Regno Unito, il ministro della Sanità si dimette e lancia la sfida a Starmer

Il ministro della Sanità britannico Wes Streeting, esponente della destra laburista, ha annunciato oggi le sue dimissioni dall’attuale esecutivo: si tratta, di fatto, del primo passo verso la candidatura a nuovo leader del partito e, dunque, nuovo inquilino di Downing Street al posto di Keir Starmer, in bilico dopo il disastroso esito delle elezioni amministrative del 7 maggio.

La lettera di dimissioni di Streeting

Nella lettera di dimissioni, Streeting ha rivendicato gli obiettivi centrati dal National Health Service sotto la sua guida. Inoltre ha osservato che «i risultati elettorali della scorsa settimana sono stati senza precedenti, sia per l’entità della sconfitta che per le conseguenze di tale fallimento», in quanto per la prima volta nella storia del Paese, «i nazionalisti sono al potere in ogni angolo del Regno Unito». Poi, dopo aver riservato qualche elogio di circostanza a Starmer, ha dichiarato: «Dopo la crisi finanziaria, l’austerità, il disastro della Brexit, Liz Truss, la pandemia di Covid, la guerra in Ucraina e ora quella in Iran, il Paese deve tornare a credere che le cose possano migliorare e che la politica sia parte della soluzione, non la causa del problema. Si tratta di grandi sfide che richiedono una visione audace e soluzioni più ampie di quelle che stiamo offrendo».

Regno Unito, il ministro della Sanità si dimette e lancia la sfida a Starmer
Keir Starmer (Ansa).

Ora ha bisogno del sostegno di 80 deputati

Streeting non ha comunicato la decisione di candidarsi alla guida del partito, probabilmente perché non dispone (ancora) del sostegno degli 81 deputati del gruppo laburista – il 20 per cento del totale – necessari a obbligare Starmer a sottoporre la sua leadership a un voto della base parlamentare e di quella degli iscritti. Tuttavia, riporta il Guardian, alcuni alleati di Streeting sostengono che l’ormai ex ministro disporrebbe già dell’appoggio di 80 deputati (81 considerando anche lui). Dunque non è esclusa, nei prossimi giorni – o persino nelle prossime ore – un’accelerata dell’inizio della battaglia per la leadership laburista.

Regno Unito, il ministro della Sanità si dimette e lancia la sfida a Starmer
Wes Streeting esce dal 10 di Downing Street dopo un colloquio con Keir Starmer (Ansa).

Minetti, pg Milano: «Per ora parere su grazia confermato»

Le risposte parziali sul caso Nicole Minetti fornite fino ad ora dall’Interpol e dalle forze di polizia alla procura generale di Milano non sono tali da comportare una modifica nel parere trasmesso al ministero della Giustizia in merito alla grazia concessa dal Quirinale. Gli approfondimenti, scrive l’Adnkronos, sono volti a verificare l’esistenza di presunti testimoni che potrebbero offrire un quadro diverso rispetto allo stile di vita ritenuto idoneo (insieme alle ragioni umanitarie legate all’adozione di un minore) per l’atto di clemenza. Sempre da fonti inquirenti emerge l’intenzione di poter chiarire tutti gli aspetti della vicenda che coinvolge l’ex consigliera regionale in tempi rapidi, tendenzialmente entro la prima settimana di giugno.

Altro che Ponte, la vera grande opera è l’alta velocità frusinate per Tajani: le pillole di L43

Antonio Tajani è vicepremier e ministro degli Esteri, ma non smette mai di pensare al “suo” territorio ciociaro. E andrà a finire che la “grande opera” varata dal governo di Giorgia Meloni non sarà il salviniano Ponte sullo Stretto di Messina, ormai dimenticato da tutti tra mille intoppi burocratici, ma – udite udite – la stazione ferroviaria ad alta velocità di Frosinone. Cioè quella che viene pomposamente definita come «un’infrastruttura strategica per lo sviluppo del Frusinate, decisiva per la mobilità del territorio, per i lavoratori pendolari, gli studenti». Era un vecchio pallino del leader di Forza Italia, di cui Lettera43 aveva già dato conto. Adesso è arrivato anche lo studio di fattibilità della stazione dell’alta velocità a Frosinone: «L’opera nascerà a circa 800 metri dal casello autostradale di Ferentino (con cui Tajani ha uno stretto legame affettivo visto che lì era nata la madre Augusta Nardi, insegnante di latino e greco, ndr) e a meno di 10 chilometri da quello di Frosinone. Avrà un impatto su un bacino che comprende oltre 110 comuni, con circa un milione di abitanti e più di 200 mila lavoratori».

Altro che Ponte, la vera grande opera è l’alta velocità frusinate per Tajani: le pillole di L43
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani in treno (foto Ansa).

Va bene, ma le tempistiche? «L’anno prossimo si passa all’iter autorizzativo, nel 2028 alla validazione del piano di fattibilità economica e all’avvio della gara. Se tutto va come è accaduto in questi anni su questo progetto, l’avvio dei lavori può avvenire nel 2030, la fine dei cantieri nel 2033», ha detto il vicepremier e ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Matteo Salvini, sperando che le date fornite siano più affidabili di quelle che aveva promesso per il Ponte, dato che tra consegna del progetto definitivo e partenza dei lavori le scadenze dovevano essere «entro la fine del 2024», poi «entro il 2025», poi «a febbraio 2026», poi chissà.

Altro che Ponte, la vera grande opera è l’alta velocità frusinate per Tajani: le pillole di L43
Matteo Salvini e Antonio Tajani (foto Imagoeconomica).

Non solo: sempre nei testi ufficiali si legge che «la nuova infrastruttura migliorerà in modo significativo i collegamenti con i principali nodi dell’alta velocità italiana — da Roma a Milano, Torino, Bologna, Firenze e Napoli — garantendo tempi di viaggio più rapidi e una maggiore accessibilità per cittadini e imprese. La futura stazione Av sorgerà secondo un modello già adottato in infrastrutture di riferimento come la stazione Reggio Emilia Av Mediopadana. Il progetto prevede una stazione a quattro binari con due marciapiedi laterali completamente coperti e collegamenti sicuri attraverso un sottopasso».

Altro che Ponte, la vera grande opera è l’alta velocità frusinate per Tajani: le pillole di L43
Un Antonio Tajani d’annata che scende da un treno (foto Ansa).

Tutto merito della «stretta sinergia tra il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, attraverso il diretto impegno del ministro Salvini, la società Rfi, la Regione Lazio e l’amministrazione comunale di Frosinone». Sono stati compiuti «rilevanti passi in avanti verso il completo ammodernamento del sistema di mobilità della Provincia di Frosinone e di tutto il Lazio meridionale», ha detto l’assessore alle Politiche abitative, case popolari, politiche del mare e Protezione civile della Regione Lazio, Pasquale Ciacciarelli, che è della Lega.

