Il richiamo di Mattarella: «Tensioni elettorali non tolgano attenzione ai problemi»

In occasione della cerimonia del Ventaglio con i giornalisti, iI presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha richiamato il mondo politico a portare «reciproco rispetto, senza inopportuna aggressività verbale, spesso immotivata e, a mio avviso, anche controproducente». Un appello ad abbassare i toni e a lasciare da parte le tensioni elettorali che, con le urne lontane mesi e mesi, gli sembrano «per la verità piuttosto intempestive» e tolgono attenzione «ai problemi che riguardano la vita quotidiana dei nostri concittadini». Un monito che arriva dopo lo scontro sul caso Roggero, sulla morte di Fakir e sulle violenze in Val di Susa.

Mattarella: «Inaccettabile esitazione nel condannare le violenze in Val di Susa»

Su quest’ultimo punto, il capo dello Stato è stato netto: «La violenza è un virus letale per la democrazia e per la vita sociale. Aggredisce la Costituzione chi la pratica, chi la predica, chi la giustifica». Per questo ha chiesto alle forze politiche «maggiore responsabile attenzione» per fermare un fenomeno allarmante, «una sorta di rifiuto sdegnato non di condividere ma di ascoltare le opinioni altrui». «Non ci si può sorprendere che ne derivi un clima di reciproca intolleranza, di avversione fanatica che contribuisce a seminare germi di violenza». Gli scontri in Val di Susa da chi contesta la Tav sono per Mattarella un fatto grave e «inammissibile». Per questo, velato richiamo alla sinistra, «non è accettabile alcuna esitazione né circospezione nel condannare e contrastare simili comportamenti aggressivi».

Delmastro, rinviato il voto alla Camera sull’uso delle chat con Caroccia

Il voto sull’utilizzabilità delle chat tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e il ristoratore prestanome del clan Senese Mauro Caroccia, che era atteso oggi a Montecitorio, è stato rinviato nella giunta per le autorizzazioni della Camera, che si riunirà quanto prima. Tale decisione è stata presa perché i membri devono analizzare una lettera inviata dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi, che chiede di autorizzare anche per il diritto alla difesa la visione delle chat.

Il rinvio dopo la lettera del procuratore Lo Voi

Lo voi ha inviato una lettera al presidente della Camera Lorenzo Fontana dopo che il legale di Caroccia, l’avvocato Fabrizio Gallo, ha depositato in procura una memoria con le chat tra Delmastro e il suo assistito, indagato per il caso della Bisteccheria d’Italia, che sta già scontando una condanna definitiva per intestazione fittizia di beni, chiedendone l’acquisizione. Nella lettera, anticipata ieri sera da alcune testate, Lo Voi ha spiegato che l’accesso al contenuto del dispositivo non risponderebbe soltanto a esigenze investigative, ma anche a finalità di garanzia, in quanto permetterebbe di verificare integralmente il materiale presente nel telefono e di confrontarlo con quanto già prodotto dalla difesa.

Assieme alle opposizioni protesta anche Forza Italia

Il rinvio del voto è stato criticato dalle opposizioni: dal Pd al M5s, fino a Avs. Ma anche da Forza Italia. «Il presidente della Camera ha detto di aver ricevuto un’ora prima della riunione dei capigruppo la lettera del procuratore di Roma, peraltro annunciata dalle agenzie già ieri sera. È una procedura anomala, non è possibile riaprire l’istruttoria solo perché la Procura pensa di mandare ulteriori documenti», ha dichiarato il capogruppo azzurro Enrico Costa: «Se noi apriamo un precedente che un’ora prima della votazione, si manda un documento e si blocca l’Aula…».

Un missile da crociera russo è caduto in Polonia

Un missile russo è penetrato nei cieli polacchi durante il massiccio attacco compiuto da Mosca contro l’Ucraina, schiantandosi poi a terra nei pressi di Lublino, in quella che di fatto rappresenta una grave violazione dello spazio aereo della Nato.

La violazione dello spazio aereo e lo schianto

Come ha spiegato il premier Donald Tusk su X, alle 3:40 di notte il Comando operativo delle forze armate polacche ha rilevato «un oggetto non identificato diretto a ovest». A quel punto Varsavia ha fatto decollare un F-16. Il contatto radar è stato però perso pochi minuti dopo, facendo scattare le ricerche nel voivodato di Lublino.

Successivamente un elicottero Mi-24, recatosi nell’ultima posizione dell’oggetto, ha individuato il luogo dello schianto in un’area rurale vicino ai villaggi di Tarnawa-Kolonia e Tokary, a circa 95 chilometri dal confine con la Russia: un cratere dal diametro di circa 10 metri, circondato da detriti. Dato che la Russia ha lanciato missili da crociera Kh-101 durante la notte contro l’Ucraina (facendo almeno 13 morti), è altamente probabile – come sostiene Kyiv – che quello entrato nello spazio aereo della Polonia fosse proprio un razzo di questo tipo.

Il Fienile di Zaia in trattativa per la messa in onda su Mediaset

Luca Zaia è pronto a portare il suo podcast Il Fienile — che in rete conta 110 milioni di utenti unici al mese sui vari social — in televisione, a Mediaset. Lo riporta Repubblica, spiegando che il format potrebbe andare in onda su Rete 4 o su Italia 1. Non c’è ancora nulla di scritto, ma le trattative sarebbero in corso. Se l’ipotesi andasse in porto, la trasmissione verrà impostata stile Maurizio Costanzo show, sostituendo alle balle di fieno dell’ambientazione attuale salotto e poltrone. Lo studio resterà comunque lo stesso, ovvero un capannone della “H Farm” all’interno del campus di Roncade che si allunga per 50 ettari tra l’hinterland di Venezia e il Trevigiano.

Grillo attacca ancora Conte: il video del “sì” a Draghi

Continua l’offensiva social mediatica di Beppe Grillo contro Giuseppe Conte. Dopo il post al vetriolo di mercoledì con cui il co-fondatore del M5s ha accusato la sua creatura di aver «perso la sua identità e la sua diversità» e la replica del presidente pentastellato («Il Movimento ha perso identità? Con tutte le nostre battaglie che stiamo facendo, spesso contro tutti? Lui aveva detto che Draghi è un grillino, fate un po’ voi»), il comico è tornato alla carica contro l’ex premier. Lo ha fatto rispolverando un filmato del 2022 (con la formula “sblocchiamo un ricordo”), in cui si vede Conte affermare: «Nessuno si permetta di dire che il Movimento 5 Stelle dice no Draghi. Il M5s dice sì a Draghi e rafforza il suo sì», difendendo strenuamente la permanenza dell’ex presidente della Bce a Palazzo Chigi.

Le affermazioni di Grillo rievocate da Conte

Replicando all’ex garante del M5s, Conte aveva fatto riferimento a quanto affermato da Grillo il 9 febbraio 2021 dopo un incontro con Mario Draghi, che era stato incaricato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella di formare un nuovo esecutivo a seguito della caduta del governo Conte II. «Mi aspettavo il banchiere di Dio invece è un grillino. Mi ha dato ragione su tutto, era d’accordo su tutti i temi, però aspettiamo un attimo a votare su queste cose. Aspettiamo che pubblicamente dica cosa vuol fare, non ha ancora le idee chiare, poi sarete voi a decidere se mandare a fanculo questo o quell’altro», disse il cofondatore del M5s ai cronisti, sancendo di fatto un avvicinamento tra quella che era nata come una forza anti-sistema e uno dei maggiori simboli viventi dell’establishment europeo. In pratica, secondo Conte, il M5s aveva cambiato la sua identità quando sullo sfondo c’era ancora Grillo.

