Zaia ministro? Una suggestione mai esistita (e Salvini pensa solo al Viminale)

Non c’è mai stata una ipotesi Luca Zaia ministro. Se mai l’ex governatore veneto avrà la possibilità di entrare in un esecutivo di centrodestra, non sarà certo nel Meloni I, ma dovrà aspettare l’eventuale conferma della maggioranza in carica e un Meloni II.

Zaia ministro? Una suggestione mai esistita (e Salvini pensa solo al Viminale)
Luca Zaia, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Il messaggio di Salvini ai “nordisti” e agli alleati

Dopo giorni di voci e indiscrezioni, i leghisti lo hanno capito bene dalle parole pronunciate da Matteo Salvini. Nella riunione che si è tenuta in via Bellerio lunedì pomeriggio, Zaia presente, il segretario è stato netto: la Lega non chiede rimpasti o cambi nella squadra di governo, ha scandito, senza mai nominare il veneto. Il governo va avanti così fino a fine legislatura, nell’autunno 2027, ha poi aggiunto Salvini. Poi, mandati tutti a casa e abbassate le tapparelle di via Bellerio, il messaggio è stato corretto con una ‘velina’ indirizzata ai cronisti delle principali testate. Posto che la Lega non chiede nulla, è stato fatto trapelare, se mai gli alleati ritenessero necessario un rimpasto, la «priorità per il partito è la sicurezza». In altri termini: prima pensiamo a far tornare Salvini al Viminale (poltrona diventata incandescente dopo le rivelazioni della giornalista Claudia Conte su una presunta liaison con Matteo Piantedosi), non è aria di Zaia al Turismo, in sostituzione di Daniela Santanchè, o al Mimit, al posto di Adolfo Urso. Un messaggio interno diretto a chi, come il governatore lombardo Attilio Fontana, chiede a gran voce che l’ex collega veneto guidi la Lega al Nord. E anche un messaggio agli alleati: se si cambia, io voglio essere protagonista della partita.

Zaia ministro? Una suggestione mai esistita (e Salvini pensa solo al Viminale)
Luca Zaia con Adolfo Urso (Imagoeconomica).

Le fibrillazioni post referendum in FI e FdI

Perché è vero che la partita post débâcle referendaria, tutta interna alla maggioranza, sembra essersi chiusa con il ‘patto del Torrino‘, siglato da Meloni, e dai suoi due vicepremier, Salvini e Antonio Tajani, a cena nella villa della presidente del Consiglio il venerdì dopo il voto. Ma i partiti continuano a essere in fibrillazione con i cambi imposti da Marina Berlusconi ai vertici di Forza Italia: prima Maurizio Gasparri che ha dovuto lasciare il posto di capogruppo al Senato e ora Paolo Barelli che rischia di dover saltare a Montecitorio. Anche in Fratelli d’Italia il clima è rovente, dopo le dimissioni di Andrea Delmastro e di Daniela Santanchè, pretese da Meloni. Urso è nel mirino, anche se allo stato non rischierebbe, spiegano fonti qualificate di via della Scrofa.

Zaia ministro? Una suggestione mai esistita (e Salvini pensa solo al Viminale)
Andrea Delmastro (Ansa).

Meloni sembra intenzionata a tirare dritto

Dopo lo scossone della sconfitta elettorale, e malgrado la tentazione di far precipitare tutto (come suggerito, tra gli altri, da Giancarlo Giorgetti e Giovanbattista Fazzolari), Meloni sembra essere determinata ad andare avanti. «Reculer pour mieux avancer» per dirla con le parole di Carlo Nordio. Ovvero: arretrare per prendere la rincorsa e avanzare. Ed è per questo che la premier ha fissato l’informativa alle Camere per giovedì dopo Pasqua. Informativa e non comunicazioni, come chiesto dalle opposizioni, per ridimensionare il valore dell’appuntamento ed evitare che il voto sulle risoluzioni venga assimilato a un voto sul governo. Un appuntamento in cui ci si aspetta che Meloni annunci la volontà di proseguire con determinazione. E l’idea sarebbe di farlo fino alla fine della legislatura. A meno che tutto non sia un bluff.

Zaia ministro? Una suggestione mai esistita (e Salvini pensa solo al Viminale)
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Il comitato condotta della Camera formalizza la sanzione a Delmastro

Il comitato consultivo sulla condotta dei deputati formalizzerà la sanzione nei confronti di Andrea Delmastro per la pubblicazione non tempestiva, nella dichiarazione patrimoniale, delle sue quote poi cedute della società Le 5 forchette. Quest’ultima è titolare del ristorante Bisteccheria d’Italia gestito da Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, accusato di essere un prestanome del clan Senese. La comunicazione tardiva con cui l’ex sottosegretario alla Giustizia ha integrato la documentazione non è quindi servita a evitare una dichiarazione di censura di tipo reputazionale, che verrà letta dal presidente della Camera Lorenzo Fontana in aula.

Il mister X per federare la sinistra secondo Bindi e le altre pillole del giorno

Mister X inizia a prendere forma. L’Italia non andrà ai Mondiali di calcio per (almeno) 16 anni, ma ora c’è un’altra mission apparentemente impossible da provare ad affrontare: unire il centrosinistra. Con un mediatore, facilitatore, federatore, chiamatelo come vi pare. Qualcuno ha provato a spulciare tra i nomi degli ex diccì, ma quei profili si adattano meglio al toto-Quirinale. Tra le più divertite in questo giochino della caccia al nome sembra esserci Rosy Bindi. Che, dopo aver detto di avere in testa una “carta coperta” (papa, non papessa, spiace per Silvia Salis), ha parlato al Corriere della sera: serve «un facilitatore di programma che costringa Elly Schlein e Giuseppe Conte a superare le antinomie. Una cosa di buon senso. Che poi, potrebbe anche essere il candidato premier». Tipo chi? Circolano i nomi di Roberto Gualtieri, Antonio Decaro, Gaetano Manfredi, Ernesto Maria Ruffini. Ma secondo Bindi ci vuole qualcuno «riconosciuto, che non sia in competizione. Altrimenti non si risolve il problema». Magari un Romano Prodi più giovane? «Esatto», ha risposto l’ex presidente del Partito democratico. Tutti gli indizi portano a… Pier Luigi Bersani, 12 anni meno anziano del Professore (74 contro 86), di certo non proprio una ventata di freschezza. Sarebbe il cavallo giusto su cui puntare? «Ora devo proprio andare», ha tagliato corto Bindi, sfoderando la mossa-Stefania Craxi (che per svicolare è arrivata a dire ai giornalisti di dover andare dal parrucchiere). E comunque qualcuno che tifa per la sindaca di Genova c’è, per esempio l’ex ministro M5s e fondatore di Primavera Vincenzo Spadafora: «Io resto convinto che se Salis partecipasse alle Primarie le vincerebbe. Ma rispetto quello che deciderà», ha detto in un colloquio con La Stampa.

Il mister X per federare la sinistra secondo Bindi e le altre pillole del giorno
Il mister X per federare la sinistra secondo Bindi e le altre pillole del giorno
Il mister X per federare la sinistra secondo Bindi e le altre pillole del giorno
Il mister X per federare la sinistra secondo Bindi e le altre pillole del giorno
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Il mister X per federare la sinistra secondo Bindi e le altre pillole del giorno

Mattarella diserta Napoli per il maltempo

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha annullato il viaggio a Napoli dove, secondo l’agenda istituzionale, avrebbe dovuto partecipare alla cerimonia organizzata in occasione del 103esimo anniversario di costituzione dell’Aeronautica militare. La decisione del capo dello Stato è stata motivata con le pessime condizioni meteorologiche previste nel capoluogo campano. E pensare che Fiorello avrebbe potuto “giocare” facilmente sulla visita napoletana presidenziale, dato che nelle sue imitazioni a La Pennicanza su Rai Radio 2 prende di mira sia Mattarella sia il governatore della Regione Campania Roberto Fico, che nella cerimonia doveva stringere la mano al capo dello Stato.

Tra Zangrillo e Pichetto non mettere il Piemonte

In Piemonte, con Forza Italia che vanta oltre 10 mila tesseramenti – di cui la metà fra Torino e Cuneo -, viene evocato il nome del ministro Paolo Zangrillo per guidare nella Regione, per un secondo mandato, il partito berlusconiano. Ma c’è il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che pare non gradire: e lui è stato pure coordinatore regionale forzista dal 2014 al 2018, anche se c’è chi ne parla sempre dicendo che «non l’hanno visto arrivare», un po’ come accade con Elly Schlein nel Pd. Eppure sta sempre dappertutto, in particolare su ogni dossier “caldo”, non solo nel governo ma anche nel partito. E allora, come capita sempre, tra i due litiganti potrebbe godere un terzo, ossia Roberto Rosso, attualmente segretario provinciale a Torino. Anche se viene definito come «vicino a Maurizio Gasparri», cioè «il perdente delle ultime settimane». Comunque di quote rosa tra gli azzurri, in Piemonte, nemmeno a parlarne…

Il mister X per federare la sinistra secondo Bindi e le altre pillole del giorno
Il mister X per federare la sinistra secondo Bindi e le altre pillole del giorno
Il mister X per federare la sinistra secondo Bindi e le altre pillole del giorno

Tornano i Craxi. E pure Sigonella…

«Neanche a farlo apposta, abbiamo portato Stefania Craxi al posto di Maurizio Gasparri, alla guida del gruppo di Forza Italia al Senato, e dopo lei torna pure la storia di Sigonella»: la nemesi storica appare nei racconti dei forzisti, che contano anche le presenze televisive di Bobo Craxi, chiamato per evocare cosa successe in quel lontano 1985. Ora che il ministro della Difesa Guido Crosetto ha negato Sigonella agli aerei statunitensi, non resta che riparlare di Bettino invitando i suoi eredi.