Altro che Ponte, la vera grande opera è l’alta velocità frusinate per Tajani: le pillole di L43
Il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca con l’assessore Pasquale Ciacciarelli (foto Imagoeconomica).

Però chi gongola alla fine è sopratutto Tajani, ciociaro doc, che può rivendicare anni di battaglie per conquistare un “hub” di qualità per il territorio, e capace di creare tanti nuovi posti di lavoro. Il progetto della stazione, che si chiamerà MedioLatium, costerà 125 milioni di euro, se tutto va bene. «Magari un giorno quella stazione verrà intitolata proprio ad Antonio, in segno di eterna riconoscenza», spifferano scherzando, ma neanche troppo, i milanesi di Forza Italia. In fondo, già esiste un aeroporto che porta il nome di Silvio Berlusconi, il fondatore del partito…

Fermi tutti, Rampelli e Montanari la pensano allo stesso modo

Chi l’avrebbe mai detto: il destrissimo Fabio Rampelli, il “gabbiano” romano che è anche architetto, oltre che vicepresidente della Camera in quota Fratelli d’Italia, la pensa come Tomaso Montanari, lo storico dell’arte che è anche rettore dell’Università per stranieri in quel di Siena. A unirli, la battaglia contro il progetto di costruire un immobile per la Galleria Borghese, a due passi dallo storico edificio. Le parole di Rampelli? «Il museo per fortuna è di proprietà dello Stato e difficilmente sarà possibile per il Campidoglio costruire un mostro di cemento e acciaio al suo fianco, modello Nuvola di Fuksas. Il sito dove si vorrebbe intervenire è oltretutto d’interesse comunitario. La risposta al desiderio di favorire un maggior afflusso di visitatori e di liberare i depositi, prende una strada sbagliata. Occorre progettare una rete museale che diffonda le opere d’arte sul territorio portandole in periferia anche come strumento per un loro riscatto. Esprimo la mia vicinanza alle associazioni che si sono sollevate contro questo progetto scellerato». Montanari aveva parlato di «scempio», dicendo che sarebbe «come costruire una sopraelevazione sulla Cupola del Brunelleschi, fare un’isola artificiale con spiaggia nel Bacino di San Marco, aggiungere una dépendance al Tempietto del Clitunno».

Altro che Ponte, la vera grande opera è l’alta velocità frusinate per Tajani: le pillole di L43
Altro che Ponte, la vera grande opera è l’alta velocità frusinate per Tajani: le pillole di L43

Rocca ha sempre la grana della Lega: entra Calenda?

Regione Lazio con i soliti problemi: la Lega, con gli assessori Pasquale Ciacciarelli e Simona Baldassarre che non vogliono procedere al rimpasto della giunta guidata da Francesco Rocca, anche perché perderebbero il posto. Ormai le posizioni del governatore sono difficilmente riconciliabili con quelle del partito di Matteo Salvini, tanto che ci sono riunioni in cui spesso si combatte internamente tra forze della maggioranza. Pure i comunicati, come quello leghista di mercoledì 13 maggio, sono durissimi nel respingere il tentativo di rimescolare le carte nella giunta. Ecco il testo di Ciacciarelli e Baldassarre: «Si è tenuto il coordinamento regionale della Lega dove abbiamo discusso delle tematiche per il rilancio dell’azione politica nel Lazio e soprattutto dell’esigenza di riaccendere la discussione su temi di reale interesse per i cittadini. In qualità di assessori regionali del Lazio non possiamo che ringraziare il presidente Rocca per il rispetto istituzionale di cui ha voluto onorare le nostre professionalità all’interno della giunta regionale. Riteniamo doveroso svolgere la carica di assessore mantenendo un rapporto giornaliero con tutte le amministrazioni e le realtà presenti sul nostro territorio, aprendo un confronto funzionale alla risoluzione delle diverse problematiche presenti. Le valutazioni rimangono in capo al partito come ha sempre fatto per la crescita dello stesso. Svolgiamo da sempre la nostra attività politica credendo fortemente nella centralità da attribuire al partito di appartenenza». Lo stallo è assicurato. E la prospettiva futuribile di dare spazio a Carlo Calenda in un governo di destra-centro per fare a meno di Salvini e dei suoi appare sempre più concreta, anche a livello locale.

Altro che Ponte, la vera grande opera è l’alta velocità frusinate per Tajani: le pillole di L43
Altro che Ponte, la vera grande opera è l’alta velocità frusinate per Tajani: le pillole di L43
Altro che Ponte, la vera grande opera è l’alta velocità frusinate per Tajani: le pillole di L43
Altro che Ponte, la vera grande opera è l’alta velocità frusinate per Tajani: le pillole di L43

Draghi, nuova sveglia all’Ue: «Per la prima volta siamo davvero soli, serve coraggio»

«Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme. L’Europa sta reagendo a questa nuova realtà. Ma lo sta facendo all’interno di un sistema che non è mai stato concepito per affrontare sfide di questa portata». Lo ha detto Mario Draghi ad Aquisgrana, in Germania, alla cerimonia di conferimento del Premio internazionale Carlo Magno.

Draghi: «Gli Usa non possono più garantire la nostra sicurezza»

«Per la prima volta dal 1949», ha sottolineato l’ex presidente del Consiglio e della Bce, esiste «la possibilità che gli Stati Uniti non possano più garantire la nostra sicurezza alle condizioni che un tempo davamo per scontate». E la Cina, ha osservato Draghi analizzando nel suo discorso le sfide dell’Europa, non può offrire «un punto di riferimento alternativo» per il Vecchio Continente.

Invocato un «comportamento più assertivo» con gli Usa

Draghi ha ricordato poi che l’Europa «ha cercato la negoziazione e il compromesso» con gli Usa, ma «non ha funzionato» con un partner «diventato più conflittuale e imprevedibile». Questo, ha spiegato, «non deve indebolire la relazione transatlantica o la Nato. Al contrario, porrebbe entrambe su basi più solide». E «un’Europa in grado di difendersi potrebbe persino essere un alleato più prezioso». Nella sua lunga e lucida analisi delle attuali vulnerabilità europee, Draghi ha anche detto che «il cambio di atteggiamento americano sulla sicurezza europea non dovrebbe essere visto solo come un pericolo, ma anche come un necessario risveglio». Ma, ha sottolineato, «serve coraggio» e un «comportamento più assertivo».

