I primi effetti della tregua Usa-Iran: cala lo spread, crollano i prezzi di petrolio e gas

L’accordo tra Usa e Iran per una tregua di due settimane condizionata alla riapertura dello Stretto di Hormuz è stato accolto positivamente dai mercati. Lo spread tra Btp e Bund è sceso a 73 punti in avvio di giornata, dopo aver toccato quota 88,3 punti nella chiusura di martedì 7 aprile. Forte calo anche dei rendimenti, con il decennale italiano che è passato dal 3,96 al 3,63 per cento. La Borsa di Milano ha aperto in rialzo, in linea con gli altri listini europei, con il primo indice Ftse Mib che ha guadagnato lo 0,99 per cento a 45.862 punti. Anche le Borse asiatiche hanno chiuso positivamente (Tokyo è volata al +5,39 per cento).

Giù i prezzi di petrolio e gas

Sul fronte delle materie prime, il petrolio affonda. Il Wti lascia infatti sul terreno il 18 per cento, scendendo ben sotto i 100 dollari al barile (93,03). Giù anche il prezzo del gas, con i contratti Ttf ad Amsterdam, mercato di riferimento, che sono scesi di oltre il 19 per cento a 43 euro al megawattora.

Usa-Iran, accordo in extremis per un cessate il fuoco di due settimane

A meno di un’ora e mezza dalla scadenza temporale deciso da Donald Trump, il presidente Usa e il regime di Teheran hanno concordato una tregua di due settimane, per dare tempo alle diplomazie di trovare un accordo definitivo per la fine del conflitto in Medio Oriente. L’annuncio è arrivato direttamente dal tycoon, via Truth. Di fatto, Trump e l’Iran hanno accettato la richiesta presentata al Pakistan, che aveva chiesto appunto alla Casa Bianca un cessate il fuoco di due settimane e all’Iran la riapertura dello Stretto di Hormuz «come gesto di buona volontà», cosa che avverrà – fa sapere Teheran – «sotto il controllo» delle sue forze armate. Anche Israele ha accettato di fermare i raid per 14 giorni.

L’annuncio di Trump

Questo l’annuncio di Trump su Truth: «Sulla base delle conversazioni con il primo ministro Shehbaz Sharif e il feldmaresciallo Asim Munir del Pakistan, durante le quali mi hanno chiesto di sospendere la forza distruttiva prevista per stanotte contro l’Iran, e a condizione che la Repubblica Islamica dell’Iran accetti la completa, immediata e sicura riapertura dello Stretto di Hormuz, accetto di sospendere i bombardamenti e l’attacco all’Iran per un periodo di due settimane». Trump ha inoltre spiegato di aver accettato la proposta del Pakistan perché gli Stati Uniti hanno «già raggiunto e superato tutti gli obiettivi militari» e sono «molto avanti nella definizione di un accordo definitivo per una pace di lungo periodo con l’Iran e per la pace in Medio Oriente». Il tycoon ha inoltre parlato della proposta in 10 punti presentata da Teheran, definendola «una base praticabile su cui negoziare» e spiegando che «quasi tutti sono stati concordati tra Stati Uniti e Iran». In una breve intervista telefonica all’Afp, il tycoon ha poi parlato di «vittoria totale e completa».

Il messaggio dell’Iran

«Se gli attacchi contro l’Iran cesseranno, le nostre potenti forze armate interromperanno le loro operazioni difensive», ha scritto su X il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi: «Per un periodo di due settimane, sarà possibile il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz tramite il coordinamento con le forze armate iraniane e tenendo debitamente conto dei limiti tecnici».

Primo round di negoziati il 10 aprile

Il primo round di negoziati tra Washington e Teheran si svolgerà a Islamabad venerdì 10 aprile. Secondo quanto riporta Axios della delegazione Usa dovrebbero far parte il vicepresidente JD Vance, l’inviato speciale per il Medio Oriente Steve Witkoff e Jared Kushner, genero di Trump.

Usa-Iran, accordo in extremis per un cessate il fuoco di due settimane
Donald Trump (Ansa).

Netanyahu: «La tregua non riguarda il Libano»

L’accordo sul cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran «non include il Libano». Lo ha sottolineato in un comunicato l’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, spiegando che Tel Aviv «sostiene l’impegno degli Stati Uniti volto a garantire che l’Iran non rappresenti più una minaccia nucleare, missilistica e terroristica per l’America, Israele, i vicini arabi dell’Iran e il mondo».