Copasir, l’Artico, Cuperlo e il ricordo di Pomicino

Si avvicina Pasqua, ma le giornate sono intense per i parlamentari, alle prese con i lavori delle commissioni, e non solo. Mercoledì primo aprile a Palazzo San Macuto il Copasir, ossia il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, ospita l’audizione di Giovanni Caravelli, direttore dell’Aise, l’Agenzia informazioni per la sicurezza esterna. Subito dopo, il comitato permanente sulla politica estera per l’Artico ascolterà Paul McCarthy, senior research fellow per gli affari europei al Margaret Thatcher Center for Freedom della Heritage Foundation, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle dinamiche geopolitiche nella regione dell’Artico. Nella sala della Lupa di Montecitorio, presentazione del libro di Gianni Cuperlo La frontiera ferita – Guerre, fascismo, foibe, esodo, con il presidente della Camera dei deputati Lorenzo Fontana, Gianfranco Fini e Luciano Violante. Infine, nell’aula di Montecitorio verrà commemorato il democristiano Paolo Cirino Pomicino, morto il 21 marzo a 86 anni. E nella giornata del 2 aprile la Camera aderirà «visibilmente» all’iniziativa della Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo, con la facciata di Montecitorio che sarà illuminata di colore blu.

Perché Claudia Conte ha ammesso proprio ora una relazione con Piantedosi?

«È una cosa che non posso negare, però sono molto riservata nella mia vita privata». Così, alla fine dell’intervista a Money Talk, la giornalista Claudia Conte ha confessato – col sorriso – di avere una relazione con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Piazzando una bella bombetta sul governo Meloni. Impossibile non pensare all’affaire Sangiuliano-Boccia. Anche se i due casi non sono sovrapponibili, visto che alla giornalista, attrice, scrittrice, conduttrice e opinionista tv – classe 92 – non sembra essere stato promesso alcun incarico istituzionale.

I sospetti sulle comparsate di Claudia Conte a eventi ufficiali

Fatto sta che l’immagine di Piantedosi, sposato con una collega Prefetta, ne uscirebbe piuttosto ammaccata. Anche perché, come aveva evidenziato Dagospia, ci si chiedeva come mai la giornalista-opinionista presenziasse con costanza a eventi pubblici e istituzionali, postasse sui social sue foto con ministri e politici (molto Boccia-style), arrivando a essere la presentatrice ufficiale della Amerigo Vespucci. Chi l’ha sponsorizzata?

Perché Claudia Conte ha ammesso proprio ora una relazione con Piantedosi?
Perché Claudia Conte ha ammesso proprio ora una relazione con Piantedosi?
Perché Claudia Conte ha ammesso proprio ora una relazione con Piantedosi?
Perché Claudia Conte ha ammesso proprio ora una relazione con Piantedosi?
Perché Claudia Conte ha ammesso proprio ora una relazione con Piantedosi?
Perché Claudia Conte ha ammesso proprio ora una relazione con Piantedosi?

E se ci fosse la manina di FdI dietro il trappolone a Piantedosi?

Ma la vera domanda è perché confessare la relazione con Piantedosi proprio ora, mentre il centrodestra è alle prese con i repulisti in FdI e Forza Italia e tentazioni di rimpasti? La risposta potrebbe arrivare non tanto dall’intervistata ma dall’intervistatore. Perché la confessione (che aveva tutta l’aria di essere preparata) su Money è stata concessa a Marco Gaetani, voce di Radio Atreju, membro del dipartimento comunicazione di Fratelli d’Italia nonché Presidente della sezione leccese di Gioventù Nazionale.

Perché Claudia Conte ha ammesso proprio ora una relazione con Piantedosi?
Marco Gaetani (Fb).

A pensar male si potrebbe dunque intravedere la manina dei meloniani dietro il trappolone teso a Piantedosi. E pensando anche peggio, supporre che spingendolo a lasciare il Viminale, la poltrona di Piantedosi sarebbe bella e pronta per Matteo Salvini che da anni non aspetta altro. E smetterebbe di essere una mina vagante per Meloni. E questa sì è una «cosa che non si può negare».

Perché Claudia Conte ha ammesso proprio ora una relazione con Piantedosi?
Matteo Salvini (Imagoeconomica).


Il caso dell’incontro Conte-Zampolli e la replica dell’ex premier a Libero

«Oggi il direttore di Libero ed ex portavoce di Meloni Mario Sechi riempie la prima pagina del suo giornale, di proprietà di un deputato della maggioranza Meloni, con illazioni e fantasmagoriche teorie sul mio incontro, avvenuto in un luogo pubblico, pensate, con l‘inviato speciale del presidente Trump che me ne aveva fatto formale richiesta e, peraltro, nel corso di giornate in cui sta incontrando vari esponenti istituzionali in Italia». Così Giuseppe Conte ha risposto a un editoriale di Sechi sul suo incontro con l’imprenditore Paolo Zampolli, andato in scena in un ristorante di Roma. Ecco cosa è successo.

I due avrebbero parlato della possibilità di un ritorno di Conte a Palazzo Chigi

L’incontro tra Conte e Zampolli, arrivato in un momento in cui il M5s è molto critico nei confronti della Casa Bianca, è avvenuto all’ora di pranzo del 31 marzo nel ristorante Sanlorenzo, in via dei Chiavari. Libero ha pubblicato anche due scatti che ritraggono i commensali, i quali sono rimasti assieme meno di due ore. Secondo il quotidiano, durante il colloquio si è parlato delle ambizioni di Conte sul Campo largo e sulla possibilità di un ritorno a Palazzo Chigi dopo le prossime elezioni – secondo un sondaggio, qualora dovessero esserci le primarie nel centrosinistra per designare il candidato premier, il leader pentastellato sarebbe favorito.

La giornalista Claudia Conte ha ammesso di avere una relazione con Piantedosi

Intervistata da Money.it, confermando le indiscrezioni di Dagospia la giornalista, scrittrice, conduttrice e opinionista tv Claudia Conte ha ammesso di avere una relazione con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: «È una cosa che non posso negare, però sono molto riservata nella mia vita privata». C’è però un problema: il titolare del Viminale è sposato con Paola Berardino, prefetto di Grosseto, da cui ha avuto due figlie.

La giornalista Claudia Conte ha ammesso di avere una relazione con Piantedosi
La giornalista Claudia Conte ha ammesso di avere una relazione con Piantedosi
La giornalista Claudia Conte ha ammesso di avere una relazione con Piantedosi
La giornalista Claudia Conte ha ammesso di avere una relazione con Piantedosi
La giornalista Claudia Conte ha ammesso di avere una relazione con Piantedosi

Da qualche tempo Conte è una presenza fissa a eventi pubblici e istituzionali

«Da sempre attenta ai diritti umani e impegnata nel contrasto alle mafie» e volto «volto e producer di grandi eventi in collaborazione con Ministeri, Ambasciate, Regioni e Comuni, Santa Sede ed Enti del Terzo Settore come Fondazione Bambino Gesù, Fondazione della Shoah, Unicef, Comunità di Sant’Egidio», come si legge sul suo sito web, la classe 1992 Conte negli ultimi tempi è diventata una presenza fissa a eventi pubblici e istituzionali, comparendo peraltro in numerose foto sui social assieme a importanti politici, come il 63enne Piantedosi.

Il cerchio magico di Marina Berlusconi e la road map per la ‘nuova’ Forza Italia

Marina Berlusconi c’è. E l’ha dimostrato. La famiglia di Arcore ha finito di guardare da spettatrice quello che accade in Forza Italia, partito che vive grazie a una fideiussione di 100 milioni di euro proprio degli eredi del Cavaliere. Dopo circa un anno e mezzo in cui Marina e Pier Silvio hanno mandato qualsiasi tipo di messaggi ad Antonio Tajani sul rinnovamento del partito, in fatto di volti, idee e diritti civili, la famiglia ha deciso di entrare a gamba tesa. Si deve all’input di Marina, con l’avallo di Pier Silvio, se 14 senatori hanno sfiduciato Maurizio Gasparri, sostituito da Stefania Craxi alla presidenza dei senatori azzurri (Gasparri a sua volta ha preso il posto della figlia di Bettino a capo della commissione Esteri-Difesa di Palazzo Madama). Ma una cosa è certa: l’operazione rinnovamento (se così si può definire) non può fermarsi a Gasparri, ne va della credibilità del colpo di spugna di Arcore.

Il cerchio magico di Marina Berlusconi e la road map per la ‘nuova’ Forza Italia
Stefania Craxi e Maurizio Gasparri (Imagoeconomica).

Dall’immancabile Letta a Mulè: i fedelissimi di Marina B

La primogenita del Cav ha approfittato del repulisti di Giorgia Meloni nel governo per dare una scossa al ‘suo’ partito, dopo la grande delusione del referendum. In questo blitz, che prevede lo stop ai congressi regionali e la sostituzione di Paolo Barelli alla Camera, Marina è stata coadiuvata da un pezzo di partito a lei vicina, e da un gruppo ancora più ristretto che può essere considerato il suo cerchio magico. Oltre all’immancabile Gianni Letta, eminenza azzurrina ai tempi di Silvio, tornato in auge dopo essere stato messo in ombra dai vertici laziocentrici di FI, ne fanno parte innanzitutto i rappresentanti più in vista della minoranza interna: Giorgio Mulè – particolarmente ascoltato da Marina B – Deborah Bergamini e Alessandro Cattaneo. Non è un caso che la poltrona di Barelli se la giochino proprio Mulè e Bergamini (data per favorita). Discorso a parte per Licia Ronzulli, pezzo forte della minoranza azzurra sebbene non sia esattamente nelle grazie di Marina.

