Università e campagna elettorale, la sfida del gap formativo nell’era dell’IA

La prossima campagna elettorale riaccenderà inevitabilmente i riflettori sul futuro dell’università e dell’istruzione superiore. Un dibattito che per anni si è trascinato tra promesse di maggiori finanziamenti, contrapposizioni ideologiche e discussioni sulla governance degli atenei, ma che ora urge affrontare in maniera profonda. Il contesto, tra transizione digitale e intelligenza artificiale che permea sempre più settori, impone infatti al sistema universitario una revisione sostanziale, perché i ritardi nella formazione rischiano di trasformarsi in un problema di competitività per l’intero Paese.

Italia in ritardo rispetto all’Europa

In Italia, infatti, secondo i dati del report Percorsi digitali della popolazione italiana: evoluzione, sfide e obiettivi europei dell’Istat, solo il 45,9 per cento della popolazione possiede competenze digitali di base – percentuale che scende a 36,1 nel Mezzogiorno a fronte del 51,3% del Nord. Numeri che collocano il nostro Paese al 22° posto in Europa (dove la media è di 55,5 per cento), con una distanza di oltre sei punti percentuali dalla Germania, 14 punti dalla Francia e ben 20 punti dalla Spagna. Sul fronte delle risorse, secondo l’ultimo Education at a Glance dell’Ocse, l’Italia destina all’istruzione, dalla primaria all’università, il 3,9 per cento del Pil, contro il 4,7 della media dei Paesi Ocse. Sul fronte del lavoro, il divario si traduce già in una carenza di competenze che rischia di frenare la capacità delle imprese di affrontare la trasformazione tecnologica. Una quota significativa di aziende italiane fatica infatti a trovare personale con la preparazione necessaria, e la carenza di figure preparate rappresenta uno degli ostacoli principali all’adozione, per esempio, dell’intelligenza artificiale. Il problema è quindi anche quello di un disallineamento tra domanda e offerta di lavoro che, secondo le stime di Unioncamere e Anpal, arriva a costare all’economia italiana circa il 2,5 per cento del Pil ogni anno. Un quadro che rende non più rinviabile un intervento sul sistema universitario, chiamato a rispondere a trasformazioni ormai strutturali. Tre, in particolare, le questioni da affrontare.

La sfida per un’università più accessibile…

Il primo nodo riguarda l’accesso all’istruzione superiore. L’università continua a essere costruita soprattutto intorno al modello dello studente che, terminata la scuola secondaria di secondo grado, si dedica agli studi e segue un percorso lineare fino alla laurea. Ma la platea reale è molto più ampia: studenti lavoratori, adulti che devono aggiornare le proprie competenze, persone che vivono nelle aree interne e non possono permettersi i costi ormai proibitivi degli alloggi nelle città. In questo scenario, la formazione digitale può diventare uno strumento di accesso agli studi anche per quella fascia di popolazione che altrimenti non avrebbe possibilità di frequentare l’università. Un percorso complementare a quello degli atenei tradizionali, non soltanto per superare le distanze territoriali, ma anche perché offre una risposta concreta alle esigenze ormai cambiate di chi desidera proseguire il proprio percorso di studi.

…che vada oltre la platea dei giovani usciti dalle scuole

Il secondo fronte è quello della formazione permanente. L’inverno demografico ridurrà progressivamente il numero di giovani in ingresso all’università, mentre una quota crescente della popolazione dovrà aggiornare le proprie competenze nel corso della vita lavorativa. L’università dovrà quindi rivolgersi sempre meno soltanto a chi ha 19 anni e sempre più anche agli adulti. Servono percorsi flessibili e compatibili con il lavoro, sostenuti a livello governativo da strumenti come voucher individuali, crediti formativi e incentivi alle imprese sperimentati in Paesi come Corea del Sud, Germania e Spagna.

Il nodo della valutazione

C’è infine il tema della didattica. L’intelligenza artificiale sta mettendo in discussione un modello di valutazione basato soprattutto sulla verifica delle conoscenze. Secondo la Global Survey 2026 del Digital education council, soltanto il 28 per cento degli studenti ritiene che la maggior parte degli esami universitari misuri adeguatamente le competenze richieste dal lavoro nell’era dell’IA. Il problema non è necessariamente abolire l’esame tradizionale, ma chiedersi cosa debba misurare. Ragionamento, capacità di risolvere problemi, pensiero critico, verifica delle informazioni e capacità di utilizzare consapevolmente gli strumenti di intelligenza artificiale potrebbero diventare più importanti della semplice memorizzazione.

