Il cambio alla direzione del Secolo XIX tra le polemiche

Blue Media, la società editrice controllata dal Gruppo Msc, ha confermato in una nota che «in conseguenza delle proprie decisioni nella prospettiva della riorganizzazione aziendale, il dottor Michele Brambilla lascia da oggi la direzione de Il Secolo XIX, che viene assunta temporaneamente dal vicedirettore Andrea Castanini». «Blue Media ringrazia sentitamente il dottor Brambilla per la preziosa opera prestata nella prima fase di consolidamento e rilancio del giornale, che ha fatto seguito alla sua acquisizione da parte di Blue Media», conclude il comunicato.

Il cambio alla direzione del Secolo XIX tra le polemiche
Andrea Castanini (Facebook).

Brambilla: «Sono stato licenziato»

Un cambio di direzione tutt’altro che sereno, con Brambilla che ha precisato che l’addio non è stato una sua decisione ma la conseguenza di un licenziamento. «Leggo con sorpresa sull’agenzia Ansa che Blue Media, l’editore de Il Secolo XIX, ha comunicato, con un giorno di anticipo rispetto agli accordi, la fine del mio rapporto di lavoro», ha scritto in una nota. «Leggo con ancor più grande stupore la frase “il dottor Michele Brambilla lascia da oggi la direzione de Il Secolo XIX”, formula che lascia intendere che si è trattato di una mia decisione. La verità è che si tratta di un licenziamento: del tutto legittimo ovviamente, perché l’editore ha diritto di cambiare direttore quando vuole, ma pur sempre un licenziamento». «La lettera di “comunicazione scioglimento rapporto di lavoro», conclude Brambilla, «mi è stata consegnata questa mattina».

Il Cdr chiede un incontro urgente all’azienda

Sulla vicenda è intervenuto anche il Comitato di redazione, che ha informato i giornalisti della questione: «Care colleghe e cari colleghi, l’azienda ci ha informato che, in data odierna, è stata formalizzata la cessazione del rapporto di lavoro del direttore Michele Brambilla. La direzione del giornale è affidata ad interim all’attuale vicedirettore Andrea Castanini, che assumerà la responsabilità della firma a partire dall’edizione del 28 luglio 2026 sull’edizione digitale e dall’edizione del 29 luglio sulla versione cartacea. Abbiamo già chiesto un incontro urgente all’Azienda».

Ponte sullo Stretto, esposto della Cgil alla Corte dei Conti per danno erariale

La Cgil ha presentato un esposto alla Corte dei Conti per chiedere di accertare se nella gestione del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina siano stati impiegati correttamente i soldi pubblici oppure se ci siano i presupposti di un danno erariale. «Non si tratta di una battaglia ideologica, né di una contrapposizione pregiudiziale all’opera, ma di difendere il denaro pubblico. Ogni euro sprecato per il Ponte è un euro tolto agli ospedali, alle scuole e alle vere infrastrutture di cui il Sud ha bisogno», si legge in una nota della Cgil. L’esposto è stato firmato dal segretario generale Maurizio Landini.

Le criticità ricordate dalla Cgil nell’esposto

«La stessa Corte dei conti, nel corso dell’esame della delibera del Cipess, ha evidenziato numerose criticità: il costo definitivo dell’opera non è ancora determinato, permangono dubbi sul rispetto della normativa europea in materia di appalti e tutela ambientale e molte delle infrastrutture indispensabili al funzionamento del Ponte non risultano ancora finanziate o completate», spiega la Cgil. E poi: «Parliamo di un’opera il cui costo supera ormai i 13 miliardi di euro e che continua ad aumentare. Nel frattempo, la Società Stretto di Messina ha già assorbito ingenti risorse pubbliche senza che sia stato realizzato il Ponte e senza che i cittadini abbiano visto alcun beneficio concreto. Il Mezzogiorno continua ad avere bisogno di ferrovie moderne, strade sicure, trasporti efficienti, porti, scuole, ospedali e servizi pubblici di qualità. Sono questi gli investimenti che possono migliorare davvero la vita delle persone, creare lavoro e ridurre i divari territoriali».

Caro carburanti, oggi il Cdm per nuove misure

Il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha reso noto che, in base agli ultimi dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Mimit, il prezzo medio dei carburanti in modalità “self service” lungo la rete stradale nazionale oggi 27 luglio è pari a 1,982 euro al litro per la benzina e 2,185 euro al litro per il gasolio. Per trovare un valore più alto della benzina self bisogna tornare al 5 ottobre 2023. Il diesel è invece arrivato molto vicino al record storico di 2,229 euro toccato il 17 marzo 2022, che portò il governo Draghi a tagliare le accise.

Atteso un decreto legge che interverrà sul costo del gasolio

Il Consiglio dei Ministri si riunirà oggi, alle 17:30 per varare l’intervento ponte contro il caro carburanti allo studio del governo da giorni. Atteso un decreto legge che dovrebbe intervenire in particolare sul costo del gasolio. Successivamente, come ha spiegato il ministro Adolfo Urso, quando saranno noti i numeri dell’extragettito Iva di luglio, l’esecutivo procederà con un secondo intervento con il meccanismo dell’accisa mobile.

L’impennata dei prezzi dalla fine degli interventi sulle accise

Da metà marzo a inizio luglio sono stati in vigore alcuni decreti che, con varie modulazioni, hanno ridotto il costo delle accise su benzina e gasolio visti i rincari dovuti al conflitto tra Stati Uniti e Iran che coinvolge tutto il Medio Oriente. Dal 3 luglio, data in cui è scaduto l’ultimo taglio delle accise, il prezzo medio del gasolio è salito di 30,3 centesimi di euro sula rete ordinaria, con una impennata del +16 per cento, e di 28,7 centesimi in autostrada. Un pieno di gasolio costa oggi 15 euro in più rispetto a inizio luglio, denuncia il Codacons. La benzina è invece rincarata di 17,9 centesimi: in questo caso un pieno costa 8,95 euro in più.

Andrea Castanini direttore ad interim del Secolo XIX

Resta aperta la partita per la direzione del Secolo XIX. Dopo la separazione tra MSC, la società che controlla l’editore Blu Media, e il direttore Michele Brambilla, la direzione è stata affidata ad interim ad Andrea Castanini, come riporta Primo Canale. La scelta del nuovo vertice del giornale è osservata con attenzione non solo dal mondo dell’informazione, ma anche dalla politica e dagli ambienti economici liguri – anche perché arriva dopo mesi di tensioni tra il Secolo XIX e il presidente della Regione Marco Bucci. Nelle ultime settimane sono circolati i nomi di Mario Sechi, di Luca Ubaldeschi, ma anche quelli del giornalista del Corriere della Sera Marco Imarisio. Per ora, però, da Ginevra non è arrivata alcuna decisione.