Il cerchio magico di Marina Berlusconi e la road map per la ‘nuova’ Forza Italia
Il cerchio magico di Marina Berlusconi e la road map per la ‘nuova’ Forza Italia
Il cerchio magico di Marina Berlusconi e la road map per la ‘nuova’ Forza Italia
Il cerchio magico di Marina Berlusconi e la road map per la ‘nuova’ Forza Italia

Le orecchie di Arcore nei Palazzi

Ma ci sono altri azzurri con cui la presidente Fininvest si consulta regolarmente, al telefono o vis-à-vis a pranzo nella sua dimora in corso Venezia a Milano. Come la deputata Cristina Rossello, il ministro Paolo Zangrillo (fratello minore Alberto, medico di Berlusconi), l’ex spin doctor del Cavaliere Andrea Orsini e la sottosegretaria ai Rapporti con il parlamento Matilde Siracusano, compagna del governatore calabrese Roberto Occhiuto. Sono le orecchie di Marina nei Palazzi romani e con loro discute e mette a punto strategie. Naturalmente tra coloro con cui Marina interagisce più spesso ci sono anche Occhiuto e il governatore piemontese Alberto Cirio. Infine, in Parlamento può fare affidamento su Alberto Barachini, Paolo Emilio Russo, l’ex dirigente del Milan e amico di Silvio, Adriano Galliani, e la stessa Stefania Craxi. I ben informati raccontano che la primogenita di B abbia in qualche modo riallacciato i rapporti anche con Francesca Pascale. Dopo averla ascoltata parlare in tv su diritti civili e rinnovamento forzista, sembra che abbia preso il telefono per chiamare l’ex compagna del padre. Che, ricordiamolo, era stata sfrattata da Arcore nel 2017 con tanto di comunicato stampa e buonuscita milionaria proprio perché voleva avere più potere decisionale nel partito. A lei subentrò la ben più tranquilla Fascina.

Il cerchio magico di Marina Berlusconi e la road map per la ‘nuova’ Forza Italia
Il cerchio magico di Marina Berlusconi e la road map per la ‘nuova’ Forza Italia
Il cerchio magico di Marina Berlusconi e la road map per la ‘nuova’ Forza Italia
Il cerchio magico di Marina Berlusconi e la road map per la ‘nuova’ Forza Italia
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Il cerchio magico di Marina Berlusconi e la road map per la ‘nuova’ Forza Italia
Il cerchio magico di Marina Berlusconi e la road map per la ‘nuova’ Forza Italia
Il cerchio magico di Marina Berlusconi e la road map per la ‘nuova’ Forza Italia
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Il cerchio magico di Marina Berlusconi e la road map per la ‘nuova’ Forza Italia

La raccolta firme contro Barelli e le resistenze di Tajani

Nel frattempo l’incontro chiesto da Tajani a Marina sembra sia stato rimandato a dopo Pasqua, quindi per ora la posizione di Barelli è congelata. Ma nell’incontro è probabile che la presidente di Fininvest chieda al segretario azzurro di procedere col cambio a Montecitorio, forte anche del fatto che forse più della metà dei 54 deputati si è schierata con la primogenita. È partita anche una raccolta firme, che però è stata subito bloccata: non si vuole replicare lo stesso copione di Palazzo Madama. Forse per richiesta dello stesso Tajani: Barelli non deve subire la stessa umiliazione di Gasparri, ovvero non deve essere sfiduciato. Sarà sostituito e basta, destinato ad altro incarico e poi si voterà il nuovo presidente dei deputati. Sotto questo aspetto Tajani avrebbe ricevuto garanzie dagli emissari di Arcore.

Il cerchio magico di Marina Berlusconi e la road map per la ‘nuova’ Forza Italia
Antonio Tajani con Paolo Barelli (Imagoeconomica).

Il nodo dei congressi regionali e il possibile ritorno in campo di Occhiuto

Ma il ministro degli Esteri spingerà anche per tenere in vita i famosi congressi regionali, che blinderebbero la sua leadership, mentre la minoranza vorrebbe evitarli, come ha sottolineato anche Occhiuto in un’intervista alla Stampa. «Forza Italia sia più liberale, facciamo entrare aria nuova. Tessere e congressi non interessano a nessuno», ha dichiarato il governatore della Calabria. Che è tornato a nuova vita dopo essersi eclissato in seguito alla convention di dicembre. In quell’occasione Occhiuto aveva lanciato la sua scalata al partito rivelando di volersi candidare al congresso contro Tajani, salvo poi cambiare idea, forse proprio a causa dei numeri a lui ostili nei congressi locali. Se le assise non si terranno, come chiede la minoranza d’accordo con Marina, a quel punto Occhiuto potrebbe anche ripensarci e scendere in campo per la leadership al congresso nazionale previsto nel 2027. Un passo alla volta, però. Prima c’è da pensare a sostituire Barelli a Montecitorio. 

LEGGI ANCHE: Il rinnovamento secondo Marina Berlusconi? Forza Italia resta il partito dell’azienda

Decreto bollette, i deputati vannacciani votano contro il governo

A differenza di quanto fatto con il decreto sulle forniture di armi all’Ucraina, i tre deputati vannacciani, cioè Rossano Sasso, Edoardo Ziello e Emanuele Pozzolo, hanno votato contro la fiducia al governo sul decreto Bollette e anche contro lo stesso provvedimento. La possibilità di scindere il voto è prevista alla Camera dei deputati, ma non al Senato. L’11 febbraio, al loro primo passaggio parlamentare, i deputati di Futuro Nazionale si erano detti contrari al dl sul sostegno militare a Kyiv, accordando però la fiducia all’esecutivo.

La fiducia ha ottenuto 2023 sì

La fiducia posta dal governo sul decreto bollette ha ottenuto il via libera della Camera con 203 sì, 117 no e 3 astenuti. Il voto finale sul provvedimento, nel testo identico a quello licenziato dalla commissione Attività produttive, è atteso tra stasera e domani mattina.

Decreto bollette, i deputati vannacciani votano contro il governo
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Le parole di Sasso e Ziello

«Futuro Nazionale non voterà la fiducia al governo sia nel merito che come segnale politico, in passato abbiamo dato fiducia al governo ma questa fiducia non e stata contraccambiata, né nei modi né nei fatti», ha spiegato Sasso intervenendo nell’aula della Camera. «Giorgia Meloni ha scelto di non volere il generale Roberto Vannacci. Noi ne prendiamo atto con rammarico e, siccome la fiducia deve essere reciproca, non possiamo più votargliela. Questa posizione rimarrà tale finché continueranno ad esserci indifferenza e censura», ha detto Ziello. Vannacci, in conferenza stampa, aveva parlato di una riflessione in corso sul voto dei suoi alla Camera: «La fiducia è un sentimento reciproco. Quindi vedremo se potremo corrispondere o meno questa fiducia oppure no».

L’Italia nega l’atterraggio di due bombardieri Usa a Sigonella: cosa sappiamo

L’Italia ha negato agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonella per l’atterraggio di due bombardieri, che avevano programmato una sosta tecnica in Sicilia, prima di proseguire verso il Medio Oriente con destinazione Iran. L’episodio, che non può non riportare alla mente quanto successo nel 1985 – se non altro per il luogo interessato e i Paesi protagonisti – è accaduto qualche sera fa, ma la notizia è stata tenuta riservata fino alla ricostruzione pubblicata dal Corriere della Sera. E ha alimentato la polemica politica: le opposizioni chiedono maggiori chiarimenti sull’accaduto e una presa di distanza netta da parte di Giorgia Meloni dall’alleato americano, mentre nel centrodestra c’è chi teme che la decisione presa dal ministro della Difesa Guido Crosetto (non è chiaro se condivisa con Palazzo Chigi) possa inasprire i rapporti con Trump.

L’Italia nega l’atterraggio di due bombardieri Usa a Sigonella: cosa sappiamo
Un UKC-130J Super Hercules a Sigonella (Archivio Ansa).

Il no di Crosetto all’atterraggio dei bombardieri: cosa è successo

Secondo quanto ricostruito dal Corriere (e non smentito dalla Difesa), il capo di Stato maggiore Luciano Portolano ha informato Crosetto che alcuni bombardieri Usa avevano previsto di atterrare alla base di Sigonella. Nessuno aveva però chiesto alcuna autorizzazione, né consultato i vertici militari italiani: il piano era stato semplicemente comunicato mentre gli aerei erano già decollati. Accertato che non si trattava di voli normali o logistici compresi nel trattato con l’Italia, Crosetto ha negato l’uso della base. È stato poi Portolano a informare il Comando Usa della decisione presa, spiegando che i bombardieri non potevano atterrare a Sigonella in quanto non erano stati autorizzati e perché non c’era stata alcuna consultazione preventiva.

L’Italia nega l’atterraggio di due bombardieri Usa a Sigonella: cosa sappiamo
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Palazzo Chigi: «Solidi rapporti con gli Usa, rispettiamo i trattati»

Palazzo Chigi è rapidamente intervenuto con una nota, sottolineando che l’Italia «agisce nel pieno rispetto degli accordi internazionali vigenti e degli indirizzi espressi dal governo alle Camere» e che «ogni richiesta viene esaminata con attenzione, caso per caso, come sempre avvenuto anche in passato». Richiesta che, in questo caso, è stata quantomeno tardiva. «Non si registrano criticità né frizioni con i partner internazionali. I rapporti con gli Stati Uniti, in particolare, sono solidi e improntati a una piena e leale collaborazione», si legge poi nel comunicato. Sulla stessa lunghezza d’onda Crosetto, il quale ha assicurato su X che «non c’è alcun raffreddamento o tensione con gli Usa, perché conoscono le regole che disciplinano dal 1954 la loro presenza in Italia bene come le conosciamo noi». Il ministro della Difesa ha poi parlato di decisioni in continuità rispetto al passato, negando che l’Italia abbia deciso di sospendere l’utilizzo delle basi agli asset Usa (come invece ha fatto la Spagna di Pedro Sanchez): «Cosa semplicemente falsa, perché sono attive, in uso e nulla è cambiato». Semplicemente, ha spiegato, in base agli accordi internazionali ci sono operazioni Usa che necessitano l’autorizzazione del governo e altre invece comprese nei trattati. L’atterraggio dei bombardieri rientra nella prima fattispecie e nessuno aveva chiesto il permesso di atterrare. Da qui il no.

