Dopo il caso del padiglione della Russia alla Biennale e lo scontro tra il presidente Buttafuoco e il ministro della Cultura Giuli, c’è un’altra questione che riguarda la 61esima edizione dell’Esposizione internazionale d’arte che sarà inaugurata il 9 maggio 2026. Quasi 200 artisti, curatori e operatori culturali coinvolti nell’evento veneziano hanno firmato una lettera in cui chiedono di impedire la partecipazione di Israele. Tra i firmatari, 182 in totale, figurano i curatori Gabe Beckhurst Feijoo e Rasha Salti, membri del team incaricato di realizzare la visione della curatrice Koyo Kouoh, oltre che artisti legati ai padiglioni di Belgio, Brasile, Bulgaria, Francia, Perù, Polonia, Spagna, Svizzera e altri Paesi. 12 firmatari hanno scelto di rimanere anonimi per timore di «possibili danni fisici, politici o legali derivanti da una firma pubblica»
«Israele vuole apparire come creatore anziché come distruttore di vite e cultura»
«Noi sottoscritti ci uniamo nel rifiuto collettivo di permettere che lo Stato di Israele trovi una piattaforma mentre commette genocidio», si legge nel documento. «Lo facciamo a sostegno dei nostri colleghi artisti e operatori culturali in Palestina, in solidarietà con il popolo palestinese, nella speranza profonda di porre fine al genocidio sionista e all’apartheid in corso e di vedere rinascere una Palestina libera». E ancora: «A due anni e mezzo di genocidio aperto contro la Palestina e a 77 anni dalla Nakba, lo Stato di Israele cerca nuovamente la legittimazione della Biennale per apparire come creatore anziché come distruttore di vite e cultura». La partecipazione di Israele non avverrà nel padiglione dei Giardini, indicato come in ristrutturazione, ma all’Arsenale, l’altro principale spazio espositivo della Biennale. L’artista basata ad Haifa, Belu-Simion Fainaru, che rappresenterà lo Stato ebraico, ha dichiarato ad ArtNews di vedere positivamente il nuovo allestimento, sottolineando la possibilità di esporre accanto a paesi come Emirati Arabi Uniti, Turchia e Arabia Saudita.
Pier Silvio Berlusconi a tutto campo su referendum, Corona e Signorini. In un incontro con la stampa a Cologno Monzese, il group chairman e ceo di Media for Europe ha affrontato i temi più caldi del momento, dalla politica alla televisione.
«Questo voto è un passaggio importante per un Paese democratico, civile e moderno»
«Parlo da editore, non voglio eccedere nell’esprimere la mia opinione. E da editore diamo voce a entrambi gli schieramenti», ha detto inizialmente sul voto del 22 e 23 marzo. Su questo punto, va sottolineato che i parlamentari Pd in Commissione di Vigilanza Rai hanno chiesto un intervento dell’Agcom denunciando una mancata par condicio dopo la trasmissione, in prima serata su Rete 4, di un’intervista alla premier Melonirelegando i sostenitori del No in orario notturno. «Ma siccome sono anche un cittadino», ha continuato Berlusconi jr, «vi dico senza problemi che votare in questo caso è davvero importante, perché parliamo di una questione fondamentale per il futuro del nostro Paese, e che io voterò convintissimamente Sí». «Non per motivi politici», ha spiegato, «ma per motivi di civiltà e modernità, considero il voto un passaggio importante per essere al passo con i tempi, per un Paese democratico, civile e moderno».
«Signorini? Non lo sento da tempo. Da Corona menzogne e odio gratuito»
Pier Silvio ha poi affrontato il tema Alfonso Signorini, affermando che «ultimamente non l’ho sentito, ma non lo sento da molto prima che partissero le questioni che riguardano anche la magistratura». Il riferimento è alla querelle nata tra il giornalista e Fabrizio Corona. «Per quanto riguarda il suo futuro», ha aggiunto, «ritengo doveroso non dare risposte, perché c’è un procedimento in corso e aspettiamo. Abbiamo apprezzato il suo gesto di auto sospendersi». Dopo le uscite dell’ex re dei paparazzi su un presunto “sistema Signorini”, con persone costrette a subire le avances del conduttore per un posto al Grande fratello, quest’ultimo aveva infatti deciso di auto sospendersi da Mediaset. A tal proposito, Berlusconi ha anche specificato che «sul Gf abbiamo fatto tutti i controlli, noi ed Endemol, ma non c’è niente. Vedremo dove porteranno poi le indagini della magistratura». Quanto a Corona, «non abbiamo perso tempo e non vogliamo perderlo oggi». «Di fronte a menzogne, insulti e odio gratuito», ha sottolineato, «l’azienda si è dovuta difendere e di questo si parla».
Sarà un po’ meno Libero di spaziare da un argomento all’altro. Fabrizio Biasin – giornalista, volto noto nei salotti tivù calcistici litigarelli e twittatore compulsivo – è stato ridimensionato. Meglio si occupi solo di sport, calcio in particolare, Inter ancora più in particolare. E non di spettacoli, come faceva ora (ha timbrato il cartellino pure all’ultimo Sanremo 2026 vinto da Sal Da Vinci). Il suo quotidiano, Libero, dove è caporedattore e grazie al quale viaggiava persino in giro per il mondo assieme ai lettori, gli ha messo dei paletti. Tramite un rimpastino firmato dal direttore Mario Sechi: il settore Spettacoli verrà associato alla Cultura, sotto il coordinamento di Lucia Esposito. Mentre Alessandra Menzani farà parte del settore e continuerà a seguire le pagine degli Spettacoli. Alessandro Dell’Orto cambia servizio e avrà il compito di supportare e sostituire nell’ideazione e fattura delle pagine di Spettacoli la collega Menzani in caso di assenza, ferie o altre incombenze. Come si nota, il nome di Biasin è stato depennato. Pare per aver pestato un… piede che non doveva pestare.
E pensare che per Biasin lo spettacolo era (anche) questione di famiglia. Visto che la moglie Gabriella Mastronardi, sorella dell’attrice Alessandra Mastronardi, lavora nell’ufficio stampa di Mediaset (dove spesso Biasin è ospite, nella trasmissione Pressing). Ora il giornalista, nerazzurro sfegatato, potrà consolarsi con i suoi 239 mila follower su Instagram e 253 mila su X, l’ex Twitter, titillandoli per fare salire l’engagement, come gli piace tanto fare. Chissà se si sarà almeno un po’ pentito di non aver affondato il colpo nella trattativa che a giugno 2025 lo vide vicino al trasferimento a La Gazzetta dello Sport. Saltò tutto, merito di una controproposta e della libertà di girare per ospitate tivù e podcast vari. Adesso però niente più Ariston. Lo spettacolo è finito.
La giuria di selezione ha indicato Ancona quale Capitale italiana della Cultura 2028. L’ha annunciato il ministro Alessandro Giuli al Collegio romano esprimendo le sue congratulazioni alla città «per la qualità del progetto presentato e per il traguardo raggiunto», che pone la cultura al centro come motore di rigenerazione e sviluppo. Città-porto e città-parco, crocevia del Mediterraneo, Ancona riceverà un contributo di un milione di euro destinato alla realizzazione delle iniziative previste nel dossier di candidatura. Le altre città finaliste erano Forlì, Anagni, Catania, Colle di Val d’Elsa, Gravina in Puglia, Massa, Mirabella Eclano, Sarzana e Tarquinia.