Draghi rilancia la via del «federalismo pragmatico»

Quanto ai processi decisionali a livello comunitario, Draghi ha invocato quello che ha definito «federalismo pragmatico». L’azione a livello dei Ventisette, ha spiegato, «spesso non riesce a fornire ciò che il momento richiederebbe» e «il risultato è un’azione che può risultare talmente inadeguata alla portata della sfida da diventare peggio dell’inazione». L’Ue, ha affermato, deve «spezzare questo ciclo». Come? «I Paesi che sentono il peso di questo momento in modo più acuto, e capiscono che la finestra per l’azione non rimarrà aperta indefinitamente, devono essere liberi di andare avanti».

Le parole dell’ex premier sulla Difesa comune

Così sulla Difesa comune: «Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell’Europa dovrebbe essere inequivocabile anche prima che la crisi abbia inizio. Ci sono due percorsi per dare sostanza a quell’impegno, e non devono necessariamente escludersi a vicenda. Uno passa attraverso coalizioni più ridotte di Paesi accomunati già oggi da capacità e percezioni della minaccia affini. L’altro percorso è dare sostanza operativa all’articolo 42, paragrafo 7, la clausola di difesa reciproca dell’Ue, che, non è ancora stata tradotta in piani concreti, capacità e strutture di comando».

Acea, i risultati del primo trimestre 2026: utile netto a 111 milioni

Il consiglio di amministrazione di Acea, riunitosi sotto la presidenza di Barbara Marinali, ha approvato i risultati del primo trimestre 2026. I ricavi consolidati pro-forma si attestano a 734,9 milioni di euro, sostanzialmente in linea rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente (730,8 milioni di euro). I ricavi relativi alle aree Acqua Italia, Reti, Illuminazione pubblica e Ambiente sono pari a circa 0,6 miliardi di Euro. L’Ebitda consolidato pro-forma ha raggiunto 342,2 milioni di euro, in crescita dello 0,7 per cento rispetto al primo trimestre 2025, nonostante la variazione di perimetro legata alla cessione nel 2025 dell’Alta tensione e di alcuni asset fotovoltaici. L’Ebitda pro-forma ricorrente è aumentato del 4 per cento a 344 milioni, grazie principalmente alla crescita organica delle attività Acqua Italia, Reti e Illuminazione pubblica. L’utile netto consolidato è pari a 110,7 milioni di euro, in aumento del 13 per cento rispetto al primo trimestre 2025. L’utile netto ricorrente è salito di circa il 14 per cento a 82 milioni, grazie anche alla crescita dei risultati operativi nei business regolati.

Ebit consolidato a 164,3 milioni, aumentano gli investimenti

Tra gli altri parametri si segnalano l’Ebit consolidato pro-forma, aumentato del 2,8 per cento a 164,3 milioni di euro, gli oneri finanziari netti pro-forma, pari a 32,2 milioni di euro (31,0 milioni nello stesso periodo del 2025), gli investimenti lordi, pari a 301,9 milioni di euro (in crescita del 15,1 per cento rispetto ai 262,2 milioni dell’anno precedente) e gli investimenti al netto dei contributi, che ammontano a circa 286 milioni di euro, concentrati principalmente nei business regolati che rappresentano l’89 per cento dei capex totali. Infine, l’indebitamento finanziario netto passa da 4.962,9 milioni di euro del 31 dicembre 2025 a 5.076,4 milioni di euro al 31 marzo 2026, influenzato principalmente dall’andamento del capitale circolante e dalla dinamica degli investimenti realizzati.

L’ad Palermo: «Risultati solidi, confermata guidance per il 2026»

Queste le dichiarazioni dell’amministratore delegato Fabrizio Palermo: «I risultati raggiunti nel trimestre rafforzano la traiettoria di crescita delineata dal piano industriale. La solidità della struttura finanziaria e il consolidamento nei business regolati ci consentono di confermare la guidance per il 2026. L’impegno dell’azienda prosegue nel segno dell’efficienza operativa e dello sviluppo sostenibile con l’obiettivo di generare valore concreto per i territori e per tutti i nostri stakeholder anche grazie all’incremento degli investimenti sulle infrastrutture».

Milan, Allegri pronto a lasciare: nel suo futuro c’è la Nazionale

Massimiliano Allegri è pronto a lasciare il Milan a un solo anno dal suo ritorno in rossonero, al termine di una stagione partita molto bene ma che potrebbe terminare senza la qualificazione in Champions League. Lo riporta il Corriere della Sera. Al di là dell’esito del campionato (stravinto dai cugini dell’Inter) e di un contratto valido fino al 2028, a pesare sulla decisione (che appare sempre più probabile) sono soprattutto i rapporti ormai freddi – anzi inesistenti – con Zlatan Ibrahimovic, senior advisor della proprietà: i due hanno avuto un alterco dopo la sconfitta rimediata a Napoli a inizio aprile e lo strappo non si è ricucito.

Milan, Allegri pronto a lasciare: nel suo futuro c’è la Nazionale
Zlatan Ibrahimovic (Ansa).

Perché è avvenuta la rottura con Ibra

Il litigio tra i due sarebbe scoppiato per la scelta del terzo portiere da inserire nella rosa del prossimo anno. Per la serie corsi e ricorsi storici, anzi calcistici, Ibrahimovic e Allegri erano venuti alle mani sempre per una questione di portieri nel 2012, al termine del ritorno degli ottavi di finale di Champions League in casa dell’Arsenal, quando il calciatore svedese aveva rinfacciato al tecnico, che lo aveva criticato per la prestazione in campo, di aver portato in panchina due estremi difensori. A suo modo di vedere una scelta troppo rinunciataria in vista del match, poi perso 3-0 (risultato che aveva comunque permesso il passaggio del turno). Questo episodio è stato raccontato di recente dall’ex calciatore rossonero.

Milan, Allegri pronto a lasciare: nel suo futuro c’è la Nazionale
Massimiliano Allegri e Zlatan Ibrahimovic nel 2012 (Ansa).

Dalla partita di Napoli il Milan ha inanellato una serie di prestazioni poco convincenti, rimediando diverse sconfitte e adesso la classifica preoccupa: i rossoneri, quarti, precedono la Roma solo in virtù degli scontri diretti. Come se non bastasse, scrive il Corsera, Allegri ha scoperto che Ibrahimovic ha frequenti colloqui con Antonio Cassano, che nel corso della trasmissione su Twitch Viva el futbol critica spesso il gioco proposto dall’allenatore toscano. Come se non bastasse, il senior advisor di RedBird – visto il calo di risultati – avrebbe telefonato a ha iniziato a telefonare a Rafael Leão e Youssouf Fofana fornendo loro consigli tattici. Un’invasione di campo ritenuta intollerabile da Allegri.

Milan, Allegri pronto a lasciare: nel suo futuro c’è la Nazionale
Massimiliano Allegri (Ansa).

