La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)

Tre segretari e due funerali. Da domenica 22 marzo 2026, la tribolata storia della Lega, il partito più vecchio dell’attuale arco parlamentare, si può riassumere in un titolo. I tre segretari, come è noto, sono due varesotti, Umberto Bossi da Cassano Magnago e Roberto Maroni da Lozza; e un milanese, Matteo Salvini dal Giambellino. I funerali sono quelli dei primi due, e potrebbero portare al funerale politico del terzo. In mezzo ai tre capi leghisti, per la verità, galleggia da decenni l’altro importante dirigente lumbard della provincia di Varese, Giancarlo Giorgetti da Cazzago Brabbia.

La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)
Renzo Bossi e Giancarlo Giorgetti ai funerali di Bossi (Imagoeconomica).

Giorgetti, il gran ciambellano delle esequie del Senatùr

Il ‘don Abbondio’ della Lega si è vestito da Richelieu al funerale di Bossi, domenica a Pontida. Gran ciambellano delle esequie “senza cerimoniale”, ha accolto la famiglia di Bossi e le più alte cariche, e gestito l’addio al fondatore proprio come un erede, mentre Salvini veniva umiliato pubblicamente da alcuni, con fischi e insulti («Traditore», «Giuda»). Ma sono lontani i tempi in cui il Senatùr nutriva nel “Gianca” grandi speranze. «Il futuro è dei giovani come Giorgetti, ma non diciamolo troppo forte, perché sennò si monta la testa», diceva Bossi prima dell’ictus che lo colpì nel 2004.

La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)
La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)
La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)
La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)
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La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)
La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)
La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)

L’assordante silenzio di Bossi al funerale di Maroni

Per la verità, di recente, aveva riprovato a ‘spingere’ Giorgetti verso la segreteria, subito stoppato dalla sua famiglia che temeva rappresaglie di Salvini sulla candidatura del vecchio capo in Parlamento e il conseguente blocco di tutte le entrate. Ed è qui che bisogna tornare con la mente all’altro funerale, anch’esso centrale nella storia del partito. Il 25 novembre del 2022, nella chiesa San Vittore di Varese, si celebravano le esequie di Stato di Roberto Maroni.

La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)
Luca Zaia con Massimiliano Fedriga al funerale di Stato di Roberto Maroni a Varese, il 25 novembre 2022 (Ansa).

Anche lì Salvini arrivò con il volto scuro, mentre Giorgetti era visibilmente commosso. Ma – la cosa passò sotto traccia – il Senatùr non si fece vedere. Non una parola pronunciata, nemmeno una dichiarazione scritta da inviare alla stampa tramite la fidata Nicoletta Maggi. Il motivo è molto semplice: la famiglia di Bossi, che lo ha controllato negli ultimi anni, non ha mai perdonato Maroni e Salvini di aver organizzato la famosa serata delle scope in cui il fondatore, in lacrime, chiedeva pubblicamente scusa per la vicenda delle irregolarità nei rimborsi elettorali in cui vennero coinvolti anche il figlio Renzo e componenti del cerchio magico bossiano.

La Lega dopo Bossi: i fischi a Salvini e l’ombra di Giorgetti (e Zaia)
Roberto Maroni alla Fiera di Bergamo nel 2012 (Ansa).

I fischi a Salvini in camicia verde e quel “tradimento” mai perdonato

La parola «traditore» associata a Salvini, pronunciata al funerale di Bossi a Pontida, cela anche questo. Nelle spiegazioni dei ‘nordisti’ più ortodossi, poi, il segretario attuale ha “tradito” tutti gli ideali del fondatore con la trasformazione della Lega in un partito nazionale, i progetti per il Sud, il ponte sullo Stretto di Messina. Ma il “bacio di Giuda” a Manuela Marrone, la moglie di Bossi, è un’accusa che porta con sé ancora l’acredine di quella serata alla Fiera di Bergamo in cui Bossi fu costretto alle lacrime sul palco mentre in platea Salvini distribuiva le scope per «fare pulizia». Insomma, come nelle migliori famiglie, anche nella Lega, certe cose non si cancellano. Certo che se colui che ha rottamato la Padania si presenta a Pontida con la camicia verde – per molti un affronto e una provocazione – il coro parte spontaneo: «Mollala quella camicia».

Il progetto di Bossi: riunificare le associazioni nordiste nel partito

Cosa porterà tutto ciò è ancora presto per dirlo. Sicuramente i fischi sono stati limitati a una parte, alcuni fuoriusciti del Patto per il Nord di Paolo Grimoldi, o del partito di Roberto Castelli. Ma la delusione verso Salvini è generalizzata. Il desiderio di Bossi – ha rivelato l’amico Giuseppe Leoni – era di riunificare tutte le associazioni nordiste sotto la bandiera della Lega, anche se guidata da Salvini. Non si sa se l’apertura potrà essere accolta dal segretario leghista che ha dimostrato nervosismo per i fischi a Pontida, tanto che la fidanzata Francesca Verdini ha risposto accusando un contestatore di essere un «cafone».

Il futuro della Lega e le spinte per un nuovo leader

Certo, in vista delle Politiche del prossimo anno, ogni punticino o mezzo punticino in più fa sempre comodo. Ma bisogna arrivarci in forze alle urne. E mentre Salvini sembra arrancare, la famiglia del Senatùr appare molto determinata a far valere la propria influenza sulla Lega. In primo luogo, vorrebbe che un altro Bossi portasse avanti la storia del padre e non si sono rassegnati dopo il disastro della candidatura di Renzo al Pirellone. Nelle scorse ore avrebbero avanzato ai vertici leghisti richieste di questo tipo. E poi sentono talmente la Lega come cosa loro che vorrebbero spingere per un nuovo segretario. Giorgetti, appunto. Che non si sogna neanche di farlo. Allora, Luca Zaia, che al funerale è stato tra i più applauditi, oltre a – sorpresa – Giorgia Meloni. Ma anche Zaia vorrebbe tenersi lontano da tanto attivismo, che potrebbe essere letto come prepotenza. In attesa, forse, di tempi più maturi.

Referendum, boom di votanti: alle 23 di domenica affluenza al 46 per cento

Riaperti dalle 7 i seggi per il referendum confermativo della legge costituzionale recante: “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”. Le urne saranno aperte fino alle 15, poi inizierà lo spoglio. Il primo giorno di voto sulla riforma della giustizia si è chiuso alle 23 di domenica 22 marzo con un’affluenza al 46,07 per cento, oltre ogni aspettativa. Le percentuali parziali superano infatti già i precedenti referendum costituzionali per i quali le urne erano rimaste aperte due giorni: in occasione della consultazione del 2020 sul taglio dei parlamentari, alla stessa ora, sei anni fa, aveva votato il 39,4 per cento degli aventi diritto (il giorno dopo si sarebbe arrivati al 51,12 per cento). A Bologna e Firenze l’affluenza alle 23 era già arrivata al 57 per cento. A Milano ha superato il 53 per cento. Attorno al 50 per cento Roma, Genova, Verona, Brescia, Treviso, Cremona e Vicenza. Maglia nera la Sicilia, con un’affluenza attorno al 35 per cento. Non c’è quorum, vince dunque chi prende un voto in più.

Referendum, boom di votanti: alle 23 di domenica affluenza al 46 per cento
Un seggio elettorale (Ansa).

Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum

«Grande incertezza». È il sentimento comune, trasversale a tutti i partiti della coalizione, con cui il centrodestra si affaccia al referendum sulla separazione delle carriere tra pm e giudici. Il voto di domenica 22 e lunedì 23 marzo segna uno scoglio importante per la maggioranza, ultima consultazione nazionale prima delle elezioni politiche della primavera del 2027. I sondaggi – fino a quando si potevano pubblicare, ma anche quelli che circolano riservati – sono tutti concordi sul trend favorevole al “no“. Motivo per cui la coalizione guidata da Giorgia Meloni attende con particolare ansia il responso delle urne.

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Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Una veduta dall’alto di Piazza del Popolo e il grande NO con lettere di oltre 20 metri realizzato dalla Rete degli Studenti Medi e dell’Unione degli Universitari per l’evento di chiusura della campagna referendaria del Comitato società civile per il no (foto Ansa).

L’esito del voto potrebbe essere il preludio di una sconfitta nel 2027

Malgrado qualche recriminazione iniziale, alla fine tutti i partiti si sono impegnati nella campagna a sostegno del ““. Una vittoria al referendum porterebbe a un rafforzamento della maggioranza e rappresenterebbe certamente un volano verso le Politiche. Mentre, se prevalessero i “no”, anche se Meloni ha anticipato che non si dimetterebbe, la coalizione che guida risulterebbe indebolita, e l’esito del voto potrebbe essere il preludio di una sconfitta nel 2027.

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Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Manifestazione per il no al referendum e contro il governo Meloni (foto Ansa).

Nonostante tutti neghino in pubblico, non è un segreto che dal referendum dipenda tutto il corso dell’ultima parte di legislatura, oltre al destino della modifica della legge elettorale e del premierato, che potrebbero saltare. In privato, intanto, già volano gli stracci tra gli alleati.

Salvini non vuole essere accusato di aver fatto poca campagna elettorale

Matteo Salvini negli ultimi 10 giorni di campagna elettorale ha fatto almeno tre riunioni con segretari regionali e dirigenti per ripetere tutte e tre le volte le stesse raccomandazioni: vi voglio vedere impegnati nella campagna per il “sì”, ogni giorno dovete partecipare a una iniziativa, non dobbiamo dare spazio agli alleati per attaccarci perché non facciamo abbastanza campagna, è stato il refrain del capo leghista. Perché tra il segretario e i dirigenti del partito di via Bellerio serpeggia la convinzione che Meloni sia intenzionata, nel caso perda il referendum, a scaricare tutta la colpa su di loro.

Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Il ministro Matteo Salvini a un gazebo della Lega per il referendum sulla giustizia (foto Ansa).