Le motivazioni della giuria: «Modello di progettazione culturale innovativa e sostenibile»
Queste le motivazione per cui Ancona è stata selezionata, indicate dalla giuria: «Il dossier propone un modello di valorizzazione culturale solido e coerente, capace di coniugare identità territoriale e apertura internazionale in una visione che connette le politiche culturali con più ampie dimensioni di rigenerazione urbana, inclusione sociale e partecipazione. Il programma di eventi e interventi è solido e interdisciplinare ed è adeguato per attrarre un pubblico ampio e diversificato lungo l’intero arco dell’anno. La strategia di investimento appare solida e coerente con gli obiettivi, con un impatto atteso significativo sul tessuto socio-economico. Apprezzata, inoltre, l’integrazione tra istituzioni culturali, sistema della ricerca, realtà associative e operatori del territorio, che garantisce una rete strutturata, partecipativa e orientata alla crescita». Rilevante infine, agli occhi dei giurati, «l’attenzione alla dimensione europea e mediterranea, che rafforza il posizionamento internazionale del progetto, così come il coinvolgimento attivo delle comunità locali e degli enti territoriali, nonché dei giovani, considerati non solo come fruitori ma come protagonisti dei processi creativi e culturali». Quindi la conclusione: «Il dossier soddisfa pienamente gli indicatori del bando, ponendosi come un modello di progettazione culturale innovativa, sostenibile e condivisa. Il giudizio è eccellente».
Nella notte Israele ha condotto un raid aereo su Teheran con l’obiettivo di eliminare il ministro dell’Intelligence iraniano Esmaeil Khatib, che nominato nel 2021 ha ricoperto l’incarico sia nel governo di Ebrahim Raisi che in quello di Masoud Pezeshkian. E l’attacco è andato a buon fine (dalla prospettiva di Tel Aviv): Israel Katz, ministro della Difesa, ha infatti affermato che Khatib «è stato eliminato». Del suo decesso si era parlato già dopo un raid del 28 febbraio, ma la notizia era poi risultata infondata. Al momento non risultano conferme ufficiali da parte delle autorità iraniane.
Il profilo di Esmaeil Khatib, fedelissimo di Khamenei
Religioso sciita nato nel 1961 nella regione di Qaen, Khatib si è formato a Qom, epicentro ideologico della teocrazia iraniana. Funzionario di lungo corso, prima di arrivare al vertice dell’intelligence è cresciuto all’interno del sistema che fonde apparato statale e legittimazione clericale, con legami documentati con i Pasdaran. Considerato inoltre un fedelissimo dell’ayatollah Ali Khamenei, di recente ha sostenuto la candidatura del figlio Mojtaba come nuova Guida Suprema. A novembre, prima dello scoppio delle proteste di massa nella Repubblica Islamica, aveva messo in guardia contro le «condizioni per l’emergere del malcontento pubblico». Il suo ministero, cruciale nella guerra a Israele, si occupa anche della sicurezza interna ed è stato più volte accusato da organizzazioni internazionali di essere coinvolto nella brutale repressione del dissenso e nel controllo degli oppositori, pure all’estero.
Da mercoledì 18 marzo 2026 è possibile richiedere il bonus per acquistare moto, scooter e microcar ibridi o elettrici nuovi di fabbrica. Una misura pensata per favorire il rinnovamento del parco moto e motorini con veicoli a minor impatto ambientale. Chi ha intenzione di comprarne uno, dovrà rivolgersi al proprio concessionario di fiducia e scegliere il modello. Sarà direttamente il venditore a prenotare il contributo tramite il portale dedicato del Mimit e applicare lo sconto.
Quali veicoli si possono acquistare e a quanto ammonta l’ecobonus
Le categorie che rientrano nell’incentivo sono L1e, L2e, L3e, L4e, L5e, L6e, L7e, di cui fanno parte ciclomotori e motoveicoli a due, tre o quattro ruote. Sono quindi comprese anche alcune e-car (quadricicli leggeri o pesanti che possono superare i 45 km/h). Il contributo non ha un valore fisso ma vale il 30 per cento del prezzo per gli acquisti senza rottamazione fino a 3 mila euro e il 40 per cento per gli acquisti con rottamazione fino a 4 mila euro. Il veicolo da rottamare deve essere intestato da almeno 12 mesi all’intestatario del nuovo mezzo o a un familiare convivente. A livello di fondi a disposizione, la Legge di Bilancio 2021 aveva previsto uno stanziamento complessivo di 150 milioni di euro – 20 milioni annui dal 2021 al 2023 e 30 milioni annui dal 2024 al 2026.
È slittata a giugno l’udienza del processo che vede Maria Rosaria Boccia imputata a Pisa per truffa, con l’aggravante del danno patrimoniale di rilevante entità, ai danni di un amico. A causare lo slittamento è stato un legittimo impedimento del difensore dell’imprenditrice. Secondo l’accusa, Boccia avrebbe approfittato dell’amicizia di vecchia data con un coetaneo originario della provincia di Napoli, ma residente nel pisano per lavoro, per “spillargli” 30 mila euro. Come “trappola”, secondo quanto ipotizzato dalla procura, gli avrebbe proposto di investire i suoi risparmi nell’apertura di un locale di lusso, una terrazza bar affacciata sul golfo di Napoli che avrebbe compreso ai piani inferiori anche altre attività. Progetto che, in realtà, non sarebbe mai esistito.
Le indagini dopo la denuncia dell’uomo
La vicenda risale a dicembre 2021. Le indagini erano partite dalla denuncia del quarantenne, il quale ha sostenuto di essersi fidato della Boccia proprio per l’amicizia che li legava. A conferma della serietà del progetto, lei avrebbe anche fatto i nomi di altre persone note e facoltose già coinvolte nell’operazione. Sarebbe partito a breve, per questo i soldi servivano subito. L’uomo, di fronte all’insistenza di quella che considerava una persona fidata e allettato dall’idea di poter guadagnare molto più di ciò che avrebbe investito, si sarebbe quindi convinto a mandarle quei 30 mila euro. Salvo, poi, accusa, accorgersi di essere stato ingannato. Non avendo ricevuto indietro i soldi, si è rivolto al tribunale di Pisa ottenendo un decreto ingiuntivo che obbliga la Boccia a restituirgli i 30 mila euro più gli interessi. Decreto che, però, non sarebbe stato adempiuto dalla diretta interessata. Questo processo si aggiunge a quello che l’imprenditrice dovrà affrontare a Roma per stalking, lesioni, interferenze illecite nella vita privata e diffamazione ai danni dell’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano.
