C’è attesa per il Consiglio dei ministri del 22 maggio 2026, che dovrà prorogare, fra le altre cose, il taglio delle accise su benzina e gasolio. Nell’ultima proroga era stato confermato un taglio di 20 centesimi per il gasolio e uno più leggero di 5 centesimi per la benzina fino appunto al 22 maggio. Ora il governo dovrebbe prorogarlo per altre due settimane, fino alla prima settimana di giugno. Il rinnovo della misura, che rappresenta un sostegno cruciale per le famiglie e per il settore dei trasporti e di quello agricolo, è stato confermato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti al Festival dell’Economia di Trento. «Credo che si andrà a un decreto legge domani sera. Prevediamo interventi che andranno incontro ad esempio agli autotrasportatori e trasporto pubblico locale, con il taglio delle accise fino alla prima settimana di giugno», ha detto il titolare del Mef, aggiungendo che il Cdm dovrà anche esaminare un provvedimento a favore dell’ex-Ilva, per garantire il proseguimento delle attività. Si parla di una proroga del prestito ponte di 149 milioni di euro concesso a fine aprile, cifra che basterebbe solo fino alla fine di giugno (ma il governo sembra orientato a fare uso della maggiore flessibilità concessa dall’Ue sino a 380 milioni). Fra le altre misure al vaglio di Palazzo Chigi c’è anche il via libera allo stanziamento di 150 milioni per la frana di Niscemi.
Cinquantacinque. Sessanta. Sessantacinque. Non sono i numeri del lotto, ma sono, rispettivamente, i nuovi reati, le aggravanti e gli aumenti di pena introdotti dal governo Meloni (il conteggio è di Antigone, che ha appena presentato il suo nuovo rapporto sulle condizioni di vita, e purtroppo di morte, in carcere). E dire che alla guida del ministero della Giustizia ci sarebbe un liberale; al prossimo giro metteteci direttamente Matteo Salvini.
Giorgia Meloni e Carlo Nordio (Imagoeconomica).
Il tasso di sovraffollamento ha raggiunto il 139,1 per cento
«Le carceri italiane sono oggi più affollate, più chiuse e il governo continua ad aggravare l’emergenza penitenziaria con nuovi reati, aumenti delle pene e nuovi annunci di edilizia penitenziaria, con i numeri che raccontano il fallimento di questo approccio», dice Antigone. Al 30 aprile 2026 nelle carceri italiane erano detenute 64.436 persone, a fronte di una capienza regolamentare di 51.265 posti (che però si riducono a soli 46.318 posti realmente disponibili): «Il tasso reale di sovraffollamento ha così raggiunto il 139,1 per cento. Sono ormai 73 gli istituti con un tasso di affollamento pari o superiore al 150 per cento, mentre in otto carceri si supera addirittura il 200 per cento. Gli istituti non sovraffollati sono appena 22 in tutta Italia». Nonostante il governo abbia annunciato da tempo un piano carceri, «i posti realmente disponibili sono addirittura diminuiti di 537 unità dall’avvio del piano stesso. Nel frattempo, dal 2018 al 2024, i tribunali di sorveglianza hanno accolto oltre 30 mila ricorsi per trattamenti inumani o degradanti subiti dalle persone detenute». Numeri superiori a quelli che portarono alla condanna dell’Italia nella Sentenza Torreggiani, quando i ricorsi presentati furono circa 4 mila.
L’istituto penitenziario minorile Fornelli di Bari (Imagoeconomica).
Il mancato reinserimento produce solo più insicurezza
L’aumento delle presenze, peraltro, non dipende da un aumento della criminalità: «I reati in Italia restano sostanzialmente stabili e nei primi mesi del 2025 risultano addirittura in calo dell’8 per cento. Calano anche gli ingressi in carcere e continua a diminuire il ricorso alla custodia cautelare, che oggi riguarda il 24,1 per cento delle persone detenute». A crescere sono invece le pene più lunghe e gli effetti delle politiche punitive adottate dal governo. «Ma soprattutto il sistema continua a fallire sul terreno decisivo: evitare che chi esce dal carcere torni a delinquere», dice ancora l’associazione guidata da Patrizio Gonnella. «Oggi solo il 40,8 per cento delle persone detenute è alla prima carcerazione. Il 45,9 per cento è già stato in carcere da una a quattro volte. Il 10,6 per cento da cinque a nove volte. Il 2,7 per cento addirittura più di 10 volte. È la dimostrazione di un sistema che non reinserisce e, di conseguenza, produce solo più insicurezza».
Immagine realizzata con l’Ia (Imagoeconomica).
I fatti di Modena hanno ridato fiato alla propaganda
Il diritto penale è, o dovrebbe essere, una risorsa scarsa. Invece c’è chi vorrebbe abusarne. Come la Lega nei giorni scorsi, dopo i fatti di Modena. Il partito di Matteo Salvini, in piena campagna elettorale per le Politiche – un po’ come tutti a dire il vero – incalzato dalla costante presenza di Roberto Vannacci, che scippa voti e parlamentari alla Lega, se n’è uscito con la proposta di rivedere (di nuovo) la legge sulla cittadinanza, articolo 10 bis della legge 91 del 1992 già modificato dal ddl sicurezza del 2025. Dopo la tentata strage per cui è accusato Salim El Koudri, Salvini vorrebbe allargare le possibilità di revoca della cittadinanza, per ora prevista per, fra l’altro, condanne passate in giudicato per terrorismo. È probabile che la proposta di modifica, già bocciata dal resto del governo, si areni nel regno delle paccottiglie retorico-populistiche. Ma è altrettanto probabile che al prossimo episodio di cronaca utile, Salvini proporrà nuove strette. Non sappiamo ancora niente di El Koudri – qual è il movente? – ma sappiamo che fra il 2022 e il 2024 è stato in cura per un disturbo mentale. Forse è facile dargli del pazzo e chiuderla lì, ma l’ipotesi degli psichiatri (Alessandro Bertolino, professore ordinario di Psichiatria dell’Università di Bari e direttore del Dipartimento di Neuroscienze della stessa università) è che il comportamento di El Koudri sia compatibile non tanto con il disturbo schizoide di personalità di cui è affetto quanto con la sospensione dei farmaci. Insomma, potrebbe non essere la “cittadinanza” il punto di caduta del dibattito.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
In quel caso la Lega potrebbe essere utile con una nuova protesta: potrebbe protestare contro il governo di cui fa parte e chiedere di aumentare le spese per la salute mentale. Nel 2023 solo 3,5 miliardi su 133 di spesa pubblica per la sanità sono stati impiegati per la salute mentale, il 2,69 per cento. Un terzo in meno di quanto spendono altri Paesi, tra cui la Francia. Aumentare la spesa naturalmente non eliminerà i rischi, perché il rischio zero non esiste. Certamente non saranno i 400 anni di reclusione che si ottengono sommando i massimi edittali previsti per le numerose fattispecie di reato e gli inasprimenti introdotti dal governo in questi anni a risolvere i problemi.
Una prova di forza. D’altronde quando si gioca in casa bisogna mettere sul tavolo tutte le carte. Al massimo delle proprie possibilità. Lo sa bene il numero uno di ColdirettiEttore Prandini, fresco di nomina alla guida dell’Associazione italiana allevatori, ed è quello che sta provando a fare: il figlio del democristianissimo e indimenticato ministro Gianni sarà il regista, nella serata di giovedì 21 maggio a Brescia, dell’assemblea “Coldiretti, la forza amica del Paese. Salute, sicurezza, prossimità: l’Italia del cibo”. Interessante notare le presenze politiche attese, col centrodestra che schiera “l’artiglieria pesante”: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ovviamente il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, alleato di Prandini in tante epiche battaglie comuni, come quella sul vino che non fa male («tra i centenari non c’è nessun astemio» e altre perle) o contro la carne sintetica, una causa per la quale si è arrivati persino a muovere le mani fuori da Montecitorio. Tra gli invitati figura anche il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. A proposito: Prandini sarà il suo successore nel ruolo di governatore? Il 2028, quando si vota, è ancora lontano, e del presidente di Coldiretti candidato in quota Fratelli d’Italia si parla da un po’, tra varie smentite. Certo, Matteo Salvini non avrebbe vita facile a spiegare ai leghisti di aver rinunciato così allo storico feudo lombardo. Soprattutto in un momento che per lui è politicamente tragico, con il travaso verso il partito dell’ex amico Roberto Vannacci che è ricominciato, vedi l’esempio di Laura Ravetto. Tra l’altro, sarà un caso o magari no, il grande assente alla serata è appunto Salvini. Che – guarda le coincidenze, alle volte – aveva un appuntamento proprio nel Bresciano segnato nell’agenda giovedì, ma in quel di Lonato del Garda per sostenere il candidato sindaco leghista. Poi però niente capatina a casa degli agricoltori…
Metti Bernini al ristorante con…
Nei ristoranti romani si parla del presente e del futuro, con due temi all’ordine del giorno: la politica e l’economia. Nella giornata di mercoledì, in un locale frequentatissimo dal “potere”, ossia Al Moro, situato a due passi dalla Fontana di Trevi, a tavola c’erano Fedele Confalonieri, anni 88, storico sodale di Silvio Berlusconi, e Anna Maria Bernini, ministra dell’Università e della Ricerca. Dicono che ad Antonio Tajani a quell’ora siano fischiate le orecchie…
Un Abete in terrazza
Festa sulla terrazza dell’Hotel d’Inghilterra, una delle location romane più amate dei vip: c’era Luigi Abete, già numero uno di Confindustria, che non ha mai smesso di parlare. A poca distanza ecco Massimo Caputi, presidente di Federturismo. Immancabile la presenza del televisivo Andrea Ruggieri, con cravatta rigorosamente slacciata, pronto a sorseggiare l’ennesimo drink in lieta compagnia.
