In vista di Pasqua e Pasquetta 2026, torna centrale per i consumatori il tema delle aperture dei supermercati. La maggior parte sono chiusi domenica 5 aprile, mentre lunedì 6 molti sono aperti, seppur spesso con orari ridotti o festivi. Le principali insegne della grande distribuzione hanno fornito indicazioni sulle aperture durante le festività ma, per evitare inconvenienti, il consiglio resta quello di verificare sempre in anticipo gli orari del proprio supermercato di fiducia, consultando i siti ufficiali o le app dedicate.
Supermercati aperti a Pasqua e Pasquetta 2026
Per quanto riguarda Aldi, la catena conferma la chiusura totale nel giorno di Pasqua. Diversa la situazione a Pasquetta, quando i punti vendita seguiranno generalmente l’orario domenicale, pur con possibili variazioni locali. Stesso schema per Bennet, che non alzerà le serrande a Pasqua ma garantirà l’apertura nel Lunedì dell’Angelo. Anche in questo caso, gli orari possono cambiare a seconda della zona. Carrefour si muove su una linea simile: la maggior parte dei supermercati resterà chiusa a Pasqua, mentre molti riapriranno a Pasquetta. In particolare, i punti vendita più piccoli e centrali, come i Carrefour Express, risultano spesso operativi anche nei giorni festivi. Per Conad, la domenica di Pasqua sarà prevalentemente di chiusura, mentre a Pasquetta numerosi negozi torneranno accessibili, sebbene con orari ridotti. Una situazione più articolata riguarda invece Coop e Ipercoop, dove alcuni punti vendita potrebbero restare aperti a Pasqua (con orario limitato) e chiudere il giorno successivo. Grande variabilità per Crai, dove la gestione degli orari festivi è demandata ai singoli esercenti: ciò significa che le aperture possono cambiare sensibilmente da città a città. Anche Despar lascia margine ai territori, con alcuni supermercati aperti sia a Pasqua che a Pasquetta, ma spesso con fasce orarie ridotte. Per Esselunga si parla di chiusura totale a Pasqua e riapertura parziale a Pasquetta, soprattutto nei grandi centri urbani e nei centri commerciali. Lidl, infine, adotta una gestione flessibile, con aperture e chiusure che dipendono dalla località del punto vendita.
L’ospedale San Camillo di Roma ha comunicato la morte del giornalista Roberto Arditti, che era stato colpito da un arresto cardiaco. La notizia del decesso dell’ex direttore de Il Tempo, circolata subito dopo il ricovero in terapia intensiva, era stata smentita ieri dalla famiglia. Arditti, però, non ce l’ha fatta. «La commissione medica nominata dalla direzione dell’ospedale ha confermato lo stato di morte cerebrale del paziente. È stato quindi constatato il decesso», si legge in una nota del San Camillo: «I supporti vitali vengono comunque mantenuti in attesa del trasferimento in sala operatoria per il prelievo degli organi, nel rispetto della volontà donativa espressa in vita».
Chi era Roberto Arditti
Da dicembre del 2008 a gennaio del 2010 Arditti era stato direttore de Il Tempo, continuando poi a collaborare con il quotidiano come editorialista. In precedenza, dal 1992 al 1997, era stato alla guida delle news di RTL 102.5. Aveva inoltre collaborato con Il Foglio e Linkiesta. Dal 2018 era direttore editoriale di Formiche. Prima di passare al giornalismo, Arditti – che era stato dirigente della Gioventù Repubblicana – aveva iniziato il suo percorso professionale nelle istituzioni, lavorando al Senato accanto a Giovanni Spadolini. Il ritorno alla comunicazione politica era avvenuto col governo Berlusconi II, insediatosi nel 2001, durante il quale era stato portavoce del ministro dell’Interno Claudio Scajola. Nel corso della carriera Arditti è stato anche autore della trasmissione Porta a Porta. Tra i tanti incarichi ricoperti pure quello di direttore comunicazione e relazioni esterne di Expo 2015. Aveva inoltre fondato insieme con Swg la società di consulenza strategica Kratesis.
Dopo l’affaire Conte-Piantedosi, con la giornalista che ha ammesso di avere una relazione col ministro dell’Interno, il nome di Paola Berardino, finora rimasto fuori dai riflettori, è finito al centro dell’attenzione. Si tratta della moglie del titolare del Viminale, che attualmente ricopre l’incarico di prefetto di Grosseto. Classe 1964 e da sempre riservata sul suo privato, ha due figlie con Piantedosi.
Nata a Santa Maria Capua Vetere, Berardino si è laureata in Giurisprudenza all’Università di Bologna, dove ha anche conseguito il diploma di specializzazione in Diritto amministrativo e Scienze dell’amministrazione. Abilitata anche all’attività di avvocato, tra il 1991 e il 2019 ha prestato servizio presso le prefetture di Bologna, Roma e Firenze. Ha anche prestato servizio a più riprese al ministero dell’Interno, dove nel 2012 le è stato conferito l’incarico speciale per l’approfondimento degli aspetti connessi all’attuazione e verifica dell’Accordo di integrazione tra lo straniero e lo Stato. Sempre al Viminale è stata anche capo ufficio di staff prima degli Affari territoriali e autonomie locali, poi delle Libertà civili e immigrazione. Dal 9 agosto 2021 è prefetto di Grosseto.
Suo padre è un ex dirigente della Digos
Suo padre è Francesco Berardino, ex dirigente della Digos di Bologna ed ex capo del Cesis, il Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza, organo di coordinamento dei servizi segreti italiani.