Stefania Craxi e la crisi del 1985 gestita dal padre Bettino

Rispondendo ai cronisti sul confronto con la crisi di Sigonella che vide lo scontro tra il governo guidato dal padre Bettino e l’Amministrazione Reagan per la crisi dell’Achille Lauro, Stefania Craxi (fresca di nomina a capogruppo di Forza Italia al Senato), ha affermato che «c’è una sola cosa in comune con le due vicende che avevano tutta un’altra genesi ed è la centralità della base di Sigonella e quindi del Mediterraneo, che è centrale non solo per l’Italia e l’Europa ma per tutto il sistema internazionale». Le due vicende, ha spiegato Craxi, «non sono paragonabili». Anche se, ha aggiunto, «si tratta in entrambi i casi non di uno strappo diplomatico, ma della richiesta di rispetto della sovranità internazionale».

L’Italia nega l’atterraggio di due bombardieri Usa a Sigonella: cosa sappiamo
Stefania Craxi (Imagoeconomica).

LEGGI ANCHE: Basi americane in Italia: quante e dove sono

L’opposizione attacca mentre Vannacci promuove Crosetto

La decisione di Crosetto ha scatenato le opposizioni. «Ora il governo faccia un passo in più: neghi anche il supporto logistico offerto dalle nostre basi», ha dichiarato Giuseppe Conte, presidente del M5s. Pur definendo il no del ministro «un fatto rilevante e corretto», il deputato dem Anthony Barbagallo ha parlato di «quadro estremamente opaco e preoccupante», esortando il governo a riferire in Parlamento. Categorico Angelo Bonelli di Avs: «Prendere una posizione chiara e netta, e segnare una distanza dalle politiche di questo bullo del pianeta, come Donald Trump, pensa di governare il mondo attraverso la supremazia militare».

L’Italia nega l’atterraggio di due bombardieri Usa a Sigonella: cosa sappiamo
Giuseppe Conte (Ansa).

Passando alla maggioranza, così Raffaele Nevi, portavoce di Forza Italia: «Quando si compiono scelte di questa portata ci si assume una responsabilità, ma si dimostra anche la capacità di mantenere una linea coerente». Maurizio Lupi, presidente di Noi Moderati, ha dichiarato che «l’Italia non è in guerra con l’Iran e non vuole entrarci ed è giusto che ogni decisione in deroga ai trattati vigenti debba essere approvata dal Parlamento». Infine, la promozione a pieni voti per Crosetto da parte dell’ex generale Roberto Vannacci: «Secondo me ha fatto bene».

L’Italia nega l’atterraggio di due bombardieri Usa a Sigonella: cosa sappiamo
La base di Sigonella (Archivio Ansa).

Perché gli Usa non hanno chiesto di poter atterrare a Sigonella?

Ci si chiede però perché gli alleati americani non abbiano chiesto di poter atterrare a Sigonella prima della partenza. Forse perché Donald Trump considera l’Italia una provincia dell’impero? O perché era convinto che l’amica Giorgia non avrebbe avuto niente da ridire? Se Sanchez ha negato espressamente l’uso delle basi americane in Spagna per operazioni di guerra contro l’Iran, l’Italia si è mantenuta sul filo della diplomazia, cercando di tenere il piede in più staffe. A pensar male, forse The Donald voleva stanare una volta per tutte Meloni, che ha già pagato parecchio in termini di consenso (e si è visto anche al referendum) la sua vicinanza alla Casa Bianca.

L’Italia nega l’atterraggio di due bombardieri Usa a Sigonella: cosa sappiamo
Donald Trump e alle sue spalle Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu

Guai a chiamarla intimidazione. Quello della Domenica delle Palme è stato solo un incidente, o meglio, un «fraintendimento». Israele, si sa, è molto suscettibile, rispetto alle scelte lessicali relative a certi suoi interventi: a Gaza non è in corso un genocidio, ma un’operazione anti-terrorismo; quelli che in Cisgiordania vessano e uccidono i palestinesi non sono terroristi, ma coloni intraprendenti; e impedire al patriarca latino di raggiungere la chiesa del Santo sepolcro per celebrare una delle messe più importanti del calendario liturgico cattolico è solo frutto di un equivoco, come ha diplomaticamente sottolineato lo stesso involontario protagonista, il cardinal Pierbattista Pizzaballa.

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Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu
Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu
Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu
Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu
Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu
Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu
Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu
Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu
Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu
Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu

Comunque lo si chiami, l’accaduto ha generato nella politica e nell’opinione pubblica italiana uno scoordinato gioco dei quattro cantoni. La sinistra laica e femminista si è improvvisata paladina del patriarcato (quello di Gerusalemme) e delle secolari tradizioni cristiane della Terrasanta; il centrodestra, finora strenuamente filo-israeliano, ha parlato di decisione «inaccettabile» e di «offesa alla libertà religiosa».

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Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu
Corteo per la Palestina per dire no al genocidio (foto Imagoeconomica).

Eddai, Netanyahu voleva solo proteggere l’incolumità del cardinale…

Alessandro Sallusti, uno di quei tradizionalisti che ogni dicembre tuonano in difesa dei presepi e delle recite natalizie nelle scuole, ha sostenuto in tivù che Benjamin Netanyahu voleva solo proteggere l’incolumità del cardinale, lasciando intendere che se Pizzaballa (ormai noto fra gli ultrà pro-Israele come Pizzapal, per le sue evidenti simpatie per i gazawi) ci teneva tanto a celebrare la messa della domenica delle Palme, poteva farlo su Zoom, anziché gironzolare per la Città Vecchia con il subdolo intento di farsi molestare dalla polizia e mettere Bibi in cattiva luce.

Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu
Giorgia Meloni con il premier israeliano Benjamin Netanyahu (foto Imagoeconomica).

Meloni e Tajani presi a pesciate sui social dai filo-palestinesi

Ma le giravolte non sono finite: per una volta che Antonio Tajani e Giorgia Meloni erano usciti dalla modalità maggiordomo e nanny di Donald Trump e Netanyahu e avevano alzato un po’ la voce, si sono visti presi a pesciate sui social dai filo-palestinesi, per aver mostrato per l’oltraggio al patriarca cento volte più sdegno che per gli eccidi di innocenti a Gaza, mentre su X l’ideologo neo-vetero-con Francesco Giubilei ha rinfacciato alla sinistra di difendere un alto prelato cattolico, ma di infischiarsene dei cristiani perseguitati o uccisi dagli islamisti.

Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu
Il cardinale Pizzaballa nella nuova opera di Alxsandro Palombo sui muri del palazzo arcivescovile in via Delle Ore, a Milano (foto Ansa).

C’è chi è animato dalla fede e chi è sostenuto da una malafede

Anche a non essere credenti e praticanti, si prova un certo disagio nel vedere la differenza di stile fra chi è genuinamente animato dalla fede, come il cardinal Pizzaballa, e chi è sostenuto da una malafede altrettanto fervida, a prescindere dallo schieramento in cui milita. Mai come oggi, la Chiesa cattolica sguscia come una saponetta bagnata dalle mani della politica occidentale: sui diritti delle donne e sulla morale sessuale è rimasta ferma al Concilio di Trento, deliziando le destre, per deluderle clamorosamente subito dopo con posizioni “comuniste”: il rifiuto di ogni guerra e dell’accumulo sfrenato di ricchezze, la condanna del suprematismo bianco e perfino di quello cristiano.

Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu
Il cardinal Pierbattista Pizzaballa in Vaticano (foto Ansa).

Il cardinale che manda aiuti allo sventurato popolo di Gaza

Per il papa di Roma, Gesù è sempre lo sfigato mezzo nudo inchiodato alla croce, non il figaccione vichingo in tunica di cachemire venerato nelle mega church dove si predica il Vangelo della prosperità, secondo cui i veri cristiani hanno la Ferrari, la villa con piscina e un fucile d’assalto per difendere entrambe. È il Gesù che piace a Trump, a JD Vance e a Pete Hegseth e che alla fine sta simpatico anche a Netanyahu – sicuramente, molto più di quello povero e sofferente, in nome del quale il cardinale Pizzaballa disobbedisce alla polizia e ogni volta che può manda aiuti allo sventurato popolo di Gaza.

Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu
Il cardinal Pierbattista Pizzaballa (foto Ansa).

I missili sono cattivi solo quando sono iraniani

L’incidente/fraintendimento della domenica delle Palme ha avuto un finale che ricorda le storie di don Camillo: Netanyahu, un Peppone ben più feroce e fanatico di quello di Giovannino Guareschi, ha fatto marcia indietro e ha concesso al patriarca Pizzaballa «il pieno e immediato accesso alla basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme», ricordando peraltro che è già stata bersaglio dei missili iraniani. Traduzione: se se ne becca uno in testa, poi non venite a lamentarvi con noi. Attenzione: essendo i missili iraniani, si può dire che la chiesa è stata un «bersaglio». La chiesa di Gaza, centrata dalle bombe israeliane nel luglio scorso, bilancio tre morti e parecchi feriti fra cui il parroco, è stata solo un qui pro quo.

Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu
La chiesa della Sacra Famiglia a Gaza (foto Ansa).

Grillo ha avviato l’azione legale per riprendersi nome e simbolo del M5s

Beppe Grillo e l’associazione M5S di Genova hanno notificato al partito presieduto da Giuseppe Conte l’atto di citazione davanti al Tribunale di Roma per rivendicare la titolarità del nome e del simbolo “MoVimento 5 Stelle”. Lo riporta Open. L’udienza si dovrebbe tenere a luglio. Estromesso dalla formazione politica da lui stesso cofondata, Grillo aveva annunciato a giugno 2025 l’intenzione di fare causa per riappropriarsi di contrassegno e nome. «Vedere questo simbolo rappresentato da queste persone mi dà un senso di disagio», aveva detto in occasione della Costituente voluta da Conte.

Grillo ha avviato l’azione legale per riprendersi nome e simbolo del M5s
Giuseppe Conte e Beppe Grillo (Imagoeconomica).

Il lungo post dell’ex deputato Bella a supporto di Grillo

«In un mondo normale, se io Beppe Grillo concedo a te Giuseppe Conte di usare qualcosa che mi appartiene, non servirebbe alcuna azione legale affinché tu, Giuseppe Conte mi restituisca ciò che non è affatto tuo». Lo ha scritto sui social l’ex parlamentare pentastellato Marco Bella, molto vicino al comico. E poi: «In un mondo normale, se io Beppe Grillo ho messo tanto lavoro, tanti soldi miei e mi sono beccato una serie infinita di querele per permettere a te, Giuseppe Conte, di diventare da signor nessuno Presidente del Consiglio e di avere uno staff di decine di persone che si occupano della tua comunicazione, tu, Giuseppe Conte, dovresti essere almeno grato a me Beppe Grillo». Bella ha inoltre aggiunto: «La battaglia legale sarà difficile, lunga e complessa. E chi sarà in prima fila sarà purtroppo Beppe. Proprio la persona che il MoVimento lo ha fondato, costretto ancora una volta a metterci soldi suoi. Contro qualcuno che, invece, si è assicurato milioni di finanziamenti pubblici. La dignità, però, non ha prezzo. È una battaglia giusta e per quanto difficile va fatta».

Il 14 aprile esce il nuovo libro di Conte: Una nuova primavera

Intanto, il 14 aprile uscirà il nuovo libro di Conte, intitolato Una nuova primavera. La mia storia, i nostri valori, la sfida progressista per l’Italia. «Di fronte alle ingiustizie del nostro tempo dobbiamo sentire il dovere di reagire, mettendo in campo competenze, passione, coraggio per difendere i diritti di coloro che hanno perso ogni tutela, per riaffermare i valori che ci tengono insieme», scrive nel volume l’ex premier. «Il leader alla testa di tante battaglie per la prima volta si racconta, senza censure e senza sconti. Mette ordine tra le vicende del passato, pubblico e privato, e ricostruisce gli snodi della sua ascesa professionale e politica, le riforme più osteggiate, la rottura con Grillo e l’arrivo alla guida del Movimento 5 Stelle», si legge nella scheda della casa editrice Marsilio.

Il 10 aprile Meloni riferirà alla Camera sui provvedimenti del governo

«Per chiarire una volta per tutte che il governo continua a lavorare anche dopo il referendum, Giorgia Meloni ha dato la disponibilità a riferire la prossima settimana in Parlamento, illustrando i provvedimenti su cui l’esecutivo è quotidianamente impegnato e su cui continua a lavorare». È quanto hanno fatto sapere all’Ansa fonti di Palazzo Chigi. A seguito di contatti con il presidente Lorenzo Fontana, l’informativa in Aula alla Camera dei deputati è stata fissata per venerdì 10 aprile, alle ore 9. A confermare la presenza della premier in Aula è stato anche Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento. La maggioranza viene da una settimana post-referendum molto complicata. Nel giro di pochissimo tempo si sono infatti dimessi – anche a causa dell’esito negativo della consultazione – Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro del Guardasigilli Carlo Nordio, e Daniela Santanchè, ministra del Turismo.

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Sigonella, la nota di Palazzo Chigi: «Solidi rapporti con gli Usa, rispettiamo i trattati»

Dopo le indiscrezioni del Corriere riguardo il divieto, da parte dell’Italia agli Stati Uniti, di utilizzare la base di Sigonella per l’atterraggio di alcuni bombardieri americani, Palazzo Chigi è intervenuto con una nota ribadendo che il nostro Paese «agisce nel pieno rispetto degli accordi internazionali vigenti e degli indirizzi espressi dal governo alle Camere». «Ogni richiesta viene esaminata con attenzione, caso per caso, come sempre avvenuto anche in passato», spiega l’esecutivo. «Non si registrano criticità né frizioni con i partner internazionali. I rapporti con gli Stati Uniti, in particolare, sono solidi e improntati a una piena e leale collaborazione». Il governo, pertanto, «continuerà a operare nel solco dei trattati vigenti, nel rispetto della volontà dell’esecutivo e del Parlamento, garantendo al contempo affidabilità internazionale e piena tutela dell’interesse nazionale».

Crosetto: «Decisioni in continuità rispetto al passato»

Sulla vicenda è intervenuto anche il ministro della Difesa Guido Crosetto: «Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti Usa. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato. Il governo continua a fare ciò che hanno sempre fatto tutti i governi italiani in totale aderenza agli impegni presi in Parlamento e alla linea ribadita anche in Consiglio supremo di Difesa, in continuità con tutti i precedenti Consigli, nei decenni. Gli accordi internazionali disciplinano e distinguono con chiarezza ciò che necessita di specifica autorizzazione del governo (per la quale si è deciso di coinvolgere sempre il Parlamento) in assenza della quale non è possibile concedere nulla e ciò che invece è considerato autorizzato tecnicamente perché ricompreso negli accordi. Un ministro deve solo farli rispettare. Terzium non datur. In ultimo voglio ribadire che non c’è alcun raffreddamento o tensione con gli Usa, perché conoscono le regole che disciplinano dal 1954 la loro presenza in Italia bene come le conosciamo noi».

Voto anticipato, l’amo gettato da Mancini a Meloni e le altre pillole del giorno

«È stato mandato avanti l’uomo più astuto che c’è, Claudio Mancini», spifferano nel Pd, dopo aver letto l’intervista al deputato considerato il «vero sindaco di Roma» al Fatto Quotidiano. Parlamentare da due legislature, Mancini conosce tutti, sia nel suo partito sia nella maggioranza, tanto che non ha paura a mettersi a tavola con gli esponenti di Fratelli d’Italia. Già, perché ogni trattativa romana passa attraverso di lui, dai poteri per la Capitale ai trasporti, Metro C compresa. E cosa ha detto Mancini? Che si vota «forse domenica 7 giugno»: «Appena (Meloni, ndr) avrà completato il rinnovo delle nomine nelle grandi aziende statali. Metterà in sicurezza le poltrone e poi – suppongo – ci manderà in campagna elettorale».

Voto anticipato, l’amo gettato da Mancini a Meloni e le altre pillole del giorno
Claudio Mancini con Alessandro Onorato (Imagoeconomica).

Un pronostico buttato lì, che liscia il pelo a quelli che vogliono correre verso le elezioni anticipate. Della serie «vediamo se Giorgia Meloni ci casca», perché «con la Presidenza della Repubblica non si scherza». E chi assicura al centrodestra che, una volta caduto il governo, non se ne formi un altro, il classico esecutivo tecnico, alla Mario Draghi per esempio? «C’è la fila di gente disposta a guidarlo, tra professoroni, riserve della Repubblica e magistrati di lungo corso», si ricorda. Intanto Mancini ha gettato l’amo, per vedere l’effetto che fa. Anche perché se mai si andasse a elezioni anticipate non ci sarebbe il tempo tecnico, quello sì, di cambiare la legge elettorale. Un bel rebus per Meloni & Co. Poi si sa, Mancini sbaglia raramente previsioni. Lo ha dimostrato anche il 17 settembre scorso quando, durante il dibattito fiume sulla riforma della giustizia alla Camera, alle 3.40 del mattino se ne uscì con un pronostico: «Siccome non avete i due terzi dei voti in Parlamento, saranno chiamati a rispondere i cittadini. E i cittadini voteranno contro di voi, e perderete il referendum. Credete che la maggioranza del Paese sia dalla vostra parte, ma se entrate in un bar e prendete quattro persone, tre non hanno votato per voi. Ecco perché perderete». E aggiungeva: «Dopo la sconfitta, il vostro governo cadrà». Premier avvisata…

Il nipote di Mattarella e la Ferrari Luce

Scene ordinarie di vip, a Roma: lunedì 30 marzo, poco dopo le 16, in via Calabria si trovava Bernardo Mattarella. Che è l’ad di Invitalia, l’Agenzia nazionale di sviluppo, un colosso pubblico che controlla le società Dri d’Italia, Infratel Italia,  Mediocredito Centrale, Italia Turismo e Invitalia Partecipazioni. Stava salutando chi, dall’altra parte della strada – dove si trovano le colonnine della ricarica elettrica – aveva parcheggiato una fiammante Ferrari Luce color ruggine, modello che verrà ufficialmente presentato a Roma solo il prossimo maggio. La prima ‘Rossa’ elettrica. Sì, valeva davvero la pena scendere dall’ufficio per vederla, come ha fatto Mattarella.

Voto anticipato, l’amo gettato da Mancini a Meloni e le altre pillole del giorno
Bernardo Mattarella (Imagoeconomica).

