Vannacci, la cena strategica romana e la sfida a Forza Italia

A Roma la rete politica di Roberto Vannacci cresce ogni giorno: nella Capitale Futuro Nazionale, secondo i sondaggi “local”, viene accreditato con un consenso del 12 per cento. Una vera e propria spina nel fianco per la maggioranza guidata da Giorgia Meloni. E lui, il generalissimo, è pronto a offrire una nuova prova di forza. Sta infatti cominciando a girare la voce di una «cena strategica» organizzata per la sera del 10 settembre in un albergo dietro il Teatro dell’Opera, per presentare «importanti nuovi arrivi», in particolare da Forza Italia. Già, perché Antonio Tajani «perde pezzi ogni giorno», sibilano i fedelissimi di Vannacci e pure quelli del fu Cavaliere. Tra l’altro, l’appuntamento gastronomico futurista si terrà al termine della kermesse romana voluta dal leghista Claudio Durigon alle Officine Farneto, con l’obiettivo di “contare” gli ultimi salviniani rimasti nell’Urbe, un banco di prova prima della celebrazione dei fasti (di una volta) di Pontida

Vannacci, la cena strategica romana e la sfida a Forza Italia
Roberto Vannacci (Ansa).

Il generalissimo punta sui calabresi

Ma c’è di più: Roma ha un ruolo centrale anche nelle suppletive in Calabria del 27 e 28 settembre per sostituire il forzista Francesco Cannizzaro eletto sindaco di Reggio. Vannacci, com’è noto, ha candidato Domenico Giannetta, capogruppo azzurro in Regione, strappandolo al partito berlusconiano.

Vannacci, la cena strategica romana e la sfida a Forza Italia
Domenico Giannetta (Facebook).

E qui torna l’appuntamento romano di Futuro Nazionale: nella Capitale non si contano, per quanti sono, i calabresi, e in particolare i reggini che ovviamente mantengono relazioni e rapporti con la terra natale. Una forza notevole, ben radicata nei ministeri e nella pubblica amministrazione romana, nelle forze armate e nelle forze dell’ordine e che può fare la differenza nelle urne. Molti calabresi gravitavano nel gruppo dell’ex sindaco Gianni Alemanno. Non va dimenticato che Alemanno era sposato con Isabella Rauti, attuale sottosegretaria alla Difesa e figlia del destrissimo Pino, nato a Cardinale, in provincia di Catanzaro. E vogliamo dimenticare la rivolta di Reggio Calabria del 1970 guidata da Ciccio Franco, sindacalista, capopopolo, senatore del Movimento Sociale Italiano? Il voto reggino, insomma, rischia di diventare uno tsunami per Forza Italia che ha preferito candidare (si dice per volontà di Marina Berlusconi) l’avvocato della Fininvest Fabio Roscioli. E un trampolino di lancio per le Politiche del 2027. Tanti calabresi che lavorano a Roma hanno ancora la residenza nella loro terra di origine. La cena romana di Vannacci si preannuncia gustosa, indipendentemente dai piatti che verranno serviti a tavola…

Domani il cda straordinario di Generali per un primo esame dell’ops di Mps

È stato convocato per domani, giovedì 27 agosto, il consiglio d’amministrazione straordinario di Generali chiamato a un primo esame dell’offerta del Monte dei Paschi di Siena per Banca Generali, controllata del Leone di Trieste. Disponendo del 50,2 per cento delle quote, la posizione della compagnia di assicurazioni sarà determinante per l’esito dell’offerta di Mps, parte del piano ideato dal ceo Luigi Lovaglio per bloccare l’avanzata di Intesa Sanpaolo su Siena. La validità dell’ops da 8,72 miliardi di Rocca Salimbeni è infatti subordinata al conseguimento di almeno il 50 per cento più un’azione del capitale di Banca Generali.

Domani il cda straordinario di Generali per un primo esame dell’ops di Mps
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Le perplessità già espresse dal cda di Banco Bpm

Si è invece già tenuto il cda di Banco Bpm, che per ora ha sostanzialmente bocciato il matrimonio con Monte dei Paschi di Siena. L’offerta di scambio da 25 miliardi lanciata da Mps, «non concordata» e neppure «sollecitata», come ha evidenziato l’istituto guidato da Giuseppe Castagna, «per sua natura rappresenta un’operazione strutturalmente diversa» da quella proposta da Bpm a inizio giugno, «in quanto si configura come un’acquisizione e non una fusione tra le due banche». Inoltre «non presenta un premio per gli azionisti». Crédit Agricole, che detiene il 29,3 per cento del capitale di Bpm, aveva già manifestato dubbi sulla creazione di valore da una combinazione con Mps.

Arrestata Nefertari Mancini, figlia di ex membri della banda della Magliana

Nefertari Mancini, 32enne figlia di Antonio Mancini e Fabiola Moretti, storici appartenenti alla banda della Magliana, è stata arrestata dopo essere evasa dai domiciliari per andare a incontrare il fidanzato nel carcere di Viterbo. I fatti risalgono al 23 agosto, quando la donna si è fatta accompagnare in auto nel penitenziario da un coetaneo senza patente (poi denunciato). Arrivata all’interno, al momento dell’identificazione per l’accesso alla sala colloqui, la giovane Nefertari ha esibito una carta d’identità elettronica intestata a un’altra persona. Gli agenti hanno notato una palese difformità tra la foto sulla carta plasticata e il cartellino anagrafico originale. Ispezionandola, si sono accorti che anche gli ologrammi (cioè gli elementi ottici di sicurezza che impediscono la contraffazione) mostravano differenze. All’uscita dal colloquio, la donna è stata quindi fermata e, dopo aver continuato a mentire, ha infine ammesso la propria identità. Le forze dell’ordine l’hanno arrestata in flagranza di reato con le accuse di evasione dai domiciliari, fabbricazione e uso di documento di identificazione falso valido per l’espatrio e sostituzione di persona. Su disposizione della procura di Viterbo, è stata trasferita nel carcere di Civitavecchia, in attesa dell’udienza di convalida.

