La Russia avvia esercitazioni nucleari mentre Putin è in Cina

Il ministero della Difesa russo ha annunciato che l’esercito di Mosca inizierà tre giorni di esercitazioni sulle armi nucleari che coinvolgeranno migliaia di soldati in tutto il Paese. Nel frattempo il presidente Vladimir Putin si trova in visita in Cina. «Dal 19 al 21 maggio 2026, le forze armate della Federazione russa condurranno un’esercitazione sulla preparazione e l’uso delle forze nucleari in caso di minaccia di aggressione», ha dichiarato il Cremlino, aggiungendo che si praticheranno addestramenti congiunti e l’uso di armi nucleari dislocate sul territorio della Bielorussia.

Coinvolti oltre 64 mila militari

All’esercitazione partecipano le forze missilistiche strategiche, le flotte del Nord e del Pacifico, il comando dell’aviazione a lungo raggio e parte delle forze dei distretti militari di Leningrado e Centrale. Complessivamente saranno coinvolte oltre 7.800 unità di equipaggiamento militare, tra cui oltre 200 lanciamissili e più di 140 velivoli, per un totale di oltre 64 mila militari. Durante le esercitazioni, verranno lanciati missili balistici e da crociera in siti di prova sul territorio russo.

Trump: «Ho sospeso l’attacco all’Iran, sono in corso seri negoziati»

Donald Trump ha annunciato di aver sospeso un attacco pianificato contro l’Iran in programma martedì 19 maggio 2026 su richiesta dell’Emiro del Qatar, del principe ereditario dell’Arabia Saudita e del presidente degli Emirati Arabi Uniti, «poiché sono in corso seri negoziati». «Ho impartito istruzioni al segretario alla Guerra, Pete Hegseth, al capo dello Stato maggiore congiunto, generale Daniel Caine, e alle forze armate degli Stati Uniti, affinché non venga eseguito l’attacco contro l’Iran programmato per domani», ha scritto sul suo social Truth. L’accordo di cui si sta discutendo, ha continuato, «includerà nessuna arma nucleare all’Iran». «Ho inoltre dato istruzioni», ha continuato, «di tenersi pronti a procedere con un attacco su vasta scala in qualsiasi momento, qualora non si raggiunga un accordo accettabile». Ai media, il tycoon ha spiegato che «mi è stato chiesto dall’Arabia Saudita, dal Qatar, dagli Emirati Arabi Uniti e altri se potevamo rimandare di due o tre giorni» l’attacco «perché ritengono di essere ormai molto vicini a raggiungere un accordo».

Il flop Juve tra Elkann, Comolli, algoritmi e perdita di valore: diagnosi di un fallimento

Lo 0-2 incassato all’Allianz Stadium dalla Fiorentina — una squadra che non segnava da tre partite e mezzo, fuori dal rischio retrocessione giusto una settimana prima — non è una sconfitta: è una diagnosi. A una giornata dalla fine del campionato la Juventus è sesta in classifica, scavalcata in un colpo solo da Milan, Roma e Como; per centrare la qualificazione alla Champions League servirebbe all’ultima giornata una combinazione di risultati che oggi rasenta l’aritmetica del miracolo. E anche qualora la congiuntura astrale arrivasse, non cambierebbe la sostanza dei fatti: il quadro tecnico bianconero è in macerie, e una giornata storta non basta a spiegarlo. Pesano sei anni di gestione fallimentare. Tre i responsabili, in ordine ascendente: Damien Comolli, amministratore delegato; Gianluca Ferrero, presidente; e a monte di tutto John Elkann, l’azionista di riferimento che da quando ha ripreso il timone dal cugino Andrea Agnelli non ha imbroccato una scelta strategica.

Il calcio non è baseball, il mercato di Comolli è stato il peggiore

Comolli è arrivato a Torino in estate con un mantra: il metodo Moneyball applicato al pallone. Sostituire il top player costoso con due o tre giocatori più economici la cui somma di statistiche eguagli — sulla carta — il titolare ceduto. Si pesano gli expected goal, cioè i gol attesi, e poi la precisione dei passaggi sotto pressione, i chilometri ad alta intensità, la propensione agli infortuni. Il problema è che il calcio non è il baseball, e i database non hanno occhi. Nicola Balice su La Stampa lo ha scritto senza giri di parole: «La firma sul mercato peggiore degli ultimi 15 anni è tutta sua».

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Giorgio Chiellini e Damien Comolli (Ansa).

Gli sciagurati David, Openda e i giocatori svalutati

Le due scommesse principali dell’algoritmo si chiamano Jonathan David e Loïs Openda. Il primo, prelevato a parametro zero dal Lilla con stipendio da top player, è passato dai 16 gol e 5 assist in 32 presenze nel campionato francese 2024-25 alla miseria di 6 gol e 2 assist in 34 presenze di Serie A. Il secondo è andato peggio: 2 gol in 32 partite tra campionato e coppe, sette minuti totali nelle ultime nove giornate, Mondiale con il Belgio saltato per mancata convocazione.

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Jonathan David in occasione del rigore sbagliato contro il Lecce in casa (foto Ansa).

Stesso destino per i francesi Pierre Kalulu e Khéphren Thuram, protagonisti di prestazioni sicuramente migliori ma finiti fuori dal giro (super competitivo) della nazionale allenata dal ct Didier Deschamps, ex juventino.

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Kephren Thuram e Pierre Kalulu (foto Ansa).

L’allenatore della Juve Luciano Spalletti, prima di farlo entrare in campo nella sfida di Champions contro il Benfica, ha mollato a Openda uno schiaffetto: «Ti devi svegliare». Non si è svegliato. Tra Comolli e il tecnico toscano, ha scritto Emanuele Gamba su la Repubblica, «i rapporti sono gelidi».

Obblighi di riscatto, minusvalenze e rinnovi kamikaze

Openda, oltre a non giocare, costerà. Il piazzamento aritmetico tra le prime 10 ha fatto scattare l’obbligo di riscatto a 40,5 milioni di euro, da spalmare in quattro anni di ammortamento per 10,15 milioni l’anno. Sommando lo stipendio lordo (7,4 milioni), il costo annuo dal 2026/27 sarà di 17,55 milioni. Per un giocatore fantasma che nessuno vuole: cedendolo, la minusvalenza è scolpita nel bilancio.

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Openda dopo l’unico gol segnato in campionato, contro la Roma (foto Ansa).

Anche il canadese David è ufficialmente svalutato dal mercato. E, oltre tutto questo, la dirigenza voleva blindare l’attaccante serbo Dušan Vlahović — un giocatore che ha passato metà stagione in infermeria — con un prolungamento di uno o due anni a 6-7 milioni netti, bonus inclusi. Anche se il sesto posto e il conseguente addio alla Champions potrebbero complicare il discorso. E non è detto che sia per forza un male.

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Dusan Vlahovic dopo il gol segnato ma poi annullato contro la Fiorentina (foto Ansa).

Bernardo Silva non verrà, Yildiz andrà via?

Per un club di prima fascia, il mancato accesso all'”Europa che conta” significherebbe rinunciare a una forbice di mancati ricavi compresa tra 40 e 80 milioni di euro. A cui si aggiunge il problema politico di trattenere e attrarre i big: come si convince il forte centrocampista portoghese Bernardo Silva, in uscita dal Manchester City, a giocare in Europa League? E come si trattiene la stella Kenan Yildiz, scivolato dalla lista degli incedibili a quella dei sacrificabili? Sempre Balice ha scritto una frase che dovrebbe far tremare i polsi a chi legge un bilancio: «Un altro aumento di capitale appare inevitabile». L’ennesimo.

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Bernardo Silva (foto Ansa).

Dal 2019 a oggi, un miliardo praticamente buttato via

Sotto la gestione di John Elkann ed Exor, la Juventus ha effettuato quattro aumenti di capitale dal 2019 a oggi, per un totale complessivo di 997,8 milioni di euro: 300 milioni nel 2019 per coprire i costi dell’era Ronaldo, 400 milioni nel 2021 per fronteggiare il Covid, 200 milioni nel 2024 per il nuovo piano strategico, 97,8 milioni a novembre 2025 in un accelerated bookbuilding lampo cui ha partecipato anche Tether. Di quel miliardo, Exor ha iniettato direttamente oltre 600 milioni per coprire la propria quota di maggioranza. Un quinto aumento, secondo La Stampa, è già nei piani.

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Andamento titolo Juve vs FTSE MIB, Manchester United e SS Lazio. Base 100 al 28 novembre 2022. Prezzi rettificati per il raggruppamento 1:10 del 22 gennaio 2024. Fonti: Borsa italiana, NYSE, Xetra.

Per certificare il disastro basta aprire il terminale di Borsa italiana. Il 28 novembre 2022, giorno delle dimissioni di Agnelli e dell’intero consiglio di amministrazione, il titolo Juve — rettificato per il raggruppamento azionario 1:10 di gennaio 2024 — chiudeva a 2,53 euro. Oggi vale 2 euro. Meno 21 per cento in tre anni e mezzo. Nello stesso periodo il FTSE MIB ha toccato i 50 mila punti il 14 maggio, massimo storico, segnando +100 per cento.