Forza Italia, si allontana l’incontro tra Tajani e Marina Berlusconi

Complici l’agenda fitta di impegni della presidente di Mediaset e le festività pasquali, ma anche l’infuocato clima geopolitico, si allontana l’atteso faccia a faccia tra Marina Berlusconi e Antonio Tajani, che dovrebbe avere come obiettivo quello di abbassare i toni in casa azzurra dopo la batosta del referendum. L’incontro non è in programma nelle prossime due settimane, come minimo. Intanto il clima resta teso.

Forza Italia, si allontana l’incontro tra Tajani e Marina Berlusconi
Stefania Craxi e Maurizio Gasparri (Imagoeconomica).

Dopo Gasparri potrebbe saltare anche l’altro capogruppo Barelli

La sconfitta referendaria ha portato a degli scossoni nel partito. Disarcionato Maurizio Gasparri, sfiduciato dai senatori azzurri e sostituito da Stefania Craxi alla guida del gruppo parlamentare a Palazzo Madama: un avvicendamento, questo, benedetto da Marina Berlusconi. Congelata, invece, la raccolta firme a Montecitorio per sfiduciare il capogruppo Paolo Barelli, fedelissimo di Tajani, che potrebbe comunque saltare dopo Pasqua. In pole per sostituirlo c’è Giorgio Mulè, attuale vicepresidente della Camera. Ma circola anche il nome di Deborah Bergamini. In Forza Italia non si va però “solo” verso il cambio di entrambi i capigruppo parlamentari: ci sarebbe anche l’idea di sostituire Raffaele Nevi come portavoce del partito.

Forza Italia, si allontana l’incontro tra Tajani e Marina Berlusconi
Raffaele Nevi, Paolo Barelli e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Capitolo congressi: Tajani vuole andare avanti, ma c’è chi frena

E poi c’è la questione dei congressi, su cui Tajani vorrebbe andare avanti spedito. Ma non tutti ritengono siano una priorità. Roberto Occhiuto, governatore della Calabria e vicesegretario di Forza Italia, ha dichiarato: «Dobbiamo avere meno ansia per tesseramento e congressi e, forse, un po’ di ansia in più per le idee che dobbiamo fornire al centrodestra». E poi: «Abbiamo 250 mila tesserati, quanti ne ha Fratelli d’Italia, ma un po’ di voti in meno. Dovremmo tentare di avere qualche voto in più con una attenzione minore a tesseramento e congressi». Il dossier sui congressi, assicurano dentro FI, sarà certamente uno degli argomenti di discussione tra Tajani e Marina Berlusconi, quando finalmente ci sarà l’incontro. Nel frattempo i due continua a sentirsi, anche tramite Gianni Letta.

Caso Delmastro, si dimettono Chiorino e Franceschini

Un’altra giornata di dimissioni sulla scia dell’inchiesta che ha coinvolto la società Le 5 forchette – che controllava il ristorante Bisteccheria d’Italia di Roma -, all’attenzione della magistratura perché sospettata di riciclare soldi della criminalità organizzata. Lunedì 30 marzo 2026 si sono dimessi Elena Chiorino (che aveva già lasciato nei giorni precedenti la vicepresidenza della Regione Piemonte e ha ora lasciato anche il ruolo di assessora regionale) e Cristiano Franceschini, che ha abbandonato l’incarico di assessore di Biella. I due erano soci, insieme al sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, de Le 5 forchette.

Chiorino: «Continuerò a difendere la mia onorabilità sociale e onestà personale»

«Ho comunicato al presidente Alberto Cirio la decisione di rassegnare le mie dimissioni irrevocabili. È una scelta che assumo per senso di responsabilità e per il bene della Regione Piemonte, della maggioranza di centrodestra e del mio partito, Fratelli d’Italia», ha scritto Chiorino. «Sono una persona perbene e non posso accettare che vengano strumentalizzate le evoluzioni di un’indagine che riguarda terze persone, e non la sottoscritta. Non posso accettare che, senza alcuno scrupolo, si tenti di colpire la mia persona, mettendo in discussione l’azione amministrativa portata avanti in questi anni e coinvolgendo, in modo irresponsabile, anche persone estranee». E ancora: «L’ultimo presunto scoop consisterebbe nel fatto che forse domani potrebbe essere nominata una persona di mia conoscenza in ente legato agli Special Olimpics, con emolumenti zero e in assenza di altre candidature nei termini previsti dalla legge. Faccio un passo indietro a testa alta, nella consapevolezza della mia correttezza e del lavoro svolto al servizio delle istituzioni. Continuerò a difendere le mie idee dal gruppo di Fratelli d’Italia e la mia onorabilità sociale e onestà personale, contro ogni eventuale forma di sciacallaggio, in tutte le sedi».

Franceschini: «Ho commesso una leggerezza, mi scuso con i cittadini

Queste invece le parole di Franceschini: «Ho comunicato al sindaco Marzio Olivero la decisione di rassegnare le mie dimissioni irrevocabili da assessore. È una scelta che assumo con responsabilità, mettendo al primo posto il Comune di Biella, la serenità dell’azione amministrativa e il rispetto verso il mio partito, Fratelli d’Italia». «Nelle ultime settimane», ha sottolineato in una nota, «si è assistito a una polemica che ha oltrepassato ogni limite, trasformando una vicenda personale, affrontata con trasparenza e senza alcuna malizia, in un attacco mediatico costruito su insinuazioni e accuse prive di qualsiasi fondamento. Sono state usate parole gravi e inaccettabili, senza riscontro nei fatti, con l’unico obiettivo di delegittimare la mia persona e il lavoro svolto. Rivendico con fermezza la correttezza del mio operato, non vi è stato nulla di irregolare o opaco. Nel momento in cui sono venuto a conoscenza di elementi che prima ignoravo, ho agito subito, senza esitazioni, prendendo le distanze e assumendo le decisioni necessarie».

Caso Delmastro, si dimettono Chiorino e Franceschini
Cristiano Franceschini con Giorgia Meloni (Facebook).

Infine: «Ho commesso una leggerezza, e me ne assumo la responsabilità. Per questo rivolgo le mie scuse ai cittadini. Non accetto però che si tenti di trasformare questa vicenda in uno strumento per infangare me e le istituzioni attraverso ricostruzioni distorte. Per questo mi tutelerò in tutte le sedi opportune, affinché la verità venga ristabilita. Lascio il mio incarico a testa alta, consapevole dell’impegno garantito in questi anni e del fatto che sono una persona perbene. Continuerò a difendermi con determinazione, contrastando ogni forma di strumentalizzazione».

Il toto-Quirinale riparte dal No: perché il centrosinistra torna a sperare

È il gran gioco della politica, gli scacchi dei palazzi del potere: stiamo parlando dell’elezione del presidente della Repubblica. Prematuro e inelegante verso l’attuale Presidente? Sì, certo, anche perché il mandato di Sergio Mattarella scade a gennaio 2029. Ma nessuno può arrivarci impreparato e dunque chi sa come funzionano i meccanismi più raffinati sa che bisogna restare sotto coperta fino all’ultimo, preparandosi però con sette anni d’anticipo.

Il toto-Quirinale riparte dal No: perché il centrosinistra torna a sperare
Sergio Mattarella (Imagoeconomica).

La vittoria referendaria riscalda il campo largo

Se da mesi si discute dietro le quinte della possibilità di un capo dello Stato di centrodestra in caso di nuova vittoria a stragrande maggioranza di Giorgia Meloni, magari complice una legge elettorale con un cospicuo premio di maggioranza, dal risultato del referendum anche nel centrosinistra si sono riaffacciate vecchie speranze. E dunque il numero dei papabili è raddoppiato di colpo, in un tiepido pomeriggio di fine marzo, andando da Meloni a Mario Monti, da Ignazio La Russa a Paolo Gentiloni. Nomi insomma non ne mancano, sia a destra sia a sinistra, senza dimenticare il centro.

Il toto-Quirinale riparte dal No: perché il centrosinistra torna a sperare
Giorgia Meloni con il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (Imagoeconomica).

La priorità è evitare le figuracce del 2013 e del 2022

Ma di nomi ce n’erano a bizzeffe anche nel 2013 e nel 2022, quando per l’imperizia politica e i giochi di palazzo si è dovuto chiedere il sacrificio del bis prima a Giorgio Napolitano e poi a Sergio Mattarella. Dunque la prima lezione che i due schieramenti stanno studiando è tecnica: come evitare figuracce anche questa volta. Molto dipenderà dunque dalla legge elettorale, molto dipenderà dal risultato delle prossime elezioni politiche, ma tanto passerà anche dai rapporti che si sapranno tessere tra coalizioni, partiti, gruppi di influenza nei prossimi tre anni.

Il toto-Quirinale riparte dal No: perché il centrosinistra torna a sperare
Giorgio Napolitano (Imagoeconomica).

Da La Russa a Mantovano: chi sale nel centrodestra

Ma tornando ai nomi, in caso di vittoria netta di uno dei due schieramenti, la maggioranza che verrà potrebbe eleggersi il ‘suo’ presidente. Esercizio rischioso, come possono confermare i testimoni della Prima e della Seconda Repubblica, perché un manipolo di franchi tiratori può impallinare anche il candidato più forte. Ma scontando questa avvertenza, in caso di vittoria di centrodestra i nomi che circolano sono quelli della premier, di La Russa, di Antonio Tajani, di Alfredo Mantovano, di Giancarlo Giorgetti e di Lorenzo Fontana.

Il toto-Quirinale riparte dal No: perché il centrosinistra torna a sperare
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I papabili del campo largo e gli ex bipartisan

Nel centrosinistra, in caso di vittoria del campo largo, l’elenco si allunga: si va da Walter Veltroni e Dario Franceschini a Paolo Gentiloni e Pier Luigi Bersani, tra i politici; da Franco Gabrielli ad Andrea Riccardi tra i profili ‘tecnici’.