Prezzi dei carburanti ancora in rialzo, in arrivo la proroga del taglio delle accise

Non si arresta la corsa al rialzo dei prezzi dei carburanti. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy rende infatti noto che, in base agli ultimi dati rilevati dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Mimit, lunga la rete stradale nazionale la benzina in modalità self service costa in media 2,017 euro al litro (ieri 2,015), mentre il gasolio è arrivato a 2,137 euro al litro (ieri 2,136). Sulla rete autostradale, invece, il prezzo medio della verde è di 2,092 euro al litro per la benzina (da 2,091) e di 2,208 euro al litro per il diesel (da 2,207). Oggi alle 18 è prevista la riunione del Consiglio dei ministri che, come hanno anticipato fonti di Palazzo Chigi, dovrebbe prorogare per alcuni giorni il taglio delle accise sul gasolio.

Zelensky premia Musk: Kyiv in pressing per l’uso di Starlink in operazioni oltreconfine

Volodymyr Zelensky ha conferito a Elon Musk l’importante onorificenza dell’Ordine della Libertà «per l’eccezionale merito personale nella protezione della vita e della libertà umana e nello sviluppo delle relazioni tra i popoli dell’Ucraina e degli Stati Uniti d’America», come si legge nel decreto presidenziale diffuso dalla Bankova. L’Ordine della Libertà è una delle più alte onorificenze del Paese, superata solo dal titolo di Eroe dell’Ucraina e dalla Croce al Merito Militare.

Zelensky premia Musk: Kyiv in pressing per l’uso di Starlink in operazioni oltreconfine
Volodymyr Zelensky (Imagoeconomica).

L’Ucraina vorrebbe utilizzare Starlink per compiere attacchi in Russia

Musk ha avuto un ruolo rilevante nella guerra in Ucraina per l’uso di Starlink, costellazione di satelliti di SpaceX per l’accesso a internet satellitare globale in banda larga a bassa latenza. E questo in diversi momenti del conflitto: prima ha donato a Kyiv terminali che hanno permesso di sostenere le comunicazioni militari, e successivamente, all’inizio del 2026, ha bloccato l’accesso al sistema alle forze di Mosca, che lo utilizzavano per gestire droni sul campo di battaglia. Le autorità ucraine stanno cercando di persuadere Musk a consentire alle forze armate di Kyiv di utilizzare Starlink per colpire il territorio russo, ma il magnate ha ancora concesso l’autorizzazione: il conferimento dell’Ordine della Libertà a Musk può essere interpretato come un tentativo da parte di Zelensky di convincerlo.

Hp e Huawei firmano un accordo globale sui brevetti Wi-Fi

Huawei e Hp hanno annunciato la firma di un accordo pluriennale di licenze incrociate globali sui brevetti, che include la concessione a HP Inc. di licenze per alcuni brevetti WiFi di Huawei. L’intesa, si legge in una nota, non solo riflette la cooperazione tra le due aziende nel campo delle licenze di proprietà intellettuale, ma riconosce anche le capacità innovative e la forza tecnologica di base di Huawei, nonché la posizione di Hp come leader globale nel settore dei computer e delle periferiche. «Si tratta di una licenza di brevetto essenziale per lo standard, relativa alla tecnologia Wi-Fi, ampiamente utilizzata nel settore e prassi comune per le aziende i cui prodotti si connettono al Wi-Fi. Non è una novità e non rappresenta una relazione strategica o commerciale più ampia, una partnership o una collaborazione con Huawei», ha dichiarato Hp. L’accordo giunge dopo una controversia sui brevetti che ha coinvolto Hp, Huawei e altre aziende e che si è conclusa lo scorso autunno con un’intesa che consente alla società statunitense di accedere a un pool di 2 mila brevetti relativi alla connettività di rete wireless. Huawei è stata uno dei membri fondatori del pool di brevetti, denominato Sisvel WiFi 6.

Mps, Lovaglio al Ft: «Travisato il nostro piano»

In una lettera pubblicata sul Financial Times, il ceo di Monte dei Paschi di Siena Luigi Lovaglio ha risposto a quanto scritto nella rubrica Column Lex del quotidiano britannico, in cui la doppia offerta da 34 miliardi di euro lanciata dal Monte dei Paschi di Siena su Banco Bpm e Banca Generali era stata definita «un’idea decisamente stravagante» e, soprattutto, «una fusione a quattro» visto il coinvolgimento di Mediobanca.

Mps, Lovaglio al Ft: «Travisato il nostro piano»
Palazzo Rocca Salimbeni a Siena, sede di Mps (Imagoeconomica).

LEGGI ANCHE: Così Lovaglio ha trasformato il cacciatore Castagna in preda

La spiegazione di Lovaglio: perché le opas sono diverse

Column Lex aveva titolato: “Mps in Italia ritiene che tre acquisizioni siano meglio di una”. Lovaglio ha spiegato che il Ft «ha travisato» il piano di Siena. Innanzitutto, ha precisato, «l’operazione con Mediobanca è già in corso», quindi «considerarla come una nuova operazione sovrastima in modo significativo sia le attività ancora da svolgere sia il rischio complessivo di esecuzione». Quanto a Banco Bpm e Banca Generali, i due istituti «non sono imprese equivalenti, e pertanto non dovrebbero essere considerate come un’unica sfida di integrazione». L’opas sull’istituto guidato da Giuseppe Castagna, spiega Lovaglio, sarebbe «una fusione tradizionale tra due banche commerciali con reti complementari e una chiara logica industriale». Con la controllata del Leone, invece, Rocca Salimbeni metterebbe a segno «un’acquisizione strategica complementare nel wealth management caratterizzata da modello operativo e una base di clientela distinti». Smentendo poi l’osservazione del Ft sulla supposta stravaganza del suo piano, ritenuto strettamente difensivo di fronte all’ops di Intesa Sanpaolo, Lovaglio nella lettera al quotidiano parla di un «progetto industriale» animato da «una forte visione di crescita volta a servire meglio le famiglie, le imprese e l’economia italiana nel suo complesso» attraverso la creazione di un gruppo leader nel settore bancario italiano (sarebbe il terzo polo del credito), con un mix di attività «paragonabile a quello dei principali modelli bancari europei».