È morto a causa di un infarto il giornalista Roberto Arditti. Aveva 60 anni. Da dicembre del 2008 a gennaio del 2010 era stato direttore de Il Tempo, continuando poi a collaborare con il quotidiano come editorialista. In precedenza, dal 1992 al 1997, era stato alla guida delle news di RTL 102.5. Aveva inoltre collaborato con Il Foglio e Linkiesta. Dal 2018 era direttore editoriale di Formiche.
Aveva iniziato la carriera nelle istituzioni
Prima di passare al giornalismo, Arditti – che era stato dirigente della Gioventù Repubblicana – aveva iniziato il suo percorso professionale nelle istituzioni, lavorando al Senato accanto a Giovanni Spadolini. Il ritorno alla comunicazione politica era avvenuto col governo Berlusconi II, insediatosi nel 2001, durante il quale era stato portavoce del ministro dell’Interno Claudio Scajola. Nel corso della carriera Arditti era stato anche autore della trasmissione Porta a Porta. Tra i tanti incarichi ricoperti pure quello di direttore comunicazione e relazioni esterne di Expo 2015. Aveva inoltre fondato insieme con Swg la società di consulenza strategica Kratesis.
La scomparsa di Roberto Arditti mi colpisce profondamente. Giornalista autorevole, analista lucido e raffinato interprete della comunicazione istituzionale, ha attraversato con competenza e passione il mondo dell’informazione, dalla carta stampata alla televisione, fino ai ruoli…
L’Aran e i sindacati hanno firmato il rinnovo del contratto istruzione e ricerca per il 2025/27, che prevede ulteriori incrementi retributivi mensili di 143 euro per i docenti e di 107 euro per gli ata oltre agli arretrati, pari a 855 euro per i docenti e 633 euro per gli ata. «Ci siamo definitivamente lasciati alle spalle la stagione dei blocchi e dei ritardi contrattuali. La nostra priorità è quella di migliorare sempre più le condizioni retributive e di welfare del personale della scuola», ha detto il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara. Il collega della Pubblica amministrazione, Paolo Zangillo, ha aggiunto il contratto è stato siglato da tutte le rappresentanze sindacali di categoria inclusa la Cgil.
Cosa prevede il nuovo contratto
L’accordo definisce gli incrementi mensili lordi degli stipendi tabellari, erogati in tre tranche annuali – 1° gennaio 2025, 1° gennaio 2026 e 1° gennaio 2027 – comprensive dell’anticipazione Ipca già corrisposta. A regime, dal 1° gennaio 2027, l’incremento medio per l’intero comparto è pari a 137 euro lordi per 13 mensilità. Per il personale docente della scuola, come anticipato, l’aumento medio sale a 143 euro lordi per 13 mensilità. Sommando gli incrementi dei tre contratti consecutivi – 2019-2021, 2022-2024 e 2025-2027 – il comparto registra aumenti strutturali pari a 395 euro per 13 mensilità come media di comparto e 412 euro per 13 mensilità per il personale docente. Poiché l’ipotesi di accordo viene sottoscritta nel corso del secondo anno del periodo contrattuale di riferimento, il personale maturerà arretrati per la quota di incremento non ancora corrisposta. Calcolati al 30 giugno 2026, gli importi stimati vanno da circa 815 euro a circa 1.250 euro. L’intesa riguarda circa 1,2 milioni di dipendenti pubblici che operano nelle istituzioni scolastiche ed educative, nelle università, negli enti pubblici di ricerca e nelle istituzioni dell’Alta formazione artistica, musicale e coreutica (Afam).
Tommaso Foti, ministro degli Affari europei e il Pnrr, ha confermato che la proroga del taglio delle accise sui carburanti, in scadenza il 7 aprile, è imminente. «Lo faremo in settimana, tra pochi giorni», ha detto Foti a Sky Tg24, parlando della misura attesa con urgenza da milioni di cittadini e operatori economici, vista l’impennata dei prezzi causata dalla guerra contro l’Iran, che ha spinto al rialzo le quotazioni del petrolio.
Il nuovo decreto è atteso in Cdm il 3 aprile
La proroga della misura, introdotta con il Dl Carburanti varato dal governo il 18 marzo e valido per 20 giorni, avverrà tramite un decreto legge, che renderà effettivo dall’8 aprile lo sconto da 24,4 centesimi al litro sulle accise di benzina e gasolio. Troppo macchinosa l’ipotesi di un emendamento al dl Carburanti in esame in Senato, in quanto la modifica sarebbe stata soggetta ai tempi della conversione. Il nuovo decreto è atteso in Consiglio dei ministri venerdì 3 aprile ed è destinato ad allungare il taglio per altri 23 giorni, dunque fino al 30 aprile.
L’imprenditore Paolo Zampolli, amico di vecchia data di Donald Trump che lo ha nominato rappresentante speciale degli Usa per le partnership globali, ha querelato per diffamazione aggravata Fedez e Mr Marra, che nel corso di una puntata di Pulp Podcast lo hanno accostato a Jeffrey Epstein: il suo legale ha anticipato che chiederà un risarcimento di almeno 5 milioni di euro. Ecco cosa è successo e chi è Zampolli.
Fedez (Imagoeconomica).
