Mario Adinolfi ha annunciato che si candiderà come sindaco di Prato alle elezioni comunali del 24 e 25 maggio 2026. «L’assemblea nazionale del Popolo della famiglia me lo ha chiesto e io ho accettato», ha detto in un video messaggio. «Siamo reduci da una battaglia politica difficilissima combattuta in Veneto proprio dove scorre il Piave (ndr il filmato inizia con un verso della Canzone del Piave), chiusa portando il Popolo della famiglia oltre il 5 per cento alle suppletive per la Camera dei Deputati», ha continuato. «Il 24 maggio si vota per le amministrative. 12 delle 18 principali città italiane sono governate dal Pd, di queste l’unica che va alle urne è Prato. Ci va perché il sindaco del Pd Ilaria Bugetti si è dovuta dimettere in quanto indagata in una pesantissima inchiesta della direzione distrettuale antimafia di Firenze, accusata di essere stata corrotta da un importante imprenditore massone».
«Prato città corrotta e con pulsioni mafiose, proporremo un percorso di rinascita morale»
Quindi l’annuncio: «Il Popolo della famiglia si candida a Prato per chiedere in particolare ai cattolici di uscire dalle catacombe e venire in battaglia con noi per dare con il voto l’occasione di una catarsi per una città corrotta, attraversata da pulsioni mafiose che non sono quelle solo della vicenda Bugetti ma intersecano l’intero tessuto sociale. Proporremo alla città un percorso di rinascita morale contro ogni consorteria e massoneria a partire dalle 70 parrocchie della città, con un programma preciso che illustreremo ai pratesi l’11 aprile prossimo all’Art Museum alle ore 11». E ancora: «Obiettivo politico del Popolo della famiglia è raccogliere una percentuale determinante dei voti e togliere l’amministrazione di Prato a una sinistra che dopo questo fatti deve stare ferma almeno un giro e rendere caso nazionale il più importante capoluogo toscano che va al voto. Un laboratorio politico che evidenzi (come è già accaduto in Veneto) la fine della diaspora dei cattolici e il rafforzarsi di un soggetto politico di ispirazione cristiana determinante per la costruzione di un’area di governo alternativa al Pd».
Dopo la batosta del referendum Giorgia Meloni spinge per il voto anticipato, ma i due vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini sono contrari. E non solo loro: a fare muro è anche Guido Crosetto. Durante un’intervista a Repubblica incentrata sulla sconfitta del Sì, a una domanda in merito il ministro della Difesa ha infatti risposto: «Se non ci fosse una situazione internazionale così drammatica penso saremmo andati tutti volentieri al voto per vedere se davvero gli italiani vorrebbero affidarsi ad altri».
Giorgia Meloni e Guido Crosetto (Imagoeconomica).
Crosetto: «Il voto anticipato spaventa più il campo largo che noi»
Crosetto ha poi aggiunto, sempre a proposito di un ritorno alle urne prima della fine della legislatura: «Il voto anticipato penso spaventi più il campo largo che il centrodestra, visto come si stanno muovendo e viste le differenze totali tra di loro, ma in questo momento il senso di responsabilità ci impone di lavorare per affrontare le varie crisi in atto».
Guido Crosetto (Imagoeconomica).
L’analisi della sconfitta del Sì da parte del ministro della Difesa
Il cofondatore di Fratelli d’Italia ha inoltre escluso che alla vittoria del No abbia contributo il feeling tra Meloni e Donald Trump: «Questa storia, usata per delegittimare il governo, non so se sia più ridicola o più pretestuosa al limite dell’offesa». Piuttosto, ha evidenziato, la sconfitta della maggioranza nasce dal fatto che «il nostro è un Paese che si unisce più facilmente dietro ai No». Pur sottolineando che l’esito del referendum «deve far riflettere», il ministro della Difesa ha infine aggiunto che «il fronte del No ha unito tante cose diverse, tra loro spesso incompatibili o, addirittura, antitetiche».
Tra aprile e giugno 2026, il governo dovrà occuparsi dei rinnovi dei vertici delle partecipate, assegnando complessivamente 112 posti da consigliere distribuiti in 79 società. Gli occhi sono puntati soprattutto su Leonardo, oggi guidata da Roberto Cingolani, la cui posizione di amministratore delegato è ora meno salda rispetto a qualche tempo fa. Tra i possibili sostituti, secondo le voci che rimbalzano in ambienti politici e industriali, quello con più chance è considerato Pierroberto Folgiero, ad e dg di Fincantieri che ha appena chiuso il 2025 con un bilancio da “record” e l’utile netto “più alto di sempre”. Ma si parla anche di Alessandro Ercolani, amministratore delegato di Rheinmetall Italia. Per la presidenza, ora affidata a Stefano Pontecorvo, circolano i nomi di Elisabetta Belloni, che fino a un anno fa guidava il Dis, e Stefano Cuzzilla, ora al vertice di Trenitalia.
Da Terna a Eni ed Enel, le principali partite
Tra le partecipate di primo livello c’è anche Terna, dove potrebbe essere confermata come amministratore delegato Giuseppina Di Foggia. Anche in Eni non dovrebbe cambiare l’ad Claudio Descalzi, mentre alla presidenza potrebbe essere scelto il comandante generale della Guardia di finanza Andrea De Gennaro al posto di Giuseppe Zafarana. Stesso discorso per Enel, dove l’ad Flavio Cattaneo dovrebbe essere confermato mentre è meno stabile la posizione del presidente Paolo Scaroni. Tra i vertici da rinnovare anche quelli di Poste italiane – circola l’ipotesi di confermare l’ad Matteo Del Fante e la presidente Silvia Rovere.
A mezzanotte, sai, al referendum penserò. Ovunque io sarò, punirò il No. Ormai suonano come una variante di Una carezza in un pugno i sabati sera di Giorgia Meloni.
Giorgia Meloni (Ansa).
Il deputato dell’Ars siciliana, Ismaele La Vardera, ha rivelato di aver ricevuto dalla premier un messaggio su WhatsApp a mezzanotte e venti, nella notte tra sabato e domenica. La premier gli avrebbe reinoltrato il video in cui lui criticava l’impugnazione da parte del Consiglio dei ministri della legge siciliana che stanziava 40,8 milioni di ristori per i danni del ciclone Harry, sostenendo che si trattasse di una «ritorsione nei confronti di una Regione che ha maggiormente votato no al referendum». «Che modo vergognoso di fare politica, il cambiamento…», avrebbe commentato Meloni, riferendosi al filmato dell’ex Iena La Vardera, salito alle cronache della politica nazionale nel 2017 quando si candidò a sindaco di Palermo per Lega e Fratelli d’Italia e poi si scoprì che il suo obiettivo era girare un documentario su quell’esperienza (la Lega non la prese bene e lo portò in tribunale ma il giudice gli diede ragione).
Salvini e Tajani contro le elezioni anticipate
Insomma, sarà stata anche l’ora legale, ma le serate della premier non paiono proprio serene negli ultimi tempi. Anche il giorno prima, venerdì, nella villa del Torrino, periferia sud di Roma, non si può dire regnasse armonia. Ospiti della serata i due vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il piatto portante della cena non era allegro: la discussione, tra un piatto e l’altro, si è concentrata sui temi ‘rimpasto sì, rimpasto no’ e ‘voto anticipato sì o voto no’. Se c’è una mancanza imputabile alla premier in questi ultimi anni è la carenza di strategia. Scegliere di accantonare la riforma del premierato e di portare avanti una battaglia non sua (ma di Forza Italia), ovvero quella sulla giustizia, non ha certamente premiato. E su questo, nella sera del Torrino, la recriminazione dei vice è stata netta: d’ora in poi, basta cannibalizzarci, ognuno deve portare avanti le sue battaglie – è stato il discorso condiviso da Salvini e Tajani -, e non tentare di intestarsi quelle degli altri. La cena a tre è servita poi per un confronto sulle ipotesi sul tavolo. Meloni voleva capire cosa pensassero i due vice della possibilità di voto anticipato o di un rimpasto. Stando a quanto apprende L43, i due osteggerebbero entrambi l’ipotesi di un ricorso alle urne, mentre sarebbero più aperti alle ipotesi di cambiamento nella squadra di governo, ma le richieste che pongono complicano anche questa seconda strada.
Matteo Salvini e Antonio Tajani (Imagoeconomica).
