Santanchè, da Visibilia alla presunta truffa Inps: tutti i casi giudiziari della ministra

Un processo per falso in bilancio, un’udienza preliminare per una presunta truffa all’Inps e tre indagini per bancarotta. Sono i casi giudiziari che coinvolgono la ministra del Turismo, Daniela Santanchè, di cui la premier Giorgia Meloni ha chiesto pubblicamente le dimissioni dopo quelle di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, rispettivamente sottosegretario e capo di gabinetto del ministero della Giustizia.

Il caso Visibilia e la presunta truffa all’Inps

In dettaglio, la senatrice di Fratelli d’Italia è imputata davanti al Tribunale di Milano per i presunti conti truccati delle società della galassia Visibilia fra il 2016 e il 2022. In particolare, Santanché ne era amministratrice ed è accusata di aver truccato i numeri per mascherare le perdite. La sentenza dovrebbe arrivare entro la fine della legislatura. A livello mediatico il procedimento che più ha intaccato l’esponente di Fratelli d’Italia è però quello per truffa aggravata ai danni dello Stato, in cui Santanchè è indagata insieme al compagno Dimitri Kunz. Al centro del procedimento ci sono 126.468,60 euro versati dall’Inps a 13 lavoratori di Visibilia Editore e Visibilia Concessionaria per 20.117 ore di cassa integrazione Covid, in piena pandemia, mentre in realtà i lavoratori avrebbero «continuato a svolgere le proprie mansioni secondo i contratti in corso e in smart working». L’udienza preliminare è in corso da oltre un anno ed è congelata da settembre 2025 in attesa che la Corte Costituzionale decida se la procura di Milano ha o meno ecceduto dai suoi poteri nel farsi consegnare audio, chat e mail, non intercettate ma registrate da ex dipendenti delle società Visibilia, in cui Santanchè compare direttamente o come mittente/destinatario (anche in copia) delle comunicazioni.

Le tre indagini per bancarotta

Il terzo e ultimo filone riguarda i fallimenti delle società di Bioera-Ki Group. La ministra del Turismo è indagata con l’ipotesi di bancarotta per il crac di Bioera e per quello della Ki Group srl, per la quale è stato accertato un «passivo esposto in ambito concordatario» da 8.625.912,96 euro. I magistrati sono poi ancora in attesa delle carte del liquidatore relative al Ki Group Holding, l’ultima azienda del Gruppo dichiarata fallita per lo stato di insolvenza e gravata da oltre 1,4 milioni di debiti. La relazione dovrebbe essere depositata dal curatore fallimentare entro uno o due mesi, al termine dei quali la procura dovrebbe riunire i fallimenti in un unico maxi fascicolo per chiudere le indagini prima dell’eventuale richiesta di rinvio a giudizio.

Bufera in Aula su Bignami: «No a lezioni da chi si inchina alle mafie»

Polemiche alla Camera per le parole del capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami. «Non accettiamo lezioni da chi fiancheggia chi prende a martellate i poliziotti o da chi è andato a inchinarsi ai mafiosi passando davanti alle loro celle mentre andava da Cospito», ha detto rivolto ai banchi delle opposizioni che hanno chiesto un’informativa della premier Giorgia Meloni sulla «crisi politica evidente» dopo l’esito del referendum sulla giustizia, le conseguenti dimissioni di Delmastro e Bartolozzi e la richiesta del passo indietro a Santanché.

Fornaro (Pd): «Parole da fermare e stigmarizzare»

Durante il suo intervento si sono levate urla di protesta da alcuni deputati delle opposizioni, ripresi dal presidente di turno.
Tra questi il deputato del Partito democratico Federico Fornaro. «Un conto è una dialettica dura, un conto è accusare dei colleghi di essersi inchinati a mafiosi, con riferimento ad una visita dei colleghi del Pd fatta nel diritto delle prerogative parlamentari. Deve fermare queste parole e stigmatizzarle», ha affermato rivolto al presidente di turno.

L’ipotesi Malagò per il dopo Santanchè e le altre pillole del giorno

Daniela Santanchè, dopo l’avviso di sfratto di Giorgia Meloni, ha puntato i tacchi 12. La ministra ha ingaggiato con la premier un inedito braccio di ferro per non mollare il Turismo nonostante, ormai, abbia tutti contro. Ma il diktat meloniano è implacabile, tanto che nei Palazzi ha ripreso vita il totoministro. E il nome sulla bocca di tutti è quello di Giovanni Malagò. Già presidente del Coni e patron delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, Malagò ha lavorato a stretto contatto con Luca Zaia (di cui è amico) e Attilio Fontana.

L’ipotesi Malagò per il dopo Santanchè e le altre pillole del giorno
Maurizio Fugatti, Luca Zaia, Attilio Fontana e Giovanni Malagò (Imagoeconomica).

Certo, in caso di chiamata dovrebbe mettere definitivamente una pietra sopra ai trascorsi burrascosi con Giancarlo Giorgetti, autore dell'”odiata” riforma dello Sport. Ma sono altri tempi. E, si sussurra, a Giorgia Meloni «uno come Malagò serve come il pane, anche perché ha capito che è meglio avere buoni rapporti con i salotti romani se vuole continuare il suo percorso politico». E poi Giovanni «avrebbe anche la funzione di ‘diversivo’, è un piacione nonostante il passare degli anni, ha agganci importanti a livello internazionale e non solo nel mondo dello sport, sa gestire diplomaticamente situazioni difficili e quando sfodera il suo baciamano è imbattibile».

L’ipotesi Malagò per il dopo Santanchè e le altre pillole del giorno
Giorgia Meloni e Giovanni Malagò (Imagoeconomica).

Per questo ii bookmaker capitolini indicano lui per il dopo Santanchè: già tutti immaginano che il ministero si trasferirà al Circolo Canottieri Aniene, tra partite di padel, cene estive all’aperto nel magnifico verde del club dove i soci «sono quelli che contano a Roma». Magari ai “duri e puri” della destra romana non piacerà, ma quella di Malagò è una scommessa che vale la pena giocare. E poi, diciamolo, l’ex numero uno del Coni è uno che ti risponde “al volo” su WhatsApp, e quando lo cerchi al cellulare e non risponde, dopo cinque minuti al massimo ti richiama scusandosi. Un dettaglio che conta molto.

L’ipotesi Malagò per il dopo Santanchè e le altre pillole del giorno
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L’ipotesi Malagò per il dopo Santanchè e le altre pillole del giorno

Il taglio Delmastro

«Dovevamo farlo fuori prima». «Ci abbiamo messo troppo tempo a mandarlo via». «Uno così non doveva nemmeno fare il sottosegretario». Su Andrea Delmastro, costretto a dimettersi per volere diretto di Giorgia Meloni, i commenti si sprecano: ed è tutto “fuoco amico”, ovvero proveniente da Fratelli d’Italia, per non parlare dei leghisti e dei forzisti. «Certo, se vincevamo il referendum magari restava lì a via Arenula», spiffera un altro. Alla fine è arrivato il taglio Delmastro.

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Comunque, di primissima mattina, mercoledì il viceministro Francesco Paolo Sisto già diceva la sua in diretta su RaiNews24. È lui il vero vincitore della partita ministeriale, con Carlo Nordio autoazzoppato dal referendum e dall’uscita del capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, è lui, il pugliese principe del foro di Bari, l’insigne penalista che attende ormai da 10 anni di diventare giudice della Corte Costituzionale.

L’ipotesi Malagò per il dopo Santanchè e le altre pillole del giorno
Giusi Bartolozzi con Andrea Delmastro Delle Vedove (foto Imagoeconomica).