Le reazioni internazionali alla tregua

Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres «ha accolto con favore la tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran», esortando «tutte le parti coinvolte nell’attuale conflitto in Medio Oriente a rispettare i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale e ad attenersi ai termini del cessate il fuoco, al fine di spianare la strada verso una pace duratura e globale nella regione». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha affermato che «il governo tedesco accoglie con favore il cessate il fuoco di due settimane concordato tra Stati Uniti e Iran». Messaggi analoghi sono arrivati dai governi di Giappone, Australia, Nuova Zelanda e tanti altri Paesi. «La risolutezza americana funziona. Crediamo che sia giunto il momento di una determinazione sufficiente per costringere Mosca a cessare il fuoco e porre fine alla sua guerra contro l’Ucraina», ha dichiarato il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha.

La Casa Bianca ha escluso l’uso di armi nucleari in Iran

In un messaggio dal linguaggio colorito pubblicato su X dal proprio account RapidResponse47, la Casa Bianca ha smentito con forza l’ipotesi del ricorso a un’arma nucleare in Iran. «Nulla di ciò che dice il vicepresidente qui lascia intendere questo, branco di enormi buffoni», si legge nel messaggio, di fatto una replica a quanto scritto dall’account Headquarters, legato a Kamala Harris.

«JD Vance insiste e ribadisce dopo il nuovo messaggio di Donald Trump in cui afferma che “un’intera civiltà morirà stasera” e lascia intendere che potrebbe ricorrere alle armi nucleari», aveva scritto Headquarters, commentando una parte del discorso che il vicepresidente americano ha tenuto in Ungheria, ospite di Viktor Orban.

Perché il Regno Unito ha vietato l’ingresso a Kanye West 

Il Regno Unito ha revocato il permesso d’ingresso al rapper americano Kanye West, che in estate avrebbe dovuto esibirsi al Wireless Festival di Londra. Il provvedimento era stato preceduto dalle critiche del premier Keir Starmer, che aveva definito «profondamente inquetante» la partecipazione dell’artista all’evento londinese a causa delle sue posizioni antisemite – in passato West aveva dichiarato di «amare i nazisti» e aveva pubblicato una canzone intitolata Heil Hitler. Alle dichiarazioni del premier era seguito l’annuncio del governo di una revisione del visto.

Inutile la difesa degli organizzatori del festival e l’apertura al dialogo di West

A nulla è valsa la difesa degli organizzatori del festival, che avevano invocato una seconda chance per West, né la sua disponibilità a incontrare di persona esponenti della sdegnata comunità ebraica britannica per scusarsi. In un comunicato, il rapper noto come Ye aveva infatti dichiarato di volersi esibire a luglio nella capitale britannica e presentando «uno spettacolo all’insegna del cambiamento, portando unità, pace e amore attraverso la musica». Aveva anche aggiunto di essere pronto all’incontro «per ascoltare», precisando: «So che le parole non bastano e che dovrò dimostrare il cambiamento attraverso le mie azioni». Ma Downing Street non ne ha voluto sentire.

A luglio è atteso in Italia

Rimane invece confermata la presenza di West in Italia. L’artista è atteso alla Rcf Arena di Campovolo (Reggio Emilia) il 18 luglio 2026 come headliner dell’Hellwatt Festival, format crossover che unirà musica, visioni e performance. Sarà il primo live europeo di Ye negli ultimi 10 anni e il primo in Italia se si escludono i listening party in playback a inizio 2024 fra i Forum di Assago e Casalecchio di Reno per l’album Vultures.

Pershing Square mette sul piatto 9,4 miliardi di dollari per Universal Music

Il fondo speculativo americano Pershing Square ha messo sul piatto 9,4 miliardi di dollari per acquistare Universal Music Group tramite fusione. Secondo quanto riporta Bloomberg, l’offerta del fondo di Bill Ackman prevede 30,40 euro per azione: il 78 per cento in più rispetto all’ultima chiusura (a 17,10 euro) della Borsa di Amsterdam, dove è quotato il colosso del settore discografico, che secondo la società è sottovalutato dai mercati azionari. Gli azionisti che aderiranno all’offerta 5,05 euro per azione e 0,77 azioni della nuova società per ogni azione Umg posseduta. Il successo dell’operazione dipenderà in larga misura dalla decisione di Vincent Bolloré, che controlla il 18,5 per cento di Universal Music come azionista di maggioranza. Vivendi, a sua volta controllata dalla famiglia Bolloré, detiene un ulteriore 10 per cento. Ackman, che ha progressivamente ridotto la sua quota nell’etichetta, oggi ha in mano il 4,74 per cento. L’offerta, che non è vincolante, comporterebbe il trasferimento della quotazione di Universal da Amsterdam a New York.

Pershing Square mette sul piatto 9,4 miliardi di dollari per Universal Music
Bill Ackman (Ansa).

Il caso dei mancati contributi pubblici al documentario su Regeni approda alla Camera

La decisione del Ministero della Cultura di escludere l’opera dai finanziamenti per le opere cinematografiche il documentario Giulio Regeni: Tutto il male del mondo, che racconta la storia del ricercatore ucciso in Egitto nel 2016, è diventato un caso politico: la questione è infatti arrivata alla Camera dei deputati, con tre interrogazioni presentate ad Alessandro Giuli da Pd, +Europa e Avs. Domani, mercoledì 8 aprile, il ministro della Cultura sarà in Aula per rendere conto dei mancati contributi pubblici per la pellicola, che è già uscita nella sale e ha vinto il Nastro della Legalità.

