Ex Ilva, manifestazione di interesse di Federacciai: ipotesi newco

Federacciai, tramite una lettera inviata dal presidente Antonio Gozzi, ha presentato una manifestazione di interesse «esclusivamente preliminare e non vincolante» a nome di 14 società per l’ex Ilva, attualmente gestita da Acciaierie d’Italia. Ansa, che ha visionato la lettera, riporta che il documento prospetta «la realizzazione dell’operazione attraverso un veicolo societario di nuova costituzione», partecipato «direttamente o indirettamente» dalle società interessate. La manifestazione di interesse, che circoscritta alla sola area a freddo dell’impianto di Taranto salverebbe solo i laminatoi e non il ciclo integrale dell’acciaio, è improntata alla massima cautela: Federacciai chiede una due diligence anche per valutare come «assicurare una corretta e sostenibile allocazione dei relativi rischi e responsabilità». Oltre che da Federacciai, l’iniziativa è stata sottoscritta da ABS Acciaierie Bertoli Safau, Acciaieria Arvedi, Acciaierie Venete, Advanced Steel Solutions (Gruppo Asonext), AFV Acciaierie Beltrame, Alfa Acciai, Compagnia Siderurgica Italiana, Duferco Travi e Profilati, Feralpi Siderurgica, Ferriera Valsabbia, Lucchini RS Holding, Marcegaglia Carbon Steel, O.R.I. Martin e Rubiera Special Steel.

ScontiPoste, nel 2025 restituiti ai clienti 12 milioni di euro di cashback

Il 2025 ha segnato un bilancio da record per ScontiPoste, il programma fedeltà di Poste italiane dedicato ai titolari di carte di pagamento Postepay e BancoPosta che consente di risparmiare fino al 30 per cento sugli acquisti effettuati con esse. Nell’ultimo anno sono stati restituiti 12 milioni di euro di cashback. A beneficiare dei rimborsi sono stati quasi 3,5 milioni di clienti, grazie a 20 milioni di transazioni che hanno generato un volume complessivo di spesa superiore ai 500 milioni di euro. Un successo che si rinnova anno dopo anno – dal suo lancio, nel 2010, ScontiPoste ha restituito agli italiani oltre 150 milioni di euro in rimborsi, confermandosi tra i programmi di fedeltà più apprezzati.

Come funziona

Per ottenere lo sconto basta pagare negli oltre 12 mila negozi fisici e online convenzionati con le carte Postepay o BancoPosta. In alternativa, è possibile usare il Codice Postepay, scansionando un QR Code o cliccando su un link fornito dal negoziante. Il cashback viene accreditato sulla carta o sul conto selezionato come preferito nell’app Poste italiane o su poste.it. Se non è stato preventivamente selezionato uno strumento, l’accredito è effettuato sulla carta o sul conto legato alla carta usata per il pagamento. Gli sconti sono applicati automaticamente e vengono accreditati entro cinque giorni lavorativi dalla contabilizzazione della transazione. Sul sito Poste.it e sull’app Poste italiane è disponibile l’elenco degli esercenti che aderiscono all’iniziativa, con la possibilità di utilizzare la geolocalizzazione per sapere in tempo reale dove poter usare la carta per ottenere lo sconto

Trump minaccia l’Oman: dietro c’è la regia degli Emirati?

L’Oman sa. Lo confermano a Lettera43 fonti vicine al dossier: a Muscat hanno individuato con precisione la regia dietro le minacce sempre più violente di Donald Trump contro il sultanato. Quella regia avrebbe un nome: Mohammed bin Zayed Al Nahyan, presidente degli Emirati Arabi Uniti. Stando alla ricostruzione, Abu Dhabi da mesi soffierebbe nell’orecchio del presidente americano per ridimensionare il vicino scomodo, uno dei pochi attori del Golfo che parla con tutti e che oggi tiene in mano il negoziato più delicato del pianeta, quello sullo Stretto di Hormuz. Caso vuole che lunedì, nello stesso giorno della seconda minaccia americana, il sultano Haitham bin Tarik sia salito su un aereo per Abu Dhabi e avrebbe messo la questione sul tavolo del diretto interessato.