Mps, Lovaglio al Ft: «Travisato il nostro piano»
Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Il cda di Banco Bpm ha bocciato l’offerta di Lovaglio

Intanto, il cda di Bpm ha per il momento bocciato l’offerta pubblica di scambio da 25 miliardi lanciata da Mps sulla totalità delle azioni, in quanto «per sua natura rappresenta un’operazione strutturalmente diversa» da quella proposta dal Banco a inizio giugno, «in quanto si configura come un’acquisizione e non una fusione tra le due banche». Inoltre «non presenta un premio per gli azionisti di Banco Bpm».

Il Canada risponde a Trump: i controdazi di Ottawa

Come promesso dal premier Mark Carney, Ottawa ha risposto ai dazi imposti da Donald Trump sui prodotti canadesi con controtariffe fino 50 per cento su oltre 700 beni statunitensi, per un valore complessivo di 20 miliardi di dollari.

Le tariffe entreranno in vigore l’8 settembre

A partire dall’8 settembre, il Canada applicherà dazi del 15 per cento, del 20 per cento e del 50 per cento su oltre 700 prodotti importati dagli Usa: le tariffe interesseranno una serie di beni che vanno dai fogli di alluminio ai componenti per il settore ferroviario, fino alle motociclette e alle motoseghe, così come prodotti alimentari tipo formaggio fuso, vongole e polpo congelato. Ma anche elettrodomestici come lavastoviglie e lavatrici. Le autorità di Ottawa hanno inoltre annunciato un pacchetto di aiuti da 5,4 miliardi di dollari destinato alle imprese e ai lavoratori colpiti dalle nuove tariffe imposte dagli Usa sulle merci canadesi.

Gli Stati Uniti sospendono le domande per i visti di immigrazione

Gli Stati Uniti hanno sospeso in tutto il mondo gli appuntamenti per il rilascio dei visti di immigrazione. Chi aveva già fissato un colloquio presso un’ambasciata o un consolato statunitense ha ricevuto un’email che comunicava il rinvio dell’incontro. La decisione è stata presa per consentire al dipartimento di Stato di formare i funzionari consolari su nuove procedure di valutazione dei richiedenti. La sospensione è stata confermata martedì 25 agosto 2026 da un portavoce del dipartimento, secondo cui è stata avviata una «iniziativa globale di formazione» per assicurare che i funzionari siano in grado di valutare ogni richiedente «in modo completo e coerente». L’obiettivo è rendere più rigorosi i controlli sulle persone che fanno richiesta del visto per individuare coloro che potrebbero diventare dipendenti dall’assistenza pubblica statunitense.

Leonardo Maria Del Vecchio sbatte la porta ma il filo dei suoi debiti lo tiene Orcel

La lettera di Leonardo Maria Del Vecchio è arrivata lunedì sera sul tavolo di Francesco Milleri e del consiglio di EssilorLuxottica, ed è un piccolo trattato di umanesimo aziendale: la gestione «distante» e «impersonale», le persone che «devono tornare al centro», la Luxottica di 20 anni fa dipinta come un paradiso perduto. La prosa della lettera sembra uscita dalla stessa officina digitale che avevamo già riconosciuto nella memorabile lectio magistralis di Tor Vergata. Il mercato ha archiviato tutto con un ribasso da prefisso telefonico; le dimissioni seguono di un anno quelle del fratellastro Rocco Basilico e chiudono la presenza operativa della famiglia in azienda. Il contenuto vero però sta nei numeri che la lettera si guarda bene dal citare.

Leonardo Maria Del Vecchio sbatte la porta ma il filo dei suoi debiti lo tiene Orcel
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

Il divorzio si è consumato due mesi fa

Primo numero: il titolo. EssilorLuxottica ha perso circa il 40 per cento in 12 mesi e quasi il 50 per cento dal massimo di 322 euro dello scorso novembre. Ai 160 euro di questi giorni la capitalizzazione è precipitata da circa 150 a poco più di 74 miliardi. Su quel valore poggiava il progetto di LMDV: rilevare il 25 per cento di Delfin dai fratelli Luca e Paola e salire dal 12,5 al 37,5 per cento della cassaforte di famiglia. Un’operazione da 10 miliardi, benedetta dall’assemblea del 27 aprile con sei voti su otto e affidata a un pool guidato da UniCredit con Bnp Paribas e Crédit Agricole. Poi il collaterale si è squagliato insieme al titolo, le banche hanno preteso manleve e una lettera di patronage da Delfin, e il consiglio della holding ha rifiutato di impegnare gli attivi di tutti per l’ascesa di uno solo. Al voto sulla patronage, Milleri si è espresso a favore insieme al notaio Mario Notari; contro, il ceo Romolo Bardin e i consiglieri Giovanni Giallombardo e Aloyse May. Milleri ha provato ad aiutare il suo alleato e ha scoperto di aver perso il proprio consiglio; Leonardo Maria ha scoperto a giugno che il patto aveva smesso di produrre risultati. La lettera di lunedì certifica un divorzio consumato due mesi fa.

Leonardo Maria Del Vecchio sbatte la porta ma il filo dei suoi debiti lo tiene Orcel
Romolo Bardin (Imagoeconomica).