Webuild lancia un’opa su Trevi da 295 milioni di euro

Il cda di Webuild ha approvato il lancio di un’offerta pubblica di acquisto volontaria sulla totalità delle azioni ordinarie di Trevi Finanziaria Industriale, quotate su Euronext Milan. L’opa si qualificherà come offerta concorrente rispetto all’offerta pubblica di scambio sulle azioni Trevi annunciata da Icop il 28 giugno 2026. Webuild riconoscerà un corrispettivo interamente in contanti di euro 4,50 per ciascuna azione di Trevi portata in adesione all’offerta, corrispondente a una valorizzazione complessiva di Trevi pari a circa 295 milioni di euro, superiore a quella sottesa all’offerta Icop. Il corrispettivo, infatti, incorpora un premio pari al +29,8 per cento rispetto al prezzo di Trevi rilevato alla chiusura del 26 giugno 2026 (ultimo giorno di Borsa aperta anteriore alla data di annuncio al mercato dell’offerta Icop) pari a 3,5 euro.

Le motivazioni dell’offerta

Il successo dell’offerta consentirà al Gruppo Webuild di:

  • valorizzare Trevi come soggetto specializzato capace di accrescere la propria presenza sul mercato nei settori della progettazione e realizzazione di fondazioni speciali e nell’ingegneria del sottosuolo, che rivestono un ruolo critico per i grandi progetti infrastrutturali, core business di Webuild;
  • garantire un maggiore controllo dell’esecuzione — in termini di processo, qualità e rischi di consegna — sul portafoglio ordini del Gruppo, pari a circa 54 miliardi di euro;
  • rafforzare il posizionamento competitivo nelle gare per i grandi progetti complessi e ad alto contenuto geotecnico, differenziandosi attraverso una soluzione integrata end-to-end, più efficiente e competitiva anche in termini di pricing;
  • generare rilevanti sinergie industriali e commerciali, articolate su più direttrici, sia di ricavo sia di costo.

Per Trevi, si legge in un comunicato di Webuild, l’ingresso nel Gruppo aprirebbe un nuovo percorso di crescita per la società, per le sue persone e per il suo know-how. L’azienda manterrebbe la propria identità italiana, con il centro direzionale saldamente radicato in Italia, e conserverebbe il patrimonio di competenze tecniche, progettuali e manageriali al servizio sia dei progetti del Gruppo, sia del mercato terzo. L’appartenenza a uno dei principali operatori mondiali delle grandi infrastrutture, continua la nota, ne amplierebbe il perimetro commerciale e l’accesso a nuove geografie, clienti e gare di maggiore dimensione e complessità, valorizzando l’eccellenza italiana nei mercati internazionali. Complessivamente, Webuild ha identificato un potenziale di sinergie pari a circa 80-90 milioni di euro di Ebitda all’anno a regime, tale da rendere l’operazione accrescitiva sull’Ebitda di Webuild per 150-170 milioni (incluse le sinergie).

Tempistiche e condizioni di efficacia dell’offerta

L’offerta è subordinata al verificarsi di condizioni di efficacia secondo la prassi di mercato, tra cui:

  • l’ottenimento delle autorizzazioni di natura regolamentare da parte delle autorità competenti;
  • il conseguimento da parte di Webuild di una partecipazione almeno pari al 66,7 per cento dei diritti di voto;
  • l’assenza di eventi straordinari che comportino mutamenti significativamente negativi nella situazione di Webuild, di Trevi o del mercato.

L’obiettivo dell’offerta è acquisire l’intero capitale dell’emittente e, ove ricorrano le condizioni, conseguire la revoca delle azioni di Trevi dalla quotazione su Euronext Milan nell’ottica di favorire gli obiettivi di creazione di sinergie tra Webuild e Trevi e di crescita dei due Gruppi. Il periodo di adesione all’offerta – che sarà concordato con Borsa Italiana e avrà una durata compresa tra un minimo di 15 e un massimo di 40 giorni di Borsa aperta, salvo proroga – sarà avviato successivamente alla data di pubblicazione del documento d’offerta. Il perfezionamento dell’opa è previsto nel corso del secondo semestre 2026, subordinatamente all’avveramento delle predette condizioni di efficacia.

Altra notte di duri raid Usa sull’Iran

Il Comando centrale degli Stati Uniti ha annunciato di aver completato una «serie di duri attacchi» contro l’Iran, che hanno colpito «decine di obiettivi del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, tra cui centri di comando militari, installazioni missilistiche e per droni, siti di sorveglianza e difesa costiera e capacità marittime». I raid delle forze Usa, ha sottolineato il Centcom, «sono stati progettati per ridurre ulteriormente le minacce che l’Iran e i suoi alleati rappresentano per le forze statunitensi, la navigazione commerciale e gli Stati vicini del Golfo». Le operazioni militari, iniziate attorno le 2 italiane, sono terminate poco prima delle 5.

I media statali iraniani hanno dato notizia di attacchi sull’isola di Qeshm e sulla città meridionale di Abadan. «Un raid statunitense contro un’abitazione nel quartiere di Chah Tangu a Qeshm ha ucciso tre membri di una famiglia: il padre, la madre e il loro figlio di due anni», ha riferito l’agenzia di stampa iraniana Fars.

L’Iran ha attaccato in Giordania: intercettati cinque missili

Come già accaduto in precedenza, Teheran ha indirizzato missili contro una base americana in Giordania. Il portavoce ufficiale dell’esercito di Amman ha dichiarato che «le difese aeree hanno intercettato cinque missili lanciati dall’Iran e diretti verso il territorio del Regno nelle prime ore di questa mattina», aggiungendo che non ci sono state vittime.

Kuwait, missile iraniano su un’azienda cinese: un morto

Un attacco iraniano ha colpito un edificio di una società cinese nel nord del Kuwait e un lavoratore è rimasto ucciso. Lo ha riferito l’esercito kuwaitiano.

Altra notte di duri raid Usa sull’Iran
Donald Trump (Ansa).

Il piano sottoposto a Trump per due settimane di raid

Secondo il Wall Street Journal l’ammiraglio Brad Cooper, capo del Centcom americano, ha presentato a Donald Trump un piano per 10-14 giorni di intensi attacchi all’Iran per ridurre le sue capacità missilistiche. Axios scrive che il presidente americano, il quale ha dichiarato di voler «finire l’Iran molto presto», ha incontrato il 29 luglio il ministro della Difesa dell’Arabia Saudita – ormai entrata in guerra – che gli ha consegnato un messaggio del principe alla corona Mohammed bin Salman sulla guerra in Iran e l’escalation nella regione.

Altra notte di duri raid Usa sull’Iran
Brad Cooper (Ansa).

Brunori, gli «escursionisti» e il problema dei corrispondenti Rai

La definizione è di quelle che gridano vendetta. Giovan Battista Brunori, corrispondente Rai da Israele, in un servizio ha definito «escursionisti» i coloni israeliani impegnati in una spedizione punitiva contro un villaggio palestinese. Tanto è bastato per ritrovarsi in mezzo a una guerra che di sicuro non aveva scelto di combattere: quella tra le due tifoserie che nel dibattito pubblico si contendono il Medio Oriente a colpi di comunicati e dichiarazioni, ma che lui stesso, con quell’improvvido termine, ha finito per alimentare. 