Con l’aumento dei prezzi di benzina e gasolio causato dall’attuale crisi energetica, si torna a parlare di accise mobili, un meccanismo introdotto con la legge finanziaria 2008 e successivamente riformato dal governo Meloni nel 2023. Per capire cosa sono, occorre ricordare che i prezzi dei carburanti sono gravati da una doppia tassazione: le accise, imposte calcolate in misura fissa per unità di prodotto, e non in percentuale sul prezzo, e l‘Iva, applicata al 22 per cento sull’intero prezzo comprensivo già delle accise stesse (un meccanismo spesso criticato che viene definito di “tassa sulla tassa”). Quando il prezzo del greggio sale, va da sé che lo Stato incassa più Iva, essendo quest’ultima una percentuale il cui valore aumenta all’aumentare del prezzo su cui viene calcolata. Ecco che, per compensare questo rincaro, possono entrare in gioco le accise mobili. Il governo può cioè ridurre le accise (che sono invece un valore fisso) di un importo pari al maggior gettito Iva incassato.
Come funzionano le accise mobili
Per fare un esempio, supponiamo che nella situazione iniziale lo Stato incassi 0,30 euro di Iva per ogni litro di carburante venduto. Se il prezzo sale e l’Iva pagata dai cittadini balza a 0,35 euro per litro, lo Stato guadagnerebbe 0,05 euro imprevisti in più, il cosiddetto extra-gettito. Per legge, il governo può emanare un decreto di attivazione dell’accisa mobile per tagliare l’accisa di 0,05 euro, facendo così in modo che il prezzo alla pompa scenda dello stesso importo. In questo modo manterrebbe invariate le entrate per lo Stato facendo risparmiare i cittadini.
Le accise si possono abolire?
Quando si parla di accise, torna in auge anche il dibattito sulla loro abolizione. A tal proposito va sottolineato che ciò non è possibile, perché c’è una direttiva comunitaria (2003/96/CE) che obbliga a sottoporre ad accisa tutti i prodotti energetici impiegati come carburanti e stabilisce le aliquote minime unionali per i singoli prodotti energetici. Lo spazio di manovra per ridurre le accise su benzina e gasolio è quindi vincolato al rispetto dei valori minimi previsti dalla normativa europea. Un altro tema che anima il dibattito quando aumentano i prezzi di benzina e gasolio riguarda la riduzione dell’Iva. Anche in questo caso le regole sono dettate dalla normativa comunitaria, che esclude i carburanti dai prodotti assoggettabili ad aliquota ridotta. Dunque il governo non può intervenire per abbassare la percentuale.
È polemica in Sicilia per l’atterraggio di due elicotteri militari dell’esercito americano nel parco delle Madonie, in particolare a Piano Catarineci, area di pregio naturalistico tutelata da un apposito marchio Unesco e facente parte della rete Natura 2000, caratteristica che implica e richiede una particolare attenzione alla conservazione degli habitat e delle specie di fauna e flora selvatica presenti. Dopo aver visionato le fotografie pubblicate sul profilo social della marina statunitense che ritraggono i due mezzi sul suolo siciliano, 22 sindaci e il presidente del Parco delle Madonie hanno inviato una nota al presidente della Regione, Renato Schifani, e al prefetto di Palermo, Massimo Mariani, per chiedere se «fossero stati avvisati di esercitazioni, se e da quale ente il piano di volo sia stato autorizzato, se, in caso positivo, sia stata effettuata la procedura di valutazione di incidenza ambientale per le esercitazioni militari con elicotteri della base di Sigonella sul sito Piano Catarineci e se non si ritenga opportuno chiedere lo stop a tali attività, visti i rischi per la popolazione locale e l’ambiente naturale, a maggior ragione dato che ci si trova nel contesto di uno scenario bellico privo di piena legittimazione internazionale».
La marina Usa: «Volo di addestramento, squadra difende gli interessi degli Alleati»
La marina americana ha spiegato che gli elicotteri MH-60S Sea Hawk assegnati alla Helicopter Sea Combat Squadron 28 stavano conducendo un volo di addestramento sul monte Etna vicino alla stazione aerea navale Sigonella. La squadra, ha spiegato, «è attualmente dispiegata nell’area operativa della 6a flotta degli Stati Uniti, supportando l’efficacia dei combattimenti bellici, la letalità e la prontezza delle Forze navali americane Europa-Africa, mentre difende gli interessi degli Stati Uniti, degli Alleati e dei partner nella regione».
Il M5s chiede a Schifani di riferire in Aula
La vicenda ha scatenato polemiche politiche, con critiche da parte di Movimento 5 stelle e Partito democratico. Il capogruppo M5s all’Assemblea regionale siciliana, Antonio De Luca, ha parlato di «fatto gravissimo che può essere motivato come estrema ratio solo da ragioni di tipo emergenziale». «Essere partner della Nato», ha evidenziato, «non vuol dire essere succubi degli americani, specialmente in un periodo in cui l’esercito Usa è impegnato attivamente nell’offensiva contro l’Iran. Non possiamo tollerare ingerenze e non possiamo mettere a rischio la vita dei siciliani. Il presidente Schifani era stato informato? Il Parlamento certamente no, ne renda conto a sala d’Ercole». «Senza voler mettere da parte la questione ambientale», ha continuato il deputato «considerando che l’atterraggio è avvenuto in un’area definita come A, cioè di massima tutela ambientale, si tratta di un accadimento che condanniamo fermamente e che non deve più ripetersi. Per questo serve un governo regionale intransigente. Il presidente della Regione risponda ai siciliani che lo hanno eletto, non agli americani e venga in Aula a riferire con urgenza».
Il Pd presenta un’interrogazione parlamentare
La deputata regionale dem Valentina Chinnici ha annunciato che presenterà un’interrogazione parlamentare rivolta al presidente Schifani: «L’atterraggio di elicotteri da guerra della US. Navy nel cuore della Sicilia, a Piano Catarineci, non è solo una questione ambientale, è l’ennesimo atto unilaterale che rischia di trascinare la nostra Isola e l’Italia in uno scenario di tensione bellica senza che vi sia stata alcuna informazione o dibattito democratico». «Dobbiamo sapere con urgenza se Schifani e la Prefettura fossero stati avvisati, e chi ha autorizzato questo piano di volo. Non possiamo permettere che la Sicilia venga percepita come una portaerei in balia di decisioni prese altrove, senza alcuna legittimazione da parte degli organismi europei e internazionali e in spregio alla sovranità nazionale», ha continuato. Quindi l’annuncio: «L’esecutivo regionale non può più tacere. Nella mia interrogazione chiederò chiarezza immediata e di valutare lo stop a queste attività. La sicurezza dei cittadini, l’integrità del nostro territorio e la sovranità nazionale non possono essere messe in discussione da voli fantasma autorizzati chissà da chi».
A pochi giorni dal referendum sulla riforma della giustizia, il presidente del Senato Ignazio La Russa ha invitato la famiglia nel bosco per un incontro a Palazzo Madama. Nathan e Catherine Trevallion, i genitori a cui a novembre 2025 è stata tolta la potestà sui tre figli, che sono stati poi trasferiti in una comunità, saranno ricevuti mercoledì 18 marzo. All’inizio del mese il tribunale aveva disposto l’allontanamento della madre dalla casa famiglia dove ci sono i tre bambini. Una decisione presa in base alle relazioni degli assistenti sociali sugli atteggiamenti tenuti dalla donna in occasione degli incontri con i figli alla presenza delle assistenti. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva inviato un’ispezione che si svolgerà martedì 17 marzo.