La via d’uscita negoziata con Apollo resta in standby

Secondo numero, il più eloquente: il debito. L’esposizione complessiva sfiora 1,3 miliardi: circa 650 milioni personali verso UniCredit, 350 riconducibili a Indosuez-Crédit Agricole, 110 di leasing. Il servizio del debito è stimato tra 80 e 100 milioni l’anno, mentre i dividendi Delfin, bloccati da Luca, Clemente e Paola, portano a ciascun erede meno di 19 milioni lordi. Il buco supera i 60 milioni l’anno e si allarga da solo. La via d’uscita negoziata a fine luglio con Apollo Global Management, un rifinanziamento con interesse vicino all’8 per cento, resta in standby: l’accordo è condizionato alla transfer notice, il trasferimento del suo 12,5 per cento di Delfin al veicolo Lmdv Fin, che l’assemblea della holding ha bocciato e che ora pende davanti ai giudici del Lussemburgo. Gli stessi giudici hanno già autorizzato un mini-trasferimento a Basilico applicando uno sconto-holding del 30 per cento: un precedente che deprime il valore di qualsiasi quota in uscita. Sul tavolo pesa infine la penale da 500 milioni dei contratti di prevendita con Luca e Paola, scaduti il 30 giugno. E nel frattempo, sussurrano ambienti vicini alla partita, i fratelli che dovevano farsi comprare starebbero studiando lo schema inverso: liquidare lui.

La partita di UniCredit

Ed è qui che entra in scena il regista. Secondo indiscrezioni raccolte da L43, UniCredit, con il costo del denaro in salita, ha chiesto a Leonardo Maria una rinegoziazione dei termini del debito. La banca di Andrea Orcel tiene dunque in mano il credito personale del socio più fragile di Delfin, e contemporaneamente corteggia da mesi gli asset della holding: a inizio anno i colloqui sul 17,5 per cento di Mps, respinti come speculazioni; a giugno la proposta di farsi conferire il 10 per cento di Generali in cambio di azioni proprie, operazione da quasi 20 per cento del Leone, rifiutata; a luglio la rassicurazione che su Mps trattative non ce n’erano. Il fatto che un fondo come Apollo gli prezzi il rischio all’8 per cento dice a chiunque sieda dall’altra parte del tavolo quale sia il suo prezzo di riserva. Nulla consente di affermare un uso improprio del credito, e la cautela è d’obbligo. Resta la fotografia: Orcel tiene i fili di ogni tavolo che conta, e Leonardo Maria balla.

Leonardo Maria Del Vecchio sbatte la porta ma il filo dei suoi debiti lo tiene Orcel
Andrea Orcel (Imagoeconomica).

Il ruolo di Delfin nell’operazione di Mps su Bpm e Banca Generali

Il calendario, poi, sembra scritto da un drammaturgo. Il 29 ottobre l’assemblea straordinaria di Mps vota, con maggioranza dei due terzi, la doppia ops da 34 miliardi su Banco Bpm e Banca Generali e la maxi-cedola da 4 miliardi, di cui 3 in azioni Generali: Delfin, primo azionista del Monte con il 17,5 per cento, è uno degli aghi della bilancia, e ai valori annunciati le spetterebbero circa 700 milioni tra contanti e titoli del Leone. C’è però un dettaglio magnifico: quel denaro entra nella holding e lì si ferma. Con i dividendi murati, l’ossigeno viene pompato nella stanza accanto mentre il debitore resta dietro una porta chiusa. Il 30 ottobre, secondo fonti vicine a LMDV, scade il termine entro cui il Lussemburgo dovrebbe pronunciarsi sul valore delle partecipazioni. Quarantott’ore in cui si decidono, insieme, il risiko bancario italiano e la sua libertà di manovra.

Leonardo Maria Del Vecchio sbatte la porta ma il filo dei suoi debiti lo tiene Orcel
Francesco Milleri (Imagoeconomica).

Ora per Milleri Leonardo Maria è diventato un fattore di rischio

Resta Parigi, che ha la posizione più comoda di tutti. Il sistema pubblico francese è entrato nel capitale negli anni scorsi attraverso Caisse des Dépôts e Bpifrance; soprattutto, EssilorLuxottica è una società francese, i diritti di voto di Delfin sono plafonati per statuto al 31 per cento e nel 2027 scadono i mandati di Milleri e di Paul du Saillant. I francesi, reduci dalla guerra di governance del 2019 contro l’ascesa italiana, hanno solo bisogno che Delfin arrivi divisa a quell’appuntamento. Ogni veto incrociato lavora per loro, gratis. La morale della favola capovolge la nota ufficiale sui «nuovi progetti imprenditoriali». Il figlio che doveva garantire a Milleri il controllo politico della famiglia è diventato il suo principale fattore di rischio. E dalla crepa aperta lunedì sera guardano dentro, contemporaneamente, Orcel e Parigi.

Perché in Ucraina il dopo-Zelensky è già cominciato

La democrazia ucraina è bloccata dalla guerra e le elezioni, presidenziali e parlamentari, non ci saranno finché il conflitto sarà in corso. Il quadro è chiaro e la valutazione è sostanzialmente unanime a Kyiv dove, come è già accaduto nel corso degli ultimi anni – quando la situazione sul campo per le forze ucraine è peggiorata e gli equilibri interni hanno dato segno di cedimento – i poteri forti alle spalle di Volodymyr Zelensky hanno preso posizioni sempre più definite. Per il capo di Stato sono cresciute le difficoltà, sia a livello militare sia politico: da un lato c’è stato il fallimento della cosiddetta campagna estiva dei quaranta giorni, che ha finito per fare la stessa fine dell’offensiva del 2023 e dell’operazione di Kursk del 2024-25; dall’altro le cicliche faide interne con i relativi scandali per corruzione e i giri di poltrone hanno assottigliato il cerchio magico della Bankova.

Perché in Ucraina il dopo-Zelensky è già cominciato
Volodymyr Zelensky (Ansa).