L’accusa di essere un «escurSIONISTA»

Brunori ha raccontato l’assalto dei coloni armati di Havat Gilad al villaggio palestinese di Tell usando la parola con cui li definisce l’esercito israeliano e, in un attimo, si è ritrovato trasformato nel megafono di Netanyahu. Fino al punto di diventare il protagonista di un anonimo documento intitolato «escurSIONISTA», affisso su una bacheca Rai. Non gli è bastato vivere lì da anni, né l’esperienza accumulata sul campo, come documenta il suo monumentale sito Internet, che avrebbe dovuto suggerirgli almeno una maggiore prudenza. Gli è bastata una parola macroscopicamente sbagliata per diventare il simbolo di una Rai che, a seconda di chi la giudica, è o troppo filoisraeliana o troppo timida nel difendere Israele. 

Brunori, gli «escursionisti» e il  problema dei corrispondenti Rai
Giovan Battista Brunori (Imagoeconomica).

La Rai ha fatto quadrato intorno a Brunori

Il fatto, ripulito dalla logica delle fazioni, è di brutale evidenza: due israeliani morti, quattro palestinesi uccisi, 70 arresti, due moschee bruciate. Chiamare «escursionisti» uomini che assaltano un villaggio armati è un errore professionale che un cronista non dovrebbe concedersi. Brunori avrebbe dovuto correggersi subito, con la stessa rapidità con cui i social gli hanno cucito addosso l’etichetta di sionista. Ma ormai la frittata era fatta e non poteva che provare a rimediare nei servizi successivi, dove il binomio coloni-violenza veniva scandito più volte. La Rai ha scelto invece la linea della trincea: condanna dell’anonimo manifesto, difesa altrettanto netta del proprio corrispondente, mentre il dibattito nel cda replicava quasi automaticamente quello che divide il Paese: pro o contro, senza alcun distinguo. 

Il corrispondente, a differenza dell’inviato, paga il prezzo della familiarità

L’episodio che ha coinvolto Brunori rimanda però a una questione più generale: quale debba essere oggi il ruolo di un corrispondente in un teatro di guerra. Chi vive per anni nello stesso Paese ha bisogno del visto, di continui accrediti e deve mantenere rapporti accettabili con chi governa. Il rischio è che, con il tempo, finisca per assorbire il linguaggio dell’ambiente in cui lavora. Non è necessariamente complicità, è uno dei rischi del mestiere. Chi resta troppo a lungo in un luogo finisce spesso per raccontarlo con gli occhi di chi ci vive più che con quelli di chi lo osserva dall’esterno. L’inviato che arriva, confeziona il servizio e poi riparte conserva il privilegio della distanza. Il corrispondente stabile paga invece il prezzo della familiarità. Nessuno dei due è più onesto dell’altro: sono semplicemente due mestieri diversi che la Rai continua a considerare equivalenti, nonostante basti confrontare il lavoro di due suoi giornalisti come Brunori e Lucia Goracci per capire quanto si possa raccontare la stessa guerra in modo profondamente diverso

Brunori, gli «escursionisti» e il  problema dei corrispondenti Rai
Lucia Goracci (Imagoeconomica).

Il rischio, allora, non è tanto quello di sbagliare una parola, ma un altro. Che il corrispondente, per non complicarsi la vita, finisca per trasformarsi in un compilatore: legge i giornali locali, li confronta con le immagini che arrivano dai circuiti video internazionali e cuce insieme un servizio che non scontenta nessuno, ma non aggiunge nulla a ciò che è già noto. È il prezzo della tranquillità. Ma se il mestiere finisce per ridursi a questo, viene da chiedersi perché la Rai debba mantenere una costosa rete di corrispondenti. Lo stesso prodotto potrebbe uscire ogni sera dagli studi di Saxa Rubra, con una spesa infinitamente inferiore. Il problema è che il giornalismo dovrebbe servire esattamente a evitare questo: raccontare ciò che da una scrivania, a migliaia di chilometri di distanza, non si vede. 

Incendi in Grecia, 8 mila persone evacuate a Creta

Circa 8 mila persone sono state evacuate a causa degli incendi che minacciavano una località turistica sull’isola greca di Creta e che continuano a imperversare, alimentati da forti venti. L’evacuazione è stata condotta via terra dalla località turistica di Agia Galini, affacciata sul mare libico, nella costa meridionale dell’isola. Buona parte dei turisti e dei residenti evacuati è stata trasferita al palazzetto dello sport del Comune di Festo, a Mires, mentre altre centinaia di persone sono state temporaneamente ospitate in un edificio scolastico della zona. I venti, con raffiche che raggiungono i 10-11 gradi Beaufort, non consentono l’impiego di mezzi aerei e l’onere di spegnere l’incendio è quindi ricaduto sulle forze di terra, con circa 190 vigili del fuoco e tutti i mezzi disponibili della Regione. Durante le operazioni di spegnimento, un vigile del fuoco è rimasto ferito ed è stato trasportato in ospedale con ustioni, ma le sue condizioni non sono gravi. Due veicoli dei pompieri sono anche stati distrutti dalle fiamme.

Mps-Banco Bpm, la Consob valuta una possibile manipolazione del mercato

La Consob sta studiando da tempo il caso della governance del Monte dei Paschi di Siena. Lo riporta Il Sole 24 Ore Radiocor citando fonti della Commissione nazionale per le società e la borsa, organo di controllo del mercato finanziario italiano. Un’attività, questa, che prosegue mentre sul mercato i fari restano puntati sulle attività del board di Rocca Salimbeni, in vista di una possibile proposta di fusione con Banco Bpm, e – vista l’opas lanciata da Intesa Sanpaolo – sui possibili riflessi della “passivity rule” che limita le iniziative delle società destinatarie di un’offerta pubblica. E proprio a tal proposito, scrive Adnkronos, la Consob starebbe valutando una potenziale manipolazione del mercato: ogni azione difensiva o negoziazione che possa frustrare un’offerta in corso deve obbligatoriamente passare al vaglio preventivo dell’assemblea dei soci e pertanto le trattative portate avanti in solitaria dai vertici di Siena potrebbero configurare una serie di potenziali illeciti. Come se non bastasse, sono anche previsti vincoli ulteriori per le operazioni che riguardano le parti correlate, proprio come sono Mps e Bpm.

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Mps-Banco Bpm, la Consob valuta una possibile manipolazione del mercato
Logo di Banco Bpm (Imagoeconomica).

La lettera dei quattro consiglieri di minoranza sull’operato di Lavaglio

Non finisce qui. Quattro dei cinque consiglieri di minoranza del cda di Monte dei Paschi di Siena (tutti tranne Corrado Passera) tramite una lettera hanno chiesto conto per punti di una serie di inadempienze attribuite alla gestione dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio. Al centro delle contestazioni le operazioni straordinarie prospettate con Banco Bpm per un’integrazione, la mancata convocazione di una riunione del cda per la nomina dei consiglieri mancanti, le tempistiche di consegna dei documenti al consiglio e la composizione dei comitati endoconsiliari. Da inizio maggio, dopo la decadenza di Carlo Vivaldi e le dimissioni di Fabrizio Palermo, il boad di Mps è composto da 13 membri: la mancata sostituzione dei due consiglieri viene attribuita alla lentezza nella comunicazione da parte del cda alla Banca centrale europea. Tutto fermo sul piano della governance, denunciano i consiglieri di minoranza, mentre di contro è stato incessante il lavoro di Lovaglio per la fusione con Banco Bpm, operazione alternativa all’ops lanciata da Intesa Sanpaolo.