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita

Nella semiotica del potere i pranzi hanno una duplice funzione. Una secondaria: mangiare perché, parafrasando Battiato, bisogna pur che lo stomaco esulti. E una primaria: farsi vedere. Quello della scorsa settimana alla romana trattoria Stendhal, in Galleria Sordi, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Da una parte della tavola, Enrico Mentana, dall’altra Mirja Cartia d’Asero, amministratrice delegata di Gedi, la casa editrice di Repubblica. Siamo a pochi passi da Palazzo Chigi e dal Transatlantico. Il ristorante, che ha una convenzione con la Rai, è molto frequentato dai suoi giornalisti. Se l’obiettivo fosse stato quello della discrezione, la scelta del luogo sarebbe stata quantomeno opinabile. Naturalmente nessuno dei due commensali si è soffermato più di tanto sul menù, essendo ben altro l’argomento in agenda. 

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita
Mirja Carta d’Asero (Imagoeconomica).

Il tira e molla con La7 e la tentazione Kyriakou

Mentana infatti ha il contratto con La7 in scadenza a fine anno. È vero: ogni rinnovo del direttore del TgLa7 assomiglia a una partita di poker. Lui fa ammuina, rilancia, Urbano Cairo aspetta, gli osservatori scommettono dividendosi tra divorzio e continuazione del matrimonio. Finora, dopo plateali tira e molla, è sempre arrivata la fumata bianca. Mentana resta al timone della sua creatura, il patron di La7 tira un sospiro di sollievo. Va avanti così da sempre, un copione che gli addetti ai lavori conoscono a memoria. Ma in questo caso, a differenza del passato, una differenza c’è. Per la prima volta dopo 15 anni Mentana ha un’alternativa credibile. E, soprattutto, un editore deciso a convincerlo. Theo Kyriakou, il nuovo proprietario di Gedi, non ha mai nascosto di voler costruire un gruppo multimediale molto più aggressivo di quello ereditato dagli Agnelli. E il tassello fondamentale del progetto sarebbe una televisione all news sul modello della Cnn, un’ambizione che il magnate greco racconta come se gli studi fossero già in piedi, e mancasse solo il taglio del nastro. Per costruire una televisione, però, servono i mattoni, ovvero i soldi. E quelli, pare, ci sono già. Ci vuole anche tempo, ma non troppo, vista la determinazione con cui il greco si muove. Quello che serve è soprattutto un volto. E in Italia, piaccia o no, il volto dell’informazione televisiva continua a essere quello di Mentana, l’unico one man show in grado di costruire il giocattolo e portarlo al successo. Lo ha fatto col Tg5, poi con Tg La7, non si vede perché non possa ancora replicare.  

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita
Enrico Mentana e Urbano Cairo (Imagoeconomica).

Sul piatto ci sarebbe anche la direzione di Repubblica

L’idea che circola con sempre maggiore insistenza è quella di affidargli non soltanto la nuova all news, ma anche la direzione di Repubblica, almeno nella fase di transizione in cui il quotidiano resterà dentro il perimetro Gedi perché si sa che Kyriakou la passione per la carta non l’ha mai avuta. Un doppio incarico che trasformerebbe Mentana nel vero architrave editoriale del nuovo corso. È anche alla luce di questo scenario che acquista un significato diverso la scelta di affidare la direzione del quotidiano a Stefano Cappellini soltanto ad interim. Non necessariamente un ripiego. Piuttosto una soluzione che consente all’editore di aspettare senza scoprire troppo le carte. Se Mentana accettasse la sfida, Cappellini potrebbe diventare il suo uomo di fiducia, magari con un ruolo da condirettore operativo, lasciando al nuovo arrivato il compito di imprimere la linea e il peso politico del giornale. Anche alcuni dettagli, che presi singolarmente sembravano semplici coincidenze, finiscono così per assumere un’altra luce. Le recenti critiche di Mentana alla sua rete, descritta come troppo schierata contro Giorgia Meloni. L’assenza alla presentazione dei nuovi palinsesti lo scorso 8 luglio. E un rinnovo di contratto che, nonostante qualche abboccamento, continua a non arrivare. 

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita
Enrico Mentana (Imagoeconomica).

Nel dubbio Cairo ha pre-allertato Floris

Naturalmente Cairo non è tipo da arrendersi senza combattere. Sa perfettamente quanto Mentana rappresenti il marchio identitario della sua televisione. Il suo addio significherebbe perdere, insieme ad ascolti e riconoscibilità, quel patrimonio di credibilità che anche gli avversari gli riconoscono. Non un dettaglio. Nel dubbio, però, Urbano ha pre-allertato Giovanni Floris, conduttore di punta considerato all’interno l’unico in grado di succedere al direttorissimo. Non una riserva qualunque: è il nome che Cairo tiene pronto per il giorno in cui Mentana varcasse davvero la soglia di Gedi. Dopo aver reinventato il telegiornale di La7 e averlo reso uno dei protagonisti dell’informazione generalista, a 71 anni potrebbe essere tentato dall’ultima grande avventura professionale. Costruire qualcosa di nuovo, invece di limitarsi a presidiare ciò che già esiste. Se l’incontro alla trattoria Stendhal ha sortito qualcosa, lo capiremo dopo l’estate. Se invece era soltanto un pranzo, resta la curiosità di sapere che cosa c’era nel piatto. 

Mentana verso Gedi? Il pranzo che riapre la partita
Giovanni Floris (Imagoeconomica).

La pericolosa normalizzazione di ansia, depressione e stress

«I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti sono quelli assurdi: l’ansia di cose impossibili, proprio perché sono impossibili, la nostalgia di ciò che non c’è mai stato, il desiderio di ciò che potrebbe essere stato, la pena di non essere un altro, l’insoddisfazione per l’esistenza del mondo». L’inventario ansioso di Fernando Pessoa è un bell’esempio di letteratura che cura. Che fa bene all’anima e solleva lo spirito. Un tonico e forse il miglior antidoto all’ansia e alla depressione, che sono i due malesseri che identificano il disagio contemporaneo, il male di vivere che sta diventando una patologia quasi epidemica. 

Il 60 per cento degli italiani convive con disturbi della sfera psicologica

Secondo l’ultimo report del ministero della Salute (2026 su dati del 2024) gli utenti psichiatrici assistiti dai servizi specialistici sono stati 845.516, mentre le prestazioni complessivamente erogate dai servizi territoriali sono state oltre 10 milioni. Più preoccupante, però, è lo stato di salute mentale quotidiano, “normale”, dell’intero Paese. L’era del disagio è il titolo di una ricerca del 2025 secondo cui il 60,1 per cento degli italiani convive da anni con uno o più disturbi della sfera psicologica. Ne soffrono di più le donne (65 per cento) e la Gen Z (75 per cento, con punte addirittura dell’81 per cento tra le ragazze). Se allarghiamo lo sguardo possiamo però, malinconicamente, consolarci vedendo che siamo in buona, ancorché pessima, compagnia.

La pericolosa normalizzazione di ansia, depressione e stress
(foto di Gadiel Lazcano via Unsplash).