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Claudio Lotito, presidente della Lazio (Ansa).

Il Manchester United alla NYSE ha guadagnato il 28 per cento. Persino la Lazio di Claudio Lotito, considerata da sempre il modello opposto alla grandeur bianconera, ha messo a referto un +67 per cento. L’unico peer europeo in territorio comparabilmente negativo è il Borussia Dortmund (-20 per cento), che però non ha chiesto ai suoi azionisti aumenti di capitale per circa 300 milioni nel periodo.

Macelleria certificata dal mercato, non dai tifosi

E il -21 per cento del titolo è la fotografia ottimistica. Gli azionisti, durante la gestione Elkann diretta, hanno sottoscritto due aumenti per complessivi 297,8 milioni di euro. Se alla capitalizzazione iniziale di circa 640 milioni si sommano questi soldi freschi, la capitalizzazione attesa sarebbe attorno al miliardo. Quella effettiva oggi è 843 milioni. Cento milioni semplicemente evaporati. Il gap rispetto al benchmark — cioè rispetto a cosa sarebbero diventati quei soldi in un fondo scambiato in Borsa su Piazza Affari — supera i 400 milioni. Dal massimo storico di 114,40 euro (split-adjusted) del 20 settembre 2018 — giorno della prima stagione di CR7 — il titolo ha perso il 98,25 per cento. Macelleria certificata dal mercato, non dai tifosi.

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John Elkann e Gianluca Ferrero. Dietro di loro, i fratelli Chiellini (foto Ansa).

Confermare Spalletti con grande anticipo è stata una buona idea?

Come si spiega che Spalletti abbia ottenuto un rinnovo fino al 2028 molto prima di aver ottenuto aritmeticamente l’accesso alla Champions, in un atto di fede dell’azionista poi clamorosamente smentito dal campo? La verità è che a monte di ogni scelta sportiva, da sei anni, c’è una sola persona: John Elkann. È lui che ha voluto Comolli, scelto personalmente. È lui che ha promosso il “governo tecnico” del 2023, con Ferrero, commercialista storico della famiglia, alla presidenza di facciata. La differenza con il cugino Andrea, al netto della bufera giudiziaria, è che Andrea portava titoli. Nove scudetti consecutivi. John ha trasformato un patrimonio sportivo di cent’anni in carne di porco contabile.

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Luciano Spalletti (foto Ansa).

L’alternativa che c’era ma è stata rifiutata: Tether

E qui la storia diventa esplicitamente politica. Elkann un’alternativa concreta ce l’ha già sul tavolo. Si chiama Tether, la società che emette USDT — la stablecoin più diffusa al mondo, 140 miliardi di capitalizzazione, 14 miliardi di profitti — controllata dagli italiani Giancarlo Devasini e Paolo Ardoino. Tether è il secondo socio Juve con l’11,5 per cento, ha un suo rappresentante nel cda (Francesco Garino, entrato nel novembre del 2025) e ha partecipato all’ultimo aumento di capitale.

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Paolo Ardoino.

Il 12 dicembre 2025 Ardoino ha inviato a Exor un’offerta vincolante interamente in contanti: 1,1 miliardi per la quota di controllo del 65,4 per cento, più un miliardo aggiuntivo da reinvestire nel club. Elkann ha rifiutato in poche ore, con formula sentimentale: «La società fa parte della mia famiglia da 102 anni». A marzo 2026 Devasini risulta essere l’italiano più ricco, con un patrimonio di 89,3 miliardi. Tether non ha ritirato l’offerta. «Make Juventus Great Again», ha scritto Ardoino su X scimmiottando il Maga trumpiano. Si possono avere tutti i dubbi del caso su Tether — riserve USDT, sede a El Salvador, biografia di Devasini —, ma il dato è uno: c’è chi mette sul tavolo un miliardo cash e c’è chi continua a chiedere aumenti di capitale ai propri azionisti per ritrovarsi sesti a una giornata dalla fine, con la Champions appesa a un miracolo.

Ha ancora senso il diritto di veto della Famiglia su qualsiasi cessione?

La Juventus non si rinforza con qualche colpo estivo. La Juventus va rifondata. Allontanare Comolli e il direttore tecnico François-Joseph Modesto, ridimensionare l’esperimento algoritmico, ricostruire una governance fatta da uomini di calcio e non da commercialisti di famiglia. E soprattutto, una domanda che a Torino nessuno vuole porre apertamente: se Exor non è in grado di gestire questo asset, ha ancora senso il diritto di veto della Famiglia su qualsiasi cessione? Spalletti ha in programma un incontro con Elkann. Vorrebbe certezze, ha detto: «Devo portare robe diverse da queste qua». Manuel Locatelli, da capitano, ha detto di essere «distrutto». L’unica certezza, in casa Juventus, sono le perdite a bilancio — e un miliardo, ancora cash, ancora sul tavolo, che la Famiglia continua a non vedere.

San Diego, sparatoria in un centro islamico: cosa sappiamo

Il bilancio della sparatoria alla moschea di San Diego è di tre vittime oltre ai due aggressori, due ragazzi di 17 e 19 anni trovati morti suicidi in un’auto parcheggiata a pochi isolati di distanza. Al momento il caso è ritenuto un crimine d’odio. Su una delle armi usate per l’attacco e ritrovate in macchina c’era la scritta «hate speech». Sempre nell’abitacolo gli investigatori hanno trovato messaggi anti-islamici. Lo riporta il New York Times, sottolineando che uno dei due sospettati aveva preso un’arma dalla casa dei genitori poco prima dell’attacco e ha lasciato un biglietto di addio. Le tre vittime sono tre uomini, fra i quali una guardia di sicurezza che, secondo quanto riferito dalla polizia, ha avuto un ruolo cruciale nell’evitare una strage.

Trump: «Una situazione terribile»

Donald Trump ha definito la situazione «terribile», aggiungendo che l’accaduto sarà preso in seria considerazione. Il capo dell’Fbi, Kash Patel, ha assicurato che tutte le risorse saranno messe a disposizione per aiutare la polizia locale. «Sono indignata. I luoghi di culto devono essere santuari, dove l’odio e la violenza non hanno posto», ha invece commentato la sindaca di Los Angeles, Karen Bass. Gavin Newsom, governatore dem della California, ha espresso orrore per l’attacco: «I fedeli, ovunque si trovino, non dovrebbero temere per la propria vita. L’odio non ha posto in California e non tollereremo atti di terrore o intimidazione contro le comunità di fede».

San Diego, sparatoria in un centro islamico: cosa sappiamo
La sindaca di San Diego in visita alla comunità musulmana dopo la sparatoria (Ansa).

Mamdani: «L’islamofobia mette in pericolo tutte le comunità musulmane»

«Non abbiamo mai vissuto una tragedia come questa prima d’ora. È assolutamente scandaloso prendere di mira un luogo di culto», ha dichiarato l’imam della moschea di San Diego, Taha Hassane. Mentre da New York, Zohran Mamdani, il primo sindaco musulmano di una grande città americana, ha descritto l’attacco come «un evidente atto di violenza anti-musulmana: l’islamofobia mette in pericolo le comunità musulmane in tutto il Paese». Intanto per precauzione Mamdani ha rafforzato le misure di sicurezza presso le moschee della Grande Mela.

Stellantis, partnership con Accenture e Nvidia per portare l’IA nelle fabbriche

Stellantis ha annunciato l’intenzione di avviare una partnership strategica con Accenture per accelerare l’utilizzo di funzionalità di digital twin abilitate dall’intelligenza artificiale, sfruttando le tecnologie Nvidia, all’interno della propria rete produttiva globale. Questa iniziativa conferma l’impegno dell’azienda nel trasformare le proprie attività industriali facendo leva su tecnologie basate sui dati. Il progetto unisce l’esperienza industriale di Stellantis, le competenze di Accenture nell’ambito della physical AI e della manifattura digitale, e le tecnologie di accelerated computing e le librerie omniverse di Nvidia. L’obiettivo è esplorare lo sviluppo di ambienti manifatturieri virtuali di nuova generazione, alimentati da dati in tempo reale e intelligenza artificiale.

Ciancia: «Esploriamo nuovi modi per rendere le operazioni più scalabili e intelligenti»

«Stiamo costruendo le basi per la prossima generazione del manufacturing in Stellantis», ha dichiarato Francesco Ciancia, head of Manufacturing di Stellantis. «Combinando digital twin, IA e simulazione avanzata, stiamo ripensando il modo in cui progettiamo, gestiamo e miglioriamo continuamente i nostri sistemi produttivi. Questa iniziativa è pensata per lavorare a stretto contatto con i nostri team, rafforzando la loro capacità di anticipare i problemi, prendere decisioni più rapide e favorire il miglioramento continuo. Insieme ad Accenture e Nvidia, stiamo esplorando nuovi modi per rendere le operazioni più scalabili e intelligenti».