Mps-Banco Bpm, la Consob valuta una possibile manipolazione del mercato
Luigi Lovaglio e Carlo Messina (Imagoeconomica).

Messina sull’ops su Mps: «Siamo fortemente determinati ad andare avanti»

Intanto, in una call con gli analisti sui risultati del primo semestre 2026, il ceo di Intesa Sanpaolo Carlo Messina ha parlato dell’opas lanciata su Mps: «Siamo fortemente determinati ad andare avanti e siamo convinti che sia la migliore opzione per Monte dei Paschi, per gli azionisti e per Intesa Sanpaolo. L’operazione creerà valore senza rischi di integrazione». E poi: «Possiamo creare una situazione normale in termini di governance dell’azienda. È incredibile che l’impresa si trovi in questa situazione, anche in base a quello che è successo negli ultimi mesi. C’è qualcosa che deve esser valutato da parte delle controparti con una solida reputazione che dà agli azionisti di Siena una base solida e un porto sicuro».

Ex Ilva, chi ha davvero spento Taranto?

Il 26 giugno 2026 – 13 giorni prima che i giudici di Milano ordinassero lo spegnimento dell’area a caldo dell’ex Ilva entro 90 giorni – il governo con l’articolo 3 del decreto legge 107 aveva trasferito dal ministero dell’Ambiente al Mimit le risorse dell’impianto di preridotto che DRI d’Italia doveva costruire a Taranto. Il preridotto è il ferro ottenuto senza carbone, il pezzo mancante di qualunque piano di decarbonizzazione dello stabilimento: quei soldi ora servono «per finalità di sostegno alla decarbonizzazione dell’industria siderurgica», via contratti di sviluppo aperti a chiunque, ovunque in Italia. Quanto valgano il decreto non lo dice: 826 milioni per la relazione illustrativa, 726 per quella tecnica.

Ex Ilva, chi ha davvero spento Taranto?
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso (Ansa).

I giudici di Milano hanno solo certificato il decesso

Il preridotto italiano è morto a giugno, per decreto, quando la sentenza ancora non esisteva: la Corte d’appello, a luglio, ha certificato un decesso già firmato. Ecco perché conviene guardare con occhio asciutto lo scampanellio di indignazione di questi giorni. La causa, va detto, non l’ha fatta una procura. L’hanno promossa 11 cittadini di Taranto dell’associazione Genitori Tarantini, con un’azione inibitoria collettiva davanti alla sezione imprese del tribunale civile di Milano, competente perché lì hanno sede le società. In primo grado, a febbraio, avevano già ottenuto lo stop. Il 9 luglio la Corte d’appello ha confermato: l’area a caldo – altiforni, cokeria, acciaieria, cioè dove il minerale diventa ghisa e poi acciaio liquido, ed è dove si concentra l’inquinamento – va spenta entro 90 giorni, e potrà riaccendersi solo dopo la rimozione integrale dell’amianto ancora presente negli impianti e il rientro delle polveri sottili entro limiti di sicurezza. Resta fuori l’area a freddo: i laminatoi, che prendono i semilavorati e li trasformano in lamiere, bobine e tubi, che possono lavorare anche acciaio prodotto altrove.

Ex Ilva, chi ha davvero spento Taranto?
Lo stabilimento dell’ex Ilva visto dai tetti del quartiere Tamburi (Ansa).

Un alibi perfetto per il governo

La decisione è stata comunicata alle parti il 27 luglio, alla vigilia del tavolo a Palazzo Chigi. Tutti gridano, nessuno impugna: Palazzo Chigi «prende atto», Giancarlo Giorgetti dice che «le sentenze sono sentenze, valgono per tutti», l’esecutivo valuta. Quello che ha fatto davvero è nel decreto legge 133 del 27 luglio: 100,5 milioni ad Acciaierie d’Italia che, dice il governo, servono «in attesa del perfezionamento della cessione con riferimento all’area a freddo». Dodici ore dopo la sentenza, negli atti, l’area a caldo non c’è più. E quei milioni esauriscono il tetto di 390 che Bruxelles ha autorizzato a febbraio a condizione che fosse l’ultimo salvataggio del decennio. Da ora il governo può dire – e lo dirà – che nell’area a caldo non può più mettere un euro: non perché non voglia, ma perché l’hanno deciso la Commissione e un giudice. È l’alibi perfetto, ed è arrivato gratis.

Ex Ilva, chi ha davvero spento Taranto?
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Perché Jindal ha confermato il suo interesse?

Poche ore dopo l’ordinanza, il gruppo indiano Jindal ha confermato l’interesse «sia per l’area a freddo sia per l’area a caldo». Un compratore a cui hanno appena spento la fabbrica e dice di volerla comprare lo stesso o è un filantropo, o quella fabbrica non gli serviva. Perché non gli serviva è scritto in una lettera visionata da Lettera43: la firma Venkatesh Jindal, il destinatario è il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro. Lo schema: «Il governo manterrà la proprietà degli impianti di Taranto che realizzano il ciclo industriale sino alla produzione delle bramme» (i lingotti piatti che escono dall’acciaieria e che i laminatoi trasformano in prodotto finito). E il motivo esplicito: «Questo consente di risolvere anche il problema del finanziamento degli oneri per la CO₂», cioè il costo delle quote di emissione, che così resta allo Stato. Jindal compra laminatoi e concessioni portuali, e si impegna a ritirare «fino a 4 milioni di tonnellate di bramme all’anno dagli impianti di proprietà del governo, a prezzi di mercato, per un periodo iniziale di tre anni»: impianti che perdono tra i 50 e i 70 milioni al mese, e che quindi venderebbero sottocosto. Poi la frase che spiega i tre anni: «Dopo il periodo iniziale di tre anni, Jindal integrerà progressivamente le proprie bramme a basse emissioni provenienti dagli stabilimenti in Oman nei laminatoi di Taranto». Tre anni è il tempo di rampa di Duqm, in Oman, dove il gruppo ha avviato un impianto da 5 milioni di tonnellate: nel piano di gara la data è scritta, giugno 2026. La sentenza non toglie a Jindal le bramme, gliele fa arrivare subito invece che fra tre anni, e cancella l’unico obbligo che si era assunto verso l’Italia. Nello stesso piano il compratore chiedeva già di non pagare, allo smantellamento dell’area a caldo, alcun costo di «environmental clean-up, removal of hazardous material»: l’amianto dei cowper (le torri usate nelle acciaierie per riscaldare l’aria prima di mandarla dentro l’altoforno), per iscritto, non è affare suo. E chiedeva contributi pubblici per 2,777 miliardi, che non sono i soldi già spesi in questi anni: sono quelli che lo Stato avrebbe dovuto mettere da qui in avanti, in aggiunta.

Ex Ilva, chi ha davvero spento Taranto?
Sajjan Jindal e Adolfo Urso (Imagoeconomica).