Il toto-Quirinale riparte dal No: perché il centrosinistra torna a sperare
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Se invece, per forza o per scelta, si cercasse una figura bipartisan, con amici sia di qua che di là e comunque senza troppi nemici, l’elenco comprende alcuni ex premier che sono stati sostenuti da maggioranze trasversali, da Mario Monti a Mario Draghi (già deluso per la mancata candidatura nel 2022) fino a Enrico Letta.

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Le seconde linee: Casini e Crosetto

Rispettando invece la vecchia regola che al Quirinale non sale mai un leader di primo piano ma uno di seconda linea, ecco Pierferdinando Casini e Guido Crosetto. Insomma, i nomi non mancano, ma come è stato chiaro fin dall’elezione di Enrico De Nicola e Luigi Einaudi, e soprattutto dalle sonore bocciature di leader del calibro di Giulio Andreotti, l’importante non è il curriculum ma la strategia e sulla carta ci sono ancora tre anni per metterla a punto.

Il toto-Quirinale riparte dal No: perché il centrosinistra torna a sperare
Il toto-Quirinale riparte dal No: perché il centrosinistra torna a sperare

L’ipotesi Caputo al CASD e la strategia cyber di Crosetto

In un governo che sta perdendo pezzi, con Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi dimissionati e Daniela Santanchè costretta a fare le valigie, c’è chi ritiene che sia il momento giusto per giocare una nuova mano. Guido Crosetto, ministro della Difesa, reduce dalla riforma della sanità militare che ha mandato su tutte le furie l’Arma dei Carabinieri, sarebbe pronto a calare un’altra carta. E che carta.

L’ipotesi di Barbara Caputo alla presidenza del CASD

Secondo Radio Fante, la rete informale che nelle caserme italiane funziona meglio di qualsiasi bollettino ufficiale, il ministro avrebbe in animo di piazzare la professoressa Barbara Caputo alla presidenza del CASD, il Centro Alti Studi per la Difesa. Per chi non mastica queste sigle, il CASD è l’istituzione che dal 1949 forma la classe dirigente militare del Paese. Una storia lunga 77 anni, con 33 presidenti di cui non uno — dicasi uno — è mai stato un civile. Generali di corpo d’armata, ammiragli di squadra, generali di squadra aerea: sempre e solo uomini con le stellette.

L’ipotesi Caputo al CASD e la strategia cyber di Crosetto
Barbara Caputo (Imagoeconomica).

Chi è la prof esperta di IA e collaboratrice di Crosetto

La professoressa Caputo, che Crosetto ha presentato al mondo come «la più grande esperta italiana di intelligenza artificiale», ha un curriculum di tutto rispetto: La Sapienza, KTH di Stoccolma, EPFL di Losanna e il Politecnico di Torino, dove dirige l’AI-Hub. Dal 2023 siede nel gabinetto del ministro come consigliere per l’intelligenza artificiale, con un compenso annuo lordo di 90 mila euro. Incarico di collaborazione conferito con decreto del 31 marzo 2025, decorrenza dal 23 aprile dello stesso anno fino al termine del mandato governativo. Novantamila euro per orientare il ministro nelle scelte sull’IA applicata alla Difesa: la collaboratrice più pagata del gabinetto dopo la capo segreteria.

L’ipotesi Caputo al CASD e la strategia cyber di Crosetto
Barbara Caputo (Imagoeconomica).

Il rischio di cortocircuito al Centro Alti Studi della Difesa

Il problema però non è il curriculum di Caputo, né il suo compenso. Il problema è che al CASD arrivano generali e ammiragli da mezzo mondo per programmi di alta formazione militare. Ufficiali che si aspettano di trovare alla presidenza un pari grado, qualcuno con cui condividere un linguaggio, un’esperienza. Trovarsi di fronte a una professoressa universitaria, per quanto autorevole nel suo campo, rischia di creare un cortocircuito protocollare e relazionale che nessuno al CASD ha mai dovuto gestire.

I rapporti tesi tra Crosetto e intelligence

E qui si arriva al cuore della faccenda. Perché questa mossa non sarebbe un episodio isolato, ma l’ultimo capitolo di una guerra di posizione che Crosetto combatterebbe da oltre due anni contro le strutture dell’intelligence italiana. Che le relazioni non siano esattamente distese lo dimostrano alcune uscite ministeriali. Nel gennaio 2024, Crosetto dichiarò al procuratore di Perugia di avere rapporti «non particolarmente buoni» con l’Aise. Nell’ottobre dello stesso anno lanciò accuse gravissime su possibili attività di dossieraggio nei suoi confronti. Nel giugno 2025 depositò un esposto alla Procura di Roma. Poi nel febbraio 2026, il caso Dubai: il ministro della Difesa si trovava negli Emirati anche se l’intelligence valutava come «altamente probabile» un attacco all’Iran almeno da gennaio, come dichiarato dal direttore dell’Aise, Giovanni Caravelli, a margine della presentazione della Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza. Una cronologia che ha portato L’Espresso a parlare di «guerra fredda nel governo» e Il Foglio a documentare come Alfredo Mantovano abbia fatto asse con Matteo Piantedosi per blindare l’Aise e stoppare ogni tentativo di Crosetto di mettere le mani sul perimetro cyber.

L’ipotesi Caputo al CASD e la strategia cyber di Crosetto
Giovanni Caravelli (Imagoeconomica).

Il caso Palantir Gotham

E qui entra in campo la professoressa Caputo, che nel suo ruolo di consigliere promuove la necessità di un’IA sovrana e autonoma per le Forze armate italiane e collabora attivamente con Teledife, la Direzione informatica, telematica e tecnologie avanzate del ministero. Teledife nel 2024 ha stipulato un contratto da un milione di euro per licenze Palantir Gotham con «procedura negoziata» e «secretata», come scoperto da Domani. Nessuna informazione pubblica, neanche sulla durata del contratto per questioni di “sicurezza”. Palantir Gotham è il software di sorveglianza e analisi dati di Peter Thiel, lo stesso che a metà marzo è venuto a Roma a tenere seminari sull’Anticristo a Palazzo Taverna, beccandosi il rifiuto dell’Angelicum e un contrappunto papale in tempo reale. Una piattaforma utilizzata anche dall’Ice negli Usa e dagli israeliani a Gaza, che il tribunale costituzionale tedesco ha dichiarato incostituzionale per violazione del diritto all’autodeterminazione informativa, e che l’esercito svizzero ha rifiutato per il timore che i propri dati finissero nelle mani sbagliate attraverso il sistema Onyx. A questo si aggiunga che a marzo 2025 la Nato ha formalizzato l’acquisizione del Palantir Maven Smart System: i sistemi italiani dovranno dialogare con quelli dell’Alleanza, rendendo la dipendenza non più una scelta ma un vincolo.

L’ipotesi Caputo al CASD e la strategia cyber di Crosetto
Peter Thiel (foto Imagoeconomica).

Sovranità tecnologica o dipendenza dal fornitore americano?

La contraddizione è lì, e non è piccola: predicare sovranità tecnologica e contemporaneamente acquistare un sistema che crea dipendenza strutturale dal fornitore americano, che richiede ingegneri Palantir in loco per funzionare, e dal quale, come dicono gli analisti, uscire costa più che restare. È lecito domandarsi se dietro la retorica dell’autonomia non si stia costruendo, nei fatti, un sistema chiuso e dipendente, gestito al riparo dal controllo dei Servizi e di Palazzo Chigi. Intanto Meloni, che ha fatto piazza pulita di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè, sembra aver inaugurato una stagione in cui la permanenza al governo non è più scontata per nessuno. Radio Fante, da parte sua, continua a trasmettere. E il segnale, stavolta, è piuttosto nitido.

La furia di Meloni anche su Leonardo: chi può arrivare al posto di Cingolani

Meno male che era un voto nel merito e che non avrebbe avuto ripercussioni politiche. La verità è che, a una settimana dalla vittoria del “no”, la furia post débâcle referendaria di Giorgia Meloni non si è ancora placata. E, dopo aver travolto partiti e governo (con le teste rotolate dei vari Delmastro, Bartolozzi, Gasparri e Santanchè), ora è pronta ad abbattersi anche sulle partecipate di Stato, nell’imminente e decisiva tornata di nomine che inizia nella primavera 2026, l’ultima prima delle Politiche che sono fissate nel 2027 (a meno di irresistibili voglie di elezioni anticipate). Come cambia il vento dopo una batosta alle urne tipo quella sulla riforma della giustizia: le poltrone degli amministratori delegati prima del 22-23 marzo sembravano confermate in blocco, e al massimo si parlava di cambiamenti nelle caselle delle presidenze. Ora sono finite tutte in discussione. Scatenando il panico nei palazzi del potere.

La furia di Meloni anche su Leonardo: chi può arrivare al posto di Cingolani
La furia di Meloni anche su Leonardo: chi può arrivare al posto di Cingolani
La furia di Meloni anche su Leonardo: chi può arrivare al posto di Cingolani
La furia di Meloni anche su Leonardo: chi può arrivare al posto di Cingolani
La furia di Meloni anche su Leonardo: chi può arrivare al posto di Cingolani
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La furia di Meloni anche su Leonardo: chi può arrivare al posto di Cingolani

Un nome forte dell’autorevole viatico di Fazzolari

In uno stato di fibrillazione permanente, a radio nomine rimbalza con insistenza la voce di una candidatura di Alessandro Ercolani, capo di Rheinmetall Italia (colosso tedesco degli armamenti, che sta facendo affari con questo boom dell’industria bellica in Europa) al posto di Roberto Cingolani, forte dell’autorevole viatico di Giovanbattista Fazzolari, ascoltatissimo (da Giorgia) sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio dei ministri. Non proprio un’idea geniale quella di sostituire l’ad della più importante azienda della Difesa in tempi di guerra (chiedere al ministro Guido Crosetto, che infatti non vuole nemmeno tornare alle urne vista la «drammatica situazione internazionale», di cui però non si era prontamente accorto quando era volato a Dubai). Ma tant’è.