Il docufilm ha vinto il premio Nastro della Legalità

Il film, diretto da Simone Manetti e prodotto da Mario Mazzarotto per Ganesh e da Domenico Procacci per Fandango, racconta gli eventi relativi alla morte di Regeni, dal rapimento alle torture fino appunto all’uccisione, con la ricostruzione della sua famiglia e dell’avvocata Alessandra Ballerini. Per l’omicidio di Regeni è ancora in corso (tra ostacoli giuridici di ogni tipo) il processo a quattro militari dei servizi segreti egiziani. Come detto, il documentario ha vinto il premio Nastro della Legalità. Ma, a differenza di altri progetti cinematografici oggettivamente meno rilevanti dal punto di vista civile e sociale, non ha ricevuto alcun contributo dal MiC.

I genitori: «Forse tutto questo dà fastidio o fa paura»

Procacci, uno dei produttori del documentario, ha dichiarato che la “bocciatura” di Giulio Regeni: Tutto il male del mondo «non è una scelta artistica», ma «solo politica», spiegando: «Posso anche capire se vengano commessi errori da un punto di vista artistico, per scarsa competenza. Puoi decidere di non finanziare un film perché non sai come sarà, come verrà, e pensi che non sia un bel lavoro. Ma il documentario è stato fatto, è uscito, ha già vinto premi». Il Coordinamento delle associazioni di autori e autrici (100autori, ANAC, WGI, AIR3, AIDAC, ACMF) ha espresso sorpresa per l’esclusione dal finanziamento «di alcuni titoli che apparivano, per qualità e rilevanza, tra i più meritevoli di sostegno pubblico», chiedendo un confronto urgente con il Ministero sulle commissioni esaminatrici. «Forse tutto questo a qualcuno dà fastidio o fa paura», hanno dichiarato Paola e Claudio Regeni, genitori di Giulio. Il documentario, a conferma del suo valore, verrà proiettato il 5 maggio al Parlamento europeo.

Il caso dei mancati contributi pubblici al documentario su Regeni approda alla Camera
Claudio e Paola Regeni, genitori di Giulio (Imagoeconomica).

Le dimissioni di due componenti della commissione

Dopo le polemiche sul mancato finanziamento del docufilm su Regeni si sono dimessi due dei componenti della commissione che assegna i contributi selettivi al cinema del MiC: il noto critico cinematografico Paolo Mereghetti e lo story editor Massimo Galimberti. Contattato dall’Ansa, Mereghetti ha spiegato che, pur non facendo parte della Commissione che aveva esaminato il film su Regeni, ha ritenuto necessario «per coerenza» prendere le distanze dall’organo che non ha considerato il documentario meritevole dei finanziamenti. Galimberti, raggiunto da Adnkronos, ha spiegato di aver inviato «una semplice lettera di dimissioni, dopo molti anni di lavoro nella commissione» per «una difformità di vedute sui criteri di valutazione delle opere», che «non riguarda solo un caso».

Il caso dei mancati contributi pubblici al documentario su Regeni approda alla Camera
Alessandro Giuli (Imagoeconomica).

Giuli risponderà durante il question time alla Camera

Come detto, sono tre le interrogazioni presentate dall’opposizione al ministro Giuli, che l’8 aprile risponderà nel corso del question time alla Camera. L’atto del Pd, a prima firma della segretaria Elly Schlein, sostiene che la decisione «appare difficilmente comprensibile e priva di adeguata motivazione» e che dunque sia «soltanto politica». Secondo il Pd, le nuove regole avrebbero «ridotto i meccanismi automatici e trasparenti», orientando di fatto anche le scelte artistiche. Nel mirino anche la «composizione della commissione incaricata della selezione», con «dubbi circa la piena imparzialità delle scelte».

Trump a poche ore dalla scadenza dell’ultimatum: «Un’intera civiltà morirà»

A poche ore dalla scadenza dell’ultimatum concesso all’Iran per trovare un accordo, fissato alle 20 di martedì 7 aprile 2026, Trump torna a minacciare Teheran. «Stasera un’intera civiltà morirà, per non tornare mai più. Non voglio che ciò accada, ma probabilmente accadrà. Tuttavia, ora che abbiamo un cambiamento di regime completo e totale, in cui prevalgono menti diverse, più intelligenti e meno radicalizzate, forse potrà accadere qualcosa di rivoluzionalmente meraviglioso, CHI LO SA? Lo scopriremo stasera, in uno dei momenti più importanti della lunga e complessa storia del mondo. 47 anni di estorsioni, corruzione e morte finiranno finalmente. Dio benedica il grande popolo iraniano!», ha scritto in un post su Truth.