Giorgetti spinge per il ritorno alle urne
In particolar modo, il segretario leghista sarebbe contrarissimo al voto anticipato, auspicato da una parte di Fratelli d’Italia e dal ministro leghista Giancarlo Giorgetti. Da giorni il titolare del Mef va dicendo che ormai conviene far cadere tutto e lasciar scegliere gli elettori. Più si va avanti, più le cose peggioreranno, sottolinea, vedrete quando dovremo fare lo scostamento di bilancio per mantener fede agli impegni presi sulla spesa per la difesa. Tentiamo ora, aggiunge, se vincono gli altri, vediamo Bonelli e Fratoianni alla prova. Di diverso avviso sono il segretario e i salviniani più ortodossi, che ricordano come il Papeete del 2019 sia partito da un discorso del tutto simile a quello di Giorgetti. A dividere il titolare del Mef e gli altri eletti al Nord dalla segreteria del partito è anche la nuova legge elettorale, di cui il capo di via Bellerio sarebbe un grande tifoso, convertito dagli eletti al Sud.
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).
Il segretario leghista vorrebbe Zaia al Mimit, ma l’ex Doge frena
Anche il capitolo rimpasto è un potenziale cahier de doléance per la maggioranza. In primo luogo perché, non appena si apre la discussione, Salvini ricorda come abbia dovuto cedere la poltrona di ministro dell’Interno per il processo Open Arms da cui però è stato assolto. Una rivendicazione che rischierebbe di aprire il vaso di Pandora della maggioranza perché darebbe il via a tutta un’altra serie di richieste da parte di FI. Non che Salvini avanzi le pretese sul Viminale per far fallire la trattativa. Il capo leghista non sarebbe affatto contrario a un ingresso in squadra, per esempio, di Luca Zaia, al Mimit al posto di Adolfo Urso che traslocherebbe al Turismo. Ma, come spesso accade, è Zaia a non condividere l’ipotesi avallata da Salvini. L’ex governatore del Veneto trova molto rischioso il fatto che la Lega si faccia carico di tutti i ministeri economici in un momento congiunturale così difficile per le guerre in corso e la fine dei fondi del Pnrr. E poi non si può trascurare l’aspetto economico: un ministro non parlamentare guadagna tra i 4.500 e i 5.000 euro al mese, a fronte di una cifra quasi doppia che Zaia percepisce come presidente del Consiglio regionale veneto restando peraltro a casa sua.
Luca Zaia (Imagoeconomica).
I ministri in bilico: oltre Urso, Schillaci e Calderone
Per la casella del Turismo lasciata libera da Daniela Santanchè resta quindi in pole un tecnico d’area come la presidente dell’Enit Alessandra Priante, o c’è l’ipotesi di promuovere il deputato di FdI Gianluca Caramanna a sottosegretario. Le deleghe al Dap e alla Penitenziaria che aveva Andrea Delmastro potrebbero essere distribuite tra il viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto e il sottosegretario Andrea Ostellari, anche se non è esclusa la nomina di un altro sottosegretario (Sara Kelany, Ciro Maschio o Carolina Varchi). Ad Annalisa Imparato, pm di Santa Maria Capua Vetere che si è spesa per il Sì, potrebbe essere affidata la direzione generale di un dipartimento di Via Arenula. Per evitare il rischio di logoramento, è uno dei ragionamenti che si fanno in ambienti di governo, potrebbe non bastare cambiare qualche casella. Nella maggioranza sono comunque ancora diffuse le voci su ministri in bilico, oltre a Urso, Orazio Schillaci ed Elvira Calderone.
«Non ti fidare di chi ha più di 30 anni». Arduo oggi dire se fa ridere o piangere l’esortazione di Jack Weinberg, attivista radicale e leader nel 1968 del Free Speech Movement di Berkeley, visto che il potere politico è nelle mani di ultra settantenni. E non va meglio in altri campi. Dalla finanza allo spettacolo, in prima fila ci stanno molti uomini e qualche donna che di abdicare proprio non ne vogliono sapere.
Un gap anagrafico che ci riporta agli Anni 50
I giovani, si tratti di posizione lavorativa o reddito, scontano un gap anagrafico che ci riporta agli Anni 50, quando nemmeno la musica contemplava generi e interpreti giovanili. La musica cambiò negli Anni 60. A tempo di rock e di pop. Ma fu sulla spinta del movimento del ’68 che i giovani divennero pienamente adulti. Liberati dal mercato e dall’economia dei consumi. Ma in grado presto di affermare una propria autonomia, che ebbe peso rilevante nella modernizzazione politica e sociale del Paese.
La partecipazione giovanile ha colto di sorpresa tutti
La prospettiva storica offre illuminanti chiavi di lettura del presente e del futuro prossimo, all’indomani del voto referendario che ha registrato il decisivo apporto dei giovani alla vittoria del no. Ma partiamo dal dato che ha visto la generazione 18-34 anni votare contro la riforma della giustizia con il 61,10 per cento dei voti. La partecipazione giovanile (la loro affluenza è stata del 67 per cento, nonostante le difficoltà dei fuorisede, a fronte di un dato nazionale del 58,9 per cento) e in quelle proporzioni di opposizione alla proposta governativa ha colto di sorpresa tutti. Dal governo alla politica nel suo complesso, passando per i media tradizionali, la cui interpretazione e narrazione della società è ben lontana da quella che vive la Generazione Z.
Lo si immaginava, ma la novità è che in questa occasione gli interessati, anziché restarsene sul divano e rifugiarsi in un mondo ideale, hanno deciso di mettersi le scarpe e uscire di casa. E di dire no ai quesiti giudiziari, ma senza troppo curarsi del merito. Certo, in difesa della Costituzione, ma ancor più dei diritti e delle libertà civili e di espressione sotto attacco governativo con i vari provvedimenti restrittivi e i decreti sicurezza degli ultimi tre anni.
No alla società paternalistica e repressiva di Meloni
Quella società paternalistica e repressiva teorizzata e praticata dalla premier Giorgia Meloni non coincide con sentimenti e desiderata giovanili. Come peraltro indicano i report più recenti e informati: dal Deloitte Global Gen Z e Millennial Survey 2024 al Webboh Lab, laboratorio online di ricerca sulla Gen Z che mappa il pensiero, i gusti, le opinioni, le aspettative di utenti di età compresa fra i 14 e i 20 anni.
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
L’intera classe politica non ha capito l’universo valoriale giovanile
Se poi si considerano altri fenomeni di ribellione pacifica dei giovani ambientalisti (dai Fridays for future a Extinction rebellion), vediamo che l’universo valoriale giovanile è molto lontano da quello che ha in mente l’intera classe politica, finanziaria e imprenditoriale. Una cosa confermata dall’annuale rapporto di Reuters Institute, che ribadisce ciò che ormai era ampiamente noto a tutti: i bisogni informativi dei giovani hanno poco a che fare con i media e i commentatori mainstream, si rivolgono perlopiù a figure nuove come creator e podcaster che si esprimono su YouTube e TikTok.
Una generazione che non è di sinistra in senso tradizionale
Ma la cosa sorprendente, tornando al voto referendario, è che l’immaginario della Gen Z si è materializzato nelle cabine elettorali. Un’inattesa mobilitazione politica, anche se informale e non dichiarata. Che però i leader progressisti farebbero bene a non considerare acquisita alla loro causa in modo automatico. Perché quella generazione non è di sinistra in senso tradizionale, ma ideologicamente anti-autoritaria.
Vi ricordate le Sardine? Era il 2019 e sparirono in fretta
Non va però dimenticato che nel 2019 prese vita il movimento delle Sardine, che riempì strade e piazze dell’Emilia-Romagna nell’imminenza delle elezioni regionali che ipotizzavano come probabile la vittoria del candidato leghista. Quella mobilitazione giovanile fu imponente e decisiva per l’affermazione del governatore progressista Stefano Bonaccini. Ma il Covid-19, con la stessa rapidità con la quale era montato, spense e poi cancellò quel movimento nascente del quale è rimasto a malapena il ricordo.
Un flash-mob delle Sardine nel 2019 (foto Ansa).
Le lotte sociali per avere successo devono essere collettive
Quella falsa partenza però, affinché non si ripeta, sollecita gli interessati a considerare alcune questioni fondamentali che la prospettiva storica evocata agli inizi consente di mettere a fuoco. Le lotte sociali per avere successo devono essere collettive. Da soli, come portatori di rivendicazioni e istanze giuste ma particolari, non si va da nessuna parte. I movimenti si formano su obiettivi di lotta condivisi da varie e ampie categorie sociali.