Dall’Iran un nuovo piano di pace in 14 punti

L’Iran ha presentato un nuovo piano in 14 punti, attraverso i mediatori pachistani, che si concentra sui «negoziati per la fine della guerra e sulle misure di costruzione della fiducia da parte americana». Lo scrive l’agenzia di stampa Tasnim, vicina ai pasdaran, citando una fonte vicina al team negoziale di Teheran. Nella bozza, gli Stati Uniti hanno accettato di sospendere le sanzioni petrolifere contro l’Iran durante i negoziati. «L’Iran ribadisce che l’abolizione di tutte le sanzioni deve far parte degli impegni degli Usa. Gli Usa, tuttavia, hanno proposto la revoca solo fino al momento dell’accordo finale», si legge sulla medesima agenzia. Poche ore prima dell’invio del nuovo piano, Trump era tornato a minacciare Teheran. «Il tempo stringe, ed è meglio che si muovano velocemente, altrimenti di loro non rimarrà nulla», aveva scritto su Truth. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha risposto che in caso di ripresa della guerra le sue forze armate hanno «nuove sorprese per il nemico».

Binaghi scatenato dopo gli Internazionali e le altre pillole del giorno

Angelo Binaghi non si tiene. E ne ha ben donde. Gli Internazionali di Roma sono stati un successo e non solo per le vittorie di Sinner nel singolare – a 50 anni dal trionfo di Adriano Panatta – e di Bolelli e Vavassori nel doppio maschile. Domenica «è stata una giornata perfetta», ha commentato il presidente della Fitp a Radio Anch’io sport su Radio1. «All’inizio del torneo ci eravamo posti tre obiettivi: superare la soglia dei 400 mila spettatori paganti, superare il miliardo del valore dell’impatto economico del torneo sul territorio e provare a rivincere il singolare maschile dopo 50 anni. Ne abbiamo raggiunti quattro di obiettivi: siamo riusciti anche a vincere anche il doppio maschile, al quale non pensavamo. Più di così… ». Insomma: game, set, match. Binaghi, in versione baudesca («l’ho inventato io…») ha pure confessato di essere stato lui a convincere Sergio Mattarella a premiare Sinner.

Binaghi scatenato dopo gli Internazionali e le altre pillole del giorno
Binaghi scatenato dopo gli Internazionali e le altre pillole del giorno
Binaghi scatenato dopo gli Internazionali e le altre pillole del giorno
Binaghi scatenato dopo gli Internazionali e le altre pillole del giorno
Binaghi scatenato dopo gli Internazionali e le altre pillole del giorno
Binaghi scatenato dopo gli Internazionali e le altre pillole del giorno
Binaghi scatenato dopo gli Internazionali e le altre pillole del giorno

Tra il capo dello Stato e il campione altoatesino, ha assicurato, non c’è «mai stato alcuno strappo. Sono stato io, senza che nulla fosse programmato, a riuscire a convincere il Capo dello Stato a venire in campo a fare la premiazione, nel minuto immediatamente successivo alla vittoria di Jannik. Tutti gli italiani avrebbero voluto che fosse lui a premiare Sinner. Gli ho detto che anche Jannik sarebbe stato molto emozionato di essere premiato da lui. Il presidente ci ha pensato un attimo, è venuto in campo e credo sia stato un enorme regalo per Jannik, per noi, per il pubblico e per tutti gli italiani». Tutto bene quel che finisce bene, dunque. Anche perché è stato lo stesso numero 1 al mondo in collegamento con Fabio Fazio, ad ammettere parlando dell’appuntamento mancato al Quirinale: «Non ero partito con il piede giusto un po’ di tempo fa…».

Prima di dare appuntamento al Roland Garros – «Noi, con il nostro squadrone e non solo con Jannik, andiamo a Parigi per vincere» – Binaghi è tornato sul pasticcio della sovrapposizione con il derby. «Spostare la finale avrebbe significato far perdere credibilità al torneo a livello internazionale», ha detto ricordando che gli Internazionali d’Italia sono «gestiti dall’ATP. I diritti televisivi non sono venduti da noi e decine e decine di Paesi erano programmati per quell’ora. Quindi sarebbe stato un danno enorme per la credibilità del torneo e del Paese». E già si guarda all’edizione 2028, quando sarà in funzione il nuovo Centrale da 12.500 posti (60 milioni arrivano da Sport e Salute), una struttura polifunzionale attiva tutto l’anno, con copertura semovibile a prova di maltempo. L’unica macchia di questo torneo.

Binaghi scatenato dopo gli Internazionali e le altre pillole del giorno
Sergio Mattarella con Angelo Binaghi (Imagoeconomica).

Una riconferma per Bordoni

Davide Bordoni è stato per anni uno degli elementi di spicco dei berluscones a Roma. Consigliere comunale, era arrivato alla poltrona di assessore alle Attività produttive e al Lavoro al tempo della Giunta Alemanno. Uscito da Forza Italia nel 2019, nel 2020 è stato co-fondatore del gruppo consiliare Lega-Salvini premier. Dopo la mancata elezione a consigliere per soli 38 voti alle Amministrative del 2021, è in Campidoglio l’anno successivo al posto di Simonetta Matone, eletta in Parlamento. Già consigliere del ministro dei Trasporti, dal 2022 al 2023 ha assunto la carica di esperto per i rapporti con gli enti territoriali e pochi giorni fa è stato riconfermato amministratore unico di Ram Spa (Rete Autostrade Mediterranee, società in house del MIT) per il triennio 2026-2028. «La riconferma rappresenta per me motivo di orgoglio e uno stimolo a proseguire con impegno e responsabilità il lavoro al servizio del Paese e del sistema logistico e infrastrutturale nazionale. Desidero esprimere la mia gratitudine al Mef e al Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, per la fiducia e l’attenzione dimostrate nei confronti del lavoro svolto e degli ottimi risultati raggiunti in questi anni da Ram», ha dichiarato Bordoni.

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Davide Bordoni (Imagoeconomica).

Giachetti smuove la Vigilanza Rai

Il renziano Roberto Giachetti si è ammanettato alla Camera – con manette acquistate in un sexy shop come lui stesso ha raccontato («l’unico posto in cui si possono vendere…», ha detto a Un giorno da pecora) – per protestare contro l’eterno rinvio delle votazioni, a causa della mancanza del numero legale, per la presidenza della Rai.

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Il deputato di Iv Roberto Giachetti ammanettato alla Canera (Ansa).

Una protesta che ha spinto la presidente della commissione di Vigilanza Barbara Floridia a intervenire: «Prendo atto della disponibilità della maggioranza a garantire il numero legale della Vigilanza Rai e convoco la commissione per il prossimo mercoledì 27 maggio. L’auspicio è che l’apertura della maggioranza a riaprire i lavori non sia limitato solo alla prossima seduta, ma che si possa ripartire con le attività ordinarie. È opportuno evidenziare che l’ordine del giorno non lo decide di certo Antonio Tajani. Dispiace molto che si sia dovuti arrivare al gesto estremo di Giachetti per avere una cosa normale come una seduta della commissione». Lo stallo sulla nomina è dovuto all’ostinazione di Simona Agnes che, nonostante il muro delle opposizioni, non ha ritirato la propria candidatura.

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Barbara Floridia (Imagoeconomica).

Il board di Commerzbank invita gli azionisti a respingere l’offerta di Unicredit

Il consiglio di amministrazione e il consiglio di sorveglianza di Commerzbank raccomandano agli azionisti della banca di non accettare l’offerta pubblica di acquisto volontaria sotto forma di offerta di scambio da parte di Unicredit, perché quest’ultima «non offre loro un premio adeguato e non ha presentato un piano strategico coerente e credibile per l’aggregazione». Lo si legge in una nota stampa pubblicata dalla banca tedesca, da cui emerge che «entrambi gli organi sono convinti che, implementando la strategia “Momentum 2030”, Commerzbank crei maggiore valore autonomamente rispetto alla proposta di Unicredit». L’istituto ha aggiunto che «il valore implicito dell’offerta costituisce uno sconto significativo rispetto al potenziale di creazione di valore a lungo termine di Commerzbank, nonché rispetto agli attuali parametri di mercato». Inoltre, «l’offerta di acquisizione di Unicredit non offre un premio adeguato ai nostri azionisti». «Quella che viene descritta come una fusione è in realtà una proposta di ristrutturazione che avrebbe un impatto enorme sul nostro modello di business collaudato e redditizio», ha dichiarato l’amministratore delegato Bettina Orlopp.

Commerz: «Rischi considerevoli dalle proposte di Unicredit»

E ancora: «Le proposte speculative di Unicredit comportano rischi considerevoli, che minacciano le relazioni con i clienti che Commerzbank ha costruito sulla base della fiducia e dell’affidabilità, nonché la motivazione dei suoi dipendenti. Poiché l’offerta è strutturata come uno scambio di azioni Unicredit, gli azionisti di Commerzbank che accettassero l’offerta si assumerebbero questi rischi in qualità di futuri azionisti di Unicredit. Ciò sottolinea ulteriormente perché raccomandiamo agli azionisti di non accettare l’offerta».