Trump a poche ore dalla scadenza dell’ultimatum: «Un’intera civiltà morirà»
Da Truth.

Attacchi a Qom e sull’isola di Kharg

Intanto continuano gli attacchi da parte di Usa e Israele sul suolo iraniano. La televisione di Stato iraniana ha riferito, citando il vice governatore della provincia, che è stato colpito un ponte vicino alla città di Qom, a sud di Teheran. Due persone sono inoltre state uccise in un attacco al ponte ferroviario Yahya Abad nella città di Kashan. L’agenzia di stampa Mehr ha infine riferito che aerei da guerra statunitensi e israeliani hanno effettuato diversi raid aerei sull’isola di Kharg, causando molteplici esplosioni.

Istanbul, sparatoria vicino al consolato israeliano

Secondo quanto riferito dall’emittente turca Ntv, fuori dal consolato israeliano a Istanbul, chiuso da tempo, si è verificata una sparatoria a opera di tre assalitori. Lo scontro, iniziato intorno alle 12 ora locale, è durato circa 10 minuti. Gli aggressori sono arrivati sul posto con armi a canna lunga, abiti mimetici e uno zaino e hanno aperto il fuoco contro gli agenti che si trovavano nei pressi dell’edificio, situato nel quartiere di Levent sulla sponda europea della città. Due poliziotti sono rimasti feriti. I tre assalitori sono stati neutralizzati – due uccisi e uno catturato dopo essere rimasto ferito.

Accertata l’identità degli assalitori

Il ministro della Giustizia Akin Gurlek ha affermato che è stata aperta un’inchiesta sull’accaduto. Il ministro dell’Interno, Mustafa Ciftci, ha definito «terroristi» gli assalitori spiegando che la loro identità è stata accertata. Provenivano da Izmit, località a circa un centinaio di chilometri a est di Istanbul, ed erano arrivati in città a bordo di un veicolo a noleggio. Uno degli individui risultava avere legami con un’organizzazione che strumentalizza la religione mentre un altro ha precedenti penali legati al traffico di droga. Al momento della sparatoria, non vi era personale al consolato israeliano.

Il ministero degli Esteri israeliano: «Il terrore non ci fermerà»

Sulla vicenda è intervenuto il ministero degli Esteri israeliano, che su X ha commentato: «Condanniamo fermamente l’attacco terroristico odierno al consolato israeliano di Istanbul. Apprezziamo la tempestiva azione delle forze di sicurezza turche che hanno sventato questo attacco. Le missioni israeliane in tutto il mondo sono state oggetto di innumerevoli minacce e attacchi terroristici. Il terrore non ci fermerà».

Nomine, prossimi i rinnovi per 842 incarichi in 155 società del Mef

Con le assemblee di bilancio dei prossimi mesi, saranno rinnovati 214 organi sociali, di cui 118 consigli d’amministrazione e 96 collegi sindacali, per un totale di 842 persone, in 155 società del ministero dell’Economia e delle finanze. L’ha rilevato l’analisi del Centro Studi CoMar, presieduto da Massimo Rossi, sul governo di tutte le partecipate dello Stato. Il 2026 è particolarmente significativo, perché si concludono i mandati triennali di molte società tra le maggiori in assoluto, dalle quotate Banca Mps, Enav, Enel, Eni, Leonardo, Poste Italiane, Terna fino a Amco, Consap, Equitalia Giustizia, Infratel, Ipzs, PagoPa, Ram, Rfi, Trenitalia e Sogesid.

Le società interessate esprimono ricavi per oltre 200 miliardi di euro

CoMar ha calcolato, sugli ultimi bilanci, che le società per cui è previsto il rinnovo esprimono ricavi per 206 miliardi di euro, utili per 16,5 miliardi e hanno 288.120 dipendenti. Al 2 aprile, la loro capitalizzazione in Borsa era superiore ai 282,6 miliardi di euro. Più in dettaglio, delle 842 persone totali in scadenza (tra consiglieri e sindaci), 158 siedono in 21 società controllate direttamente dal Mef, mentre 684 sono in 134 controllate indirette attraverso le sue diverse capogruppo.

Meloni, la foto col pentito del clan Senese è un caso: «Il mio impegno contro le mafie è cristallino»

«Il mio impegno contro ogni mafia è cristallino, coerente, duraturo. E ciò che abbiamo fatto al governo ne è la prova. Mentre altri liberavano dalle galere i boss mafiosi con la scusa del Covid, noi li arrestiamo e li teniamo dentro con il carcere duro, istituto che abbiamo salvato dallo smantellamento». Così Giorgia Meloni ha risposto – via social – alla “redazione unica”, composta da Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, Fanpage e Report», che ha mostrato una foto del 2019 dell’attuale premier assieme a Gioacchino Amico, referente del clan Senese in Lombardi diventato poi collaboratore di giustizia nel processo Hydra a Milano nel tentativo (spiega la presidente del Consiglio) di «sostenere la bizzarra tesi» di una sua «vicinanza ad ambienti malavitosi».