Il Vecchio continente si scopre più ansioso e depresso

Secondo una recente ricerca che coinvolge le più importanti istituzioni scientifiche mondiali, il Global Burden of Disease (GBD), nel 2023 quasi 1,2 miliardi di persone nel mondo soffrivano di un disturbo mentale. Un numero quasi doppio rispetto al 1990 ma che, se rapportato alla crescita demografica, rappresenta un aumento del 24 per cento. Secondo lo studio, i disturbi mentali sono ora la principale causa di disabilità, con il Vecchio continente che sembra essere messo peggio del resto del mondo. In un Eurobarometro del 2023, quasi la metà dei cittadini dell’Ue segnalava problemi emotivi o psicosociali come depressione o ansia. L’89 per cento degli intervistati riteneva che la promozione della salute mentale fosse molto importante e più della metà che i recenti eventi mondiali (guerra, povertà, inflazione, crisi climatica ed emergenze sanitarie) fossero potenti attentatori della salute mentale. 

La pericolosa normalizzazione di ansia, depressione e stress
(foto di Christopher Ott via Unsplash).

Il tempo ‘perso’ a causa del disagio mentale

Secondo stime dell’Oms, l’ansia e la depressione costano al mondo circa 1000 miliardi di dollari all’anno, ma il nuovo studio GBD aggiunge a questo dato il numero di anni che le persone “perdono” a causa di un disturbo mentale che compromette le capacità lavorative o accorcia la loro vita. Alcuni dei tassi più elevati di questi anni persi sono stati riscontrati nei Paesi dell’Europa occidentale. I Paesi Bassi, ad esempio, si sono classificati al primo posto nel 2023 con circa 3.555 anni persi ogni 100 mila persone, un valore oltre 2,5 volte superiore a quello del Paese con il tasso più basso, il Vietnam, dove si sono persi circa 1.300 anni ogni 100 mila persone.

Andare dallo psicologo è ancora uno stigma (soprattutto nei Paesi più poveri)

Quindi l’Europa è davvero più depressa e ansiosa del resto del mondo? Se lo chiede The European Correspondent in una lunga e documentata inchiesta, della quale mi limiterò a segnalare tre punti fondamentali, forse sorprendenti. Il primo riguarda lo stigma sociale che ancora oggi circonda l’ammettere, anche a se stessi, di avere problemi psicologici. E ciò è più vero nei Paesi poveri che in quelli ricchi, dove ricorrere allo psicologo e allo psichiatra non pone problemi.

Questione di stili di vita, abitudini e alimentazione

Il secondo aspetto riguarda gli stili di vita e il peso negativo che obesità e mancanza di movimento hanno sullo stato mentale. Anche qui il classico mens sana in corpore sano non gode delle giuste attenzioni. Ma è un peccato anche economico grave. Perché ad esempio se cattiva alimentazione e scarsa attività fisica generano problemi di sonno è noto che dormire poco e male non aiuta certo il buonumore. Qui però sul tema insonnia bisogna fare riferimento a una concausa che si sta rivelando sempre più importante nel produrre malessere. Cioè la dipendenza da device e piattaforme social che hanno portato progressivamente, soprattutto i giovani, a usi massivi di smartphone, app digitali e ora di IA. Vite davanti a uno schermo sono vite spiaggiate. Vite desolate, dove la realtà fisica sparisce e l’altro, ovvero la materialità della presenza e della relazione, diventano via via fantasmi, che sono notoriamente mal disponenti. Per i giovani va messo in conto la crescente mancanza di speranza. «Se avessi 16 anni oggi, mi chiederei se tra quattro anni dovrò andare in guerra, se il lavoro che desidero esisterà ancora dopo la laurea, o se potrò mai comprare una casa», osserva uno dei principali autori della ricerca,  Damian Santomauro. «Come può la giovane generazione avere speranza? La mancanza di speranza è un precursore della depressione e dell’ansia».

La pericolosa normalizzazione di ansia, depressione e stress
(foto di Adrian Swancar via Unsplash).

La semantica del malessere e la normalizzazione di ansia e stress

Ma il terzo elemento da portare all’attenzione è la questione semantica. Le persone per esempio usano sempre più spesso la parola “ansioso” al posto di “nervoso” o “preoccupato”, e “depresso” al posto di “triste” o “giù di morale”. Se si chiede a qualcuno se si è sentito depresso nell’ultimo anno, è più probabile che risponda sì, perché la parola stessa è entrata a far parte del suo linguaggio quotidiano.  Un discorso a parte meriterebbe la parola stress. Mi limiterò a osservare come il termine “nervoso” che generava preoccupazione facesse riferimento a uno stato d’animo e psicologico momentaneo, perché legato a fattori contingenti, dunque a termine. L’ansia e lo stress invece non staccano mai. Sono stati normalizzati. Parti di noi e della nostra quotidianità. Come dice Charlie Brown al Grande Bracchetto: «Persino le mie ansie hanno l’ansia…».

La pericolosa normalizzazione di ansia, depressione e stress
Immagine realizzata con l’IA.

Osvaldo De Paolini sarà il nuovo direttore de Il Gazzettino

Osvaldo De Paolini torna nel gruppo Caltagirone. Come anticipato da Lettera43, dopo l’addio burrascoso alla condirezione de il Giornale e alla direzione del settimanale economico Moneta, dal 2 settembre sarà il nuovo direttore de Il Gazzettino al posto di Roberto Papetti che assumerà il ruolo di direttore editoriale. Guido Boffo e Antonello Calia saranno vice.

Osvaldo De Paolini sarà il nuovo direttore de Il Gazzettino
Roberto Papetti (Imagoeconomica).

I motivi dell’addio al Giornale

Vicedirettore vicario del Messaggero dal 2012, De Paolini era arrivato al Giornale (di cui era già stato vicedirettore dal 1997 al 2001) nel 2023, assumendo prima la carica di vicedirettore poi, dal dicembre 2025, affiancando Tommaso Cerno alla direzione. Un anno prima, nel 2024, aveva lanciato Moneta. La decisione di lasciare il quotidiano, raccontano i ben informati, sarebbe arrivata dopo mesi di tensioni con l’editore sfociati recentemente in un confronto molto acceso con Giampaolo Angelucci. Il rapporto con Cerno inoltre pare non sia mai stato idilliaco e l’arrivo di Lirio Abbate alla vicedirezione non ha contribuito a rasserenare il clima.

Attentato a Ranucci, il Riesame conferma arresti e metodo mafioso

Il tribunale del Riesame di Roma ha confermato le quattro misure cautelari e l’aggravante del metodo mafioso per i quattro accusati di essere gli esecutori materiali dell’attentato a Sigfrido Ranucci avvenuto il 16 ottobre del 2025. Respinte infatti le istanze presentate dalle difese che chiedevano l’annullamento delle misure e il non riconoscimento del metodo mafioso. Rimangono dunque in carcere Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello, Saverio Mutone e ai domiciliari Marica De Filippi. Tutti e quattro sono accusati a vario titolo, di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con l’aggravante del metodo mafioso. Quest’ultima viene contestata per diverse ragioni, la prima delle quali rinvenuta nella forza intimidatoria del gesto (aver piazzato l’ordigno davanti al cancello della casa del giornalista). A rafforzare il riconoscimento del metodo mafioso c’è poi il fatto che l’attentato sia stato organizzato su commissione di un mandante, per ora ritenuto dalla procura il giornalista Valter Lavitola, pur se rimane oscuro il movente.