I problemi e le emergenze non riguardano più il sistema, bensì gli individui
Mi rivolto dunque siamo è una celebre esortazione nonché libro di Albert Camus che risalta con più forza in una società oggi dispersa, polverizzata e dove i problemi e le emergenze (si parli di ambiente o di disuguaglianze economiche) non riguardano più le istituzioni, il sistema, bensì gli individui. Non esiste più la povertà, bensì i poveri. La differenza non è di poco conto, visto che le riforme vere, cioè capaci di incidere sul corpo della società e sulla vita delle persone, si sono fatte sulla scia del ‘68, dopo una stagione di lotte collettive condotte sulle piazze, nelle scuole e università, sui luoghi di lavoro. Dall’istituzione del Servizio sanitario nazionale alla chiusura dei manicomi, passando per il riconoscimento del diritto al divorzio e all’aborto: siamo nel decennio Settanta. Del 1970 è lo Statuto dei lavoratori.
Il libro di Albert Camus.
Può sembrare banale ricordare conquiste sociali fondamentali, che oggi peraltro sono sotto attacco. Non lo è sottolineare che opporsi, ribellarsi, dire no è fondamentale, ma non è sufficiente. Serve un progetto e un movimento politico che traduca in azione valori e aspettative di Millennial e soprattutto zeerers. E metta per esempio fine a stipendi da fame e riequilibri il rapporto fra salari dei giovani e pensioni.
Dopo la pandemia sono aumentati solo i posti malpagati
Secondo i dati 2024-25, l’assegno pensionistico risulta essere mediamente superiore alla retribuzione netta d’ingresso dei giovani. Lo stipendio dei figli nel trascorso decennio era il 36 per cento in meno di quello dei padri. Dopo la pandemia sono aumentati solo i posti malpagati; e alla disoccupazione crescente nella classe d’età 18-34 ha fatto riscontro l’aumento dell’occupazione degli over 55.
Un cameriere impegnato nell’allestimento di una sala da pranzo (foto Ansa).
Ma, concludendo, per provare a riformare un sistema così sgangherato servono due pre-condizioni fondamentali. Che i giovani tornino a fare politica e cerchino leader generazionali. Ossia leadership in grado di rappresentare gli interessi e le istanze della loro generazione. Perché è evidente anche a un cieco che i ventenni e trentenni di oggi non possono essere rappresentati e guidati da boomer. A maggior ragione se anziché essere vecchi saggi come Bernie Sanders sono vecchi e irreparabili narcisti come Donald Trump.
La “cenciata” ricevuta da Giorgia Meloni è stata notevole. In cambio la presidente del Consiglio ha riversato la sua furia contro se stessa, o meglio contro il suo governo. Teste che saltano, richieste di dimissioni pubbliche dopo non essere riuscita a ottenerle in privato. Sembra una prova di forza ma è un’inevitabile prova di debolezza.
Giorgia Meloni nel suo messaggio post sconfitta referendaria (Fb).
Prima il problema era Salvini, poi Vannacci: ora è il resto d’Italia
La leader di Fratelli d’Italia vuole far vedere chi è che comanda. E visto che non ci riesce di fronte al Paese, è costretta a farlo almeno nel suo esecutivo, soprattutto nel suo partito. Sono di Fratelli d’Italia, o in quota FdI, quelli che hanno perso il posto. Questo potrebbe farci intuire qualcosa su quale sarà il destino della legislatura, che forse è già finita anche se si dovesse votare davvero nel 2027. Meloni non può non radicalizzarsi, perché prima il problema era Matteo Salvini, poi è diventato Roberto Vannacci, ora il problema è il resto dell’Italia. Il popolo sta con i magistrati, e come si fa a dare contro il popolo, quello che ti ha appena bocciato la riforma della separazione delle carriere dei magistrati?
Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
L’ex generale ora potrebbe servire e lui rilancia
Con Salvini, Meloni aveva raggiunto un punto d’equilibrio tenendolo a bada, soprattutto sulla politica estera, vera cartina di tornasole per capire se le cose funzionano in un matrimonio politico, cioè in una coalizione. Di Vannacci ha preferito accettarne le contraddizioni; il generale è in piena distonia sulla guerra con l’esecutivo, ma non lo si può mandare a farsi un giro, perché serve tutto, anche un partitino d’estremisti. Non gli si chiede niente, ma neanche gli si dice: arrivederci, grazie. Il generale in pensione stesso lo sa e adesso rilancia, aprendo pure a Firenze la prima sede provinciale italiana di Futuro Nazionale (all’inaugurazione, sabato, in piazza Tanucci, parteciperanno oltre a Vannacci, il coordinatore nazionale e consigliere regionale Massimiliano Simoni e il deputato Edoardo Ziello; sono attese manifestazioni e contestazioni da sinistra).
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
La riscoperta del buon vecchio manettarismo di destra
Nell’accettare la presenza del vannaccismo, Meloni cerca di evitare di scoprirsi a destra, ma l’unico modo che ha per contrastarne lo spirito è radicalizzarsi. E qui potrebbe arrivare la novità più grossa dal referendum. La presidente del Consiglio potrebbe persino riscoprire il buon vecchio manettarismo di destra, che qualcuno dentro Fratelli d’Italia le consiglia di recuperare. In fondo aver ghigliottinato Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè appartiene a quello spettacolo splatter che piace alle masse, che non vedono l’ora di vedere cadere i potenti, specie con disonore.
Daniela Santanchè (Imagoeconomica).
La premier rischia di autoisolarsi nel suo cerchietto magico
La campagna elettorale è appena cominciata, la presidente del Consiglio rischia di autoisolarsi, chiusa nel suo cerchietto ultra magico. Di Meloni si è sempre detto che è popolare, nel senso di vicina al popolo, di nazionalpopolare, capace di capire gli umori della gente, perché che cosa c’è meglio di essere stati una vita all’opposizione per una che si sente l’underdog della politica italiana? Il problema è che il Palazzo contamina, la prospettiva della presidenza del Consiglio può persino far prendere abbagli. C’è differenza fra il Paese legale e il Paese reale. Quello reale si è abbattuto, domenica e lunedì scorsi, su chi sembrava fosse attrezzata e pronta a tutto, dal cuore gitano di Andrea Giambruno al ciuffo incollerito di Donald Trump che attacca mezzo mondo – il Venezuela, l’Iran – e lei lì a fare l’amica degli americani. E invece Meloni ha scelto la via più semplice, ha scaricato i Fardelli d’Italia che avrebbe dovuto scaricare mesi fa e cerca una difficile riconferma alle elezioni politiche dell’anno prossimo, quando, è vero, non ci saranno i magistrati a dare una mano alla campagna elettorale del centrosinistra (forse), ma senz’altro non sarà tutto in discesa come è stato fin qui.
Giorgia Meloni e sullo schermo Donald Trump (Imagoeconomica).
Il consiglio del vecchio maestro Rampelli
Un leader accorto potrebbe anche sentirsi paradossalmente sollevato. In fondo la prima vera sconfitta è arrivata dopo quattro anni di governo e c’è ancora almeno un anno prima di raddrizzare la barca. È stata una sorpresa arrivata non all’ultimo, ma al penultimo momento. Forse Meloni fa in tempo a rispolverare il giustizialismo di destra, come sembra indicarle l’antico maestro Fabio Rampelli quando dice che la gente è interessata ai reati sociali, non a quelli mediatici. E ci siamo intesi.
Mentre Elly Schlein cerca di ricompattare le opposizioni, queste si dividono sulla spesa militare. Tutto è partito da un post di Giuseppe Conte che ha attaccato il governo di Giorgia Meloni per aver aumentato gli investimenti nella difesa. «Dopo giorni difficili per il governo», scrive il leader del M5s, «un riconoscimento per la premier: quello di Rutte della Nato per aver superato in un solo anno il 2 per cento del pil sulle spese militari». Conte specifica che si tratta di «45 miliardi» e di un aumento di «12 miliardi in un anno», e poi affonda: «E ora si corre verso il 5 per cento firmato da Meloni su spinta di Trump».
Dopo giorni difficili per il Governo arriva un riconoscimento per Meloni: è quello di Rutte della Nato per aver superato in un solo anno il 2% del Pil sulle spese militari e in difesa. Ben 45 miliardi, con aumenti di 12 miliardi in un anno. E ora si corre verso il 5% firmato da… pic.twitter.com/SFhYlMlLQF
Calenda: «Dimostri di essere inadatto a fare il premier»
In risposta a queste sue dichiarazioni è arrivato un post di Carlo Calenda: «Magari. Avremmo bisogno di una difesa più forte e moderna. In realtà è una cosmesi contabile. Ti ricordo poi che l’obiettivo del 2 per cento è stato da te confermato quando eri Presidente del Consiglio e scodinzolavi dietro Trump. Questo post mostra chiaramente perché sei del tutto inadatto a ridiventarlo».