Un ripensamento per formare i lavoratori del domani

La sfida della prossima legislatura, dunque, non sarà soltanto decidere quanto investire nell’università, ma ripensare a chi deve servire e quale funzione debba svolgere. In un Paese destinato ad avere meno giovani, più lavoratori anziani e un mercato del lavoro trasformato dalla transizione digitale, il vero rischio è non riuscire a formare abbastanza persone con le competenze che serviranno nel prossimo futuro.

Il governo abolisce il bollo, ma non per tutte le auto: le cose da sapere

Ne aveva parlato Antonio Tajani e alla fine è arrivata: in Consiglio dei ministri è approdata l’abolizione del bollo auto, almeno per quelle di piccola e media potenza, in gran parte utilizzate dalle famiglie per gli spostamenti quotidiani. La misura, che verrà applicata «ai versamenti della tassa automobilistica il cui termine ordinario di pagamento cade nel periodo compreso tra il 1 gennaio e il 31 dicembre 2027», riguarderà il 70 per cento di tutte le automobili e tutti i motocicli, per un totale di circa 14 milioni e mezzo di veicoli. Ogni cittadino avrà diritto a una sola agevolazione. «Oggi il Governo cancella una delle tasse più odiate dagli italiani», ha commentato Giorgia Meloni. La misura comporterà un minor gettito per 2,29 miliardi.

Tajani: «Le esenzioni dal bollo auto sono solo l’inizio»

«Oggi aboliamo il bollo auto, una tassa ingiusta e insopportabile, a cominciare dalle automobili e dai motorini con cui si muovono ogni giorno le famiglie. Era una ferma e pressante richiesta di Forza Italia che l’esecutivo ha accolto e fatto propria». Lo ha scritto sui social Antonio Tajani, vicepremier e segretario azzurro: «Una misura coerente con la nostra visione liberale fin dalla fondazione del movimento azzurro e dalle battaglie di Silvio Berlusconi “meno tasse per tutti”, quelle che hanno portato fra l’altro all’abolizione dell’Imu sulla prima casa. Le esenzioni dal bollo auto sono solo l’inizio».

Ex Ilva, l’indotto sospende i licenziamenti fino alla sentenza della Cassazione

Aigi e Aepi intendono sospendere i 2.500 licenziamenti dell’indotto dell’ex Ilva di Taranto almeno fino alla sentenza della Cassazione sul ricorso presentato dai commissari straordinari contro il decreto della Corte d’Appello di Milano che ha disposto la chiusura dell’area a caldo. L’udienza sul ricorso è stata fissata per il 20 ottobre, decisione che ha portato governo e sindacati a riaggiornare il tavolo.

I sindacati: «Intendiamo dare corso positivo all’invito del governo»

«Intendiamo dare corso positivo all’invito del governo alla sospensione dei licenziamenti nell’indotto almeno fino alla sentenza della Cassazione», ha detto Nicola Convertino, presidente di Aigi, ovvero l’associazione delle imprese dell’indotto dell’ex Ilva. Mino Dinoi, presidente della Confederazione Aepi (sindacato datoriale per imprese, professioni e terzo settore) ha detto: «Ulteriore atto di responsabilità da parte nostra, perché comprendiamo che la situazione è difficile».

La data dell’udienza è stata resa nota durante l’incontro a Palazzo Chigi

La notizia dell’udienza fissata per il 20 ottobre è arrivata durante l’incontro sindacati-governo a Palazzo Chigi. Di conseguenza, il governo ha chiesto alle organizzazioni sindacali di riaggiornare il tavolo. Il decreto legge con le misure a tutela dei lavoratori – che il governo avrebbe approvato oggi nel Consiglio dei ministri – sarà discusso «quando il quadro generale sarà più chiaro», hanno spiegato fonti dell’esecutivo.

Commissione Vigilanza Rai, ultimatum di La Russa

«Sulla Vigilanza Rai, oggi ho comunicato che sono scaduti i termini. Tuttavia ho dato altri 6-7 giorni fino a martedì. Mercoledì provvederò, come è mio dovere, a nominare i componenti dei gruppi che non fossero pervenuti, partendo dal dato apicale e scendendo per i rami». Lo ha detto Ignazio La Russa, al termine della conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama. «Se per caso si dimettessero anche quelli e se nel frattempo gli altri gruppi mi daranno i nomi, la commissione può funzionare fino a nuova fase. Può funzionare lo stesso», ha aggiunto il presidente del Senato: «Adesso non sono rimasti in carica perché si sono dimessi tutti. Invece se poi rimane in carica una parte, si va avanti ovviamente se c’è il numero legale».

Commissione Vigilanza Rai, ultimatum di La Russa
Francesco Boccia (Imagoeconomica).