L’anticipazione di Report col selfie scattato il 2 febbraio 2019 a Milano

Tutto nasce da un’anticipazione di Report, che dopo il caso dell’ex sottosegretario Andrea Delmastro in società con la figlia di Mauro Caroccia, prestanome dei Senese, è tornato a indagare (il servizio verrà trasmesso il 12 aprile) sui rapporti tra esponenti di Fratelli d’Italia e ambienti legati al clan malavitoso, partendo da un selfie scattato il 2 febbraio 2019 all’Hotel Marriott di Milano, dove si era riuniti i vertici del partito. Amico, all’epoca non ancora indagato per associazione mafiosa ma con la fedina penale tutt’altro che immacolata, nei mesi successivi all’evento – spiega Report – aveva fatto circolare la foto tra le sue conoscenze, «dicendo di avere agganci importanti dentro Fratelli d’Italia», presentendosi inoltre «come referente territoriale del partito e molto vicino» al deputato Carlo Fidanza.

Il presunto tesserino per Montecitorio e la smentita della Camera

Secondo il racconto di un ex parlamentare che aveva ricevuto il selfie con Meloni, nella seconda metà del 2018 Amico avrebbe portato negli uffici di FdI alla Camera, «come se avesse un tesserino o un accredito speciale», per un incontro informale con Giovanni Donzelli. Quest’ultimo, interpellato da Report, ha però negato. «In riferimento alle notizie apparse su alcuni organi di informazione, la Camera dei deputati rende noto che non è mai stato rilasciato alcun tesserino permanente intestato al soggetto citato dalle fonti di stampa», si legge in una nota di Montecitorio.

Meloni: «Ai “professionisti dell’informazione” importa solo gettare fango»

Meloni, sempre sui social ha aggiunto: «Questi signori fanno inoltre un pirotecnico collegamento con le vicende di mio padre, per dimostrare non so quale commistione con la criminalità organizzata. Ma questi imparziali e onesti giornalisti sanno benissimo che con mio padre ho interrotto ogni rapporto all’età di 11 anni. Così come sanno benissimo che, in decenni di impegno politico, esistono decine di migliaia di foto mie con persone che chiedono semplicemente un selfie». E poi: «A questi “professionisti dell’informazione” non importa niente. Tutto serve a gettare fango nel ventilatore e a fare da grancassa mediatica agli interessi di partito. Nessun giornalismo, solo politica».

Nuove regole sullo smart working: ora le aziende rischiano sanzioni

Al via, da martedì 7 aprile 2026, le nuove regole per lo smart working in Italia introdotte dalla Legge annuale per le piccole e medie imprese (Legge pmi). Le misure puntano a garantire che il lavoro da remoto avvenga nel pieno rispetto delle tutele previste dal Testo unico sulla sicurezza. Riguardano infatti principalmente la sicurezza sul lavoro e prevedono sanzioni severe per i datori di lavoro inadempienti. Le multe scatteranno in caso di mancata consegna dell’informativa scritta al lavoratore e al Rls (Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza) sui rischi connessi alla prestazione lavorativa svolta fuori dai locali aziendali. Le sanzioni vanno dall’arresto da due a quattro mesi fino ad ammende da 1.708,61 euro fino a 7.403,96 euro.

Cosa deve contenere l’informativa

Non si tratta di un documento formale. L’informativa in questione deve indicare i rischi generali e specifici connessi al lavoro agile, con particolare attenzione all’utilizzo dei videoterminali e agli effetti correlati – affaticamento visivo, problemi posturali, stress. E deve essere fornita almeno una volta all’anno, in modo da restare aderente alle modalità concrete di svolgimento dell’attività.

De Laurentiis: «Conte alla Nazionale? Se me lo chiedesse non direi di no»

Aurelio De Laurentiis è pronto a lasciar andare Antonio Conte in caso di chiamata come allenatore della Nazionale. Lo ha detto lo stesso presidente del Napoli a Los Angeles, dove si trova per la proiezione di Ag4in, il documentario sullo scudetto conquistato dai partenopei la scorsa stagione, proprio con Conte in panchina. In un’intervista a Calcionapoli24, De Laurentiis ha dichiarato: «Se Conte mi chiedesse di liberarlo per tornare ct, penso che gli direi di sì. Ma, poiché è molto intelligente, fino a quando non esiste un interlocutore serio, e fino ad ora non ce ne sono stati, penso che lui desisterebbe nell’immaginarsi a capo di una cosa completamente disorganizzata».