Così si è eliminato un concorrente

E agli altri siderurgici? In pubblico non hanno esultato per la decisione dei giudici: Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, ha parlato di «clamorosa ingiustizia». Ma contano i numeri. Nel 2025 l’Italia ha prodotto 20,7 milioni di tonnellate di acciaio, il 90 per cento da forno elettrico contro una media europea del 46: due soli milioni vengono dal ciclo integrale di Taranto, il 10 per cento della produzione ma il 100 per cento della capacità di fare acciaio primario, quello che nasce dal minerale e non dal rottame. Qui sta il punto. L’autorizzazione ambientale di Taranto consentiva 6 milioni di tonnellate, e tutti i piani in campo, sia quello pubblico sia quello di Jindal, prevedevano di finanziare con soldi dello Stato altrettanta capacità a forno elettrico. Sarebbe stata un’acciaieria sussidiata che produce gli stessi coils dei privati italiani, i quali oggi lavorano da anni sotto la loro capacità installata, e che avrebbe conteso a tutti loro il rottame, di cui l’Italia è importatrice netta per 4-5 milioni di tonnellate l’anno. Quel concorrente adesso non nascerà. Che l’interesse sia reale lo dice un atto formale: a gennaio il Codacons ha depositato all’Antitrust un esposto contro Federacciai, denunciando sul progetto siderurgico di Piombino «il tentativo di tutelare la posizione di vantaggio di poche acciaierie elettriche».

Ex Ilva, chi ha davvero spento Taranto?
Antonio Gozzi (foto Imagoeconomica).

La spesa si sposta dalla produzione alla demolizione

Di questa catena non risponderà nessuno, perché nessuna delle decisioni che l’hanno prodotta porta una firma politica: l’amianto è rimasto nei cowper per una proroga ministeriale e poi per un’autorizzazione firmata da un direttore generale, il preridotto è sparito dentro un omnibus, lo spegnimento l’ha ordinato un giudice. Adolfo Urso, che i commissari li ha nominati nel 2024, nel novembre 2025 dichiarava: «Nessun piano di chiusura, anzi l’esatto contrario», e che «non è previsto alcun ulteriore ricorso alla cassa integrazione». Oggi in cassa ce ne sono 4.450 e l’area a caldo ha 90 giorni di vita. A maggio ricordava che «il dossier è guidato da Palazzo Chigi»: da allora è del capo di gabinetto. Al tavolo non piange nessuno. Il governo si toglie dal bilancio un impianto che brucia fino a 70 milioni al mese e ha l’alibi per non rifinanziarlo. I commissari passano da un ciclo integrale a un cantiere, e la spesa si sposta dalla produzione alla demolizione, che nessuno misura (a Bagnoli, dopo 36 anni, non è ancora finita). Jindal si prepara a prendere laminatoi, porti e mercato europeo senza l’obbligo triennale e senza il conto dell’amianto.

Ex Ilva, chi ha davvero spento Taranto?
L’incontro governo-sindacati sull’ex Ilva (Ansa).

I quattro sconfitti: Taranto, lavoratori, contribuenti e industria italiana

A perdere sono in quattro. Taranto, che dopo 14 anni di decreti resta senza fabbrica e senza bonifica. I lavoratori: 4.450 in cassa integrazione, con i soldi che ne integrano lo stipendio in esaurimento a ottobre, lo stesso mese in cui scadono i 90 giorni. I contribuenti, che ci hanno già messo 3,6 miliardi tra prestiti, ricapitalizzazioni, garanzie e ammortizzatori, e non li rivedranno. E l’industria italiana, che l’acciaio primario dovrà comprarlo fuori: il forno elettrico parte dal rottame, e il rottame si porta dietro rame e stagno che la raffinazione non rimuove, perché il rame è più nobile del ferro e resta in soluzione. Per i prodotti di qualità – la lamiera esposta di un’automobile, gli acciai da imballaggio – serve una quota di carica vergine che diluisca i residui: ghisa o preridotto. Arvedi, a Cremona, ne carica quasi un terzo. In Italia quella ghisa si smette di produrre. Il paradosso lo incarna chi si lamenta più forte. Due settimane fa Antonio Marcegaglia denunciava «un’importazione massiccia di semilavorati e prodotti finiti a un costo più basso del nostro». Ad aprile il suo gruppo ha assegnato a Danieli 450 milioni, dentro un investimento da un miliardo, per costruire a Fos-sur-Mer – in Francia, a preridotto e nucleare – un impianto da oltre 2 milioni di tonnellate di acciaio e fino a 3 di coils: il 75-80 per cento prenderà la strada di Ravenna. Anche i semilavorati che arrivano da fuori, insomma, dipende di chi sono. A conti fatti, quel decreto ha tolto al governo l’unico problema che non sapeva come chiudere. Non è giustizia a orologeria. L’orologio ha suonato con puntualità perfetta, e chi doveva sentirlo era sveglio da un mese. Nessuno pagherà pegno, Urso per primo.

Dodici indagati per gli scontri a Bologna dopo la morte di Fakir

La Procura di Bologna ha aperto un fascicolo con 12 indagati per gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine scoppiati la sera del 20 luglio davanti alla Prefettura, durante la manifestazione organizzata dopo la morte di Abderrahim Fakir, deceduto il giorno prima nel rione Pilastro durante un fermo della polizia. Ipotizzati a vario titolo i reati di resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, travisamento e lesioni. Tra gli indagati anche un 20enne arrestato la sera dei disordini: il giovane era stato fermato in flagranza, poi il giudice ne aveva disposto la scarcerazione applicando il divieto di dimora nell’intera città metropolitana di Bologna. Andrà a processo il 9 settembre.

Banca Generali, primo semestre 2026 da record: utile netto in crescita del 39 per cento

Semestre record per Banca Generali, chiuso con un utile netto e un utile ricorrente ai livelli più elevati di sempre grazie alla leva operativa e ai mercati favorevoli. Nei primi sei mesi dell’anno, il primo dato è stato pari a 278,7 milioni di euro, in crescita del 39 per cento sullo stesso periodo del 2025, mentre il secondo a 291,9 milioni (+15 per cento), sostenuto dalla normalizzazione delle dinamiche operative, dal distintivo posizionamento della banca e da un modello di business diversificato ed ulteriormente rafforzato dalle più recenti
iniziative strategiche. Il margine di intermediazione è salito del 28,4 per cento su base annua a 606,8 milioni di euro, spinto dal contributo di tutte le sue voci, tra cui le commissioni nette ricorrenti (291,9 milioni) e il margine finanziario (189 milioni). Il margine d’interesse è aumentato a 167,4 milioni (+3,5 per cento), trainato dalla spinta dei volumi dei depositi da clientela retail. I primi sei mesi del 2026 hanno visto anche una netta accelerazione della raccolta netta, che ha raggiunto i 4,4 miliardi di euro. Alla luce di questi risultati, Banca Generali ha deciso di rivedere al rialzo i propri obiettivi di crescita puntando a realizzare una raccolta netta per l’anno in corso a circa 7,5 miliardi.

L’ad Mossa: «Miglior semestre della nostra storia»

Queste le dichiarazioni di Gian Maria Mossa, amministratore delegato di Banca Generali: «Chiudiamo il miglior semestre della nostra storia, con una crescita a doppia cifra delle principali voci operative, una raccolta record e masse ai nuovi massimi. Un risultato che conferma la solidità del nostro modello e la capacità di creare valore attraverso la crescita della clientela, l’evoluzione dell’offerta e il continuo rafforzamento della qualità dei ricavi».

Scissione in DSP, la resa dei conti tra Rizzo e Toscano

Tutta colpa di Vannacci. E questa volta non si parla di Lega. L’ex generale ha combinato guai anche in Democrazia Sovrana Popolare, il partito da uno-virgola di Marco Rizzo e Francesco Toscano. La scissione dell’atomo si è consumata pubblicamente domenica scorsa: al congresso romano, l’ex comunista non si è nemmeno presentato. La “mozione” Toscano – classe 79, giornalista e già candidato con DSP alla presidenza della Regione Calabria (dove ha ottenuto l’1,01 per cento) – è passata quasi all’unanimità: niente alleanze di sorta, né con il centrodestra né tantomeno con Futuro Nazionale.