La replica delle opposizioni a La Russa

Francesco Boccia, presidente dei senatori del Pd, ha dichiarato che le opposizioni non accetterebbero i nomi eventualmente indicati da La Russa: «Quello che ci preoccupa di più è il tentativo di forzatura sulle nomine legate alla commissione di Vigilanza Rai. È vero che sono scaduti i termini, ma è bene che restino scaduti perché, come abbiamo detto nella conferenza dei capigruppo, quelle dimissioni in blocco dell’opposizione sono arrivate perché la maggioranza per due anni ha preso in ostaggio la commissione non consentendole di operare». Boccia ha poi inviato il ministro Giancarlo Giorgetti a «smettere di tenere in ostaggio il Media Freedom Act forse per paura di non continuare a lottizzare a Rai, come ha fatto in compagnia di Palazzo Chigi in questi tre anni».

Commissione Vigilanza Rai, ultimatum di La Russa
Barbara Floridia (Imagoeconomica).

Le dimissioni in blocco del 2 luglio

La commissione parlamentare bicamerale è stata azzerata il 2 luglio. Nella stessa giornata erano arrivate prima le dimissioni della presidente Barbara Floridia, che aveva denunciato un organo di garanzia «tenuto in ostaggio da chi governa», e di tutti i membri dell’opposizione. A stretto giro era poi arrivato il passo indietro dei rappresentanti delle forze di governo, ma con motivazioni opposte: deputati e senatori della maggioranza avevano infatti parlato di una commissione di Vigilanza Rai «occupata, sequestrata e strumentalizzata in maniera irresponsabile dalla sinistra». Successivamente, le opposizioni avevano annunciato il rifiuto di indicare i nuovi componenti, così come invece esplicitamente richiesto con una lettera da La Russa e Lorenzo Fontana, presidenti di Senato e Camera, inviata rispettivamente ai capigruppo di Palazzo Madama e Montecitorio.

La guerra di FdI a Bertolaso in Lombardia e le altre pillole del giorno

Tira aria pesante in Regione Lombardia. Non stupisce, certo. Ma le fibrillazioni tra alleati si sono fatte più intense. Il nodo del contendere è sempre lui: Guido Bertolaso, assessore al Welfare, legatissimo ad Attilio Fontana e mai digerito da Fratelli d’Italia. Da questa estate tiene banco lo scontro sul piano nomine presentato da Bertolaso: sostituire al Niguarda il pensionando Alberto Zoli, che ha già presentato le dimissioni, con il numero uno della Direzione regionale Welfare Mario Melazzini, il quale a sua volta lascerebbe la poltrona all’attuale dirigente dell’Asst Fatebenefratelli-Sacco Maria Grazia Colombo, molto stimata dall’assessore. Nella riunione di Giunta di lunedì 14 settembre, invece di trovare la quadra, si è aggiunto il caso del Pio Albergo Trivulzio, con FdI schierata contro la proroga di Francesco Paolo Tronca. L’ennesimo no che ha irritato – per usare un eufemismo – Fontana, il quale ha lasciato l’aula sbattendo la porta e convocando in separata sede gli assessori leghisti.

La guerra di FdI a Bertolaso in Lombardia e le altre pillole del giorno
Attilio Fontana con Guido Bertolaso (Imagoeconomica).

In realtà i meloniani punterebbero a rimandare ogni decisione a dicembre, quando, alla scadenza dei manager di tutte le Asst e Ats, contano di fare man bassa di poltrone. Non bastasse, martedì si è aperto un nuovo fronte. In Consiglio regionale Bertolaso è stato chiamato a rispondere a un’interrogazione del meloniano Matteo Forte sul fine vita e sul suicidio assistito di Domenico Zuccarella: Romano La Russa ha chiesto il ritiro delle linee della Regione volute proprio da Bertolaso. Insomma, ogni occasione è buona per picconare l’assessore che già nel 2025 FdI aveva tentato di “commissariare”, provocando un mezzo terremoto.

La guerra di FdI a Bertolaso in Lombardia e le altre pillole del giorno
Ignazio e Romano La Russa (foto Imagoeconomica).

Ora ci risiamo: Bertolaso, poco avvezzo alla diplomazia politica e all’arte del compromesso, potrebbe persino arrivare a lasciare l’incarico. Una delega su cui FdI da tempo ha puntato gli occhi, ma alla quale difficilmente la Lega rinuncerebbe. E Fontana? Il governatore, dopo le critiche a Matteo Salvini ricucite solo per metà, è in una posizione delicata all’interno del partito. E forse agli occhi di FdI non è più intoccabile, tanto che c’è il sospetto che il pressing dei meloniani lombardi sia stato in qualche modo sdoganato da via della Scrofa. Anche il presidente della Regione verso l’addio? Sarebbe quasi un unicum visto che l’unico governatore lombardo a dimettersi è stato Roberto Formigoni nel 2013, però lo scenario non era certo paragonabile a quello attuale.