Il Pd attacca: «Il governo usa la vicenda in vista del voto»
Intanto arrivano le prime critiche al governo per un’iniziativa che, secondo il senatore del Partito democratico Walter Verini, evidenzia la «faziosità» e lo «scarso rispetto per le istituzioni» del presidente del Senato. «Tutti abbiamo davvero profondo rispetto per la tragedia emotiva che stanno vivendo i bambini Travallion. Proprio per questo mai e poi mai avremmo pensato che qualcuno avesse usato la vicenda per bassi scopi elettorali in vista del referendum», ha aggiunto. Gli ha fatto eco Enza Rando, anche le senatrice del Pd: «Invitare i genitori della cosiddetta famiglia del bosco in Senato a tre giorni dal referendum, dopo mesi di campagna orchestrata dalla destra su questa vicenda per delegittimare il lavoro dei giudici che hanno solo applicato le leggi, è un atto grave e profondamente inopportuno». E ancora: «Il presidente del Senato dovrebbe svolgere una funzione di garanzia e di equilibrio istituzionale. Invece ancora una volta dimentica di essere la seconda carica dello Stato e sceglie di intervenire in modo plateale su una vicenda delicata, che riguarda decisioni dell’autorità giudiziaria e la tutela di minori. Le istituzioni non possono essere utilizzate per alimentare polemiche o per sostenere campagne politiche contro la magistratura, tanto più alla vigilia di un voto che riguarda proprio la giustizia».
Il ministero della Cultura acquisterà il Teatro Sannazzaro di Napoli, distrutto da un incendio a febbraio 2026, e metterà a disposizione dei gestori uno spazio affinché le attività teatrali proseguano. L’ha reso noto il Mic con una nota. «Sarà un’operazione corale con tutte le persone che hanno a cuore il progetto, che sono riassumibili nella parola Stato. Con il prefetto, il sindaco e il presidente della Regione garantiremo continuità alla grande famiglia del Sannazaro, che va dalla proprietà, ai gestori e, soprattutto, alla comunità che continuerà a vivere», ha dichiarato il ministro Alessandro Giuli.
Incendio al Teatro Sannazzaro di Napoli (Facebook).
Sindaco e governatore: «Primo passo per far rinascere il teatro»
«Siamo al lavoro con determinazione per la rinascita del Teatro Sannazaro. Accogliamo con grande favore la decisione del ministero della Cultura di procedere all’acquisizione del teatro, una scelta che permetterà così alle istituzioni di poter mettere in campo tutte le azioni necessarie per far splendere nuovamente un luogo che è parte della storia di Napoli, della sua cultura e della sua arte, un patrimonio che appartiene a tutta l’Italia», ha affermato il governatore Roberto Fico. «La Regione Campania ha iniziato a stanziare nel bilancio 2026 un milione di euro, un primo passo in questo percorso di rinascita, per il quale l’impegno sarà massimo». Soddisfatto anche il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi: «Avevamo promesso alla famiglia Sansone che le istituzioni avrebbero lavorato in tempi brevi per garantire un sostegno pubblico al fine di poter riprendere le attività prima possibile e per poi ricostruire il Sannazaro. Questo passo in avanti conferma la piena collaborazione istituzionale per preservare un bene culturale fondamentale per Napoli e per tutta l’Italia».
Dentro il Sovrano Militare Ordine di Malta si sta aprendo una crisi senza fine che coinvolge diplomazia, finanze e strutture operative. Nel mirino c’è la linea politica del Gran Cancelliere, il Duca Riccardo Paternò di Montecupo. Negli ultimi mesi diverse testate giornalistiche — tra cui Lettera43, oltre a Il Fatto Quotidiano e Il Messaggero — hanno sollevato interrogativi sulla gestione dell’Ordine. Parallelamente, nell’organizzazione della rete sul territorio italiano si è aperta una frattura sempre più evidente. Le dimissioni in blocco dei membri della Sala operativa nazionale del Cisom (il Corpo italiano di soccorso dell’Ordine di Malta, cioè i volontari impegnati nei soccorsi e nella protezione civile) e il rinvio delle elezioni interne hanno portato alla luce un malessere che da tempo attraversa volontari e membri associativi, con accuse nei confronti dei vertici di scarsa trasparenza nelle decisioni e di forte concentrazione del potere decisionale.
La concentrazione di ruoli nelle mani del Principe Lorenzo Borghese
Tra i casi più discussi c’è per esempio quello del Principe Lorenzo Borghese, legato da una lunga amicizia con il Gran Cancelliere e attualmente titolare di incarichi di grande rilievo: ministro d’Ambasciata in Giordania e presidente dell’Acismom, la principale struttura associativa italiana dell’Ordine. Una concentrazione di ruoli difficilmente conciliabile con lo spirito dell’Ordine e in netto contrasto con le sue regole costituzionali. Nessuno entra dall’esterno, le poltrone passano da un membro della cerchia ristretta all’altro, addirittura anche tra persone che hanno un legame familiare.
Lorenzo Borghese (foto Imagoeconomica).
Il nodo delle elezioni interne dell’Acismom rinviate
Uno degli episodi che ha contribuito ad aumentare le fibrillazioni riguarda il rinvio delle elezioni interne dell’Acismom, previste originariamente per la fine del 2025. La consultazione era stata inizialmente spostata a gennaio 2026, ma non si è svolta. E al momento non è stata fissata una nuova data. Una decisione che, secondo diversi membri dell’Ordine, ha congelato un passaggio considerato cruciale.
La crisi del Cisom e quelle dimissioni in blocco senza precedenti
Sul piano operativo la situazione appare ancora più delicata. L’Ordine ha infatti dovuto fare i conti con un passo indietro collettivo dei componenti della Sala operativa nazionale del Cisom, snodo centrale nella gestione delle emergenze e nel coordinamento dei volontari. Si tratta di un episodio senza precedenti per una struttura che rappresenta da anni uno dei principali strumenti operativi dell’Ordine di Malta in Italia.
Guido Bertolaso su un mezzo dei volontari dell’Ordine di Malta ai tempi del coronavirus (foto Ansa).
Il malessere serpeggia anche a livello locale
Il malessere non è esploso soltanto a livello nazionale. Nel gruppo Cisom di Chieti, per esempio, hanno lasciato il loro posto la capogruppo, la vice capogruppo, il tesoriere e tutti i volontari. Anche la guida spirituale, don Sabatino Fioriti, ha rinunciato all’incarico. E, secondo quanto riferito da diversi volontari, altre strutture territoriali starebbero valutando decisioni analoghe.
Frattura crescente tra i vertici e la rete dei volontari
Durante un incontro interno che si è svolto a Roma nel fine settimana del 7-8 marzo, molti partecipanti avrebbero espresso preoccupazione per la direzione intrapresa dall’Ordine in Italia. Secondo alcune testimonianze raccolte tra i presenti, il clima della riunione sarebbe stato segnato più dal tentativo di comprendere e gestire le frizioni intestine che dalla discussione sulle attività operative e sulle missioni di soccorso. Un segnale che molti leggono come il sintomo di una frattura crescente tra il vertice istituzionale e una parte significativa del mondo dei volontari.
I volontari dell’Ordine di Malta durante le vaccinazioni contro il Covid (foto Imagoeconomica).