Trump minaccia l’Oman: dietro c’è la regia degli Emirati?
Lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan accoglie il sultano Haitham bin Tariq ad Abu Dhabi (Ansa).

L’accordo tra Teheran e Muscat e la reazione di Trump

«If Oman gets in the way, we’ll bomb the shit out of them». Se l’Oman si mette in mezzo, lo bombardiamo di brutto. Donald Trump ha scelto il registro che gli è più congeniale per minacciare uno dei più antichi alleati degli Stati Uniti nel Golfo. Le parole, riferite dal corrispondente di Fox News Trey Yingst, sono arrivate nel giorno in cui scadeva il memorandum di 60 giorni tra Washington e Teheran sulla fine della guerra e sul programma nucleare iraniano, senza alcun accordo in vista. La colpa di Muscat è aver fatto ciò che fa da mezzo secolo: mediare. L’agenzia semi-ufficiale iraniana Mehr sabato aveva annunciato l’intesa tra Teheran e Muscat su un meccanismo di gestione del traffico nello Stretto di Hormuz, il corridoio da cui nel 2025 è transitato il 34 per cento del greggio mondiale e che oggi è ridotto alla paralisi: appena 13 navi nel fine settimana, secondo MarineTraffic. Trump rivendica il controllo americano del passaggio e ha ripetuto che gli Stati Uniti potrebbero «tenerselo». Un accordo diretto Iran-Oman, con eventuali pedaggi di transito, scavalcherebbe Washington e ridisegnerebbe la governance del passaggio marittimo più strategico del Pianeta.

Trump minaccia l’Oman: dietro c’è la regia degli Emirati?
Donald Trump (Ansa).

La vera natura della «visita fraterna» del sultano ad Abu Dhabi

C’è però un dettaglio che pesa. Quella di lunedì è la seconda minaccia di Trump all’Oman. Già lo scorso maggio, in una riunione di gabinetto, il presidente americano aveva avvertito che «l’Oman si comporterà come tutti gli altri». Due minacce in tre mesi contro un Paese che ospita da decenni i canali negoziali più delicati tra Washington e Teheran raccontano una pressione costante, alimentata e coltivata. La domanda giusta riguarda chi la alimenta. Una risposta è arrivata nello stesso giorno della minaccia, con un movimento diplomatico che alimenta il sospetto. Lunedì 17 agosto il sultano Haitham bin Tarik è volato ad Abu Dhabi per una «visita privata fraterna» e ha incontrato il presidente emiratino Mohammed bin Zayed Al Nahyan ad Al Shati Palace, palazzo reale utilizzato per incontri diplomatici e visite di Stato.

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Mohammed bin Zayed con Haitham bin Tariq (Ansa).

L’avvertimento dell’Oman

Basta leggere la lista della delegazione per subodorare la natura del viaggio. Accanto al sultano sedevano il vice primo ministro per gli affari della Difesa Shihab bin Tarik, il ministro dell’Interno Hamoud bin Faisal Al Busaidi e il generale Sultan bin Mohammed Al Nomani, ministro del Royal Office, l’organo che nel sistema omanita sovrintende ai servizi di intelligence e alla sicurezza dello Stato. Più che una delegazione era l’architettura di sicurezza dell’Oman al completo, schierata davanti al presidente emiratino. Dall’altra parte del tavolo, Abu Dhabi ha risposto con mezza corte: il ministro degli Esteri Abdullah bin Zayed, il vicegovernante di Dubai Maktoum bin Mohammed, Hamdan bin Mohamed bin Zayed. Le stesse fonti descrivono un colloquio senza giri di parole: il sultano avrebbe chiarito direttamente con Mohammed bin Zayed che le interferenze emiratine contro il sultanato devono cessare, e che Muscat conosce nel dettaglio il lavoro di Abu Dhabi sull’amministrazione americana. La visita «fraterna», insomma, è suonata come un avvertimento consegnato di persona, con i vertici della sicurezza omanita come testimoni.

Trump minaccia l’Oman: dietro c’è la regia degli Emirati?
Il sultano omanita Haitham bin Tarik (Ansa).