La guerra di FdI a Bertolaso in Lombardia e le altre pillole del giorno
Attilio Fontana (Ansa).

Tentare di sfiduciare Fontana, poi, non sarebbe una mossa molto furba. Il partito di Meloni, stando all’accordo stretto con la Lega, esprimerà il candidato governatore del centrodestra, e la responsabilità di aver causato la caduta della Giunta si potrebbe ripercuotere anche sulle Politiche 2027, senza contare che alle prossime Comunali di Milano, Roma e Napoli il centrodestra rischia di perdere. E quindi? I più realisti prevedono che da qui a fine consiliatura, nel 2028, sarà una lenta agonia, salvo sorprese ovviamente. Un po’ come sta accadendo nella Lega…

Per Meloni comincia “Fenix. Il tempo del coraggio”

Il 16 settembre a Roma, all’Eur, comincia “Fenix. Il tempo del coraggio”, kermesse cara a Gioventù Nazionale che sarà chiusa domenica da Giorgia Meloni. L’elenco dei partecipanti è chilometrico: Francesco Rocca, presidente Regione Lazio, Marina Calderone, ministra del Lavoro e delle politiche sociali, Tommaso Foti, ministro per gli Affari europei, il Pnrr e le politiche di coesione, Gianfranco Fini, ex presidente della Camera, Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, il renziano Roberto Giachetti, Ignazio La Russa, presidente del Senato intervistato da Peter Gomez. Fenix sarà anche l’occasione per presentare Senza maschera di Tommaso Longobardi (che ha da poco lasciato la comunicazione social di Meloni per impegnarsi, si dice, nella campagna elettorale) e The Italian dream di Alexander Ross. Da popcorn l’incontro “L’anticomunismo e la violenza antifascista dagli Anni 70 a oggi” con Franco Cardini, Giampiero Mughini, Gennaro Sangiuliano e Francesco Storace.

Urso e il passo più lungo della Gamma

La nuova Lancia Gamma arriva da Adolfo Urso, in via Veneto. Al Mimit l’appuntamento era fissato per le 17 di mercoledì 16 settembre, ma poi è stato repentinamente anticipato di un paio d’ore. L’auto prodotta a Melfi, secondo quanto dicono a Stellantis, dovrebbe partecipare alle prossime gare di acquisto della pubblica amministrazione, e la visita romana del gruppo guidato da John Elkann servirebbe anche a questo.

Lettera di contestazione della Rai a Ranucci: «Violate norme interne»

La Rai ha inviato a Sigfrido Ranucci una lettera di contestazione per la vicenda dei rapporti con Valter Lavitola, che può portare all’apertura di procedimento disciplinare. Il giornalista ha cinque giorni per rispondere. L’invio della missiva sarebbe avvenuto a seguito della relazione del Comitato Etico, dalla quale, secondo l’azienda, emergerebbero profili rilevanti dal punto di vista disciplinare relativi alla condotta personale del giornalista, che avrebbe violato norme interne. Il procedimento potrebbe portare a un richiamo, una sospensione e in extremis al licenziamento. A confermare la ricezione della lettera è stato Roberto De Vita, legale di Ranucci: «Ieri mattina alle 10.39 abbiamo depositato il ricorso a tutela di Sigfrido Ranucci e subito dopo, alle 18.41, è arrivata una pec della Rai con contestazioni disciplinari. Nemmeno il tempo di consentire al giudice del lavoro di valutare, in via d’urgenza, la legittimità del provvedimento del 28 agosto, che già se ne aggiunge un altro. Un tempismo irrequieto».

L’ex presidente kosovaro Thaçi condannato a 25 anni per crimini di guerra

Hashim Thaçi, ex comandante dell’Esercito di liberazione del Kosovo e successivamente presidente del Paese balcanico, è stato condannato in primo grado a 25 anni di carcere dalla Corte penale internazionale dell’Aia, che lo ha ritenuto penalmente responsabile di crimini di guerra commessi durante la violenta separazione dalla Serbia, avvenuta tra il 1998 e il 1999, che in cui ci furono eccidi compiuti da entrambe le parti.

L’ex presidente kosovaro Thaçi condannato a 25 anni per crimini di guerra
Hashim Thaçi nel 1999 (Ansa).