La querela depositata da Zampolli alla Procura di Milano
Nella querela, depositata il 30 gennaio alla Procura di Milano, Zampolli ha sottolineato di essere stato definito da Fedez «quello che in teoria portava, a detta di Fabrizio Corona, le signorine a Trump e ha fatto conoscere Melania a Trump». L’imprenditore inoltre ha evidenziato altre parole pronunciate dal rapper: «Sarebbe interessante andare ad approfondire che cosa c’è all’interno degli Epstein files riguardo Zampolli». Un post su Instagram di Pulp Podcast recitava inoltre: «Definito “killer” negli Epstein Files, ora accusato di aver fatto deportare la ex, eppure resta intoccabile – Ma quanto potere ha Paolo Zampolli?».
«Mi si accosta, altresì, in maniera subdolamente insinuante al caso Epstein, alludendo al mondo della moda di cui ho fatto a lungo parte, avendo fondato, negli Anni 90, un’importante agenzia denominata ID Models», ha scritto Zampolli nella querela, spiegando nelle sei pagine di essere un «impegnato imprenditore nei vari settori del business» e di avere un «rapporto pluriennale di solida e fraterna amicizia» con Trump, che lo ha nominato rappresentante speciale degli Stati Uniti per le partnership globali. Un incarico, questo, che si è aggiunto a quello di rappresentante all’Onu dell’isola caraibica di Dominica. Insomma, i suoi rapporti con alte cariche politiche, governative e imprenditoriali a livello mondiale sono più che motivati. Sostanzialmente, l’imprenditore contesta il ruolo di procacciatore di ragazze per Trump che gli è stato attribuito da Corona, citato dai conduttori del podcast, che però non sarebbe attendibile. Contestate poi anche le allusioni secondo cui gli incarichi che gli sono stati affidati siano il frutto di un rapporto poco limpido con Trump.
L’Italia ha negato agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonella. Lo riporta il Corriere della sera, spiegando che l’episodio è accaduto qualche sera fa, ma la notizia è stata tenuta riservata. Secondo le ricostruzioni del quotidiano, il ministro della Difesa Guido Crosetto è stato informato dal capo di Stato maggiore della Difesa Luciano Portolano che alcuni bombardieri Usa avevano previsto di atterrare a Sigonella per poi partire verso il Medio Oriente. Nessuno, però, aveva chiesto alcuna autorizzazione né consultato i vertici militari italiani, il piano era stato comunicato mentre gli aerei erano già in volo. Non trattandosi di voli normali o logistici compresi nel trattato con il nostro Paese, Crosetto ha vietato l’utilizzo della base. È stato Portolano a informare il Comando Usa della decisione presa, dicendo che gli aerei non potevano atterrare a Sigonella perché non erano stati autorizzati e perché non c’era stata alcuna consultazione preventiva.
Lettera43 condivide le ragioni dello sciopero indetto dalla Federazione nazionale della stampa italiana e di seguito ne pubblica il comunicato sindacale.
Il 27 marzo 2026 le giornaliste e i giornalisti tornano a scioperare per il rinnovo del contratto di lavoro, scaduto da 10 anni, unica categoria di lavoratori dipendenti in Italia. Questa è la seconda giornata di sciopero di un pacchetto di cinque, la terza è già proclamata per il 16 aprile. Avere un contratto rinnovato non è un privilegio. Essere pagati in modo dignitoso, dentro e fuori le redazioni, non è un privilegio. Lavorare senza precarietà permanente non è un privilegio. Fare informazione libera, professionale e indipendente, senza ricatti economici, è un diritto. Garantire condizioni dignitose per chi lavora, per chi entra nella professione e per chi ne esce è un obbligo. Assicurare un futuro all’informazione, bene comune tutelato dalla Costituzione, dall’articolo 21 intimamente connesso all’articolo 36, è un dovere sociale.
Gli editori, al contrario, preferiscono scaricare i costi del lavoro sulla collettività. I numeri parlano chiaro: tra il 2024 e il 2026 hanno ricevuto 162 milioni di euro di contributi pubblici per le copie cartacee vendute; nello stesso biennio altri 66 milioni per 1.012 prepensionamenti; tra il 2022 e il 2025 hanno risparmiato circa 154 milioni sull’acquisto della carta, tra il 2024 e il 2026 avranno altri 17,5 milioni per investimenti in tecnologie innovative.
Questi sono privilegi per pochissimi e per di più a carico di tutti gli italiani. Dal primo aprile 2016, scadenza dell’ultimo contratto, è cambiato tutto: carichi e ritmi di lavoro aumentati a dismisura, prestazioni su multipiattaforma, redazioni quasi fantasma. Le retribuzioni invece sono rimaste ferme, ulteriormente erose dall’inflazione o addirittura ridotte da forfettizzazioni selvagge.
Riconoscere la dignità del lavoro è il punto di partenza per un confronto serio. Invece viene descritto come un eccesso. È una narrazione sbagliata e pericolosa, che mina dalle fondamenta il lavoro e la qualità dell’informazione. Senza diritti e tutele, il giornalismo muore. E con esso la democrazia. Questo sciopero non difende privilegi. Difende un principio semplice, un diritto: il nostro lavoro vale.
Il Tribunale di Roma ha respinto la richiesta di risarcimento che Andrea Giambruno aveva presentato alCorriere della Sera, al Fatto Quotidianoe il Manifesto, condannando il giornalista ed ex compagno della premier Giorgia Meloni a pagare le spese legali ai tre quotidiani.
Andrea Giambruno (Imagoeconomica).