La delusione del mercato di gennaio

Infine, Allegri è rimasto deluso dall’inesistente mercato di gennaio: aveva chiesto un paio di innesti di qualità per lottare per le primissime posizioni, sentendosi dire che non c’erano risorse (anche se poi il ceo Sergio Furlani sarebbe stato pronto a spendere 30 milioni per l’attaccante Jean-Philippe Mateta, affare non andato in porto).

Allegri potrebbe diventare ct dell’Italia

Allegri non lascerebbe il Milan per restare fermo o per approdare in qualche altro club, in Serie A o all’estero. Nel suo futuro, in caso di addio al Diavolo, ci sarebbe infatti la Nazionale. Sarebbe lui il prescelto di Giovanni Malagò, che si appresta a diventare presidente della Figc, come nuovo ct dell’Italia.

Bufera per i droni ucraini, si dimette la premier lettone Silina

La prima ministra lettone di centrodestra Evika Silina ha annunciato le dimissioni, provocando di fatto il crollo della coalizione di governo: alla base della decisione la crisi innescata dallo schianto di due droni ucraini nel Paese baltico. «Attualmente, la gelosia politica e gli interessi di parte ristretti hanno prevalso sulla responsabilità. Vedendo un candidato valido per la carica di ministro della Difesa, alcuni politicanti opportunisti hanno scelto di creare una crisi, una crisi di governo. Pertanto, annuncio le mie dimissioni. Non è una decisione facile, ma in questa situazione è quella onesta», si legge in un comunicato.

Bufera per i droni ucraini, si dimette la premier lettone Silina
Evika Silina (Ansa).

Lo schianto dei due droni ucraini provenienti dalla Russia

La crisi politica è iniziata dopo che, nella notte del 7 maggio, due droni ucraini provenienti dalla Russia si sono schiantati vicino alla città di Rēzekne, nella parte orientale del Paese. Uno, in particolare, ha colpito dei serbatoi vuoti in un deposito di petrolio, per fortuna senza causare vittime. Il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiga ha successivamente spiegato che i droni erano entrati in Lettonia a causa di sistemi intercettori russi, che avrebbero deviato i velivoli a pilotaggio remoto.

Bufera per i droni ucraini, si dimette la premier lettone Silina
Andris Spruds (Ansa).

L’incidente è diventato subito una questione di fiducia nel governo

L’incidente, avvenuto cinque mesi prima delle elezioni parlamentari, si è trasformato subito da un episodio di sicurezza militare in una questione di fiducia nel governo. Tre giorni dopo sono arrivate le dimissioni di Andris Spruds, ministro della Difesa ed esponente del Partito Progressista, il quale ha spiegato di aver rinunciato all’incarico per «proteggere le forze armate lettoni dall’essere coinvolte in una campagna politica». Contestualmente, i Progressisti hanno dichiarato di non sostenere più Silina, chiedendo l’avvio di colloqui per la formazione di un nuovo governo. In seguito sono arrivate le dimissioni della prima ministra.

Massiccio attacco aereo russo su Kyiv nella notte

Nuovo massiccio attacco aereo su Kyiv nella notte tra mercoledì 13 e giovedì 14 maggio 2026. Sulla capitale ucraina sono stati lanciati quasi 700 droni e una cinquantina di missili aerobalistici Kinzhal, missili balistici Iskander-M/S-400 e missili da crociera Kh-101. L’aeronautica militare ha diramato un allarme aereo a livello nazionale anche per la presenza di bombardieri Mig-31. Esplosioni sono state udite a Kyiv e i sistemi di difesa aerea sono entrati in funzione per abbattere i droni. Il sindaco della città, Vitaliy Klitschko, ha riferito su Telegram che le esplosioni sono avvenute nei quartieri Dniprovskyi, Holosiivskyi, Obolon, Solomyanskyi, Darnytskyi e Shevchenkivskyi. Sono stati colpiti edifici residenziali e non residenziali e sono scoppiati anche degli incendi. Frammenti di razzi e droni sono caduti al suolo. Nel quartiere di Darnytskyi è in corso un’operazione di ricerca e soccorso, a seguito del crollo di un edificio residenziale che ha intrappolato diverse persone sotto le macerie. Il bilancio parziale al momento è di un morto e 31 feriti.

Massiccio attacco aereo russo su Kyiv nella notte
Aatacco aereo russo su Kyiv (Ansa).

Il giallo della visita segreta di Netanyahu negli Emirati, smentita da Abu Dhabi

Benjamin Netanyahu ha annunciato di aver fatto una visita segreta negli Emirati Arabi Uniti mentre era in corso la guerra contro l’Iran e di aver incontrato il presidente emiratino Mohammed bin Zayed. Poche ore dopo la pubblicazione del comunicato da parte di Bibi, Abu Dhabi ha però smentito, sostenendo che la visita non sia mai avvenuta e respingendo l’ipotesi di «ricevere qualsiasi delegazione militare israeliana sul proprio territorio».

Il comunicato di Netanyahu e la smentita di Abu Dhabi

Questo il comunicato: «Nel bel mezzo dell’Operazione Leone Ruggente, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha effettuato una visita segreta negli Emirati Arabi Uniti, dove ha incontrato il Presidente degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Mohamed bin Zayed. Questa visita ha portato a una storica svolta nelle relazioni tra Israele ed Emirati Arabi Uniti». Il ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, smentendo l’annuncio di Netanyahu, ha precisato che «le relazioni con Israele sono pubbliche e sono state stabilite nel quadro dei ben noti Accordi di Abramo», siglati nel 2020.

Il sospetto che la visita sia avvenuta davvero

C’è però il sospetto, se così si può chiamare, che Netanyahu sia stato davvero negli Emirati, in quella che sarebbe stata la prima storica visita di un leader israeliano ne Paese arabo. In fondo, anche se non è ben chiaro perché ha deciso di renderla nota, perché avrebbe dovuto inventarsela? Varie fonti stanno inoltre confermando la visita ai media locali, fornendo dettagli. Ziv Agmon, ex portavoce e capo dello staff di Bibi, ha scritto su Facebook che Netanyahu «è stato accolto ad Abu Dhabi con gli onori riservati ai re» e che lo sceicco «lo ha accompagnato personalmente dall’aeroporto al palazzo con la sua auto privata». C’è però chi sostiene che l’incontro si sia tenuto d Al Ain, città vicina al confine con l’Oman.

Il giallo della visita segreta di Netanyahu negli Emirati, smentita da Abu Dhabi
Mohammed bin Zayed (Imagoeconomica).