«Certo se la premier si fosse spesa fin dall’inizio…»

«Non sarà così», sbuffa un big di Fratelli d’Italia, «alla fine si sono impegnati anche i leghisti, le responsabilità sono di tutti». Tra i componenti del partito di Salvini c’è poi chi punta il dito dritto contro Meloni. «Certo se la premier si fosse spesa fin dall’inizio come negli ultimi 10 giorni non rischieremmo in questo modo», è la lamentela raccolta tra i dirigenti del Nord.

Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Un manifestante con una maglietta con il ministro Nordio, durante una manifestazione dei comitati per il no al referendum (foto Ansa).

Tensioni nella maggioranza anche sul prezzo dei carburanti

Altro segnale di tensione arriva dalle modalità con cui si è giunti all’approvazione delle misure di contenimento dei prezzi dei carburanti. Meloni ha impresso un’accelerazione nella mattinata di mercoledì 18 marzo proprio in coincidenza con la convocazione delle società petrolifere da parte di Salvini a Milano. La decisione è arrivata dopo un incontro a Palazzo Chigi con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.

Meloni, Salvini e il rischio di resa dei conti in caso di vittoria del no al referendum
Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti (Ansa).

Certamente l’attesa è stata dovuta alla necessità di reperimento delle risorse per la copertura dell’intervento. Ma la coincidenza con l’attivismo di Salvini sullo stesso fronte ha suscitato perplessità tra i più sospettosi. Anche perché è legittimo intuire una certa irritazione da parte della premier, con la corsa a intestarsi le misure. A che titolo infatti il ministro delle Infrastrutture riceve rappresentanti delle imprese nella sede della prefettura di Milano?

«Il solito protagonismo invadente di Salvini»

Il Mit ha competenze di pianificazione, realizzazione delle infrastrutture, sulla sicurezza stradale, disciplina il settore dei trasporti, mobilità sostenibile, edilizia pubblica e urbanistica. Non si occupa di monitoraggio dei prezzi dei carburanti, competenza semmai del ministero delle Imprese e del Made in Italy (citofonare Adolfo Urso). «Il solito protagonismo invadente di Salvini», si commenta dalle parti di via della Scrofa.

Bossi, l’ultimo capo-popolo: ascesa, successo e solitudine del Senatùr

È il 1995. Il caposervizio di un quotidiano milanese chiede a un cronista alle prime armi: «Sei mai stato a un comizio di Bossi? Bene, oggi il Senatùr parla in Porta Venezia, ci vai tu…». Da quel giorno iniziò, per chi scrive, una lunga serie di «comizi di Bossi», a Milano, a Bergamo, a Brescia, su e giù per la “Padania”. E poi, naturalmente, a Pontida.

Il rapporto con la stampa

«Ebbene, fummo noi…», era quasi sempre l’attacco, perché il leader leghista la prendeva sempre larghissima e ti teneva lì, appeso ai suoi voli pindarici per oltre un’ora, quando andava bene. Non gli piaceva essere interrotto: se qualcuno dal pubblico osava farlo, anche solo per dargli ragione, s’innervosiva: «Vabbè, il comizio lo sto facendo io, non tu…». Poi, a un certo punto, faceva sempre un inciso sul gruppetto dei giornalisti al seguito: «Eccola lì, c’è anche la stampa di regime…», diceva additandoci a bordo palco e giù fischi dal pubblico. Dopo, però, rispondeva a tutte le domande e anche di più, ti incollava lì un’altra mezz’ora a parlare di politica e a disegnare scenari. Certo, aveva i suoi preferiti: Guido Passalacqua di Repubblica e Fabio Cavalera del Corriere. I due “bossologhi” per antonomasia, ma poi, dopo averti visto due o tre volte, se non avevi scritto delle stupidaggini, ti prendeva sotto la sua ala protettiva. Capiva benissimo, il Senatùr, l’importanza di avere un buon rapporto con la stampa. Un gruppetto di cronisti gli stava sempre dietro, specie alle feste della Lega, e lui un titolo lo regalava sempre, specie nelle ore notturne. Sigari, Coca Cola e chilometri. Sempre col suo autista storico, Pino Babbini. Che, con la sua mole, gli faceva anche da guardia del corpo.

Bossi, l’ultimo capo-popolo: ascesa, successo e solitudine del Senatùr
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Il ribaltone che fece cadere il Berlusconi I

Il momento più esaltante, per lui, fu quello della corsa in solitaria, dopo la rottura con Silvio Berlusconi: «Non andremo mai al governo con la porcilaia fascista», assicurava. Quel Cav che l’Umberto chiamava «Berluskaiser» o «Il mafioso di Arcore». Erano gli anni della secessione, delle ampolle sul Monviso, delle celebrazioni a Venezia e del Parlamento del Nord. Bossi era allora molto coccolato anche dalla sinistra per il ribaltone con cui fece cadere il Berlusconi I. «La Lega è una costola della sinistra», profetizzò Massimo D’Alema, dopo la scatola di sardine mangiata a casa Bossi con Rocco Buttiglione. Ma si sbagliava.

Il ritorno nel centrodestra e l’ictus che segnò l’inizio della fine

Al Senatùr piacevano così tanto i giornali che ne fondò uno, la Padania, dove il primo direttore fu un signor giornalista come Gianluca Marchi. E dove lo stesso Senatùr passava spesso, nella redazione in Via Bellerio, verso sera, a fare due chiacchiere sui fatti del giorno coi cronisti politici. Proprio lì muoveva i primi passi anche un giovanissimo Matteo Salvini, prima di essere eletto in Consiglio comunale a Milano, dove poi divenne capogruppo del Carroccio. Oltre al giornale nacquero anche una radio, Radio Padania Libera, e una tv, TelePadania, appunto. Da quelle parti sono transitati, per esempio, Roberto Poletti, oggi volto Mediaset, e Sonia Sarno, ora al Tg1. E poi c’era tutto il resto: dal SinPa, il sindacato padano che a fine Anni 90 servì da trampolino per l’ingresso nel cerchio magico a Rosi Mauro, fino a Miss Padania. Negli anni a seguire Bossi si riavvicinò con Berlusconi, entrando nel 2001 al governo come ministro delle Riforme. Fino a quel maledetto giorno del marzo 2004 quando fu colpito da un ictus che segnò l’inizio della sua fine.

Bossi, l’ultimo capo-popolo: ascesa, successo e solitudine del Senatùr
Umberto Bossi, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi nel 2006 (Imagoeconomica).

Da maestro venerato a ex leader scomodo

Era un capo-popolo, il Bossi, lo sentivi quando arrivava in una piazza o in una sala piena solo per vederlo. Al suo ingresso l’atmosfera cambiava, l’aria diventava elettrica, mentre la folla scandiva il suo nome: «Bos-si, Bos-si!». E lui, con le sue giacche a quadrettoni e la cravatta storta, parlava da leader. Tutti i suoi fedelissimi si sarebbero immolati per lui. Per questo colpisce molto, almeno chi ha vissuto quell’epoca, il trattamento che gli è stato riservato negli ultimi anni, da quando – nel 2013 – Salvini è diventato segretario. Non se ne può fare una colpa ai nuovi leghisti, giovani scelti da Salvini e fedelissimi solo al Capitano, che Bossi l’avranno visto quasi solo in fotografia. Ma ai vecchi sì. A cominciare da Roberto Calderoli, uno che ha vissuto tutte le stagioni e che è arrivato indenne fino a oggi.

Bossi, l’ultimo capo-popolo: ascesa, successo e solitudine del Senatùr
Matteo Salvini e Umberto Bossi a Pontida (Imagoeconomica).

L’attaccamento alla ‘sua’ Lega nonostante l’isolamento

Bossi negli ultimi anni era diventato un peso e un problema per Salvini, proprio perché, nonostante la malattia e i malanni, l’Umberto sapeva ancora toccare le corde profonde della Base. E così non gli sono state risparmiate umiliazioni, ad esempio la scelta di togliergli la scorta del partito quando veniva a Roma, in Parlamento. Sì, perché il Senatùr, finché la salute gliel’ha permesso, a Montecitorio scendeva sempre. La raffigurazione plastica del suo isolamento era vedere, fino a ieri, Nicoletta Maggi, la sua storica portavoce, sempre seduta in sala stampa in mezzo ai giornalisti, perché il gruppo della Lega non le aveva fornito una scrivania. Ma era triste anche vedere l’Umberto alle feste della Lega seduto a mangiare da solo, senza nessuno o quasi a fianco. O i mancati inviti a Pontida. Insomma, se ogni nuovo leader politico per emergere deve uccidere metaforicamente il padre politico, questa operazione Salvini l’ha messa in pratica perfettamente, anche troppo.

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Ma, nonostante tutto, Bossi è rimasto attaccato fino alla fine al suo partito, senza andarsene o tanto meno dare la sua benedizione a leghe nuove o parallele. La Lega Nord l’ha fondata lui e l’ha tirata su chilometro dopo chilometro attaccando manifesti, scrivendo “Padania Libera” sui muri con la vernice verde e parlando da banchetti improvvisati nei paesi più sperduti. Per questo, pur annunciando il suo voto a Forza Italia alle Europee 2024, non se n’è mai andato. Né Salvini ha avuto il coraggio di espellerlo, sarebbe stato davvero troppo.

Delmastro, Crosetto evoca il complotto: «Interesse dei magistrati sul governo»

Il ministro della Difesa Guido Crosetto evoca il complotto sul caso Delmastro, finito sotto i riflettori per la sua partnership commerciale con Miriam Caroccia, figlia del prestanome del clan Senese Mauro Caroccia. L’esponente di Fdi ha spiegato di non essere a conoscenza di questo dettaglio e di aver venduto le sue quote (relative alla gestione di un ristorante) non appena l’ha scoperto. Ospite a Omnibus, su La7, Crosetto ha commentato: «Possono dirmi di tutto ma che sia una persona che possa avere volontariamente e consapevolmente rapporti con dei camorristi è una cosa talmente lontana dalla realtà. Gli unici rapporti con i delinquenti che può aver avuto Delmastro nella sua vita sono nella sua attività di avvocato. Essendo sottosegretario alla Giustizia e conoscendo l’interesse che c’è da parte dei magistrati verso qualunque esponente di governo, non penso abbia fatto nulla di male o almeno nulla che consapevolmente potesse arrecargli danno. Penso saprà difendersi tranquillamente da solo».