La data del 7 aprile era evidenziata bene sull’agenda: doveva essere una grande festa, per il 65esimo compleanno di Daniela Santanchè. E invece tutto è stato rovinato dalle dimissioni «auspicate» dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Un numero, quel 65, che nell”immaginario evoca il diritto ad andare in pensione, anche se poi l’addio al lavoro viene spostato sempre più in là. Così pare un “collocamento a riposo”, quello subito dall’ex Pitonessa, che per ora se ne sta in Versilia nel suo buen retiro a Marina di Pietrasanta. Santanchè intanto ha incassato anche l’appoggio ruvido di Vittorio Feltri che sul Fatto Quotidiano la definisce sì una «furbacchiona», ma «detto ciò», aggiunge, «ha ragione: questa cazzata qui del referendum, che cosa c’entra con le sue dimissioni? È un assurdità, una manovra politica insensata». Ma il 7 aprile è una data da cerchiare in rosso anche per Palazzo Chigi, visto che scadrà il taglio delle accise e andrà messo in conto un incremento di 25 centesimi. Ma tanto ormai il referendum è passato, ed è stato pure perso male.
Daniela Santanchè con Vittorio Feltri (Imagoeconomica).
Attenta Daniela, per Ignazio sei una «risorsa»
Ma quale sarà il futuro politico di Santanchè? Nonostante le voci che la vorrebbero in avvicinamento alla formazione di Vannacci, è quasi impensabile che l’ex ministra cambi mise, mollando il movimento a cui tiene tanto, come ha scritto nella missiva a Giorgia Meloni. A sgomberare il campo da retroscena fantasiosi ci pensa anche l’amico dell’ex Pitonessa Ignazio La Russa. Il presidente del Senato al Corriere lo esclude, «perché conosco Daniela e perché lei stessa nella sua lettera — che le rende giustizia e onore — ha scritto che per lei la cosa più importante era preservare l’amicizia con Giorgia e il futuro di FdI. E non si scrivono certe cose se si vuole andare via». La Russa va pure oltre. Daniela, assicura, «non sarà certo un peso» per il partito, ma una «risorsa». Visto l’uso che di quel termine si fa dalle parti della Fiamma (e pure di Via Bellerio), fossimo in Santanchè non dormiremmo sonni proprio sereni.
Daniela Santanchè con Ignazio La Russa (Imagoeconomica).
La prima scivolata di Stefania Craxi
Appena ricevuto l’incarico di capogruppo al Senato, al posto del “defenestrato” Maurizio Gasparri, in nome di un fantomatico rinnovamento di Forza Italia, Stefania Craxi affrontando i cronisti ha ben pensato di uscirsene con una battuta (o lapsus): «Calma non scappo. C’è un plotone d’esecuzione davanti». Una citazione (involontaria, si spera) di Giusi Bartolozzi, l’ormai ex capo gabinetto di Carlo Nordio epurata proprio per aver usate le stesse parole contro la magistratura. Partiamo bene.
La «cortese e sottomessa preghiera» che nella serata del 25 aprile Bruno Vespa ha rivolto ai vertici Rai perché altre trasmissioni di approfondimento dell’azienda non si sovrapponessero ai suoi spazi, non è passata inosservata. Per lo meno a Mediaset.
La furia di Bruno Vespa contro i vertici Rai. Attacca Rai2 che trasmette Step (che però è sotto Intrattenimento), voleva riferirsi a Rai3 e Sciarelli (sotto Approfondimenti)? pic.twitter.com/Q5i0aCTFOS
Giovedì sera infatti Paolo Del Debbio si è tolto un sassolino dalla scarpa. Anche lui aveva due appuntamenti su Rete4: Quattro di sera nel preserale e Dritto e rovescio in prima serata. E al termine del primo ha detto che non voleva sforare per non far imbufalire il conduttore che veniva dopo di lui. Cioè lui medesimo.
Sarà il magistrato in pensione Antonio Mura il nuovo capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio dopo le dimissioni di Giusi Bartolozzi. Quest’ultima, com’è noto, ha fatto un passo indietro dopo le polemiche per le sue frasi sulla magistratura come «plotone d’esecuzione», una volta certificata la sconfitta del centrodestra al referendum.
Carlo Nordio e Giusi Bartolozzi (Imagoeconomica).
Chi è Antonio Mura
Il 72enne Mura, che era già consigliere giuridico di Nordio, diventa così il braccio destro operativo del Guardasigilli. Originario di Sassari, vanta una lunga esperienza nella carriera requirente. Ma ha anche esperienza come giudice. Nel corso dei decenni ha lavorato come sostituto procuratore della Repubblica a Livorno e poi come giudice in Corte d’Assise a Firenze. È stato inoltre componente del Consiglio superiore della magistratura. Successivamente ha ricoperto l’incarico di sostituto procuratore generale in Corte di Cassazione. Il via Arenula ha guidato diversi dipartimenti: giustizia minorile, organizzazione giudiziaria, affari di giustizia. La sua nomina verrà formalizzata nei prossimi giorni.
È nella sconfitta, bruciante, netta, come quella patita dal centrodestra sul referendum, che si disegnano con più nettezza contorni, identità e anomalie. Come quella che incarna Forza Italia fin dai suoi inizi, la discesa in campo di Silvio Berlusconi che dette il fragoroso abbrivio alla Seconda Repubblica. Dal giugno del 2023 il Cav non c’è più, se non come culto della sua memoria e nome ancora inciso nel simbolo del partito che fondò, mentre l’eredità politica ed economica (Forza Italia non starebbe in piedi senza il sostegno del casato di Arcore) è passata dal padre alla figlia.
Silvio Berlusconi alla scrivania mentre firma il contratto con gli italiani a Porta a Porta nel 2018 (Ansa).
Fuori Gasparri, dentro Craxi grazie a Lotito: un rinnovamento da boomer
Marina, che per sua stessa ammissione non possiede il carisma del genitore, ha però i soldi per poter determinarne i destini. Teorica di un rinnovamento dei vertici azzurri finora relegato più alle intenzioni che ai fatti, ora ha rotto gli indugi tagliando una testa pesante, quella di Maurizio Gasparri, e sostituendola con una dal cognome ingombrante, Stefania Craxi.
Maurizio Gasparri (Imagoeconomica).
Un salto generazionale? Difficile farlo passare così, visto che la primogenita di Bettino ha 65 anni e il buon Gasparri 69. Diciamo allora che è un primo scossone al vetusto albero da cui dovrebbe cadere, prima o poi, la testa di Antonio Tajani. Si aggiunga, per dovere di cronaca, che il golpe non avviene per mano di un baldanzoso giovane di Forza Italia, ma via Claudio Lotito, anni 68, ovvero quasi coetaneo del decollato. Un affare tra boomer, insomma, di cui le successive generazioni fanno da spettatori. Si direbbe, dunque, che Forza Italia non è un partito per giovani, che tornano buoni un paio di volte all’anno quando si tratta di blandirne le bellicose quanto velleitarie idealità. Perciò, nel momento in cui Marina B decide che Gasparri incarna il vecchio che non avanza e decide di sostituirlo con Stefania C, fa un’operazione che riguarda meramente la catena di comando. Non è questione di idee, di rinnovamento, di presa d’atto che lo statuto identitario creato dal padre abbisogna di un robusto maquillage, se non di una completa rifondazione.
Antonio Tajani (Imagoeconomica).
La gestione del partito ridotta a una questione di organigramma
In Forza Italia spa, sussidiaria del gruppo Fininvest, divisione “consenso elettorale”, il ricambio potremmo sintetizzarlo così: la presidente del consiglio di amministrazione della holding di famiglia convoca idealmente un cda e sposta una risorsa. Gasparri fuori, Craxi dentro. Con la stessa logica con cui si cambia un direttore di rete che non porta abbastanza share. Solo che qui il prodotto non è una delle fiction turche che tanto piacciono dalle parti di Cologno, ma un partito politico che dovrebbe rappresentare qualcosa di meno mercantile. Una visione del mondo, un’idea forte dell’Italia e del suo futuro, degli ideali senza i quali la politica si riduce, come diceva spesso la buonanima di Silvio, a teatrino. Invece sembra essere semplicemente una questione di organigramma.
La torre Mediaset a Cologno Monzese (Ansa).