Scissione in DSP, la resa dei conti tra Rizzo e Toscano
Marco Rizzo (Imagoeconomica).

Rizzo assente è finito in minoranza

«All’indomani dello strepitoso successo del Congresso di Democrazia Sovrana Popolare del 26 luglio che ha visto riunirsi a Roma oltre 500 persone provenienti da ogni angolo d’Italia per ribadire una linea politica che conferma le nostre intenzioni iniziali, impreziosito dalla presenza di illustrissimi ospiti italiani e stranieri, arriva la fuga di Marco Rizzo», ha commentato sui social con una certa enfasi Toscano.

Scissione in DSP, la resa dei conti tra Rizzo e Toscano
Francesco Toscano (Imagoeconomica).

«Paventando fantomatici possibili scontri, che sicuramente non fanno parte del nostro ethos, Rizzo riconosce di fatto di non essere in sintonia con il popolo di Democrazia Sovrana Popolare che in questi anni lo ha sostenuto con grandissima generosità e intensità. L’agibilità politica di Rizzo in questi ultimi anni è stata il risultato dell’impegno di una comunità che il 26 luglio ha chiesto di vedere rispettata una linea politica che non cede di fronte all’opportunismo di tipo elettoralistico». Rizzo, che forte del suo “patrimonio mediatico” ha indetto un proprio congresso il 3 e il 4 ottobre, è accusato di aver abbandonato la “comunità” perché finito in minoranza. «Anziché accettare il risultato di un Congresso libero e democratico, che ha volutamente e irresponsabilmente disertato, decide di andare via, una volta resosi conto che non era possibile soffocare la passione e il sentimento della base attraverso un tentativo di colpo di mano partorito e realizzato insieme a quattro amici nel buio di una stanza», continua Toscano. Rizzo dal canto suo ha risposto a distanza pubblicando un nuovo manifesto politico, il suo «programma per l’Italia». Un video istituzionale, quasi quirinalizio, in giacca e cravatta, con stampante e pianta sullo sfondo.

Le accuse reciproche e la tentazione Vannacci

Alla base della rottura, come detto, la figura del generalissimo. Toscano da settimane accusava Rizzo di voler entrare in Futuro Nazionale in modo da garantirsi un seggio alle prossime Politiche, mentre Rizzo denunciava le simpatie del presidente del partito per Alessandro Di Battista e per il movimento Agorà lanciato dal professor Angelo D’Orsi. Insomma un duumviro era più tendente al bruno e l’altro al rosso. Resta da capire chi alla fine di questa tarantella fatta di congressi e veleni la spunterà. Intanto va registrato il passaggio da DSP a FN di Nicolas Gabrielli. Quello che Rizzo definiva «la meglio gioventù» e che da qualche tempo posa orgoglioso con il generalissimo.







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Terna, i risultati del primo semestre 2026: oltre 1,5 miliardi di investimenti

Il consiglio di amministrazione di Terna, riunitosi sotto la presidenza di Stefano Cuzzilla, ha approvato i risultati del primo semestre 2026. Un periodo caratterizzato da un contesto macroeconomico incerto, con tensioni geopolitiche che hanno aumentato la volatilità dei mercati energetici e delle materie prime, rallentato la crescita globale e alimentato pressioni inflazionistiche in Europa. Pur in questo scenario, il Gruppo ha registrato una crescita dei principali indicatori economico-finanziari e, in particolare, ha accelerato gli investimenti a favore della decarbonizzazione, dell’indipendenza energetica e della competitività del Paese.

2,1 miliardi di ricavi, utile netto a 591 milioni

Da gennaio a giugno del 2026, infatti, Terna ha investito oltre 1,58 miliardi di euro, con una crescita del 19,8 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. I ricavi, pari a 2,1 miliardi, hanno registrato un aumento dell’+11,6 per cento rispetto al corrispondente periodo del 2025. Tale risultato è dovuto, in parte, alla crescita delle attività regolate, sostenuta dall’incremento della base asset regolata a seguito delle nuove entrate in esercizio e dell’ampliamento del perimetro di consolidamento dopo l’acquisizione della società Rete 2 a fine settembre 2025. L’Ebitda del primo semestre 2026 si attesta a 1,4 miliardi di euro, in crescita del 7,9 per cento rispetto al dato dei primi sei mesi del 2025. L’Ebit, a valle di ammortamenti e svalutazioni pari a 505,6 milioni di euro, è invece pari a 961,4 milioni di euro (+5,3 per cento). L’utile netto di Gruppo del periodo è pari a 591,2 milioni di euro, in crescita dello 0,6 per cento rispetto al primo semestre del 2025.

L’ad Monti: «Conferma dell’impegno e della solidità del Gruppo»

Queste le dichiarazioni di Pasqualino Monti, amministratore delegato e direttore generale di Terna: «I risultati del primo semestre ribadiscono la solidità di Terna e la capacità del Gruppo di generare valore per il Paese attraverso investimenti, innovazione e competenze distintive, a conferma del nostro ruolo fondamentale di abilitatori della trasformazione energetica e digitale del sistema elettrico. Sono risultati che nascono dall’impegno e dalla professionalità delle nostre persone, il patrimonio più prezioso dell’azienda. In un contesto energetico e tecnologico in rapida evoluzione, continuiamo a investire con determinazione in infrastrutture che consentiranno all’Italia di affrontare con successo le sfide dei prossimi decenni. Stiamo realizzando una rete elettrica sempre più moderna, resiliente e digitale, capace di integrare quote crescenti di energia rinnovabile. In questo modo potremo favorire la riduzione del costo delle bollette per famiglie e imprese, sostenere l’elettrificazione dei consumi e garantire sicurezza, qualità ed efficienza del servizio di trasmissione, supportando l’indipendenza energetica, la crescita e la competitività del Paese».

Calenda a Salvini: «Inetto, ignorante, incapace, impreparato, ipocrita, inadatto, inutile»

«Mi scuso a nome di Azione con Salvini per l’uso di questo termine. È una cosa grave, moralmente sbagliata e anche inutile quando, per descrivere Matteo, si possono usare parole come: inetto, ignorante, incapace, impreparato, ipocrita, inadatto, inutile.. E questi sono solo gli aggettivi che iniziano con la I». Lo ha scritto su X Carlo Calenda, cogliendo la “palla al balzo” di un brutto post di un iscritto ad Azione contro Matteo Salvini per attaccare duramente il segretario della Lega.

Un responsabile provinciale di Azione aveva definito Salvini «handicappato»

«C’è poco da fare, Salvini è un handicappato con l’aggravante di essere un populista e la recidiva di professare il sovranismo. Cambiando l’ordine dei fattori, il risultato non cambia. Lasciamo stare l’operato come ministro». È quanto aveva scritto su X tale Maurizio Bufi, responsabile provinciale organizzazione del di Azione a Terni, commentando un post che criticava il plauso di Salvini al disegno di legge “anti-maranza” («Dalle parole ai fatti. Grazie Lega!»). Il leader del Carroccio aveva a quel punto ripreso il post, commentando: «Comprendo che ci possa essere chi la pensa diversamente da me, chi mi critica anche aspramente, persino chi mi odia. Ma c’è un limite che non dovrebbe essere superato: usare la disabilità come insulto. Quella di questo esponente di Azione non è una caduta di stile, ma una mancanza di rispetto verso milioni di persone. Non chieda scusa a me: chieda scusa a loro e alle loro famiglie».