Elezioni, dite a Conte che Ruffini è già pronto

Ernesto Maria Ruffini si è detto pronto a partecipare alle primarie per guidare la coalizione di centrosinistra alle prossime elezioni politiche: qualcuno dovrà dirlo, e soprattutto farlo capire, a Giuseppe Conte, «uno che ogni volta che parla si autoproclama prossimo presidente del Consiglio facendo incazzare tutto il Pd», borbottano al Nazareno. Potrebbe essere Ruffini il Papa straniero che molti al centro evocano per battere Meloni? Tutto può essere. Colpisce invece che il suo nome non compaia nel programma della giornata dedicata alle celebrazioni per i 25 anni dell’Agenzia delle Entrate. E dire che Ruffini ne è stato direttore per anni, fino alla nomina di Vincenzo Carbone. A parte i saluti istituzionali di Giancarlo Giorgetti e del suo viceministro Maurizio Leo, alla giornata interverranno Luca Antonini, vicepresidente della Corte Costituzionale, Paola Severino, presidente della Scuola nazionale dell’Amministrazione, Giuseppe Arbore, Capo di Stato Maggiore del Comando generale della Guardia di finanza, Nicola Rossi, professore di Economia politica e persino il direttore del Museo egizio di Torino, Christian Greco. Ruffini invece niente, non pervenuto.

L’ipotesi Malagò per il dopo Santanchè e le altre pillole del giorno
Ernesto Maria Ruffini (Imagoeconomomica).

Per Pomicino le omelie di Zuppi e Damilano

Paolo Cirino Pomicino lo aveva detto: al referendum della giustizia avrebbe votato No. All’appuntamento elettorale però non ci è arrivato, come è stato ricordato al suo funerale nella basilica del Sacro Cuore Immacolato di Maria. C’era la famiglia, la sua Lucia, le figlie Claudia e Ilaria. Presenti il presidente della Camera Lorenzo Fontana, il capogruppo al Senato di Forza Italia Maurizio Gasparri, l’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema, Pier Ferdinando Casini e molti altri. Ma l’attenzione era tutta per il cardinale Matteo Maria Zuppi che nell’omelia ha ricordato la passione per la politica e le doti di grande mediatore di Pomicino: «Aveva una passione totale per la politica, nel senso del bene della comunità, sempre pronto a mettersi in gioco, a contatto con la gente, facendosi voler bene», un uomo che «ha vissuto il suo impegno con una particolare passione che condivideva con tante personalità diverse, ma con un’appartenenza che le teneva unite, un’appartenenza a qualcosa di superiore». E ha parlato anche Marco Damilano: pure nella chiesa ha risuonato il suo classico “spiegone”.

L’ipotesi Malagò per il dopo Santanchè e le altre pillole del giorno
Il cardinale Matteo Maria Zuppi durante i funerali di Paolo Cirino Pomicino (Ansa).

Braccio di ferro Meloni-Santanchè: pressing della premier per le dimissioni della ministra

È un pressing sempre più serrato quello che si registra ai piani alti di Palazzo Chigi su Daniela Santanchè. Dopo le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi – rispettivamente sottosegretario e capo di gabinetto del ministero della Giustizia – per cui la premier Meloni ha espresso apprezzamento, ora gli occhi sono puntati sulla ministra del Turismo, a cui la presidente del Consiglio ha espressamente e pubblicamente chiesto di fare un analogo passo indietro in una nota. L’obiettivo di Meloni è quello di chiudere i dossier interni che riguardano esponenti coinvolti in vicende giudiziarie.

La richiesta di dimissioni respinta dalla ministra

Secondo quanto filtra, prima della nota di Palazzo Chigi sarebbe stato recapitato un messaggio a Santanché sulla necessità di un suo passo indietro (non è chiaro se direttamente dalla premier o dai suoi emissari). Ma la risposta sarebbe stata negativa. Di qui la decisione di diffondere un comunicato di fuoco per chiedere pubblicamente di farsi da parte. Una mossa giudicata “insolita” negli stessi ambienti parlamentari.

Italia Viva presenterà una mozione di sfiducia

Qualora la ministra non si dimetterà, Italia viva presenterà una mozione di sfiducia. L’ha annunciato la presidente dei deputati del partito Maria Elena Boschi: «Daniela Santanchè ha perso la fiducia della premier. Ci pare evidente che debba dimettersi». Gli ha fatto eco il vicepresidente di Iv Enrico Borghi: Siamo davanti a un fatto politico di evidente rilevanza. La presidente del Consiglio intende disfarsi della sua ministra del Turismo, che resiste e rimanda al mittente la richiesta. Al punto tale che Meloni è costretta a chiederglielo via comunicato ufficiale. A questo punto delle due l’una: o Santanchè si dimette nelle prossime ore, o Giorgia Meloni è costretta a ricorrere alla mozione di sfiducia individuale. In ogni caso, dopo questa giornata il governo è a pezzi».

Conte si converte alle primarie per mettere Schlein all’angolo

Mentre i resti del governo cercano ancora di capire cosa sia successo con l’ultimo referendum, nel quartier generale del campo largo l’aria è diventata improvvisamente frizzantina, per alcuni addirittura irrespirabile. Non è solo il profumo della vittoria, ma quello, ben più pungente, della competizione interna.

Il leader M5s cavalca i sondaggi e lancia la sfida ai dem

Giuseppe Conte, l’uomo che un tempo guardava alle primarie del Pd come a un reperto archeologico della Prima Repubblica, ha deciso di rispolverare il gazebo e ha deciso di farlo non appena si sono chiuse le urne. L’ex avvocato del Popolo, forte della vittoria del No che ha prontamente rivendicato, ha spiazzato tutti. Dopo anni passati a spiegare che il Movimento 5 stelle non è un partito tradizionale e che le primarie sono roba da apparati polverosi, Conte ha improvvisamente trovato una passione travolgente per la consultazione popolare. Il motivo? Semplice: i sondaggi gli sorridono e l’idea di strappare la leadership a Elly Schlein sotto il naso dei suoi stessi elettori è troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. Conte ha posto però le sue condizioni: niente «primarie di apparato», ma consultazioni aperte e trasparenti.

Conte si converte alle primarie per mettere Schlein all’angolo
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Un’idea che piace anche al centro. Ernesto Maria Ruffini, leader del movimento Più Uno, si è detto favorevole a patto che «siano davvero aperte e con regole condivise da tutti i partecipanti», mentre Matteo Renzi non vede alternative. «L’opposizione deve fare le primarie», ha detto il leader di Iv al Foglio. «Siamo stati i primi a proporle. Le primarie sono un elemento identificativo della storia del centrosinistra, sono una grande scommessa culturale. Conte fa bene a rilanciarle e crederci, come pure Elly Schlein. Noi iniziamo con le primarie delle idee, insieme a un gruppo di amministratori e professori, di volontari e giovani. La priorità, oggi, è confrontarci sulle proposte a fronte di un governo che in quattro anni ha brillato per immobilismo».

Conte si converte alle primarie per mettere Schlein all’angolo
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

L’apertura di Conte agita il Nazareno

Al Nazareno, la notizia è stata accolta con l’entusiasmo che si riserva a un parente molesto che si autoinvita a Natale. Elly Schlein, testardamente unitaria e maestra nell’arte della resistenza sorridente, si trova davanti a un bel rebus. «Discuteremo di tutto: modalità, tempi», ha sottolineato la segretaria dem, «ho sempre detto che in caso di primarie sarei stata assolutamente disponibile». Il rischio però è di trovarsi Conte che le spiega come si fa opposizione direttamente dal suo ufficio. O da ogni salotto televisivo. Le reazioni interne al Pd sono un mix di panico e rassegnazione e i mal di pancia non si contano. Primi fra tutti i riformisti che non si arrendono all’idea di un’alleanza con l’ex premier, percepito come un nemico.

Conte si converte alle primarie per mettere Schlein all’angolo
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Per Salis le primarie «fanno male alla coalizione»

Nel Pd sono in molti a non trattenere l’irritazione della fuga in avanti di Conte dopo l’annuncio e la tradizionale foto di gruppo durante la manifestazione post referendum. Il timore è che – dicono fonti interne – le primarie si trasformino in una resa dei conti a cui pochi dicono di essere pronti. E poi c’è la sindaca di Genova Silvia Salis che le ha bocciate senza appello. «Sono sbagliate e fanno male alla coalizione» ha sentenziato, perché «costringono a contrapporre due o più soggetti politici che in realtà fanno parte della stessa alleanza, creando un periodo in cui fai campagna elettorale contro chi poi dovrebbe sostenere il tuo governo». Intanto il primo cittadino di Napoli, Gaetano Manfredi, dato tra i possibili federatori del centrosinistra, si è già sfilato: «Non ci penso assolutamente a candidarmi. Posso dare il mio contributo al progetto, questo sì, ma senza candidarmi alle primarie».