Come sta il ministro Schillaci?
Come sta il ministro della Salute Orazio Schillaci, dopo che lui stesso ha annunciato la necessità di doversi sottoporre a un’operazione? Per la presentazione della “XXV Giornata Nazionale del Sollievo”, intitolata “Io mi prendo cura”, è previsto un video saluto di Schillaci.
Orazio Schillaci (Imagoeconomica).
Festa per Save the Children
È un periodo nero per l’infanzia, in ogni parte del mondo. E nella giornata di giovedì all’Acquario Romano va in scena, con Save the Children presieduta da Claudio Tesauro, “Impossibile”, la biennale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza sul tema “Investire nelle periferie, investire nell’infanzia”, con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri e molti altri ancora. Imperdibile il monologo dell’attore e regista Claudio Amendola. A parlare delle periferie come «ecosistemi educativi e sociali complessi, in cui spazio fisico, offerta di servizi, reti e politiche pubbliche si intrecciano nel determinare le opportunità di crescita di bambine, bambini e adolescenti», anche Bianca Piserchia, responsabile Area Progettazione, Governance e Advocacy della Fondazione Banco dell’Energia, e Laura Tondi, sustainability manager in Ikea Italia. Altri panel con Veronica Rossi, sustainability director Lavazza Group e segretaria generale Fondazione Lavazza, Daniele Spagnoli, sustainability manager del gruppo Feltrinelli, Massimo Castiglia, sponsor and event manager Corporate Communication Italy di Ferrero, Giulio Cederna, direttore della Fondazione Paolo Bulgari, Felice Fabrizio, people and sustainability manager di Juventus. Prologo nella serata del giorno precedente con un raffinatissimo “charity dinner”.
A Trento parata di ministri
Venerdì di fuoco al Festival di Trento: è atteso mezzo governo. Si comincia con Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy. Poi al convegno “Lavoro e carcere tra sogno e realtà” ecco Carlo Nordio, titolare della Giustizia. A seguire, “Immigrazione come problema o come opportunità”, con la partecipazione di Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno. Nel pomeriggio, “Intelligenza artificiale, produttività e occupazione”, con Marina Calderone, ministra del Lavoro. Altro incontro, “Dalla ricerca ai nuovi mercati”, con Anna Maria Bernini, ministra dell’Università e della Ricerca. “Come funziona la valutazione d’impatto generazionale” vedrà la partecipazione di Maria Elisabetta Alberti Casellati, ministra per le Riforme Istituzionali e la Semplificazione normativa. Non può mancare “La transizione energetica, serve un sistema stabile e sostenibile”, con Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. A Trento non mancherà il traffico di auto blu ministeriali, in una giornata così affollata…
Matteo Salvini avrebbe provato a convincerla in ogni modo. Il pressing del segretario leghista su Laura Ravetto sarebbe stato insistente. L’ultima telefonata poco prima dell’annuncio dell’addio, fatto uscire sul sito di un quotidiano. Ma non c’è stato nulla da fare.
Le liti e l’isolamento dal gruppo parlamentare
Per l’ex pasionaria leghista, divenuta salviniana nel 2020 dopo un trascorso ventennale in Forza Italia, la misura era colma. Le liti con il tesoriere Alberto Di Rubba erano sotto gli occhi di tutti, così come l’isolamento dai colleghi del gruppo parlamentare. Da mesi Ravetto ormai parlava con pochissimi. Molte smorfie e rispostacce in Transatlantico, e qualche ‘soffiata’ al vetriolo passata ai giornali. Per non parlare del video, diventato virale sui social e girato parecchio pure nelle chat del partito, in cui Ravetto aggrediva verbalmente una giornalista durante il corteo dei Patrioti a Milano.
La responsabile Pari opportunità del partito non aveva digerito la mancata nomina, a novembre scorso, alla presidenza di Arera. Un incarico prestigioso – si sarebbe ‘sistemata’ per sette anni – che le era stato promesso dal capo. Da allora le crepe sarebbero diventate faglie, fino alla rottura sancita dall’accordo, siglato sabato scorso a Viareggio, con Roberto Vannacci. Ravetto sarà il volto del generale in tv da qui alle Politiche.
I contributi da saldare alla Lega
Nel caos della comunicazione leghista degli ultimi mesi – sconvolta dalla transizione tra Matteo Pandini e Davide Vecchi – la deputata cuneese faticava ad accedere nelle trasmissioni, l’unica cosa che veramente le stava a cuore. E poi c’era la questione dei soldi. Nell’ultimo incontro con i parlamentari leghisti, Salvini era stato tranchant: chi non paga il contributo (2800 euro al mese) è fuori dal partito. Ravetto doveva scegliere: saldare l’arretrato a un partito che forse non le avrebbe assicurato la rielezione o cambiare casacca. Ha scelto la seconda opzione.
Matteo Salvini (Ansa).
Si attendono nuovi arrivi in Futuro Nazionale
Ora attendiamo solo di vedere se e quanti altri la seguiranno, attratti dai consensi in crescita di Futuro Nazionale. Si parla di tre o quattro ingressi a partire dalla prossima settimana, non tutti dalla Lega. In tal caso, i deputati vannacciani – saliti a quattro con Ravetto che si unisce agli ex leghisti Rossano Sasso ed Edoardo Ziello e all’ex FdI Emanuele Pozzolo – si avvicinerebbero alla soglia minima richiesta per diventare componente del Misto e accedere ai fondi messi a disposizione della Camera.
Le verifiche svolte dalla Commissione parlamentare antimafia in merito alle violazioni del codice di autoregolamentazione dei partiti hanno evidenziato 28 candidati considerati “impresentabili” alle elezioni amministrative del 24 e 25 maggio 2026. Tra queste ci sono Luigi Gentile, candidato sindaco per il comune di Agrigento, Alfio Pillera, Gianluca Giuseppe Anzalone e Concetta Carla Luisa Foti, candidati sindaco a Randazzo (Catania) e Giovanni Macrì e Giuseppe Rodolico, candidati sindaco a Tropea. Le verifiche riguardano le consultazioni per l’elezione dei sindaci e dei consigli comunali in 35 comuni, ovvero Agrigento, Andria, Arezzo, Avellino, Chieti, Crotone, Enna, Fermo, Lecco, Macerata, Mantova, Messina, Pistoia, Prato, Reggio Calabria, Salerno, Trani, Venezia, Afragola (Napoli), Cava de’ Tirreni (Salerno), Ercolano (Napoli), Faenza (Ravenna), Imola (Bologna), Legnano (Milano), Marsala (Trapani), Molfetta (Bari), Moncalieri (Torino), Portici (Napoli), Viareggio (Lucca), Vigevano (Pavia), oltre ai comuni sciolti a seguito di fenomeni di infiltrazione o condizionamento di tipo mafioso di Cerva (Catanzaro), Melito di Napoli (Napoli), Quindici (Avellino), Randazzo (Catania) e Tropea (Vibo Valentia).
Non sopporta né Maurizio Lupi né Licia Ronzulli: Carlo Calenda ha i suoi gusti, e chi lo vuole convincere a far parte del centrodestra nella futura corsa per conquistare Palazzo Marino sa che deve faticare parecchio. Però, dalle parti meloniane, c’è chi sta pensando a un colpo a effetto: «Ma se proponessimo proprio a Calenda di candidarsi a sindaco di Milano?». Pare una provocazione, che però servirebbe a fare chiarezza sull’alleanza da costruire in vista delle Politiche del 2027. Il leader di Azione, che resta un interlocutore strategico per il centrodestra a Milano, ha posto un veto alla candidatura di Lupi. Sponsorizzato da Ignazio La Russa, il leader di Noi Moderati ha recentemente incassato un timido sì pure da Ronzulli ma non dalla Lega.
Maurizio Lupi (foto Imagoeconomica).