Il Cisom rappresenta da decenni una delle espressioni più visibili dell’impegno umanitario dell’Ordine di Malta in Italia, con migliaia di volontari impegnati in interventi di soccorso, assistenza ai migranti, emergenze sanitarie e protezione civile. Proprio per questo la crisi che sta emergendo nelle ultime settimane viene osservata con crescente attenzione sia all’interno sia all’esterno dell’Ordine.
Il rischio che si perda lo storico spirito di servizio
Molti membri chiedono a gran voce maggiore trasparenza sulle decisioni prese negli ultimi mesi e una rapida definizione dei processi elettivi rimasti sospesi. Perché, come osserva un volontario di lungo corso, «oltre alla crisi organizzativa, il rischio è che si perda lo spirito di servizio che ha sempre reso il Cisom una realtà unica».
Paternò accusato di sistemare amici e parenti
Il Gran Cancelliere che sta facendo naufragare l’Ordine di Malta, e cioè il già citato Riccardo Paternò di Montecupo, è anche l’uomo che porta uno dei cognomi più antichi e blasonati d’Italia. La sua famiglia nel corso di una storia millenaria ha ottenuto 170 feudi e il primo titolo principesco di Catania nel 1633. Ora, secondo chi lo accusa, Paternò starebbe sfruttando la sua posizione in un Ordine fondato nel 1048 per distribuire passaporti diplomatici agli amici, sistemare i cugini degli amici nelle ambasciate, intascare contanti dalla Solvea (ossia il rimborso spese forfettario in contanti destinato ai membri del Sovrano Consiglio) e volare con jet privati. Nel frattempo i volontari si autofinanziano per assistere i poveri e sono costretti persino a pagarsi le ambulanze di tasca propria.
Riccardo Paternò di Montecupo, Gran Cancelliere dell’Ordine di Malta (foto Imagoeconomica).
Servire i poveri e i malati o servire più che altro sé stessi?
Un paradosso totale, visto che l’Ordine nasce per servire i poveri e i malati (Obsequium Pauperum è il motto che rappresenta il suo pilastro spirituale), ma in verità i capi attuali sembrano più preoccupati di servire sé stessi. L’Ordine di Malta ha 900 anni di storia e una reputazione internazionale unica, eppure secondo i suoi detrattori viene gestito come un club privato per una cerchia di sodali.
Diverse lettere già recapitate sul tavolo di papa Leone XIV
Lo slogan Tuitio Fidei, cioè difesa della fede, stride oltretutto con la decisione di nominare ambasciatori in violazione della dottrina cattolica (cioè divorziati e risposati). L’aspetto forse più grave è che tutto questo avviene sotto gli occhi del Vaticano, segnalato da nunzi e ambasciatori, con alcune lettere già recapitate sul tavolo di papa Leone XIV. La domanda che rimane aperta è sempre la stessa: la Santa Sede avrà il coraggio di intervenire davvero? O prevarrà – come spesso accade – la diplomazia del silenzio?
Ufficialmente, i fondi erano esauriti. Ufficiosamente, non hanno voluto assegnarglieli. Dietro al bla bla burocratico sulla mancanza di risorse, al Dicatam dell’Università di Brescia, cioè il Dipartimento di Ingegneria civile, Architettura, Territorio, Ambiente e Matematica, si è consumato un altro – l’ennesimo – capitolo di una gestione dipartimentale che si potrebbe definire (quantomeno) creativa. Dopo i guai con la facoltà di Medicina, ora è scoppiato il caso di una ricercatrice di Ingegneria.
Quel ritardo che oggi appare tutt’altro che casuale
I fatti in sintesi. A dicembre 2024, mentre il rettore annunciava 12 progressioni di carriera finanziate dal Piano straordinario ministeriale e i direttori degli altri dipartimenti si affrettavano a interpellare i propri ricercatori abilitati, al Dicatam c’era il silenzio stampa. Come ha scritto nelle sue riflessioni inoltrate ai colleghi, la professoressa, unica candidata del suo settore, non è mai stata contattata ufficialmente dal direttore. È venuta a conoscenza della possibilità di ottenere il posto ad aprile 2025, dopo qualche telefonata con i colleghi. Un ritardo che oggi, a conti fatti, appare tutt’altro che casuale.
Ma come, il settore di Geotecnica non era «in sofferenza»?
Alla fine il direttore ha decretato che il settore di Geotecnica non avesse bisogno di un nuovo professore associato perché le ore di didattica erano già coperte. Peccato che al Dicatam questa “contabilità” sembri variare a seconda dell’obiettivo. Solo due anni fa, il Dipartimento chiedeva con urgenza un nuovo ricercatore proprio perché il settore era «in sofferenza».
Una scelta che sembra politica, non economica
Oggi, per negare la promozione alla ricercatrice, quella stessa sofferenza è però magicamente sparita. Per ottenere nuovi posti nel 2023, la Geologia applicata veniva conteggiata nelle necessità del settore. Per ostacolare la carriera alla prof nel 2025, due anni dopo, la Geologia è diventata un corpo estraneo da non conteggiare. Eppure promuovere la ricercatrice sarebbe costato appena 0,2 punti organico – cioè l’unità di misura utilizzata dal ministero per definire il budget assunzionale annuale delle università, basata sul costo del personale -, meno di quanto già si spende per il suo stipendio. Ma il Dipartimento ha preferito rincorrere soluzioni esterne e bandi precari. Una scelta politica, non economica.
Le risorse pubbliche non servirebbero per «sistemare situazioni personali»
La verità è emersa nelle stanze chiuse del Consiglio di luglio 2025. Nonostante i professori ordinari avessero inizialmente dato parere favorevole all’unanimità, il direttore ha scelto unilateralmente di non mettere la proposta al voto. Le parole usate, riferite e citate nelle memorie, sono all’incirca queste: le risorse pubbliche non servirebbero per «sistemare situazioni personali». I fondi sono stati dichiarati esauriti il 21 luglio, ma per la ricercatrice la porta era stata sbarrata molto prima. Tra le pieghe di un’inerzia amministrativa che ha tutto il sapore di una ritorsione professionale.
Non si placano le polemiche intorno al referendum sulla giustizia. Al centro della scena c’è di nuovo il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, questa volta per l’avvertimento da lui lanciato al quotidiano Il Foglio. Interpellato dal giornale circa le sue dichiarazioni su Sal Da Vinci in una trasmissione di La7, in cui il magistrato aveva affermato che il cantante del “Per sempre sì” avrebbe in realtà votato no al referendum (falso), ha dichiarato: «Era tutto uno scherzo, ridevo con il presentatore». Incalzato dalla giornalista sul fatto che il vincitore di Sanremo ha dovuto smentire, Gratteri è arrivato alle minacce: «Senta, con voi del Foglio… Se dovete speculare e diffamare persino su Sal Da Vinci, fate pure. Fatelo. Non è un problema. Tanto, dopo il referendum, con voi del Fogliofaremo i conti, nel senso che tireremo una rete». Di fronte a queste parole, il quotidiano diretto da Claudio Cerasa chiederà l’intervento di Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana) e Odg (Ordine dei giornalisti) in nome dell’articolo 21 della Costituzione che sancisce la libertà di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione e stabilisce che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Presidente Fnsi: «Gratteri smentisca o si scusi»
Il presidente della Fnsi Vittorio Di Trapani, interpellato dall’Adnkronos, ha dichiarato che le affermazioni del procuratore di Napoli «non fanno onore alla sua storia, alla storia di chi ha pagato e paga in prima persona la lotta contro ogni forma di illegalità e minacce». Quindi, ha continuato, «Gratteri smentisca o si scusi per le sue parole rivolte al Foglio. Alludere a conti da fare e a non meglio precisate reti è incompatibile con la difesa della libertà di stampa. Il suo dovere di magistrato è tutelarla, non intimidirla». E ancora: «Gratteri farebbe bene a rendersi conto che queste uscite sono anche i migliori assist offerti a chi vuole delegittimare la magistratura in vista del referendum. E invece la Costituzione si difende sempre. E tutta. Tanto l’indipendenza della magistratura quanto la libertà di stampa sancita dall’articolo 21».