La decisione del Tribunale di Roma
Giambruno aveva intentato causa ai tre giornali dopo una serie di articoli sulla nota vicenda dei fuori onda compromettenti diffusi a ottobre 2023 da Striscia La Notizia, che avevano portato Giambruno a lasciare la conduzione di Diario del giorno su Rete 4 e Meloni a ufficializzare (via social) la fine della loro decennale relazione. Per la giudice di Roma, i fuori onda costituiscono però un fatto di «oggettiva gravità», che è «legittimamente criticabile», sia «per il ruolo pubblico» ricoperto da Giambruno che «per il linguaggio e le allusioni utilizzate». L’articolo firmato da Alessandra Pigliaru sul manifesto, pertanto, è stato considerato un libero esercizio di critica per il suo «taglio chiaramente politico culturale, con una forte impronta femminista e simbolica».
Il Teatro Massimo di Palermo ha deciso di interrompere la collaborazione con il direttore d’orchestra francese Frédéric Chaslin, che avrebbe dovuto dirigere l’Aida a maggio. Il motivo? La presenza del suo nome negli Epstein Files. Com’è emerso dai documenti relativi alle indagini sul finanziere, nel 2013 Chaslin suggerì a Epstein la conoscente Frederika Finkelstein come traduttrice per visitare l’Opera di Parigi e la Reggia di Versailles. L’incaricò poi non si concretizzò. Ma tanto è bastato per generare malumori all’interno del Teatro Massimo, fino a rendere impossibile la collaborazione.
La notizia del contatto con Epstein ha cambiato il clima
La notizia del contatto Chaslin-Epstein, che ha cambiato il clima all’interno dell’orchestra, è arrivata a febbraio: poco prima del ritorno a Palermo del maestro francese, chiamato a dirigere un concerto su Beethoven. Ritorno, già, perché Chaslin già nel 2025 sempre al Massimo aveva diretto un Faust, facendosi apprezzare a tal punto che l’orchestra lo aveva indicato come un candidato al ruolo – tuttora vacante – di direttore musicale del teatro.
La decisione di interrompere la collaborazione con Chaslin
Percependo un clima teso, Chaslin aveva provato ad affrontare apertamente la questione durante le prove dello spettacolo su Beethoven, chiedendo all’orchestra se avesse qualche domanda da fargli. Che non era arrivata. Il disagio, emerso nelle chat sindacali ed espresso soprattutto dalle musiciste, era però rimasto. E successivamente è stato portato all’attenzione del direttore artistico Alvise Casellati, al quale gli orchestrali hanno spiegato di avere difficoltà nel portare avanti un’opera complessa come Aida in un contesto poco sereno. Da qui la decisione, senza un contratto già formalizzato, di interrompere la collaborazione con Chaslin.
Le email scambiate da Chaslin col sovrintendente Betta
Chaslin, che ha diffuso il contento di alcune email scambiate col sovrintendente Marco Betta, attraverso il suo legale ha sottolineato di non essere mai stato oggetto di indagini o denunce, spiegando che il rapporto con Epstein, nato nell’ambito del Santa Fe Opera e datato 2012, era limitato a un’ipotesi di mecenatismo, senza alcun compenso. Il maestro francese ha inoltre lamentato un danno economico: fidandosi della parola data, ha infatti anticipato di tasca propria 4.200 euro per l’alloggio a Palermo e 1.000 euro per i voli. «Ho sempre sentito dire che l’onore è un valore fondamentale in Sicilia. Confido dunque che esso possa guidare ancora le decisioni presenti», ha scritto Chaslin a Betta. Ma il passo indietro sembra davvero improbabile.
Cesare Parodi si è dimesso dalla carica di presidente dell’Associazione nazionale magistrati, che ricopriva da febbraio del 2025. La decisione del procuratore di Alessandria è arrivata «per motivi strettamente familiari e personali» e non ha a che fare con l’esito del referendum sulla riforma della giustizia.
Mediaset, Mfe, MediaForEurope o come vogliamo chiamarla è sempre stata molto attiva nella guerra agli over the top, cioè quelle piattaforme che distribuiscono contenuti video e audio direttamente via internet, bypassando i tradizionali distributori via cavo, satellite o tivù terrestre. Nel mirino c’è sempre stata soprattutto YouTube, che ha spesso saccheggiato gli archivi di Cologno Monzese senza averne le autorizzazioni.
Mancato rispetto della proprietà intellettuale e dei diritti di copyright
E proprio Mediaset, quasi 20 anni fa, nel luglio del 2008, fu la prima grande organizzazione italiana a intentare una causa cruenta contro YouTube (e quindi Google Italia) per il mancato rispetto della proprietà intellettuale e dei diritti di copyright. Erano i tempi in cui il Grande Fratello mobilitava ancora le masse, e YouTube, spezzone dopo spezzone, usava le pillole del programma televisivo del Biscione per aumentare traffico e raccolta pubblicitaria.
YouTube (foto Ansa).
La causa da quasi un miliardo e la fine del contenzioso legale
Prima richiesta danni da parte di Mediaset: 500 milioni di euro. Poi lievitata, anno dopo anno e grado di giudizio dopo grado di giudizio, a quasi un miliardo. Materia complessa, sentenze non sempre coerenti, e alla fin fine, come spesso accade in Italia, sia Mediaset sia YouTube, nell’ottobre 2015, decisero di fare pace privatamente, mettendo fine al contenzioso legale e promettendo una «strategia congiunta per la protezione dei contenuti e la tutela del copyright dell’editore».