Tornando all’ipotesi (lunare, va detto) di una candidatura di Calenda, chi obietta che è romano dovrebbe ricordare che lo era pure Stefano Parisi che per poco, nel 2016, non conquistò Palazzo Marino. Al secondo turno vinse Beppe Sala con il 51,7 per cento delle preferenze mentre Parisi si fermò al 48,3. E dulcis in fundo, Calenda ha nel curriculum un’altra candidatura a sindaco. Era il 2021 e alle Amministrative di Roma, insieme con Italia Viva, ottenne il 19,81 per cento staccando di una manciata di voti l’uscente Virginia Raggi e posizionandosi al terzo posto dietro Enrico Michetti e Roberto Gualtieri poi andati al ballottaggio. La sua lista “Carlo Calenda sindaco” fu la più votata a Roma superando pure Pd e FdI. Magari potrebbe esercitare lo stesso appeal anche all’ombra della Madonnina.
Carlo Calenda (Imagoeconomica).
Tutti al ricordare Pannella
Forse era più religioso, a modo suo, di tanti democristiani: fatto sta che Marco Pannella, nel decennale della morte, viene ricordato a Montecitorio da tanti cattolici. Nella sala della Regina nel pomeriggio di martedì va in scena la presentazione del libro Marco Pannella, la passione della politica curato da Piero Ignazi, con Benedetto Della Vedova in qualità di segretario di Presidenza della Camera, Emma Bonino, Pier Ferdinando Casini, monsignor Vincenzo Paglia, e poi Luciana Castellina, Gianni Letta, Claudio Martelli, Francesco Rutelli e altri ancora. Chissà cosa ne pensa Papa Leone XIV. Alla fine dell’evento, poi, nella vicina piazza Capranica verrà allestita una “maratona oratoria”, come faceva Pannella, con gli interventi di Paolo Vigevano, Elio Vito, Marco Taradash, Lia Quartapelle, Giorgio Mulè, Carlo Calenda, Enrico Costa, Roberto Giachetti, Filippo Sensi, Gian Domenico Caiazza, Francesca Scopelliti, Gaetano Quagliariello, Stefania Craxi, Riccardo Magi…
Marco Pannella in una foto del 2015 (Imagoeconomica).
Tajani punta a Cassino capitale della cultura, grazie a Montecassino
È davvero irrefrenabile Antonio Tajani. Dopo essersi speso per portare la linea ferroviaria AV a Frosinone, pare che il leader di Forza Italia abbia a cuore la candidatura a Capitale della Cultura nel 2029 di Cassino, “sfruttando” il riconoscimento dell’Abbazia di Montecassino come patrimonio Unesco, che potrebbe essere ottenuto entro il primo semestre del 2028. Il luogo sacro celebrerà proprio nel 2029 il suo anniversario numero 1500 con un vero e proprio Giubileo che dovrebbe aprirsi tra settembre e ottobre 2028 e chiudersi il 21 marzo 2030 in occasione delle celebrazioni per il transito di San Benedetto. Iniziative che coinvolgono anche le organizzazioni religiose, con la confederazione benedettina che ha aperto ufficialmente il suo cammino globale verso il Giubileo del 2029.
Laura Ravetto lascia la Lega e passa a Futuro nazionale, il partito di Roberto Vannacci. È la prima big del Carroccio ad aderire alla formazione politica dell’ex generale. L’ha appreso Repubblica ed è stato confermato da fonti qualificate di Fn. Nei prossimi giorni dovrebbe salire sul palco di uno dei comizi vannacciani, sancendo pubblicamente il passaggio.
La premier Giorgia Meloni ha scritto una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen chiedendo che la deroga al Patto di stabilità valga, oltre che per la difesa, anche per la crisi energetica. «L’Italia ritiene necessario estendere temporaneamente il campo di applicazione della National escape clause già prevista per le spese di difesa anche agli investimenti e alle misure straordinarie necessarie per fronteggiare la crisi energetica, senza modificarne i limiti massimi di scostamento già previsti», ha scritto Meloni, aggiungendo che, «in assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo spiegare all’opinione pubblica uneventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste».
«Anche la sicurezza energetica è una priorità strategica europea»
«La crisi in Medio Oriente e le tensioni nello Stretto di Hormuz, che si aggiungono agli effetti dell’aggressione russa dell’Ucraina, stanno già producendo effetti pesantissimi e spesso asimmetrici sui prezzi dell’energia, sui costi per famiglie e imprese, sulla competitività del nostro sistema produttivo e sul potere d’acquisto dei cittadini». ha continuato Meloni. «In Italia e in molte nazioni europee cresce la preoccupazione di dover affrontare un nuovo shock economico e sociale dopo gli enormi sacrifici sostenuti negli ultimi anni. Per questo ritengo che l’Europa debba dare un segnale di coerenza, di buon senso e di vicinanza ai cittadini. Se consideriamo giustamente la difesa una priorità strategica tale da giustificare l’attivazione della National escape clause, allora dobbiamo avere il coraggio politico di riconoscere che oggi anche la sicurezza energetica è una priorità strategica europea», ha concluso Meloni.
La replica: «Posizione non cambia»
Alla lunga lettera di Meloni è arrivata una replica stringata di Bruxelles. «La posizione della Commissione europea non è cambiata. Abbiamo presentato agli Stati membri una gamma di opzioni a loro disposizione per affrontare l’attuale crisi energetica», ha detto il portavoce della Commissione Ue Olof Gill. «Al momento non stiamo includendo la Clausola di salvaguardia nazionale tra queste opzioni, perché riteniamo che la gamma di strumenti presentata debba restare entro un quadro di vincoli fiscalmente responsabili. Naturalmente osserviamo l’evoluzione della situazione».
Operazione governatori. Nessuno lo conferma in pubblico e pochi ne parlano in privato, ma, per risollevare una Lega sempre più in picchiata nei sondaggi, Matteo Salvini sarebbe pronto a calare quattro carichi pesanti nella partita delle Politiche del 2027. L’idea del capo leghista sarebbe quella di candidare i presidenti di Lombardia e Friuli Venezia Giulia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga, il presidente del Consiglio regionale veneto, Luca Zaia, e il presidente della Provincia di Trento, Maurizio Fugatti.
Matteo Salvini con Maurizio Fugatti, Luca Zaia e Attilio Fontana (Imagoeconomica).
La carta per rilanciare il nordismo leghista
Il progetto, di cui Salvini avrebbe parlato con alcuni di loro, servirebbe a rilanciare il partito al Nord e a recuperare consensi tra i delusi. Insomma, far correre quel ‘partito dei governatori’, cuore del ‘nordismo’ leghista e a tratti critico nei confronti di certe istanze sovraniste da anni predominanti nella Lega salviniana. Massimo esempio del radicamento sul territorio e del buongoverno di via Bellerio, i “governatori” (così vengono chiamati anche se Zaia è un ex) da tempo si coordinano, collaborano, spesso assumono posizioni simili sulle questioni più delicate che riguardano il partito. Hanno tenuto anche a sigillare i loro rapporti con un pranzo che si è tenuto prima della scadenza del mandato di Zaia, subito denominato «patto del sushi». L’ipotesi è di usare i consensi dei ‘governatori’ come si è usato il gradimento per la novità di Roberto Vannacci alle Europee.
I sondaggi in picchiata rendono difficile un’eventuale contrattazione con gli alleati
Gli ostacoli a questa operazione però non sono irrilevanti. In primo luogo, se candidi Fontana, Fedriga, Zaia e Fugatti poi non puoi parcheggiarli in Parlamento come semplici deputati o senatori, è il ragionamento che fa qualcuno. Se hai buoni piloti, questi ultimi si aspettano quantomeno di guidare auto importanti. E questo è un tema non da poco, visto che i leghisti temono di scendere ancora nei sondaggi nei prossimi mesi (oggi la Lega è attorno al 6 per cento), penalizzati dall’ascesa di Vannacci. Un partito con consensi così limitati, si commenta, non può pretendere molto nell’eventuale contrattazione con gli alleati di centrodestra per la suddivisione dei futuri posti di governo. Soprattutto se si tiene conto che Salvini vorrà ritornare all’Interno, e Giancarlo Giorgetti potrebbe essere confermato all’Economia. Ed ecco che le poltrone pesanti sono già esaurite.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
L’ostacolo tempo e il pressing di FdI
Ma lo scoglio più grosso sarebbe temporale. Se volessero candidarsi con l’intenzione di essere eletti, e non solo come una mossa di bandiera, Fedriga, Fontana e Fugatti dovrebbero dimettersi con almeno un anno di anticipo rispetto alla scadenza dei loro mandati. Un’eventualità che sarebbe vista con grande favore da parte degli alleati di Fratelli d’Italia che da prima della vittoria del leghista Alberto Stefani in Veneto fremono per conquistare la presidenza di una Regione del Nord. In Friuli Venezia-Giulia il pressing di FdI sui leghisti è evidente e ha portato nei mesi scorsi a una mini-crisi di maggioranza, subito rientrata. Qui, infatti, il partito di Meloni spinge per far eleggere Alessandro Ciriani, fratello del ministro per i Rapporti con il Parlamento. Nei prossimi mesi, si vedrà se Fedriga accetterà o meno la proposta di Salvini. Chi invece proprio non ne vuole sapere di dimettersi un anno prima è Fontana. Sempre più autonomo dal segretario nelle sue decisioni, l’Attilio da Varese non ha alcuna intenzione di lasciare prima della scadenza la Giunta finora guidata dalla Lega. Dopo che il presidente di Coldiretti Ettore Prandini si è ufficialmente tirato indietro, nel partito di Giorgia Meloni stanno già litigando tra coloro che vogliono candidare Carlo Fidanza e quelli che tifano per Alessio Butti.