Perché gli Emirati si sono affrettati a smentire Netanyahu

Dando per avvenuta la visita, è invece piuttosto chiaro il motivo della smentita. Tel Aviv e Abu Dhabi sono alleati, non è un mistero: gli Emirati furono i primi a riconoscere gli Accordi di Abramo promossi dagli Stati Uniti per favorire la normalizzazione dei rapporti tra Israele e alcuni Paesi arabi. Tuttavia ammettere pubblicamente di aver ospitato un leader israeliano, perdipiù in segreto, sarebbe molto imbarazzante per lo sceicco Bin Zayed. Ma soprattutto rischioso, visto che gli Emirati rischierebbero di inimicarsi gli altri Paesi arabi della regione. Da parte sua, l’Iran ha già condannato la visita tramite le parole del ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che ha definito «imperdonabile» la «collusione con Israele», minacciando serie conseguenze per «chi collabora per semirare divisioni».

Ferrovie, Angel holding di Vito Pertosa cede a Siemens attività di Mermec

L’industriale pugliese Vito Pertosa, fondatore della Angelo holding, di Monopoli, ha firmato un accordo per la cessione a Siemens di un perimetro di Mermec che comprende il business della Diagnostica & Data analytics worldwide e del Wayside signaling in Italia. Mermec è leader nel mondo nell’high tech per il settore ferroviario. La parte coinvolta nell’operazione ha registrato nel 2025 ricavi per circa 430 milioni, con 1.700 collaboratori. «L’operazione mi aiuterà a investire nelle altre società della mia holding industriale», ha detto Pertosa, «oltre che sostenere le realtà del Mezzogiorno d’Italia che hanno bisogno di svilupparsi e dar vita a nuova occupazione di qualità». Le parti hanno concordato di non divulgare i termini finanziari dell’operazione, il cui closing è previsto entro la fine del 2026.

Xi a Trump: «La gestione errata di Taiwan può portare a un conflitto»

Sono tanti i temi sul tavolo dell’atteso bilaterale di Pechino tra Xi Jinping e Donald Trump: dai dazi ai chip, fino alle terre rare e alla guerra all’Iran, senza dimenticare la questione di Taiwan. Sollevata in apertura dell’incontro dal presidente cinese, che l’ha definita «la più importante nelle relazioni tra Pechino e Washington», per poi avvertire: «Se gestite bene, le relazioni bilaterali possono garantire una stabilità generale. Se gestite male, i due Paesi potrebbero scontrarsi o addirittura entrare in conflitto, spingendo l’intero rapporto sino-americano in una situazione molto pericolosa». L’indipendenza di Taiwan e la pace nello Stretto di Formosa, ha ribadito Xi, «sono incompatibili».

Xi cita la trappola di Tucidide e le guerre del Peloponneso

«Se Cina e Stati Uniti riusciranno a superare la “trappola di Tucidide” e a inaugurare un nuovo paradigma nelle relazioni tra le grandi potenze; se saremo in grado di unire le forze per affrontare le sfide globali e infondere maggiore stabilità nel mondo; se saremo in grado di rispondere al benessere dei nostri due popoli e al futuro e al destino dell’umanità, e di creare insieme un futuro radioso per le relazioni bilaterali: queste, si potrebbe dire, sono domande di storia, domande del mondo e domande dei popoli», ha dichiarato inoltre Xi. La “Trappola di Tucidide” è un concetto geopolitico che descrive la tendenza strutturale al conflitto quando una potenza emergente minaccia di spodestarne una egemone consolidata. L’espressione, coniata dal politologo Graham Allison, trae ispirazione da Guerra del Peloponneso di Tucidide, resoconto del conflitto che si tenne nel V secolo a.C. tra Atene (in ascesa) e Sparta (già una potenza).

Xi a Trump: «La gestione errata di Taiwan può portare a un conflitto»
Xi Jinping e Donald Trump (Ansa).

Trump smorza: «Avremo un futuro fantastico insieme»

Da parte sua, Trump durante i saluti iniziali del bilaterale ha parlato di «fantastico rapporto» con Xi, definendo il presidente cinese «un grande leader» di cui ha «enorme rispetto», aggiungendo: «Avremo un futuro fantastico insieme». È la prima visita di un presidente americano in Cina da quella compiuta dallo stesso Trump a novembre del 2017. Tra gli obiettivi principali della Casa Bianca possibili accordi nei settori dell’agricoltura e, probabilmente, la conferma di un maxi ordine di aerei Boeing da parte di Pechino.

Tribunale Usa sospende le sanzioni di Trump contro Francesca Albanese

Francesca Albanese, la relatrice speciale delle Nazioni unite sui territori palestinesi occupati, ha annunciato che un tribunale del District of Columbia, a Washington, ha sospeso le sanzioni imposte a suo carico dall’amministrazione Trump. In un post su X, Albanese ha riferito che il giudice ha stabilito che «tutelare la libertà di parola è sempre nell’interesse pubblico», ringraziando la figlia e il marito «per essersi fatti avanti per difendermi, e tutti coloro che hanno fornito aiuto finora». Il giudice Richard Leon ha concesso l’ingiunzione in risposta a una causa intentata dalla sua famiglia, che aveva descritto il grave impatto che le sanzioni avevano sulla loro vita e sul loro lavoro, inclusa la possibilità di accedere alla loro abitazione nella capitale federale. In particolare, Leon ha ritenuto che le sanzioni potrebbero costituire una violazione dei diritti garantiti dal primo emendamento ad Albanese e ai suoi familiari. ù

Altro che Iran, la vera minaccia per Trump è l’aumento del costo della vita

Prima di salire sull’Air Force One diretto a Pechino, Donald Trump ha messo in chiaro di non essere preoccupato «nemmeno un po’» dell’inflazione cresciuta più delle attese e dei prezzi della benzina schizzati alle stelle (almeno per gli standard Usa), dicendosi convinto che tutto tornerà alla normalità una volta terminata la guerra contro l’Iran. Sarà. Ma i fatti dicono che il presidente americano è volato da Xi Jinping in un periodo di crisi economica tra i più cupi della sua permanenza alla Casa Bianca, con un Paese duramente colpito dall’aumento del costo della vita. Una minaccia gravissima in vista delle elezioni di metà mandato di novembre, ben più del nucleare di Teheran.

Altro che Iran, la vera minaccia per Trump è l’aumento del costo della vita
La corsia di un supermarket Walmart negli Usa (Ansa).

I prezzi stanno crescendo più degli stipendi

Secondo il Bureau of Labour Statistics, i prezzi al consumo hanno registrato nel mese di aprile un aumento dello 0,4 per cento su base mensile, superiore al +0,3 stimato dal mercato, dopo il +0,2 di marzo. Su base annua, l’inflazione è arrivata al 3,8 per cento: per la prima volta in tre anni, i prezzi stanno crescendo più velocemente dei salari (cresciuti del 3,6 per cento), annullando i guadagni in termini di potere d’acquisto reale.