Le accuse di ottenere pubblicità facendo concorrenza sleale
Se, quindi, sulla carta la pax con YouTube dura da più di 10 anni, in ogni uscita pubblica di Fedele Confalonieri, di Pier Silvio Berlusconi, di Gina Nieri e di qualunque altro manager di vertice di Mfe non sono mai mancate, nel corso delle più recenti stagioni, numerose stoccate agli over the top americani o cinesi, alle piattaforme che vivono del lavoro di altri, che incassano miliardi di euro in pubblicità facendo concorrenza sleale, distruggendo il prodotto audiovisivo europeo. Per di più con pochi dipendenti, al contrario delle migliaia di posti di lavoro creati dal Biscione, e senza seguire regole in tema di tetti pubblicitari, misurazione certificata delle audience, tassazione, responsabilità sui contenuti diffusi. Regole alle quali, invece, sono assoggettati i broadcaster come Mediaset.
Pier Silvio Berlusconi, amministratore delegato e presidente di Mfe, parla durante un incontro con la stampa nella sede di Mediaset di Cologno Monzese (foto Ansa).
Dopo anni di battaglia contro la deregulation, il colpo di scena
Insomma, il mercato regolato dove è abituata a operare Mfe in contrasto con la deregulation che piace tanto agli ott. Ed è proprio per questi motivi che in molti hanno strabuzzato gli occhi quando Pier Silvio Berlusconi, presidente e ceo di Mfe-MediaForEurope, nell’illustrare alla stampa i piani di sviluppo di Mfe, il 18 marzo, ha pronunciato queste parole: «In Germania abbiamo trovato un management “sul pezzo” (si parla di ProSiebenSat.1, gruppo televisivo ora controllato da Mfe, ndr), giovane, preparato, che ci ha accolto con un respiro di sollievo. Ho visto dei ragazzi che hanno sposato il nostro progetto: finalmente c’è un azionista di controllo, c’è una traiettoria chiara, senza cambi di management ogni sei mesi o ogni due anni. E, a proposito di capacità dei colleghi tedeschi, ecco, hanno trovato un modo per distribuire i nostri prodotti sui mercati esteri. Fino adesso i contenuti di Mediaset realizzati in Italia, Spagna o Germania non andavano in onda su molti altri mercati esteri perché non ci conveniva: c’erano da sostenere i costi per il doppiaggio, e poi quelli per la distribuzione. E invece», ha detto Pier Silvio Berlusconi, «l’area tedesca ha trovato il modo per portare negli Stati Uniti un prodotto tedesco: verrà doppiato con l’intelligenza artificiale, riducendo molto i costi, e sarà distribuito su YouTube».
«C’è del potenziale enorme nei mercati di tutto il mondo»
Come, su YouTube? «Niente paura», ha aggiunto il numero uno di Mfe, «perché con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale non faremo perdere il lavoro a nessuno: oggi quel lavoro di doppiaggio non lo faceva nessuno, e nessuno lo avrebbe mai fatto. In secondo luogo distribuire su YouTube ci va bene negli Stati Uniti, perché lì noi non ci siamo. Dopo questo esperimento, quindi, potremmo allargare il progetto ai contenuti di Mediaset realizzati in Italia o in Spagna, ed esportarli, con lo stesso sistema, in altri mercati un po’ in tutto il mondo. C’è del potenziale enorme».
Fabrizio Corona in un frame di una puntata di Falsissimo, e nei riquadri Pier Silvio e Marina Berlusconi (foto Ansa).
Basta vedere quello che è successo sul caso di Falsissimo…
Insomma, appena respirata un po’ di aria oltreconfine, ecco che Mediaset si è convinta che la giusta dose di deregulation va bene quando si tratta di conquistare i mercati altrui. Non quando c’è di mezzo il mercato italiano, dove Mediaset, invece, regna incontrastata da 45 anni. E quei diavoli di YouTube? Ma sì, alla fin fine sono diventati dei vecchi amici. Basta vedere come hanno eliminato immediatamente tutti i contenuti di Fabrizio Corona con il suo Falsissimo appena gli avvocati di Cologno Monzese hanno alzato un sopracciglio.
L’addio di Alfonso Signorini alla Mondadori, e l’uscita in sala, il 29 aprile, del secondo capitolo del filmIl Diavolo veste Prada, hanno riacceso i riflettori su un mondo editoriale, quello dei settimanali di gossip e delle riviste cosiddette femminili, dove in realtà la luce si è spenta già da molto tempo.
Patinati e settimanali a corto di lettori e investimenti
Il Diavolo veste Prada arrivò infatti al cinema nel 2006, e una ventina di anni fa poteva avere ancora senso il mito della rivista Runway e della potentissima direttrice Miranda Priestly (interpretata da Meryl Streep e chiaramente ispirata ad Anna Wintour) da cui dipendeva il successo o il disastro di uno stilista. Vent’anni dopo ci si ritrova con un settore del fashion in profonda crisi – il valore dell’intera filiera è passato dai circa 104 miliardi del 2023 ai 90 del 2024 per attestarsi intorno agli 80 nel 2025 – e una stampa di settore, spazzata via dal digitale, ormai incapace sia di intercettare gli investimenti pubblicitari di una volta, sia tantomeno di essere influente come un tempo. E basta dare un’occhiata ai numeri delle copie vendute per avere una idea chiara dello scenario. Il mensile femminile italiano più autorevole, ovvero il Vogue che fu per decenni di Franca Sozzani (direttrice dal 1988 al 2016), adesso vende in edicola 28 mila copie al mese. Un po’ di più Amica, a quota 48 mila. Harper’s Bazaar non riesce neppure a mettere insieme 12 numeri all’anno per essere definito mensile, e si ferma a 16 mila copie a numero. Tra i settimanali femminili, invece, ormai spicca solo Io Donna, allegato al Corriere della sera, con le sue 113 mila copie medie. E poi, il vuoto: D di Repubblica è a 47 mila, F (Cairo editore) a 45 mila, e Donna Moderna (del gruppo di Maurizio Belpietro) si ferma a 32 mila. Altre tre testate, un tempo molto prestigiose, non riescono a uscire tutte le settimane e quindi non si possono definire settimanali: Vanity Fair vende in edicola 52 mila copie a numero, Elle 47 mila, Grazia 41 mila.