«Malagò in Figc sarebbe perfetto»

Il presidente del Napoli è tornato anche a parlare del futuro del calcio italiano dopo la disfatta contro la Bosnia e la raffica di dimissioni che ne è seguita, ribadendo il suo supporto nei confronti di Giovanni Malagò come successore di Gabriele Gravina alla guida della Figc: «È la persona perfetta per fare il commissario prima e il presidente poi di una nuova federazione». Un altro punto che ha toccato è la maggior centralità che per lui dovrebbe avere la Lega Serie A: «Il calcio italiano è la Serie A che viene considerata come una cenerentola, ha soltanto il 18 per cento federativamente parlando, mentre i dilettanti e i calciatori hanno la maggioranza. Questa è un’assurdità considerando che senza la Serie A la federazione non esisterebbe, considerando che noi la finanziamo con ben 130 milioni all’anno. Bisogna rimodulare tutto, azzerare il sistema e dare alla Serie A la maggioranza assoluta. Perché altrimenti potrebbe anche capitare che la Serie A decida di non appartenere più al mondo federativo e di crearsi autonomamente la sua lega e la sua federazione in casa. Tutto è possibile». E infine: «Ci sono troppi galli a cantare nel calcio, bisogna mettersi d’accordo con la Uefa, con la Fifa, poi con la politica italiana che però è molto lontana dal calcio. Tutti quanti vogliono partecipare, chiedono biglietti, fanno il tifo ma di positività e di cambiamento non apportano mai nulla. Questo è grave».

La controproposta dell’Iran in 10 punti al piano Usa per la tregua

L’Iran ha comunicato al Pakistan la sua risposta in 10 punti al piano statunitense per una tregua, «respingendo il cessate il fuoco e sottolineando la necessità di una fine definitiva del conflitto», come ha spiegato l’agenzia Irna. La controproposta di Teheran – che non è stata ancora resa ufficiale – include una serie di richieste, tra cui lo stop ai conflitti nella regione, un protocollo per il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz, risarcimenti e la revoca delle sanzioni. Ecco quali dovrebbero essere i 10 punti.

  1. Fine permanente della guerra, con la cessazione totale degli attacchi congiunti da parte di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
  2. Revoca immediata delle sanzioni con l’eliminazione totale di tutte le restrizioni economiche e commerciali imposte dagli Stati Uniti e dalle Nazioni Unite.
  3. Riparazioni per danni di guerra: l’Iran chiede indennizzi finanziari per le distruzioni subite durante il conflitto.
  4. Un protocollo per lo Stretto di Hormuz, con la definizione di nuove regole di transito e il riconoscimento dell’autorità iraniana sulla gestione della rotta.
  5. Riconoscimento del ruolo geopolitico dell’Iran in Medio Oriente, accompagnato dalla fine delle interferenze esterne negli affari dei Paesi alleati della Repubblica Islamica (come Iraq e Siria).
  6. Garanzie formali e vincolanti che non ci saranno ulteriori aggressioni militari una volta raggiunto l’accordo.
  7. Riconoscimento del diritto dell’Iran a sviluppare energia nucleare per scopi pacifici.
  8. Garanzie di sicurezza per Hezbollah con l’impegno formale di Israele di cessare gli attacchi contro il gruppo libanese.
  9. Stop all’armamento dei Paesi considerati ostili dall’Iran nella regione.
  10. Quadro per la sicurezza regionale con una proposta di governance collettiva del Medio Oriente che includa formalmente l’Iran e i suoi partner.

Quando scade l’ultimatum di Trump all’Iran e cosa può succedere

Il presidente Donald Trump ha concesso all’Iran fino alle 20 di martedì 7 aprile 2026 (ora americana) per trovare un accordo ed evitare un attacco su larga scala «che potrebbe annientare il Paese in una sola notte». «Vedremo cosa succederà, stanno negoziando, credo in buona fede», ha detto il presidente degli Stati Uniti rispondendo a una domanda dei giornalisti alla Casa Bianca. «Dopo di che non avranno più ponti né centrali elettriche, torneranno all’età della pietra». Gli Usa, ha continuato, hanno infatti un piano per distruggere «in quattro ore» tutti i ponti e le centrali elettriche in Iran. Teheran, preoccupata per la minaccia, ha invitato giovani, studenti, atleti, universitari e professori a formare catene umane intorno alle infrastrutture energetiche per scongiurare che vengano annientate.

Trump potrebbe estendere l’ultimatum…

Ma cosa può succedere, qualora non si trovi un accordo entro il tempo concesso dal tycoon? Secondo un alto funzionario dell’amministrazione americana citato da Axios, Trump potrebbe estendere l’ultimatum all’Iran perché riapra lo Stretto di Hormuz, se riscontrerà progressi verso un accordo. «Se il presidente vede un accordo in arrivo, probabilmente si tratterrà. Ma lui e solo lui prende questa decisione», ha dichiarato la fonte. Un’altra ha invece espresso «scetticismo» nei confronti della possibilità di una proroga. Il vicepresidente JD Vance e i due inviati Steve Witkoff e Jared Kushner starebbero invece spingendo per raggiungere un’intesa subito, se possibile.