Una campagna elettorale senza voto all’orizzonte

Il supporto militare occidentale ormai è rimasto a carico dell’Unione europea e dei cosiddetti volenterosi. E, come certificano i dati dell’Ukraine support tracker di agosto, è sì cresciuto, ma è rimasto in buona parte sulla carta, con oltre 390 miliardi di euro stanziati complessivamente dall’inizio del conflitto e 160 ancora da allocare effettivamente. Mentre gli aiuti militari nel primo semestre del 2026 sono rimasti all’incirca al livello dello scorso anno, quelli finanziari e umanitari sono scesi del 41 per cento. Al netto della propaganda tra Kyiv e Bruxelles, gli effetti si ripercuotono sulla situazione politica interna: le discese in campo, più o meno fattuali, dell’ex generale Valery Zaluzhny, ora ambasciatore a Londra, e dell’ex ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov, hanno segnato l’inizio della campagna elettorale, anche se il voto non sembra essere all’orizzonte. Solo con un trattato di pace o con una tregua consolidata e duratura gli ucraini potranno essere in futuro chiamati alle urne. E per ora di entrambi non v’è traccia.

Perché in Ucraina il dopo-Zelensky è già cominciato
Valery Zaluzhny (Ansa).

Il paradosso ucraino: sì al cambiamento, no a elezioni immediate

Indicativo è comunque il fatto che i sondaggisti abbiano iniziato a testare sia i possibili sfidanti di Zelensky per il voto presidenziale sia il peso degli eventuali e rispettivi partiti, dato che il sistema politico ucraino è misto e i poteri sono distribuiti fra capo di Stato e Parlamento, almeno in tempo di pace. Il paradosso elettorale, certificato dagli istituti di ricerca come il KIIS (Kyiv International Institute of Sociology), è che nonostante la richiesta di cambiamento sia molto forte, con circa il 67 per cento degli ucraini che vuole un’altra leadership e una rotazione al potere una volta terminato il conflitto, è accompagnata dal no deciso al voto immediato, con l’80 per cento dell’elettorato che si oppone categoricamente allo svolgimento di elezioni durante la guerra e la legge marziale ancora in vigore.

Zelensky e il miraggio di un secondo mandato

Le percentuali di gradimento dei candidati sono altrettanto netti. Negli ultimi mesi Zelensky e Zaluzhny si sono contesi il favore degli elettori, seguiti da new entry come Kyrylo Budanov, ex 007 ora a capo dell’amministrazione presidenziale, e Fedorov. Ma i possibili duelli del secondo turno, quello decisivo, sono tutti a sfavore dell’attuale presidente. Secondo il sondaggio agostano dell’istituto Socis, ad esempio, Zelensky perderebbe nettamente sia contro Zaluzhny (34 per cento contro il 66) sia contro Fedorov (36 a 64) e Budanov (40 a 60). Il presidente vincerebbe solo in un possibile ballottaggio contro Andrei Biletsky, capo del terzo corpo d’armata e fondatore del battaglione Azov, poi inquadrato nella Guardia nazionale ucraina. Insomma, un secondo mandato alla Bankova per Zelensky pare stando a questi numeri assai improbabile. Il consenso generale del capo dello Stato, secondo il Rating Group, è sotto il 60 per cento, sempre dietro agli altri tre candidati, con Zaluzhny in pole position con oltre il 70 per cento.

Perché in Ucraina il dopo-Zelensky è già cominciato
Kyrylo Budanov (Ansa).

Zaluzhny può contare sull’appoggio dall’esercito

Un possibile partito dell’ex generale raggrupperebbe oggi circa il 20 per cento dell’elettorato, stando ai dati ponderati di Politpro, e sarebbe davanti a Servitore del popolo di Zelensky, secondo con il 13 per cento. Zaluzhny può contare sulla fetta di popolazione che spinge per una linea realistica sulla guerra basata sul rifiuto di inutili offensive di logoramento, sul riarmo strutturale e sulla difesa del capitale umano, ed è supportato anche da una parte dell’esercito, dalle associazioni di veterani e ovviamente dalla rete internazionale politica, diplomatica e d’intelligence, allargata dalla sua base di Londra. In patria può contare invece sul sostegno dell’ex presidente Petro Poroshenko, rimasto uno degli oligarchi più influenti nel Paese. I legami con l’opposizione politica istituzionale potrebbero essere in questo senso un vantaggio per Zaluzhny, anche se di fronte a un concorrente come Fedorov, c’è il rovescio della medaglia.

Perché in Ucraina il dopo-Zelensky è già cominciato
Valery Zaluzhnyi (Ansa).

Fedorov gioca la carta del nuovo che avanza

L’ex ministro della Difesa ed ex ministro per la Transizione digitale è considerato l’astro nascente proprio per il fatto di aver strutturato la sua avanzata non legandosi ai vecchi poteri forti, eccetto Zelensky, considerando quest’ultimo una figura ibrida, un uomo nuovo uscito dal sempreverde cesto degli oligarchi nel 2019. Fedorov guida la fazione giovane, tecnocratica e anticorruzione, associata all’ala delusa da Zelensky e supportata da vari partner occidentali, politici e industriali, legati soprattutto alle big tech, da Space X a Palantir: i grandi investitori lo considerano non tanto un politico tradizionale da finanziare sottotraccia ma un partner operativo, attraverso il quale finanziare l’hub d’innovazione militare più avanzato al mondo nel settore dei droni e dell‘intelligenza artificiale. In questa prospettiva Fedorov sarebbe ideale come presidente, ma anche in altre posizioni chiave di governo, sarebbe utile alla causa.

Perché in Ucraina il dopo-Zelensky è già cominciato
Mykhailo Fedorov (foto Ansa).

La corsa alla Bankova ruota dunque intorno a queste tre-quattro figure, considerando Budanov allo stato attuale un alleato di Zelensky, sia al primo sia al secondo turno, o un suo sostituto trainato dallo stesso gruppo che ora regge il Paese. Il punto da chiarire è se davvero sul breve o medio periodo potrà esserci un accordo tra Russia e Ucraina, condiviso da Usa e volenterosi, che permetta lo svolgimento del voto. Nel frattempo il conflitto continuerà e Zelensky rimarrà al suo posto.