Con Marina si entra nella gestione successoria senza romanticismi
Il paradosso è antico quanto Arcore, ma ogni tanto torna a manifestarsi con una chiarezza quasi pedagogica. Forza Italia non è mai stata un partito azienda, nel senso in cui lo hanno battezzato fin dalla nascita i commentatori: struttura leggera, leadership indiscussa, la televisione come propellente del consenso che sostituisce circoli e sezioni sul territorio. È sempre stato qualcosa di più specifico e inquietante: il partito dell’azienda. Come se la Fiat avesse fondato “Avanti Agnelli” e l’avesse tenuto in portafoglio accanto alle allora esistenti fabbriche di automobili o camion. Berlusconi, padre nobile e nume tutelare, possedeva oltre al pingue portafoglio, il genio ambiguo del fondatore. La sua figura si sovrapponeva in tutto e per tutto a quella del suo prodotto politico, compreso il conflitto d’interessi sempiternamente incarnato e irrisolto. Con Marina si è entrati invece nella fase della gestione successoria, che per definizione è sempre meno romantica dell’epopea fondativa.
Marina Berlusconi (Imagoeconomica).
I berluscones sono politici o dipendenti?
E qui si apre la vera domanda, quella che nessuno nel centrodestra ha il coraggio di formulare ad alta voce: come fanno gli azzurri intellettualmente seri e dotati di fervida ispirazione politica a sopportarlo? Perché Forza Italia non è un partito di soli yes-men e portaborse. Ci sono giuristi, economisti, europarlamentari con curriculum rispettabili, persone che hanno letto qualcosa oltre ai comunicati stampa. Eppure restano, accettando che la loro carriera dipenda non da un congresso, un programma o una spiccata corrente di pensiero, ma dall’umore dinastico che spira nei corridoi milanesi di via Paleocapa. Sono politici o sono dipendenti? La risposta, a guardare come funziona il meccanismo, è imbarazzante. Ogni nomina che passa per il filtro di Marina per forza di cose trasforma un rappresentante eletto in qualcosa che somiglia più a un dirigente che aspetta la valutazione di merito. Con la differenza che nelle aziende normali il dirigente può dimettersi e cercarsi un altro lavoro. Il politico di Forza Italia, se esce, sparisce. Oppure tenta altrove un difficile riciclo. I casi recenti di Gelmini e Carfagna sono lì a dimostrarlo.
Un evento di Forza Italia (Imagoeconomica).
Gli eredi di B applicano il manuale del capitalismo familiare alla democrazia
La grande anomalia italiana, che non ha equivalenti nelle democrazie mature se non nell’odierna America trumpiana, è che tutto questo viene accettato come normale. Che nessuno trovi scandaloso che un partito con rappresentanza parlamentare e ministri in carica sia gestito come un asset familiare trasmissibile per linea diretta. Mediolanum, Mediaset, Mondadori, Forza Italia. Portafoglio diversificato, rischio distribuito e governance rigorosamente accentrata. Insomma, il manuale del capitalismo familiare applicato alla democrazia rappresentativa.
Nel Pd l’entusiasmo per la vittoria referendaria è stato parzialmente congelato dalla sortita di Giuseppe Conte immediatamente successive al risultato. Le primarie rilanciate, l’idea di farsi carico di una nuova riforma della giustizia (per conto di chi e in nome di cosa non è chiaro), quel tono da aspirante ri-presidente del Consiglio. No, non sono piaciute quelle frasi da apprendista stregone, pardon, da apprendista leader del campo largo (se non qualcosa di più). Da qui sembra venire l’idea di provare a non dar seguito alle iniziative contiane, rischiando però che diventino – in ogni caso – materia di dibattito pubblico giornalistico-televisivo.
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Il balletto delle primarie oscura la vittoria al referendum
I giornali parlano delle primarie, quando Elly Schlein vuole continuare a parlare di salario minimo, delle difficoltà dei giovani, eccetera eccetera.Per questo, anche per Matteo Orfini, deputato del Pd, è bene lasciare che Conte dica la sua, certo, ma senza dargli seguito. «Noi ci occupiamo d’altro», spiega, convinto che la strategia del Pd di questi mesi sia stata giusta. Per esempio sull’essere in piazza per Gaza. È anche da lì che arriva l’apporto dei giovani alla causa del No. Perché smettere proprio adesso?, ragiona l’ex presidente dem.
Matteo Orfini (Imagoeconomica).
Sembra condividere anche l’ala riformista del Pd: «A sinistra, siamo incredibili: neanche passate 24 ore dalla vittoria del No, ci siamo già infognati nella faida delle primarie. Coso il più lesto a sparigliare e buttarla in caciara. A ruota tutti, commentatori e umarell, cinture nere di candidature», scrive Filippo Sensi – che al referendum ha votato No – su X.
Comunque, a sinistra, siamo incredibili: neanche passate 24 ore dalla vittoria del NO, ci siamo già infognati nella faida delle primarie. Coso il più lesto a sparigliare e buttarla in caciara. A ruota tutti, commentatori e umarell, cinture nere di candidature
Resta da capire se lo schema identitario del Pd possa funzionare alle elezioni politiche. D’altronde non di soli rider può vivere il dibattito pubblico a sinistra, anche se per Schlein è senz’altro un buon punto di partenza. Il caso Conte però non può essere liquidato. Anche perché dentro il Pd c’è chi non disprezza affatto il capo dei cinque stelle. E nell’elettorato di sinistra Conte rimane un leader credibile, persino autorevole. I sondaggi dicono che sarebbe persino competitivo in uno scontro diretto con Giorgia Meloni, ma nel Pd si fa notare anche che c’erano sondaggisti che dicevano che con un’affluenza alta sarebbe cresciuto il consenso per il Sì (e invece no). Conte dunque sembra essere diventato un po’ una risorsa un po’ uno spauracchio; lo si evoca e lo si scaccia, ma in ogni caso non sembra poterne fare a meno, il Pd, anche per via della logica testardamente unitaria costantemente richiamata dalla segreteria Schlein. Un tentativo comunque verrà fatto: provare a ignorare quelle che qualcuno chiama «le provocazioni di Conte».
Elly Schlein e sullo schermo Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Il No congela le ambizioni delle Picierno e dei centristi
Il risultato del referendum congela anche le ambizioni dei riformisti, non solo quelli che hanno votato Sì (Pina Picierno) ma anche quelli che hanno votato No. Schlein vuole intestarsi una battaglia che è stata vinta anche con la collaborazione straordinaria dei magistrati, che magari l’anno prossimo non parteciperanno alle Politiche. Senz’altro la sua leadership, almeno sul fronte interno, ne esce rafforzata ed è difficile che qualcuno, dentro il partito, abbia voglia di sfidarla. Diventa sempre più difficile anche cercare spazi fuori dal Pd, almeno in questa fase. Già prima le formazioni centriste non erano appetibili, ora forse lo sono ancora meno.
Il terremoto scatenato dalla vittoria del No al referendum dopo Fratelli d’Italia (dove è in corso una guerra tra correnti dopo le dimissioni di Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè), ha colpito pure Forza Italia. La delusione per la mancata riforma in nome del padre avrebbe spinto Marina Berlusconi a intervenire per accelerare quel cambio di passo più volte evocato da Arcore. La prima vittima in casa azzurra è Maurizio Gasparri che ha lasciato la poltrona di capogruppo al Senato.
Il passo indietro è arrivato dopo la lettera con cui 14 senatori azzurri (su 20 del gruppo) – compresi, a quanto pare, i ministri Paolo Zangrillo ed Elisabetta Casellati – chiedevano di sostituire il capogruppo a Palazzo Madamaper salvaguardare l’unità del partito. Per sostituirlo è stata Stefania Craxi, che ha battuto la concorrenza di Licia Ronzulli. Gasparri, a sua volta, potrebbe prendere il posto della figlia di Bettino, come presidente della Commissione Esteri al Senato.
Licia Ronzulli e Stefania Craxi (Imagoeconomica).
Nel mirino degli eredi del Cav c’è dunque il cerchio magico laziocentrico di Antonio Tajani che, per il momento, non sembra coinvolto nel repulisti. Il capogruppo alla Camera Paolo Barelli, fedelissimo e consuocero del vicepremier, alla domanda di Repubblica se tema un’iniziativa analoga contro di lui a Montecitorio si è limitato a rispondere: «Mi sto occupando di altre cose. Non ho notizie, a me non hanno detto niente». E, come Alberto Sordi nei panni dell’attore fallito Gastone, nell’omonimo film di Mario Bonnard, che a ogni disgrazia commentava «a me m’ha rovinato la guerra», Barelli assicura: «Colpa della guerra se ha vinto il no».
Paolo Barelli, capogruppo Forza Italia alla Camera (Imagoeconomica).