Delmastro, Crosetto evoca il complotto: «Interesse dei magistrati sul governo»
Andrea Delmastro (Ansa).

Meloni: «Doveva stare più attento ma non deve dimettersi»

Sul caso è intervenuta anche la premier Meloni, dopo che le opposizioni hanno chiesto le dimissioni di Delmastro: «Leggo che la segretaria Schlein sa dalla stampa che io sapevo questa cosa da un mese, il che mi diverte moltissimo, perché io scopro la vicenda dalla stampa. Non so che cosa abbia letto Elly Schlein, ma sicuramente ha letto una fake news. Il sottosegretario Delmastro forse avrebbe dovuto essere più accorto, ma lui, che è un signore che sta sotto scorta per il suo lavoro contro la criminalità organizzata, non può essere messo sullo stesso piano degli ambienti criminali, quindi manterrà il suo posto».

Bossi, la vita romana e i funerali a Pontida: ci sarà anche Mattarella?

Umberto Bossi è morto nella sua Lombardia, a 84 anni. Ma il “Senatùr” a Roma si trovava benissimo. Altro che ladrona: piaciona. Al di là degli slogan leghisti dell’epoca “celodurista”, la Capitale gli piaceva tanto, e non solo il classico centro storico, dove si trovano i palazzi della politica: lui frequentava con assiduità pure le periferie. Per anni ha bazzicato bettole situate sulla Casilina e sulla Prenestina, nelle riunioni che convocava con i suoi eletti per non farsi notare, e soprattutto fotografare.

Bossi, la vita romana e i funerali a Pontida: ci sarà anche Mattarella?
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Bossi, la vita romana e i funerali a Pontida: ci sarà anche Mattarella?

Certo, non disdegnava, nel suo momento di ingresso nella Città eterna, di entrare nel favoloso salotto della giornalista Chantal Dubois, dotato di una spettacolare sala biliardo, che era la vera attrazione per il leader leghista. Bossi riusciva a giocare per ore, senza sosta: Gabriella, nota come Chantal, è stata direttrice ed editrice di quotidiani come La Tribuna Politica e Rome Daily American, “colonna” politica romana di Tv Sorrisi e Canzoni con la sua rubrica “Palazzo e dintorni”, autrice di libri di costume, prima donna giornalista ammessa in parlamento negli Anni 50, pronta a raccontare fatti, vizi, virtù dei politici italiani della Prima Repubblica, sempre con il suo cappellino rosso.

Bossi, la vita romana e i funerali a Pontida: ci sarà anche Mattarella?
Chantal Dubois (foto Imagoeconomica).

Ma Bossi, col passare degli anni e le responsabilità di governo, e soprattutto dopo l’ictus del 2004, non si muoveva facilmente: le ultime immagini della sua presenza a Roma sono di quelle di un anziano seduto al bar Giolitti, in via degli Uffici del Vicario, a due passi da Montecitorio. Rispondeva a tutti quelli che gli facevano un cenno di saluto, avendo sempre in bocca l’immancabile sigaro toscano che ha accompagnato la sua lunga carriera politica. L’addio a Bossi avverrà a Pontida, domenica 22 marzo, che è anche il primo giorno della consultazione referendaria. Nella Lega sono sicuri che al funerale di Bossi non mancherà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «Se è andato a dare l’ultimo saluto a Silvio Berlusconi…».

Bossi, la vita romana e i funerali a Pontida: ci sarà anche Mattarella?
Una delle rare foto che ritraggono sia Sergio Mattarella sia Umberto Bossi (foto Imagoeconomica).

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Maurizio Lupi sbarca a Brera con Marotta

Dopo la Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, con la presentazione romana del libro di Italo Bocchino che scatenò le ire dell’opposizione, ecco che la politica si mette a invadere la milanese Brera: tutta colpa della presentazione del libro Politica e Pensiero scritto da Andrea Covotta, responsabile di Rai Quirinale. Oltre all’autore interverranno il “padrone di casa” Angelo Crespi, direttore generale della Pinacoteca di Brera, Palazzo Citterio, Biblioteca Nazionale Braidense, Maurizio Lupi in qualità di presidente di Noi Moderati, e il presidente dell’Inter Giuseppe Marotta che, eccezionalmente, si confronterà su temi politici e non calcistici (ma occhio a cosa può ancora dire di lui lo scrittore Roberto Saviano). Introdurrà e condurrà l’incontro il giornalista Rai Alessandro Casarin, caro alla Lega. Il saggio, che si avvale della prefazione di Marco Follini, democristianissimo di lungo corso, già in tenera età consigliere d’amministrazione della Rai, ripercorre la storia del pensiero politico dagli inizi del Novecento fino al 1978, l’anno della strage di via Fani, del sequestro e della tragica morte di Aldo Moro, dell’elezione di Sandro Pertini al Quirinale, dell’eccezionale presenza dei tre papi in un solo anno: Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II.

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Maurizio Lupi (foto Imagoeconomica).

Cusenza modera l’incontro sull’acqua

Al Circo Massimo ha aperto lo stand Acea dell’Expo Village: una vera “Casa della Maratona dell’Acqua” dedicata alla tutela delle risorse idriche. Nei suoi 200 metri quadrati lo spazio ospita attività su sport e sostenibilità in attesa del 22 marzo, giorno della Acea Run Rome The Marathon. Una data simbolica quest’anno per la gara, poiché coincide proprio con la Giornata mondiale dell’Acqua istituita dall’Onu. Sabato 21 marzo, dopo la partenza della Acea Water Fun Run, sarà ospite dello spazio Acea Massimiliano Rosolino, già campione olimpico di nuoto e membro del team “Illumina” di Sport e Salute. Nel pomeriggio lo stand propone un dibattito sul rapporto tra sport e valore della risorsa idrica: ne parleranno Andrea Lo Cicero, ex campione di rugby e componente del team “Illumina” di Sport e Salute, Patricia Mejias, Land and Water Expert della Fao, Tommaso Sabato, Chief Regulated Business Officer di Acea, Riccardo Tempestini, vicepresidente Rari Nantes Florentia e Virman Cusenza, direttore della comunicazione di Acea.

Bossi, la vita romana e i funerali a Pontida: ci sarà anche Mattarella?
Virman Cusenza (foto Imagoeconomica).

Recalcati show

Le damazze romane hanno un appuntamento imperdibile il 22 marzo: al Teatro Argentina protagonista sarà Massimo Recalcati, con l’incontro dal titolo “Poetiche del resto”, il filosofo e psicanalista rifletterà sul legame tra arte e psicanalisi. L’evento rappresenta un appuntamento d’eccezione all’interno del ciclo “Creazioni melanconiche”, promosso dall’Associazione Lacaniana internazionale di Roma con la Società milanese di Psicanalisi. Durante l’incontro il percorso toccherà le opere di Alberto Burri, Claudio Parmiggiani, Jannis Kounellis e Anselm Kiefer.

Bossi, la vita romana e i funerali a Pontida: ci sarà anche Mattarella?
Massimo Recalcati (foto Imagoeconomica).

Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti

Si poteva essere d’accordo o meno con Umberto Bossi, morto il 19 marzo a 84 anni, ma una cosa è certa: il Senatur ha cambiato per sempre l’immagine del politico italiano. E il linguaggio della nostra politica. Con lui siamo passati dal lessico misurato, dal contegno da notaio e dalla debita distanza dai cittadini a gesti esagerati (dal dito alzato alle corna), alle canottiere bianche, a slogan ruvidi come “La Lega ce l’ha duro”.

Dalle corna al dito medio: la gestualità esagerata di Bossi

Bossi, che non aveva studiato ma aveva un passato da operaio, non possedeva doti intellettuali dichiarate. Ma sapeva comunicare con il corpo e con la provocazione. Numerosi i diti medi alzati, che sono valsi più di tante parole, al netto dell’innegabile imbarbarimento della politica. Nel 2011, durante la festa della Lega a Besozzo (Varese), Bossi mostrò il dito medio a un cantante che aveva citato la bandiera italiana. Nello stesso anno “rispose” sempre col dito medio a un giornalista che gli aveva chiesto delle pensioni. Nel 2019, al congresso del partito a Milano, in questo modo smentì il “funerale” della Lega.

Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti

Il dito medio di Bossi era talmente iconico, per così dire, che Ryanair lo usò in una pubblicità in cui le offerte del vettore low cost erano messe a confronto con le alte tariffe di Alitalia. Nell’estate del 2011, Bossi rispose con una pernacchia e le corna ai giornalisti che avevano sollecitato un suo commento sulle richieste di governo tecnico dopo la Manovra, avanzate dall’opposizione. Il fondatore della Lega fece le corna ai giornalisti anche nell’ottobre di quell’anno dopo un vertice a Palazzo Grazioli, dimora romana di Silvio Berlusconi. E che dire del gesto dell’ombrello, anch’esso marchio di fabbrica del Senatur? Quello fatto alla festa del Carroccio a Ponte di Legno nel 2002 è solo un esempio.

Gli slogan coniati da Bossi rimasti nell’immaginario collettivo

Due gli slogan che hanno caratterizzato l’epopea di Bossi: “Roma ladrona” (poi con l’aggiunta “la Lega non perdona”), a sottolineare la contrapposizione tra uno Stato predatore – anzi parassitario – e il Nord produttivo, unico motore del Paese. E poi, ovviamente, “La Lega ce l’ha duro”.

Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
Umberto Bossi durante un comizio (Ansa).

Altro che televisione: il rapporto viscerale tra il Senatùr e il popolo di Pontida

In un’epoca in cui la politica aveva iniziato ad affidarsi sempre di più alla televisione (basti pensare alla discesa in campo di Berlusconi), Bossi continuò a privilegiare le piazze. E meglio ancora il pratone di Pontida.

Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti

La canottiera bianca sfoggiata nel 1994 in Sardegna (e non solo)

E poi c’è la canottiera bianca sfoggiata in Sardegna nell’estate del 1994, quando Bossi era ospite in una residenza di Vito Gnutti al Pevero, in Costa Smeralda, mentre a breve distanza – a Porto Rotondo – Berlusconi aveva riunito a Villa Certosa ministri e sottosegretari del suo governo. La distanza tra i due venne accentuata anche dall’abbigliamento, e non solo in quell’occasione: il Senatur d’estate si mostrava spesso con la sua ruspante canottiera bianca.

Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti
Dal dito medio alle corna, fino alla canottiera bianca: Bossi e la politica dei gesti

CANOTTIERA

Cosa succede nel campo largo dopo il referendum? I possibili scenari

Poche ore all’apertura delle urne referendarie. «Sia il vostro parlare: “Sì, sì, No, no”; il di più viene dal Maligno» (Mt 5,37). Il campo largo ha scelto di opporsi alla riforma Nordio in maniera netta, con l’eccezione di Matteo Renzi che un po’ ha detto e un po’ non ha detto. In ogni caso anche la sua è sembrata una posizione strumentale, finalizzata perlopiù a non farsi cacciare dal campo largo nel quale è faticosamente rientrato. 

Cosa succede nel campo largo dopo il referendum? I possibili scenari
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Una vittoria del No non eliminerà i problemi del centrosinistra

Il centrosinistra scommette sulla vittoria del No e ha stimolato l’elettorato puntando sulla difesa strenua della Costituzione, della democrazia, dell’indipendenza della magistratura, sotto attacco dei soliti fascisti al governo. Bon. Magari l’emotività premierà il fronte del No e dunque vincerà chi si oppone alla separazione delle carriere dei magistrati, all’introduzione dei due Csm e dell’Alta Corte disciplinare. In quel caso il centrosinistra uscirà rinvigorito dal referendum, giusto in tempo per iniziare la campagna elettorale per le elezioni politiche del 2027. I problemi non mancano, tuttavia. Al campo largo serve un leader che oggi non c’è ed è in corso tutto un dibattito per capire come individuarlo. Renzi ora spinge per fare le primarie, dice che è arrivato il momento di scegliere. Da lunedì sarà il nuovo argomento di discussione preferito del centrosinistra, con sfumature diverse a seconda di come andrà il risultato referendario. In più, sempre alla voce problemi da non sottovalutare, c’è la possibilità che il centrosinistra, in caso di vittoria, sovrastimi il risultato, dando per conquistate le elezioni dell’anno prossimo. Qualora vincesse il No infatti avrebbe già pronto il copione: Giorgia Meloni è lontana dagli interessi reali degli italiani, che non vogliono più questa maggioranza. Vedete? Il risultato del referendum sta lì a dimostrarlo. 

Cosa succede nel campo largo dopo il referendum? I possibili scenari
Elly Schlein e Giusepep Conte (Imagoeconomica).

Schlein spera in una blindatura, almeno fino alle Politiche

Il centrosinistra coglierebbe una vittoria del No come un avviso di sfratto per il governo. Il che prolungherebbe la vita politica dei leader del campo largo, a cominciare da Elly Schlein. Giuseppe Conte, figurarsi, governa apparentemente senza alternative, l’unica sfidante è Chiara Appendino, ex sindaca di Torino, la cui opposizione al contismo è velleitaria.

Cosa succede nel campo largo dopo il referendum? I possibili scenari
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Nel caso del Pd è già diverso; Schlein in questi tre anni di pace forzata ha accumulato sostenitori improbabili (Stefano Bonaccini), ma anche un certo numero di riformisti (Eugenio Giani li chiama sprezzantemente «radicali») pronti per l’eventuale inciampo. Un’eventuale vittoria referendaria allungherebbe il contratto politico dentro il Pd almeno fino alle elezioni dell’anno prossimo. Sarebbe dunque garanzia per Schlein che il suo posto è intoccabile, almeno finora. Forse qualche riformista più pragmatico spera proprio che vada così; che Schlein vinca il referendum per restare in sella almeno fino alle Politiche e poi, eventualmente, essere sconfitta da Meloni, leader indiscussa del destra-centro.

Cosa succede nel campo largo dopo il referendum? I possibili scenari
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Se vincesse il Sì, potrebbe tornare la voglia di un Papa straniero

E se il campo largo dovesse perdere? Nessuno si dimetterebbe, ovvio. Anche perché a parte Renzi, Schlein non chiede le dimissioni di Meloni in caso di sconfitta. Il centrosinistra in ogni caso non sembra pronto per questa eventualità, quasi che dia per scontata la vittoria. Il problema della leadership resterebbe lo stesso; è imprescindibile infatti la ricerca di un nuovo capo. A quel punto però il centrosinistra avrebbe bisogno di un nuovo tono oltre che di un nuovo leader. E magari a qualcuno verrebbe la voglia di proporre un altro Papa straniero, un possibile leader esterno ai partiti e alla politica tradizionale. D’altronde, se l’unione di tanti cervelli politicamente impegnati non fa la forza, meglio andare altrove, meglio scegliere chi risponde pienamente allo spirito dei tempi. Siamo sicuri che da qualche parte, nella sua officina trasformata in ufficio, Dario Franceschini stia pensando a qualcosa. Perché non di sola Silvia Salis può vivere l’alternativa agli attuali dirigenti del centrosinistra. 

Cosa succede nel campo largo dopo il referendum? I possibili scenari
Silvia Salis (Imagoeconomica).

Maretta nel Pd: Picierno-Schlein ultimo atto?

Ogni due anni e mezzo il Parlamento europeo effettua una verifica di metà mandato. Toccherà anche stavolta e a Bruxelles, nel centrosinistra, c’è chi agita già – con largo anticipo visto che le elezioni ci sono state nel 2024 – la possibilità di un cambio alla guida, per sostituire Roberta Metsola e i suoi vicepresidenti. Tra i quali c’è anche l’italiana Pina Picierno, una delle esponenti di punta dei riformisti italiani.

Maretta nel Pd: Picierno-Schlein ultimo atto?
Pina Picierno con Roberta Metsola (Imagoeconomica).

I piani di Schlein: largo a Zingaretti e Tinagli

Secondo il Corriere della Sera, Elly Schlein sostituirebbe volentieri la vicepresidente del Parlamento europeo con Nicola Zingaretti, attualmente capo della delegazione del Pd. A quel punto Irene Tinagli, ex riformista dalle molte facce, oggi gradita al Nazareno, diventerebbe leader della delegazione.

Maretta nel Pd: Picierno-Schlein ultimo atto?
Irene Tinagli (Imagoeconomica).

«Come sempre quando vengono fatti gli accordi non chiari poi vengono fuori i problemi», conferma a Lettera43 una fonte brussellese. Il riferimento è agli accordi fatti nel 2024, dopo le elezioni europee che hanno portato alla conferma di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione e alla conferma di Metsola alla guida del Parlamento. Anche Picierno allora era stata confermata, superando due contendenti: lo stesso Zingaretti ma anche Stefano Bonaccini, che ha già peraltro molti ruoli, tra cui quello di presidente del Pd (capo dell’opposizione interna al Pd non lo è più visto che ha deciso di passare nella maggioranza qualche mese fa grazie all’accordo con Schlein).

Maretta nel Pd: Picierno-Schlein ultimo atto?
Elly Schlein con Nicola Zingaretti (Imagoeconomica).

La pasionaria dai modi «urticanti» non comunica con la segretaria

Picierno è da tempo nel mirino del Nazareno per via non soltanto delle sue posizioni politiche, in linea con quelle di altri riformisti (da Giorgio Gori a Lorenzo Guerini), ma anche per le modalità «urticanti», come le definiscono i suoi stessi compagni riformisti, con cui affronta il dibattito pubblico. E se sono considerate urticanti per i colleghi di corrente, figuriamoci che cosa ne pensa Schlein, che vede Picierno come fumo negli occhi. Fra le due non c’è comunicazione, c’è chi dice che non si parlino proprio, senz’altro faticano a intendersi politicamente.

Maretta nel Pd: Picierno-Schlein ultimo atto?
Lorenzo Guerini con Pina Picierno (Imagoeconomica).

L’ipotesi di un addio al Pd: ma per andare dove?

C’è chi sostiene che Picierno potrebbe anche allontanarsi dal Pd, ma la domanda è – come sempre in questi casi – per andare dove. Interpellata sull’argomento, la vicepresidente del Parlamento europeo non ha rilasciato dichiarazioni. Carlo Calenda non è considerato affidabile, troppo umorale, con Matteo Renzi non è chiaro come siano i rapporti. Ma tutto è possibile, certo. I riformisti – che pure solidarizzano nelle loro agitatissime chat su Whatsapp e ricordano peraltro le modalità con cui si dimise Zingaretti da segretario del Pd, cioè insultando il partito che aveva diretto prima di lasciare – le rammentano che un conto è essere la coscienza critica di un partito, costituendo magari un’area politico-culturale piccola ma rumorosa, un altro conto è rischiare operazioni velleitarie. Un rischio che nessuno vuole correre, nemmeno il più acceso dei contestatori di Schlein.

Maretta nel Pd: Picierno-Schlein ultimo atto?
Pina Picierno (Imagoeconomica).

Gori e la strategia della battaglia dall’interno

Ed è il motivo per cui Gori ha scelto di intestarsi una battaglia dentro il Pd senza però uscire; riprendendo puntualmente alcuni temi che Schlein, per ideologia o distrazione, non affronta. Anche dalle parti di Gori vi è la convinzione che le battaglie si facciano dall’interno, perché fuori da un partito strutturato tutto rischia di diventare poco influente.

Maretta nel Pd: Picierno-Schlein ultimo atto?
Giorgio Gori con Pina Picierno (Imagoeconomica).

L’appuntamento dunque viene rimandato a dopo il referendum costituzionale. L’eventuale vittoria del Sì sarebbe un inciampo per Schlein, che ha investito molto sulla sconfitta della presidente del Consiglio. Ma il duello finale e definitivo arriverebbe solo alle elezioni politiche dell’anno prossimo. In quel caso sarebbe complicato per la segretaria del Pd non farsi da parte in caso di sconfitta con Giorgia Meloni. Ed è a quel varco che la attendono i riformisti del Pd.