Conte si converte alle primarie per mettere Schlein all’angolo
Silvia Salis (Imagoeconomica).

Fratoianni e Bonelli spiazzati

Spiazzati anche gli altri alleati del campo largo, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Per loro, le primarie non sono esattamente in cima alla lista dei desideri, preferiscono parlare di salario minimo e clima. «Alle ragazze e ai ragazzi che hanno votato al referendum», ha detto Fratoianni, «non interessano le primarie. Mi pare che questi ragazzi e queste ragazze ci chiedano: “Ma voi che proposte avete per cambiare la nostra vita?”». Tuttavia, sanno bene che quando i due “pesi massimi” iniziano a litigare, ai piccoli alleati tocca fare da arbitri o, peggio, da spettatori.

Conte si converte alle primarie per mettere Schlein all’angolo
Angelo Bonelli, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Elly Schlein e Roberto Gualtieri festeggiano la vittoria del No (Imagoeconomica).

La grande scommessa del campo largo

In attesa di capire se queste primarie si faranno davvero o se finiranno nel dimenticatoio delle grandi intuizioni politiche mai realizzate, una cosa è certa: Conte ha dimostrato ancora una volta di saper manovrare il timone con la destrezza di un capitano di lungo corso. Resta da vedere se il campo largo riuscirà a diventare una vera coalizione e a catalizzare quei 15 milioni di elettori che hanno detto No al governo Meloni prima che alla riforma della giustizia, o se rimarrà un set cinematografico dove ognuno cerca di rubare l’inquadratura all’altro.

Delmastro, i guai con la carne e il manifesto gastro-patriottico dei serial griller di Meloni

Addio cozze pelose, ostriche e aragoste, tradizionali correlativi gastronomici del successo politico. La destra al potere detesta i molluschi in tutti i sensi, a cominciare da quello letterale. Scacciati dalla tavola i flaccidi e financo femminei frutti di mare, mandati al confino nelle cenette galeotte a lume di candela, nel piatto del sovranista italico torna trionfalmente la carne bovina, il cibo che in Occidente è più tradizionalmente connesso alla forza maschile, dai buoi sacri indebitamente macellati dai compagni di Ulisse alla tartare degli Unni, dal manzo alla Wellington (Napoleone preferiva pollo o carne ovina: poteva finire diversamente, a Waterloo?) alla bistecca alta tre dita prediletta da Tex Willer.

Delmastro, i guai con la carne e il manifesto gastro-patriottico dei serial griller di Meloni
L’ormai ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (foto Ansa).

Quel pedigree camorristico della sua socia Miriam Caroccia

È stato probabilmente l’entusiasmo nel mettere in pratica il verbo neo-carnivoro a spingere il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, che alla fine si è dimesso (e con lui la capa di gabinetto del ministro Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, quella che aveva definito i giudici «plotoni di esecuzione»), a non guardare tanto per il sottile il pedigree camorristico della sua socia Miriam Caroccia, pur di aprire un ristorante che già dal nome, Bisteccheria d’Italia, è un manifesto gastro-patriottico.

Delmastro, i guai con la carne e il manifesto gastro-patriottico dei serial griller di Meloni
Foto pubblicata su TikTok da bisteccheriadabaffo con Andrea Delmastro insieme a Mauro Caroccia (foto Ansa).

Anche il braccio destro di Cirielli fa affari con una braceria

L’uomo che gode quando i detenuti soffocano non è l’unico in Fratelli d’Italia a declinare la fiamma del simbolo nel modo più sensato, e alla fin fine innocuo, e cioè per arrostire la carne. Come rivela Domani, a mettere in pratica il motto “è la costata che traccia il solco, ma è il barbecue che lo difende” è anche il neo ambasciatore in Moldavia Adamo Guarino, braccio destro del viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, nonché fiero comproprietario della braceria Don Rafè, in quel di Frattamaggiore, frequentata dallo stato maggiore italofraterno nelle trasferte campane.

Delmastro, i guai con la carne e il manifesto gastro-patriottico dei serial griller di Meloni
Una card elettorale di Adamo Guarino.

Confidiamo che, con un supplemento d’indagine, la mappa dei serial griller prestati al melonismo potrebbe ampliarsi a tutta la penisola, fornendo ai buongustai filogovernativi, in vista delle vacanze di Pasqua, spunti per un itinerario in cui la passione politica si sposa a quella per le bistecche al sangue – e chi si preoccupa del colesterolo è una zecca woke.

Delmastro, i guai con la carne e il manifesto gastro-patriottico dei serial griller di Meloni
Carlo Nordio con Andrea Delmastro (foto Imagoeconomica).

FdI potrebbe ribattezzarsi con orgoglio Partito della bistecca

Se FdI volesse rilanciare la solidarietà con Delmastro e con i cultori della chianina potrebbe addirittura scegliere di ribattezzarsi con orgoglio Partito della bistecca. Ma non sarebbe il primo. Il nome è già stato usato nel 1951 da un partitino fondato a Firenze (e dove, se no?) da Corrado Tedeschi, editore della rivista Nuova Enigmistica Tascabile. Nato come Partito Nettista (da NET, le iniziali del periodico di Tedeschi), venne rinominato Partito della bistecca perché il primo punto del suo programma era fornire a ogni italiano una bistecca di 450 grammi. «Se pesa un chilo, tanto meglio», precisava Tedeschi, nell’Italia del Dopoguerra che la carne bovina la vedeva ancora col cannocchiale, «ma non meno di 450 grammi, perché altrimenti sarebbe una cotoletta, e quindi il mio partito non sarebbe più quello della bistecca».

Delmastro, i guai con la carne e il manifesto gastro-patriottico dei serial griller di Meloni
Carlo Calenda (foto Imagoeconomica).

Il resto dello strabiliante programma del Partito Nettista italiano (motto, “meglio una bistecca oggi che un impero domani”, inno a base di muggiti bovini) lo trovate su Wikipedia, ma uno spoiler è doveroso: alle elezioni del 1953 conquistò più voti di Azione di Carlo Calenda.

Per la serie “dimmi che sei trumpiano senza dirlo”

Il Partito della bistecca delmastriancirielliano non è una parodia del qualunquismo, come quello di Tedeschi, anzi. È piuttosto una risposta alla sfida “dimmi che sei trumpiano senza dirlo”. È negli States che nascono le “steakhouses”, le bisteccherie, i templi del prime rib, la costata di manzo al sangue, l’alimento più costoso e con l’impronta ecologica più pesante dell’universo. Magnificare (e magnare) bistecche come se non ci fosse un domani è una dichiarazione d’intenti: «Siamo maschi, ricchi e ce ne fottiamo della crisi climatica». Roba da laurea ad honorem all’Università di Mar-a-Lago. Curiosamente, in inglese red meat (carne rossa) significa anche “argomento succulento per polemiche e dibattiti”. Sarà questa la vera specialità della Bisteccheria (di Fratelli) d’Italia?

Delmastro, i guai con la carne e il manifesto gastro-patriottico dei serial griller di Meloni
Siamo trumpiani, evviva la carne (foto Ansa).

Andrea Delmastro si è dimesso

Andrea Delmastro, dopo aver incontrato il guardasigilli Carlo Nordio, ha rassegnato le sue «irrevocabili dimissioni» da sottosegretario alla Giustizia. «Ho sempre combattuto la criminalità, anche con risultati concreti e importanti», ha dichiarato in una nota, «e pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità, nell’interesse della Nazione, ancor prima che per l’affetto e il rispetto che nutro verso il governo e verso il Presidente del Consiglio».