Federalberghi ringrazia la Santa
«Salutiamo la senatrice Santanchè con un ringraziamento per l’impegno al servizio del settore turismo e per l’attenzione che ha dedicato alle esigenze delle imprese». È il commento del presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca, alle dimissioni della ministra del Turismo. Non solo: per Bocca, «dinamismo e capacità di ascolto sono i tratti principali che hanno caratterizzato i tre anni e mezzo trascorsi alla guida del ministero». Il terremoto a via di Villa Ada – in attesa del nuovo inquilino – arriva in un momento delicato per il settore turistico che sta pagando caro le conseguenze della guerra in Medio Oriente. Secondo un’analisi realizzata dal Centro Studi Turistici di Firenze per Assoviaggi Confesercenti su un campione di 681 agenzie, dall’inizio delle ostilità a oggi si stimano oltre 7.100 prenotazioni cancellate, riprogrammate o dirottate verso altre destinazioni, con un impatto economico complessivo che, nelle prime settimane, raggiunge già quasi 100 milioni di euro.
Bernabò Bocca e Daniela Santanchè (Imagoeconomica).
Prodi porta Mario Monti al ristorante
Romano Prodi ama la buona tavola. E lo ha dimostrato portando il senatore a vita Mario Monti al ristorante bolognese Al Cambio, il regno di Piero Pompili. Chissà di che avranno discusso i due professori tra un piatto e l’altro…
Passera a Londra per salutare l’ambasciatore Lambertini
Qualche giorno fa, un nutrito gruppo di ospiti ha affollato la residenza dell’ambasciatore italiano a Londra per salutare Inigo Lambertini che ha festeggiato il suo addio alla Capitale britannica per fine mandato e carriera. Dei tanti invitati – dal politico conservatore Sir Edward Leigh al presidente della Camera di Commercio Italiana nel Regno Unito Roberto Costa – uno solo ha incuriosito tutti: Corrado Passera, volato da Milano a Londra per l’evento. Dopo che Banca Ifis di Ernesto von Fürstenberg Fassio ha acquisito la sua Illimity, Passera era tornato in scena come candidato alla guida di Mps, ma il cda gli ha preferito Fabrizio Palermo.
Corrado Passera (Imagoeconomica).
Domenica delle Palme, Franceschini riunisce i diccì
L’ex ministro dei Beni culturali Dario Franceschini si sta muovendo moltissimo. E si sa, quando si muove Franceschini qualcuno nel Partito democratico trema. Per esempio non è passato inosservato il pranzo con la sindaca di Genova Silvia Salis, che si è detta contraria alle Primarie per il campo largo. Franceschini organizza pure convegni. La sua “officina” situata a poca distanza dalla stazione Termini è sempre operativa e ora è impegnata all’appuntamento di domenica prossima, che poi è quella delle Palme: la celebrazione del cinquantesimo anniversario di Benigno Zaccagnini, segretario della Democrazia cristiana. Per questo Franceschini ha chiamato a raccolta Pier Ferdinando Casini, Rosy Bindi, Leoluca Orlando, Calogero Mannino, Gianfranco Rotondi, Clemente Mastella, Bruno Tabacci, Pierluigi Castagnetti.
Maurizio Gasparri, sfiduciato dai senatori del suo partito, si è dimesso da capogruppo di Forza Italia in Senato. Per le 16:30 è stata convocata a Palazzo Madama una riunione dei senatori di FI. Questo l’ordine del giorno, firmato dallo stesso Gasparri: “Dimissioni presidente del gruppo. Elezione nuovo presidente del gruppo”.
Le firme raccolte (da Claudio Lotito) per far sì che Gasparri lasciare la carica sono in tutto 14, su un totale di 20 senatori azzurri. Tra esse anche quelle dei ministri Maria Elisabetta Alberti Casellati e Paolo Zangrillo. Non ha invece firmato Anna Maria Bernini. A spingere per l’uscita di Gasparri è stata anche la famiglia Berlusconi. A prendere il posto dell’ormai ex capogruppo dovrebbe essere Stefania Craxi.
Maurizio Gasparri e Stefania Craxi (Imagoeconomica).
Altro che semplici “pulizie di primavera” per rilanciare l’azione del governo. La battaglia ingaggiata da Palazzo Chigi, all’indomani della sconfitta al referendum, che ha fatto vittime in via Arenula e in via di Villa Ada, ha il suo fulcro in via della Scrofa. La crisi innescata dall’esito deludente della consultazione del 22 e 23 marzo nasconde una “guerra tra bande” all’interno di Fratelli d’Italia, che Giorgia Meloni sta tentando di nascondere e governare.
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Le condizioni poste da Delmastro
Certamente, è stata la presidente del Consiglio a pretendere le dimissionidi Andrea Delmastro e della fidata Giusi Bartolozzi dal ministero della Giustizia. Il primo ha dovuto lasciare per lo scandalo della società di cui faceva parte insieme alla figlia di Mauro Caroccia, legato al clan Senese. Mentre la capo di gabinetto di Carlo Nordio, nel mirino per il caso Almasri, ha fatto un passo indietro per le parole usate in campagna elettorale contro i pm definiti «plotone di esecuzione», dopo aver promesso che avrebbe lasciato l’Italia in caso di vittoria del Sì al referendum sulla separazione delle carriere. Alla fine, insieme a Delmastro, non ha lasciato il Paese ma via Arenula.
Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi (Ansa).
L’addio non è stato indolore. Stando a quanto risulta a L43, il sottosegretario di FdI ha posto una condizione netta alle sue dimissioni. Spalleggiato da Giovanbattista Fazzolari e Giovanni Donzelli, Delmastro ha puntato i piedi: «Io non me ne vado se non salta anche la Santanchè» (rinviata a giudizio per falso in bilancio e indagata per truffa aggravata e per due ipotesi di bancarotta). «Se devo lasciare per un fatto per cui non sono neanche indagato, la Santanchè, plurindagata con accuse gravi, deve dimettersi contestualmente».
Il motivo della resistenza di Santanchè
La richiesta è stata inoltrata al ministero di via di Villa Ada. Probabilmente, Meloni non aspettava altro. Ma la ministra, sostenuta da un pezzo da novanta come Ignazio La Russa, non ha voluto cedere, rifiutando la pretesa, a suo giudizio, scomposta avanzata dalla ‘banda’ di Delmastro & Co. E da qui è nata quella nota assai strana in cui Meloni esprimeva «apprezzamento» per la scelta di Delmastro e Bartolozzi di dimettersi e, contestualmente, auspicava che, «sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta fosse condivisa da Santanchè». Perché tirare in ballo la ministra del Turismo, che non c’entrava nulla con il referendum? Si è trattato – si apprende – di un comunicato nato dalla necessità, avanzata da Delmastro, di tracciare un parallelo tra la sua ‘cacciata’ e quella dell’esponente della corrente avversa. Un parallelo rifiutato poi esplicitamente dalla ministra, che nella lettera di dimissioni presentata il giorno dopo – scritta insieme a La Russa – ha tenuto a sottolineare come il suo certificato penale sia «immacolato».
Daniela Santanchè con Ignazio La Russa (Ansa).
Di chi sono i conti «pagati per errori degli altri?»
«Ieri forse bruscamente (capirai il mio stato d’animo) ti ho rappresentato la mia non disponibilità a una mia immediata dimissione perché volevo fosse separata dai commenti sul referendum perché non vorrei essere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me, atteso anche il risultato in Lombardia e sinanche nel mio municipio», ha scritto nella missiva indirizzata all’amica Giorgia. «Volevo che le mie dimissioni inoltre fossero separate dalla vicenda contingente e assai diversa che ha riguardato Delmastro che pure paga un prezzo alto», ha continuato. «Chiarito questo, non ho difficoltà a dire ‘obbedisco‘ e a fare quello che mi chiedi. Non ti nascondo un po’ di amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri», ha concluso. «I miei conti e quelli degli altri»: una frase al vetriolo. E di chi saranno questi conti che Santanchè dice di pagare per errori degli altri? Di Delmastro? O della stessa Meloni? Di sicuro non è finita qui.
«Non ho né titoli né intenzione di mettere in discussione i provvedimenti dell’autorità giudiziaria né tanto meno voglio giustificare lo stile di vita di Nathan e Catherine (Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, i genitori al centro dell’ormai gettonatissimo caso della famiglia nel bosco, n.d.r.). Spero possa essere utile invitare tutti, con la mia moral suasion, affinché vengano eliminate le rigidità di tutti e tutte le rigidità in modo da favorire il più possibile il ritorno a una famiglia unita». Così ha dichiarato il presidente del Senato Ignazio La Russa in un video diffuso dopo l’incontro con i due cittadini stranieri al centro della controversa vicenda, ricevuti il 25 marzo a Palazzo Giustiniani.