I possibili moventi di Abu Dhabi

Gli Emirati, del resto, hanno ragioni economiche e ragioni storiche per volere un Oman ridimensionato. Sul piano economico, la chiusura di Hormuz strangola l’export emiratino, con la sola eccezione del terminal di Fujairah che si affaccia oltre lo Stretto. Un accordo Iran-Oman sulla gestione del passaggio, con Muscat nel ruolo di co-garante, taglierebbe fuori Abu Dhabi da ogni voce in capitolo sulla via d’acqua da cui dipende la sua economia. La tensione è già altissima: l’Iran non solo ha nuovamente lanciato missili su Abu Dhabi, ma nei giorni scorsi ha sequestrato una petroliera di proprietà emiratina vicino all’isola di Qeshm. Abu Dhabi, dal canto suo, accusa le forze iraniane di aver attaccato navi collegate ad ADNOC, la compagnia petrolifera nazionale. Sul piano storico, il fascicolo è ancora più spesso. La penisola del Musandam, exclave omanita, spezza la continuità territoriale emiratina proprio sullo stretto di Hormuz e da decenni alimenta le mire di Abu Dhabi. Nel 2011 l’Oman smantellò una rete di spionaggio emiratina che operava nel cuore dell’apparato statale del sultanato, un episodio che Muscat considera chiuso solo formalmente. La diffidenza tra i due vicini convive con 15 miliardi di dollari di interscambio non petrolifero e 35 miliardi di accordi di investimento annunciati nel 2024. Nel Golfo il denaro e il sospetto viaggiano da sempre sullo stesso dhow. Abu Dhabi considera la neutralità omanita un lusso intollerabile e vede nell’attuale debolezza di Muscat, stretto tra le minacce americane e il caos di Hormuz, la finestra per ridimensionare una volta per tutte il vicino ingombrante. La leva scelta è la più potente disponibile: l’orecchio di Donald Trump.

Trump minaccia l’Oman: dietro c’è la regia degli Emirati?
Lo Stretto di Hormuz (Ansa).

L’ultimatum lanciato dal sultano

Il senatore democratico Tim Kaine ha annunciato una risoluzione per vietare qualsiasi azione militare contro l’Oman al rientro del Senato dalla pausa estiva. Jared Kushner, genero e inviato speciale del presidente, continua a insistere sulla pressione economica su Teheran e ha ammonito l’Iran a «non nascondere carte». Trump ha dichiarato di non avere fretta e di non voler estendere il cessate il fuoco, rivendicando un canale diretto con i Pasdaran. Il sultanato, intanto, ha mandato il suo messaggio. Lo ha mandato di persona, ad Al Shati Palace, con i ministri della Difesa e dell’Interno seduti al tavolo. Nel linguaggio felpato della diplomazia del Golfo, dove ogni visita «fraterna» pesa quanto un ultimatum, difficilmente si poteva essere più chiari.

La prima uscita pubblica di Ranucci dopo l’arresto di Lavitola

Sigfrido Ranucci ha fatto la sua prima uscita pubblica dopo l’arresto di Valter Lavitola, l’imprenditore e suo stretto amico che ha confessato di aver organizzato l’attentato di ottobre 2025 contro di lui. Il giornalista ha partecipato a una presentazione del suo ultimo libro, Il ritorno della casta, al centro congressi di Lavarone, in provincia di Trento. Durante l’evento, ha commentato alcune delle notizie degli ultimi giorni che lo riguardano, tra cui la possibile sospensione dalla conduzione di Report. Un’ipotesi su cui i dirigenti Rai stanno ragionando dopo che il comitato etico ha depositato una relazione su di lui (il cui contenuto è secretato). Sul suo eventuale successore, però, non si sa ancora nulla – se non che Milena Gabanelli, a cui è stato proposto l’incarico, ha rifiutato. «L’azienda può fare quello che vuole», ha detto Ranucci. E sulla possibilità di fare un passo indietro, cioè andarsene volontariamente: «Lo posso fare in avanti, indietro, di lato. Il problema non sono io, ma la storia di Report».