Negli Usa è salita alle stelle persino la benzina

Il prezzo medio della benzina è ora vicino a 4,50 dollari al gallone, che equivale a 3,7 litri. Costo che sarebbe ottimo per gli italiani, ma non per gli statunitensi, che un anno fa per un gallone pagavano 3,14 dollari. Per alleviare la pressione sugli automobilisti, Trump sta valutando una sospensione temporanea della tassa federale sulla benzina.

Altro che Iran, la vera minaccia per Trump è l’aumento del costo della vita
I prezzi della benzina a un distributore negli Usa (Ansa).

Il debito delle famiglie ha raggiunto il massimo storico

Secondo i nuovi dati pubblicati dalla Federal Reserve, il debito delle famiglie statunitensi, che si affidano sempre più a carte di credito e prestiti per assorbire l’aumento dei costi, ha raggiunto il massimo storico di 18.800 miliardi di dollari nei primi tre mesi del 2026. Axios scrive che gli americani hanno subito un aumento dei prezzi al consumo di quasi il 30 per cento dal 2020, cioè dall’inizio della pandemia di Covid: un costo cumulativo che non si è mai completamente riassorbito. E a marzo il tasso di risparmio personale è sceso al 3,6 per cento: si tratta del livello più basso dal 2022, dovuto al fatto che le famiglie a basso reddito hanno utilizzato i propri risparmi per coprire le spese essenziali.

Altro che Iran, la vera minaccia per Trump è l’aumento del costo della vita
La Federal Reserve (Imagoeconomica).

L’accelerata del debito pubblico dal suo ritorno al potere

A questo si aggiunge un debito pubblico federale che supera i 39 mila miliardi di dollari (oltre il 120 per cento del Pil, che va detto è in aumento). Un debito enorme lasciato in buona parte dall’Amministrazione Biden e dovuto alla crisi pandemica, certo. Ma con il ritorno alla Casa Bianca di Trump c’è stata un’accelerata senza precedenti del ritmo dell’indebitamento. Insomma, la credibilità economica degli Stati Uniti, promessa centrale del ritorno al potere di The Donald, sta crollando.

Altro che Iran, la vera minaccia per Trump è l’aumento del costo della vita
Donald Trump (Ansa).

Per due terzi degli americani il Paese è «fuori controllo»

Un nuovo sondaggio della Cnn ha rilevato che il 70 per cento degli americani disapprova la politica economica di Trump: il dato non aveva mai superato il 50 per cento durante il suo primo mandato, nemmeno in tempo di Covid. E il 77 per cento degli intervistati, inclusa la maggioranza dei repubblicani, ritiene che le politiche di Trump abbiano fatto aumentare il costo della vita. Un’indagine YouGov/Economist ha invece rilevato che due terzi degli americani ormai considerano il Paese «fuori controllo». Secondo i sondaggisti di AtlasIntel, i democratici alle midterm potrebbero prendersi il 55 per cento dei seggi alla Camera.

Altro che Iran, la vera minaccia per Trump è l’aumento del costo della vita
Donald Trump (Ansa).

La strategia di Trump tra rassicurazioni e misure d’emergenza

Oltre ad appoggiare la sospensione della tassa federale sulla benzina, misura di emergenza solitamente riservata ai periodi di grave crisi per i consumatori, Trump ha inoltre esortato il Congresso ad approvare il disegno di legge bipartisan 21st Century ROAD to Housing Act, che mira a ridurre i costi abitativi, incentivare lo sviluppo edilizio e vietare ai grandi investitori di Wall Street di acquistare abitazioni unifamiliari. Un modo per strizzare l’occhio a tutto l’elettorato: l’accessibilità economica degli alloggi, un elemento centrale dell’American dream, negli ultimi anni è diventata una chimera a causa di tassi ipotecari elevati e prezzi delle case saliti alle stelle. «Con la normalizzazione del traffico nello Stretto di Hormuz, gli americani vedranno nuovamente crollare i prezzi della benzina, crescere i salari reali, rallentare l’inflazione e continuare ad affluire trilioni di investimenti», ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca Kush Desai, sottolineando che Trump «era stato chiaro riguardo ai disagi a breve termine derivanti dall’operazione Epic Fury». Basteranno una manciata di rassicurazioni e qualche misura d’emergenza a salvare Trump e i seggi del Grand Old Party al Congresso?

Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump

Lunedì 11 maggio, il Wall Street Journal ha pubblicato un’inchiesta che chiude un copione durato un mese: gli Emirati Arabi Uniti hanno condotto attacchi militari segreti contro l’Iran. Tra i bersagli la raffineria di Lavan Island, centrata l’8 aprile. Il WSJ usa il plurale: «strikes». Non un colpo isolato, una campagna, e per di più condotta poche ore dopo il cessate il fuoco. Un po’ come il pugile che tira un cazzotto dopo il gong.

Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump
Il presidente degli Emirati, Mohammed bin Zayed Al Nahyan (Ansa).

L’attacco segreto degli Emirati contro l’Iran

La cronologia è importante. L’8 aprile, quando negli Emirati è mezzanotte, Donald Trump pubblica su Truth Social l’accordo di cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran, mediato dal Pakistan. È il gong. Poche ore dopo l’annuncio (alle 10 iraniane) i Mirage 2000-9 dell’Aeronautica emiratina colpiscono la raffineria di Lavan Island nel Golfo Persico. Un attacco «vile», commenta la National Iranian Oil Refining and Distribution Company. Un’ora dopo arriva la ritorsione di Teheran: 17 missili balistici e 35 droni piovono sugli Emirati, 28 droni sul Kuwait. Il WSJ rivela che gli americani erano a conoscenza dell’attacco emiratino. Dubai dal canto suo non conferma né smentisce.

Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump
Donald Trump (Ansa).

La risposta chirurgica di Teheran su Fujairah

Il 4 maggio, 26 giorni dopo Lavan, l’Iran torna all’attacco con 12 missili balistici, tre cruise e quattro droni. Uno penetra le difese aeree e colpisce il terminal petrolifero di Fujairah nella Petroleum Industries Zone (FOIZ). La scelta del bersaglio è chirurgica. Fujairah è il porto sul Golfo dell’Oman, a 130 chilometri a est di Dubai e oltre lo Stretto di Hormuz. È il terminal della Habshan-Fujairah pipeline — nota come ADCOP — 380 chilometri di tubi che portano il greggio dai giacimenti di Abu Dhabi al Golfo dell’Oman senza passare per Hormuz. Capacità: 1,5 milioni di barili al giorno. È l’unica via di esportazione alternativa allo Stretto che gli Emirati hanno costruito come polizza assicurativa contro i blocchi. Quando Hormuz è stato chiuso a marzo, l’export di Fujairah è cresciuto da 1,17 a 1,62 milioni di barili al giorno. L’Iran dunque sapeva esattamente dove colpire, e la proporzione fra i due bersagli è il dato che chiude la partita. Se Mohammed bin Zayed ha tirato il pugno dopo il gong colpendo un’unghia – Lavan, 55 mila barili al giorno di capacità di raffinazione e danno riparabile in uno, due mesi – l’Iran ha aspettato il momento giusto e ha centrato l’arteria principale cioè Fujairah, l’unica via di export alternativa a Hormuz degli Emirati.

Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump
Il porto di Fujairah (Ansa).

Il fallimento di Trump e l’intervento di MBS

Intanto il 5 maggio Trump lancia l’Operation Project Freedom per scortare le navi mercantili intrappolate nello Stretto. È la mossa pensata per dimostrare agli elettori americani, in vista delle midterm, che la guerra non è persa. Ma l’operazione si rivela un flop: solo due navi civili attraversano il corridoio. E qui entra in scena Mohammed bin Salman. Il principe ereditario saudita è stato preso alla sprovvista dall’annuncio di Trump e così risponde negando a Washington l’uso della Prince Sultan Airbase e dello spazio aereo. Il Kuwait fa lo stesso. Trump prova inutilmente a fargli cambiare idea, e il 6 maggio Project Freedom è sospeso. L’unica operazione militare americana pensata per riaprire Hormuz è morta dopo 24 ore di vita. Come commenta il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf «l’operazione Trust me bro è fallita».

Crisi di Hormuz: il tramonto degli Emirati e la scommessa persa di Trump
Il principe saudita Mohammed bin Salman (foto Ansa).

In quel momento si è capito che il sistema strategico del Golfo è cambiato. Gli Stati Uniti non possono condurre operazioni militari nel Golfo senza autorizzazione saudita. MBS ha dimostrato che la chiave del Golfo è Riad, e che senza Riad la potenza americana è bloccata. E mentre il mito della neutralità emiratina si sgretola, a Trump non resta che volare da Xi a Pechino perché ha bisogno della Cina per chiudere una guerra che gli alleati del Golfo non vogliono più subire.

La Global Sumud Flotilla si prepara a salpare ancora

La Global Sumud Flotilla è pronta a salpare giovedì 14 maggio con un convoglio di imbarcazioni diretto verso la Striscia di Gaza dal porto di Marmaris, località della Turchia sudoccidentale vicina all’isola greca di Rodi. Lo hanno annunciato gli attivisti durante una conferenza stampa. Il convoglio sarà formato in tutto da 54 imbarcazioni: una trentina sono giunte dalla Grecia, mentre le altre si trovavano già in Turchia. A bordo dei natanti ci saranno circa 500 attivisti. «A seguito dell’intercettazione illegale di imbarcazioni in acque internazionali e delle documentate violenze contro attivisti internazionali, la Flotilla sta procedendo con la fase finale della sua missione per rompere l’assedio alla Palestina», si legge sui social.

Accordo tra Ludoil e Goi Energy, la raffineria di Priolo Gargallo torna italiana

Il gruppo Ludoil della famiglia Ammaturo ha concluso un accordo con Goi Energy per l’acquisizione della partecipazione detenuta dal ramo energetico del fondo di private equity cipriota ARGUS New Energy nel capitale di Isab, la società proprietaria della raffineria di Priolo Gargallo (Siracusa) e delle infrastrutture industriali, logistiche ed energetiche ad essa afferenti. La russa Lukoil aveva ceduto la raffineria a Goi Energy a maggio del 2023. L’operazione prevede una struttura articolata in due fasi. La prima interessa il 51 per cento delle quote e sarà subordinata all’esito positivo del procedimento di notifica dinanzi al Governo italiano ai sensi della normativa sul golden power, nonché all’ottenimento delle autorizzazioni Antitrust e regolatorie applicabili.

L’attuale organico sarà integralmente preservato

L’impianto di Priolo Gargallo costituisce il più grande complesso di raffinazione in Italia, con una capacità autorizzata di 20 milioni di tonnellate annue e una capacità bilanciata di 15 milioni di tonnellate. Sul piano occupazionale, l’attuale organico sarà integralmente preservato.

Consob, Freni si ritira dalla corsa alla presidenza

Il sottosegretario all’Economia Federico Freni (Lega) si ritira dalla corsa alla presidenza della Consob. L’ha annunciato lui stesso a Repubblica dopo averlo comunicato alla premier Giorgia Meloni, al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e al leader del suo partito Matteo Salvini. La sua candidatura alla guida dell’autorità che vigila sui mercati finanziari era stata avanzata dal titolare del Mef alla riunione del consiglio dei ministri del 20 gennaio. La nomina era stata però bloccata dal vicepremier Antonio Tajani, contrario a indicare un politico ai vertici dell’ente. Nelle scorse settimane era maturato un ripensamento in Forza Italia, ma poi la contrarietà si è riaccesa. «Per noi è necessario un tecnico di alto profilo perché va evitata una lottizzazione politica della Consob. Non è una cosa contro Freni, è per non mettere un politico lì», ha spiegato il portavoce azzurro Raffaele Nevi secondo quanto riportato da Repubblica.

Francia, muore per gastroenterite su una nave da crociera: 1.700 persone in quarantena

Dopo la morte di un passeggero di 90 anni che era stato colpito da gastroenterite, oltre 1.700 persone sono state messe in quarantena su una nave da crociera arrivata a Bordeaux da Brest. Lo hanno reso noto le autorità sanitarie francesi: si sospetta un focolaio di norovirus.

Circa 50 le persone a bordo che hanno manifestato sintomi

A bordo ci sono 514 membri dell’equipaggio e 1.233 passeggeri, perlopiù britannici e irlandesi: una cinquantina hanno manifestato sintomi e sono in corso esami per rilevare l’eventuale presenza di norovirus. I primi test a bordo hanno dato esito negativo, ma verranno condotte ulteriori analisi presso l’Ospedale Universitario di Bordeaux. Non è esclusa l’ipotesi che a causare la morte del 90enne sia stata un’intossicazione alimentare. Le autorità francesi escludono invece qualsiasi collegamento con l’hantavirus. L’imbarcazione della Ambassador Cruise Line, partita dalle Isole Shetland il 6 maggio, ha fatto scalo a Belfast, Liverpool e Brest prima di arrivare a Bordeaux, città da dove è previsto il suo ritorno in Spagna.

Buttafuoco a reti unificate e le altre pillole del giorno

Una cosa è certa: Pietrangelo Buttafuoco non le manda a dire. Dopo la lettera aperta ad Avvenire, il presidente della Biennale di Venezia si è “concesso” un’intervista a Il Fatto Quotidiano e un’ospitata a Il fienile, il video-podcast di Luca Zaia, per spiegare ancora una volta l’apertura alla Russia che ha diviso la maggioranza, il governo e il MiC. «Il più grande fraintendimento è di avermi accreditato, in quanto presidente della Biennale, di una potestà selettiva che non possiedo: far entrare in Biennale o far uscire dalla Biennale questo o quello», spiega Buttafuoco al quotidiano diretto da Marco Travaglio.