Un Presidente del Senato tuttologo
Detto che il presidente del Senato ha tutto il diritto di incontrare chi vuole e quindi esprimersi sull’argomento che vuole, colpisce comunque questo suo ennesimo esercizio di eclettismo, un eclettismo che lo ha portato, e lo porta ormai con sempre più frequenza, a rilasciare dichiarazioni pubbliche (esternazioni, si sarebbe detto al tempo del presidente Cossiga) su qualsiasi tema e argomento, quasi in maniera compulsiva. La sua si potrebbe definire una sorta di incontinenza verbale. Dalla politica estera al problema dell’immigrazione, con annessi e connessi (dal diritto d’asilo alla lotta a scafisti e trafficanti), dalla proposta di alleggerire il sistema carcerario alla difesa del sottosegretario Andrea Delmastro («Non conosco la vicenda, ma per una foto non si è mai dimesso nessuno», ha commentato qualche giorno fa) ai femminicidi, dalla storia patria ad argomenti meno istituzionali, come Sanremo – il Festival – o San Siro – lo stadio -, non vi è praticamente giorno che la seconda carica dello Stato non si esibisca in qualche commento. Peraltro non sempre inappuntabile.
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).
Uno sguardo, distorto, sul fascismo
Non sono per esempio inappuntabili alcune uscite sulla più o meno recente storia patria, spesso proposta in versione opportunamente rivisitata ad usum Delphini (leggi ad usum Mussolini). Come è accaduto martedì. Nel giorno dell’82esimo anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, ha pubblicato un post sui social in cui, ricordando «una delle pagine più drammatiche della nostra Nazione», ha parlato di «crimine nazista» evitando di citare le responsabilità dei fascisti.
In occasione dell’82esimo anniversario dell’eccidio onoriamo le 335 vittime delle Fosse Ardeatine, una delle pagine più drammatiche della nostra Nazione. Un crimine nazista che richiama tutti al dovere della memoria e alla responsabilità di difendere, ogni giorno, i valori della… pic.twitter.com/gSwOShdoCw
Nel dicembre 2025, in un video, celebrando la fondazione del Msi – Movimento Sociale Italiano, diretto erede del fascismo salotino, cioè la versione più incarognita, se possibile, dell’avventura politica mussoliniana, – l’ha definito una forza che aveva «accettato la democrazia per sensibilità d’animo», e qualificato come un partito che «marciava verso il futuro». Mentre l’anno precedente, discettando sull’opportunità di mantenere nel simbolo di FdI la fiamma, aveva sostenuto che il Msi non fosse fascista. E sempre in tema di revisionismo è celebre la sua uscita (aprile 2023) sull’eccidio di via Rasella, dove, a sprezzo del ridicolo era riuscito a definire la vicenda «una pagina non nobilissima della Resistenza», dato che «quelli che vennero uccisi non erano biechi nazisti delle SS, ma era una banda di semipensionati, una banda musicale».
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).
Tra patriarcato e gaffe
Tra una dichiarazione e l’altra contro i femminicidi e le violenze di genere, c’è anche tempo per qualche esternazione non proprio in linea col femminismo, per esempio quella del gennaio 2024, quando, intervistato in tv da Nunzia De Girolamo, disse che Giorgia Meloni, «non è la classica donna che ha avuto bisogno di un uomo per emergere; non ha avuto bisogno di Pigmalioni, non ha avuto bisogno d’aiuto». Comunque un passo avanti rispetto a qualche anno prima. Era il 2011 e da ministro della Difesa, La Russa a proposito della presenza femminile nelle file del centrodestra a trazione berlusconiana, dichiarò: «Con Berlusconi solo donne belle? Non è vero, ci sono donne non belle anche da noi, anche se non raggiungiamo l’apice della sinistra». Ma almeno sulla bellezza, non si può mettere in discussione la competenza del presidente del Senato che, ancora di recente, a margine dell’inaugurazione della mostra a Palazzo Madama Il volto delle Donne – 80 anni di Repubblica: Storie di ingegno fino alle madri costituenti, si è rivolto a Roberta Benvenuto, giornalista di Piazzapulita, con un: «E tu chi sei? Sei carina», salvo poi correggere il tiro: «Ma soprattutto brava. Perché oggi le donne valgono soprattutto se brave».
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).
Un cuore nero (azzurro)
Tra una commemorazione di Craxi e un intervento sulla vicenda del poliziotto di Rogoredo, La Russa trova spesso il tempo per esternare sulla sua materia prediletta: il calcio. Di incrollabile fede interista, il presidente del Senato non perde occasione per prendersela con la Juventus, antagonista storica della squadra milanese (e che nel 2012 aveva addirittura osato chiedere che ai nerazzurri venisse impedito di disputare la Championship, per le note vicende legate a Calciopoli) o con gli arbitri, accusati di mettere spesso l’Inter nel mirino. Mentre definisce un orrore la decisione di un eventuale abbattimento dello stadio di San Siro. Oltre al nerazzurro, anche l’azzurro diviene fonte di intervento, e così, nel novembre 2025 Ignazio La Russa trova il tempo per polemizzare con il neo CT della nazionale, Rino Gattuso che si era lamentato per i fischi ricevuti dalla sua squadra durante l’incontro con la Moldavia, definendoli una vergogna. «Mai dire vergogna a chi fischia», aveva detto pubblicamente La Russa, anzi «va ringraziato».
Ignazio La Russa e Giorgia Meloni (Ansa).
Da San Siro a Sanremo
Da un paio d’anni, anche la kermesse sanremese sembra attrarre l’attenzione di Ignazio La Russa che anche su questo ha trovato tempo e modo di esibirsi. Nel 2023, per esempio, il bacio tra Rosa Chemical e Fedez e qualche testo non proprio ortodosso di alcuni brani avevano sconcertato una buona parte del pubblico più conservatore e benpensante, e così il presidente del Senato chiese un intervento riparatore, o, almeno riequilibratore. Ottenne così uno spazio per ricordare la tragedia delle foibe (tema principe del revisionismo storico della destra), senza però esserne completamente soddisfatto perché il conduttore Amadeus aveva tralasciato di dire che i titini erano comunisti. Nel febbraio 2026 come da tradizione è scoppiata una nuova polemica: a pochi giorni dall’inizio del Festival, è storia nota, il comico – considerato di destra – Andrea Pucciha rinunciato a partecipare, e la seconda carica dello Stato che ha fatto? Ha esternato, ovviamente. In un video pubblicato sui propri canali social, La Russa ha definito «intollerabili accuse, minacce e aggressioni» le pressioni e le ostilità pubblicate sui social contro il comico. Di più: gli ha espresso la propria solidarietà, dicendo di «comprendere la sua scelta di non voler mettere a rischio il proprio equilibrio», rivolgendosi allo stesso tempo al conduttore Carlo Conti per chiedere una sorta di gesto riparatore. Un altro.
Dopo il pressing di Giorgia Meloni, che aveva auspicato pubblicamente le sue dimissioni, la ministra del Turismo Daniela Santanché ha ceduto e si è dimessa. Nonostante avesse confermato la sua agenda di mercoledì 25 marzo per dar prova di non voler lasciare la poltrona, alla fine ha deciso di farsi da parte. Di seguito la lettera integrale che ha scritto alla premier.
La lettera integrale con cui Santanchè ha rassegnato le dimissioni
«Cara Giorgia ti rassegno, come hai ufficialmente auspicato, le mie dimissioni dal ruolo di ministro che avevi voluto affidarmi e che credo di avere svolto al meglio delle mie possibilità e senza alcuna controindicazione. Ti ringrazio per i riconoscimenti e per la fiducia che mi hai dimostrato in questi anni di guida del ministero del Turismo. Ho voluto (e spero mi capirai) che fosse pubblicamente chiaro che eri tu a chiedermi di lasciare questo ruolo perché, come ho sempre detto, mi sarei dimessa solo di fronte ad una tua esplicita e pubblica richiesta. Volevo fosse chiaro, per la mia onorabilità, che faccio un passo indietro, non dovuto, solo di fronte alla richiesta che il capo del mio Partito ritiene utile e opportuna. Mi premeva e mi preme sottolineare che ad oggi il mio certificato penale è immacolato e che per la vicenda della cassa integrazione non vi è nemmeno un semplice rinvio a giudizio. Ieri forse bruscamente (capirai il mio stato d’animo) ti ho rappresentato la mia non disponibilità ad una mia immediata dimissione perché volevo fosse separata dai commenti sul referendum perché non vorrei essere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me, atteso anche il risultato in Lombardia e sinanche nel mio municipio. Volevo che le mie dimissioni inoltre fossero separate dalla vicenda contingente ed assai diversa che ha riguardato l’On Delmastro che pure paga un prezzo alto. Chiarito questo non ho difficoltà a dire “obbedisco” e a fare quello che mi chiedi. Non ti nascondo un po’ di amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri. Tengo di più alla nostra amicizia e al futuro del nostro movimento».