Thaçi si era consegnato il 5 novembre 2020

Secondo i giudici dell’Aia, Thaçi «era a conoscenza» dei crimini commessi dai miliziani dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uck), resosi responsabili di arresti arbitrari, maltrattamenti, torture e omicidi e violenza contro coloro che erano considerati avversari. Thaçi, direttore politico dell’Uck dal 1994 al 1999 e presidente del Kosovo dal 7 aprile 2016 al 5 novembre 2020, giorno in cui si dimise per essere arrestato e processato, avrebbe anche partecipato ad alcuni dei crimini commessi contro gli oppositori interni e gli albanesi collaborazionisti dei serbi.

L’ex presidente kosovaro Thaçi condannato a 25 anni per crimini di guerra
Sostenitori degli ex leader dell’Uck a processo all’Aia (Ansa).

I pubblici ministeri avevano chiesto 45 anni

Alla sbarra c’erano anche altri tre ex capi dell’Uck, appoggiato dalla Nato durante il conflitto: Jakup Krasniqi, condannato come Thaçi a 25 anni, Kadri Veseli (18 anni) e Rexhem Selimi (13 anni). I pubblici ministeri avevano chiesto per ciascuno una pena di 45 anni di reclusione. I quattro imputati, che si erano dichiarati non colpevoli, si vedranno scalare gli anni di detenzione già scontati in carcere all’Aia a partire dal 2020. «La nostra è stata una guerra giusta, una guerra di liberazione», ha commentato il primo ministro kosovaro Albin Kurti prima del verdetto.

Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd

Sono bastate poche parole per spaccare il Partito democratico: «Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi. Perché noi organizzeremo i disertori». A pronunciarle dal palco della Festa dell’Unità di Reggio Emilia è stata la 28enne Virginia Libero, da un anno segretaria dei Giovani democratici, entrata a gamba tesa su uno degli argomenti su cui il campo largo sta cercando una linea comune, che – a dire il vero – manca pure tra i frequentatori del Nazareno.

Libero, la schleiniana iscritta alla giovanile dem dai tempi di Bersani

Libero, padovana (è nata a Salvazzano Dentro) e fresca di laurea in giurisprudenza, pro Pal e con un passato scout, alle ultime elezioni regionali in Veneto ha ottenuto 5 mila voti, non sufficienti per l’approdo al Consiglio con il Pd. Dove milita ormai da 13 anni, dato che si è iscritta alla giovanile quando ne aveva 15, ai tempi addirittura della leadership di Pier Luigi Bersani. Oggi è una schleiniana di ferro. «Mi piaceva l’idea di un partito che teneva dentro tante anime della sinistra e provava a dare risposte istituzionali», aveva spiegato al Corriere dopo essere stata indicata come candidata unitaria alla guida dei Giovani democratici.

Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd
Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd
Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd
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Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd
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Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd
Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd

Le critiche e gli applausi a Libero, tra riferimenti alla Resistenza e all’Ucraina

Già, le tante anime della sinistra. Le sue dichiarazioni hanno agitato in particolare i riformisti del Pd. «”Organizzeremo i disertori”, scandisce la segretaria del Giovani democratici. Non è quello che fecero i giovani che scelsero di partecipare alla Resistenza, o i giovani americani che vennero qui a combattere (e molti a morire) per liberarci dai nazifascisti – e che ogni 25 aprile giustamente celebriamo», ha scritto sui social l’eurodeputato Giorgio Gori: «Non è quello che ci chiede la Costituzione, che all’articolo 52 recita: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”».

Sulla stessa lunghezza la senatrice Sandra Zampa, che definendo «ripugnante» il concetto di organizzare i disertori, ha ringraziato «con il cuore chi si è battuto per liberarci da nazifascisti». Arturo Parisi, tra i fondatori del Pd, ha dichiarato: «L’Art.11 si limita al ripudio della guerra solo per i pigri che non riescono a leggere oltre la quinta parola. Quanto alla “giovanissima” dem, ben oltre il sogno, annuncia la diserzione mentre già oggi i nostri contrastano ogni aggressione sul fianco est dell’Unione Europea».

Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd
Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd
Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd

Libero, molto vicina a Elly Schlein, è stata difesa dai deputati Arturo Scotto («Di fronte a chi teorizza che in Europa dobbiamo acquisire una mentalità di guerra è una boccata di ossigeno») e Matteo Orfini («Il fatto che ci siano ragazze e ragazzi che continuano a sognare la pace è una delle poche cose che dà speranza»), così come da Laura Boldrini: «Il suo discorso è stato chiaro, radicale e inequivocabile. Ha dato voce a generazioni di giovani che ripudiano la guerra».

Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd
Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd
Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd

I chiarimenti (per modo di dire) della segretaria dei Giovani dem

Boldrini parla di discorso «chiaro e inequivocabile», ma raggiunta da Repubblica la diretta interessata ha trovato opportuno fare – appunto – dei chiarimenti.

Per la cronaca, a Reggio-Emilia (chiamando Schlein col nome di battesimo Elena) aveva detto: «Per noi parlare di patria significa ripudiare la guerra, significa dare a tutti un salario dignitoso, garantire cure. Significa che nessuno nel nostro Paese deve sentirsi solo, al punto da perdere ogni singola speranza. Per arrivare a tutto questo, ci servono scelte politiche coraggiose da fare. E la sinistra questo coraggio ce lo deve avere». Intervistata dal Nordest, Libero alla domanda su cosa intendesse, ha risposto: «Che non ci abitueremo mai al fatto che la guerra, le armi, il vilipendio sistematico del diritto internazionale siano la strada considerata normale, o addirittura giusta, per risolvere le controversie».

Guerra e disertori, le frasi di Virginia Libero dei Giovani dem e la spaccatura nel Pd
Virginia Libero con Elly Schlein (Imagoeconomica).

Le critiche di FdI: «Noi preferiamo una generazione che non scappa»

Le parole di Libero, che restano piuttosto nebulose, hanno però offerto il fianco dem alle critiche di Fratelli d’Italia. «A una generazione di disertori, noi preferiamo una generazione che non scappa», ha detto al Foglio Fabio Roscani, deputato e presidente di Gioventù nazionale, la giovanile di FdI, con dichiarazioni dal sapore vannacciano. «Il Pd prova a fare l’equilibrista. Dice di voler sostenere l’Ucraina, di condannare Vladimir Putin e allo stesso tempo contesta le spese militari per la difesa». Ma, ha aggiunto, «la nostra capacità di difesa è la nostra capacità di difendere la nostra stessa libertà, fare finta di non capirlo serve soltanto ad avere uno slogan da usare in campagna elettorale».

L’energia spinge l’inflazione di agosto al 3,3 per cento

Nel mese di agosto l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra una variazione del +0,5 per cento su base mensile e del +3,3 per cento su base annua (da +2,9 per cento di luglio). Lo comunica l’Istat, confermando la stima preliminare. Il tasso di inflazione è ai massimi da quasi tre anni: per avere un dato più elevato bisogna tornare a settembre del 2023, quando aveva toccato il 5,3 per cento.

Balzo a doppia cifra per energia e carburanti

L’aumento dell’inflazione riflette principalmente l’andamento dei prezzi degli Energetici, regolamentati (da +14,8 a +18,6 per cento) e, soprattutto, non regolamentati come i carburanti (da +11,4 a +17 per cento), dei Beni durevoli (da +0,7 a +1,3 per cento) e, in misura più lieve, degli Alimentari non lavorati (da +3,6 a +3,8 per cento).

L’energia spinge l’inflazione di agosto al 3,3 per cento
Carrello della spesa (Imagoeconomica).

Rallenta però il carrello della spesa

La variazione tendenziale dei prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona, il cosiddetto “carrello della spesa“, si riduce (da +1 a +0,9 per cento), mentre quella dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto aumenta (da +3,4% a +4,3 per cento). Decelera anche la crescita dei prezzi dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +3,0 a +2,6 per cento) e quella dei Servizi relativi ai trasporti (da +1,6 a +0,8 per cento).

Von der Leyen, il discorso sullo stato dell’Unione: «Canada primo membro associato, social vietati sotto i 13 anni»

Nel suo sesto discorso sullo Stato dell’Unione, la presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen ha indicato le linee programmatiche dell’Ue per i prossimi 12 mesi. «Solo l’Europa può fornire agli europei la vera sovranità di cui hanno bisogno nella fredda fragilità del mondo di oggi», ha evidenziato la politica tedesca. «In questo mondo, l’Europa ha scelto di tracciare la propria strada. E sta emergendo «un’Europa più forte e indipendente» che sta «garantendo la propria prosperità», si sta «liberando dalla sua tossica dipendenza dai combustibili fossili russi», è «diventata la più grande potenza commerciale del pianeta» e sta «trasformando la propria politica industriale nel rispetto del nostro modello sociale unico».