Iachetti senza freni augura la morte a Schillaci e attacca Vannacci, Salvini e Meloni

È polemica per le ultime uscite di Enzo Iachetti che, durante un incontro pubblico a Pratovecchio (Arezzo) nell’ambito della rassegna «Naturalmente Pianoforte» organizzata da Andrea Scanzi, ha sparato a zero contro i leader del centrodestra arrivando persino ad augurare la morte a un ministro.

Gli attacchi contro Vannacci, Meloni e Salvini

Il primo a finire nel mirino è stato Roberto Vannacci: «Vorrei che i pomodori in Puglia in agosto venissero raccolti da quelli che vogliono la remigrazione. Io vorrei vedere la faccia di Vannacci sudare a un euro netto all’ora. E vorrei vederlo asfaltare le strade di notte a 40 gradi, perché io non vedo mai un bianco farlo. Non c’è un bianco che asfalta le strade di notte a 40 gradi». Poi è toccato a Matteo Salvini: «Vorrei che il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti provasse un giorno a salire su un Frecciarossa, in seconda classe. Deve essere lì quando il treno si ferma tra Parma e Bologna per quattro ore senza aria condizionata, non in executive, dove l’aria condizionata funziona sempre». Non è stata risparmiata nemmeno la premier Giorgia Meloni: «Mi piacerebbe sapere cosa risponderà questa signora, questa mamma, tra 20 anni, a sua figlia che leggerà sui libri di storia di 25 mila bambini ammazzati, a volte trucidati, a cui sono state tagliate le gambe. Che leggerà di coloni che spaccano i crocifissi e che uccidono le persone. E questa bambina ormai adulta andrà a chiederle: “Mamma, ma quell’anno lì non eri il presidente del Consiglio? E perché non hai mai detto un cazzo su queste cose? Io sogno questo momento, peccato che tra 20 sarò già all’inferno».

«Vorrei vedere Schillaci morire mentre aspetta una tac»

Infine l’attacco più grave, quello al ministro Orazio Schillaci: «Vorrei vedere il ministro della Sanità andare in ospedale e avere bisogno di una tac o di una risonanza magnetica e sentirsi rispondere “Ci dispiace, la prima libera è tra otto mesi”. E allora voglio vederlo morire prima come succede in tanti casi».

De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo

Nel giornalismo c’è gente che va e gente che viene. Anzi, per la precisione gente che ritorna. In via del Tritone, quartier generale del gruppo Caltagirone, gli spifferi non mancano: «Per un Rosario Dimito che se ne va, c’è un Osvaldo De Paolini pronto a rientrare alla base», si sente dire. Dimito, come anticipato da Lettera43, lascia il quotidiano romano e dal primo settembre va a La Stampa del nuovo corso Sae come vicedirettore vicario. Mentre De Paolini che fa? Lui è rimasto nel cuore dell’ingegnere Francesco Gaetano Caltagirone, che ne ha sempre apprezzato la passione per il lavoro. Dopo anni con Calta era passato agli Angelucci. Ma adesso è arrivato l’addio a il Giornale, anche per colpa di confronti accesi proprio con l’editore e di quell’indigesto approdo di Lirio Abbate. Adesso ad attenderlo quale ruolo ci sarà? Le testate del gruppo sono diverse: oltre a Il Messaggero non dimentichiamo Il Mattino e Il Gazzettino

De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo
De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo
De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo
De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo
De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo
De Paolini torna con Caltagirone? Quale ruolo può attenderlo

L’attore Pippo Di Marca morto precipitando dal terrazzo di casa

L’attore e regista Pippo di Marca è morto a Roma dopo essere precipitato dalla terrazza della sua abitazione al quinto piano nel quartiere Trastevere. Sono ancora in corso le indagini sull’accaduto e si ipotizza o una caduta accidentale o il gesto volontario. Secondo quanto riportato dal Corriere, avrebbe lasciato un biglietto alla moglie e al figlio con scritto «Scusate, non ce la faccio più» a causa della malattia. Nato a Catania nel 1939, è stato attivo dagli Anni 60 nell’ambito della sperimentazione teatrale, ed è stato tra i protagonisti dell’avanguardia teatrale italiana, sviluppando una ricerca artistica influenzata dalle avanguardie storiche e collaborando con figure quali Carmelo Bene, Leo de Berardinis e Julian Beck. Ha fondato il Meta-Teatro, compagnia e spazio teatrale dedicati alla produzione e alla promozione del teatro contemporaneo.

I motivi dietro l’addio di De Paolini al Giornale

Osvaldo De Paolini dice addio alla condirezione del Giornale e alla direzione di Moneta. «La direzione ci ha comunicato che, da domani (21 luglio), il nostro condirettore lascia, per motivi personali, la nostra testata», si legge nel comunicato del Cdr. «Così come la direzione del settimanale economico Moneta» che verrà assunta ad interim da Tommaso Cerno. «Il Cdr coglie l’occasione per ringraziare, assieme alla redazione, Osvaldo De Paolini per il grande lavoro svolto, non solo nella mera fattura del quotidiano, anche nell’ambito degli “eventi del Giornale“, per il rilancio della testata e il risanamento della sua situazione economica».

I motivi dietro l’addio di De Paolini al Giornale
Tommaso Cerno (Imagoeconomica).

La discussione con Angelucci e l’arrivo di Abbate

Arrivato al Giornale dal Messaggero nel 2023, De Paolini aveva assunto prima la carica di vicedirettore poi, dal dicembre 2025, aveva affiancato Tommaso Cerno alla direzione. Nel 2024 aveva lanciato Moneta di cui sabato scorso ha firmato l’ultimo numero. Secondo i ben informati, la decisione di andarsene (qualcuno spiffera addirittura «sbattendo la porta») sarebbe maturata dopo mesi di maretta con l’editore sfociati qualche giorno fa in un confronto molto acceso con Giampaolo Angelucci. A fronte di alcuni rilievi dell’editore su un articolo del settimanale economico, De Paolini avrebbe risposto stizzito che nessuno poteva insegnargli il mestiere. Il rapporto con Cerno inoltre pare non sia mai stato idilliaco e l’arrivo di Lirio Abbate alla vicedirezione non ha contribuito a rasserenare il clima.

I motivi dietro l’addio di De Paolini al Giornale
Giampaolo e Antonio Angelucci (Imagoeconomica).


La morte di Fakir, l’inadeguatezza dello Stato e l’avanzare della barbarie

Il primo nome che il caso di Abderrahim Fakir mi riporta alla mente non è quello di George Floyd, l’uomo ucciso dalla polizia americana con modalità così simili a quelle immortalate nell’insostenibile video girato al Pilastro: la sopraffazione fisica, lo schiacciamento dell’uomo già a terra, l’indifferenza ai suoi lamenti. Mi rammenta un caso apparentemente opposto, ma sotto certi aspetti simile, e con un esito ancora più tragico: quello del genovese Alberto Scagni, un giovane dalla personalità disturbata che terrorizzava i genitori e i vicini con minacce ed «escandescenze». Malgrado le 60 telefonate dei familiari all’Ausl e alla polizia, nessuno era intervenuto per fermarlo. Un mese dopo Scagni, lasciato a se stesso, uccise a coltellate sua sorella.