Dalla Spagna Mattarella dà la sveglia all’Europa

«Tocca all’Europa saper dire di no» alla guerra, all’instabilità, al moltiplicarsi delle crisi. Mentre i leader sono riuniti a Bruxelles per un vertice che ha all’ordine del giorno il conflitto in Iran e le ripercussioni sul prezzo dell’energia, Sergio Mattarella parla in Spagna, patria di quel Pedro Sanchez che per primo si è opposto senza mezzi termini ai bombardamenti israelo-americani su Teheran, e spiega che il no a questo attacco unilaterale segna un passaggio fondamentale per la sopravvivenza della Ue.

Dalla Spagna Mattarella dà la sveglia all’Europa
Sergio Mattarella con il re di Spagna all’Università di Salamanca (Imagoeconomica).

L’invito a non cedere alle sirene del sovranismo

Una sveglia del capo dello Stato, l’ennesima, ai capi di Stato e di governo europei troppo spesso lenti nel capire l’urgenza delle crisi. La linea è condivisa con Giorgia Meloni, che ha già chiarito che non intende far partecipare l’Italia a questa guerra. Ma le parole del Presidente della Repubblica sono ancora più nette e allargano il ragionamento a tutto l’impianto di politica internazionale italiana e comunitaria. Uno sprone a non farsi illudere dalle sirene del sovranismo che, portato alle estreme conseguenze, sta causando solo più crisi, più guerre, più problemi per l’economia. Mattarella tiene una lectio magistralis per la laurea honoris causa che gli viene consegnata dall’Università di Salamanca. Ad ascoltarlo re Felipe VI. Il discorso parte da lontano, da Machiavelli, da Cervantes, passa per Beccaria, Primo Levi, e arriva a ricordare come il Continente abbia già pagato troppo in termini di guerre fratricide. Le fondamenta della Ue, si dice certo, «non cederanno agli attacchi di quanti vorrebbero smantellare la costruzione europea», siano essi nemici esterni o interni.

Dalla Spagna Mattarella dà la sveglia all’Europa
Dalla Spagna Mattarella dà la sveglia all’Europa
Dalla Spagna Mattarella dà la sveglia all’Europa
Dalla Spagna Mattarella dà la sveglia all’Europa
Dalla Spagna Mattarella dà la sveglia all’Europa
Dalla Spagna Mattarella dà la sveglia all’Europa

Il coraggio di non subire la legge di chi «appare più forte»

Mattarella difende anche l’Onu e i suoi tre valori fondamentali: divieto dell’uso della forza, eguaglianza tra gli Stati, diritti umani. Principi che non possono essere calpestati da un «nazionalismo esasperato» o da «un sovranismo privo di responsabilità». Perché a farne le spese sono necessariamente «i Paesi e i popoli più poveri e meno fortunati». Del resto per decenni i valori di democrazia, libertà, diritti sono stati condivisi con gli Usa, non siamo noi ad aver cambiato idea, non ancora. Per il Presidente poi non è vero che restare fedeli a questi principi marginalizza il nostro continente, anzi non subire la legge di chi «appare più forte» richiede «coraggio». Al contrario, «se perdessimo di vista i nostri obiettivi saremmo sconfitti». Citando Seneca, «per chi ignora in quale porto approdare non vi sono venti favorevoli»: i padri fondatori della Ue conoscevano il porto verso cui navigare, la speranza di Mattarella è che anche i leader riuniti oggi a Bruxelles non si facciano distrarre dalle tempeste e tengano la barra dritta.

Schlein incalza Meloni sul caso-Delmastro: «Prenda posizione prima del referendum»

Opposizioni all’attacco di Andrea Delmastro e Giorgia Meloni, dopo che sono venuti alla luce rapporti d’affari del sottosegretario alla Giustizia con un’esponente della famiglia di Mauro Carroccia, legato alla famiglia camorristica di Michele Senese. «Apprendiamo dalla stampa che Meloni sarebbe a conoscenza dei fatti addirittura da un mese. Gli italiani hanno il diritto ad avere una sua presa di posizione chiara, ma non dopo il referendum, la pretendiamo subito», ha detto Elly Schlein. «Delmastro, già condannato per aver rivelato informazioni coperte da segreto a Donzelli che le ha usate per attaccare le opposizioni in aula, non poteva non sapere chi fosse la 18enne scelta come amministratrice unica della società che stava fondando, società che a quanto pare non aveva nemmeno dichiarato come da obblighi di trasparenza», ha aggiunto la segretaria del Pd: «Meloni la smetta di difendere i suoi e cominci a difendere la dignità delle istituzioni e gli interessi italiani».

Schlein incalza Meloni sul caso-Delmastro: «Prenda posizione prima del referendum»
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Perché è scoppiato un altro caso-Delmastro

Delmastro, al pari di altri tre politici di Fratelli d’Italia (tra cui la vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino), fino a poco tempo fa era socio di un ristorante romano assieme a Miriam Caroccia, figlia 18enne del “ras” della ristorazione Mauro, che era finito a processo per intestazione fittizia con l’aggravante mafiosa, per aver ripulito i soldi dei Senese con i suoi locali. Delmastro, come gli altri, ha ceduto le sue quote della società Le 5 Forchette (con sede a Biella) dopo che la condanna a 4 anni nei confronti di Mauro Caroccia è diventata definitiva il 18 febbraio.

Schlein incalza Meloni sul caso-Delmastro: «Prenda posizione prima del referendum»
Andrea Delmastro (Imagoeconomica).

Delmastro da Catanzaro respinge ancora le accuse

Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde, ha parlato di «una situazione di gravità inaudita», evidenziando anche il fatto che Delmastro non ha comunicato alla Camera, come prevede la legge per ogni deputato, di possedere azioni di una società. I rappresentanti del Movimento 5 stelle nelle commissioni Antimafia hanno chiesto le dimissioni di Delmastro. Il diretto interessato, che già aveva respinto le accuse sottolineando di essere entrato in società «con una ragazza non imputata, non indagata, che poi si è scoperto essere la figlia di», a margine di un incontro a Catanzaro sul referendum del 22 e 23 marzo, rispondendo alle domande dei giornalisti sulla vicenda ha affermato che «la mafia è una montagna di merda».

La sconfitta di Borgonzoni sulla Capitale della Cultura 2028 e le altre pillole

Per Lucia Borgonzoni, sottosegretaria al ministero della Cultura, si tratta dell’ennesimo ko, dopo essere già stata esautorata sul cinema. Stavolta è per la scelta della Capitale della Cultura 2028, che la commissione guidata da Davide Desario ha voluto assegnare alla città di Ancona. Nella sala intitolata a Giovanni Spadolini, in via del Collegio Romano, il ministro Alessandro Giuli ha aperto ufficialmente la busta consegnatagli dal direttore dell’agenzia AdnKronos (voluto dall’ex ministro Gennaro Sangiuliano): davanti al pubblico dei sindaci che avevano candidato le loro città, e alla sottosegretaria che faceva il tifo per Forlì (è bolognese), Giuli prima ha scherzato, dicendo che «non canterò se no le muse mi inceneriscono, mi è andata bene con Vasco Rossi che non mi ha citato in giudizio» (un riferimento alla citazione di Albachiara intonata – si fa per dire – in occasione dell’annuncio di Alba Capitale italiana dell’Arte contemporanea 2027). Poi ha reso solenne l’annuncio. Non è mancato il commento di Borgonzoni: «Complimenti anche alle altre città finaliste per l’elevata qualità dei progetti». Già, «le altre». Che poi pure Antonio Tajani ci è rimasto male, dato che territorialmente faceva il tifo per Anagni e l’area della Ciociaria. Comunque, il dossier di Ancona è stato ritenuto da tutti il più completo: ha citato Luigi Vanvitelli, architetto e pittore del ‘700, e proposto il porto come spazio culturale, artistico e sociale, oltre al coinvolgimento del parco del Conero. Non mancherà l’apporto del tre volte premio Oscar Dante Ferretti, scenografo di fama mondiale, storico collaboratore del regista Federico Fellini.

La sconfitta di Borgonzoni sulla Capitale della Cultura 2028 e le altre pillole
Lucia Borgonzoni, Alessandro Giuli, il sindaco di Ancona Davide Silvetti e Davide Desario (foto Imagoeconomica).

Il Messaggero, nominato il nuovo vicedirettore

Come anticipato da Lettera43, è stata ufficializzata dal quotidiano Il Messaggero la nomina a vicedirettore di Christian Martino, dal primo aprile 2026. Andrea Bassi è stato nominato caporedattore dell’economia.

La sconfitta di Borgonzoni sulla Capitale della Cultura 2028 e le altre pillole
Christian Martino (foto Imagoeconomica).

La Russa saluta i consulenti finanziari

La finanza piace a Ignazio La Russa. E così, in qualità di presidente del Senato, ha inviato un videomessaggio ai consulenti finanziari riuniti a Roma all’Auditorium Parco della Musica per “Consulentia 26’”, evento organizzato da Anasf, l’associazione nazionale della categoria che conta oltre 13 mila associati e gestisce un patrimonio di oltre mille miliardi di euro. Cosa ha detto ‘Gnazio ai consulenti? «Un’attività, la vostra, che riveste un significato particolare per chi, con fiducia, si rivolge a professionisti qualificati nell’ottica di una corretta politica del risparmio. Il complicato momento storico che stiamo vivendo su scala internazionale di certo non contribuisce a rendere stabile il vostro lavoro, ma è soprattutto nelle difficoltà e nei periodi di fibrillazione che si comprende come può diventare importante il consulente finanziario». Poteva bastare? Ovviamente no: «Competenza, formazione e aggiornamento costante risultano fondamentali per poter offrire una collaborazione reale, vera e importante a chi ha fiducia in voi».