«Ultranazionalisti e russi vogliono spezzare la nostra unità»

«Vogliamo unirci intorno alla nostra idea europea secondo cui insieme possiamo decidere il nostro destino, o lasciamo che le nostre democrazie vengano minate dai tirapiedi e dai burattini degli autoritari?», ha chiesto Von Der Leyen. «Che si tratti degli ultranazionalisti o degli antieuropeisti, che si tratti dell’interferenza russa o della disinformazione, i nomi possono essere diversi, ma il loro obiettivo è lo stesso. Disprezzano i nostri valori e vogliono spezzare la nostra unità europea. Quindi non limitiamoci a contrastare tutto ciò, combattiamo insieme per la nostra idea europea».

«Canada primo membro associato dell’Unione»

La presidente si è poi rivolta direttamente al primo ministro canadese Mark Carney, ospite d’onore al Parlamento Europeo: «Caro Mark, ho detto che dobbiamo ripensare urgentemente le nostre partnership. Per questo, vorrei lavorare con voi per aprire la strada affinché il Canada diventi il primo membro associato dell’Ue. Condividiamo un oceano, un insieme di valori e una visione del mondo. E ora costruiremo insieme anche il nostro futuro».

«Nessun utilizzo dei social media sotto i 13 anni»

Poi il passaggio sull’Eu kids act: «Ogni fascia d’età ha le sue specifiche esigenze e, di conseguenza, ciascuna avrà un livello di protezione adeguato. Nessun utilizzo dei social media per i minori di 13 anni. Nessun account personale per i minori di 15 anni. Ciò significa che, dai 13 ai 15 anni, saranno consentiti solo mini-account creati e supervisionati dai genitori, con funzionalità limitate e restrizioni di tempo».

Zuckerberg contrario all’idea di un rallentamento dell’intelligenza artificiale

Mark Zuckerberg ha respinto al mittente l’appello a sospendere o rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, sostenendo che gli incentivi di mercato e la responsabilità legale rappresentino le migliori garanzie contro i rischi di questa tecnologia. In un post su X, ha spiegato che «ogni laboratorio ha la responsabilità e l’incentivo a procedere al ritmo necessario per addestrare i suoi modelli in modo sicuro, e la capacità di intraprendere le proprie azioni per garantire che ciò accada». «Le persone non vorranno usare agenti che non sono allineati con loro e che non fanno ciò che chiedono, quindi i laboratori hanno un forte incentivo naturale a rendere i loro modelli più allineati. C’è molto dibattito sul rallentare i progressi sulle capacità fino a quando l’allineamento non raggiunge lo stesso livello. La mia opinione è che fiducia e allineamento stanno diventando rapidamente le capacità più importanti che differenzieranno agenti e modelli. Qualsiasi laboratorio che non si concentri sull’allineamento rimarrà indietro», ha evidenziato. Il suo intervento ha trovato il sostegno di esponenti della Silicon Valley vicini alla Casa Bianca che si oppongono all’ondata di allarmi sui potenziali rischi dell’IA per l’umanità e agli appelli a rallentarne lo sviluppo.

L’allarme dagli Usa: «La Russia pianifica omicidi mirati negli Stati Uniti e in Europa»

I servizi di intelligence di Mosca stanno pianificando «omicidi mirati» negli Stati Uniti e nei Paesi europei che sostengono l’Ucraina. È l’allarme lanciato dal Dipartimento di Giustizia Usa in un atto di accusa reso presso il tribunale federale di Manhattan, contestualmente all’annuncio dell’incriminazione di cinque persone attualmente latitanti. James C. Barnacle Jr., responsabile dell’ufficio dell’Fbi di New York, ha spiegato che l’agenzia è riuscita a sventare i piani «grazie a un lavoro incessante».

La pianificazione dura «almeno dal 2024»

Secondo l’accusa la “Rete Ris”, come è stato denominato il braccio dei servizi di Mosca preposto all’esecuzione di attacchi all’estero, aveva pagato o tentato di pagare persone negli Stati Uniti e in altri Paesi per sorvegliare obiettivi da eliminare, con l’intenzione di ucciderli successivamente. Inoltre aveva «incaricato dei complici di compiere o tentare atti di terrorismo contro infrastrutture civili e militari». La rete, ha spiegato il Dipartimento di Giustizia, ha agito «almeno a partire dal 2024», «concentrandosi su dissidenti e disertori russi e, più di recente, su nazioni percepite come alleate» di Kyiv.

Chi sono le cinque persone incriminate

Tre delle persone incriminate sono membri di alto livello della Rete Ris: Yuri Kharameev, Kirill Khrameev e Oemis Romagoz Durruthy. Gli altri due sono Yaidel Delgado Suarez ed Eduardo Castro: avrebbero lavorato assieme al reclutamento di persone residenti negli Stati Uniti incaricate di sorvegliare e tentare di uccidere un importante dissidente russo residente negli Stati Uniti. «Hanno operato nell’ambito di una rete globale di omicidi che si estendeva fino agli Stati Uniti», ha dichiarato il viceministro della Giustizia John A. Eisenberg.