Il direttore della Cia a Mosca per alcuni incontri

Il direttore della Cia John Ratcliffe è volato in Russia per alcuni incontri in programma oggi a Mosca. Il capo dell’agenzia di spionaggio americana è atterrato all’aeroporto internazionale di Vnukovo a bordo di un aereo da trasporto C-17 Globemaster III dell’aeronautica militare statunitense, proveniente dalla Lettonia. Lo riportano Cbs e Axios, citando alcune fonti ma senza fornire ulteriori dettagli sullo scopo del viaggio di Ratcliffe, che dopo aver ricoperto il ruolo di direttore dell’Intelligence Nazionale degli Stati Uniti durante il primo mandato di Donald Trump, col ritorno del tycoon alla Casa Bianca è stato posto alla guida della Cia, ovvero l’agenzia di spionaggio americana.

Rai Scuola chiude, la protesta delle opposizioni

Dal primo ottobre sul 57 del digitale terrestre i telespettatori non troveranno più Rai Scuola, che chiuderà, bensì Italiana, nuovo canale dedicato – appunto – al «racconto emotivo e crossgenerazionale dell’Italia», con programmi dedicati a borghi, tradizioni, artigianato, imprese, enogastronomia, ambiente, turismo e cultura popolare del Bel Paese, che nascerà nasce dall’esperienza di Linea Verde. La decisione della Rai di chiudere il suo storico canale, annunciato in occasione della presentazione dei palinsesti, ha suscitato critiche, una petizione online e persino l’annuncio di un’interrogazione parlamentare da parte del Partito Democratico.

L’interrogazione parlamentare promossa dal Pd

Irene Manzi, responsabile scuola del Pd, ha affermato che la chiusura di Rai Scuola cancellerà un’esperienza nata da una convenzione tra il Servizio Pubblico e il Ministero dell’Istruzione nel 1964 e rinnovata poi 50 anni fino al 2014, con il nome Rai Scuola adottato dal 2009. Il deputato dem Stefano Graziano ha annunciato di aver firmato, assieme ad altri sette colleghi del Pd, un’interrogazione a risposta orale ai ministri delle Imprese e del Made in Italy e dell’Istruzione e del Merito: «Chiediamo al governo di intervenire con urgenza per scongiurare la chiusura di Rai Scuola e garantire la continuità del canale 57 del digitale terrestre. Sopprimere un presidio che da oltre 20 anni svolge una funzione fondamentale nell’informazione, nella divulgazione scientifica e culturale e nel sostegno alla didattica sarebbe una scelta grave e incomprensibile». Alla protesta di è unito anche il Movimento 5 stelle. Così la senatrice Barbara Floridia, già presidente della Commissione di Vigilanza Rai: «Vi dico una cosa: sarebbe un errore leggere questa decisione come un episodio isolato. Per capire cosa sta succedendo alla Rai bisogna rimettere in fila i pezzi. Facciamo ordine. Il centrodestra ha deciso di occupare il servizio pubblico. È quello che emerge dalla direzione politica impressa alla Rai».

Lanciata anche una petizione: più di 35 mila firme

In molti sui social hanno commentato con amarezza la notizia della chiusura di Rai Scuola: il canale da un paio di anni trasmette solo repliche, ma durante il lockdown il ministero dell’Istruzione lo aveva trasformato in una sorta di aula virtuale, con lezioni e approfondimenti quotidiani. Nei giorni scorsi è stata anche lanciata una petizione su Change.org, che – al 25 agosto – ha già superato le 35 mila firme: «La cultura e il sapere di un Paese civile non si svendono alle logiche di mercato o ai desideri politici di parte!».

La precisazione della Rai dopo la levata di scudi

Al momento della presentazione dei palinsesti Rai Sandro Ruotolo, responsabile informazione nella segreteria nazionale del Pd, aveva commentato: «Mancava solo il canale sovranista per certificare fino in fondo lo scempio che questa destra ha compiuto ai danni del servizio pubblico». La chiusura di Rai Scuola era passata sostanzialmente inosservata e ha la questione ha ripreso – per così dire – vigore in questo fine agosto. Tanto da costringere la Rai a una precisazione. La tv pubblica ha spiegato che «non è prevista alcuna cancellazione dell’offerta editoriale di Rai Scuola», in quanto «la sua funzione educativa e divulgativa viene preservata e valorizzata attraverso un’evoluzione delle modalità di distribuzione e fruizione e una presenza più forte su RaiPlay».

Le mani di Angelucci su Pulp Podcast

Il gruppo Angelucci sta mettendo in piedi una vera e propria corazzata in vista della campagna elettorale per le Politiche 2027. Ma il Giornale, Libero e il Tempo, seppur schieratissimi al fianco del governo di Giorgia Meloni, potrebbero non essere sufficienti. Così la famiglia del deputato leghista starebbe valutando il colpo grosso: a quanto apprende Lettera43, sarebbe in trattativa per acquisire addirittura Pulp Podcast di Fedez e Mr Marra.

I numeri di Pulp Podcast

Nato a fine 2024, Pulp Podcast conta attualmente oltre 380 mila iscritti al canale ufficiale YouTube e 300 mila follower su Instagram. Una potenziale gioiosa macchina da guerra per il centrodestra, utile per attirare il voto dell’ormai mitologica GenZ e degli elettori più giovani. L’operazione poi, sempre che vada in porto, non provocherebbe cataclismi. Da tempo infatti Fedez ha archiviato il passato filo-grillino e di attivista (restano le invettive ai microfoni di Muschio Selvaggio, al Concerto del Primo Maggio 2021 e a Sanremo 2023) per avvicinarsi in modo felpato al centrodestra.

Le mani di Angelucci su Pulp Podcast
Fedez al congresso dei giovani di Fi (Imagoeconomica).