La sconfitta di Borgonzoni sulla Capitale della Cultura 2028 e le altre pillole
Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

La democrazia di Giuliano Amato

Giuliano Amato parteciperà venerdì 20 marzo a “Libri Come 2026” a Roma, con un incontro incentrato sul tema della democrazia, nell’Auditorium Parco della Musica. Nello Spazio Risonanze l’ex presidente del Consiglio presenterà la riedizione del libro Democrazia e definizioni di Giovanni Sartori, assieme a Luca Verzichelli e con la moderazione di Alessandra Sardoni.

La sconfitta di Borgonzoni sulla Capitale della Cultura 2028 e le altre pillole
Giuliano Amato (Imagoeconomica).

Quel Patek di Mattarella

Un “Patek Philippe Golden Ellipse” al polso del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: un orologiaio di Torino, Michele Carlino, sui social ha informato su quale meraviglia della tecnica adorna il polso del capo dello Stato. «Un capolavoro di eleganza», senza dubbio, dalla forma a ellisse, che viene valutato secondo l’esperto «tra i 15 e i 25 mila euro». Ma sul mercato dell’usato si trova anche a prezzi più bassi.

Regione Lombardia, cambio ai vertici della comunicazione

Cambio ai vertici nella comunicazione di Regione Lombardia. A due anni dalla fine naturale della consiliatura, Pierfrancesco Gallizzi, dal 2023 dirigente della struttura Comunicazione della Regione e dal 2018 direttore di Lombardia Notizie, agenzia di stampa ufficiale della Giunta, il primo aprile dovrebbe lasciare l’incarico per sbarcare, secondo i ben informati, in ACI. Al suo posto si attende un interno, anche se la rosa dei nomi – nonostante si tratti di nomina “politica” (deve passare dalla Giunta regionale) e il tempo stringa – non è ancora stata definita.

Prima di diventare direttore di Lombardia Notizie, Gallizzi ne era stato vicedirettore sotto la presidenza Formigoni. In passato è stato anche portavoce di Ignazio La Russa, ai tempi in cui era ministro della Difesa. In ACI, se il passaggio fosse confermato, troverà come presidente Geronimo La Russa, figlio del suo ‘ex’ capo.

Caro benzina, il Cdm verso un decreto ad hoc

Un Consiglio dei ministri è previsto nella serata del 18 marzo. Sul tavolo possibili provvedimenti su carburanti e rincaro dei prezzi dell’energia dovuti al conflitto in Iran: si va verso il varo di un decreto legge ad hoc.

Caro benzina, il Cdm verso un decreto ad hoc
Palazzo Chigi (Imagoeconomica).

Meloni ha visto Giorgetti e Pichetto Fratin a Palazzo Chigi

In mattinata la premier Giorgia Meloni ha visto a Palazzo Chigi il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin: sul tavolo il dossier carburanti, con un focus sulle misure per contrastare le possibili speculazioni. Da giorni imprese e associazioni dei consumatori chiedono al governo un intervento per mitigare il rialzo del prezzo dell’energia e quello dei carburanti.

Salvini: «Stanno prendendo corpo le proposte della Lega»

«C’è un Cdm questa sera e le proposte che stiamo avanzando come Lega da giorni, quindi un tetto al prezzo, un intervento sulle accise, anche una discussione a Bruxelles su altre forme di tasse come gli Ets che in questo momento non hanno senso, il Green Deal che è veramente un suicidio, stanno prendendo corpo», ha detto Matteo Salvini. A chi gli chiedeva di quantificare il tetto massimo al distributore, il ministro dei Trasporti ha risposto: «Assolutamente sotto i 2 euro. Una riduzione di 5-10 centesimi non sarebbe sicuramente sufficiente, l’obiettivo è scendere sotto l’1,90 per il diesel». Servirebbe dunque un taglio «da almeno 20-25 centesimi al litro», ha spiegato Salvini.

LEGGI ANCHE: Caro carburanti, cosa sono e come funzionano le accise mobili

Legami con la famiglia Carroccia, scoppia un nuovo caso-Delmastro

Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, al pari di altri politici di Fratelli d’Italia tra cui la vicepresidente della Regione Piemonte, Elena Chiorino, era socio di un ristorante romano assieme a un’esponente della famiglia di Mauro Carroccia, che in base a una sentenza definitiva è legato alla famiglia camorristica di Michele Senese. Lo ha rivelato Il Fatto Quotidiano. Una vicenda molto imbarazzante per il partito di Giorgia Meloni, subito attaccata dalle opposizioni.

Il ristorante e la società Le 5 Forchette

Il ristorante in questione, Bisteccherie d’Italia, si trova in via Tuscolana. E la società a cui fa capo, Le 5 Forchette, fino a meno di un mese fa aveva come soci Delmastro, Chiorino, Cristiano Franceschini, segretario provinciale di FdI e assessore in Comune a Biella, e Davide Eugenio Zappalà, consigliere FdI in Regione Piemonte. Il “problema” risiede nell’identità dell’amministratrice unica: Miriam Caroccia, appena 18enne al momento della nomina, figlia del “ras” della ristorazione Mauro, in carcere con una condanna definitiva a 4 anni per intestazione fittizia con l’aggravante mafiosa, per aver ripulito i soldi dei Senese con i suoi locali.

Legami con la famiglia Carroccia, scoppia un nuovo caso-Delmastro
Elena Chiorino (Imagoeconomica).

La cessione delle quote della società

Le 5 Forchette, società con un capitale di 10 mila euro e la sede nel centro di Biella, è stata costituita lì il 16 dicembre 2024. Miriam Caroccia ne deteneva il 50 per cento. Delmastro aveva il 25 per cento. L’impiegata Donatella Pelle il 10 per cento, poi Chiorino, Franceschini e Zappalà col 5 per cento. Delmastro aveva già ceduto a novembre 2025 metà delle sue quote a una società di cui lui stesso è l’unico proprietario, la G&G. La sentenza nei confronti di Mauro Caroccia è diventata definitiva il 18 febbraio scorso: nove giorni dopo il sottosegretario ha passato il 25 per cento a Pelle. Il 5 marzo tutti i soci si sono poi liberati insieme delle loro quote a favore di Miriam Caroccia, diventata unica proprietaria.

Opposizioni all’attacco: «Meloni che dice?»

«Era opportuno che Delmastro, già condannato in primo grado a otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio, avesse certe frequentazioni considerato il ruolo ricoperto?», domanda Debora Serracchiani, responsabile Giustizia nella segreteria nazionale del Pd. I parlamentari del Movimento 5 stelle in commissione Antimafia hanno anticipato la presentazione di una richiesta «affinché la commissione d’inchiesta chieda tutti gli atti e faccia ogni approfondimento necessario». Così Marco Grimaldi di Avs: «Siamo rispettosi del lavoro che sta svolgendo la magistratura, quella a cui FdI cerca di spuntare le armi, perché se i fatti fossero confermati, sarebbero di una gravità inaudita. Nel mentre, la Presidente del Consiglio non ha nulla da dire?».

Legami con la famiglia Carroccia, scoppia un nuovo caso-Delmastro
Andrea Delmastro (Imagoeconomica).

La difesa di Delmastro e degli altri meloniani

«La mia storia antimafia è chiara ed evidente, le mie battaglie contro la mafia sono chiare ed evidenti. Il mio II livello di scorta certamente non nasce per altri motivi se non per la battaglia contro la mafia che stiamo facendo: questo parla per me». Così Delmastro, a margine della cerimonia di celebrazione del 209esimo annuale di fondazione del corpo di polizia penitenziaria che si è svolta a Napoli. Il sottosegretario ha evidenziato poi di essere entrato in società «con una ragazza non imputata, non indagata, che poi si scopre essere la figlia di». E di essersi poi tolto da Le 5 Forchette «per il rigore etico e morale» che lo contraddistingue nella battaglia contro la mafia. Sulla stessa linea i compagni di partito Chiorino, Franceschini e Zappalá: «Abbiamo scelto, come già evidenziato dal sottosegretario Delmastro, di uscire immediatamente dalla società costituita un anno fa nel momento stesso in cui siamo venuti a conoscenza della posizione relativa al padre della giovane ex socia, che risulta tutt’ora incensurata. Una decisione non formalmente dovuta, ma netta, che nasce da un principio non negoziabile: il rispetto della legalità».

Magistratura come un cancro: Zaffini e il copyright di Berlusconi

In questa campagna referendaria i campioni del fronte del No e del purtroppo non si sono risparmiati. Ne abbiamo sentite di ogni: «Csm sistema para-mafioso», magistrati come «plotoni di esecuzione», «mafiosi e massoni» pronti a barrare il Sì, «banditi» che vogliono manomettere la Costituzione. Mancava giusto la vecchia equiparazione magistratura-cancro.

Zaffini: «Finire davanti alla magistratura è come se ti diagnosticano un cancro»

A rispolverarla ci ha pensato il senatore di Fratelli d’Italia Franco Zaffini, che il 14 marzo, intervenendo a un evento per il Sì in quel di Terni, non ha usato mezzi termini: «Finire davanti alla magistratura è come se ti diagnosticano un cancro». Il meloniano ha pure preso le difese di Giusi Bartolozzi, la capo di gabinetto di Carlo Nordio che «è stata portata su tutte le prime pagine dei giornali perché ha detto che è un plotone d’esecuzione quando caschi davanti alla magistratura. Io aggiungo che è come se ti diagnosticano un cancro. È peggio di un plotone d’esecuzione». Perché, ha spiegato Zaffini, «con un plotone d’esecuzione sai che devi morire e ti chiedi quanto manca…. Dal cancro puoi guarire o morire. Il problema è che ti curano i medici. Se tu vai nelle mani della magistratura invece è un’avventura. Non sai con chi ti combini, chi ha condotto le indagini, non sai cosa di capiterà».

Quando era Berlusconi a usare la metafora magistratura-cancro

«I giudici ideologizzati sono una metastasi della democrazia»(2008)

Dichiarazione gravissima, si dirà. Certamente non nuova. Il copyright infatti è di Silvio Berlusconi, che negli anni ha associato con costanza e naturalezza le toghe al cancro (con vari emuli, come Maurizio Gasparri nel 2023). Fin dal giugno 2008 quando da presidente del Consiglio, di fronte all’assemblea della Confesercenti, arrivò a definire – tra i fischi – «i giudici ideologizzati» una «metastasi della democrazia». Prima dell’affondo, il Cav aveva ricordato che «molti pm» avrebbero voluto vederlo «legato», con tanto di gesto delle manette e aveva spiegato che un presidente del Consiglio «ha le mani legate di fronte a un’architettura che non è quella di uno Stato moderno ma è quella di uno Stato antico».