Delmastro verso le dimissioni da sottosegretario alla Giustizia

Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, coinvolto nel caso del ristorante di Roma gestito da Miriam Caroccia, figlia di Mauro condannato in quanto prestanome del clan Senese, starebbe seriamente valutando di fare un passo indietro. È quanto trapela da via Arenula. Per giorni Fratelli d’Italia ha respinto la richiesta di dimissioni di Delmastro avanzata dalle opposizioni, ma la netta sconfitta nel referendum – imputata anche al sottosegretario – avrebbe cambiato le carte in tavola, portando al pressing per le dimissioni da parte di Palazzo Chigi e dei vertici di FdI. Delmastro, che era entrato in società con Miriam Caroccia (la quale gestiva il locale) ha ceduto le sue quote prima della condanna a 4 anni inflitta al padre, senza comunicare niente al Parlamento e al ministero, cosa che invece era tenuto a fare. Di recente sono state peraltro pubblicate alcune di foto che lo ritraggono assieme a Mauro Caroccia: difficile credere che davvero il sottosegretario (atteso in commissione Antimafia) non sapesse con chi aveva a che fare. Il 25 marzo alla Camera è in programma anche un question time al quale il ministro della Giustizia Carlo Nordio dovrà rispondere sul caso: le dimissioni sarebbero imminenti.

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Perso il referendum, il governo accelera sulla legge elettorale

Nemmeno il tempo di metabolizzare la bocciatura della riforma sulla giustizia, che il governo già accelera su un altro tema caro al centrodestra, la modifica della legge elettorale. I gruppi dei partiti di maggioranza avevano depositato la loro proposta di legge il 26 febbraio 2026, e ora l’ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali della Camera, su proposta del presidente Nazario Pagano (Forza Italia), ha stabilito che l’esame del testo inizierà martedì 31 marzo. Quella presentata dal centrodestra sarà abbinata ad altre otto proposte di legge sulla stessa materia depositate anche dall’opposizione (che toccano argomenti diversi come, ad esempio, il voto all’estero o la raccolta digitale delle sottoscrizioni per la presentazione di liste e candidature). «In commissione sarà adottato il testo base, cioè si dovrà poi decidere il testo sul quale lavoreremo», ha detto Pagano.

Cosa prevede la proposta del centrodestra

La proposta di riforma del centrodestra ruota attorno a tre pilastri:

  • l’introduzione di un sistema elettorale proporzionale per assegnare i 400 seggi della Camera e i 200 seggi del Senato, in base a cui ogni partito elegge un numero di parlamentari in proporzione al numero di voti ottenuti alle elezioni (con eccezioni previste per Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige, che seguono regole specifiche per garantire la rappresentanza delle minoranze linguistiche). Per eleggere rappresentanti in Parlamento bisogna superare la soglia di sbarramento a livello nazionale, fissata per le liste singole al 3 per cento dei voti. Tuttavia, nelle coalizioni che ottengono almeno il 10 per cento dei voti, ottiene seggi anche la prima lista che non ha ottenuto il 3 per cento;
  • un premio di governabilità, ossia un premio di maggioranza, per il partito o la coalizione che ottiene almeno il 40 per cento dei voti alle elezioni. Alla Camera il premio previsto è pari a 70 seggi aggiuntivi, mentre al Senato a 35 seggi in più. Il testo prevede che la lista o la coalizione che ottiene il premio di governabilità non possa avere in totale più di 230 seggi su 400 alla Camera e più di 114 seggi su 200 al Senato;
  • un ballottaggio qualora nessuna lista o coalizione ottenga almeno il 40 per cento dei voti, che serve per stabilire a chi assegnare il premio. Il secondo turno non scatta però in automatico, ma solo se entrambe le liste o coalizioni abbiano ottenuto al primo turno almeno il 35 per cento dei voti. In caso contrario, il ballottaggio non si tiene e i seggi da attribuire con il premio di maggioranza saranno ripartiti in modo proporzionale tra tutte le liste.

Fosse Ardeatine, La Russa parla di «crimine nazista» e si dimentica dei fascisti

Nel giorno dell’82esimo anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, il presidente del Senato Ignazio La Russa ha pubblicato un post sui social in cui, ricordando «una delle pagine più drammatiche della nostra Nazione», ha scritto di «crimine nazista che richiama tutti al dovere della memoria e alla responsabilità di difendere, ogni giorno, i valori della libertà, della dignità umana e della democrazia, affinché simili atrocità non si ripetano mai più». Un bel messaggio da parte dell’ex Msi La Russa, che però ha evitato di citare le responsabilità dei fascisti.

Le responsabilità dei fascisti nell’eccidio delle Fosse Ardeatine

L’eccidio delle Fosse Ardeatine si verificò il 24 marzo 1944, quando le truppe tedesche trucidarono 335 civili e militari italiani, prigionieri politici, ebrei, o detenuti comuni, come rappresaglia per l’attentato partigiano di via Rasella, compiuto il 23 marzo da membri dei Gruppi di Azione Patriottica, in cui erano rimasti uccisi 33 poliziotti del reggimento “Bozen”. Quanto alle responsabilità dei fascisti, è accertato che funzionari di polizia italiana della Repubblica Sociale Italiana e funzionari repubblichini collaborarono attivamente alla compilazione delle liste dei detenuti da fucilare, prelevando 50 detenuti dalle carceri in cui erano stati rinchiusi proprio per l’opposizione al regime.

La sconfitta secondo Nordio e le altre pillole del giorno

Dopo la sonora sconfitta referendaria nel centrodestra, come previsto, cominciano a volare stracci. Tra accuse incrociate e recriminazioni tra alleati, il capro espiatorio perfetto rischia di essere il ministro della Giustizia Carlo Nordio – che con le sue numerose “uscite improvvide”, secondo i critici, ha tirato la volata al No – insieme con il sottosegretario amante delle bistecche Andrea Delmastro e la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi.

La sconfitta secondo Nordio e le altre pillole del giorno
Carlo Nordio con Andrea Delmastro (Imagoeconomica).

Il Guardasigilli per ora resiste e blinda la sua squadra: «Delmastro e Bartolozzi restano al loro posto». E pure lui non ha alcuna intenzione di farsi da parte, anche se ammette la sconfitta. «Fa parte della politica perdere le elezioni. Successe anche a Churchill, dopo la Seconda Guerra mondiale», ha dichiarato al Corriere della Sera, tradendo forse un eccesso di autostima. «Era una riforma in cui credevo e in cui penso di aver messo tutto l’impegno possibile. Ero certo che avremmo vinto. Mi inchino al popolo sovrano». Popolo che però, come sottolineato dal ministro al Foglio, non ha creduto nella sua stessa battaglia. «Era una battaglia in cui credevo e l’abbiamo persa perché il popolo invece non ci ha creduto, tutto qua». Il Guardasigilli però non si vede in un possibile governo Meloni II. «Credo che potrò ritornare ai miei diletti studi e ai miei hobby», ha ammesso a SkyTg24. «Non tanto per il fatto che le sconfitte politiche si pagano, è inutile far finta di nulla, ma anche per ragioni non solo di età ma anche di completamento di un certo percorso di riforme che cercheremo di terminare entro quest’anno. Il prossimo anno compio un anno matematico a seguito del quale penso di aver diritto a un po’ di riposo».

La sconfitta secondo Nordio e le altre pillole del giorno
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Piazza Barberini in tilt per la festa del No

Quelli che dal centro storico di Roma volevano tornare a casa dopo una giornata di lavoro, lunedì sera hanno faticato sette camicie perché i mezzi pubblici erano bloccati: tutta colpa della manifestazione estemporanea per festeggiare il No, con piazza Barberini bloccata dai sostenitori accorsi ad ascoltare Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. Tra i presenti oltre al primo cittadino Roberto Gualtieri, anche il piddino Claudio Mancini, da molti soprannominato il vero sindaco di Roma.

La sconfitta secondo Nordio e le altre pillole del giorno
Angelo Bonelli, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Elly Schlein e Roberto Gualtieri festeggiano la vittoria del No (Imagoeconomica).

Dopo Bossi e Pomicino, se ne va Salvatore Lauro

Giornate di lutto per la politica. Prima Umberto Bossi con il funerale di massa a Pontida a cui seguirà, mercoledì 25 marzo. una commemorazione a Montecitorio. Poi se n’è andato Paolo Cirino Pomicino, democristiano di lunghissimo corso, per il quale lunedì è stata allestita una camera ardente alla Camera (i primi ad arrivare sono stati Massimo D’Alema, Pier Ferdinando Casini e Alessandra Necci), mentre le esequie si sono tenute nella chiesa pariolina di piazza Euclide. Infine è morto l’ex senatore forzista e soprattutto armatore Salvatore Lauro, i cui funerali si sono svolti nella chiesa Santa Maria di Portosalvo che domina il porto di Ischia, dove è iniziata la storia imprenditoriale della sua famiglia. Per consentire la partecipazione di chi vorrà porgere l’ultimo saluto, l’Alilauro ha effettuato alcune corse straordinarie con i mezzi veloci della sua flotta con bandiere a mezz’asta, dal Molo Beverello di Napoli e dal porto di Sorrento.