Ranucci: «Problema mia amicizia con Lavitola? C’è chi è amico di Ciavardini»

I commenti sulla vicenda giudiziaria relativa all’attentato, invece, sono stati pochi. Ranucci si è limitato a difendersi da chi ha criticato la sua frequentazione con Lavitola, personaggio controverso condannato per diversi scandali degli ultimi 20 anni, ma con cui lui aveva una grande familiarità. «Se il problema è la mia amicizia con Lavitola, c’è chi è amico di Luigi Ciavardini (ndr il terrorista condannato per la strage di Bologna)», ha detto. Il riferimento è alla presunta amicizia tra Ciavardini e la presidente della commissione antimafia Chiara Colosimo, deputata di Fratelli d’Italia. Lei ha sempre negato spiegando di averlo incontrato solo per attività relative al reinserimento dei detenuti.

Ft: «L’Iran sta valutando di colpire obiettivi militari Usa in Europa»

L’Iran sta valutando la possibilità di attaccare obiettivi militari statunitensi in Europa, qualora Donald Trump intensificasse il conflitto contro la Repubblica Islamica. Lo scrive il Financial Times citando due fonti interne al regime di Teheran. Sono da poco terminati i 60 giorni di cessate il fuoco previsti – ma solo in parte rispettati – dal memorandum d’intesa firmato in Pakistan a metà giugno e crescono i timori di un’escalation, che potrebbe riguardare non solo il Medio Oriente.

Ft: «L’Iran sta valutando di colpire obiettivi militari Usa in Europa»
Missile lanciato dall’Iran (Ansa).

Tra i possibili obiettivi ci sono basi in Bulgaria e a Cipro

Le fonti del Ft hanno spiegato al quotidiano che le forze di Teheran hanno preso in esame possibili raid contro asset Usa in Paesi dell’Europa sud-orientale come la Bulgaria, che a luglio ha autorizzato l’uso della base aerea di Bezmer per il rifornimento di aerei militari statunitensi. Anche Cipro figurerebbe tra i potenziali obiettivi di rappresaglia in caso di una nuova offensiva Usa: a marzo un drone iraniano ha colpito una base britannica sull’isola. Le stesse fonti del Financial Times hanno indicato che le forze iraniane hanno anche valutato la possibilità di attaccare i cavi sottomarini in fibra ottica nello stretto di Hormuz, se il conflitto dovesse intensificarsi. A luglio i pasdaran hanno minacciato il Regno Unito per l’utilizzo da parte degli Stati Uniti di siti militari britannici, affermando che «qualsiasi base utilizzata per lanciare un attacco contro il territorio iraniano sarà considerata un obiettivo legittimo». Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Teheran avrebbe usato questi due mesi di tregua per prepararsi a un’intensificazione dei combattimenti, piuttosto che a dedicarsi alla diplomazia, aumentando la produzione di missili e droni.

Gabanelli a Report dopo Ranucci? «Me l’hanno chiesto ma non torno»

La Rai a chiesto a Milena Gabanelli di tornare alla guida di Report, ma lei ha declinato. L’ha confermato lei stessa in un’intervista al Giornale: «Se questa voce gira è evidente che mi è stata fatta questa richiesta. Diciamo che mi è stata fatta pervenire. Ma il pervenuto per me vale quasi zero. Quindi no, non intendo tornare». Anche perché «il rito della riesumazione non va bene, io sono fuori». «E poi sia chiara una cosa: i programmi sono fatti dalla squadra. Colpire la squadra mi pare che sia un delitto». E, sul caso Ranucci-Lavitola, preferisce tenersi fuori: «C’è già tanta gente che parla e dice di tutto di più. Io mi tengo fuori. Un mio virgolettato sulla vicenda Report non lo avrà nessuno». Intanto ai vertici Rai continua a tenere banco la questione della conduzione del programma nella prossima stagione. Secondo quanto scrive Libero, l’azienda avrebbe già scelto di non affidarla a Ranucci. Ma è una decisione da prendere con cautela, per evitare «il rischio di trasformarlo in una specie di martire», si riflette. Intanto il giornalista ha fatto la sua prima uscita pubblica dopo l’arresto di Lavitola per presentare il suo libro Il ritorno della casta. Ogni data verrà ora monitorata e ogni frase critica verso l’azienda potrebbe sortire un effetto boomerang.