Segretaria generale Fnsi: «Minacce gravi che violano la Costituzione»
Gli ha fatto eco Alessandra Costante, segretaria generale della Federazione: «Ho letto le parole di Gratteri al Foglio e contro il Foglio e mi hanno colpito. Non si possono accettare violazioni all’articolo 21 della Costituzione neppure dai magistrati, neppure da un professionista come Gratteri che con le sue inchieste ha alzato il velo su molte operazioni della ‘ndrangheta. È grave la minaccia. In Italia c’è una legge sulla diffamazione chiara, se uno si ritiene diffamato querela. Punto. Le reti non attengono alla giurisprudenza italiana e soprattutto le minacce, anche velate, violano l’articolo 21 della Costituzione».
Tajani (Fi): «Atto gravissimo, inaccettabile da un magistrato»
Sul caso si è espressa anche la politica, con un coro unanime di solidarietà nei confronti del quotidiano. Così Antonio Tajani, vicepremier e leader di Forza Italia: «Voglio esprimere solidarietà al quotidiano Il Foglio per le gravi minacce subite dal procuratore Gratteri. Un atto gravissimo che lede la libertà di stampa. È inaccettabile che un magistrato cerchi di censurare l’informazione, che rivolga intimidazioni, paventando ritorsioni, nei confronti di giornalisti colpevoli soltanto di fare il proprio lavoro. Un cattivo esempio, in contrasto anche con l’appello del presidente della Repubblica al rispetto dei toni e del libero pensiero».
Voglio esprimere solidarietà al quotidiano @ilfoglio_it per le gravi minacce subite dal procuratore Gratteri. Un atto gravissimo che lede la libertà di stampa. È inaccettabile che un magistrato cerchi di censurare l’informazione, che rivolga intimidazioni, paventando ritorsioni,…
Paita (Iv): «Parole non tollerabili e indegne di un dibattito democratico»
Anche da Italia viva è arrivata vicinanza al giornale, con la senatrice Raffaella Paita, capogruppo al Senato, che ha affermato: «Esprimo solidarietà alla redazione del Foglio. Le parole del procuratore Gratteri, denunciate dal direttore Cerasa, non sono tollerabili. “Tanto dopo il referendum con voi faremo i conti” non è una frase degna del dibattito democratico. La libera stampa è un valore da difendere».
Filini (Fdi): «Dichiarazioni imbarazzanti, preoccupati per la libertà di stampa»
Per Fratelli d’Italia si è espresso il deputato Francesco Filini, responsabile nazionale del programma: «Minacciare un giornalista soltanto perché fa il proprio lavoro è sempre grave, ma se queste minacce giungono da un magistrato di primo piano come è Nicola Gratteri la circostanza è ancora più preoccupante. Purtroppo Gratteri non è nuovo, da quando ha deciso di sostenere il No al referendum, a dichiarazioni a dir poco imbarazzanti. Non vorremmo utilizzare il frasario di chi oggi a sinistra sta con il No al referendum, ma dinanzi a questi atteggiamenti non possiamo non dirci preoccupati per la libertà di stampa».
Calenda (Az): «Gratteri fuori controllo, va sospeso»
Critiche al magistrato anche da parte del segretario di Azione Carlo Calenda: «Gratteri è chiaramente fuori controllo. Oggi minaccia Il Foglio apertamente. Un magistrato che minaccia un giornale è da sospensione immediata. Esattamente quanto un capo di gabinetto del ministero della Giustizia che insulta i magistrati. Fateci una cortesia, mettetevi da parte entrambi. E torniamo a parlare di contenuti. Bartolozzi e Gratteri». Il riferimento è alle dichiarazioni di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del Guardasigilli, che ha invitato a votare sì al referendum per «toglierci di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione».
Gratteri e’ chiaramente fuori controllo. Oggi minaccia @ilfoglio_it apertamente. Un magistrato che minaccia un giornale e’ da sospensione immediata. Esattamente quanto un capo di gabinetto della Ministero della giustizia che insulta i magistrati. Fateci una cortesia: mettetevi da… https://t.co/RGSMuw5V72
Picierno (Pd): «Ironia tossica e aggressiva che non fa onore alla magistratura italiana»
Questo, infine, il commento di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo del Partito democratico: «Le parole del procuratore di Napoli Nicola Gratteri rivolte al Foglio sono gravi. Intimidire un giornale, lasciar presagire un possibile regolamento di conti giudiziario dopo il voto e ricorrere a un’ironia tossica e aggressiva non fa onore alla magistratura italiana. In una fase così delicata dovremmo invece recuperare una dimensione di confronto alta e costituente, degna della Carta costituzionale che abbiamo. Solidarietà al direttore Claudio Cerasa e tutta la redazione».
Le parole del Procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, rivolte a @ilfoglio_it sono molto gravi: intimidire un giornale, lasciar presagire un possibile regolamento di conti giudiziario dopo il voto e ricorrere a un’ironia tossica e aggressiva non fa onore alla magistratura…
Quarto incidente in due settimane per i tram di Milano e dei Comuni limitrofi. C’è stato infatti un principio d’incendio su un mezzo dell’Atm che si trovava in via Marco Bruto. A bordo del mezzo (della Linea 27) una ventina di persone: nessuno è rimasto ferito né intossicato. Sul posto polizia locale e vigili del fuoco per tutti gli accertamenti: ancora da ricostruire le cause dell’incendio, che è partito dal pantografo: avrebbe ceduto un cavo dell’alta tensione.
Il 10 marzo un tram è uscito dai binari a Rozzano
Ieri, martedì 10 marzo, il carrello centrale della seconda carrozza di un tram della linea 15 era uscito dai binari nel Comune di Rozzano. Nessuno dei passeggeri a bordo era rimasto ferito: il mezzo, appena ripartito da una fermata, si stava muovendo a bassa velocità. L’incidente, secondo l’ipotesi più accreditata, sarebbe stato dovuto a un guasto meccanico, in particolare a un blocco che avrebbe coinvolto una ruota in fase di ripartenza.
ll tram uscito dai binari a Rozzano (Ansa).
Il 7 marzo è deragliato un tram diretto al deposito
Sabato 7 marzo un tram della linea 9 – senza passeggeri a bordo – era uscito dai binari nella curva tra via Galvani e via Filzi, accanto alla stazione Centrale, mentre era diretto al deposito di via Leoncavallo. A causare l’incidente, che aveva causato il ferimento del conducente, era stato un bullone sui binari.