L’avvicinamento di Fedez al centrodestra

Galeotto fu l’invito di Maurizio Gasparri al congresso dei giovani di Forza Italia nel maggio 2025 che Fedez accettò in cambio di un’ospitata del forzista in trasmissione. Qualche mese dopo, ad agosto, il rapper e la compagna Giulia Honegger, che da poco lo ha reso padre per la terza volta, vennero immortalati da Chi su uno yacht in Costa Smeralda con Ignazio La Russa e Daniela Santanchè. A invitarlo a bordo, in quel caso, si disse fosse stato Lorenzo Mazzaro, figlio dell’ex ministra del Turismo. Come dimenticare poi la puntata di Pulp Podcast con Giorgia Meloni dello scorso 19 marzo, proprio a ridosso del referendum della Giustizia. Insomma in caso di acquisto degli Angelucci, tout se tient.

Le mani di Angelucci su Pulp Podcast
Giorgia Meloni con Mr Marra e Fedez.

Ex Ilva, in corsa anche «un quarto grande operatore europeo»

Alla gara internazionale in corso per l’ex Ilva «si è presentata una cordata italiana piuttosto significativa che si affianca a Jindal e Flacks». Lo ha ricordato Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del made in Italy, intervenendo al Meeting di Rimini nel panel su “L’Italia delle imprese: radici e visione internazionale”, affermando poi che alla gara «si è aggiunto un quarto grande operatore europeo».

Ex Ilva, in corsa anche «un quarto grande operatore europeo»
Adolfo Urso (Imagoeconomica).

La cordata italiana a cui fa riferimento Urso è quella che la scorsa settimana ha presentato una manifestazione d’interesse tramite Federacciai. Alle 14 aziende della cordata interessate ad approfondire la possibilità di rilevare il polo siderurgico si è successivamente aggiunta Eusider. Sono poi ancora in corsa gli indiani di Jindal, mentre gli americani di Flack si sono di fatto defilati, in quanto interessati al patrimonio immobiliare dell’ex Ilva a Taranto e non agli impianti siderurgici. Per quanto riguarda il big europeo a cui ha accennato Urso, al momento non ci sono ulteriori informazioni. Dal palco di Rimini, il ministro si è detto fiducioso sull’esito della procedura, sottolineando l’importanza della collaborazione tra le istituzioni per arrivare a una soluzione. L’obiettivo resta quello di garantire un futuro all’industria siderurgica e agli stabilimenti coinvolti.

Trump sfida il Canada: «Il Lago Ontario si chiamerà Lago America»

Donald Trump ha minacciato di cambiare il nome del Lago Ontario in Lago America nell’ambito dello scontro commerciale con il Canada. «Gli Stati Uniti stanno seriamente considerando di cambiare il nome del Lago Ontario in Lago America, dato che non prevediamo di fare più molti affari con l’Ontario», ha scritto sul suo social Truth pubblicando anche la foto di una mappa in cui il nome originale del lago è cancellato e sostituito.

Trump sfida il Canada: «Il Lago Ontario si chiamerà Lago America»
Da Truth.

A stretto giro è arrivata la replica della ministra canadese Mélanie Joly: «Noi lo chiameremo sempre Lago Ontario. Siamo orgogliosi dei nostri Grandi Laghi. Abbiamo navigato sul fiume San Lorenzo e sui Grandi Laghi per migliaia di anni e questo ha costituito parte delle fondamenta del nostro Paese. Difenderemo ciò che abbiamo».

Caro carburanti, in arrivo un’altra proroga dello sconto sulle accise

Dopo la riunione tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il leader di Noi moderati Maurizio Lupi e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, domani – mercoledì 26 agosto – è stato fissato un nuovo Consiglio dei ministri, dedicato al caro carburanti e alle misure di sostegno. Il governo dovrebbe prorogare per alcuni giorni lo sconto sulle accise (per il gasolio), in scadenza appunto domani. Stando a quanto filtra da Palazzo Chigi, il governo punta nel prossimo futuro a «predisporre una misura maggiormente concentrata sulle fasce di reddito che hanno più bisogno del sostegno dello Stato, rendendo così l’intervento più efficace e selettivo».

Salvini: «Vorrei qualcosa di più continuativo, servono soldi»

A tal proposito si è espresso direttamente Salvini, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti: «Intanto prorogheremo lo sconto diesel e poi stiamo ragionando più a lungo termine». Lo sconto sulle accise, ha spiegato il segretario della Lega, durerà fino all’inizio di settembre: «Poi io vorrei fare qualcosa di più continuativo, di qualcosa di più sostanzioso, e quindi servono soldi».

I malumori interni dei vannacciani e Speranza sulle primarie: le pillole del giorno

Anche i vannacciani, nel loro piccolo (si fa per dire) s’incazzano. E su più fronti. Anche se finora nessuno li ha formalmente invitati, l’idea di entrare nella coalizione di centrodestra comincia a far discutere. Ma è sulla seconda parte del programma di Futuro Nazionale – quella relativa ai valori definiti «non negoziabili» e cioè fine vita, aborto, famiglia, istruzione e identità cristiana – che si registrano i malumori più evidenti. Come scrive Libero, tra i più critici c’è Luca Sforzini, il presidente del Centro Studi Rinascimento nazionale. Il sospetto è che il pensatoio sia stato escluso dalla stesura del programma. Il cosiddetto “Piano Nazionale per la Vita Nascente, la Prevenzione dell’Aborto e il Sostegno alle Donne”, per esempio, potrebbe rivelarsi un boomerang, visto che a fare figli in Italia ormai sono soprattutto gli immigrati. «Esi­ste una destra che difende la fami­glia senza entrare nelle camere da letto», spiega Sforzini al quotidiano, «che può soste­nere la nata­lità senza isti­tuire poli­zie morali. E poi esi­stono le cor­nac­chie nere. Sono quelle che con­si­gliano di rispon­dere alle inquie­tu­dini del XXI secolo con il pron­tua­rio del XIX». Sforzini poi mette in guardia il generalissimo: «Ci sono momenti nei quali il pro­blema di un pro­getto non sono i suoi avver­sari. Sono i suoi con­si­glieri». E su Facebook, rilanciando l’articolo, azzarda uno slogan: «NO all’estremismo integralista islamico. E NO alla sua versione cristiana».