L’ultima di Infantino: il presidente della Fifa mette in vendita i Mondiali

Non bastavano i recenti scandali, dalla revoca della squalifica di Folarin Balogun al discutibile premio per la pace assegnato a Donald Trump. Ora Gianni Infantino se n’è inventata un’altra: il presidente della Fifa ha infatti messo a punto un progetto per cedere una parte del valore delle Coppe del Mondo (4,2 miliardi di dollari – circa il 20 per cento) a investitori privati, tra cui il fondo Thrive Eternal di Joshua Kushner, fratello di quel Jared genero di Trump.

L’ultima di Infantino: il presidente della Fifa mette in vendita i Mondiali
Gianni Infantino e Donald Trump con la Coppa del Mondo (Ansa).

Fifa Forward Enterprise: il piano di Infantino

A rivelare il progetto di Infantino è stato il Times e poco dopo la Fifa ha confermato l’anticipazione: tutto vero. Il dirigente elvetico intende creare una holding commerciale valutata 20 miliardi di dollari, denominata Fifa Forward Enterprise (Ffe), destinata a gestire in esclusiva i diritti e la macchina organizzativa di Coppa del Mondo e Mondiale per Club: diritti televisivi, sponsorizzazioni, licensing, biglietteria, hospitality ed eventi. Gli investitori privati, di fatto, saranno comproprietari dei grandi eventi Fifa e per massimizzare i dividendi sarà indispensabile aumentare ulteriormente il numero della Nazionali partecipanti alla fase finale dei Mondiali e rendere più frequenti i tornei (organizzandoli magari ogni due anni). Secondo il Financial Times, l’operazione è seguita da JP Morgan e da Greg Maffei, ovvero l’ex ceo di Liberty Media che ha trasformato la Formula 1 in uno dei prodotti sportivi più redditizi al mondo. Il Times scrive che Infantino, destinato al ruolo di amministratore delegato di Ffe al termine dell’incarico da presidente Fifa, si “auto-elargirebbe” uno stipendio da oltre 60 milioni di dollari. Da parte sua, la Fifa ha spiegato che si tratta di un progetto «per liberare il potenziale commerciale del calcio».

L’Uefa minaccia di boicottare i Mondiali del 2030

Secondo il giornalista investigativo Romain Molina, Infantino ha inviato una lettera ai presidenti delle 211 federazioni affiliate alla Fifa, chiedendo di esprimere entro il 19 settembre il proprio sostegno al suo progetto, che è già stato bocciato dall’Uefa. «L’anima e la governance del calcio non sono beni da mettere sul mercato, tanto più in assenza totale di trasparenza su chi ne trarrebbe vantaggi economici»., ha dichiarato in una nota l’organo di governo del pallone europeo, secondo cui il piano di Infantino «oltrepassa un limite che le istituzioni di governo del calcio non dovrebbero mai superare». L’Uefa sta accelerando i tempi per convocare una riunione d’emergenza delle sue 55 federazioni affiliate: tra le ipotesi sul tavolo pure il potenziale boicottaggio dei Mondiali 2030, secondo quanto riporta Espn. Come l’Uefa, ha espresso preoccupazione anche la Concacaf, ossia l’organo di controllo del calcio del Nordamerica, Centroamerica e dei Caraibi.

L’ultima di Infantino: il presidente della Fifa mette in vendita i Mondiali
Gianni Infantino (Ansa).

Il caso ha agitato anche Bruxelles. «Giù le mani dal nostro sport», ha dichiarato Glenn Micaleff, commissario allo Sport dell’Ue: «Nei limiti dei poteri conferitile dai Trattati, la Commissione europea esaminerà queste proposte con la massima attenzione per valutare il rispetto delle norme sulla concorrenza». Micaleff ha poi affermato che «diventa particolarmente preoccupante il caso in cui i poteri regolamentari della Fifa si allineano con gli interessi finanziari di entità private, quando il valore degli investimenti dipende dalle decisioni prese dalla Fifa. Questo solleva profondi interrogativi in merito a governance, indipendenza e conflitti di interesse». Anche la federcalcio francese ha già espresso forti perplessità sull’iniziativa. Unendosi alle critiche di Fifa e Ue, il nuovo premier britannico Andy Burnham ha dichiarato: «Il calcio non appartiene agli investitori. Appartiene alle persone che riempiono gli spalti e che stanno a bordo campo settimana dopo settimana, con la pioggia o con il sole».

Poste italiane, record di pacchi consegnati nel primo semestre 2026

Sei mesi da primato per la logistica di Poste italiane, che da gennaio a giugno 2026 ha consegnato la cifra record di 179 milioni di pacchi, segnando una crescita anno su anno del 12,5 per cento. Aumenta anche il numero di pacchi recapitati dai portalettere, pari a 81 milioni (+22,6 per cento rispetto al primo semestre 2025). Un dato che cresce trimestre dopo trimestre. Tra aprile e giugno, infatti, i portalettere di Poste Italiane hanno effettuato quasi la metà delle consegne totali in tutto il Paese. Un risultato che riflette il nuovo assetto della logistica avviato con la nascita della nuova rete corriere a gestione diretta che potrà contare, grazie ad un nuovo accordo sindacale, su un modello di distribuzione a zone capace di garantire maggiore flessibilità ed efficienza per milioni di clienti.

Continua l’impegno green del Gruppo

Portalettere, dunque, sempre più centrali nella logistica di Poste italiane legata all’e-commerce, secondo una strategia ogni giorno più green costruita su una flotta di 30 mila veicoli a basse emissioni, 6.200 dei quali full green. Nell’ottica di avere consegne sempre più sostenibili, prosegue anche lo sviluppo del progetto Green delivery, che offre ai clienti una gran varietà di punti di ritiro. La rete dei circa 12.700 uffici postali a cui si aggiungono i circa 20 mila punti, tra Rete Punto poste e Locker, offre una nuova soluzione flessibile che, accentrando la consegna, permette una consistente riduzione delle emissioni di Co2. Una soluzione, questa, che gode del doppio vantaggio di rispondere alla domanda di consegne flessibili e alle esigenze di tutela dell’ambiente.

Fincantieri, i risultati del primo semestre 2026: utile netto a 102 milioni

Il consiglio di amministrazione di Fincantieri, riunitosi sotto la presidenza di Biagio Mazzotta, ha approvato i risultati del primo semestre 2026. Il periodo si è chiuso con un balzo dell’utile netto a 102 milioni, circa tre volte superiore al dato del primo semestre 2025 pari a 35 milioni. Questa performance consente al Gruppo di avvicinarsi già a fine giugno all’utile netto record registrato nell’intero esercizio 2025, pari a 117 milioni di euro.

Ebitda a 350 milioni

Il risultato riflette l’andamento positivo del business e una forte espansione dei margini. Al 30 giugno 2026, i ricavi risultano stabili su base annua a circa 4,6 miliardi di euro, registrando al contempo una significativa accelerazione nel secondo trimestre, coerente con il previsto incremento dei volumi di produzione per lo sviluppo del backlog già acquisito. L’Ebitda ha raggiunto 350 milioni di euro, in aumento del 12,5 per cento rispetto al primo semestre 2025, con un Ebitda margin del 7,6 per cento, in crescita di circa 0,8 punti percentuali rispetto al periodo corrispondente del 2025.