I gravissimi fatti di Modena restituiscono un’immagine plastica delle spaccature all’interno della maggioranza e forniscono un assaggio dei toni che assumerà la lunga campagna elettorale per le Politiche del 2027. Da una parte ci sono il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la premier Giorgia Meloni che visitano i feriti a Modena e Bologna, ringraziano i medici e i cittadini che hanno bloccato Salim El Koudri. Dall’altra c’è Matteo Salvini.
Il Presidente Sergio Mattarella con la premier Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Tajani frena Salvini sulla revoca al permesso di soggiorno
Il segretario della Lega e vicepremier ha dato immediatamente fuoco alle polveri chiedendo di revocare il permesso di soggiorno ed espellere chi delinque. La proposta di legge, ricorda Salvini, è da tempo in commissione Affari Costituzionali della Camera, «se commetti un reato grave un Paese serio ti espelle immediatamente. È legittima difesa». Sta all’altro vicepremier, il segretario di FI Antonio Tajani, a frenarlo: Salim El Koudri «non aveva un permesso di soggiorno. È un cittadino italiano, nato, cresciuto e laureato in Italia…».
Antonio Tajani (Imagoeconomica).
Sempre da Forza Italia il ministro Paolo Zangrillo ha ricordato che la revoca della cittadinanza «è una decisione che non può prendere da sola la Lega. Dobbiamo stare attenti a non assumere decisioni sull’onda dell’emotività». La battaglia del partito berlusconiano per lo Ius Italiae non sembra più di stretta attualità, ma le sensibilità tra gli alleati di governo restano distantissime. Frena anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: espellere i migranti che delinquono? «Ci stiamo lavorando ma qui stiamo parlando di altro», cioè di un caso di disagio psichiatrico. Salvini però non molla: «È già in discussione alla Camera unaproposta di legge, a prima firma Iezzi per la revoca della cittadinanza agli stranieri che commettono gravi reati», ha tuonato dalla scuola di formazione politica di Armando Siri. E vale «sia per il permesso di soggiorno che per la cittadinanza data a stranieri che hanno una doppia cittadinanza. La cittadinanza non può essere a vita».
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
L’uscita scomposta di Bignami
Meloni, rientrata da Cipro per far visita ai feriti insieme con il capo dello Stato, non entra nella giostra delle polemiche e lo stesso Fratelli d’Italia. A eccezione di Galeazzo Bignami. «Stiamo iniziando a sentire quello che non vogliamo sentire dai soliti ipocriti e benpensanti: che si tratta di un italiano, di una persona che va capita e compresa, del gesto di un folle», ha commentato in un video sui social il capogruppo di FdI alla Camera. «Chiariamo le cose, non è un italiano, ma un immigrato di seconda generazione, e non c’è nulla da capire e da comprendere; certo che è un folle, perché solo un folle fa una cosa simile, ma deve pagare per quello che ha fatto e lo deve fare a casa sua che, per quanto mi riguarda, non è l’Italia ma in Marocco dove ha le sue origini». «Se non siamo chiari su quello che è accaduto», ha aggiunto, «rischiamo che possa riaccadere perché questo è il frutto di una cultura immigrazionista che, per quanto ci riguarda, non ha motivo di esistere». L’altra accusa è contro «il fallimento dei servizi sociali a Modena», comune di centrosinistra. «Gravissimo che un individuo psichiatricamente instabile come Salim El Koudri sia stato abbandonato a se stesso portando così ai tragici fatto di sabato», ha attaccato il deputato Riccardo De Corato.
Galeazzo Bignami (Imagoeconomica).
Vannacci all’attacco sulla remigrazione
Tra i meloniani si derubricano gli ululati leghisti a tentativi di arginare la minaccia vannacciana. L’ex generale spinge infatti per una legge sulla remigrazione. «La smettano anche i giustificazionisti che vogliono derubricare il caso a follia di uno psicopatico. Le dinamiche sociali e ideologiche valgono sempre o solo quando fa comodo?», ha attaccato Vannacci sui social. «Se una donna viene uccisa, si parla subito di patriarcato e mascolinità tossica. Se una vittima è straniera o nera, si parla immediatamente di odio razziale e clima culturale. Se un omosessuale o un trans viene picchiato non vi è dubbio: si tratta di omotransfobia. Ma se un uomo islamico, magrebino di seconda generazione travolge civili innocenti usando modalità identiche a quelle usate dagli islamici in decine di attentati già visti in Europa, allora improvvisamente spariscono tutte le analisi sociali, culturali e ideologiche. Restano solo i ‘problemi psicologici’. Perché, allora, le spiegazioni culturali valgono sempre, oppure non valgono, solo quando la realtà mette in crisi una certa ideologia?».
Il passo indietro di Federico Freni alla presidenza della Consob ha messo in luce l’ostinazione di chi persiste in una candidatura che sta bloccando un organismo del Parlamento. Quella di Simona Agnes, figlia di Biagio Agnes e consigliera di amministrazione della Rai, che nell’autunno 2024 il centrodestra ha proposto come presidente della tv pubblica, dopo la nomina dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi, e che è ancora lì sul tavolo.
Su Freni è piombato il veto di Forza Italia
Da quattro mesi Freni era candidato alla presidenza dell’organismo che vigila sulla Borsa. Deputato leghista nonché sottosegretario all’Economia, era fortemente sostenuto da Giancarlo Giorgetti. L’accordo tra alleati sul suo nome pareva cosa fatta, ma Forza Italia si è improvvisamente sfilata. Per Antonio Tajani il leghista romano era troppo politico per guidare un’autorità indipendente. Rilievo assolutamente legittimo, anche se nel 2010 alla Consob arrivò Giuseppe Vegas, viceministro di Giulio Tremonti e parlamentare del Popolo della Libertà. Su Freni si era allungata poi l’ombra di un possibile conflitto di interessi: visto che si era occupato di redigere le nuove regole del mercato finanziario, da un giorno all’altro sarebbe passato da giocatore ad arbitro. Il braccio di ferro è andato in scena per quattro mesi fino all’epilogo di mercoledì scorso, quando Freni ha manifestato la volontà di togliersi dalla corsa. «Ho fatto prevalere il dovere istituzionale. Non voglio creare problemi al governo, alla Consob e al Paese», ha spiegato in un’intervista a Repubblica. E in Parlamento, di fronte alle attestazioni di stima dei colleghi, ha commentato: «La vita è altro. Mia moglie e le mie figlie stanno bene. Il resto è solo lavoro…».
Federico Freni (Imagoeconomica).
La candidatura di Agnes tiene in ostaggio la Vigilanza
Un passo indietro, una rarità nel nostro Paese, che rende ancora più evidente la cocciutaggine di Agnes. Non è solo una questione di stile. La sua ostinazione sta lasciando la tv pubblica semi-decapitata (il ruolo di presidente è ricoperto dal facente funzioni Antonio Marano) e al contempo sta bloccando i lavori della commissione di Vigilanza da quasi due anni. Visto che il centrosinistra si rifiuta di votare Agnes per una questione di metodo (il nome, che dovrebbe essere di garanzia quindi bipartisan, è stato proposto dal centrodestra senza alcuna interlocuzione: prendere o lasciare), ogni volta che la commissione decide di riunirsi, la maggioranza fa mancare il numero legale. Fin qui si sono tenute solo alcune audizioni “straordinarie”, come quella a Sigfrido Ranucci dopo l’attentato e all’ad Rai Giampaolo Rossi, per il resto l’attività dell’organismo è congelata. E continua a esserlo nonostante gli accorati appelli del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, quelli un po’ meno accorati dei presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, e pure, da ultimo, lo sciopero della fame che sta portando avanti Roberto Giachetti (Iv).
Simona Agnes e Barbara Floridia (Imagoeconomica).