Il palazzo contro cui il 27 febbraio si è scontrato un tram (Ansa).
Il 27 febbraio l’incidente più grave, con due morti e 54 feriti
Il primo incidente, il più grave, si era verificato il 27 febbraio: nel deragliamento del tram della Linea 7, finito contro un palazzo, avevano perso la vita due persone e 54 erano rimaste ferite. Il conducente è indagato per disastro ferroviario, omicidio colposo e lesioni.
Una raffica di polemiche ha travolto il Teatro Franco Parenti di Milano dopo l’annuncio della presenza della premier Giorgia Meloni a un evento nell’ambito della campagna per il sì la referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Nel mirino è finita la direttrice Andrée Ruth Shammah, accusata di aver aperto le porte alla destra. In poco tempo, sotto al suo post Facebook sono comparsi centinaia di commenti negativi e insulti. Sul caso è intervenuto anche il presidente del Senato Ignazio La Russa.
I commenti su Facebook: «Spazio profanato dalla destra»
«I fascisti al Pier Lombardo. Tristezza infinita… Franco Parenti ne sarebbe disgustato», ha scritto un utente evocando la figura dell’attore e fondatore dello spazio culturale. «A destra destra, nascostamente, e neppure troppo, fascista al Franco Parenti! Davvero: sipario», o ancora «Chissà cosa avrebbe detto Bertolt Brecht. O Vladimir Vladimirovič Majakovskij. O Jean Genet». Ma anche «Invitare la sponsor di quel “liberale” di Orban è il segno dei nostri tempi», «Che dispiacere vedere il Parenti diventare ribalta di una imbonitrice come la premier», «Povero Franco Parenti vedere profanato il suo teatro dalla destra che lui ha sempre combattuto». Sono solo alcuni dei commenti comparsi sotto il post criticando la scelta di ospitare, giovedì 12 marzo 2026, la leader di Fratelli d’Italia.
La replica: «Il teatro è un luogo aperto al confronto»
Shammah ha replicato difendendo la scelta in nome del pluralismo e del confronto pubblico: «Perché dovrei rifiutare al presidente del Consiglio di venire a parlare in un luogo aperto al confronto? Nelle nostre sale sono stati ospitati a pagamento molti incontri pubblici. Lo abbiamo dato a Renzi, a Calenda, lo diamo a La Malfa per discutere del referendum. L’unico al quale forse direi di no, anche se pagasse molto, sarebbe Conte, perché credo che semini odio in tutte le direzioni. Ma forse mi sbaglio e potrei pensarci prima di impedire un libero dibattito». In un’intervista al Corriere, ha aggiunto che «il teatro ha sempre tenute aperte le sue porte, anche nei momenti più difficili». Lo stesso Franco Parenti «mise in scena un’opera di George Bernard Shaw, autore di destra, perché uno dei suoi principi era che bisogna sempre guardare alle ragioni dell’altro. L’Unità si arrabbiò tantissimo. Ci fu una polemica feroce».
Andrée Ruth Shammah (Ansa).
Interviene anche La Russa: «Solidarietà a Shammah, condanno con forza l’odio politico»
Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente del Senato Ignazio La Russa: «Rivolgo la mia sincera e affettuosa solidarietà ad Andrée Ruth Shammah, direttrice del Teatro Parenti di Milano. Come lei stessa ha dichiarato, il teatro è luogo di confronto, tanto che il Teatro Parenti, negli anni, ha ospitato partiti e figure politiche di ogni colore. Chiederle o intimarle di impedire l’evento del prossimo 12 marzo, e farlo anche con insulti, è sintomo di un odio politico che condanno con forza».
Come staMojtaba Khamenei? La nuova Guida Suprema dell’Iran, figlio e successore dell‘ayatollah Ali Khamenei – ucciso da Israele e Stati Uniti nelle prime fasi della guerra – finora non è apparsa in pubblico né in video. E non ha nemmeno non ha diffuso nemmeno comunicazioni scritte. Dovrebbe essere vivo, anche se il condizionale è d’obbligo. E per quanto riguarda le sue condizioni occorre affidarsi a fonti iraniane, in alcuni casi molto vicine al regime. Si tratta dunque di informazioni da prendere con le molle: ecco, in ogni caso, cosa sappiamo.
Per il Nyt nei raid è rimasto ferito alle gambe
Il New York Times, citando tre fonti iraniane, ha riferito che Mojtaba Khamenei è rimasto ferito alle gambe nei raid che hanno provocato la morte del padre. E da allora stato trasferito in un luogo ritenuto più sicuro, da dove ha ridotto al minimo le comunicazioni per evitare di essere localizzato.
I media statali hanno parlato del suo ferimento
La notizia è stata confermata dalla televisione di Stato iraniana e l’agenzia Irna, che hanno definito Khamenei «veterano ferito della guerra del Ramadan», riferendosi all’attuale conflitto, senza però fornire dettagli sulle sue condizioni.
Il figlio di Pezeshkian ha detto che «sta bene»
Successivamente Yousef Pezeshkian, figlio del presidente iraniano e consigliere del governo di Teheran, ha scritto su Telegram: «Ho sentito la notizia che Mojtaba Khamenei era rimasto ferito. Ho chiesto ad alcuni amici che avevano contatti con lui. Mi hanno detto che, grazie a Dio, sta bene».
Mojtaba Khamenei teme di fare la fine del padre
Se è vivo, di sicuro Khamenei si sta nascondendo, perché teme (a ragione) di fare la fine del padre. Per Israele è infatti un obiettivo dichiarato. Secondo i media americani, dalla Casa Bianca partirebbe l’ordine di eliminarlo solo se le possibilità di dialogo sul nucleare si rivelassero nulle. Donald Trump, che lo aveva definito «un peso piuma» e continua comunque ad auspicare l’avvento di un altro leader, più gradito a Washington, ha dichiarato: «Ha un bersaglio sulla schiena? Non lo dico, sarebbe inappropriato».
Via libera alla nomina di Beatrice Venezi a direttore musicale del Gran Teatro La Fenice di Venezia. Il Consiglio d’Indirizzo della fondazione lirico-sinfonica ha espresso approvazione per la designazione, con contratto di quattro anni che avrà inizio da ottobre 2026. Dal 22 settembre 2025, giorno in cui è avvenuta la nomina di Venezi da parte del sovrintendente Nicola Colabianchi, le maestranze del Teatro hanno indetto uno stato di agitazione con proteste, volantinaggi, assemblee, cortei e scioperi, ritenendo il suo curriculum non all’altezza e respingendo le implicazioni politiche che la sua nomina comporterebbe.