«Nella nostra democrazia c’è una patologia che è la peggiore: la magistratura» (2010)

Nel 2010, intervenendo alla cena elettorale di Roberto Formigoni, Berlusconi tornò all’attacco dei giudici. «Abbiamo un grave problema nella nostra democrazia», disse. «C’è una patologia che è la peggiore: è la magistratura con personaggi e correnti che fanno la guerra a chi non vogliono stia in maggioranza e al governo e per queste elezioni hanno fatto vincere il formalismo sul diritto legittimo dei cittadini a votare».

«Magistrati, cancro da estirpare» (2011)

Il refrain si ripetè anche a maggio 2011. Per la chiusura della campagna elettorale di Letizia Moratti a sindaco di Milano (venne sconfitta da Giuliano Pisapia, tra l’altro favorevole al Sì al referendum), Berlusconi, continuando la litania della persecuzione giudiziaria e dei complotti contro di lui, invitò il suo popolo a «estirpare il cancro della magistratura dalla democrazia italiana». Il bersaglio erano i pm milanesi che si occupavano delle sue vicende giudiziarie. Successivamente però spiegò che aveva usato la parola «cancro in modo figurato». Sarà anche vero, ma poi ha continuato sulla stessa linea (figurata o meno).

«Oggi nella democrazia c’è un cancro che si chiama magistratura» (2013)

Nel febbraio 2013, durante un comizio elettorale a Bari, Berlusconi riutilizzò la stessa metafora. «Oggi dentro la nostra democrazia c’è un cancro, una patologia che si chiama magistratura». Un’accusa rivolta «non a tutti i magistrati, ma a una corrente legata da un filo rosso che usa il potere dei giudici contro gli avversari per farli sparire. A me», aggiunse il Cav, «hanno riservato in 20 anni un trattamento che solo io che ho le spalle larghe e uno spirito da guerriero ho potuto sopportare».

«La magistratura è un cancro» (2013)

Solo un mese dopo, a margine del processo Mediaset, B tornò all’attacco: «La magistratura è un cancro, una patologia del nostro sistema. Il 23 marzo scenderemo tutti in piazza contro i magistrati». E, ancora: «C’è una parte della magistratura che utilizza la giustizia per combattere ed eliminare gli avversari politici che non si riescono ad eliminare con il sistema democratico delle elezioni».

«Il cancro peggiore della nostra democrazia è la magistratura italiana così combinata» (2016)

Il leitmotiv tornò nel 2016 quando, intervenendo alla presentazione del libro di Myrta Merlino Madri. Perché saranno loro a cambiare il mondo, Berlusconi si prese come sempre la scena raccontando aneddoti su mamma Rosa. Però non si risparmiò un attacco finale alle toghe rosse: «Il cancro peggiore della nostra democrazia è la magistratura italiana così combinata», sentenziò. «Dal 1994 sono considerato un ostacolo alla presa di potere della sinistra, anche oggi». Per concludere: «Tra i miei rimpianti, c’è non aver fatto la riforma». A rimediare ci ha pensato Giorgia Meloni. Sempre che vinca il Sì.

Referendum, il Pd contro lo «scandaloso monologo di Meloni su Rete 4»

Protesta dei parlamentari dem in Commissione di Vigilanza Rai contro la puntata di lunedì 16 marzo di Quarta Repubblica, su Rete 4, che ha dato spazio a una lunga intervista a Giorgia Meloni, definita «uno scandaloso monologo di mezz’ora in prima serata senza contraddittorio» a favore del Sì, a pochi giorni dal referendum sulla giustizia. «Sembrava di essere a TeleTrump o a TeleOrban», hanno denunciato i membri del Pd della Commissione di Vigilanza Rai, parlando di «copione provato e recitato» e chiedendo all’Agcom «una sanzione esemplare» e un intervento immediato di riequilibrio della par condicio.

La puntata del programma di Nicola Porro («conduttore primo fan» di Meloni per il Pd) è iniziata con 15 minuti dedicati alla storia del presentatore televisivo Enzo Tortora, accusato erroneamente nell’estate del 1983 di associazione camorristica e traffico di droga: in studio la figlia Gaia, giornalista e conduttrice. Poi l’intervista a Meloni (che è stata pure da Fedez), seguita da un altro quarto d’ora sul caso Tortora, con riferimenti diretti alla riforma su cui gli italiani saranno chiamati a votare il 22 e 23 marzo. Dopo un momento di confronto tra il fronte del Sì e quello del No, osservano i parlamentari dem, la trasmissione è poi tornata a ospitare praticamente solo figure a favore della riforma della giustizia. In chiusura altri 25 minuti con Giuseppe Cruciani, anche lui per il Sì.

Nel mirino del Pd è finito non solo il programma Quarta Repubblica, ma l’intero palinsesto Mediaset. Sulle reti del Biscione, per riequilibrare i tempi di parola, viene sì dato spazio a servizi dedicati alle ragioni del No. Ma solo formalmente: gli interventi di chi è contro la riforma costituzionale vengono da diversi giorni (anzi notti) confinati nelle fasce con meno pubblico, ovvero tra l’1:30 e le 6. Quando la maggior parte degli elettori, ovviamente, sta dormendo.

Meloni da Fedez, il cappellino del Tg2 al Papa e le pillole del giorno

Non solo è scesa in campo, ma è entrata direttamente nel ring. Dopo varie ospitate e gli appelli sui social, Giorgia Meloni si gioca l’ultimo asso per lanciare la volata al Sì: partecipare a Pulp Podcast di Fedez e Mr Marra. La puntata, di cui è uscito un brevissimo estratto, sarà messa online giovedì. Una mossa, quella di Meloni, che a pensar male potrebbe sembrare un’ultima spiaggia. Sebbene bella popolata se si considera che alcuni episodi di Pulp Podcast, come quello con Roberto Vannacci, o con l’ex nemico Maurizio Gasparri (a cui Fedez ha offerto addirittura una canna) sono diventati virali. Forse la premier grazie al gancio di Fedez forse spera di raggiungere gli elettori più giovani e sicuramente meno ideologizzati.

L’ospitata segna pure il disgelo definitivo tra la leader di FdI e il rapper. Era il 2022 quando dal palco di Atreju Meloni attaccava frontalmente gli influencer e indirettamente l’allora signora Lucia, Chiara Ferragni: «Il vero modello da seguire non solo gli influencer che fanno soldi a palate indossando degli abiti, mostrando delle borse o addirittura promuovendo carissimi panettoni con i quali si fa credere che si farà beneficenza, ma il cui prezzo serve solo a pagare cachet milionari». Fedez ovviamente replicò. «Evento singolare è che pochi minuti fa la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sul palco della sua fantastica festa del partito, abbia deciso di parlare delle priorità del Paese: avrà parlato della disoccupazione giovanile? No. Ha parlato della manovra finanziaria che stanno facendo col cu*o e che non hanno ancora finito? No. Ha parlato della pressione fiscale del Paese? No. Ha deciso di dire: ‘Diffidate alle persone che lavorano sul web’. Questa è la priorità del nostro Presidente del Consiglio».

Meloni da Fedez, il cappellino del Tg2 al Papa e le pillole del giorno
Fedez con la foto di Galeazzo Bignami (Ansa).

Acqua passata comunque. Come è passata l’era Ferragnez. Anche perché Fedez da filo grillino, gran accusatore della destra – chi non ricorda (per dirne un paio) l’elenco delle uscite omofobe della Lega snocciolate durante il Primo maggio 2021 o il freestyle durante il quale dalla Costa Smeralda al largo di Sanremo nel 2023 Fedez strappò la foto del viceministro Galeazzo Bignami in costume da nazista e attaccò la ministra Eugenia Roccella – è finito al congresso dei giovani di Forza Italia con la benedizione di Gasparri, ha cantato strofe contro Elly Schlein. E ha criticato duramente il sindaco di Milano Beppe Sala ai tempi dell’inchiesta sull’urbanistica. «Sei il sindaco della città di Mani Pulite, inchiesta che ha svelato il modus operandi di un’intera classe politica, fondato sulla corruzione. E che fai? Per manifestare la tua estraneità ai fatti e alle inchieste che stanno segnando le ultime settimane del capoluogo meneghino, decidi di usare l’espressione: ‘io ho le mani pulite’. Davvero?». Lo stesso Sala che aveva consegnato a lui e consorte l’Ambrogino d’oro. Insomma, Fedez resterà folgorato sulla via della Scrofa abbracciando in toto la causa destrorsa?

Meloni da Fedez, il cappellino del Tg2 al Papa e le pillole del giorno
Giuseppe Cruciani, Stefano Benigni e Fedez al congresso dei Giovani di Forza Italia (Ansa).

Il cappellino del Tg2 per Prevost

Credevamo di aver visto tutto: il ministro degli Esteri Antonio Tajani con in mano il cappellino Maga, gentile cadeau offerto ai partecipanti della riunione del Board of Peace di Washington e prima ancora Gennaro Sangiuliano in campagna per le Regionali campane con in testa il ‘tarocco’ con la scritta “Make Naples Great Again”. E invece no. Lunedì di cappellino ne è volato un altro, e questa volta tra tra le mura vaticane. Il direttore Antonio Preziosi ha donato a Papa Leone XIV il copricapo brandizzato Tg2, realizzato per festeggiare il mezzo secolo di vita della testata. In prima fila, c’era la vicedirettrice del Tg2 Elisabetta Migliorelli, ex signora Petrecca.

Prima gaffe involontaria del pontefice americano: «Saluto l’amministratore delegato della Rai», ha esordito il Pontefice. Peccato che Giampaolo Rossi fosse assente. Ma niente panico: «Ah, non c’è? Primo sbaglio! Stasera al Tg2 delle 20:30 vedrò che il Santo Padre ha detto questa cosa… Comunque comunicate i miei saluti anche all’amministratore», ha scherzato Prevost.