Meryl Streep e Anne Hathaway sul set del Diavolo veste Prada (Ansa).
Pure il pettegolezzo su carta non tira più
Non che le cose vadano molto meglio nel gossip. Un settore che, con l’uscita di scena di Signorini (qualche settimana fa si è dimesso dall’incarico di direttore editoriale di Chi), mette la parola fine a un’epoca durata circa un quarto di secolo. Il rotocalco mondadoriano adesso galleggia a quota 47 mila copie vendute in edicola. E, tra i settimanali che si occupano di pettegolezzo, è il fanalino di coda. Diva e donna arriva a 58 mila copie, Gente a 69 mila, Nuovo a 102 mila, Oggi a 106 mila e Dipiù, il leader di Cairo editore, veleggia a 195 mila copie vendute ogni settimana.
Alfonso Signorini (Ansa).
La mancata rivoluzione digitale. Fino a Corona (procure permettendo)
Curiosamente questo comparto, che, per taglio delle news si presterebbe molto al mondo del web e dei social, non è mai stato capace di esprimere declinazioni di successo in Rete (al contrario di quanto accaduto, ad esempio, negli Stati Uniti). Ci provò, pioniera, Silvana Giacobini, a inizio del millennio con Il mondo di Silvana, quando era direttrice di Chi. Ma il suo sito-blog non decollò. Un po’ di traffico venne intercettato da Dagospia, che poi, però si dedicò di più ai poteri e meno al gossip. Mentre le testate regine del pettegolezzo, a partire da Chi, non riuscirono mai a valorizzarsi nelle versioni digitali. Pure l’ultimo grande rilancio di Oggi sul web nel 2022, con Carlo Verdelli direttore e Marco Pratellesi vicedirettore, non ha funzionato. Tra il 2025 e il 2026 ci ha provato su YouTube Fabrizio Corona con Falsissimo, i cui destini, nonostante le views da capogiro, sono legati alle cause per diffamazione intentategli da Mediaset.
Oscurata dalle guerre in corso, la Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid-19, celebrata mercoledì 18 marzo, non ha avuto l’eco che meritava. Rimozione di un ricordo molto doloroso o incapacità di fare seriamente i conti con un fenomeno epocale?
Il Covid ha portato a un velocissimo salto d’epoca
La domanda resta aperta. Mi limiterò ad evidenziare alcuni aspetti della prima pandemia globale della storia recente, che ci ha visto cambiare profondamente come persone, comunità e modi di vita. Abbiamo vissuto un prima e un dopo attraversati da un velocissimo “salto d’epoca”. Anzitutto tecnologico. A partire dai tempi record impiegati per ottenere vaccini efficaci e disponibili su larga scala e, più in generale, facendo fare in poco tempo all’intera società salti in avanti di anni. Ma pure, per quanto possa apparire paradossale, balzi indietro ancor più sensazionali. Visto che al primo manifestarsi della pandemia sono riapparsi i fantasmi e le paure delle antiche pestilenze.
La crisi economica e il boom del debito globale
Gli italiani che lavoravano da remoto erano poco meno di 700 mila a gennaio 2020: a maggio 2021 sono diventati più di 8 milioni. In tre mesi, in occasione del primo lockdown, i pagamenti elettronici sono aumentati del 68 per cento, con un incremento percentuale di 11 punti: lo stesso registrato dal 2011 al 2019. Ma nel 2020 secondo l’Ocse, si è perso anche quel che si era guadagnato in più di un decennio, dalla crisi del 2008. Nel contempo, per effetto delle ingenti risorse pubbliche richieste per fronteggiare la pandemia, il debito globale rispetto al Pil è salito al 355 per cento nel 2021. L’anno peggiore, secondo gli economisti, dalla fine della II Guerra mondiale. Però il migliore di sempre per Big Pharma che con i vaccini ha realizzato il più grande business della sua storia.
L’essere phygital è ormai una condizione abituale
Sono entrati nel vocabolario, ma anche nelle nostre esistenze quotidiane, termini come smart working e l’e-learning. Essere phygital (fisico+digitale) ossia ibridi, presenti e distanti, vicini ma lontani, indipendentemente dall’essere live o sullo screen, è diventato, come stiamo vedendo ora, una condizione abituale di vita e non solo di studio o lavoro. Anche se sono tutt’oggi forti le resistenze e talvolta la voglia di ritornare alla situazione pre pandemia. Il virus, con il suo carattere mutante e virale, è stato anche un segno dei tempi: perfetto per rappresentare l’assoluta emergenza e rilevanza dei social media, dove la viralità è appunto un fattore decisivo, e più in generale una situazione di travolgente mutamento. Con il lockdown molte attività tradizionali (bar e ristoranti in primo luogo) sono collassate, mentre i social ma soprattutto i servizi di messaggistica sono volati registrando incrementi sensazionali. Così come è decollato il mercato del food delivery (con le degenerazioni a cui stiamo assistendo, tra nuove forme di caporalato e sfruttamento).