Evergrande, i liquidatori chiedono 8,4 miliardi di dollari a PwC per negligenza

I liquidatori di Evergrande Group, il colosso dell’immobiliare cinese andato in fallimento, hanno chiesto a PwC un risarcimento danni pari a 8,4 miliardi di dollari, accusando la società di revisione di negligenza nello svolgimento della propria attività di controllo contabile. È quanto emerge dall’udienza di lunedì 18 maggio 2026 al tribunale di Hong Kong, che si è concentrata su quanta responsabilità debba assumersi PwC. I potenziali risarcimenti si aggiungerebbero alle ingenti multe imposte dalle autorità della Cina continentale e di Hong Kong dopo il crollo di Evergrande, che ha lasciato dietro di sé passività per oltre 300 miliardi di dollari, uno dei più grandi buchi finanziari del settore immobiliare cinese. Richard Handyside, avvocato che rappresenta PwC International, ha sostenuto che la società non avrebbe dovuto essere parte in causa poiché il colosso della revisione è composta da diverse società e le entità di Hong Kong e Cina non erano sue filiali. Non vi furono comunicazioni tra PwC International ed Evergrande, e quest’ultima non aveva alcun «obbligo di diligenza» in relazione alle revisioni contabili del costruttore cinese. Dal canto suo, l’avvocato dei liquidatori, Adrian Beltrami, ha sostenuto che PwC International si trova al vertice del gruppo ed è responsabile del mantenimento degli standard delle società che ne fanno parte. S

L’Idf sequestra le barche della Flotilla dirette verso Gaza

Soldati dell’Idf hanno preso il controllo delle imbarcazioni della Sumud Flotilla al largo delle acque di Cipro. In una diretta streaming mostrata dal Times of Israel si vedono dei commando della marina militare israeliana che abbordano una delle navi della missione, che ha dichiarato di avere perso i contatti con una delle sue navi dopo l’intervento di Israele sostenendo che questo sia avvenuto in acque internazionali. «La Flotilla, a 250 miglia da Gaza in acque internazionali, ha iniziato a essere fermata dai soldati israeliani. L’imbarcazione Sadabad, appartenente alla flottiglia, è stata sequestrata dalle forze di occupazione israeliane», si legge in un comunicato della Global Sumud Flotilla. Partita ad aprile dalla Spagna e diretta a Gaza, la Flotilla era stata già intercettata da Israele in acque internazionali nei pressi di Creta, ma la scorsa settimana un nuovo convoglio di 54 imbarcazioni con circa 500 attivisti era ripartito alla volta della Striscia dal porto di Marmaris, località costiera della Turchia sud occidentale.

Sciopero generale 18 maggio, stop a treni, bus, tram e metro: orari e fasce garantite

Possibili disagi lunedì 18 maggio 2026 a causa di uno sciopero generale che coinvolge i lavoratori di diverse categorie, dai trasporti alla sanità alla scuola. L’agitazione nazionale di 24 ore è stata indetta dall’Unione sindacale di base (Usb) per chiedere l’interruzione del coinvolgimento italiano nei conflitti e il blocco delle filiere economiche e industriali legate al riarmo, rivendicando risorse a «salari, servizi pubblici, pensioni, sicurezza nei luoghi di lavoro, diritto alla casa». «La guerra entra nei salari che perdono valore, nella sanità pubblica svuotata, nella scuola impoverita, nel welfare tagliato, negli affitti che aumentano, nei prezzi che corrono, nella benzina che pesa sempre di più sulle famiglie», si legge nel comunicato sindacale.

Treni

Il Gruppo Fs ha avvertito che la protesta interessa il proprio personale dalle ore 21 di domenica alle ore 21 di lunedì. Trenitalia, tenuto conto delle possibili ripercussioni sul servizio, invita i passeggeri a «informarsi prima di recarsi in stazione» consultando l’app, la sezione Infomobilità del sito e i canali social e web. Coinvolta anche l’Alta velocità, con alcune tratte garantite indicate qui. Stessi orari per Italo, che ha anch’esso pubblicato l’elenco delle corse garantite, e Trenord. Per il trasporto regionale le fasce di garanzia sono le consuete, dalle 6.00 alle 9.00 e dalle ore 18.00 alle ore 21.00.

Bus, tram e metro

Lo stop riguarda anche il trasporto pubblico locale. A Roma Atac ha avvisato che «durante lo sciopero il servizio sarà garantito esclusivamente durante le fasce di legge, da inizio servizio alle ore 8.29 e dalle 17.00 alle 19.59». A Milano, invece, dopo l’agitazione del 15 maggio, la circolazione delle linee metropolitane e dei mezzi di superficie sarà regolare. Anche in questo caso, l’invito è quello di tenere monitorati i siti delle singole aziende.

Sanità, scuola e uffici pubblici

Lo sciopero coinvolge anche i lavoratori della sanità e della scuola. Nella giornata di lunedì, le visite specialistiche programmate, gli esami di laboratorio e gli interventi non urgenti potrebbero essere rimandati. Per quel che riguarda gli istituti scolastici, le eventuali chiusure dipenderanno dal tasso di adesione di insegnanti e personale Ata. Anche uffici comunali, sportelli Inps e Agenzia delle entrate potrebbero andare incontro a chiusure o riduzioni d’orario.

La lettera di Meloni a Von der Leyen: «Deroghe al Patto anche per energia o Safe a rischio»

La premier Giorgia Meloni ha scritto una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen chiedendo che la deroga al Patto di stabilità valga, oltre che per la difesa, anche per la crisi energetica. «L’Italia ritiene necessario estendere temporaneamente il campo di applicazione della National escape clause già prevista per le spese di difesa anche agli investimenti e alle misure straordinarie necessarie per fronteggiare la crisi energetica, senza modificarne i limiti massimi di scostamento già previsti», ha scritto Meloni, aggiungendo che, «in assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste».

«Anche la sicurezza energetica è una priorità strategica europea»

«La crisi in Medio Oriente e le tensioni nello Stretto di Hormuz, che si aggiungono agli effetti dell’aggressione russa dell’Ucraina, stanno già producendo effetti pesantissimi e spesso asimmetrici sui prezzi dell’energia, sui costi per famiglie e imprese, sulla competitività del nostro sistema produttivo e sul potere d’acquisto dei cittadini». ha continuato Meloni. «In Italia e in molte nazioni europee cresce la preoccupazione di dover affrontare un nuovo shock economico e sociale dopo gli enormi sacrifici sostenuti negli ultimi anni. Per questo ritengo che l’Europa debba dare un segnale di coerenza, di buon senso e di vicinanza ai cittadini. Se consideriamo giustamente la difesa una priorità strategica tale da giustificare l’attivazione della National escape clause, allora dobbiamo avere il coraggio politico di riconoscere che oggi anche la sicurezza energetica è una priorità strategica europea», ha concluso Meloni.

La replica: «Posizione non cambia»

Alla lunga lettera di Meloni è arrivata una replica stringata di Bruxelles. «La posizione della Commissione europea non è cambiata. Abbiamo presentato agli Stati membri una gamma di opzioni a loro disposizione per affrontare l’attuale crisi energetica», ha detto il portavoce della Commissione Ue Olof Gill. «Al momento non stiamo includendo la Clausola di salvaguardia nazionale tra queste opzioni, perché riteniamo che la gamma di strumenti presentata debba restare entro un quadro di vincoli fiscalmente responsabili. Naturalmente osserviamo l’evoluzione della situazione».

Trump all’Iran: «Il tempo stringe, senza un accordo colpiremo duramente»

«Per l’Iran il tempo stringe, ed è meglio che si muovano velocemente, altrimenti di loro non rimarrà nulla». L’ha scritto Donald Trump sulla sua piattaforma social Truth. Subito dopo, intervistato dall’emittente israeliana Channel 12, ha aggiunto: «Se non verranno da noi con un’offerta migliore, li colpiremo più duramente di come abbiamo fatto finora». Secondo la Cnn, il tycoon ha convocato al suo golf club in Virginia i suoi massimi consiglieri per la sicurezza per discutere della guerra. All’incontro erano presenti il vice presidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il direttore della CiaJohn Ratcliffe e l’inviato speciale Steve Witkoff. Martedì 19 maggio, informa Axios, convocherà invece la Situation Room per esaminare le possibili opzioni militari. Secondo alcuni media, Trump avrebbe ottenuto dalla Cina l’impegno a non fornire armi a Teheran.

La foto AI nella «stanza dei bottoni»

Su Truth ha anche pubblicato una foto realizzata con l’intelligenza artificiale in una sorta di «stanza dei bottoni» nello spazio mentre è intento a schiacciare un pulsante di colore rosso. Alle sue spalle, su vari schermi, si vedono diverse esplosioni con la scritta «target destroyed».

Trump all’Iran: «Il tempo stringe, senza un accordo colpiremo duramente»
Da Truth.