Festa all’Aniene per Maira

Circolo Canottieri Aniene in festa lunedì sera. Il neurochirurgo di fama mondiale Giulio Maira, proprio nel giorno del suo compleanno (classe 1944) ha presentato il suo libro Dove danzano i pensieri. Capire il mondo con le neuroscienze. Tanti i vip presenti nel sodalizio romano caro a Giovanni Malagò: da Luigi Gubitosi a Luigi Abete, fino a Silvia Calandrelli, direttrice Rai per la Sostenibilità e monsignor Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontificia accademia per la vita.

Meloni da Fedez, il cappellino del Tg2 al Papa e le pillole del giorno
Giulio Maira (Imagoeconomica).

Se i quotidiani diventano set cinematografici

Durante la festa per la free press Leggo è stato ricordato che la redazione è stata set per film famosi, come Smetto quando voglio I e II, Beata ignoranza e Ricchi di fantasia. La scorsa settimana pure la sede de Il Messaggero, in via del Tritone, ha ospitato le scene di un film.

Meloni da Fedez, il cappellino del Tg2 al Papa e le pillole del giorno
Una scena de Il provinciale girata nella redazione del Messaggero.

E non è stata la prima volta. Perché il quotidiano fu al centro della storia del film Il provinciale, diretto nel 1971 da Luciano Salce con protagonista Gianni Morandi, un giovanotto arrivato nella Capitale con l’ambizione di diventare giornalista…

Meloni da Fedez, il cappellino del Tg2 al Papa e le pillole del giorno
Gianni Morandi ne Il Provinciale.

Energia verde per il Vaticano

La settimana prossima la Camera dei Deputati dimostrerà di avere a cuore il Vaticano. Dopo il referendum sulla giustizia, Montecitorio dovrà occuparsi dell’accordo tra Italia e Santa Sede per un impianto agrivoltaico a Santa Maria di Galeria, già approvato dal Senato. Di che si tratta? Della definizione, con tanto di bollo parlamentare, di quanto era stato firmato a Palazzo Borromeo, sede dell’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, e l’ambasciatore Francesco Di Nitto, rappresentante italiano presso la Santa Sede. A Santa Maria di Galeria, area di proprietà della Santa Sede, sorgerà un impianto agrivoltaico per produrre energia elettrica rinnovabile destinata alla Città del Vaticano: un progetto pensato «per conciliare l’uso agricolo del suolo con la produzione energetica, per proteggere l’equilibrio idrogeologico, ridurre l’impatto ambientale e tutelare il patrimonio culturale, archeologico e paesaggistico della zona», voluto da Papa Francesco, che con la Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio “Fratello Sole” del 21 giugno 2024, aveva affidato, al presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e al Presidente dell’amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, «l’incarico di realizzare un impianto agrivoltaico ubicato all’interno della zona extraterritoriale di Santa Maria di Galeria, che assicuri, non soltanto l’alimentazione elettrica della stazione radio ivi esistente, ma anche il completo sostentamento energetico dello Stato della Città del Vaticano». Insomma, una scelta “autarchica” voluta dal pontefice che aveva elaborato la teoria della «terza guerra mondiale a pezzi» e che oggi, a causa del conflitto in Medio Oriente, diventa ancora più strategica. L’agrivoltaico permette di produrre energia rinnovabile sfruttando pannelli solari installati su terreni agricoli, senza rinunciare alla loro coltivazione, un approccio che consente di conciliare la produzione agricola con quella energetica, in modo sostenibile, proprio nella zona extra territoriale dove sorge il Centro Radio in onda corta della Radio Vaticana, curato dal Dicastero per la Comunicazione. 

Al GF vip pure la figlia di Angelo Altea

Il Grande Fratello Vip regala sempre grandi sorprese. In questa edizione, partecipa anche Ibiza Altea, 26 anni, nata ad Atlanta, in America, ma cresciuta in Italia. La scheda personale inviata dagli organizzatori recita: «Figlia di Priscilla, vocalist americana a Ibiza, e di Angelo, ex parlamentare di origini sarde, ha vissuto a Vicenza, per poi trasferirsi a Milano, dove attualmente è modella e attrice. Per Ibiza questo mix di culture è un dono». Già, Angelo Altea, giornalista e deputato per due legislature: eletto inizialmente con Rifondazione Comunista, passò al Movimento dei Comunisti Unitari e infine ai Democratici di Sinistra. È stato anche capo servizio de L’Unione Sarda e presidente provinciale dell’Arci di Nuoro.

La Russa e la famiglia del bosco, un richiamo della foresta irresistibile

Ci sono una buona e una cattiva notizia. La buona: Ignazio La Russa, tramite video sui social, informa che non incontrerà la cosiddetta famiglia del bosco questo mercoledì, il 18 marzo, cioè a ridosso del referendum sulla giustizia, sia mai che si possa strumentalizzare. La cattiva: lo farà comunque dopo, sensibile – dice – al richiamo dei genitori «degli sfortunati bambini».

La seconda carica dello Stato dovrebbe spegnere i fuochi della polemica

Il presidente del Senato, seconda carica dello Stato, custode della terzietà istituzionale, uomo che dovrebbe incarnare equidistanza e soprattutto non alimentare i fuochi della polemica ma spegnerli, ha deciso che quella vicenda merita non una nota stampa, un generico appello alla tutela delle famiglie, ma un incontro diretto. Nessuno glielo ha chiesto, e non c’è norma che lo preveda. Il codice di buona condotta istituzionale, semmai, lo sconsiglierebbe vivamente.

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Ma per La Russa la famiglia del bosco è, politicamente, come il richiamo della foresta. L’icona perfetta del racconto che la destra sta costruendo con meticolosa strategia: magistratura cattiva, politica buona. Lo Stato nemico del popolo e dei deboli. Insomma, una trama da cui è difficile tenersi lontani. Un meccanismo rodato, che al presidente del Senato non par vero enfatizzare facendo di un caso di cronaca controverso il viatico per una campagna di propaganda.

La Russa e la famiglia del bosco, un richiamo della foresta irresistibile
Il presidente del Senato Ignazio La Russa e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni (foto Ansa).

Fontana, presidente della Camera e leghista doc, si sta contenendo

Colpisce, ma questo è un suo merito, il confronto con il collega di Montecitorio. Lorenzo Fontana, presidente della Camera, leghista doc, uno che sulla carta dovrebbe essere il più tentato dalla militanza attiva, resta al suo posto mostrando una commendevole disciplina istituzionale. Non commenta le sentenze e non si presta alle narrazioni di parte. Fa il presidente della Camera, punto. La Russa, invece, non ha smesso i panni di quando era un attivista missino, incurante del fatto che il suo ruolo attuale imporrebbe di dismetterli.

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Il presidente della Camera Lorenzo Fontana (Imagoeconomica).

Il paradosso è evidente: l’uomo di Alleanza nazionale, il nostalgico convertito al garantismo di convenienza, l’alfiere della destra che ha sempre applaudito – vedi Mani Pulite – al ruolo moralizzatore delle procure, ora dall’alto della sua carica istituzionale fa esattamente quello che ha sempre accusato gli altri di fare. Invadere. E biasima l’intervento dei giudici.

L’ambiente del bosco dove sono cresciuti i figli di Ignazio è quello verticale

Ciò non vuol dire che la vicenda della famiglia del bosco non meriti attenzione. Ma come lei ce ne sono centinaia la cui odissea si svolge tra servizi sociali, tribunali e una burocrazia che spesso fa a pugni con le ragioni umanitarie. E su cui però non si accendono i riflettori. Ma il presidente del Senato incontra proprio quella che demagogia e propaganda hanno ritenuto degna di interesse. Quella che è finita sui giornali e che per senso e tempistica (siamo a ridosso di un referendum sulla giustizia che la destra deve vincere) presentava requisiti perfetti. La Russa dirà che lo fa per umanità, da padre di famiglia quale anche lui è, anche se l’ambiente del bosco dove sono cresciuti i suoi figli è quello verticale. Carità cristiana, dirà qualcuno. Ma mai come in questo caso pelosa.

Biennale, inviati al Mic i documenti su padiglione russo: «Nessuna violazione»

La Biennale di Venezia ha inviato al ministero della Cultura la documentazione relativa al padiglione russo previsto alla prossima edizione dell’Esposizione internazionale d’arte che aprirà il 9 maggio. L’istituzione presieduta da Pietrangelo Buttafuoco ha precisato che «nessuna norma è stata violata» e che «le sanzioni verso la Federazione Russa sono state rispettate integralmente come da nostro dovere». A richiedere «con la massima urgenza» elementi in merito alla partecipazione della Russia alla Biennale, con particolare riferimento alle modalità di allestimento e di gestione del padiglione e alla loro compatibilità con il regime sanzionatorio in vigore, era stato il ministro Alessandro Giuli. L’obiettivo è accertare se la gestione logistica, i materiali e le eventuali movimentazioni collegate all’allestimento possano entrare in conflitto con le restrizioni adottate dall’Unione europea dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022.

Biennale, inviati al Mic i documenti su padiglione russo: «Nessuna violazione»
Alessandro Giuli (Ansa).

Il rischio di sospensione dei finanziamenti europei in caso di irregolarità

Le sanzioni non vietano la partecipazione di artisti russi a eventi culturali internazionali, ma pongono limiti su transazioni, logistica e rapporti con enti statali. Per questo il ministero vuole chiarire se l’organizzazione del padiglione russo abbia richiesto operazioni che necessitano di autorizzazioni specifiche. In caso di irregolarità, l’applicazione delle sanzioni resta di competenza degli Stati membri. Non è invece automatico il rischio di contromisure dirette da parte dell’Unione europea. Sullo sfondo c’è però il tema dei finanziamenti comunitari alla Fondazione Biennale, pari a circa 2 milioni di euro in tre anni nell’ambito del programma Europa Creativa. Un portavoce della Commissione ha chiarito che, in caso di violazione degli accordi, il progetto potrebbe essere sospeso o revocato.