Trump rinvia l’entrata in vigore dei dazi al 50 per cento per il Canada

Donald Trump ha annunciato su Truth la sospensione per tre giorni dei nuovi dazi del 50 per cento su un’ampia gamma di prodotti provenienti dal Canada, che sarebbero dovuti entrare in vigore oggi. La misura, annunciata a luglio, avrebbe interessato importazioni per un valore stimato di circa 20 miliardi di dollari. «Canada e Stati Uniti, in attesa della finalizzazione dei documenti, hanno raggiunto un accordo! Il grande oleodotto Keystone XL, tanto tempo fa accantonato dal sonnolento Joe Biden, potrebbe essere riportato in vita!», ha scritto il tycoon sulla sua piattaforma social. Il rinvio dell’entrata in vigore dei dazi è stato confermato dal primo ministro canadese Mark Carney, che ha parlato di «progressi sostanziali».

Trump rinvia l’entrata in vigore dei dazi al 50 per cento per il Canada
Mark Carney e Donald Trump (Ansa).

Le tariffe del 50 per cento, senza esenzioni per i prodotti conformi allo USMCA (accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada), avrebbero potuto colpire numerose categorie di beni canadesi: dai latticini agli alcolici, fino ai mobili e alle materie plastiche, passando per capi d’abbigliamento e attrezzature industriali. I prodotti interessati rappresentano circa il 5 per cento del valore delle importazioni statunitensi dal Canada registrate nel 2025.

Trump ha citato l’oleodotto Keystone XL: le cose da sapere

Trump, senza fornire ulteriori dettagli, nel suo post ha citato l’oleodotto Keystone XL, proposto nel 2008 per trasportare petrolio dalle sabbie bituminose del Canada occidentale alle raffinerie Usa, è stato bloccato nel 2021 dalla società proprietaria TC Energy, dopo che Biden aveva revocato un permesso fondamentale per il tratto statunitense dell’infrastruttura, lunga quasi 2 mila chilometri. L’opera è diventata un punto di forte attrito nelle relazioni tra Stati Uniti e Canada, a causa dell’opposizione di proprietari terrieri statunitensi, tribù di nativi americani ed ecologisti. Altri oleodotti nordamericani, tra cui il Dakota Access e la Enbridge Line 3, hanno incontrato una costante opposizione da parte dei gruppi ambientalisti, preoccupati per il rischio di sversamenti.

Ucraina, l’ex ministro Fedorov chiede elezioni anche in tempo di guerra

L’Ucraina deve trovare un meccanismo per tenere le elezioni anche in tempo di guerra. Lo ha chiesto l’ex ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov in un discorso trasmesso su Youtube, in cui ha affermato che «la democrazia non può essere tenuta in ostaggio dalla Russia» e che «è necessario trovare un meccanismo legale, sicuro e realistico che permetta all’Ucraina di ripristinare un processo democratico a tutti gli effetti anche in caso di guerra prolungata». «Dobbiamo rispondere a una domanda fondamentale: come dovrebbe funzionare uno Stato se la guerra dura per anni? Cosa succederebbe se la guerra durasse un altro anno? Due? Tre? La Russia potrebbe davvero ottenere il diritto di decidere quando gli ucraini potranno eleggere nuovamente il proprio governo? Sono convinto di no», ha spiegato.

Un discorso che rende più profonda la crisi politica seguita al suo siluramento

Di qui la necessità di trovare un modo per indire elezioni anche durante un conflitto. «È difficile. Dobbiamo garantire il diritto di voto ai militari. Milioni di ucraini all’estero. Persone nelle regioni in prima linea. Dobbiamo garantire la sicurezza del processo elettorale, l’indipendenza delle istituzioni e la fiducia nel risultato. Ma la complessità non significa impossibilità. L’Ucraina ha fatto molte volte ciò che il mondo considerava impossibile», ha sottolineato. Le parole di Fedorov promettono di approfondire ulteriormente la crisi politica provocata dalla decisione del presidente Volodymyr Zelensky di destituirlo dal suo incarico di ministro della Difesa nell’ambito di un rimpasto di governo. Una scelta giustificata dai cattivi rapporti con l’allora comandante delle forze armate Oleksandr Syrsky – anche lui silurato poco dopo – ma che ha provocato un’ondata di proteste di piazza in Ucraina, con migliaia di persone scese in strada a sostegno di Fedorov.