Mesi sulla graticola sono un danno di immagine
Nulla da fare. Agnes, sostenuta da Gianni Letta ma soprattutto da Maurizio Gasparri, non si muove di un millimetro. Resta lì, candidata a una poltrona dove non verrà mai eletta: per il via libera sono necessari i due terzi dei voti in Vigilanza, numeri di cui il centrodestra non dispone. Servirebbe un accordo con l’opposizione o con una parte di essa, ma al momento l’eventualità non esiste. In Parlamento sono in molti a pensare, anche nelle file della destra, che Agnes dovrebbe seguire l’esempio di Freni e farsi da parte. Perché restare sulla graticola dal 2024, lasciando la Rai senza presidente e bloccando la Vigilanza, dimostra poco senso delle istituzioni. «Se si fosse ritirata dalla corsa, com’era logico, a quest’ora probabilmente la tv pubblica avrebbe un presidente e la Vigilanza sarebbe operativa. Anche noi non capiamo perché preferisce stare lì, a farsi rosolare, oltretutto con un notevole danno d’immagine…», sussurrano alcuni parlamentari dell’opposizione in commissione.
Simona Agnes e Gianni Letta (Imagoeconomica).
Rai e Consob: il doppiopesismo di Tajani
In queste ore in Transatlantico il paragone tra i due casi viene evocato da molti, come si evince pure da uno scambio andato in scena giovedì pomeriggio. «Ho apprezzato il passo indietro di Freni dalla corsa per la Consob», ha commentato Tajani, specificando che non c’è mai stato un fatto personale nei suoi confronti. Non è una questione di nome. Pure se fosse stato uno di Forza Italia avrei detto che serve una figura tecnica alla guida della Consob e non di un politico». «L’apprezzamento del ministro degli Esteri per Freni rende inevitabile una domanda: si tratta dello stesso Tajani che, pur di imporre alla presidenza Simona Agnes, contribuisce a bloccare ormai da 20 mesi la Vigilanza Rai?», chiede Davide Faraone, vicepresidente di Italia viva. Mentre il suo collega di partito, Giachetti, è in sciopero della fame da lunedì 4 maggio. Una protesta che finora non ha prodotto alcun risultato.
Mentre il centrodestra sta ancora litigando sulla papabile candidatura di Maurizio Lupi a sindaco di Milano, la partita per il post Beppe Sala che si gioca nel 2027 potrebbe essere meno aperta di quel che si pensi, dopo 15 anni consecutivi di amministrazione di centrosinistra. Proprio la coalizione progressista sarebbe in netto vantaggio, almeno secondo i sondaggi condotti da Youtrend in vista delle prossime elezioni comunali. Le intenzioni di voto indicano il 54,6 per cento degli elettori a favore di Pierfrancesco Majorino, che quindi vincerebbe già al primo turno, e il 40,6 per cento schierato con un generico candidato del centrodestra, il cui nome non è stato indicato. Briciole per eventuali terzi incomodi: giusto un misero 4,8 per cento. La rilevazione è stata eseguita tramite 818 interviste ed è stata commissionata dall’agenzia di stampa Bovindo, quella che segue il Pd in Regione Lombardia, dove cioè proprio Majorino è capogruppo. Guardando le singole formazioni politiche, il 27,3 per cento degli elettori sceglierebbe il Partito democratico, seguito dal 19,8 per cento per Fratelli d’Italia e il 12,4 per cento per Alleanza Verdi-Sinistra. Mentre restando sui singoli nomi, il 35 per cento degli elettori del centrosinistra si orienterebbe su Majorino, consigliere regionale del Pd ed ex assessore alle politiche sociali del Comune di Milano, mentre il 31 per cento preferirebbe Mario Calabresi, attuale ceo, direttore editoriale e socio fondatore di Chora Media, nonché ex direttore de La Stampa e la Repubblica. Niente dati sulla vicesindaca Anna Scavuzzo, che pure è stata fin qui l’unica a essersi esplicitamente resa disponibile alla corsa per Palazzo Marino. Alessandro Capelli, segretario del Pd a Milano, ha detto che il cavallo su cui puntare sarà scelto dopo l’estate, e che la via delle Primarie sarebbe la migliore possibile. Nel sondaggio c’è anche una valutazione sugli indici di notorietà dei possibili candidati: dopo l’attuale sindaco Sala (91 per cento), i nomi più noti sono quelli di Majorino (76 per cento), Maurizio Lupi (73 per cento), Stefania Craxi (72 per cento), Mario Calabresi (65 per cento) e Umberto Ambrosoli (56 per cento). All’appuntamento con le urne manca un anno, ma i numeri cominciano a dare qualche chiara indicazione.
Valditara molto amato dai presidi delle scuole
Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione e del merito, quello che ha detto che Piersanti Mattarella, fratello del presidente della Repubblica, fu ucciso dalle Brigate Rosse (anziché da Cosa Nostra, giustificandosi poi dietro la scusa del «lapsus»), è amatissimo dai presidi delle scuole. Il motivo? Il maxi aumento di stipendio che è stato concesso alla “sezione dirigenti” del dicastero, e che comprende proprio i presidi. Per effetto del rinnovo del contratto, gli aumenti medi sono di circa 500 euro al mese, con arretrati che toccano quota 6 mila euro. Cifre che somigliano molto a quelle conquistate dal sindacato dei bancari, e che nel pubblico impiego non si vedevano da tempo. E così Valditara è diventato l’idolo dei presidi delle scuole.
Giuseppe Valditara (Imagoeconomica).
Reale Mutua tra La Stampa e Confagricoltura
Per il futuro del quotidiano La Stampa si parla di un intervento «importante» di Reale Mutua. La compagnia assicurativa in questi ultimi tempi è molto attiva sul fronte della comunicazione e della pubblicità: a parte gli spot con protagonista Lillo, un attore certo lontanissimo dallo standing sabaudo del gruppo, le presenze del board a Roma si sono moltiplicate. L’ultima è avvenuta nella sede nazionale di Confagricoltura, dove insieme alla confederazione guidata da Massimiliano Giansanti è stata promossa l’iniziativa “AGRIcoltura100” con il patrocinio del ministero dell’Agricoltura guidato da Francesco Lollobrigida, «per valorizzare il contributo del settore agricolo alla crescita sostenibile dell’Italia e promuovere un modello di sviluppo responsabile in linea con l’Agenda Onu 2030». Fatto sta che le apparizioni nella Capitale stanno diventando sempre più importanti, per Reale Mutua, specie con il governo presieduto da Giorgia Meloni.
Piepoli prevede anche… il turismo
Nicola Piepoli, classe 1935, storico “re dei sondaggisti”, lavora senza sosta. Nella giornata di lunedì 18 maggio a Roma è chiamato ad annunciare le sue previsioni sulle prossime vacanze, in un focus dedicato a quel turismo che ormai rappresenta la prima industria italiana. “Prospettive e opportunità per l’estate 2026”, è il titolo dell’incontro in programma nella sede della Camera di Commercio di Roma, a piazza di Pietra.
Nicola Piepoli (foto Imagoeconomica).
I regali di Senato e Camera al Salone del Libro
Chi va a Torino al Salone del Libro viene sommerso dai regali del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati. Anche quest’anno le istituzioni partecipano alla manifestazione organizzata all’interno del Lingotto Fiere, e nello spazio ospitato nel padiglione “Oval”, condiviso con il ministero dell’Istruzione e del merito, si tengono incontri dove a tutti viene regalata una copia della Costituzione vigente, con lo speciale logo per gli 80 anni della Repubblica, e la riproduzione anastatica del testo firmato il 27 dicembre 1947, assieme ad altre pubblicazioni come la Dichiarazione universale dei diritti umani e “Il Senato in sintesi”. Non è tutto gratis, però, dato che i visitatori possono acquistare, per esempio, alcuni dei volumi più significativi della produzione editoriale del Senato, anche in collaborazione con alcune case editrici nazionali, come il Codice parlamentare e i cataloghi delle mostre che si svolgono negli spazi di Palazzo Madama. Entusiastico il comunicato del Senato guidato da Ignazio La Russa: «Molto apprezzata la riproduzione fotografica dell’Aula, che è ormai luogo tradizionale di selfie per ragazzi e adulti». Già, perché ormai chi visita Palazzo Madama, e pure Montecitorio, ci tiene tantissimo al selfie, più che seguire i lavori parlamentari e conoscere i meccanismi che regolano la vita parlamentare…
Roberto Giachetti, deputato di Italia Viva, si è ammanettato al proprio banco parlamentare alla Camera per manifestare «contro il sequestro della commissione Vigilanza Rai da parte della maggioranza». Già in sciopero della fame da 12 giorni, ha detto che passerà ora allo sciopero della sete. «In questi giorni nella maggioranza nessuno ha ritenuto di dover dare qualsiasi segnale, se non preoccuparsi per la mia salute. Invece di preoccuparsi per la mia salute, sarebbe utile che tutti ci occupassimo della salute della democrazia», ha detto in un intervento in Aula. «Ho deciso di non abbandonare questo luogo finché non ci sarà un pubblico impegno da parte della maggioranza di garantire il numero legale nella prossima convocazione della commissione Vigilanza Rai». Giachetti è ancora incatenato al suo posto e, con lui, sono presenti nell’emiciclo assistenti parlamentari e un presidio sanitario. Il blocco dei lavori della commissione è legato al mancato accordo sulla presidenza della Rai, che richiede una maggioranza qualificata. In assenza di intesa, l’organo non riesce a riprendere l’attività ordinaria, con audizioni e funzioni di controllo ferme da mesi.