La morte di Fakir, l’inadeguatezza dello Stato e l’avanzare della barbarie
Nel riquadro, Abderrahim Fakir (Ansa).

Scagni e Fakir, due facce dell’inadeguatezza dello Stato

Secondo le ricostruzioni, anche Fakir stava «dando di matto» domenica scorsa, in un garage del quartiere bolognese del Pilastro, forse aveva problemi psichiatrici, forse aveva assunto sostanze. Le telefonate dei vicini, stavolta, hanno richiamato polizia e Ausl, ma i risultati sono quelli del video. Da una parte, sottovalutazione delle condizioni del soggetto (anche se nel caso di Genova il procedimento contro i poliziotti e le autorità sanitarie è stato successivamente archiviato), dall’altra un intervento tempestivo, ma brutale e manchevole dal punto di vista medico. Due facce dell’inadeguatezza dello Stato di affrontare il disagio psichico (o presunto tale), una situazione che non guarda il colore del passaporto né quello della pelle, e non ha bisogno di permessi per insediarsi in una capoccia e rendere il suo proprietario un pericolo per se stessi e per gli altri, compresi i suoi familiari.

La morte di Fakir, l’inadeguatezza dello Stato e l’avanzare della barbarie
La sorella di Abderrahim Fakir (Ansa).

La sicurezza non può prescindere dal rispetto per la vita umana

L’inchiesta in corso accerterà le responsabilità degli agenti – non indagati, grazie alle norme del nuovo decreto sicurezza – e dei soccorritori. Il video si interrompe prima di mostrarci se, constatato che l’uomo era privo di coscienza, abbiano tentato di rianimarlo. Ma non ci risparmia la visione di una terza persona, presumibilmente non opportunamente addestrata alla contenzione di un fermato, che collabora con i poliziotti per immobilizzare Fakir, con gli agenti che glielo lasciano fare: quindi, le forze dell’ordine possono affidare l’incolumità fisica di una persona, magari malata, al primo che passa? Fakir, riferiscono i suoi conoscenti, soffriva d’asma ed era cardiopatico. Era un uomo con molte fragilità, che andava messo in sicurezza con professionalità, oltre che con il rispetto per la vita umana che è scritto nella nostra Costituzione ma che oggi, a quanto pare, solo la Chiesa cattolica continua a considerare un valore non negoziabile.

La morte di Fakir, l’inadeguatezza dello Stato e l’avanzare della barbarie
Un fermo immagine dell’intervento delle forze dell’ordine e dei sanitari (Ansa).

Più si avvicinano le elezioni più il mostro social dovrà essere nutrito

E mentre il governo riduce i fondi per la cura e la prevenzione delle malattie psichiche, e destina alle forze dell’ordine non finanziamenti, aumento di personale e tecnologie più efficaci ma, demagogicamente, un goffo scudo penale, abbiamo solo una certezza: più si avvicinano le elezioni, più si moltiplicherà la strumentalizzazione di episodi come quello del Pilastro, il cibo preferito dal mostro dei social. La barbarie si avvicina, tweet dopo tweet, reel dopo reel, TikTok dopo TikTok. Di questo passo, quando arriveremo al voto i partiti della destra avranno inserito nei programmi il rogo sulla pubblica piazza, l’ordalia dell’acqua e lo squartamento mediante quattro cavalli. Molto peggio del Medioevo vero, quando almeno c’erano anche Dante, Giotto e san Francesco.

La Rai avvia verifiche interne sul caso Ranucci

Nel rispetto delle proprie procedure interne e dei principi di correttezza, imparzialità e tutela dell’azienda, la Rai ha disposto l’avvio degli approfondimenti di competenza in relazione alla vicenda riguardante il vicedirettore Sigfrido Ranucci. La commissione per il Codice etico, su impulso dell’amministratore delegato, procederà nei prossimi giorni alle attività istruttorie di propria competenza. «Rai, in coerenza con le linee guida Ebu e nel rispetto del vigente contratto di servizio», si spiega in una nota, «è tenuta ad adottare criteri netti e chiari in relazione al giornalismo investigativo e d’inchiesta, a partire dal principio di imparzialità e indipendenza, a quello di accuratezza nello svolgimento delle inchieste, a quello sulla verifica rigorosa delle fonti e alla gestione corretta di esse». Nello stesso tempo, «Rai intende tutelare la propria immagine e quella del giornalismo del servizio pubblico fondato su professionisti che ogni giorno conducono con serietà, cura, professionalità e rispetto delle regole deontologiche il loro lavoro nelle testate nazionali, nelle redazioni regionali, nelle sedi delle corrispondenze estere, nei teatri che i nostri inviati coprono in tutto il mondo e nei tanti programmi di approfondimento e inchiesta che compongono i palinsesti Rai». «L’attivazione delle verifiche interne», conclude l’azienda, «costituisce un atto dovuto a tutela della Rai, delle persone coinvolte e dei principi che regolano l’attività del servizio pubblico».

Musk interviene sul caso Roggero: «Giudice e pm andrebbero condannati»

Elon Musk interviene sulla cronaca italiana esprimendo il suo sostegno a Mario Roggero, il gioielliere condannato a 14 anni e nove mesi per aver ucciso due rapinatori e averne ferito un terzo. Rispondendo al post di un utente del social che esprimeva indignazione per la sentenza, il patron di Tesla ha attaccato la magistratura italiana: «Si tratta di una follia! Il giudice e il pubblico ministero in questo caso sono coloro che meritano questa condanna». ll commento del magnate americano è stato poi rilanciato da Andrea Stroppa, indicato come suo referente in Italia, con il messaggio: «Elon Musk dalla parte di Mario Roggero».

Nel 2024 il tweet contro i giudici italiani

Non è la prima volta che Musk irrompe sulle vicende italiane. Già in passato, nel 2024, si era schierato contro i giudici del tribunale di Roma che avevano sospeso la convalida del trattenimento per alcuni migranti portati in Albania. «These judges need to go»,«Questi giudici devono andarsene», aveva scritto in merito.