Applauso delle opposizioni in Aula
Alla notizia delle dimissioni di Santanchè, è scattato un applauso dai banchi delle opposizioni in Aula alla Camera. «Non capivo, pensavo applaudiste me…poi ho visto le agenzie e ho capito», ha detto il vicepresidente di turno Giorgio Mulè. Intanto sono arrivati anche i primi commenti da parte degli esponenti del centrosinistra. Parlando con i cronisti davanti a Montecitorio, Nicola Fratoianni di Avs ha affermato: «Finalmente si è concluso questo indegno teatrino con le dimissioni della ministra del Turismo che per oltre un giorno e mezzo ha tenuto sotto scacco l’intero governo Meloni e l’intera maggioranza di destra. Un altro segno della crisi politica che in tutta evidenza si è aperta dopo la batosta referendaria».
Il «rammarico più grande» di Carlo Nordio non è stata la sconfitta al referendum sulla riforma della giustizia, ma lafrase sul Csm «paramafioso». L’ha affermato lo stesso Guardasigilli durante il question time alla Camera. «Ho smentito almeno una cinquantina di volte quella frase, che non era affatto mia ma di un magistrato del Consiglio superiore della magistratura (Nino di Matteo, ndr) di cui ho citato parola per parola la dichiarazione. Quella frase è stata attribuita a me e diciamo costituisce un rammarico, forse il rammarico maggiore di questo momento referendario, forse anche peggiore della riconosciuta sconfitta che abbiamo subito», ha detto.
«Fiducia confermata dal governo e dalla premier»
Nordio ha poi affrontato il tema delledimissioni, nel suo ministero, del sottosegretario Andrea Delmastro e del capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, rispondendo a chi vorrebbe anche le sue: «Non è previsto in nessun ordinamento che il ministro della Giustizia si dimetta a seguito di un esito negativo di un referendum di questo tipo. La fiducia è già stata confermata dal governo e in prima persona dal presidente del Consiglio. Bartolozzi ha svolto le sue funzioni con dignità e onore e il suo gesto spontaneo dimostra un grande senso di responsabilità. Confido che cessino definitivamente le polemiche strumentali che hanno investito la sua persona e tutto il ministero».
Alla fine Ignazio La Russa ha accolto a Palazzo Giustiniani i genitori della cosiddetta famiglia nel bosco. Faccia a faccia che era stato annunciato in piena campagna referendaria con scia di polemiche annessa. Già perché come Garlasco, gli stupratori liberi, l’invasione di immigrati, pure il caso dei Trevallion è finito nel minestrone della propaganda. Argomento buono per attaccare una magistratura che nel caso di Nathan e Catherine e dei loro tre figli «ha dimenticato i suoi limiti» (cit. Giorgia Meloni), si è accanita ingiustamente (cit. Lucio Malan), e produce ordinanze assurde (cit. La Russa).
Ignazio La Russa con i Trevallion (Ansa).
La Russa voleva solo «stemperare il clima»
Poi è arrivata l’inaspettata sconfitta al referendum. Davanti ai 15 milioni di No, Giorgia Meloni è corsa ai ripari spingendo alle dimissioni i finora intoccabili (almeno per Carlo Nordio)Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi. E chiedendole in modo esplicito alla ministra del Turismo Daniela Santanchè che ora, ironia della sorte, per difendere il suo posto si aggrappa alla “Costituzione più bella del mondo”. Ma l’effetto del No deve avere colpito anche la seconda carica dello Stato. Che dopo l’incontro con i Trevallion ha dichiarato: «Era mia intenzione cercare di stemperare il clima che si è creato intorno a questa vicenda». Il presidente del Senato ha quindi ammesso candidamente di non avere «né titoli né l’intenzione di mettere in discussione i provvedimenti dell’autorità giudiziaria né tanto meno voglio giudicare lo stile di vita di Nathan e Catherine». Toni ben diversi da quelli usati durante la campagna elettorale. La Russa si è limitato a una moral suasion: «Quello che spero possa essere utile è invitare tutti affinché vengano eliminate le rigidità di tutti in modo da favorire il più possibile il ritorno a una famiglia unita con i figli che come è naturale possano stare con il padre e la madre».
Catherine Birmingham e Nathan Trevallion con Ignazio La Russa (Ansa).
Nonostante il pressing della premier Meloni, che ha auspicato pubblicamente le sue dimissioni in un comunicato, la ministra Daniela Santanché non sembra intenzionata a farsi da parte. Mercoledì 25 marzo 2026 si è regolarmente presentata in ufficio e se ne è andata senza rilasciare dichiarazioni. Cosa succede se non si dimette? La presidente del Consiglio ha la facoltà di rimuoverla dal suo incarico?
Il premier non può chiedere al capo dello Stato la revoca di un ministro
Secondo l’articolo 92 della Costituzione, «il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio e, su proposta di questo, i ministri». La Carta non prevede però la possibilità opposta, ovvero che il premier proponga al capo dello Stato la revoca di un ministro. Dunque, se non riuscirà a ottenere il passo indietro della titolare del Turismo, Giorgia Meloni ha una sola via per sollevarla dalla poltrona senza passare per una crisi di governo, ovvero votare una mozione di sfiducia individuale in Parlamento. Le opposizioni l’hanno già presentata e la discussione in Aula inizierà lunedì 30 marzo. Potrebbe passare o con l’astensione dei gruppi di maggioranza oppure, addirittura, con un voto favorevole degli stessi.
Il precedente di Mancuso
Non sarebbe la prima volta. Nel 1995 Filippo Mancuso, già procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma e ministro della Giustizia del governo Dini, venne sfiduciato dalla coalizione che sosteneva l’esecutivo. In quel caso fu la stessa maggioranza a presentare la mozione, che fu approvata in Senato con 173 voti favorevoli, tre contrari e otto astenuti. Nel mirino erano finite le sue ispezioni giudiziarie sul pool di Mani Pulite e le sue contestazioni alle mancate indagini della procura di Palermo sulla mafia, che avevano scatenato polemiche e critiche da parte della maggioranza. Mancuso si era rifiutato di dimettersi sostenendo di essere nel giusto e di aver svolto indagini che gli erano concesse secondo il suo ruolo dalla Costituzione. Il suo è il primo e unico caso di membro del governo costretto a farsi da parte a seguito dell’approvazione di una mozione di sfiducia da parte dal Parlamento. Nessun’altra mozione di sfiducia ha infatti mai ottenuto i voti necessari per essere approvata.
La mozione di sfiducia delle opposizioni a Daniela Santanché approderà in Aula alla Camera lunedì 30 marzo 2026 per la discussione generale. Lo ha stabilito la conferenza dei capigruppo di Montecitorio. Intanto da Fratelli d’Italia sono molte le voci che si uniscono a quella della premier Meloni, che ha chiesto le dimissioni della ministra del Turismo.
Donzelli: «Un ministro segue le indicazioni del premier»
«Un ministro segue le indicazioni del presidente del Consiglio», ha detto il responsabile organizzativo di Fdi Giovanni Donzelli, convinto che Santanché farà un passo indietro. «Meloni è concentrata a governare e dare le risposte agli italiani, senza alcun tipo di rallentamenti», ha aggiunto.
Procaccini: «Richiesta di Meloni legittima»
«C’è la necessità, da parte del presidente del Consiglio, all’indomani dell’esito referendario, di fare un’operazione di trasparenza nei confronti del popolo italiano», ha dichiarato l’europarlamentare di Fdi Nicola Procaccini, co-presidente del gruppo dei conservatori al Parlamento europeo. «Credo che sia legittimo da parte del presidente del Consiglio, che è persona sempre attenta ad avere un rapporto con gli italiani il più trasparente possibile, chiedere alle persone che lei ha nominato di poter garantire questa trasparenza nella maniera maggiore possibile», ha concluso.
Sisto: «Mi auguro che il caso si risolva prima della mozione»
«Questa è la stagione delle dimissioni, il tempo in politica ha la sua rilevanza», ha detto il viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto (Forza Italia). «La presunzione di non colpevolezza per noi è regina. Resta il fatto che, per motivi di opportunità, la presidente del Consiglio ha tutte le facoltà per chiedere ai suoi ministri di dimettersi. Io mi auguro che il problema possa essere risolto prima della mozione di sfiducia».