali in località turistiche, fino alle manifestazioni sportive tipo la Deejay Ten, sfruttando la potenza del loro brand. Il fatto è che in Italia, come in molti mercati mondiali, le emittenti radiofoniche, nella loro battaglia per conquistare ascoltatori nel quarto d’ora medio, si preoccupano principalmente delle altre stazioni radio concorrenti. Ma, mentre si guarda ai dati di Audiradio, più o meno rappresentativi della effettiva situazione (nel 2001 Audiradio certificava in Italia 35 milioni di ascoltatori della radio nel giorno medio; nel 2026, ovvero 25 anni dopo e con l’esplosione dei social e delle piattaforme digitali, secondo la stessa Audiradio sarebbero 34 milioni, beato chi ci crede), i veri competitor della radio sono invece tutte le opzioni audio disponibili on demand, dai podcast agli audiolibri, passando dalle piattaforme streaming e i social media.

Anziani che inseguono un pubblico giovane

Le radio continuano a inseguire i giovani – peraltro facendolo con conduttori spesso non proprio di primo pelo: Linus, ad esempio, compirà 70 anni nel 2027, Nicola Savino 60 – dimenticandosi bellamente del target più maturo che invece rappresenta il nocciolo duro degli ascoltatori; fingono di essere locali ma non vedono l’ora di farsi percepire come nazionali, tagliando fuori i gruppi più o meno grandi capaci però di creare comunità appassionate e sincere. C’è una sorta di negazione dell’esistente, nella continua ripetizione che tutto va bene, che tutto è ok. D’altronde basta ascoltare quanto i manager e gli imprenditori radiofonici dicono in pubblico, e il tutt’altro che invece ti confidano in privato, davanti a un risotto giallo e un bicchiere di vino.

La radio è in crisi ma nessuno vuole ammetterlo
Nicola Savino e Linus (Ansa).

L’unica soluzione? Creare contenuti originali

Come se ne esce? Guardando a quanto sta accadendo nel mondo, la risposta alla crisi non è un miglior mix di generi musicali, oppure più notizie dedicate al traffico, al meteo, alla cronaca: questa è già tutta roba disponibile. La risposta può essere solo attraverso la creazione di contenuti esclusivi e originali. Da veicolare in radio ma che poi il pubblico può cercare su mille altre piattaforme.
E invece, fateci caso, ancora oggi tutto quanto accade nei palinsesti di una stazione radio, tra una canzone e l’altra, è in genere assolutamente impalpabile. Non tanto perché manchino i talenti. Quanto perché i dj e gli speaker stessi vengono istruiti in tale senso: volate bassi, in modo che nessuno si lamenti. E non è un caso che in Italia le due radio ai vertici degli ascolti nel quarto d’ora medio, che è poi l’unità di misura che più interessa ai pubblicitari, siano 105 e Deejay, ovvero due emittenti che in palinsesto hanno conduttori riconoscibili, forti, grandi personalità o comunque personaggi famosi.

Quando il popolo sovrano diventa giudice: l’ultima mutazione del populismo

In nome del popolo sovrano è il titolo di un film del 1990 interpretato da Nino Manfredi e Alberto Sordi e diretto da Luigi Magni. È il terzo di una trilogia dedicata al rapporto fra popolo e potere (pontificio) sullo sfondo del periodo risorgimentale. Visto con gli occhi di oggi offre numerosi spunti per riflettere sulla mutazione che hanno subito i termini “popolo” e “popolare”, in riferimento anche all’evoluzione che ha investito il “potere popolare” e la sua legittimazione, incarnata nei diversi periodi storici dai suoi rappresentanti. Con un focus sugli attuali leader populisti che con la massima disinvoltura si appellano al popolo sovrano, chiamandolo a unico giudice delle proprie azioni, come nei casi recenti di Marine Le Pen in Francia e di Nigel Farage nel Regno Unito.

Quando il popolo sovrano diventa giudice: l’ultima mutazione del populismo
Nigel Farage e Donald Trump nel 2020 (Ansa).

Come il popolo e popolino sono entrati nella storia

Il popolo ha un suono antico e maestoso. Senatus Populusque Romanus: il popolo romano è sovrano e si contrappone alla plebe, che è il popolo minuto e miserabile. L’evocazione alta nei secoli seguenti si attenua e il popolo quasi scompare, inghiottito da assoluta povertà materiale e morale. Trasformato in volgo o popolino, è in grado di scatenare rivolte che, sia pure per brevi attimi, impongono la dittatura degli ultimi. Accade a Firenze con Gerolamo Savonarola che, cacciati i Medici, instaura un “governo popolare” e poi a Napoli con Masaniello che guida gli abitanti dei quartieri più poveri, i “lazzaroni”, alla rivolta contro il governo spagnolo. La Rivoluzione francese è il discrimine, il prima e il dopo la comparsa di un popolo che comincia a emanciparsi da una condizione servile. Il Quarto Stato (i primi tre sono aristocrazia, clero e borghesia) non è ancora quella massa di lavoratori che avanza compatta, raffigurata a fine Ottocento nel celebre quadro di Pellizza da Volpedo. Però la triade rivoluzionaria – Liberté, Egalité, Fraternité – inaugura una nuova dialettica popolo-potere. «Proletari di tutto il mondo, unitevi». Il Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels mette in moto le classi lavoratrici, che rappresentano il popolo con una coscienza di classe. Un soggetto collettivo assolutamente nuovo che reclama riconoscimento e diritti a una vita dignitosa. Popolo e popolare diventano sinonimi di socialismo e poi di comunismo e, nel corso del secolo scorso, si identificano come masse popolari e lavoratrici che entrano nella storia. Fronte Popolare è il nome scelto da socialisti e comunisti nelle elezioni del 1948 vinte dalla DC. Popolari sono le Feste dell’Unità e dell’Avanti e popolare è il termine che identifica la sinistra politica: la destra non ha un popolo e negli anni della contestazione (‘68 e ‘77) si definiva come maggioranza silenziosa. Quella che sta in casa e non va in piazza, lavora e non protesta.