Il deputato di Italia Viva Roberto Giachetti si è ammanettato al proprio banco nell'aula di Montecitorio per denunciare lo stallo della Commissione di Vigilanza Rai. Ha annunciato l'avvio dello sciopero della sete dopo 12 giorni di sciopero della fame. Resterà in Aula finché la… pic.twitter.com/UQ7C8fXxOO
Dopo sette mesi dalla nomina a segretario regionale del Pd in Campania, Piero De Luca ha scelto la sua segreteria, la squadra che lo accompagnerà nella direzione del partito. 20 nomi tra cui alcune figure esterne come Maurizio de Giovanni, lo scrittore che si occuperà di Cultura, l’ex procuratore generale Luigi Riello, alla Giustizia, e Anna Riccardi della fondazione Famiglia di Maria al Welfare. De Giovanni ha spiegato di aver aderito «a un progetto che ritengo interessante» e annunciato che lascerà la presidenza del premio Napoli.
I nomi e i ruoli
De Luca ha presentato la nuova segreteria come «un organismo strutturato in modo plurale ed inclusivo, nel pieno rispetto dell’equilibrio di genere e della rappresentanza territoriale, composto da donne ed uomini di spessore, animati da grande passione e spirito di militanza, aperto anche a figure provenienti dalla società civile di assoluta autorevolezza, esperienza e competenza, che ringrazio per la disponibilità fornita». Di seguito l’elenco dei nomi con le relative deleghe:
EnzaAmbrosone – Aree interne, Politiche agricole e alimentari;
In Toscana è nato, o meglio ri-nato visto che già esisteva tempo fa, l’asse Giani-Renzi. Il leader di Italia viva vale meno del 3 per cento nei sondaggi, ma riesce sempre a trovare il modo di essere centrale nel Palazzo. Anche nelle vicende più modeste, come l’elezione del garante regionaleper l’infanzia e l’adolescenza della Toscana. Matteo Renzi è infatti riuscito a far nominare questa settimana, dal Consiglio regionale e grazie a un accordo di ferro con Eugenio Giani e il Pd, uno dei suoi uomini di fiducia: il senese Stefano Scaramelli, ex consigliere regionale rimasto senza un posto nel nuovo Consiglio.
Stefano Scaramelli (Imagoeconomica).
L'”odiato” Renzi è temuto dal Pd schleiniano
Ed è qui che si dimostra come in Toscana, dove pure governa saldamente il Pd schleiniano, nessuno può prescindere dall’“odiato” Renzi, di cui fondamentalmente tutti hanno paura per via delle sue capacità da demolition man. Dunque se l’ex presidente del Consiglio desidera qualcosa, il partito di Elly Schlein può solo eseguire. Anche quando questo mette in difficoltà il campo largo, visto che sia Avs sia il M5s non hanno votato Scaramelli in Consiglio. Giani in prima persona è intervenuto in Aula per difendere la scelta di Scaramelli, accusato dalle opposizioni (e da qualcuno della maggioranza) di non avere i requisiti adatti per ricoprire un incarico così delicato.
Matteo Renzi con Eugenio Giani nel 2020 (Imagoeconomica).
Le mire di Giani su Firenze
Da qui ai prossimi anni, l’asse Giani-Renzi potrebbe produrre risultati pittoreschi. Uno dei sogni dell’attuale presidente della Regione, arrivato al secondo e dunque ultimo mandato, è quello di diventare sindaco di Firenze. Alle prossime elezioni manca parecchio visto che si voterà nel 2029, e prima soprattutto ci sono le Politiche del 2027 (elezioni fondamentali anche per la leadership del centrosinistra: Schlein sopravvivrà a sé stessa?), ma Giani sta già apparecchiando la sua successione e pensando a che cosa fare del suo futuro. Non deve rendere conto a nessuno, soprattutto non deve rendere conto al Pd che pure aveva coltivato l’idea di rottamarlo dopo un solo mandato, per piazzare il deputato Marco Furfaro o il segretario regionale Emiliano Fossi. L’asse con Renzi potrebbe permettere a Giani di raggiungere l’obiettivo: diventare sindaco.
Eugenio Giani (Imagoeconomica).
Certo, ci sarebbe da risolvere un problema non secondario, che di nome fa Sara e di cognome Funaro. L’attuale prima cittadina è appena arrivata, è al primo mandato, anche se in città le lamentele sulla sua amministrazione iniziano a farsi sentire; c’è un problema di sicurezza, e non è più una questione da derubricare a percezione alimentata dalla destra, e c’è un problema con la viabilità, visti i numerosi lavori (per il completamento delle vie tramviarie) che stanno bloccando la città. A Firenze si accettano scommesse: riuscirà Funaro a fare un secondo mandato?
Sara Funaro ed Eugenio Giani ricevono Sergio Mattarella a Firenze il 25 ottobre 2025 (Ansa).
Alle Amministrative si presenta un Pd a pezzi
Prima di Firenze però il Pd – che sceglierà, salvo anticipi, i suoi nuovi segretari, metropolitano e cittadino, in autunno – deve fronteggiare le prossime Amministrative. Tra pochi giorni andranno al voto 20 Comuni, tra cui tre capoluoghi di provincia: Arezzo, Pistoia, Prato. Le prime due città sono in mano al centrodestra, l’ultima al centrosinistra. Il Pd potrebbe vincere, ma il partito è a pezzi ovunque. A Prato, dopo le dimissioni della sindaca Ilaria Bugetti, si è dovuto ricandidare Matteo Biffoni, mister 22 mila preferenze, già sindaco di Prato per 10 anni.
Matteo Biffoni (foto Imagoeconomica).
A Pistoia ci sono state le primarie, caratterizzate dalla spaccatura del Pd: Furfaro, dirigente nazionale del Pd, ha sostenuto il candidato che poi le ha vinte, Giovanni Capecchi, contro la candidata scelta dalla segreteria locale, Stefania Nesi, sostenuta anche dal potente Bernard Dika, sottosegretario alla presidenza della Regione Toscana. A Pisa, invece, dove si voterà nel 2028, il Pd è commissariato due volte. Dopo il commissariamento del Pd provinciale a fine aprile è stato commissariato anche il Pd comunale. A dare le carte ancora una volta sono stati gli esterni (come il responsabile organizzazione del Pd nazionale Igor Taruffi), a testimonianza del fatto che il Pd regionale non è governato ed è sotto l’influsso del commissariamento ombra targato Marco Furfaro. Insomma, tutta campagna elettorale per migliorare l’efficacia dell’asse Giani-Renzi.
Antonio Tajani è vicepremier e ministro degli Esteri, ma non smette mai di pensare al “suo” territorio ciociaro. E andrà a finire che la “grande opera” varata dal governo di Giorgia Meloni non sarà il salviniano Ponte sullo Stretto di Messina, ormai dimenticato da tutti tra mille intoppi burocratici, ma – udite udite – la stazione ferroviaria ad alta velocità di Frosinone. Cioè quella che viene pomposamente definita come «un’infrastruttura strategica per lo sviluppo del Frusinate, decisiva per la mobilità del territorio, per i lavoratori pendolari, gli studenti». Era un vecchio pallino del leader di Forza Italia, di cui Lettera43 aveva già dato conto. Adesso è arrivato anche lo studio di fattibilità della stazione dell’alta velocità a Frosinone: «L’opera nascerà a circa 800 metri dal casello autostradale di Ferentino (con cui Tajani ha uno stretto legame affettivo visto che lì era nata la madre Augusta Nardi, insegnante di latino e greco, ndr) e a meno di 10 chilometri da quello di Frosinone. Avrà un impatto su un bacino che comprende oltre 110 comuni, con circa un milione di abitanti e più di 200 mila lavoratori».
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani in treno (foto Ansa).
Va bene, ma le tempistiche? «L’anno prossimo si passa all’iter autorizzativo, nel 2028 alla validazione del piano di fattibilità economica e all’avvio della gara. Se tutto va come è accaduto in questi anni su questo progetto, l’avvio dei lavori può avvenire nel 2030, la fine dei cantieri nel 2033», ha detto il vicepremier e ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Matteo Salvini, sperando che le date fornite siano più affidabili di quelle che aveva promesso per il Ponte, dato che tra consegna del progetto definitivo e partenza dei lavori le scadenze dovevano essere «entro la fine del 2024», poi «entro il 2025», poi «a febbraio 2026», poi chissà.