Quando scade l’ultimatum di Trump all’Iran e cosa può succedere
Donald Trump (Ansa).

… o attaccare subito dopo la scadenza

Scenario opposto quello delineato da Wall Street Journal, secondo cui cresce il pessimismo tra i negoziatori sulla possibilità che l’Iran accetti la richiesta di Trump di riaprire lo Stretto di Hormuz entro la scadenza fissata dalla Casa Bianca. Secondo quanto riferito al quotidiano da fonti a conoscenza dei colloqui, funzionari statunitensi ritengono che il divario tra Stati Uniti e Iran sia ancora troppo ampio per essere colmato nei tempi previsti, alimentando il timore di un’escalation militare. Un eventuale ordine di attacco contro infrastrutture energetiche iraniane, spiegano le fonti, potrebbe arrivare subito dopo la scadenza fissata dal presidente. Politico ha aggiunto che il Pentagono sta ampliando l’elenco dei siti energetici iraniani che potrebbe colpire, includendovi strutture che forniscono energia e carburante sia ai civili sia alle forze armate, in quella che è ritenuta una via per aggirare le eventuali accuse di crimini di guerra. La convenzione di Ginevra concede infatti un margine di manovra quando i siti oggetto di attacchi sono usati sia dai civili sia dai militari. Prendere di mira infrastrutture civili critiche potrebbe essere considerato crimine di guerra, ma i bersagli potrebbero essere considerati validi se hanno un duplice uso (non solo civile ma anche militare).

La posizione dell’Iran: no cessate il fuoco ma fine della guerra

Intanto l’Iran ha respinto la proposta di un cessate il fuoco di 45 giorni, chiedendo invece la fine definitiva della guerra. Teheran ha comunicato la sua posizione agli Stati Uniti tramite il Pakistan, che funge da intermediario chiave. Il messaggio includerebbe una risposta in 10 punti con proposte di ricostruzione e la revoca delle sanzioni. «Accettiamo la fine della guerra solo con la garanzia di non essere attaccati di nuovo», ha dichiarato all’Associated Press Mojtaba Ferdousi Pour, capo della missione diplomatica iraniana al Cairo.

Per l’intelligence Usa e israeliana Mojtaba Khamenei «è ricoverato a Qom in stato di incoscienza»

Mojtaba Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, è «a Qom in condizioni gravi, incapace di essere coinvolto in qualsiasi processo decisionale del regime». Lo indica un memorandum diplomatico basato su valutazioni dell’intelligence israeliana e statunitense, citata dal quotidiano Times. Secondo il documento il figlio di Ali Khamenei, che ne ha preso il posto dopo la sua morte, verserebbe in stato di incoscienza. Si tratta della prima volta che un rapporto rivela pubblicamente, dall’inizio della guerra, il luogo in cui si troverebbe Khamenei, rimasto ferito il 28 febbraio negli attacchi in cui è rimasto ucciso il padre. Teheran, da allora, sostiene che la Guida Suprema abbia solo riportato ferite dalle gambe: ma da quei raid non è mai apparso in pubblico e i suoi pochi discorsi sono stati letti da speaker. Nell’ultimo, Khamenei avrebbe condannato i continui attacchi alle infrastrutture civili nella Repubblica Islamica, «crimini contro l’umanità commesso dal governo statunitense e dal sanguinario regime israeliano», puntando il dito contro «le istituzioni internazionali rimangono in silenzio e indifferenti, e forse persino complici dell’aggressione, diventando partner nell’alimentare questo fuoco».

Prove di distensione Nato-Trump: Rutte vola a Washington dal tycoon

Mark Rutte, segretario generale della Nato, si recherà nei prossimi giorni negli Stati Uniti: mercoledì 8 aprile incontrerà a Washington Donald Trump per un bilaterale e in agenda ci sono incontri anche col segretario di Stato Marco Rubio e il segretario alla Guerra Pete Hegseth. La missione si inserisce in un contesto di forte tensione tra gli Usa e i suoi Alleati atlantici dopo le minacce del capo della Casa Bianca di ritirarsi dalla Nato. Il 9 aprile Rutte terrà poi un discorso al Ronald Reagan Presidential Foundation & Institute. Infine, dal 10 al 12 aprile, il segretario generale della Nato parteciperà alla riunione del Gruppo Bilderberg.

Prove di distensione Nato-Trump: Rutte vola a Washington dal tycoon
Mark Rutte (Ansa).