Saverio Valentino nominato presidente dell’Antitrust

I presidenti di Senato e Camera, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, hanno nominato l’avvocato Saverio Valentino presidente dell’Antitrust, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato. Avvocato, attualmente componente dell’Autorità, Valentino si è prevalentemente occupato di diritto della concorrenza italiano ed europeo, patrocinando dinanzi alle corti dell’Unione europea, a quelle amministrative e civili italiane, nonché alla Commissione europea, all’Autorità garante e ad altre autorità di concorrenza in diversi Paesi del mondo. Classe 1971, si è laureato in giurisprudenza a La Sapienza di Roma conseguendo poi un master in diritto comunitario presso il Collegio d’Europa di Bruges, nonché un Master in legge presso la University of Chicago Law School. Ha inoltre collaborato per un periodo di sei mesi con l’allora direzione generale I della Commissione europea, nell’unità che si occupava di politiche commerciali multilaterali e di questioni legate all’Organizzazione mondiale del commercio e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot

C’è un momento preciso, leggendo la lectio magistralis che Leonardo Maria Del Vecchio ha pronunciato il 9 luglio a Villa Mondragone per il conferimento della laurea honoris causa in Diritto, innovazione tecnologica e sostenibilità dell’Università di Roma Tor Vergata (notizia data in anteprima da Lettera43), in cui si smette di seguire il filo e si comincia a contare. Succede più o meno alla terza occorrenza di quella costruzione retorica che ormai chiunque frequenti un chatbot riconosce a occhi chiusi: la negazione seguita dalla correzione. «Il privilegio non è una sentenza. È una prova». «Non è un gesto. È un cantiere». «Il limbo non ti distrugge. Ti conserva». «Non è poco. È tutto».

Un uso massiccio dell’antitesi che farebbe impallidire Cicerone

Nel testo integrale pubblicato dal Corriere della Sera, la formula ricorre più di 30 volte. Trenta. In 21 minuti di discorso. Cicerone, che pure di antitesi campava, a quel ritmo avrebbe chiesto una pausa. Bisogna dirlo subito, per correttezza: nessuno può dimostrare in modo incontestabile che un testo sia stato scritto da un’intelligenza artificiale. Ma è anche impossibile non notare che la lectio esibisce, con una densità probabilmente mai vista in alcun discorso pronunciato da un essere umano, l’intero campionario stilistico della prosa generata dai modelli linguistici.

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
La moltitudine di “non” presenti nella lectio magistralis.

Ciascuno tragga le proprie conclusioni, magari dopo aver chiesto a un chatbot «scrivimi un discorso ispirazionale per una laurea honoris causa, sul modello di Steve Jobs a Stanford». Provateci. Vi verrà restituito qualcosa di sorprendentemente familiare. Perché sì, c’è anche un passaggio su Jobs in quel calderone. Nel suo discorso, il neolaureato mette le mani avanti: «Lo schema non l’ho inventato io: lo usò Steve Jobs, a Stanford, nel 2005. Ve lo dico io, prima che lo scriva qualcun altro».

Raggiunte vette di involontario umorismo

Ma Jobs a Stanford raccontava fatti. Il corso di calligrafia seguito da imbucato al Reed College, il licenziamento dall’azienda che aveva fondato, la diagnosi di tumore. Cose successe, con date, luoghi, nomi. In 21 minuti di discorso autobiografico di Del Vecchio invece non compare un solo aneddoto circostanziato, a parte il bambino per mano al padre in fabbrica. E poi c’è il momento in cui il testo si supera, raggiungendo una vetta di involontario umorismo che nessuna penna umana avrebbe osato: il passaggio sull’intelligenza artificiale. «Una macchina produce risposte. Non può assumersi le conseguenze morali di una scelta. Nel tempo dell’IA, la difficoltà giusta sarà restare umani senza diventare lenti, e diventare veloci senza diventare vuoti».

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
Leonardo Maria Del Vecchio mentre legge il suo discorso (foto Imagoeconomica).

Chiunque abbia posto a un chatbot la domanda «cosa resta all’uomo nell’era delle macchine?» ha ricevuto, pressoché parola per parola, questa risposta, chiasmo finale compreso. Se davvero la lectio è farina del sacco del suo autore, si tratta della più straordinaria imitazione involontaria della prosa artificiale mai prodotta da mente umana, e allora la laurea in innovazione tecnologica sarebbe pure meritata.

L’eredità e il riferimento a LMDV Capital

Fin qui la forma. Il contenuto, volendo, è anche meglio. Viene raccontato di come, alla morte del padre, l’autore sia «ripartito da uno zero che i numeri non registrano». Precisazione doverosa, perché i numeri registravano in effetti tutt’altro: una quota di Delfin, la holding di famiglia che controlla partecipazioni in EssilorLuxottica, Generali, Monte dei Paschi e UniCredit, menzionata 16 righe più in basso («Ho ereditato una quota in Delfin»), dopo aver dichiarato tre paragrafi prima che «il mio percorso non l’ho ereditato». Il percorso non ereditato ha per veicolo LMDV Capital, fondata nel 2022 con capitali sulla cui provenienza la lectio sorvola con l’eleganza di chi sa che certe domande, a Villa Mondragone, non le fa nessuno.

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
Da sinistra Carlo Nucci, prorettore vicario di Tor Vergata, il ministro della Salute Orazio Schillaci, la presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane Laura Ramaciotti, Leonardo Maria Del Vecchio, la ministra dell’Università e della ricerca Anna Maria Bernini e il magnifico rettore Nathan Levialdi Ghiron (foto Imagoeconomica).

C’è poi la dichiarazione d’amore. «Ti amo, Italia. Nei fatti». I fatti: Delfin, la cassaforte di famiglia da una quarantina di miliardi, ha sede in Lussemburgo dal 2006, dove il capostipite la piazzò per godere della riservatezza e della tassazione agevolata che il Granducato riserva alle holding. Quanto alla «partita nell’ordine dei 15 miliardi» che l’oratore rivendica di aver «provato a riportare in Italia», le cronache finanziarie registrano un’operazione lievemente diversa: l’acquisto, con una decina di miliardi da prendere in prestito dalle banche, delle quote dei fratelli Paola e Luca in una holding lussemburghese, acquisto che avrebbe portato lui – non l’Italia – dal 12,5 al 37,5 per cento della cassaforte, facendone l’azionista di riferimento.

I dubbi dei manager vicini al padre sulle capacità del rampollo

Negli atti, nessuna traccia di traslochi verso la madrepatria. E la «scelta fermata nel punto in cui avrebbe dovuto trovare custodia», formula sibillina degna di un oroscopo, ha in realtà nome e indirizzo: il consiglio di amministrazione di Delfin, che a giugno ha rifiutato di autorizzare il pegno delle quote richiesto dalle banche finanziatrici, facendo saltare tutto anche perché, pare, i manager più vicini al padre non sono proprio convinti delle capacità di Leonardo Maria.

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
Leonardo Maria Del Vecchio (foto Imagoeconomica).

Insomma un patriota fermato non dal mercato, non dallo Stato, ma dal cda della holding di famiglia, all’assemblea della quale, il 30 giugno, ha preferito non presentarsi. Con un souvenir: circa un miliardo di debiti personali verso le banche che, riferisce il Corriere, fatica a restituire. Nove giorni dopo Del Vecchio saliva sul palco di Villa Mondragone a spiegare agli studenti che «il limbo delle decisioni non prese è una delle forme più eleganti della paura».

Non parla ai media, però se li compra

E il capolavoro finale: «Io oggi non parlo ai media. Parlo al futuro dell’Italia». Frase pronunciata davanti ai media, consegnata ai media e pubblicata integralmente dal primo quotidiano italiano cinque giorni dopo, con firma dell’autore e copyright in calce. Detta, per giunta, da un uomo che dei media è editore: primo azionista di Editoriale Nazionale, la casa di QN, Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino, socio al 30 per cento del Giornale, e con un’offerta ventilata in passato perfino per il gruppo Gedi. Non parla ai media nel senso tecnico dell’espressione: semmai li compra.