Buttafuoco a reti unificate e le altre pillole del giorno
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E ne ha anche per Alessandro Giuli, che a causa delle tensioni ha disertato l’inaugurazione: «Avrà certamente obbedito alla ragion di Stato. Io ho rispettato l’istituzione e le sue regole che purtroppo pochi conoscono. E non spetta a me la consacrazione dell’uno o il dileggio dell’altro. Giuli è un fratello e troverà modo di venire. Tutto si potrà dire tranne che non si nutra affetto sincero». Ma Buttafuoco con Il Fatto si spinge pure oltre: «Più che Putin temo che l’Occidente, le grandi borghesie di queste democrazie liberali, non abbiano ancora digerito il processo con cui la Russia ha fatto fuori da sola l’Unione Sovietica, ha prodotto nel suo seno la forza per liberarsi del proprio ingombrante passato senza il tutor occidentale». Parole che non sono sfuggite – ovviamente – a Carlo Calenda. «Cosa deve fare o dire Buttafuoco per essere accompagnato alla porta?», ha attaccato il leader di Azione. «Esiste l’aggravante dell’autocompiacimento in questo signore. Una sorta di predilezione per le pose che hanno come obiettivo unico épater le bourgeois e che lo rendono inadatto alle cariche pubbliche».

Buttafuoco è tornato sulla polemica delle polemiche pure a Il fienile di Zaia. Anche in questo caso con un eloquio efficace: «È l’istituzione ridotta al rango di una fureria, dove pensi di poter comandare con i rutti». Il presidente della Biennale ricorda «l’equivoco terribile per cui si dice che non bisognava invitare» gli artisti russi, visto che il Paese è proprietario di un padiglione «presente dal 1914 con ancora l’aquila dei Romanov». L’intellettuale siciliano ne ha anche per l‘Ue che minaccia di togliere i contributi: «Anche loro non sanno come funziona, pensano che tutto sia come quando dicono a qualcuno “caccia quel direttore”, “non portare in scena quella ballerina”. Non c’è più decoro e rispetto istituzionale, non ti fai spiegare, c’è solo il grugnire». Parlando della reazione di Giuli e di una parte del centrodestra, a Buttafuoco «è sembrato eccentrico che in una campagna elettorale» si scatenasse «una guerra di questo tipo. Nessuno può pretendere che la Biennale aggiunga sanzioni non avendo nessuna facoltà e nessun potere». Però ha apprezzato l’appoggio di mondi tra loro lontanissimi, «RenziSalvini, Ezio Mauro e Giuliano Ferrara, Marco Travaglio». Del resto a Venezia, aveva assicurato Buttafuoco durante la conferenza stampa di presentazione della 61esima Esposizione internazionale d’Arte, «non abbracciamo le armi, prepariamo la pace. Non alimentiamo polemiche, apriamo discussioni». E mettere d’accordo Renzi, Travaglio e Salvini è già un piccolo risultato.

Buttafuoco a reti unificate e le altre pillole del giorno
Luca Zaia e Pietrangelo Buttafuoco al Fienile (da Youtube).

Schillaci “pesca” lo staff a sinistra

«Tutti a parlare dei licenziamenti di Alessandro Giuli al ministero della Cultura, ma di Orazio Schillaci che nomina nel suo staff chi ha lavorato con il centrosinistra nessuno dice nulla…», sibilano dalle parti di Fratelli d’Italia commentando l’arrivo di Alessandra Migliozzi al ministero della Salute come capo ufficio stampa. Fino a qualche mese fa Migliozzi, che è particolarmente stimata dall’area Pd, era in forze al ministero dell’Istruzione in cui entrò nel lontano 2013. E dove potrebbe tornare, magari nella prossima legislatura…

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Il ministro della Salute Orazio Schillaci (foto Imagoeconomica).

Fiorello l’ha fatta grossa

Stavolta Fiorello l’ha fatta grossa: martedì ha cominciato la puntata della Pennicanza annunciando che nel corso della trasmissione avrebbe parlato di ministri e amanti. Lo showman ha ovviamente scatenando il panico nel governo. Uffici stampa mobilitati, dirette seguite dal cellulare, per non parlare dei vertici Rai che stanno sulle spine ogni volta che Fiorello va in onda. Anche perché la trasmissione è in diretta.

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Fiorello con Biggio alla Pennicanza (dal profilo Instagram).

Il discorso di Re Carlo: «Rafforzare i legami con l’Unione europea»

Re Carlo III ha tenuto il tradizionale King’s Speech al Parlamento britannico a Londra, illustrando il programma legislativo del governo davanti ai parlamentari. Il discorso segna l’inizio del nuovo anno parlamentare e serve a rendere note le priorità politiche, le riforme e le nuove proposte di legge che l’esecutivo intende presentare nei mesi successivi. Il sovrano lo legge con tono neutro, per evitare qualsiasi apparente sostegno al suo contenuto.

Una legge per rafforzare i rapporti con l’Ue

«Un mondo sempre più pericoloso e volatile minaccia il Regno Unito, di cui il conflitto in Medio Oriente è solo l’esempio più recente. Ogni elemento dell’energia, della difesa e della sicurezza economica della nazione sarà messo alla prova», ha evidenziato Re Carlo, garantendo a nome del premier Keir Starmer che «il governo risponderà a questo mondo con forza e mira a creare un Paese che sia giusto per tutti». «I miei ministri», ha continuato, «introdurranno una legislazione per sfruttare le nuove opportunità commerciali, tra cui un disegno di legge per rafforzare i legami con l’Unione europea». E ancora: «Il mio governo sosterrà anche la sicurezza economica delle imprese britanniche. Sarà introdotta una legislazione per affrontare i ritardi di pagamento e ridurre l’onere di una regolamentazione inutile attraverso l’innovazione».

Il sostegno all’Ucraina e l’impegno nei confronti della Nato

Per quanto riguarda la politica estera, il governo «continuerà il suo inflessibile sostegno al popolo coraggioso dell’Ucraina, che combatte in prima linea, e cercherà di migliorare le relazioni con i partner europei come un passo fondamentale per rafforzare la sicurezza europea». L’esecutivo «continuerà poi a promuovere la pace a lungo termine in Medio Oriente e la soluzione a due Stati, Israele e Palestina». Riguardo alla Nato, il sovrano inglese ha confermato l’impegno totale della Gran Bretagna, annunciando un incremento delle risorse militari: «Il mio governo sosterrà anche l’impegno indissolubile del Regno Unito nei confronti della Nato e dei nostri alleati nell’Alleanza, anche attraverso un aumento sostenuto delle spese per la difesa».