Per salvare la Lega, Salvini è pronto a scommettere sui governatori

Operazione governatori. Nessuno lo conferma in pubblico e pochi ne parlano in privato, ma, per risollevare una Lega sempre più in picchiata nei sondaggi, Matteo Salvini sarebbe pronto a calare quattro carichi pesanti nella partita delle Politiche del 2027. L’idea del capo leghista sarebbe quella di candidare i presidenti di Lombardia e Friuli Venezia Giulia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga, il presidente del Consiglio regionale veneto, Luca Zaia, e il presidente della Provincia di Trento, Maurizio Fugatti.

Per salvare la Lega, Salvini è pronto a scommettere sui governatori
Matteo Salvini con Maurizio Fugatti, Luca Zaia e Attilio Fontana (Imagoeconomica).

La carta per rilanciare il nordismo leghista

Il progetto, di cui Salvini avrebbe parlato con alcuni di loro, servirebbe a rilanciare il partito al Nord e a recuperare consensi tra i delusi. Insomma, far correre quel ‘partito dei governatori’, cuore del ‘nordismo’ leghista e a tratti critico nei confronti di certe istanze sovraniste da anni predominanti nella Lega salviniana. Massimo esempio del radicamento sul territorio e del buongoverno di via Bellerio, i “governatori” (così vengono chiamati anche se Zaia è un ex) da tempo si coordinano, collaborano, spesso assumono posizioni simili sulle questioni più delicate che riguardano il partito. Hanno tenuto anche a sigillare i loro rapporti con un pranzo che si è tenuto prima della scadenza del mandato di Zaia, subito denominato «patto del sushi». L’ipotesi è di usare i consensi dei ‘governatori’ come si è usato il gradimento per la novità di Roberto Vannacci alle Europee.

Per salvare la Lega, Salvini è pronto a scommettere sui governatori
Per salvare la Lega, Salvini è pronto a scommettere sui governatori
Per salvare la Lega, Salvini è pronto a scommettere sui governatori
Per salvare la Lega, Salvini è pronto a scommettere sui governatori
Per salvare la Lega, Salvini è pronto a scommettere sui governatori

I sondaggi in picchiata rendono difficile un’eventuale contrattazione con gli alleati

Gli ostacoli a questa operazione però non sono irrilevanti. In primo luogo, se candidi Fontana, Fedriga, Zaia e Fugatti poi non puoi parcheggiarli in Parlamento come semplici deputati o senatori, è il ragionamento che fa qualcuno. Se hai buoni piloti, questi ultimi si aspettano quantomeno di guidare auto importanti. E questo è un tema non da poco, visto che i leghisti temono di scendere ancora nei sondaggi nei prossimi mesi (oggi la Lega è attorno al 6 per cento), penalizzati dall’ascesa di Vannacci. Un partito con consensi così limitati, si commenta, non può pretendere molto nell’eventuale contrattazione con gli alleati di centrodestra per la suddivisione dei futuri posti di governo. Soprattutto se si tiene conto che Salvini vorrà ritornare all’Interno, e Giancarlo Giorgetti potrebbe essere confermato all’Economia. Ed ecco che le poltrone pesanti sono già esaurite.

Per salvare la Lega, Salvini è pronto a scommettere sui governatori
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

L’ostacolo tempo e il pressing di FdI

Ma lo scoglio più grosso sarebbe temporale. Se volessero candidarsi con l’intenzione di essere eletti, e non solo come una mossa di bandiera, Fedriga, Fontana e Fugatti dovrebbero dimettersi con almeno un anno di anticipo rispetto alla scadenza dei loro mandati. Un’eventualità che sarebbe vista con grande favore da parte degli alleati di Fratelli d’Italia che da prima della vittoria del leghista Alberto Stefani in Veneto fremono per conquistare la presidenza di una Regione del Nord. In Friuli Venezia-Giulia il pressing di FdI sui leghisti è evidente e ha portato nei mesi scorsi a una mini-crisi di maggioranza, subito rientrata. Qui, infatti, il partito di Meloni spinge per far eleggere Alessandro Ciriani, fratello del ministro per i Rapporti con il Parlamento. Nei prossimi mesi, si vedrà se Fedriga accetterà o meno la proposta di Salvini. Chi invece proprio non ne vuole sapere di dimettersi un anno prima è Fontana. Sempre più autonomo dal segretario nelle sue decisioni, l’Attilio da Varese non ha alcuna intenzione di lasciare prima della scadenza la Giunta finora guidata dalla Lega. Dopo che il presidente di Coldiretti Ettore Prandini si è ufficialmente tirato indietro, nel partito di Giorgia Meloni stanno già litigando tra coloro che vogliono candidare Carlo Fidanza e quelli che tifano per Alessio Butti.

Su Modena si spacca la maggioranza: Salvini contro tutti

I gravissimi fatti di Modena restituiscono un’immagine plastica delle spaccature all’interno della maggioranza e forniscono un assaggio dei toni che assumerà la lunga campagna elettorale per le Politiche del 2027. Da una parte ci sono il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la premier Giorgia Meloni che visitano i feriti a Modena e Bologna, ringraziano i medici e i cittadini che hanno bloccato Salim El Koudri. Dall’altra c’è Matteo Salvini.

Su Modena si spacca la maggioranza: Salvini contro tutti
Il Presidente Sergio Mattarella con la premier Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Tajani frena Salvini sulla revoca al permesso di soggiorno

Il segretario della Lega e vicepremier ha dato immediatamente fuoco alle polveri chiedendo di revocare il permesso di soggiorno ed espellere chi delinque. La proposta di legge, ricorda Salvini, è da tempo in commissione Affari Costituzionali della Camera, «se commetti un reato grave un Paese serio ti espelle immediatamente. È legittima difesa». Sta all’altro vicepremier, il segretario di FI Antonio Tajani, a frenarlo: Salim El Koudri «non aveva un permesso di soggiorno. È un cittadino italiano, nato, cresciuto e laureato in Italia…».

Su Modena si spacca la maggioranza: Salvini contro tutti
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Sempre da Forza Italia il ministro Paolo Zangrillo ha ricordato che la revoca della cittadinanza «è una decisione che non può prendere da sola la Lega. Dobbiamo stare attenti a non assumere decisioni sull’onda dell’emotività». La battaglia del partito berlusconiano per lo Ius Italiae non sembra più di stretta attualità, ma le sensibilità tra gli alleati di governo restano distantissime. Frena anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: espellere i migranti che delinquono? «Ci stiamo lavorando ma qui stiamo parlando di altro», cioè di un caso di disagio psichiatrico. Salvini però non molla: «È già in discussione alla Camera una proposta di legge, a prima firma Iezzi per la revoca della cittadinanza agli stranieri che commettono gravi reati», ha tuonato dalla scuola di formazione politica di Armando Siri. E vale «sia per il permesso di soggiorno che per la cittadinanza data a stranieri che hanno una doppia cittadinanza. La cittadinanza non può essere a vita».

Su Modena si spacca la maggioranza: Salvini contro tutti
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

L’uscita scomposta di Bignami

Meloni, rientrata da Cipro per far visita ai feriti insieme con il capo dello Stato, non entra nella giostra delle polemiche e lo stesso Fratelli d’Italia. A eccezione di Galeazzo Bignami. «Stiamo iniziando a sentire quello che non vogliamo sentire dai soliti ipocriti e benpensanti: che si tratta di un italiano, di una persona che va capita e compresa, del gesto di un folle», ha commentato in un video sui social il capogruppo di FdI alla Camera. «Chiariamo le cose, non è un italiano, ma un immigrato di seconda generazione, e non c’è nulla da capire e da comprendere; certo che è un folle, perché solo un folle fa una cosa simile, ma deve pagare per quello che ha fatto e lo deve fare a casa sua che, per quanto mi riguarda, non è l’Italia ma in Marocco dove ha le sue origini». «Se non siamo chiari su quello che è accaduto», ha aggiunto, «rischiamo che possa riaccadere perché questo è il frutto di una cultura immigrazionista che, per quanto ci riguarda, non ha motivo di esistere». L’altra accusa è contro «il fallimento dei servizi sociali a Modena», comune di centrosinistra. «Gravissimo che un individuo psichiatricamente instabile come Salim El Koudri sia stato abbandonato a se stesso portando così ai tragici fatto di sabato», ha attaccato il deputato Riccardo De Corato.

Su Modena si spacca la maggioranza: Salvini contro tutti
Galeazzo Bignami (Imagoeconomica).

Vannacci all’attacco sulla remigrazione

Tra i meloniani si derubricano gli ululati leghisti a tentativi di arginare la minaccia vannacciana. L’ex generale spinge infatti per una legge sulla remigrazione. «La smettano anche i giustificazionisti che vogliono derubricare il caso a follia di uno psicopatico. Le dinamiche sociali e ideologiche valgono sempre o solo quando fa comodo?», ha attaccato Vannacci sui social. «Se una donna viene uccisa, si parla subito di patriarcato e mascolinità tossica. Se una vittima è straniera o nera, si parla immediatamente di odio razziale e clima culturale. Se un omosessuale o un trans viene picchiato non vi è dubbio: si tratta di omotransfobia. Ma se un uomo islamico, magrebino di seconda generazione travolge civili innocenti usando modalità identiche a quelle usate dagli islamici in decine di attentati già visti in Europa, allora improvvisamente spariscono tutte le analisi sociali, culturali e ideologiche. Restano solo i ‘problemi psicologici’. Perché, allora, le spiegazioni culturali valgono sempre, oppure non valgono, solo quando la realtà mette in crisi una certa ideologia?».

Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita

A metà maggio la fotografia dell’ex Ilva è desolante: gara di vendita non chiusa, scadenza di aprile disattesa, due offerenti formali ancora in campo, un piano B governativo che si sgonfia già nella settimana in cui è stato annunciato. E un dossier che ha cambiato scrivania.

Le offerte sul tavolo: pro e contro

La proposta di Flacks group

I due pretendenti in campo sono Flacks Group e Jindal Steel International. Il primo, family office di Miami fondato dal britannico Michael Flacks, ha depositato l’offerta l’11 dicembre 2025: 5 miliardi di investimenti, 8.500 posti garantiti, asset a un euro simbolico, Stato al 40 per cento del capitale. Il 30 dicembre 2025 il Mimit dà mandato di trattativa esclusiva. Sulla carta, le cifre piacciono al pubblico. Ma sotto le cifre, il curriculum siderurgico è semplicemente assente. La storia di Flacks Group del resto è fatta di real estate, retail, chimica, immobili. Sui metalli, al massimo, qualche partita di trading. Gestire un mostro come l’ex Ilva non si fa da un ufficio di Miami con un cv di vernici e palazzi. E i numeri lo dicono: a fine marzo i commissari chiedono coperture bancarie pluriennali, per Flacks sono condizioni «irricevibili» e chiede un vendor loan statale a fare da ponte. Tradotto: prima i soldi pubblici, poi vediamo.

Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita
Michael Flaks.

I numeri di Jindal Steel

Jindal Steel International, attraverso il presidente Naveen Jindal – accompagnato a Roma, Taranto e Genova dal figlio Venkatesh – ha presentato un’offerta vincolante il 21 marzo scorso: forno elettrico da 2 milioni di tonnellate a Taranto, dismissione del ciclo integrato entro il 2030, capacità a regime 6 mln di tonnellate di acciaio prodotte, investimento fino a 1 miliardo nei propri impianti, 3.600 dipendenti. Sulla carta garantisce una presenza globale nella siderurgia e la dotazione tecnica. Sotto la carta: se i soldi li mette lo Stato, la presenza globale non vale nulla. Il governo italiano deve mantenere la proprietà degli impianti di Taranto sino alle bramme, restare proprietario delle centrali, accollarsi forza lavoro e oneri CO2. Jindal prende solo i laminatoi di Taranto, Genova, Novi Ligure, Racconigi, Paderno Dugnano, Legnaro e Marghera, e i porti. E acquisterà fino a 4 milioni di tonnellate di bramme all’anno dagli impianti del governo, per tre anni, a prezzi di mercato. Quei prezzi non coprono i costi di un’area a caldo che brucia 50-100 milioni al mese: lo Stato venderà bramme in perdita a Jindal finché lei non avrà le sue dall’OmanGame over per Taranto come ciclo integrato. Si aggiunga che lo stesso Naveen Jindal aveva provato a comprare Thyssenkrupp Steel Europe in Germania, ma le trattative sono state sospese il 2 maggio per costi pensionistici e investimenti. A Berlino la due-diligence è stata fatta sul serio.

Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita
Sajjan Jindal con Aldolfo Urso (Imagoeconomica).

Cosa si muove (e cosa no)

Negli ultimi giorni è circolata la voce di una cordata di Flacks con Danieli Metinvest. Va letta con calma. Non c’è nulla di firmato: c’è un tavolo tecnico e ci sono colloqui. Danieli ha sempre detto di essere un fornitore di tecnologia, non un acquirente di brownfield; un eventuale ingresso in equity, secondo le ricostruzioni più precise, sarebbe limitato al 10 per cento (5 per cento Danieli e altrettamto Metinvest) e rinviato a una “seconda fase”. Dettaglio non secondario, a confermare il quadro è stato il presidente Danieli Alessandro Brussi: è il governo che ha messo Flacks in contatto con Metinvest e con Danieli. Tradotto: non è un’iniziativa industriale autonoma del fondo di Miami, è un puntellamento ministeriale a un offerente impallato sulle garanzie. Sull’altro lato del tavolo: Metinvest a Piombino è ancora in stallo. Domanda di VIA ripresentata ad aprile, dopo 36 quesiti inevasi sulla precedente; accordo di Programma non firmato, cantiere previsto entro fine 2026 ma in ritardo di un anno su un investimento da 3,2 miliardi. Chiedere a chi non ha ancora avviato Piombino di farsi carico dell’ex Ilva è un esercizio da retroscenisti. Sul fronte governativo, l’ipotesi Arvedi circolata la settimana scorsa è data per non più in piedi; l’ipotesi Qatar Steel resta sullo sfondo. Federmeccanica (Simone Bettini) ha rilanciato: Occorre «mantenere la produzione siderurgica e l’indipendenza degli approvvigionamenti». Il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, chiede società mista Stato-privato e la nazionalizzazione: «Il pubblico investe attraverso Fincantieri e Leonardo, non vedo perché non possa investire in un settore strategico».

Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita
L’ex Ilva di Taranto (Imagoeconomica).

Il piano vecchio, archiviato da Urso

Vale la pena tornare al vecchio piano Jindal datato ottobre 2024 e archiviato dal ministro Adolfo Urso. È intestato a Jindal Steel (International) con un indirizzo che ricorre su ognuna delle 25 pagine: «Two Tribeca, Trianon 72261, MAURITIUS». La più grande acciaieria d’Europa offerta da una società domiciliata in una giurisdizione che per l’Ue resta nella zona grigia della pianificazione fiscale aggressiva. Condizioni: investimento fino a 3,01 miliardi entro il 2030, di cui 1,67 miliardi di grant pubblici già richiesti, più 606 mln per gli EAF e 660 per il secondo DRI. Due miliardi su tre li mette lo Stato. E a pagina 12, in chiaro, c’è la richesta di un decreto che garantisca immunità penale, civile e amministrativa all’offerente e ai suoi dirigenti per le responsabilità pregresse. Un Salva-Ilva prima di entrare. EBITDA in rosso cinque anni di fila, pareggio al 2030 solo grazie alle sovvenzioni. Urso lo archiviò. La nuova versione chiede meno contributi ma ha la stessa filosofia: lo Stato tiene il problema, Jindal tiene la rendita.

Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita
Adolfo Urso a Taranto (Imagoeconomica).

Il fatto politico: il dossier è in mano a Palazzo Chigi

Veniamo all’unico vero fatto politico di queste settimane, e va detto senza cuscinetti. Il 6 maggio Urso ha dichiarato in pubblico che «l’ultima parola spetta a Palazzo Chigi». Tradotto: questa pratica non la chiudo io. Le ricostruzioni nella maggioranza e nel Mimit sono concordi: il dossier ex Ilva sarebbe passato nelle mani di Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Palazzo Chigi. Avvocato di Bisceglie, classe 1965, formato tra Tesoro di Tremonti, Consob e ministero del Turismo, Caputi è un funzionario amministrativo, non un decisore industriale. Affidare a lui la regia di un dossier da oltre 20 mila lavoratori, otto miliardi di debito e tre regioni significa una cosa: la maggioranza ha deciso di non scegliere più.

Ex Ilva: cosa c’è dietro lo stallo della vendita
Gaetano Caputi (Imagoeconomica).

Il piano industriale fantasma

Il problema dell’Ilva non sono i compratori che mancano: è il piano industriale che lo Stato non ha mai voluto avere. Quando un piano c’era – il business plan Bain, 8 mln di tonnellate al 2030, 3,6 miliardi di investimenti, decarbonizzazione – è stato messo nel cassetto. Quando Invitalia poteva salire al 60 per cento di Acciaierie d’Italia versando 680 milioni, non li ha versati. Da allora il governo Meloni ha versato comunque: prestiti ponte (320+100 milioni nel 2024, altri 149 nel 2026), DL 3/2025 (circa 480 mln tra continuità e bonifiche), DL 92/2025 (200 milioni più la cassa integrazione), DL 180/2025, rimborsi dal conto bonifiche, garanzie SACE per altri 220 mln di rischio pubblico. Il tutto per un totale stimato in circa 2,3 miliardi di euro dal 2023 a oggi, più di tre volte i 680 milioni che sarebbero serviti per prendere il controllo. Oltre il triplo, per non comandare. E nel solo 2025 Acciaierie d’Italia ha perso 1,376 miliardi, oltre 100 milioni al mese che bruciano. Non si vende ciò che non si è prima governato. E ora, dopo il piano archiviato di Mauritius, dopo il puntellamento ministeriale al fondo di Miami, dopo il «piano B» qatarino che vacilla e l’Arvedi che non c’è mai stata, il fascicolo è uscito dalle mani del ministro che lo ha gestito per tre anni. È in un’altra stanza.