Caccia statunitense abbattuto in Iran: cosa sappiamo

È caccia all’uomo in Iran, dove sono scattate le ricerche per trovare il pilota (o i piloti, non è chiaro) di un jet F-15 statunitense abbattuto dai pasdaran. Il militare Usa era stato dato per morto, ma invece si sarebbe eiettato dal velivolo, atterrando in territorio iraniano. La tv Irib ha trasmesso un annuncio rivolto ai residenti di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad: «Catturate il pilota o i piloti nemici e consegnateli vivi alle autorità, per ottenere una lauta ricompensa».

Le operazioni di recupero da parte delle forze Usa

L’agenzia iraniana Tasnim ha riportato riporta che le forze statunitensi, ritenendo che chi era a bordo fosse ancora vivo, hanno fatto scattare le operazioni di recupero, con elicotteri Black Hawk e un aereo C-130 Hercules. Non è escluso che, in tutto questo caos, il militare sia già stato catturato dai Guardiani della rivoluzione.

Washington non ha ancora confermato l’abbattimento

Una fonte statunitense di Axios ha confermato le ricerche per trarre in salvo i due membri dell’equipaggio del caccia F-15. Washington non ha ufficialmente confermato l’abbattimento, ma sarebbe la prima volta dall’inizio della guerra contro l’Iran che un jet Usa viene distrutto dal fuoco nemico. Altri due F-15 sono stati infatti centrati da fuoco amico, mentre un aereo cisterna KC 135 Stratotanker è precipitato in Iraq: in quel caso sono morti tutti e sei i membri dell’equipaggio.

La missione di Meloni nel Golfo Persico per rafforzare la sicurezza energetica

La premier Giorgia Meloni è volata nel Golfo Persico per una missione di due giorni in alcuni Paesi della zona. Atterrata a Gedda nel pomeriggio di venerdì 3 aprile, è la prima leader occidentale a recarsi nell’area dall’inizio del conflitto di Iran. Incontrerà i principali leader di Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar. La sua visita punta, tra l’altro, al rafforzamento della sicurezza energetica nazionale.

L’ultima di Trump contro i dem: Vance diventa “zar delle frodi”

Il vicepresidente americano JD Vance, che si prepara a volare a Budapest per supportare Viktor Orban in vista delle elezioni politiche ungheresi del 12 aprile, ha appena ottenuto un nuovo incarico da Donald Trump: quello di “zar delle frodi”. Lo ha annunciato il capo della Casa Bianca su Truth.

Nell’annuncio social, Trump ha usato le virgolette per la parola “frode”. Non è dato sapere perché, ma ad ogni modo il tycoon ha spiegato che «si tratta di un fenomeno enorme e pervasivo», aggiungendo che il lavoro affidato a Vance sarà «determinante» per il futuro degli Stati Uniti. «Lo chiameremo “zar delle frodi” e la sua attenzione sarà rivolta “ovunque”», ha poi scritto ancora usando le virgolette, precisando che Vance e il suo team agiranno «soprattutto negli Stati a maggioranza democratica dove i politici democratici corrotti, come quelli di California, Illinois, Minnesota (attenzione, Somalia!), Maine, New York e molti altri, hanno avuto carta bianca nel furto senza precedenti di denaro dei contribuenti». Infine: «Le cifre sono talmente elevate che, in caso di successo, potremmo letteralmente pareggiare il bilancio americano. Le perquisizioni sono già iniziate a Los Angeles».

Teramo, arrestato un giovane che progettava attentati ispirandosi a Unabomber

Un ragazzo italiano residente a Teramo è stato arrestato con l’accusa di addestramento ad attività con finalità di terrorismo e apologia di reato. L’indagine, coordinata dalla procura distrettuale dell’Aquila, ha delineato il profilo di un uomo profondamente radicalizzato all’interno delle correnti anarco-primitiviste e accelerazioniste, il cui obiettivo dichiarato era la distruzione violenta del sistema tecnologico e democratico. Secondo gli inquirenti, l’indagato pianificava azioni terroristiche ispirandosi aTheodore Kaczynski, noto come Unabomber.

Forniva guide per fabbricare fucili e creare esplosivi

Attraverso canali telematici, diffondeva proclami volti a scatenare una rivoluzione antitecnologica, accompagnando i suoi messaggi con immagini di uomini armati e travisati per esaltare la lotta sovversiva. La sua non era solo propaganda teorica ma un vero e proprio supporto tecnico per la lotta armata attraverso la pubblicazione di guide dettagliate per la fabbricazione di pistole e fucili, suggerendo persino l’utilizzo di stampanti 3D. Oltre alla produzione di armi, l’uomo distribuiva istruzioni e manuali per la creazione di esplosivi e munizioni artigianali, indicando con precisione i bersagli strategici da colpire. Tra gli obiettivi individuati figuravano non solo i centri nevralgici della vita civile e dei servizi pubblici, ma anche data center e grandi società di gestione patrimoniale americane.