Hub vaccinale a Torino (Ansa).
Il Covid ci ha lasciato un mondo spaventato e diviso
Ma l’altra faccia, umana e sanitaria, del Covid-19 ci ha consegnato un mondo e una società più che mai divisi, spaventati e colpiti. Nel corpo e negli affetti. Con una ambivalenza tra il peggio e il meglio rappresentata da una lato dalla politica e dai leader no-vax, ovvero i negatori della mortalità del virus, con in prima fila gli autocrati, da Trump a Bolsonaro, da Orban a Erdogan; dall’altro dalla capacità di reazione attiva, concreta e perfino ottimistica del personale sanitario, delle associazioni di volontariato e dei gruppi di cittadinanza attiva. In mezzo a questi due schieramenti le immagini e le cronache della fase più alta della pandemia, il 2020-2021: ospedali presi d’assedio, file di camion militari carichi di bare dirette ai luoghi di cremazione, famiglie devastate dal dolore di non poter assistere i propri cari e dare loro l’ultimo saluto.
(foto di Guido Hofmann via Unsplash).
Abbiamo imparato qualcosa da quella tragedia?
Quel che resta è il titolo del docu-film di Gianpaolo Bigoli e Mariachiara Illica Magrini, visibile su RaiPlay, che racconta i giorni terribili del primo lockdown a partire dall’impegno di un gruppo di cittadini di Parma che decide di raccogliere gli effetti personali abbandonati in ospedale dalle vittime del Covid per restituirli alle famiglie che non hanno nemmeno potuto celebrare i funerali. Seguendo il viaggio degli oggetti, il film racconta una comunità che cerca di rimanere unita. Di ritrovare il filo di un comune destino in una situazione di drammatica emergenza. Ma detto che il documentario è commovente, possiamo chiederci cosa resta oggi di quella tragedia? È stata una lezione che ci ha insegnato qualcosa, resi migliori e capaci di fronteggiare con minor danno una prossima pandemia, oppure no? Tragicamente – ma è un’ipotesi provvisoria – a mantenersi vivi sono stati il sentimento no-vax e le teorie di complotti orchestrati da Big Pharma e dalle élite globaliste. Al contrario si sono perse quasi le tracce sia dell’urgente bisogno di potenziare la sanità pubblica, soprattutto quella territoriale e della necessità di organismi sovranazionali efficaci capaci di fronteggiare eventuali nuove pandemie. Dopo gli Usa di Trump ora è l’Argentina di Millei a ritirarsi dall’OMS ed è prevedibile che altri capi di governo sovranisti vorranno seguire l’esempio. Col risultato altrettanto prevedibile di rischi epidemici crescenti. Come peraltro sta accadendo negli Usa, dove focolai di morbillo si registrano un po’ ovunque.
Javier Milei e Donald Trump (Ansa).
#uniticelafaremo è stato solo un miraggio
Agli inizi della pandemia sembrava che l’Italia migliore si fosse ritrovata. Che nell’emergenza avesse riscoperto i valori dismessi da anni della solidarietà, della comunanza, della fiducia e dell’ottimismo, nonostante la situazione fosse preoccupante. Era il momento degli striscioni alle finestre, dell’inno di Mameli cantato dai balconi, dei concerti condominiali, accompagnati e accomunati dagli speranzosi #iorestoacasa, #uniticelafaremo, #tuttoandràbene. Ma è durato sin che l’emergenza è stata alta, perché non appena si è cominciato a intravvedere uno spiraglio di normalità la contesa, la polemica e lo scontro quotidiani sono ripresi. Come prima e più di prima, con la politica e i politici a dare il cattivo esempio. A enfatizzare e cavalcare i punti di contrasto, le divisioni, le situazioni di crisi e di oggettiva difficoltà. Insomma siamo ritornati a essere un Paese malmesso e sconnesso. Report e sondaggi nazionali e internazionali di questi anni ci consegnano l’immagine e la realtà di un Paese che ha più poco da spartire con l’Italia della Dolce vita o dei «valzer e caffè» cantata da De Gregori. E molto invece con un Paese che si scopre sempre più solo, per effetto di crescente singolitudine e vedovanza che riguarda giovani e vecchi. E che ora a un malessere sociale alimentato dall’ossessionesecuritaria, aggiunge il timore di una guerra lontana ma in veloce avvicinamento. E come è già avvenuto con il Covid e altre più recenti tragedie ambientali (dalle alluvioni in Romagna alla devastante frana di Niscemi) sappiamo e abbiamo sperimentato che viviamo un tempo nel quale una volta lanciato l’allarme ci vuole niente perché l’incendio divampi o l’acqua esondi.
Dopo lo Stretto di Hormuz, l’Iran (coordinandosi con gli Houthi yemeniti) potrebbe bloccare anche quello di Bab el-Mandeb, che collega il Mar Rosso con il golfo di Aden e quindi con l’Oceano Indiano. Punto di collegamento tra l’Africa e la penisola arabica, Bab el-Mandeb rappresenta un altro nodo strategico del commercio mondiale di petrolio e una sua chiusura potrebbe causare uno dei peggiori shock di approvvigionamento degli ultimi decenni.
La posizione dello stretto di Bab el-Mandeb.