Da presidente di tutti a uomo di Salvini: la riconversione di Lorenzo Fontana

Lorenzo Fontana si è reso invisibile per quasi quattro anni, senza mai lasciare lo scranno più alto di Montecitorio, numero tre della Repubblica dopo il divin Mattarella e il tonitruante La Russa. Del leghista ultracattolico, putiniano pentito, ex ministro della Famiglia e fedelissimo di Matteo Salvini, non è rimasto quasi più nulla. 

Da presidente di tutti a uomo di Salvini: la riconversione di Lorenzo Fontana
Ignazio La Russa, Sergio Mattarella e Lorenzo Fontana (Imagoeconomica).

Anni all’insegna della sobrietà istituzionale

Fontana aveva preso talmente sul serio il ruolo da riuscire nel miracolo: tenersi la poltrona facendo dimenticare chi ci sedeva sopra. Tutto il contrario di Ignazio La Russa, che è presidente del Senato senza smettere un sol giorno di indossare le vesti del militante. Ha continuato a parlare, polemizzare, spesso provocare: insomma, La Russa è rimasto La Russa. Fontana invece si era dato subito una regolata. Sobrioistituzionale, financo pacioso nella sua compunta curialità. Uno di quei casi in cui l’abito fa il monaco, o almeno riesce a nascondere bene chi c’è sotto. 

Da presidente di tutti a uomo di Salvini: la riconversione di Lorenzo Fontana
Lorenzo Fontana (Imagoeconomica).

L’uscita in difesa del capo

Ultimamente però qualcosa è cambiato. Caso Delmastro: chat congelate, palla passata alla Giunta per il Regolamento, esattamente come chiedeva la maggioranza. Scelta formalmente corretta, ma dal peso politico evidente. Il presidente super partes cominciava a mostrare la sua parte. Poi l’intervento in difesa di Salvini. Con il segretario che vistosamente traballa, Fontana rompe il silenzio e fa sapere che Matteo «merita più rispetto». Ricorda i bei tempi, quando prese un partito moribondo e lo resuscitò, e invita tutti a non dividersi.  

La partita di fine legislatura

Fontana è stato il suo vice, con Salvini è diventato ministro e poi presidente della Camera. Difficile non leggerci un moto di riconoscenza, merce rara in politica, soprattutto quando chi dovrebbe riceverla è in difficoltà. E non è poco, perché dopo i guai che ha combinato ci vuole un certo coraggio per continuare a sostenere lo Zelig dell’ex Carroccio. Anche perché, preso il partito al 4 per cento e portato al 34, Salvini è riuscito nell’impresa di riconsegnarlo più o meno dove l’aveva trovato. E poi Fontana ha solo 46 anni. Un po’ presto per entrare nel mausoleo degli ex presidenti della Camera, prestigiosa categoria che garantisce ufficio, staff e uno status che dura ben oltre la carica. La legislatura sta per finire e l’ex impiegato della Fiera di Verona dovrà pur inventarsi qualcosa, magari continuando a fare politica. Cosa per cui, dettaglio fastidioso, occorre essere eletti

Da presidente di tutti a uomo di Salvini: la riconversione di Lorenzo Fontana
Matteo Salvini e Lorenzo Fontana nel 2018 (Imagoeconomica).

Da presidente di tutti è tornato a essere l’uomo di qualcuno

E allora questo suo improvviso rigurgito salviniano assume una luce diversa. Dopo quasi quattro anni da presidente di tutti, Fontana ha pensato bene di tornare a essere l’uomo di qualcuno. Quello che farà le liste, sempre che i suoi ex amici non lo facciano sloggiare prima