Matteo Salvini e Antonio Tajani (foto Imagoeconomica).
Non solo: sempre nei testi ufficiali si legge che «la nuova infrastruttura migliorerà in modo significativo i collegamenti con i principali nodi dell’alta velocità italiana — da Roma a Milano, Torino, Bologna, Firenze e Napoli — garantendo tempi di viaggio più rapidi e una maggiore accessibilità per cittadini e imprese. La futura stazione Av sorgerà secondo un modello già adottato in infrastrutture di riferimento come la stazione Reggio Emilia Av Mediopadana. Il progetto prevede una stazione a quattro binari con due marciapiedi laterali completamente coperti e collegamenti sicuri attraverso un sottopasso».
Un Antonio Tajani d’annata che scende da un treno (foto Ansa).
Tutto merito della «stretta sinergia tra il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, attraverso il diretto impegno del ministro Salvini, la società Rfi, la Regione Lazio e l’amministrazione comunale di Frosinone». Sono stati compiuti «rilevanti passi in avanti verso il completo ammodernamento del sistema di mobilità della Provincia di Frosinone e di tutto il Lazio meridionale», ha detto l’assessore alle Politiche abitative, case popolari, politiche del mare e Protezione civile della Regione Lazio, Pasquale Ciacciarelli, che è della Lega.
Il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca con l’assessore Pasquale Ciacciarelli (foto Imagoeconomica).
Però chi gongola alla fine è sopratutto Tajani, ciociaro doc, che può rivendicare anni di battaglie per conquistare un “hub” di qualità per il territorio, e capace di creare tanti nuovi posti di lavoro. Il progetto della stazione, che si chiamerà MedioLatium, costerà 125 milioni di euro, se tutto va bene. «Magari un giorno quella stazione verrà intitolata proprio ad Antonio, in segno di eterna riconoscenza», spifferano scherzando, ma neanche troppo, i milanesi di Forza Italia. In fondo, già esiste un aeroporto che porta il nome di Silvio Berlusconi, il fondatore del partito…
Fermi tutti, Rampelli e Montanari la pensano allo stesso modo
Chi l’avrebbe mai detto: il destrissimo Fabio Rampelli, il “gabbiano” romano che è anche architetto, oltre che vicepresidente della Camera in quota Fratelli d’Italia, la pensa come Tomaso Montanari, lo storico dell’arte che è anche rettore dell’Università per stranieri in quel di Siena. A unirli, la battaglia contro il progetto di costruire un immobile per la Galleria Borghese, a due passi dallo storico edificio. Le parole di Rampelli? «Il museo per fortuna è di proprietà dello Stato e difficilmente sarà possibile per il Campidoglio costruire un mostro di cemento e acciaio al suo fianco, modello Nuvola di Fuksas. Il sito dove si vorrebbe intervenire è oltretutto d’interesse comunitario. La risposta al desiderio di favorire un maggior afflusso di visitatori e di liberare i depositi, prende una strada sbagliata. Occorre progettare una rete museale che diffonda le opere d’arte sul territorio portandole in periferia anche come strumento per un loro riscatto. Esprimo la mia vicinanza alle associazioni che si sono sollevate contro questo progetto scellerato». Montanari aveva parlato di «scempio», dicendo che sarebbe «come costruire una sopraelevazione sulla Cupola del Brunelleschi, fare un’isola artificiale con spiaggia nel Bacino di San Marco, aggiungere una dépendance al Tempietto del Clitunno».
Rocca ha sempre la grana della Lega: entra Calenda?
Regione Lazio con i soliti problemi: la Lega, con gli assessori Pasquale Ciacciarelli e Simona Baldassarre che non vogliono procedere al rimpasto della giunta guidata da Francesco Rocca, anche perché perderebbero il posto. Ormai le posizioni del governatore sono difficilmente riconciliabili con quelle del partito di Matteo Salvini, tanto che ci sono riunioni in cui spesso si combatte internamente tra forze della maggioranza. Pure i comunicati, come quello leghista di mercoledì 13 maggio, sono durissimi nel respingere il tentativo di rimescolare le carte nella giunta. Ecco il testo di Ciacciarelli e Baldassarre: «Si è tenuto il coordinamento regionale della Lega dove abbiamo discusso delle tematiche per il rilancio dell’azione politica nel Lazio e soprattutto dell’esigenza di riaccendere la discussione su temi di reale interesse per i cittadini. In qualità di assessori regionali del Lazio non possiamo che ringraziare il presidente Rocca per il rispetto istituzionale di cui ha voluto onorare le nostre professionalità all’interno della giunta regionale. Riteniamo doveroso svolgere la carica di assessore mantenendo un rapporto giornaliero con tutte le amministrazioni e le realtà presenti sul nostro territorio, aprendo un confronto funzionale alla risoluzione delle diverse problematiche presenti. Le valutazioni rimangono in capo al partito come ha sempre fatto per la crescita dello stesso. Svolgiamo da sempre la nostra attività politica credendo fortemente nella centralità da attribuire al partito di appartenenza». Lo stallo è assicurato. E la prospettiva futuribile di dare spazio a Carlo Calenda in un governo di destra-centro per fare a meno di Salvini e dei suoi appare sempre più concreta, anche a livello locale.
Il sottosegretario all’Economia Federico Freni (Lega) si ritira dalla corsa alla presidenza della Consob. L’ha annunciato lui stesso a Repubblica dopo averlo comunicato alla premier Giorgia Meloni, al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e al leader del suo partito Matteo Salvini. La sua candidatura alla guida dell’autorità che vigila sui mercati finanziari era stata avanzata dal titolare del Mef alla riunione del consiglio dei ministri del 20 gennaio. La nomina era stata però bloccata dal vicepremier Antonio Tajani, contrario a indicare un politico ai vertici dell’ente. Nelle scorse settimane era maturato un ripensamento in Forza Italia, ma poi la contrarietà si è riaccesa. «Per noi è necessario un tecnico di alto profilo perché va evitata una lottizzazione politica della Consob. Non è una cosa contro Freni, è per non mettere un politico lì», ha spiegato il portavoce azzurro Raffaele Nevi secondo quanto riportato da Repubblica.
Una cosa è certa: Pietrangelo Buttafuoco non le manda a dire. Dopo la lettera aperta ad Avvenire, il presidente della Biennale di Venezia si è “concesso” un’intervista a Il Fatto Quotidiano e un’ospitata a Il fienile, il video-podcast di Luca Zaia, per spiegare ancora una volta l’apertura alla Russia che ha diviso la maggioranza, il governo e il MiC. «Il più grande fraintendimento è di avermi accreditato, in quanto presidente della Biennale, di una potestà selettiva che non possiedo: far entrare in Biennale o far uscire dalla Biennale questo o quello», spiega Buttafuoco al quotidiano diretto da Marco Travaglio.
E ne ha anche per Alessandro Giuli, che a causa delle tensioni ha disertato l’inaugurazione: «Avrà certamente obbedito alla ragion di Stato. Io ho rispettato l’istituzione e le sue regole che purtroppo pochi conoscono. E non spetta a me la consacrazione dell’uno o il dileggio dell’altro. Giuli è un fratello e troverà modo di venire. Tutto si potrà dire tranne che non si nutra affetto sincero». Ma Buttafuoco con Il Fatto si spinge pure oltre: «Più che Putin temo che l’Occidente, le grandi borghesie di queste democrazie liberali, non abbiano ancora digerito il processo con cui la Russia ha fatto fuori da sola l’Unione Sovietica, ha prodotto nel suo seno la forza per liberarsi del proprio ingombrante passato senza il tutor occidentale». Parole che non sono sfuggite – ovviamente – a Carlo Calenda. «Cosa deve fare o dire Buttafuoco per essere accompagnato alla porta?», ha attaccato il leader di Azione. «Esiste l’aggravante dell’autocompiacimento in questo signore. Una sorta di predilezione per le pose che hanno come obiettivo unico épater le bourgeois e che lo rendono inadatto alle cariche pubbliche».