La posizione strategica di Bab el-Mandeb
Lo stretto di Bab el-Mandeb, largo quasi 40 chilometri e lungo 130, separa il Corno d’Africa dalla punta meridionale della Penisola arabica. Sul lato ovest di questa piccola strozzatura geografica nel Mar Rosso si affacciano Eritrea, Gibuti e Somalia, mentre lungo il suo lato orientale si trova lo Yemen. L’isola Perim blocca parzialmente la parte più stretta sul lato yemenita, mentre poco più a sud, al largo di Gibuti, ci sono le Isole dei Sette Fratelli. Insomma, in realtà il passaggio è ancora più angusto. Il nome dello Stretto, inserito fin dall’antichità nelle rotte commerciali, è traducibile come “Porta delle Lacrime“: un’allusione alle minacce da sempre connesse al passaggio attraverso le sue acque, tra correnti trasversali, forti venti, scogli e secche. Senza dimenticare i pirati.
La stretto di Bab el-Mandeb con le isole dello Yemen e di Gibuti.
Le conseguenze in caso di blocco dello stretto
Qualsiasi nave in movimento tra l’Asia e Europa attraverso il Mar Rosso è destinata a passare per Bab el-Mandeb, che funge da ingresso meridionale al Canale di Suez: da qui, ogni anno, transita circa il 12 per cento del commercio mondiale di petrolio via mare. Qualora il passaggio venisse limitato o bloccato, le navi sarebbero costrette a circumnavigare l’estremità meridionale dell’Africa, con enormi ripercussioni sul prezzo del petrolio.
Il padiglione russo alla Biennale di Venezia è ancora al centro del dibattito. Dopo lo scontro Giuli-Buttafuoco e dopo che l’istituzione ha inviato al governo tutti i documenti richiesti dal Mic per verificare se fossero state violate le sanzioni contro la Federazione russa, il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro è tornato sull’argomento durante l’inaugurazione del Padiglione centrale. «Se il governo russo facesse propaganda saremmo noi i primi a chiudere il padiglione», ha detto il primo cittadino. «Saluto il ministro Giuli con cui abbiamo avuto visioni diverse. Io sono filo-ucraino, abbiamo gemellato Venezia con Odessa e la Russia è l’aggressore, ma noi non siamo in guerra col popolo russo e l’arte è aperta. Siamo sempre stati una città aperta e democratica. Noi ai popoli dobbiamo rispetto, e dobbiamo continuare sulla linea della diplomazia e dell’apertura, perché la pace si crea così», ha aggiunto.
La guerra energerica è arrivata anche in Israele. L’Iran ha infatti lanciato un attacco contro la raffineria di petrolio del gruppo Bazan nella baia di Haifa, nel nord dello Stato ebraico. A seguito del raid, che sarebbe stato condotto con una bomba a grappolo, si sono registrate interruzioni di corrente in diverse zone di Haifa e della vicina Kiryat Haim. Non sono state segnalate vittime a seguito dell’attacco che, come ha spiegato la televisione di stato iraniana, è stata una rappresaglia per i missili di Israele contro il giacimento di gas di South Pars. Teheran aveva già colpito l’area industriale di Ras Laffan in Qatar, il più grande hub di gas naturale liquefatto al mondo, provocando un incendio. A seguito del raid, Donald Trump aveva affermato che Washington «non sapeva nulla» dei piani di Tel Aviv per colpire il sito iraniano, al pari di Doha.
Il ministro israeliano dell’Energia ha escluso danni significativi
«I danni alla rete elettrica nel nord sono localizzati e non significativi», ha dichiarato il ministro dell’Energia Eli Cohen: «La corrente verrà ripristinata entro breve tempo. Inoltre, il bombardamento non ha causato danni significativi alle infrastrutture dello Stato di Israele». Il ministero della Protezione Ambientale ha reso noto che, per timore della fuoriuscita di sostanze pericolose, presto giungerà sul posto il ministro Rami Rozen.
Per aiutare i cittadini alle prese con l’aumento dei prezzi del carburante, il governo ha varato un decreto che prevede il taglio delle accise in vigore già dal 19 marzo 2026. In dettaglio, il provvedimento introduce un taglio di 25 centesimi al litro sul prezzo di benzina e gasolio, con l’obiettivo di portare i costi sotto 1,90 al litro. Il prezzo del Gpl dovrebbe diminuire invece di 12 centesimi al chilo. I tagli avranno una durata di venti giorni. Il decreto contiene anche un contributo straordinario per gli autotrasportatori sotto forma di credito d’imposta per la maggior spesa sostenuta a marzo, aprile e maggio rispetto a febbraio 2026 per l’acquisto del gasolio. Criteri e modalità applicative saranno stabiliti con un successivo decreto. Un analogo credito d’imposta, in questo caso al 20 per cento, è previsto anche per l’acquisto di carburante da parte delle imprese della pesca, con uno stanziamento di 10 milioni.
Rafforzate le sanzioni per chi specula
Il governo ha anche deciso di introdurre, per i prossimi tre mesi, «uno speciale regime di controllo» contro le speculazioni, rafforzando la vigilanza lungo tutta la filiera di approvvigionamento e distribuzione dei carburanti. In particolare, si prevede che le società petrolifere dovranno comunicare giornalmente i prezzi al ministero delle Imprese e questi prezzi non potranno essere aumentati nell’arco della giornata. Le compagnie che non invieranno i prezzi andranno incontro a una sanzione pari allo 0,1 per cento del fatturato giornaliero. Inoltre Mr prezzi, organismo di controllo del ministero delle Imprese, nel caso rilevi un anomalo e improvviso aumento dei prezzi incaricherà la Guardia di finanza di accertare eventuali speculazioni su tutta la filiera, dalle compagnie ai distributori.