La sconfitta secondo Nordio e le altre pillole del giorno
Salvatore Lauro (Imagoeconomica).

Il Copasir si occupa del nucleare

Mercoledì 25 marzo a Palazzo San Macuto, il Copasir svolgerà l’audizione della presidente di Enea, Francesca Mariotti. Si parlerà di energia nucleare, del futuro (e del presente) delle centrali, e non solo. Mariotti, avvocata, nata a Frosinone, è stata direttrice generale di Confindustria dal 2020 fino all’ottobre del 2023, oltre che consigliera di amministrazione in società come Saipem e Almaviva. A marzo dello scorso anno è stata designata dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, alla presidenza dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo sostenibile, ovvero l’Enea. Che poi l’Enea è l’erede del Cnen, Comitato nazionale per l’energia nucleare, di cui segretario generale fu Felice Ippolito. E l’ex ministro Carlo Calenda, a favore delle centrali nucleari, ricorda sempre con orgoglio di essere suo nipote: Felice era il fratello della nonna paterna.

La sconfitta secondo Nordio e le altre pillole del giorno
Il post di Carlo Calenda su Felice Ippolito.

Campo largo, Conte disponibile a correre per le primarie

Dopo la vittoria del No al referendum sulla giustizia, il campo largo festeggia e torna a ragionare di primarie. Sia Elly Schlein sia Giuseppe Conte si sono detti disponibili a questo meccanismo per scegliere il leader del centrosinistra (nonché candidato premier della “coalizione” alle prossime elezioni politiche). Un’opzione proposta anche da Matteo Renzi a spoglio ancora in corso: «Spero che il centrosinistra rapidamente vada alle primarie perché da oggi è chiaramente nelle condizioni di vincere le politiche».

Boccia: «Benissimo se si faranno le primarie»

«Io sono disponibile ma non ho ancora interrogato né gli organi del Movimento né la mia base. Certamente il M5s deve avere un protagonista e certamente il M5s non parteciperebbe mai se fossero primarie con solo apparati di partito, devono essere aperte e dare uno sbocco a questa voglia di partecipazione dei cittadini», ha detto Conte. «Il campo progressista esiste già ed è stato costruito giorno dopo giorno in Parlamento, con una larghissima convergenza sui voti tra le forze di opposizione», gli ha fatto eco il presidente dei senatori dem Francesco Boccia, spiegando che per quanto riguarda la leadership «il Pd ha nel suo Dna le primarie, quindi benissimo se si sceglierà quella come strada per individuare chi guiderà la coalizione».

Avs frena e rilancia la legge sul salario minimo

Più cauto Nicola Fratoianni di Avs che, seppur considera legittimo il dibattito sulle primarie, non crede che «l’onda generazionale che ha travolto la controriforma Nordio abbia come prima esigenza quella di sapere come il centrosinistra sceglie il suo leader, ma piuttosto se siamo pronti a depositare domani una nuova legge sul salario minimo». «Direi che dobbiamo partire da qui», ha continuato, rilanciando una proposta per il salario minimo a 11 euro.

Referendum, Nordio si assume la responsabilità politica della sconfitta e punta il dito contro l’Anm

Parlando con Sky Tg24 all’indomani della netta sconfitta della maggioranza (più Azione) nel referendum sulla riforma della giustizia, il ministro Carlo Nordio si è preso la «responsabilità politica» della débâcle. «Questa è una riforma che porta il mio nome. Se ci sono stati dei difetti di comunicazione o impostazione sono stati anche i miei», ha dichiarato il Guardasigilli. «Colgo l’ennesima occasione per ricordare che la frase più contestata, quella sul cosiddetto sistema mafioso, io non l’ho mai detta, era la citazione della dichiarazione di un pubblico ministero», ha poi aggiunto. Intervistato dal Corriere della Sera, Nordio ha inoltre respinto l’ipotesi di dimissioni.

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Referendum, Nordio si assume la responsabilità politica della sconfitta e punta il dito contro l’Anm
Carlo Nordio e Giusi Bartolozzi (Imagoeconomica).

Nordio: «Bartolozzi non è in discussione»

Nordio ha inoltre chiarito che la sua posizione della sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi non è in discussione: «Per quanto riguarda le osservazioni fatte sia dagli appartenenti del mio ministero, sia di altri della nostra coalizione, credo che bilanciando le osservazioni sopra le righe fatte dai nostri e fatte dai loro, la situazione algebrica sia equivalente». E poi: «Non credo che questo eccesso di polemica, della quale ho sempre tenuto di tenermi lontano, abbia influito più di tanto». Bartolozzi aveva definito parte della magistratura un «plotone d’esecuzione». Così su Andrea Delmastro, al centro di un nuovo caso: «Fino a ieri sono stato talmente occupato con il referendum, che la vicenda del sottosegretario mi è arrivata del tutto inattesa, non sapevo nemmeno di che cosa si parlasse. Sono certo che riuscirà a chiarire».

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Referendum, Nordio si assume la responsabilità politica della sconfitta e punta il dito contro l’Anm
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Le parole del Guardasigilli sull’Anm

Nordio ha anche affermato che a vincere, più che il No, è stata l’Associazione nazionale magistrati: «Purtroppo ora l’intervento della magistratura associata e sindacalizzata sarà quello di una forte pressione politica. Questo darà all’Anm un potere contrattuale che sarà aumentato e di cui farà i conti anche la sinistra, perché prima o poi andranno anche loro al governo». Inoltre, ha aggiunto, «nella coalizione ci sarà una controversia intestina per attribuirsi la vittoria. E dovranno fare i conti con l’Anm che diventa un soggetto politico anomalo, che si contrappone ai governi».

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Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni

Hanno votato. E questo, già di per sé, è una notizia. Quelli della Gen Z sono andati alle urne il 22 e 23 marzo e sono stati determinanti sul risultato, facendo quello che sondaggisti, consulenti di comunicazione e i guru delle segreterie di partito non avevano messo in conto. Tra i 18 e i 34 anni il no ha stravinto con stime intorno al 60 per cento dei voti, e la partecipazione è stata del 67 per cento (nonostante le difficoltà dei fuorisede), a fronte di un’affluenza nazionale al 58,9 per cento. Non li hanno visti arrivare, si è detto. Non si è capita la dirompente portata del loro voto. E si sono espressi con una precisione chirurgica che ai genitori, boomer o Generazione X che si battevano per le grandi ideologie novecentesche, non è mai riuscita. Senza nostalgie, bandiere o stanche liturgie, ma con una croce il cui significato travalica la materia del contendere.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Festeggiamenti a piazza Barberini, Roma, per la vittoria del no al referendum sulla giustizia (foto Ansa).

Lasciano l’Italia non certo per snobismo cosmopolita

È stato, forse per la prima volta, un voto politico e insieme generazionale. Parliamo di ragazzi che studiano con i soldi propri o con quelli dei genitori, e se va bene pagano un monolocale mille euro. Che lasciano l’Italia perché all’estero trovano un lavoro migliore e meglio retribuito, in un ambiente dove il merito non è un termine buono solo per propaganda e convegni. Altro che snobismo cosmopolita o mancanza di attaccamento alla loro terra.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
La manifestazione organizzata dal Comitato per il no sociale al referendum in Piazza SS Apostoli, a Roma (foto Ansa).

Non scelgono fra Israele e Palestina come fossero due squadre di calcio, sono invece inorriditi dalle migliaia di bambini e di anziani morti le cui immagini scorrono ogni giorno sui loro cellulari. Non capiscono perché la guerra sia diventata l’unica igiene del mondo. E sui diritti civili e la parità di genere non negoziano.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Cartelli con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a testa in giù durante i festeggiamenti a Napoli (foto Ansa).

Si fanno le domande giuste. Per esempio: perché il governo è amico di Trump?