I malumori interni dei vannacciani e Speranza sulle primarie: le pillole del giorno
Luca Sforzini (da Fb).

Speranza e carità

Nel campo largo continua il reality Primarie a prima vista. L’ultima puntata vede come protagonista Roberto Speranza. L’ex ministro della Salute, in un’intervista al Corriere della Sera, è stato netto: le consultazioni per il candidato premier «sono un errore politico e vanno evitate». Il motivo è che «porterebbero a una riduzione dei consensi il giorno in cui si decide la partita, arrecando un danno enorme alla forza uscita sconfitta dai gazebo e quindi all’intera coalizione». Tra una domanda e l’altra, ecco la vera perla: per aggirare il possibile obbligo di indicare il nome del premier sulla scheda «basterebbe fare una scelta simbolica, come un neo diciottenne o un anziano partigiano». Applausi.

I malumori interni dei vannacciani e Speranza sulle primarie: le pillole del giorno
Roberto Speranza (Imagoeconomica).

La sinistra riparta da Marx

Al dibattito si aggiunge un contenuto premium. È offerto da Massimo Cacciari che al Fatto quotidiano invitando la sinistra a lasciar perdere il woke e ripartire da Karl Marx, ribadisce che con le primarie «il rischio è di farsi male. In sin­tesi: se vince Schlein, il peri­colo è che tanti elet­tori del Movi­mento, la metà almeno, non vadano a votare nelle Poli­ti­che. Se invece dovesse pre­va­lere Conte, il Pd si sfa­sce­rebbe la sera stessa». Alle primarie, continua l’ex sindaco di Venezia, ci si dovrebbe confrontare su diverse proposte «non certo su chi è più bello». Per questo a suo avviso sarebbe un bene se Giuseppe Conte ed Elly Schlein facessero un passo indietro: «Sarebbe una nobile uscita, diciamo. Di certo di questo dibattito sulle primarie non gliene frega niente a nessuno, nel Paese. Ripeto, il tema sono le proposte di governo».

I malumori interni dei vannacciani e Speranza sulle primarie: le pillole del giorno
Massimo Cacciari (Imagoeconomica).

Nasce un think tank europeo con Draghi per rilanciare la competitività Ue

Al via il think tank Rhine Group promosso da Mario Draghi e dall’economista Patrick Collison per rilanciare la competitività dell’Europa partendo dal Rapporto Draghi consegnato nel settembre del 2024 alla Commissione Ue. «I cittadini europei chiedono ai propri leader di sollevare lo sguardo dalle preoccupazioni quotidiane per rivolgerlo a un destino comune e di comprendere la portata della sfida», si legge nel documento pubblicato sul sito del gruppo. «Il Rhine Group aspira a essere uno dei luoghi in cui questo lavoro ha inizio». Tra i membri del think tank figurano gli economisti Francesco Giavazzi e Lucrezia Reichlin, il finanziere a capo di Ion Andrea Pignataro, il co-fondatore e numero uno di Bending Spoons Luca Ferrari e l’ex ministro per l’Innovazione tecnologica del governo Draghi Vittorio Colao. Sono membri dell’iniziativa anche il presidente di Iliad Xavier Niel, l’ex ministro francese Bruno Le Maire e il ceo del gruppo Le Monde Louis Dreyfus.

Il declino dell’Europa e la necessità di intervenire

Il documento parte da un’analisi della competitività europea, evidenziando come, tra le 50 maggiori aziende tecnologiche al mondo, solo quattro sono europee. «L’Europa appare debole in ogni tecnologia emergente destinata a plasmare i decenni a venire. La posta in gioco è esistenziale. Se la stagnazione dovesse persistere, il continente perderebbe progressivamente la capacità di finanziare i compiti fondamentali di uno Stato moderno – difesa, sanità pubblica, pensioni, istruzione, investimenti per il clima e ammortizzatori sociali per chi perde il lavoro». Se per decenni un contesto globale favorevole ha attutito questo declino, con «l’ombrello di sicurezza statunitense che ha permesso di alleggerire i bilanci della difesa» e «interdipendenze reciproche e, di conseguenza, innocue», oggi non è più così. Gli Stati Uniti hanno imposto i dazi più elevati dai tempi dello Smoot-Hawley. La Cina è diventata un concorrente più agguerrito, sia sui mercati terzi che all’interno della stessa Europa. Il modello di crescita europeo si sta esaurendo, di qui l’esigenza di «fare ciò che l’Europa ha già saputo fare in passato, ovvero competere, costruire e tornare a crescere». Rhine Group riunisce leader europei provenienti dal mondo delle istituzioni, dell’accademia e dell’impresa per discutere possibili risposte a queste sfide per il futuro dell’Europa.

Morto senza eredi Klaus-Michael Kühne, secondo uomo più ricco della Germania

È morto a 89 anni Klaus-Michael Kühne, secondo uomo più ricco della Germania dopo Dieter Schwarz (patron di Lidl). Artefice dell’espansione globale di Kühne+Nagel, leader nel trasporto aereo e marittimo di merci, Kühne tramite la sua holding privata aveva accumulato un patrimonio stimato in 44 miliardi di dollari: oltre alla maggioranza dell’azienda di famiglia, il magnate tedesco possedeva infatti il 30 per cento della compagnia di navigazione container Hapag-Lloyd, il 20 per cento di Lufthansa (era il primo azionista) e del distributore di prodotti chimici Brenntag, nonché partecipazioni in Flix e Aenova, oltre ad alberghi e svariati immobili. Appassionato di calcio e tifoso dell’Amburgo, per anni aveva sostenuto finanziariamente il club. Kühne è morto senza figli né eredi diretti: l’immenso patrimonio azionario del magnate tedesco dovrebbe perciò confluire nella fondazione filantropica che porta il suo nome.

Morto senza eredi Klaus-Michael Kühne, secondo uomo più ricco della Germania
Klaus-Michael Kühne (Imagoeconomica).