L’emergenza casa: le promesse del governo e i paradossi del mercato

Casa dolce casa. Avercela però non è scontato. Anzi. In Europa nel 2024 si contavano quasi 1,3 milioni di senzatetto. Negli Usa quasi 900 mila. In Italia, secondo gli ultimi dati, vivono circa 96 mila persone senza dimora, con una forte concentrazione nelle grandi città come Roma e Milano.

Alloggi popolari vuoti e immobili dormienti

Ma se consideriamo le situazioni di povertà abitativa i numeri crescono sensibilmente. Più di un italiano su quattro (il 27 per cento per cento della popolazione, dato Eurostat) vive in una condizione di rischio. Un milione di famiglie vive in affitto con canoni che assorbono buona parte del reddito disponibile. Eppure ci sono oltre 60 mila alloggi pubblici vuoti o non assegnati, a fronte di oltre 250 mila famiglie in lista d’attesa. Appartamenti che da anni si auspica possano contribuire ad alleviare l’emergenza. Ma è noto che di parole e promesse la politica italiana è piena. Mentre le case sfitte – cosiddette “dormienti” – sono 8 milioni e mezzo, il 25,7 per cento del totale delle abitazioni intestate a persone fisiche. Una percentuale che ci posiziona al primo posto in Europa per stock di case vuote. Un immenso patrimonio che si confronta con la scarsa offerta abitativa nelle città e la crescente paura dei proprietari di affittare a inquilini morosi.

L’emergenza casa: le promesse del governo e i paradossi del mercato
Le case bianche di via Salomone, a Milano (Ansa).

Il governo Meloni approva l’ennesimo Piano Casa

Recentemente il governo Meloni ha approvato iI nuovo Piano Casa Italia, che mira a contrastare il fenomeno con oltre 10 miliardi di euro (970 milioni il primo anno nel Documento di finanza pubblica) per creare 100 mila alloggi in 10 anni, focalizzandosi su edilizia sociale, recupero e social housing a canoni calmierati. C’è da sperare che sia la volta buona per avviare politiche abitative concrete. Ma al momento si deve segnalare che si tratta dello stesso numero di abitazioni previste (in un arco di tempo però doppio) dal Piano Casa del governo Berlusconi nel 2009, del quale però si sono perse le tracce. «A pensar male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina», diceva spesso Giulio Andreotti. Io mi limiterò a ricordare che l’unico Piano Casa che ne ha data una a più di un milione di italiani è stato quello lanciato dal leader Dc Amintore Fanfani, che dal 1949 al 1963 ha creato 355 mila nuovi alloggi.

L’emergenza casa: le promesse del governo e i paradossi del mercato
Giorgia Meloni (Ansa).

I prezzi corrono in tutta Europa

Trovare casa è un’impresa. Perché i prezzi per l’acquisto o per l’affitto sono cresciuti e continuano a crescere molto più degli stipendi. Tra il 2015 e il 2024, in Europa l’aumento è stato del 53 per cento e si stima una carenza di circa 2,25 milioni di abitazioni adeguate. Solo a Milano, che fra le metropoli europee spicca per rendimenti e sicurezza degli investimenti nel mattone, il costo delle abitazioni è cresciuto tra il 40 e il 50 per cento negli ultimi 10 anni. Lo scorso marzo, il Parlamento Ue ha approvato una risoluzione per una strategia organica contro la crisi abitativa e la creazione del primo Piano Europeo per alloggi a prezzi accessibili. Ma anche qui il rischio è che gli interventi legislativi siano troppo lenti rispetto a un mercato che corre, seguendo le dinamiche economiche, geografiche e demografiche. Che dicono ad esempio che gli stipendi soprattutto dei giovani sono troppo bassi, che la popolazione tende a concentrarsi nelle città, che sono sempre più numerose le famiglie di un solo componente. E qui si evidenzia un altro paradosso: la sottoccupazione degli alloggi, che nel Vecchio Continente è in costante aumento: oggi un europeo su tre (dal 18 ai 64 anni) vive in una casa troppo grande, percentuale che sale al 45 per cento tra gli over 65.

L’emergenza casa: le promesse del governo e i paradossi del mercato
Convegno ‘Emergenza casa. Verso un piano europeo’, a Milano (Ansa).

Il finto affare delle case a un euro

La forza del mercato e della rendita immobiliare favorisce inoltre la concentrazione e lo sviluppo urbano a scapito dei luoghi periferici e ancor più delle zone marginali. Borghi disabitati quando non abbandonati completamente sono un fenomeno in aumento in tutta Europa e nell’Italia intera. La vendita delle case a un euro, ovvero al prezzo di un caffè, è stato un fenomeno in grande auge gli anni passati e ancor oggi c’è qualche Comune che lancia l’offerta e qualche pollo che ci casca. Ma si tratta quasi sempre di case abbandonate da tempo o addirittura di ruderi, in zone spopolate. Così il presunto affare arriva a costare decine di migliaia di euro e alla fine del recupero si spendono cifre che superano il reale prezzo di mercato.

Il Foro Italico siamo noi: il pasticciaccio del calendario ritrae un Paese grottesco

Il Foro Italico non è un luogo: è una metafora. Di una città capitale, di un Paese, di un popolo intero con la sua anima guitta ch’è peso netto anziché tara. Il Foro Italico siamo noi. Per questo dovremmo guardare con serietà a tutto ciò che in questi giorni si è mosso intorno all’epicentro di un pasticciaccio brutto. Perché la vicenda parla di noi: della povera cosa che siamo diventati come Stato. Ma soprattutto perché siamo al cospetto di un vero “foro”: un buco ampio e profondo da cui è stata inghiottita la credibilità italica. Da qui in avanti, quando pronunciate “Foro Italico”, percepite la formula in questo senso.

Il Foro Italico siamo noi: il pasticciaccio del calendario ritrae un Paese grottesco
Le frecce tricolori sopra il Foro Italico (foto Ansa).

Quei 30 minuti di scarto che hanno salvato la situazione

La Lazio e la Roma (più le altre otto squadre che dovevano giocare in contemporanea per ragioni di “regolarità”). La Lega di Serie A e la federazione italiana del tennis (Fit). La prefettura di Roma e il Tar del Lazio, con l’avvocatura dello Stato a fare rinterzo. E poi Jannik Sinner e Maurizio Sarri. E ancora: il pallone e le palline, le scarpe coi tacchetti e le racchette. Una serie di dualismi che potrebbe continuare fino al derby di ritorno e alla finale degli Internazionali, mettendoci dentro anche la domenica alle 12.30 e il lunedì alle 20.45. Alla fine del caos, la decisione si è trovata in mezz’ora. Quei 30 minuti di scarto, l’inezia che ha salvato le capre del calendario e il cavolo di situazione in cui s’erano cacciate. Che a leggerla così era la soluzione più semplice del mondo: partita di domenica alle 12 anziché 12.30. Una cosa così facile che pare di rivedere il Lino Banfi di Fracchia la belva umana mentre si dà manate sulla pelata per certificare quanto è stato abile nella cogitazione. E invece si era stati davvero a mezz’ora dal casino supremo.

Il Foro Italico siamo noi: il pasticciaccio del calendario ritrae un Paese grottesco
Ezio Simonelli, presidente della Serie A (Imagoeconomica).

Dire che adesso siano tutti contenti sarebbe una fake news. Diciamo che sono sollevati. Se avessero l’opportunità di ritrovarsi in un vicolo, e contassero sulla certezza che tutto quanto avvenga lì non sia portato fuori, si accapiglierebbero a morsi e sputi. Ma poiché sono soggetti di pubbliche responsabilità e governance, allora tocca loro indossare la parte di quelli che sono riusciti a venire a capo della situazione. Per il resto, devono incrociare le dita. Perché soltanto il test di questa domenica bestiale potrà dire se la soluzione ha funzionato. Cosa mica scontata, dato che i ceffi abituati ad aggirarsi intorno al derby romano possono fare casino a mezzogiorno della domenica come alle nove di sera del lunedì, e indipendentemente dal fatto che nei dintorni si giochi la finale degli Internazionali di tennis o un Burraco Contest.

Sarri e la Lazio si presenteranno?

Chi vivrà vedrà. E saprà anche quale sarà la soluzione per uno degli interrogativi collaterali: davvero l’allenatore Sarri si rifiuterà di accomodarsi sulla panchina laziale al mezzodì di domenica? Parole forti, quelle da lui pronunciate nel post partita della finale di Coppa Italia persa contro l’Inter. E certo, bisogna riservargli qualche comprensione per la rognosa stagione che gli è toccato affrontare. Ma spararla così grossa, suvvia. Fosse per lui, la Lazio non dovrebbe nemmeno presentarsi in campo per la partita dell’ora di pranzo, «che tanto, anche se ci penalizzano di un punto in classifica, non ci cambia niente». Come no? Ve l’immaginate la situazione in cui una delle due romane diserta il derby concedendo all’altra la vittoria a tavolino, e magari spianandole la strada verso la Champions League? Nemmeno Zdenek Zeman, al tempo in cui sosteneva che il derby è una partita come tutte le altre, avrebbe osato tanto.