Sono antropologicamente pacifisti, non per ingenuità ma per convinzione profonda e cultura. Non postano come si vestono e si guardano bene dall’inseguire l’influencer di turno. Sono ragazzi normali con davanti un futuro che si complica ogni anno di più, che legano la loro prospettiva di vita a quella del Pianeta e ne traggono spaventose conclusioni. E soprattutto si fanno le domande giuste. Per esempio: perché il governo è amico di Donald Trump, uno che senza una logica plausibile sta contribuendo ad alimentare instabilità geopolitiche che saranno loro a dover pagare?

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Tanti giovani in piazza dopo la vittoria del no (foto Ansa).

Sono molto più difficili da ignorare di un hashtag

Giorgia Meloni ha incassato una pesantissima sconfitta. Se non ne capisce le ragioni, magari influenzata dalla narrazione del suo cerchio magico il cui unico scopo è perpetuare la rendita di posizione, e interpreta questo voto come un sussulto passeggero, un rigurgito delle piazze dove i giovani vengono indistintamente catalogati come amici dei terroristi, avrà un problema serio. Perché adesso questa generazione ha scoperto che le urne funzionano, sono molto più difficili da ignorare di un hashtag, e non basta una comparsata da Fedez per conquistarli.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Un messaggio per Meloni da parte dei giovani (foto Ansa).

Anche la sinistra questi ragazzi non li aveva visti arrivare

Paradossalmente, l’unica speranza di Meloni è la sinistra. Che fa l’errore speculare. Giuseppe Conte, Elly Schlein e gli altri già si vedono al governo, sfogliano la margherita delle coalizioni e litigano sulle poltrone future. Tutti eccitati come uno scolaro che inaspettatamente ha preso un bel voto e corre a mostrarlo ai genitori. Peccato che anche la sinistra questi ragazzi non li avesse visti arrivare. Per anni ha parlato ai giovani come ci si rivolge a un pubblico residuale, da corteggiare a ridosso delle elezioni con esternazioni di circostanza sulla fine del precariato e la miglior qualità della vita.

Non li hanno visti arrivare: i giovani della Gen Z contro la demagogica ipocrisia di Meloni
Giovani in piazza (foto Ansa).

Il referendum dimostra che non sembrano più disposti ad aspettare

Ma il punto è che la Gen Z non è di sinistra né di destra. È di se stessa, fuori da schemi e contesti che ambirebbero a ingabbiarla. Ha valori precisi, una bussola morale che funziona e una capacità di indignarsi che non degenera in rancore, ma nel giudizio impietoso sulla demagogica ipocrisia delle classi dirigenti. Non cercano padrini politici fintamente solidali giusto il tempo per carpirne i favori e poi mollarli al loro destino, ma qualcuno che li prenda sul serio. Per ora non l’hanno ancora trovato. L’esito del referendum però dimostra che non sembrano più disposti ad aspettare.

I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti

C’è un dramma nel dramma nel centrodestra per la sconfitta al referendum sulla giustizia. Ed è la tragicommedia all’interno di Forza Italia. Lo scossone arriva verso la fine del pomeriggio quando la Rai trasmette un sondaggio Opinio con le stime di voto partito per partito. Ebbene, da quei dati si nota che il partito di centrodestra i cui elettori hanno espresso più voti per il No sarebbe proprio FI: addirittura il 17,9 per cento (quasi il 18) dei voti azzurri sono andati al No, seguiti dal 14,1 per cento dei leghisti e dall’11,2 per cento dei meloniani.

I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

La delusione di Marina e Pier Silvio

Chi l’avrebbe mai detto che il No avrebbe fatto proseliti proprio nel partito azzurro? Che, per inciso, è quello che ha marciato più deciso nella campagna per il Sì sulla separazione delle carriere, cavallo di battaglia di un’intera vita di Silvio Berlusconi. Il quale amava ripetere che «quando un pm arriva nell’ufficio di un giudice deve entrarci con il cappello in mano così come fa l’avvocato della difesa». Forza Italia, inoltre, è il partito che più ha speso nella campagna referendaria: 1,2 milioni di euro provenienti dai gruppi parlamentari, quindi soldi pubblici. Senza contare l’endorsement degli eredi. Quello di Marina Berlusconi con una lettera inviata a Repubblica l’8 marzo scorso, e quello di Pier Silvio: «Voterò un Sì convinto».

I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti
Marina Berlusconi (Ansa).

Le accuse della maggioranza azzurra a Mulè

La campagna è stata affidata a Giorgio Mulè che ora alcuni nel partito vorrebbero mettere sulla graticola. Perché se l’ex direttore di Panorama si è visto molto in tv, dove a Piazzapulita è stato abilissimo a zittire Henry John Woodcock, ed è stato un campione sui social, sul territorio non ha dato grandi prove di sé.

E soprattutto, sussurrano i critici, non è stato in grado di organizzare significative manifestazioni di piazza. «Aveva annunciato dei manifesti 6×3 in perfetto Silvio style. Ebbene, voi li avete visti per caso…?», si chiede qualche esponente della maggioranza azzurra. Che nei talk ha visto sfilare quasi sempre i big della minoranza: Alessandro Cattaneo, Licia Ronzulli, e appunto Mulè. Neppure quando in serata un altro sondaggio ha abbassato la quota azzurra del No all’11 per cento (per la Lega è rimasta al 14), gli animi si sono placati. «Com’è possibile che proprio noi, il partito di Silvio Berlusconi, che da 30 anni ci opponiamo alla politicizzazione della magistratura, abbiamo tra i nostri elettori così tanti aficionados del No…?», si chiedono alcuni deputati giunti alla Camera per assistere allo spoglio in Sala Colletti insieme ad Antonio Tajani.

I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti
Giorgio Mulè (Imagoeconomica).

Dito puntato contro gli scivoloni di Via Arenula

Insomma, tra i berluscones l’umore è nero, anche perché – al di là delle recriminazioni interne – attribuiscono agli alleati i veri motivi della sconfitta. Al disimpegno della Lega, che i forzisti hanno apertamente criticato anche in campagna elettorale, e agli scivoloni di Carlo Nordio, della sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi e del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. «In Via Arenula c’è il bar di guerre stellari: solo quei tre ci hanno fatto perdere almeno 5 punti percentuali…», sussurrano i forzisti.

I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti
Carlo Nordio con Andrea Delmastro (Imagoeconomica).

La leadership di Tajani è di nuovo a rischio?

Resta però l’amarezza di fondo di aver fatto evaporare forse per sempre il sogno berlusconiano sulla separazione delle carriere. E sottotraccia si ricomincia a mettere in discussione la leadership di Tajani. Anche se al momento nomi alternativi al ministro degli Esteri non se ne vedono, a meno che Roberto Occhiuto ci ripensi e decida di candidarsi al congresso, eventualità al momento piuttosto improbabile. Una cosa però è certa: ad Arcore c’è molta delusione e questo non aiuterà il già difficile rapporto della famiglia con l’attuale segretario forzista e il suo cerchio magico laziocentrico. Per la cronaca, proprio nel fortino dei Berlusconi, nella Brianza che ha votato in favore della riforma, il No ha avuto la meglio con il 50,25 per cento delle preferenze. Quarantasette voti di scarto che però fanno parecchio male.

I No in Forza Italia: berluscones tra accuse incrociate e resa dei conti
Paolo barelli con Antonio Tajani (Imagoeconomica).

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Referendum, il Sì vince solo nelle regioni leghiste e il No sbanca nelle grandi città

Con un’affluenza che sfiora il 60 per cento (per l’esattezza 58,93), il voto sul referendum per la giustizia sancisce la vittoria del No con il 53,74 per cento secondo i dati del Viminale (con 61.523 sezioni scrutinate su 61.533). Il Sì si è fermato al 46,26 per cento.

Il sì avanti nelle Regioni a guida Lega

Le uniche tre regioni in cui il Sì ha ottenuto la maggioranza sono quelle guidate dalla Lega. In Lombardia il Sì ha ottenuto il 53,57 per cento dei voti, mentre in Veneto ha superato il 58 per cento (58,41). In Friuli Venezia-Giulia, infine, l’appoggio al testo del governo è arrivato al 54,47 per cento. Tra le regioni del Nord, Valle d’Aosta, Piemonte e Trentino Alto-Adige sono le uniche tre in cui ha vinto il No (in Trentino con pochissimo scarto (50,59 per cento contro il 49,41 del Sì).