Per il sovrintendente Colabianchi è un «investimento sul futuro»
A difendere la sua designazione è stato Colabianchi che, nella relazione rivolta al Consiglio di indirizzo, ha sottolineato come si tratti di «una scelta che assume consapevolmente anche il valore di un investimento sul futuro, non ultimo in ragione della sua giovane età». Ricordando che «La Fenice è il luogo che ha ospitato prime mondiali di compositori che, al loro tempo, furono considerati innovatori, talvolta controversi» e che «per oltre due secoli ha dimostrato una costante apertura alle novità musicali, assumendosene il rischio», ha evidenziato come la scelta di Venezi «rappresenta un atto di fiducia nella capacità di costruire continuità e percorsi nel medio e lungo periodo, assicurando al Teatro una prospettiva di sviluppo e di rinnovamento».Secondo il sovrintendente, la nomina «risponde poi a una coerenza artistica e progettuale di natura strettamente musicale» poiché Venezi «possiede una formazione direttoriale solida, fondata su una conoscenza approfondita della partitura e su un metodo di lavoro orientato all’analisi strutturale del testo musicale, alla chiarezza dell’articolazione formale e al controllo dell’equilibrio timbrico orchestrale». «Il suo profilo», dunque, «si colloca pienamente nella tradizione direttoriale italiana ed europea, con particolare attenzione al repertorio operistico, affrontato attraverso un rapporto rigoroso con la scrittura vocale, l’agogica e il rapporto tra buca e palcoscenico».
«Dobbiamo far evolvere il linguaggio musicale»
«La cifra complessiva del suo lavoro», si legge ancora nella relazione, «risiede dunque in un equilibrio tra fedeltà alla partitura, prassi esecutiva storicamente informata e capacità di restituire attualità al linguaggio musicale, senza forzature interpretative né letture museali. Tale impostazione risulta pienamente coerente con l’identità del Teatro La Fenice, storicamente impegnato a unire la tutela del grande repertorio con l’assunzione di responsabilità nei confronti dell’evoluzione del linguaggio musicale». «Vi è poi una motivazione di natura istituzionale», ha continuato Colabianchi. «Il direttore musicale oggi non è soltanto un interprete sul podio, ma una figura chiamata a concorrere alla continuità dell’indirizzo artistico, al dialogo con le strutture interne e alla rappresentanza dell’immagine del Teatro. In questo senso, la designazione di Beatrice Venezi è fondata sulla sua capacità di assumere una responsabilità ampia e strutturata valorizzando un percorso di crescita destinato a rafforzarsi». Infine, «non posso poi ignorare – pur senza farne un argomento retorico – il valore simbolico di una scelta che contribuisce alla normalizzazione della presenza femminile nei ruoli apicali della musica. Non una nomina “in quanto donna”, ma una nomina che prescinde dal genere proprio perché fondata su competenza, progetto e responsabilità».
Elon Musk consolida il primo posto nella classifica di Forbes dei più ricchi al mondo, con una fortuna stimata di 839 miliardi di dollari. Dietro a Mr Tesla sul podio ci sono Larry Page (257 miliardi) e Sergey Brin (237), cofondatori di Google. Al 22esimo posto un italiano: Giancarlo Devasini, creatore della criptovaluta Tether, con quasi 90 miliardi. L’elenco dei miliardari cresce ancora come numero: nel 2025 erano 3.028 e adesso sono passati a 3.428, per un patrimonio complessivo da record di 20.100 miliardi di dollari, 4 mila in più rispetto all’anno scorso. La lista di Forbes resta dominata dagli Stati Uniti, con 989 super-ricchi di cui 15 dei primi 20. Seguono Cina (610) e India (229). Sono 20 i paperoni che fanno ormai parte del cosiddetto “Club dei 100 miliardi”: tra le nuove entrate spicca Changpeng Zhao, fondatore di Binance. Sono 390 i nuovi miliardari entrati in classifica quest’anno. Alcuni nomi? Dr. Dre, Beyoncé, Roger Federer.
Aumentano le donne e il 67 per cento dei miliardari ha costruito la propria fortuna da zero
La tecnologia e l’IA hanno creato nuove fortune a una velocità senza precedenti, spiega Forbes: almeno 86 miliardari devono gran parte della loro ricchezza all’intelligenza artificiale e il 67 per cento ha costruito la propria fortuna da zero. Cresce anche la presenza femminile, con 481 donne miliardarie nel mondo. È donna, ma certo non si è fatta da sola la più giovane della lista: la brasiliana Amelie Voigt Trejes, appena 20 anni, erede del colosso WEG. Ecco nella gallery i primi 22 della classifica di Forbes, fino a Devasini.
Negli ultimi anni il turismo in Italia è tornato a crescere con intensità, riportando il Paese tra le principali destinazioni globali. Secondo i datidel ministero del Turismo, nel 2025 si è registrato un nuovo record storico con oltre 480 milioni di presenze, in aumento del 3 per cento rispetto al 2024. Una crescita che rappresenta un motore economico strategico, con un impatto rilevante su occupazione e Pil, ma che pone anche una questione strutturale, vale a dire la gestione dei flussi. In questo contesto, infatti, la competitività turistica non dipende più soltanto dall’offerta culturale o ricettiva, ma dalla qualità della mobilità: spostarsi facilmente, accedere ai servizi senza attriti, evitare code e congestioni è diventato parte integrante dell’esperienza di viaggio.
Dalla crescita dei flussi alla sfida della mobilità turistica
Per affrontare queste sfide, risulta fondamentale investire nelle infrastrutture digitali della mobilità – dai sistemi di pagamento integrati come i mobility wallet, che centralizzano in un’unica soluzione il pagamento e l’accesso a svariati servizi di trasporto pubblico e privato (bus, treni, bike/car sharing, monopattini), fino all’automatizzazione degli accessi,con tornelli intelligenti, check-in digitali, prenotazione degli slot di entrata e sistemi di controllo dei flussi, e a servizi di infomobilità in tempo reale che forniscono indicazioni su traffico, tempi di percorrenza, disponibilità dei mezzi, ritardi e alternative di percorso. Queste soluzioni permettono di gestire in modo dinamico i picchi di domanda, particolarmente rilevanti nelle destinazioni turistiche ad alta concentrazione di visitatori, evitando code, sovraffollamento e congestioni. La digitalizzazione degli accessi consente inoltre di raccogliere dati in tempo reale, fondamentali per monitorare e regolare i flussi in modo proattivo così da governare la domanda senza limitare l’offerta, rendendo il turismo più sostenibile e competitivo senza snaturare i luoghi.
I servizi Telepass per viaggiare in modo più semplice e accessibile
In questo contesto, il contributo di operatori come Telepass si inserisce come fattore abilitante di una mobilità più semplice e integrata. Grazie al noto dispositivo, infatti, è possibile usufruire del telepedaggio – che consente di saltare le file ai caselli autostradali – e dell’accesso a parcheggi convenzionati, oltre che a servizi come il traghetto per lo stretto di Messina. Grazie all’app, inoltre, è possibile pagare i parcheggi con strisce blu – oltre che i rifornimenti di carburante, il bollo, l’assicurazione e la revisione della propria auto – ma anche avere l’accesso prioritario ai controlli di sicurezza in aeroporto, acquistare biglietti e/o abbonamenti ai mezzi pubblici, noleggiare scooter, biciclette e monopattini elettrici e prenotare taxi. Tutti servizi che concorrono a rendere l’esperienza turistica più fluida e accessibile, riducendo tempi di attesa, passaggi intermedi e complessità per l’utente. Soluzioni integrate come queste non si limitano a semplificare la fruizione individuale dei luoghi, ma contribuiscono a migliorare l’efficienza complessiva del sistema di mobilità, favorendo una gestione più sostenibile e intelligente dei turisti.