La furia di Meloni anche su Leonardo: chi può arrivare al posto di Cingolani
La furia di Meloni anche su Leonardo: chi può arrivare al posto di Cingolani
La furia di Meloni anche su Leonardo: chi può arrivare al posto di Cingolani

Il giro di poltrone dovrebbe chiudersi complessivamente tra aprile e giugno. Per la presidenza di Leonardo, adesso affidata a Stefano Pontecorvo, si parla invece di Elisabetta Belloni, che fino a un anno fa guidava il Dis, e di Stefano Cuzzilla, ora al vertice di Trenitalia.

Il Dc Pride tra totonomi per Quirinale e Palazzo Chigi: le pillole del giorno

Quando di mezzo ci sono gli ex diccì, è sempre un’adunata buona per esercitarsi con un po’ di sano totonomi. E così al Dc Pride dell’Eur andato in scena a Roma domenica 29 marzo si è fantasticato parecchio. Innanzitutto sulla solita giostra Quirinale, pronta a ripartire. I profili proiettati verso il Colle sono quelli di Giuliano Amato, Dario Franceschini, Mario Monti e Andrea Riccardi. Più la “riserva” Pier Luigi Bersani. Anche se, ci mancherebbe, la presidenza della Repubblica è ben salda nelle mani di Sergio Mattarella. Ma, oltre al futuro capo dello Stato, chissà che tra i Popolari con la “balena bianca” nel cuore non si possa pescare anche il nuovo federatore del centrosinistra. Evitando così che Elly Schlein e Giuseppe Conte si scannino alle Primarie, logorandosi. A lanciare il sasso è stata Rosy Bindi, che parlando al Corriere della sera ha detto: «Io vorrei qualcuno che li metta insieme perché, con queste premesse, questi non si mettono nemmeno a un tavolo». Ed ecco che si parla quindi di “carta coperta“, «qualcuno che apparecchi la tavola, altrimenti le elezioni non si vincono». Già, ma chi? «È un papa, non una papessa». Niente sindaca di Genova Silvia Salis. «Io il nome ce l’ho in testa», ha dichiarato con fare misterioso Bindi. «Se c’è una possibilità che questa cosa riesca è che il nome non lo faccia io». Va bene, ma quindi? Magari si potrebbe pescare tra qualcuno di quelli avvistati alla riunione capitolina dei vecchi amici democristiani (di allora e di oggi). Franceschini teneva banco, con la collaborazione di Pier Ferdinando Casini, per evocare la segreteria targata Benigno Zaccagnini, dal 1975 al 1980, durante il periodo del compromesso storico. «Questo incontro», ha però sottolineato l’ex ministro dei Beni culturali, «non vuol avere connotazioni politiche attuali. Riguarda la memoria». Tanto ci pensano gli altri a fare qualche elucubrazione. Anche perché è stato avvistato un nome spesso associato al ruolo di facilitatore e mediatore del campo largo: Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, che aveva appena lasciato gli studi romani di La7. Presente Giovanni Minoli con i suoi filmati d’epoca, in compagnia di Beppe Sangiorgi, memoria storica della Democrazia cristiana: particolare da sottolineare, il fondatore di Mixer aveva accanto a sé Salvo Nastasi, lettiano doc. Immancabili poi Gianfranco Rotondi, Carlo Giovanardi, Giuseppe Gargani, Leoluca Orlando, Vincenzo Scotti, Carlo Fracanzani, Calogero Mannino, Angelo Sanza. Ma anche Bruno Tabacci, Lorenzo Cesa, Simone Guerini, Giovanni Bachelet, Sergio D’Antoni. Fanfaniani assenti. Per la serie “gli eredi di”, ecco Antonia De Mita, Serena Andreotti, Alessandro Forlani, Flavia Piccoli Nardelli, Livia Zaccagnini. Dulcis in fundo, Silvia Costa, l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, e il mattarelliano Pierluigi Castagnetti. A suggellare la reunion, l’inno storico della Dc: “O Bianco Fiore” (non Michaela, l’ex berlusconiana animalista). Da questo arzillo gruppo uscirà qualche nome spendibile per Quirinale o Palazzo Chigi?

Il Dc Pride tra totonomi per Quirinale e Palazzo Chigi: le pillole del giorno
Il Dc Pride tra totonomi per Quirinale e Palazzo Chigi: le pillole del giorno
Il Dc Pride tra totonomi per Quirinale e Palazzo Chigi: le pillole del giorno
Il Dc Pride tra totonomi per Quirinale e Palazzo Chigi: le pillole del giorno
Il Dc Pride tra totonomi per Quirinale e Palazzo Chigi: le pillole del giorno
Il Dc Pride tra totonomi per Quirinale e Palazzo Chigi: le pillole del giorno

Calta si mette a tavola

Il costruttore ed editore Francesco Gaetano Caltagirone è pronto alla guerra di Mps, dove sembra poter tornare in pista l’amministratore delegato uscente Luigi Lovaglio. E a tavola certo non si tira indietro, presentandosi al ristorante Rinaldi al Quirinale, meta di gourmet e potenti. Immancabile la fotografia con i proprietari del locale, che si trova a poca distanza dal quartier generale di Caltagirone.

Con Anas Gemme salva i cani

«Anas salva in media un animale ogni cinque giorni dal pericolo di essere investito e ucciso», racconta l’ad Claudio Andrea Gemme, e «in Italia il fenomeno dell’abbandono degli animali lungo le strade rappresenta una grave emergenza perché mette a rischio la loro vita e quella degli utenti. Negli ultimi anni abbiamo intensificato le attività di monitoraggio e intervento in collaborazione con le autorità locali e le associazioni del settore». E dal 3 aprile nasce DogLand – Anas, nel parco divertimenti MagicLand, dove i cani potranno muoversi, giocare e rilassarsi in sicurezza, sempre accompagnati dalle famiglie. Un’area completamente recintata e «realizzata con erba sintetica di alta qualità», dotata di zone ombreggiate, sedute e fontanella. Elemento distintivo, il “percorso agility” in legno a sei stazioni, progettato per stimolare movimento, gioco e interazione: pedana di attesa, pedana mobile, slalom, ostacolo regolabile, palizzata e anello fisso.

Il Dc Pride tra totonomi per Quirinale e Palazzo Chigi: le pillole del giorno
Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri e l’ad di Anas Claudio Andrea Gemme (foto Imagoeconomica).

Quel Piano Staff House che piaceva a Santanchè

Era il suo fiore all’occhiello, Daniela Santanchè ci teneva tantissimo: quel nuovo bando per riqualificare e creare strutture abitative a canone calmierato, con le domande pronte a partire dal 2 aprile, doveva sancire il suo dominio assoluto nel settore turistico. E invece niente: dimissioni forzate, volute dalla premier Giorgia Meloni, e addio al ministero del Turismo. Si trattava del Piano Staff House, uno stanziamento di 54 milioni di euro destinati alla riqualificazione, all’ammodernamento e alla realizzazione di alloggi per i lavoratori del settore turistico. Il provvedimento «punta a rispondere a una delle criticità più rilevanti del comparto: la difficoltà di accesso a soluzioni abitative sostenibili, soprattutto nelle località a forte vocazione turistica», all’interno di uno stanziamento complessivo di 120 milioni di euro. Ci sono i contributi per la locazione, già attivati nel 2025, e adesso anche i contributi per gli investimenti strutturali, oggetto del nuovo bando. Con la voglia di dare una casa “a chilometro zero” a tutti coloro che lavorano nel comparto turistico. Santanchè ci teneva tanto a comunicarlo: ora ci penserà direttamente la presidente del Consiglio, grazie all’interim.

Il Dc Pride tra totonomi per Quirinale e Palazzo Chigi: le pillole del giorno
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Andrea Pisani? È ovunque

Era a Le Iene, a Mediaset, nella puntata dove si parlava tra l’altro della morte di David Rossi: sarà perché deve promuovere il suo film, ma Andrea Pisani, attore e cabarettista, non conosce soste ed è presente ovunque, nel piccolo schermo e non solo. Eccolo in collegamento con Fiorello, a La Pennicanza su Rai Radio 2: come giri canale, Pisani c’è. Ha un ottimo ufficio stampa, indubbiamente. E le sue dichiarazioni vengono veicolate ovunque: dopo aver scherzato su alcune critiche personali e su Max Angioni, Pisani non manca mai di colpire Raoul Bova, che ora ha una relazione con Beatrice Arnera. Ex di Pisani.

Il Dc Pride tra totonomi per Quirinale e Palazzo Chigi: le pillole del giorno
Il comico Andrea Pisani tra i protagonisti del film Cena di classe, regia di Francesco Mandelli (foto Ansa).

Olio per Anna Falchi

Nella Capitale, nella Sala del Tempio di Vibia Sabina e Adriano della Camera di Commercio di Roma, alla cerimonia ufficiale di premiazione dei vincitori del “Premio Roma Evo”, ossia il concorso regionale per i migliori oli extravergine di oliva del Lazio, c’era Anna Falchi. Ha anche partecipato il senatore Giorgio Salvitti, consigliere del ministro all’Agricoltura, alla Sovranità alimentare e alle Foreste, Francesco Lollobrigida. C’era pure Giancarlo Righini, assessore regionale al Bilancio, programmazione economica, agricoltura e sovranità alimentare, caccia e pesca, parchi e foreste.

Il Dc Pride tra totonomi per Quirinale e Palazzo Chigi: le pillole del giorno
Anna Falchi (Imagoeconomica).