Referendum, il Sì vince solo nelle regioni leghiste e il No sbanca nelle grandi città
Operazioni di voto (Ansa).

Nelle grandi città vince il No

Nelle grandi città è stato il No a vincere. Il boom è avvenuto a Torino, dove è volato al 64,76 per cento contro il 35,24 per cento del Sì. Anche a Milano ci sono molti punti di scarto, con il No al 58,33 per cento e il Sì al 41,67. Il capoluogo lombardo resta tuttavia la città che, tra le metropoli, registra il voto per il No più basso. A Roma, invece, il Sì si ferma sotto il 40 per cento mentre il No volta oltre il 60. Ancor più ampia la forbice a Genova (64,02 per cento No e 35,98 per cento sì), Firenze (66,57 per cento No e 33,43 per cento Sì) e Bologna (68,19 per cento No e 31,81 per cento Sì).

Referendum, il Sì vince solo nelle regioni leghiste e il No sbanca nelle grandi città
Festeggiamenti per la vittoria del No a Torino (Ansa).

Boom di No a Napoli

Il dato più alto in una grande città, però, il No l’ha registrato a Napoli. A scrutinio completato, il Sì non arriva neanche al 25 per cento (per l’esattezza 24,51) mentre il No sfonda la soglia del 75 per cento (75,49). A Palermo Sì al 31,06 per cento contro il 68,94 del No. A Bari il Sì si ferma al 37,2 mentre il No vola al 62,8 per cento.

Nordio bocciato nella sua Treviso

La città natale del ministro della Giustizia Carlo Nordio “boccia” la sua riforma sull’ordinamento giudiziario. A Treviso, infatti, il No ha vinto con il 50,39 per cento, pari a oltre 21 mila voti. Il risultato del capoluogo della Marca è in controtendenza rispetto al dato provinciale, dove il Sì è al 60,40 per cento, e a quello regionale veneto.

A trainare l’affluenza le rosse Emilia Romagna e Toscana

Le regioni dove si è votato di più sono Emilia Romagna e Toscana, con percentuali di affluenza superiori al 66 per cento.

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni

Da quando è al governo è la prima vera sconfitta di Giorgia Meloni, oltretutto netta, sull’unica vera riforma che il centrodestra ha messo fin qui in campo, quella della giustizia. Terreno bollente, naturalmente, perché i rapporti tra politica e magistratura sono ai minimi termini da più di 30 anni. E forse, col senno di poi, la questione è stata sottovalutata dalla stessa maggioranza, che poteva focalizzarsi su altro invece che affrontare subito l’Armageddon con le toghe. Partita oltretutto lasciata nelle mani di big che non si sono rivelati all’altezza del compito: il Guardasigilli Carlo Nordio, con le sue uscite improvvide, la sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. E proprio l’ultima vicenda di Delmastro – ex socio in affari con la figlia di un prestanome dei Senese – può aver contato non poco nella disfatta referendaria. Consultazione che, giusto per smentire i sondaggisti, ha avuto un’affluenza alta, molto più di tutte le ultime elezioni.

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Carlo Nordio con Andrea Delmastro (Imagoeconomica).

La vittoria del No affossa anche Forza Italia

Il centrodestra, dunque, incassa una sconfitta pesante in quelle che rappresentano una sorta di elezioni di midterm. Sconfitta che peserà sulla lunga campagna elettorale per le Politiche che si aprirà già da domani. Ha perso innanzitutto Giorgia Meloni, che per tirar su i consensi e bloccare la rimonta del No (perché di rimonta si è trattato), nelle ultime tre settimane è stata costretta a metterci la faccia con interviste, una manifestazione pubblica, interventi sui social e pure andando ospite nel podcast di Fedez.

Ha perso tutta FdI, che ha sposato in blocco la riforma, dando pieno appoggio a Nordio. E ha perso Forza Italia, che ha voluto fortemente questa riforma nel solco della battaglia ventennale di Silvio Berlusconi contro la magistratura: e infatti Antonio Tajani ha tirato parecchio la carretta del Sì, oltre alle dichiarazioni di voto per il Sì di Pier Silvio e Marina Berlusconi.

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

La débâcle risulta un filo meno pesante per Matteo Salvini che, forse, capita l’antifona, non ha impegnato la Lega pancia a terra nella campagna elettorale, beccandosi le accuse di scarso impegno anche da parte degli alleati.

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Aria di dimissioni nella maggioranza?

Di sicuro ora Giorgia Meloni dovrà aprire una riflessione della maggioranza, perché la sconfitta al referendum rischia di essere un macigno che può trasformarsi in valanga tra un anno quando si tornerà al voto. E forse dovrebbe capire che alla fine certi atteggiamenti non sono più tollerati nemmeno tra i suoi elettori: il caso Delmastro, per l’appunto, ma anche i guai giudiziari di Daniela Santanché. Insomma, forse qualche dimissione sul tavolo la premier a questo punto dovrebbe pretenderla, invece di continuare a difendere a spada tratta, e non senza qualche imbarazzo, i suoi.

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni

Freno alla riforma del premierato e accelerata sulla legge elettorale

Detto questo, alla luce del risultato e delle percentuali finali, potrebbero esserci due conseguenze: l’abbandono della riforma del premierato, su cui potrebbe servire un referendum confermativo con tutti i rischi del caso (una sconfitta passi, ma due no) e il metter mano a una legge elettorale che favorisca il più possibile l’attuale maggioranza. Sulla sconfitta può aver pesato anche la politica estera: l’atteggiamento su Gaza, le distrazioni volute su Donald Trump e soprattutto la guerra in Iran, che ha fatto schizzare il costo della vita per gli italiani, a cominciare dal pieno di benzina. Insomma, se non ci sarà una sterzata anche in politica estera e su quella economica, il governo rischia di logorarsi per più di un anno arrivando alle urne spompato.

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Giorgia Meloni e sullo schermo Donald Trump (Imagoeconomica).

Il centrosinistra esulta: Schlein vince su tutti i fronti

Il centrosinistra, invece, in questo momento può godere di qualche giorno di giubilo: la vittoria del No è soprattutto un successo per Elly Schlein e della sua idea di campo largo tanto fortemente inseguita, con il suo essere «testardamente unitaria». La segretaria dem esce rafforzata dalle urne anche all’interno del partito, mettendo a tacere (per ora) gli oppositori interni e i riformisti duri e puri capeggiati da Pina Picierno. Brindano naturalmente anche Giuseppe Conte e Avs (Fratoianni&Bonelli). Soddisfatto Matteo Renzi, che alla fine ha scelto di restare nel perimetro del centrosinistra (anche se in Italia Viva c’era libertà di voto).

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Elly Schlein, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Ora si infiamma la sfida per la leadership del campo largo

Intanto però fa pensare il fatto che proprio a ridosso della vittoria, Conte abbia annunciato la sua apertura alle primarie del centrosinistra. Primarie aperte a tutti i cittadini, ha sottolineato il leader cinquestelle, e «non di apparato». Un modo per distogliere l’attenzione da Schlein? Probabile. Anche perché la scelta dei tempi in politica non è mai casuale e sicuramente la mossa è stata studiata a tavolino. Conte avrebbe proposto le primarie anche se avesse vinto il Sì? Probabilmente no. Insomma, da domani non si apre ufficialmente solo la lunga campagna elettorale che porterà il Paese alle urne, ma anche la battaglia per la leadership nel centrosinistra. Insomma, neanche qualche ora di relax per festeggiare che subito si ricomincia.  

Vittoria del No: le conseguenze della prima vera sconfitta di Meloni
Giuseppe Conte ed Elly Schlein (Ansa).

Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo

«Roma mi fa pensare a un uomo che si mantiene mostrando ai viaggiatori il cadavere di sua nonna», diceva James Joyce. Ma lo scrittore irlandese aveva torto, perché quelli che arrivano da lontano, dal profondo Nord Italia, come per esempio da Biella, giunti nella Città eterna annullano tutti i freni inibitori e si mettono a compiere, dal nulla, scivoloni inimmaginabili, errori madornali, sesquipedali (e qui il latino ci sta bene, dato che voleva dire “un piede e mezzo”). Un re delle assurdità è, a tutto tondo, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, giunto proprio da Biella, che nella Capitale “ne ha combinate di ogni”. Tutti si ricordano il caso di Capodanno del 2024 col “pistolero” compagno di partito Emanuele Pozzolo (nel frattempo passato con Roberto Vannacci), ma ora si parla soprattutto della volontà di Delmastro di trasformare la Polizia penitenziaria in un suo “braccio armato”, tanto da portare i sindacalisti, e pure la capa di gabinetto di Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, a tavola nell’ormai famigerato (e noto alle cronache giudiziarie) ristorante situato nell’estrema periferia capitolina, quella “Bisteccheria d’Italia” che pure nel logo faceva il verso al partito di Giorgia Meloni (e della sorella Arianna), Fratelli d’Italia (e dove andava a mangiare anche il nuovo capo di Rai Sport Marco Lollobrigida, come testimoniano le foto sui social). “Roma Caroccia”, dice ora qualcuno che ama le canzoni di Antonello Venditti e ha trovato perfetto il cognome dei soci di Delmastro nel locale dedicato alla carne, quei Mauro e Miriam Caroccia indagati per intestazione fittizia di beni e riciclaggio, per coniare una nuova definizione per la Capitale. Insomma, da “Roma capoccia” a Roma Caroccia. Per la “macelleria messicana” c’è ancora tempo, ma restando in tema di carne qualcuno nel partito meloniano, dove sta montando imbarazzo e malcontento per l’ennesimo guaio di Delmastro, afferma che la classica “figura del pollo” adesso ha un nome e cognome…

Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
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Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo

Mamma li turchi, ad Ankara c’è Urso

Già c’è stata l’esperienza tragicomica del ministro della Difesa Guido Crosetto, uno che mentre stava iniziando la guerra si trovava a Dubai e che per tornare in Italia ha pagato per tre il viaggio in aereo. Ora, con il procedere delle operazioni militari, ecco sbarcare in Turchia, ad Ankara, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso: una missione ufficiale, «una visita di due giorni nel Paese», dove «incontrerà il proprio omologo, il ministro dell’Industria e della Tecnologia della Repubblica di Turchia, Mehmet Fatih Kacır». Urso interverrà alla sessione ministeriale del comitato “Science, Technology, Innovation, Industry, Investments”, e incontrerà anche «la comunità imprenditoriale italiana presente nel Paese, per approfondire le prospettive di investimento e le opportunità di collaborazione industriale». A pochi chilometri di distanza, i bombardamenti continueranno.

Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso (foto Imagoeconomica).

Quello scherzo a Costanza Calabrese

Ormai è una vip: Costanza Calabrese, colonna di Mediaset, giornalista del Tg5, conduttrice di trasmissioni su Rete 4, figlia di “Pietruzzo“, indimenticato direttore del quotidiano Il Messaggero, nella serata di lunedì 23 marzo sarà protagonista, anzi vittima, di Scherzi a parte. È l’ultima trasmissione della serie, in onda su Canale 5, nello show condotto da Max Giusti. E Costanza Calabrese si trova in ottima compagnia, visto che sarà insieme a Sal Da Vinci, Simona Ventura, Elisa Di Francisca, Rosa Chemical, Alessia Marcuzzi e Gianluigi Nuzzi. Folle di amici e fan attendono con ansia la messa in onda della puntata…

Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
Costanza Calabrese (foto Imagoeconomica).

Ema Stokholma e Gualtieri per il co-housing

La strana coppia. Ema Stokholma e Roberto Gualtieri lottano insieme per il co-housing. A Roma il 30 marzo nell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone va in scena il “Festival del Co-Housing”, definito come il «primo grande evento pubblico italiano dedicato alle nuove forme di abitare condiviso per anziani: una giornata intera per lanciare ufficialmente un progetto di animazione civica e culturale. Tutto ruoterà intorno a una domanda: come si può continuare a vivere in modo autonomo, dignitoso e pieno di relazioni quando l’età avanza? Ecco così il sindaco di Roma Gualtieri, che apparirà anche nel cast di un cortometraggio sul tema della convivenza nelle città contemporanee, un video che dal 7 aprile sarà online e di pubblico dominio. I lavori saranno condotti per l’intera giornata da Michele La Ginestra e Arianna Ciampoli. Monsignor Vincenzo Paglia, arcivescovo e già presidente della Pontificia Accademia per la Vita, porterà una riflessione sulla longevità come sfida spirituale e antropologica prima ancora che sociale. E poi Erri De Luca, Donatella Di Cesare, Barbara Ronchi, Luca Ward, Nicola Piovani, Luca Barbarossa, Ema Stokholma…

Da Roma capoccia a Roma… Caroccia, Delmastro imbarazza ancora il governo
Ema Stokholma (foto Imagoeconomica).

Referendum sulla giustizia: risultati e affluenza

Termina alle 15 la due giorni di voto per il referendum sulla riforma costituzionale della giustizia, che com’è noto non prevede il quorum: vince l’opzione che raccoglie più preferenze. Il primo giorno di voto, quello di domenica 22 marzo, si è chiuso con un’affluenza al 46,07 per cento, oltre ogni aspettativa, con le Regioni del Nord a fare da traino e la Sicilia maglia nera (attorno al 35 per cento).

La morte di Bossi ricorda alla sinistra l’irrisolta questione settentrionale

«Esiste una questione settentrionale e prima o poi la dovremo affrontare». Era l’aprile del 1996, L’Ulivo di Romano Prodi aveva appena vinto le elezioni e Massimo D’Alema, segretario del Pds, il Partito democratico della sinistra, non si lasciò abbagliare dal successo. A D’Alema, romano di nascita e pugliese d’adozione, non sfuggì che al Nord il centrodestra l’aveva fatta da padrona.

La morte di Bossi ricorda alla sinistra l’irrisolta questione settentrionale
Massimo D’Alema con Romano Prodi nel 1996 (foto Ansa).

Lombardia e Veneto da 30 anni saldamente in mano alla destra

Dopo 30 anni, la morte di Umberto Bossi ha riaperto una riflessione sul valore dell’intuizione politica del leader leghista, sul dare voce alle istanze del Nord Italia, sul federalismo, mentre il centrosinistra tutto sommato su quella riflessione è ancora al palo. Perché nonostante tutti i convegni e i tentativi politici, Lombardia e Veneto sono saldamente in mano a esponenti del centrodestra. Solo il Piemonte e la Liguria a tratti si sono lasciati guidare da politici di centrosinistra.

Le Regioni più produttive appannaggio dell’avversario

Diverso è il discorso delle grandi città: Milano, Torino e Genova hanno avuto spesso sindaci di sinistra, ma guardando i dati delle elezioni politiche, Lega e Forza Italia hanno sempre dominato nelle circoscrizioni del Nord. E l’analisi di mille politologi e di decine di politici del centrosinistra, per tre decenni, è stata questa: non è saggio lasciare che le Regioni più produttive e spesso più al passo con il resto d’Europa siano appannaggio dell’avversario.

La morte di Bossi ricorda alla sinistra l’irrisolta questione settentrionale
Uno striscione al funerale di Umberto Bossi (foto Ansa).

Anche alle ultime elezioni politiche, quelle del 2022, le cartine geografiche raccontano una storia di monopolio del Settentrione: Fratelli d’Italia ha fatto il pieno, al Partito democratico è rimasto il Centro ex rosso, al Movimento 5 stelle il Sud.

La sinistra si limita a misurare la sua vicinanza al Senatùr

E così, mentre la Lega si è riunita per l’ultimo saluto al Senatùr e tutti si interrogano sul suo valore, sempre fedeli al motto de mortuis nihil nisi bonum, il centrosinistra si limita a misurare la sua vicinanza a Bossi, a testimoniare la sua simpatia, ad assicurare il suo rispetto. Ma per le prossime elezioni politiche, nel 2027 o magari prima, se il campo largo, o quel che sarà, vorrà sperare di essere in partita dovrà tornare a riflettere sul popolo del Nord. Magari tirando anche fuori qualche idea e qualche buon candidato.