Il Foro Italico siamo noi: il pasticciaccio del calendario ritrae un Paese grottesco
L’allenatore della Lazio Maurizio Sarri (foto Ansa).

Ormai si è capito che si può fare soltanto di peggio

Due sole sono le certezze che questo immenso Foro Italico si lascia alle spalle. La prima: che la domenica bestiale, in qualche modo, passerà. La seconda: che la figura di melma rimane a imperitura memoria. Di più: andrebbe solennizzata, calendarizzata. Ricordata come il giorno in cui il Paese si è concesso una botta di grottesco e ancora nemmeno sapeva se sarebbe bastata. Perché ormai s’è capito che si può fare soltanto di peggio, e che gli architetti del caos sono l’unico corpo d’élite sul cui servizio permanente effettivo questo Paese possa contare.

Il Foro Italico siamo noi: il pasticciaccio del calendario ritrae un Paese grottesco
Il presidente della Fitp Angelo Binaghi (Imagoeconomica).

Non c’è stata la minima considerazione per i tifosi

Tenetevi sempre in mente la situazione da commediola di Serie Z: 10 squadre (!) che ancora il giovedì non sapevano se avrebbero giocato la domenica mattina o il lunedì sera; le relative tifoserie messe in sospeso senza la minima considerazione per i loro diritti; la bollinatura dei responsabili del calendario di Serie A che da qui in avanti si porteranno in giro questa vicenda come una macchia di sugo sulla cravatta; il cortocircuito istituzionale; e infine, l’innata simpatia di quel presidente della Federtennis che, come direbbero nelle East Midlands, è «like sand in your underwear». Va’ a vedere che potrebbero farci anche un format, su ‘sta storia qui. Orfani come siamo di Boris, potrebbe anche essere un successone.

Inchiesta sanità in Sicilia, accolta la richiesta di patteggiamento di Cuffaro

La gip del tribunale di Palermo, Ermelinda Marfia, ha accolto la richiesta di patteggiamento – 3 anni da scontare ai servizi sociali – per Salvatore Cuffaro, indagato per corruzione e traffico di influenze illecite in un’inchiesta sulla sanità siciliana. L’ex governatore, che aveva già subito una condanna a sette anni per favoreggiamento personale verso persone appartenenti a Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio, verrà dunque liberato dagli arresti domiciliari, misura a cui era sottoposto da quasi sei mesi.

Andranno invece a processo otto coimputati, uno col rito abbreviato

Come gup, sempre Marfa ha rinviato a giudizio sette coimputati di Cuffaro, che a differenza dell’ex presidente siciliano hanno optato per il rito ordinario. Inizierà il 7 settembre il processo per corruzione e traffico di influenze illecite, reati contestati a vario titolo all’ex direttore generale dell’azienda ospedali riuniti Villa Sofia-Cervello di Palermo, Roberto Colletti, al primario del Trauma Center dello stesso nosocomio Antonio Iacono, all’ex autista e storico collaboratore di Cuffaro Vito Raso, a Mauro Marchese e Marco Dammone della srl Dussman, al legale della società Roberto Spotti e all’imprenditore Sergio Mazzola, titolare della ditta Euroservice. Il faccendiere Ferdinando Aiello, che ha ottenuto il rito abbreviato, verrà invece giudicato a luglio.

Il ritiro di Freni rende ancora più assurdo il caso Agnes in Rai

Il passo indietro di Federico Freni alla presidenza della Consob ha messo in luce l’ostinazione di chi persiste in una candidatura che sta bloccando un organismo del Parlamento. Quella di Simona Agnes, figlia di Biagio Agnes e consigliera di amministrazione della Rai, che nell’autunno 2024 il centrodestra ha proposto come presidente della tv pubblica, dopo la nomina dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi, e che è ancora lì sul tavolo.

Su Freni è piombato il veto di Forza Italia

Da quattro mesi Freni era candidato alla presidenza dell’organismo che vigila sulla Borsa. Deputato leghista nonché sottosegretario all’Economia, era fortemente sostenuto da Giancarlo Giorgetti. L’accordo tra alleati sul suo nome pareva cosa fatta, ma Forza Italia si è improvvisamente sfilata. Per Antonio Tajani il leghista romano era troppo politico per guidare un’autorità indipendente. Rilievo assolutamente legittimo, anche se nel 2010 alla Consob arrivò Giuseppe Vegas, viceministro di Giulio Tremonti e parlamentare del Popolo della Libertà. Su Freni si era allungata poi l’ombra di un possibile conflitto di interessi: visto che si era occupato di redigere le nuove regole del mercato finanziario, da un giorno all’altro sarebbe passato da giocatore ad arbitro. Il braccio di ferro è andato in scena per quattro mesi fino all’epilogo di mercoledì scorso, quando Freni ha manifestato la volontà di togliersi dalla corsa. «Ho fatto prevalere il dovere istituzionale. Non voglio creare problemi al governo, alla Consob e al Paese», ha spiegato in un’intervista a Repubblica. E in Parlamento, di fronte alle attestazioni di stima dei colleghi, ha commentato: «La vita è altro. Mia moglie e le mie figlie stanno bene. Il resto è solo lavoro…».

Il ritiro di Freni rende ancora più assurdo il caso Agnes in Rai
Federico Freni (Imagoeconomica).

La candidatura di Agnes tiene in ostaggio la Vigilanza

Un passo indietro, una rarità nel nostro Paese, che rende ancora più evidente la cocciutaggine di Agnes. Non è solo una questione di stile. La sua ostinazione sta lasciando la tv pubblica semi-decapitata (il ruolo di presidente è ricoperto dal facente funzioni Antonio Marano) e al contempo sta bloccando i lavori della commissione di Vigilanza da quasi due anni. Visto che il centrosinistra si rifiuta di votare Agnes per una questione di metodo (il nome, che dovrebbe essere di garanzia quindi bipartisan, è stato proposto dal centrodestra senza alcuna interlocuzione: prendere o lasciare), ogni volta che la commissione decide di riunirsi, la maggioranza fa mancare il numero legale. Fin qui si sono tenute solo alcune audizioni “straordinarie”, come quella a Sigfrido Ranucci dopo l’attentato e all’ad Rai Giampaolo Rossi, per il resto l’attività dell’organismo è congelata. E continua a esserlo nonostante gli accorati appelli del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, quelli un po’ meno accorati dei presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, e pure, da ultimo, lo sciopero della fame che sta portando avanti Roberto Giachetti (Iv). 

Il ritiro di Freni rende ancora più assurdo il caso Agnes in Rai
Simona Agnes e Barbara Floridia (Imagoeconomica).

Mesi sulla graticola sono un danno di immagine

Nulla da fare. Agnes, sostenuta da Gianni Letta ma soprattutto da Maurizio Gasparri, non si muove di un millimetro. Resta lì, candidata a una poltrona dove non verrà mai eletta: per il via libera sono necessari i due terzi dei voti in Vigilanza, numeri di cui il centrodestra non dispone. Servirebbe un accordo con l’opposizione o con una parte di essa, ma al momento l’eventualità non esiste. In Parlamento sono in molti a pensare, anche nelle file della destra, che Agnes dovrebbe seguire l’esempio di Freni e farsi da parte. Perché restare sulla graticola dal 2024, lasciando la Rai senza presidente e bloccando la Vigilanza, dimostra poco senso delle istituzioni. «Se si fosse ritirata dalla corsa, com’era logico, a quest’ora probabilmente la tv pubblica avrebbe un presidente e la Vigilanza sarebbe operativa. Anche noi non capiamo perché preferisce stare lì, a farsi rosolare, oltretutto con un notevole danno d’immagine…», sussurrano alcuni parlamentari dell’opposizione in commissione.

Il ritiro di Freni rende ancora più assurdo il caso Agnes in Rai
Simona Agnes e Gianni Letta (Imagoeconomica).

Rai e Consob: il doppiopesismo di Tajani

In queste ore in Transatlantico il paragone tra i due casi viene evocato da molti, come si evince pure da uno scambio andato in scena giovedì pomeriggio. «Ho apprezzato il passo indietro di Freni dalla corsa per la Consob», ha commentato Tajani, specificando che non c’è mai stato un fatto personale nei suoi confronti. Non è una questione di nome. Pure se fosse stato uno di Forza Italia avrei detto che serve una figura tecnica alla guida della Consob e non di un politico». «L’apprezzamento del ministro degli Esteri per Freni rende inevitabile una domanda: si tratta dello stesso Tajani che, pur di imporre alla presidenza Simona Agnes, contribuisce a bloccare ormai da 20 mesi la Vigilanza Rai?», chiede Davide Faraone, vicepresidente di Italia viva. Mentre il suo collega di partito, Giachetti, è in sciopero della fame da lunedì 4 maggio. Una protesta che finora non ha prodotto alcun risultato. 

Il ritiro di Freni rende ancora più assurdo il caso Agnes in Rai
Antonio Tajani (Imagoeconomica).