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Il Quarto Stato di Pellizza Da Volpedo (Ansa).

La mutazione in gggente e le basi del populismo

Ma il consumismo dilagante e soprattutto la tv che raggiunge oltre il 90 per cento della popolazione hanno trasformato il popolo in gggente. Un grande agglomerato, consumista e qualunquista, che è la versione televisiva della plebe o popolino di un tempo. Il popolo, soprattutto di sinistra, è sparito e il popolare sopravvive solo nella versione, popolana però, della Lega di Umberto Bossi. Il partito del «ce l’abbiamo duro» che però si allea con il neo-populista Silvio Berlusconi. Il Cav scende in campo promettendo il nuovo miracolo economico italiano e scatenando una guerra nei confronti della magistratura ancora corso. Esattamente qui vengono poste le fondamenta del populismo che è la versione contemporanea di un potere popolare che sta però nelle mani di pochi se non di uno solo.

Quando il popolo sovrano diventa giudice: l’ultima mutazione del populismo
Silvio Berlusconi con Umberto Bossi (Imagoeconomica).

Non c’è un duce però ci sono autocrati, mezzi dittatori, leader plebiscitari. C’è il popolo dell’uno vale uno di Beppe Grillo, l’onda agguerrita dei gilets jaunes in Francia, il movimento MAGA negli Usa, i secessionisti della Brexit nel Regno Unito. Ma a fare più danni alla democrazia e a una civile convivenza sono i capi di Stato e leader di partito che si appellano al popolo per giustificare atti liberticidi, pratiche corruttive e condotte illegali. «In nome del popolo sovrano» è tornato a risuonare nelle varie chiamate alle armi di Orban, Erdogan, Milei e soprattutto di Trump. È lui oggi a livello planetario il maestro di cerimonia e il massimo distruttore dei principi di legalità democratica. Lui dei giudici e delle corti di giustizia se ne infischia allegramente. Ha sostenuto l’assalto al Campidoglio ed è tornato alla Casa Bianca. Quale esempio migliore per le due stelle europee del populismo per tentare di sottrarsi alle indagini che sono in corso nei loro confronti?

Quando il popolo sovrano diventa giudice: l’ultima mutazione del populismo
Donald Trump (Ansa).

Con Le Pen e Farage il popolo è chiamato a essere giudice

«Lasciate che sia il popolo a giudicarmi: come Marine Le Pen e Nigel Farage hanno appreso da Donald Trump una potente tattica populista». Così titola una riflessione di Emile Chabal su The Conversation che ricorda come la prima sia già stata condannata per appropriazione indebita di fondi europei, mentre il secondo è oggetto di un’inchiesta parlamentare sulla presunta mancata dichiarazione di una donazione milionaria. Le Pen ha annunciato che si presenterà comunque come candidata alle prossime elezioni presidenziali e l’altro che si dimetterà salvo però ricandidarsi alle elezioni suppletive. Sia Le Pen che Farage, scrive Emile Chabal, evocano un manuale ben collaudato. Il popolo contro i tribunali; gli elettori contro i giudici; la legittimità “trasparente” delle urne contro l'”opacità” dei procedimenti legali. Le domande più importanti che però possiamo porci sono: agli elettori importa davvero se i politici populisti infrangono le regole? Le Pen e Farage sperano che, come Donald Trump, possano semplicemente ignorare i processi legali e vincoli normativi sulla strada verso il loro trionfo elettorale? 

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Marine Le Pen (Ansa).

Lo slittamento dalle giurie popolari alle giurie populiste

Non resta che attendere le elezioni con la consapevolezza di uno slittamento della percezione normativa che è visibile da tempo in numerosi ambiti della nostra vita quotidiana. Pensiamo ad esempio ai reati fiscali che si tendono a considerare stati di necessità. C’è però un caso recente che mostra come la pretesa dei leader populisti di essere giudicati solo dal popolo sia stata accolta, al momento solo da una parte di esso, come una giusta pretesa. «Siamo tutti Mario Roggero» e «Grazia subito» per il gioielliere 72enne segnalano infatti che dalla tollerabilità di un «po’ di corruzione» da parte dei propri eletti rischiamo di approdare al «tana liberi tutti». Alla giustizia fai da te che si affida alle giurie non più popolari ma populiste e che anziché nelle aule dei tribunali si amministra sui social. Con la facilità e velocità con cui si può sottoscrivere un abbonamento a Netflix.

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Matteo Salvini con una maglietta dedicata a Mario Roggero all’AderLegaFest (Ansa).