Folgiero: «Numeri che testimoniano l’efficacia del percorso intrapreso»

Queste le dichiarazioni di Pierroberto Folgiero, amministratore delegato e direttore generale di Fincantieri: «I risultati del primo semestre 2026 confermano che la crescita del Gruppo è sempre più accompagnata da una forte espansione della redditività e della capacità di generare valore. L’utile netto, quasi triplicato rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, testimonia l’efficacia del percorso intrapreso e la nostra capacità di tradurre la profonda visibilità del portafoglio ordini in risultati concreti. Il contributo sempre più rilevante del business Underwater, insieme al costante rafforzamento delle attività che rappresentano il cuore del Gruppo, sta rendendo il nostro profilo industriale ancora più solido, equilibrato e distintivo. Con un backlog di 74 miliardi e una visibilità sulle consegne estesa fino al 2039, possiamo guardare ai prossimi anni facendo leva su una piattaforma industriale e commerciale di assoluta solidità».

L’ultima sberla di Grillo a Conte, Salvini giallorosso e le altre pillole del giorno

«Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni». Beppe Grillo esce dal cono d’ombra in cui si era rintanato e torna a bastonare la sua ex creatura. Dal pulpito del suo blog, con un post dal titolo “Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni”, lancia il solito anatema: «Il Movimento 5 stelle ha perso la sua identità, soprattutto ha perso la sua “diversità”. Osservare la trasformazione antropologica dei suoi protagonisti serve a poco, è il solito film, il nuovo che diventa vecchio, i rivoluzionari che scoprono i palazzi e le intenzioni che lastricano la strada per l’inferno, con tanto di pedaggio». Eppure, continua il co-fondatore del M5s, «qualcosa deve essere ricordato, il MoVimento era nato da un sentimento popolare che continua a esistere, anche se chi avrebbe dovuto rappresentarlo ha smesso di ascoltarlo…». E via a elencare le battaglie stellari che furono: reddito di cittadinanza, limite dei due mandati, democrazia diretta e transizione ecologica. Insomma, «Il M5s doveva cambiare la politica ma la politica ha cambiato il Movimento», scrive Grillo. «Doveva ascoltare i cittadini e ha cominciato ad ascoltare i sondaggi. Doveva occuparsi del futuro e ha finito per occuparsi delle poltrone». «Ma le domande non sono scomparse», conclude Grillo, «sono ancora fuori dai palazzi e aspettano qualcuno che provi a rispondere…».

Un appello grillino in purezza che però non è riuscito a “far rivedere le stelle” agli elettori delusi del Movimento, almeno sui social dove molti gli rinfacciano la fiducia al governo Draghi. A ben guardare, però, qualcuno ha risposto al j’accuse: sempre lui, Andrea Stroppa, il Musk Alfa italiano, che su X ha lanciato i suoi due cent, giusto per agitare le acque: «Casaleggio, con tutti i suoi limiti – spesso tecnologici – ha creato il Movimento 5 stelle, una potente innovazione portata al grande pubblico da Grillo e tradita da disgraziati. Sarebbe giusto che il Movimento tornasse al co-fondatore e che si ripartisse dall’idea originaria». Tutto fa brodo, per rompere le uova nel paniere del campo largo.

Infine fa pensare la tempistica dell’ultima sberla rifilata da Beppe all’avvocato del popolo. Solo pochi giorni fa, l’ex pasionario cinque stelle Alessandro Di Battista, ora scrittore-attivista politico-commentatore tv e reporter, ha infatti rimediato un primo flop: la raccolta firme lanciata dall’associazione Schierarsi contro il finanziamento pubblico ai giornali è terminata il 26 luglio a quota 264.734 sottoscrizioni online che sommate a quelle raccolte ai banchetti arrivano a circa 370 mila, dunque sotto le 500 mila necessarie per indire un referendum. Una doccia fredda sulle (presunte) ambizioni di tornare in campo in funzione anti Pd e anti-Conte.

L’ultima sberla di Grillo a Conte, Salvini giallorosso e le altre pillole del giorno
Alessandro Di Battista (Imagoeconomica).

L’ultimo Stadio di Matteo

«Matteo Salvini è all’ultimo stadio. Quello della Roma», scherzano i tifosi giallorossi. E pure i leghisti duri e puri. Sì, perché fa discutere molto nella Capitale l’intervento del capo (?) della Lega, che in qualità di ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ha partecipato alla conferenza dei servizi dedicata al nuovo stadio della Roma Calcio. Il tentativo, forse, di mettere il cappello sul lavoro che da anni portano avanti l’As Roma e il Campidoglio. Ma cosa ha detto Salvini? «È l’inizio di un percorso: come ministero delle Infrastrutture siamo determinati a rispettare i tempi e i costi. Con Fs ci mettiamo un investimento di 35 milioni di euro per rendere più moderna e sicura la stazione Tiburtina che sarà di riferimento per i tifosi che andranno allo stadio». Con l’obiettivo di «avere per il quartiere una infrastruttura moderna e integrata con il territorio, che sia vissuta 365 giorni all’anno». Dopo l’affossamento del Ponte sullo stretto di Messina, a Salvini conviene aggrapparsi al nuovo stadio della Roma. Poi però non deve lamentarsi se dalle regioni del Nord, con in prima fila il governatore della Lombardia Attilio Fontana, arrivano attacchi pesantissimi…

L’ultima sberla di Grillo a Conte, Salvini giallorosso e le altre pillole del giorno
Matteo Salvini e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca (Ansa).

Sinner che fa? Inaugura le navi da crociera

«Jannik Sinner gioca a tennis solo quando vuole lui», spifferano i maligni al Coni. Partecipa ai tornei che rendono di più, sempre con un occhio alla classifica per restare il tennista numero uno al mondo, quando è in vacanza in Sardegna va a fare acquisti nei discount ma non dimentica il business, per esempio, inaugurando navi da crociera. Eccolo così a bordo del Mediterranean Prelude Journey, ovvero l’anteprima di viaggio della Explora III, la nuova ammiraglia extralusso di Explora Journeys, brand di eccellenza del gruppo Msc di Gianluigi Aponte. Salpata qualche giorno fa dal porto di Genova alla presenza dell’immancabile sindaca Silvia Salis, l’Explora III ha avuto come madrina Lorella Cuccarini mentre Maya D’Aponte ha rotto la classica bottiglia sullo scafo. Gli ospiti hanno avuto un accesso in anteprima a “In balance: a Jannik Sinner ocean wellness programme”, una nuova proposta wellness distintiva sviluppata in collaborazione con Explora Journeys. Non solo: il campione ha inaugurato il campo da padel a bordo di Explora. Senza dimenticare la promozione di “Jannik Sinner Foundation”, per raccogliere fondi destinati ad attività di educazione alla tutela marina per bambini nelle comunità del Mediterraneo.

C’era una volta Gianni Battistoni

Era il «re di via Condotti», Gianni Battistoni: nel suo negozio arrivavano vip di ogni tipo, capeggiati da Gianni Letta, e a metà dicembre la presentazione del suo calendario obbligava a disporre un servizio di security in grande stile. Scomparso il fondatore nel 2024, la società che porta il suo nome è in concordato preventivo in continuità aziendale, disposto dal tribunale di Roma. Il brand di alta sartoria maschile ha sempre il suo fascino, ma come spesso accade, «con l’addio del suo inventore diventano inevitabili i processi di ristrutturazione aziendale», spiffera un vecchio amico, e storico cliente, di Gianni Battistoni.