Cosa deve fare o dire Buttafuoco per essere accompagnato alla porta? Esiste l’aggravante dell’autocompiacimento in questo signore. Una sorta di predilezione per le pose che hanno come obiettivo unico “épater le bourgeois” e che lo rendono inadatto alle cariche pubbliche. https://t.co/DNsvMtdek9
Buttafuoco è tornato sulla polemica delle polemiche pure a Il fienile di Zaia. Anche in questo caso con un eloquio efficace: «È l’istituzione ridotta al rango di una fureria, dove pensi di poter comandare con i rutti». Il presidente della Biennale ricorda «l’equivoco terribile per cui si dice che non bisognava invitare» gli artisti russi, visto che il Paese è proprietario di un padiglione «presente dal 1914 con ancora l’aquila dei Romanov». L’intellettuale siciliano ne ha anche per l‘Ue che minaccia di togliere i contributi: «Anche loro non sanno come funziona, pensano che tutto sia come quando dicono a qualcuno “caccia quel direttore”, “non portare in scena quella ballerina”. Non c’è più decoro e rispetto istituzionale, non ti fai spiegare, c’è solo il grugnire». Parlando della reazione di Giuli e di una parte del centrodestra, a Buttafuoco «è sembrato eccentrico che in una campagna elettorale» si scatenasse «una guerra di questo tipo. Nessuno può pretendere che la Biennale aggiunga sanzioni non avendo nessuna facoltà e nessun potere». Però ha apprezzato l’appoggio di mondi tra loro lontanissimi, «Renzi e Salvini, Ezio Mauro e Giuliano Ferrara, Marco Travaglio». Del resto a Venezia, aveva assicurato Buttafuoco durante la conferenza stampa di presentazione della 61esima Esposizione internazionale d’Arte, «non abbracciamo le armi, prepariamo la pace. Non alimentiamo polemiche, apriamo discussioni». E mettere d’accordo Renzi, Travaglio e Salvini è già un piccolo risultato.
Luca Zaia e Pietrangelo Buttafuoco al Fienile (da Youtube).
Schillaci “pesca” lo staff a sinistra
«Tutti a parlare dei licenziamenti di Alessandro Giuli al ministero della Cultura, ma di Orazio Schillaci che nomina nel suo staff chi ha lavorato con il centrosinistra nessuno dice nulla…», sibilano dalle parti di Fratelli d’Italia commentando l’arrivo di Alessandra Migliozzi al ministero della Salute come capo ufficio stampa. Fino a qualche mese fa Migliozzi, che è particolarmente stimata dall’area Pd, era in forze al ministero dell’Istruzione in cui entrò nel lontano 2013. E dove potrebbe tornare, magari nella prossima legislatura…
Il ministro della Salute Orazio Schillaci (foto Imagoeconomica).
Fiorello l’ha fatta grossa
Stavolta Fiorello l’ha fatta grossa: martedì ha cominciato la puntata della Pennicanza annunciando che nel corso della trasmissione avrebbe parlato di ministri e amanti. Lo showman ha ovviamente scatenando il panico nel governo. Uffici stampa mobilitati, dirette seguite dal cellulare, per non parlare dei vertici Rai che stanno sulle spine ogni volta che Fiorello va in onda. Anche perché la trasmissione è in diretta.
Fiorello con Biggio alla Pennicanza (dal profilo Instagram).
Sono due governatori leghisti del Nord a guidare la classifica di gradimento dei presidenti di Regione. Lo rileva un sondaggio di Swg secondo cui al primo posto c’è Massimiliano Fedriga (Friuli Venezia Giulia) con il 65 per cento, in crescita di un punto rispetto al 2025, seguito dal veneto Alberto Stefani al 58 per cento. Completano la top 5 tre governatori del Sud, ovvero il presidente della Calabria Roberto Occhiuto con il 53 per cento, Antonio Decaro in Puglia al 51 per cento e Roberto Fico in Campania al 47 per cento. Al sesto posto si collocano a pari merito Michele De Pascale (Emilia-Romagna) e Stefania Proietti (Umbria), entrambi al 45 per cento. Seguono Eugenio Giani (Toscana) al 42 per cento, Alberto Cirio (Piemonte) al 40 per cento, Marco Bucci (Liguria) e Francesco Acquaroli (Marche) al 37 per cento, e Attilio Fontana (Lombardia) al 35 per cento. Scendendo oltre i primi 10, troviamo Marco Marsilio (Abruzzo), Alessandra Todde (Sardegna) e Vito Bardi (Basilicata), tutti al 33 per cento, Francesco Rocca (Lazio) al 29 per cento e Renato Schifani (Sicilia) al 25 per cento.
È ora di trovare il designated survivor della destra italiana. Giorgia Meloni ha tradito le aspettative della destra americana, sicché serve un sostituto: Matteo Salvini, Capitan America. Ci pensa il movimento MAGA e ci pensano gli intellettuali del gruppo conservatore in missione per conto di dio, pardon, di Donald Trump, a indicare la rotta sovranista, a tracciare la mappa dell’egemonia culturale, quella che non è riuscita agli Alessandro Giuli in questi anni. Ci pensa Breitbart, che ha pubblicato l’ormai nota intervista a Salvini in cui il leader della Lega si spertica (era stata fatta a febbraio, d’altronde) in elogi per l’amministrazione Trump, intervista che lo stesso Trump ha rilanciato su Truth Social proprio mentre stava per arrivare in Italia il segretario di Stato, Marco Rubio, per un giro di incontri abbastanza inutile (con il Papa non c’è bisogno di ricucire niente; continuerà a dire quello che vuole, è il pastore del mondo).
Donald Trump (Imagoeconomica).
Giubilei e la presentazione del libro di Kevin Roberts
Ma non c’è solo la creatura co-fondata dal principe delle tenebre, Steve Bannon. C’è anche Kevin Roberts, presidente della potente Heritage Foundation (il think tank che ha partorito il Project 2025) da martedì a Roma, dove ha presentato l’edizione italiana del suo libro Riprendere Washington per salvare l’America, con prefazione del vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance. La presentazione è stata organizzata dal think tank Nazione Futura, si è tenuta nella sede di Confedilizia e Roberts ne ha discusso con l’editore del libro, Francesco Giubilei, da tempo al lavoro in Italia per costruire un movimento conservatore.
L’intervento alla Camera con il leghista Centemero
Missione tutt’altro che semplice, visto che nemmeno Giorgia Meloni è riuscita a dare vita a un movimento rivelatosi immaginario. «Il suo messaggio è semplice: élite globali, il vostro tempo è scaduto. Riprendere Washington per salvare l’America traccia un percorso promettente per il popolo americano che vuole riprendersi il proprio Paese. Capitolo dopo capitolo, identifica le istituzioni che i conservatori devono costruire, altre che devono riprendersi e altre ancora che sono troppo corrotte per essere salvate», recitava l’invito all’evento. Mercoledì Roberts tiene presso la sala del gruppo leghista alla Camera un keynote speech su “Europa e relazione transatlantica”, alla presenza del deputato leghista Giulio Centemero, presidente dell’Assemblea parlamentare del Mediterraneo (Pam), che di recente ha presentato a un gruppo di politici e di docenti degli Stati Uniti – a nome del Sandwich Club, think tank fondato dallo stesso Centemero – i punti di forza delle istituzioni italiane in materia di difesa e tecnologia. Doveva essere presente pure Matteo Salvini che però ha dato forfait. Dopo le tensioni tra Casa Bianca e Vaticano, il leader della Lega ha preso le distanze dall’amico The Donald per non essere associato alla galassia trumpiana.
Giulio Centemero (Imagoeconomica).
L’esportazione del trumpismo all’estero con un occhio a Salvini
La destra MAGA ha però bisogno di nuove sponde in Italia e in Europa per diffondere la dottrina americana, che qua e là emerge dai documenti ufficiali della Casa Bianca. Come quello del dicembre scorso sulla sicurezza in cui veniva mostrato tutto il disprezzo dell’amministrazione Trump per l’Unione Europea o quello pubblicato pochi giorni fa con le nuove linee sull’antiterrorismo, secondo cui il problema principale dell’Europa è l’immigrazione. I funzionari americani, c’è scritto nel documento dello scorso dicembre, «si sono abituati a pensare ai problemi europei in termini di spesa militare insufficiente e stagnazione economica. C’è del vero in questo, ma i veri problemi dell’Europa sono ancora più profondi». Le questioni più importanti che l’Europa deve affrontare «includono le attività dell’Unione Europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà politica e la sovranità, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà di parola e la repressione dell’opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita delle identità nazionali e della fiducia in se stessi. Se le tendenze attuali dovessero continuare, il continente sarà irriconoscibile entro 20 anni o meno». L’amministrazione Trump, convinta com’è di poter esportare il trumpismo all’estero, è particolarmente interessata a «coltivare la resistenza alla traiettoria attuale dell’Europa all’interno delle nazioni europee». E per coltivare la resistenza c’è bisogno di leader in ascolto. Come Salvini appunto, che nonostante l’allontanamento da Trump deve pur trovare alleati e sostenitori in vista delle elezioni politiche dell’anno prossimo. Dagli Stati Uniti sono pronti a dare una mano alla culture war salviniana.
Un fotomontaggio con Donald Trump nei panni di Zio Sam e Matteo Salvini.