Leonardo Maria Del Vecchio e la lectio magistralis con i tic del chatbot
La cerimonia del conferimento della laurea honoris causa a Leonardo Maria Del Vecchio (foto Ansa).

Ricordiamo che Del Vecchio ha ottenuto una laurea honoris causa in Diritto, innovazione tecnologica e sostenibilità. Ricapitolando. Diritto: il neolaureato non risulta avere formazioneattività giuridica, se si esclude la raffinata ingegneria societaria lussemburghese della holding di famiglia, che però immaginiamo non fosse il titolo della laudatio. Innovazione tecnologica: LMDV Capital investe in ristoranti, hotel e stabilimenti balneari, settore rispettabilissimo in cui l’ultima grande innovazione risale all’ombrellone. Sostenibilità: l’hospitality italiana detiene stabilmente il primato di stipendi più bassi e stagionalità più selvaggia del Paese, e i «1.500 posti di lavoro» rivendicati come «contabilità concreta» del capitalismo umanista andrebbero pesati anche con quella bilancia.

Quelle mille visite oculistiche gratuite…

La motivazione ufficiale del conferimento della laurea cita il lavoro alla guida della Fondazione OneSight EssilorLuxottica Italia, ossia la fondazione dell’azienda costruita dal padre. E la lectio si apre ringraziando per il «progetto concreto» da cui è nato l’incontro con l’ateneo: il Campus Visivo, mille visite oculistiche gratuite agli studenti di Tor Vergata, con la promessa di molte altre grazie alla Conferenza dei rettori. L’università riceve le visite, il benefattore riceve la laurea, e sull’opportunità di questo elegante circuito di gratitudine reciproca lasciamo volentieri la parola agli organi accademici, al ministero presente in sala e a chiunque, in quell’aula, si occupi per mestiere di conflitti di interessi.

Il battesimo di Cappellini a Repubblica e gli incroci della politica romana: lo spiffero del giorno

«Giornalista e sceneggiatore», recita la biografia di Stefano Cappellini su Internet, cui ora dovrà aggiungere anche direttore ad interim di Repubblica, chiamato a raccogliere l’eredità di Mario Orfeo in una fase tutt’altro che tranquilla per il quotidiano. 

Un battesimo propizio per il neo-direttore

Il battesimo, però, non poteva essere più propizio. Proprio nelle ore del suo insediamento, il governo Meloni è riuscito nell’impresa di auto-affondarsi su un emendamento della riforma elettorale, bocciato dai franchi tiratori della stessa maggioranza. Una delle più clamorose cappellate parlamentari degli ultimi tempi, con Palazzo Chigi costretto ad aprire immediatamente la caccia ai dissidenti. Per un direttore appena arrivato, un’apertura di giornale confezionata praticamente da sola e nel solco della linea che Repubblica vuole perseguire. Del resto Cappellini non ha mai nascosto le proprie posizioni, né è mancato negli anni alle trasmissioni di Nicola Porro su Mediaset nel ruolo dell’interlocutore più severo con il centrodestra. Ora avrà modo di esercitare quello stesso spirito critico dalla plancia di comando del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Sempre che la permanenza sia destinata a durare, ma su questo Theodore Kyriakou non lascia trapelare nulla.

Il battesimo di Cappellini a Repubblica e gli incroci della politica romana: lo spiffero del giorno
Elly Schlein con Stefano Cappellini (Ansa).

I piani dell’editore per il nuovo corso di Repubblica

Martedì l’editore greco, parlando alla redazione, si è limitato a un intervento di circostanza, il classico discorso istituzionale che accompagna ogni cambio al vertice. Molto più esplicita è stata invece l’amministratrice delegata Mjria Cartia d’Asero, che ha rivendicato la necessità di un ricambio del management sostenendo che chi oggi occupa certe posizioni non possiede più i requisiti richiesti dal nuovo corso. E, nello stesso intervento, ha annunciato l’arrivo di Veronica Diquattro, ex ad di Dazn, alla guida del digitale, descritta come una «manager bionda con gli occhi azzurri». Cosa che forse avrebbe fatto sorridere qualche cronista degli Anni 50, ma che difficilmente sarà stata accolta con entusiasmo dalla diretta interessata. Il clima, insomma, è quello del grande rimescolamento.  

Il battesimo di Cappellini a Repubblica e gli incroci della politica romana: lo spiffero del giorno
Mjria Carta d’Asero (Imagoeconomica).

Intanto Monica Giandotti presenta il libro di De Luca jr

E a fare da perfetto contrappunto arriva anche un appuntamento romano che sembra raccontare, in miniatura, le geometrie del potere. Alla libreria Mondadori della Galleria Alberto Sordi viene presentato il libro di Piero De LucaL’idea di Europa e il suo destino. Sul palco, insieme all’autore, Pier Ferdinando Casini, Paolo Gentiloni e il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. A moderare l’incontro è Monica Giandotti, giornalista Rai approdata a Rai 2 dopo gli anni trascorsi a Rai 3, nonché moglie del nuovo direttore di Repubblica. Insomma, primo giorno da direttore e Cappellini si ritrova già al centro di un emblematico incrocio della politica romana: un governo che inciampa da solo, un’azienda che cambia pelle e un salotto romano dove il potere continua a riconoscersi a colpo d’occhio. 

Il battesimo di Cappellini a Repubblica e gli incroci della politica romana: lo spiffero del giorno
Monica Giandotti.

Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole

Nessuno se l’aspettava: il governatore della Regione Lombardia Attilio Fontana che attacca il “suo” ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. E lo fa per ragioni tecniche, denunciando con i numeri le poche risorse umane dedicate alla sicurezza che per decisione del Viminale arriveranno nella sua regione: «Politicamente è un segno ulteriore di sottovalutazione delle necessità del Nord produttivo, della Lombardia, di Milano: l’assegnazione del 6 per cento dei nuovi agenti a una regione che rappresenta il 17 per cento della popolazione e il 23 per cento del Pil appare penalizzante e rischia di non rispondere alle crescenti richieste di sicurezza di un territorio così nevralgico per il Paese. Questa scelta riflette una logica che non sa leggere il territorio». Piantedosi, che si fa notare nelle sue visite a Benevento e nel sud del Lazio, a Fondi, ormai è nel mirino della Lega del nord, dove si deve anche cercare un posto alternativo per Matteo Salvini, dato che il ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture è solo una “grana” che certo non porta popolarità, ma solo gli improperi dei viaggiatori. «Al Viminale mai più un cosiddetto tecnico, ci deve essere un politico», ripetono, uno dopo l’altro, i comandanti leghisti che vogliono evitare il tracollo del partito, specie adesso che il generale Roberto Vannacci si rafforza con la sua campagna sulla sicurezza. E uno come Fontana, quando parla, non può non essere ascoltato, specie se vuole coltivare l’idea di “scalare” la Lega e trovare un posto a Salvini, al Viminale.

Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Attilio Fontana con Matteo Salvini e Matteo Piantedosi (foto Imagoeconomica).

L’appoggio leghista a Buttafuoco: fibrillazioni alla Cultura

Ennesima divisione all’interno del ministero della Cultura, per colpa di Pietrangelo Buttafuoco: dopo che l’Europa ha sanzionato la Biennale di Venezia per la partecipazione russa alla kermesse, tagliando il finanziamento già concesso e pari a 2 milioni di euro, ecco che l’intellettuale siculo ha trovato la sponda di due partiti, i pentastellati e i leghisti. Ma se i primi sono all’opposizione, i secondi si trovano nella maggioranza governativa, e per di più con la sottosegretaria Lucia Borgonzoni proprio nel dicastero di via del Collegio Romano. Giusto per creare un altro problema al ministro Alessandro Giuli. Queste le parole di Borgonzoni: «Quanto sta accadendo con il caso Biennale è semplicemente inaccettabile. Un organismo politico, l’Unione europea, raccomanda a un ente tecnico, l’agenzia Eacea, di interrompere i contributi. Prima ancora che venga trovato, nell’eventualità ci fosse, un elemento concreto per giustificare questa decisione. Questa è la fine del diritto, una sentenza prettamente politica che danneggia chi da anni porta avanti un lavoro straordinario a Venezia. L’Italia e i suoi luoghi d’arte sono liberi e democratici, non c’è spazio per i ricatti economici di Bruxelles». La sottosegretaria ha trovato anche come alleato Luca Zaia, l’ex governatore della Regione Veneto, oltre al capogruppo dei cinque stelle al Senato, Luca Pirondini. Che è uno dei più battaglieri oppositori di Giuli…

Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole

Federcasse copia l’Abi

Si sa, a Roma le sedi per ospitare gli eventi non sono tantissime quando è previsto l’afflusso di tanti partecipanti. Occorre fare un’analisi dei costi e dei benefici, con frasi ripetute all’infinito come «no, la Nuvola di Fuksas no, è troppo cara», oppure, «sì, quel centro congressi andrebbe bene, ma è troppo lontano». E allora che si fa? Si va nell’Auditorium della Tecnica di Confindustria, all’Eur, ma meglio di giorno, perché al calar delle tenebre la zona pullula di presenze poco raccomandabili. Quindi, mercoledì 15 luglio, ecco che arriva l’Abi, l’Associazione bancaria italiana, con il presidente Antonio Patuelli, per la classica assemblea dove partecipano il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta e il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti. Due giorni dopo, il 17 luglio, stessa sede per “Generare futuri. 135 anni della Rerum Novarum, 80 anni di Repubblica, 10 anni dalla Riforma delle Bcc”, ossia il titolo al centro dell’assemblea annuale di Federcasse, l’associazione nazionale delle Banche di Credito Cooperativo, Casse Rurali e Casse Raiffeisen. Qui non ci sarà Panetta, ma la “Lectio Cooperativa 2026” verrà affidata a Piero Cipollone, componente del comitato esecutivo della Banca centrale europea e presidente della Task Force di alto livello dell’Eurosistema per l’euro digitale.

Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole

Quelle pellicce di Fendi che non piacciono: Mazzantini nel mirino

I problemi alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea (Gnamc) di Roma non mancano mai: le proteste dei dipendenti contro la direttrice Renata Cristina Mazzantini, innanzitutto, e poi le mostre che fanno discutere. L’ultima è quella di Fendi, con annessa sfilata: per evocare la storia del brand è stata riproposta un’esposizione di una quarantina d’anni fa, dove protagoniste erano anche le pellicce della casa di moda. Pellicce che, se una volta venivano elogiate da quasi tutto il pubblico, ora sono viste come nemiche della sostenibilità: così, ecco che alcune reti televisive non hanno potuto parlare della mostra perché «la policy aziendale non lo permette», per il sostegno alle cause animaliste e per non avere noie con i movimenti green. Qualcuno evoca interrogazioni parlamentari per denunciare la presenza delle pellicce. Fatto sta che l’evento modaiolo non ha permesso di valorizzare il restauro di un giardino della galleria, anche perché tutti erano impegnati a passeggiare con calici di champagne tra le mani…

Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Alessandro Giuli e Renata Cristina Mazzantini (foto Imagoeconomica).

De Niro a Roma, tra film e alberghi

Robert De Niro nella Capitale. Lunedì 13 luglio l’attore è presente per gustarsi la versione restaurata di Novecento di Bernardo Bertolucci, nel 50esimo anniversario del film, uscito nel 1976. A dialogare con De Niro – che di Novecento è protagonista, nei panni del possidente terriero Alfredo Berlinghieri, assieme a Gérard Depardieu, che interpreta invece il contadino Olmo Dalcò – sono stati chiamati Antonio Monda e Valerio Carocci. Ma De Niro deve anche controllare il “suo” albergo di via Veneto, Nobu Hotel, di cui è socio proprietario, e valutare le prossime mosse.

Fontana e l’asse leghista anti-Piantedosi, l’appoggio a Buttafuoco e altre pillole
Robert De Niro (Ansa).

Persol, quanti occhiali al premio Strega…

Se a Roma vedete un “vip” con dei nuovi occhiali da sole griffati Persol, li ha presi alla cena del premio Strega. Sì, perché in occasione dell’evento mondan-letterario che si è svolto in Campidoglio, nel desco riservato ai personaggioni capitolini al tavolo c’erano degli oggetti, ossia appunto gli occhiali da sole Persol e le agendine Pineider. Ovviamente sono spariti tutti i “gift”, con approcci leggendari per dissimulare la “presa di possesso”, come quella signora che ha utilizzato tovagliolo per occultare all’interno gli occhiali e riporli lentamente nella borsa. Sui siti delle vendite online si trova qualcosa, comunque, di quella razzia “culturale”…

Stefano Cappellini nominato direttore ad interim di Repubblica

Il Gruppo Gedi ha nominato Stefano Cappellini direttore responsabile ad interim di Repubblica con effetto immediato. L’ha annunciato l’editoe spiegando che «forte della sua profonda conoscenza del giornale, della sua redazione e dei suoi valori, Cappellini assumerà la piena responsabilità della direzione editoriale della testata fino al completamento definitivo del processo di nomina del direttore responsabile». La nomina segue le dimissioni di Mario Orfeo.

È stato direttore de Il Riformista e caporedattore de Il Messaggero

Entrato nel giornale nel 2016, ha ricoperto incarichi di crescente responsabilità, affermandosi come una delle firme di riferimento nell’analisi politica e nell’attualità. In precedenza ha diretto Il Riformista ed è stato caporedattore de Il Messaggero. «Desidero rivolgere a Stefano Cappellini i miei migliori auguri per questa nuova responsabilità», ha dichiarato Mirja Cartia d’Asero, amministratore delegato del Gruppo Gedi. «Sono certa che la sua solida esperienza, il suo lungo impegno nel giornale e le sue straordinarie qualità professionali gli consentiranno di guidare Repubblica con autorevolezza durante questa fase di transizione».