È Silvia Sardone la carta di Salvini per blindare il raduno di Pontida?

La ‘pasionaria’ Silvia Sardone si prepara a essere una delle protagoniste del raduno di Pontida. Dopo le tensioni con i governatori, Matteo Salvini conta di accendere l’entusiasmo dei lombardi con l’annuncio di una candidatura leghista a sindaco di Milano. Intanto la macchina organizzativa della Lega, una delle più rodate tra i partiti italiani, sta lavorando a pieno ritmo per preparare un evento degno del ‘sacro prato’. Oltre al palco da montare, ci sono i pullman da organizzare e i gazebo da sistemare per riempire i vuoti.

È Silvia Sardone la carta di Salvini per blindare il raduno di Pontida?
Matteo Salvini e Silvia Sardone (Ansa).

L’imperativo è prevenire ogni tipo di contestazione

Quest’anno però c’è una preoccupazione in più ad agitare gli animi. Dopo il processo a Salvini andato in scena nel corso del direttivo lombardo del 7 agosto scorso, niente è più come prima nonostante la ‘tregua’ romana con l’asse nordista. Il segretario teme ancora possibili contestazioni sul pratone. Cori e fischi, come è accaduto al termine dei funerali di Umberto Bossi. O magari uno striscione come accadde sempre a Pontida nel 2011, quando, in cima alla collina di fronte al palco, comparve la scritta «Maroni presidente del Consiglio».

È Silvia Sardone la carta di Salvini per blindare il raduno di Pontida?
Lo striscione “Maroni presidente del Consiglio” sulla spianata di Pontida nel 2011 (Ansa).

Molti sono poi convinti che faranno più rumore i big assenti di quelli che si alterneranno al microfono. Dai responsabili della sicurezza ai Giovani della Lega di Luca Toccalini – che, come ogni anno, si riuniscono il giorno prima del raduno (e cioè sabato 19 settembre) – l’imperativo è uno solo: prevenire le contestazioni. Ed è in questa ottica che si lascerà spazio alla vicesegretaria Sardone, tra le più applaudite dell’edizione 2025.

È Silvia Sardone la carta di Salvini per blindare il raduno di Pontida?
Luca Toccalini (Ansa).

Le mire di Sardone su Palazzo Marino

In via Bellerio si mormora che la ‘pasionaria’ qualche settimana fa sia stata addirittura tentata da Futuro Nazionale. Pare però che il primo incontro con Roberto Vannacci sia andato male. Da allora Sardone sarebbe rientrata nei ranghi, stoppando le critiche al governo di centrodestra e a Salvini mosse nei mesi precedenti per riallinearsi con il segretario, certa di poter ottenere ciò che vuole: ovvero la candidatura a Palazzo Marino.

È Silvia Sardone la carta di Salvini per blindare il raduno di Pontida?
Roberto Vannacci e Silvia Sardone a Pontida 2025 (Ansa).

Un tempo vicina al segretario lombardo, Massimiliano Romeo, contro la fazione dei salviniani ‘duri e puri’ guidata dagli ex commissari regionali Fabrizio Cecchetti ed Eugenio Zoffili, l’eurodeputata avrebbe preso via via le distanze da Romeo e dal governatore lombardo Attilio Fontana, capifila dei “ribelli”. Non è dunque escluso che Sardone, vincitrice tra l’altro delle ‘primarie’ leghiste di fine giugno, possa avere la meglio sul forzista Matteo Perego di Cremnago e sul leader di Noi moderati, Maurizio Lupi, sostenuto da Ignazio La Russa. Nella spartizione delle candidature, a Fratelli d’Italia dovrebbe andare la scelta di chi far correre a Roma mentre Forza Italia pare più interessata alle candidature in altre città, alla fine dei conti.

È Silvia Sardone la carta di Salvini per blindare il raduno di Pontida?
Silvia Sardone (Imagoeconomica).

Le frizioni in Regione Lombardia e il pressing di FdI su Fontana

Non se la passa meglio Fontana. A Palazzo Lombardia si sono riacutizzate le tensioni tra gli alleati e lunedì la riunione di Giunta ha assunto i contorni di uno psicodramma, con il governatore che, imbufalito, ha lasciato la sala sbattendo la porta, chiamando poi a rapporto gli assessori leghisti. La seduta dell’esecutivo lombardo è stata quindi sospesa e rinviata a giovedì. Il presidente era irritato per l’ostruzionismo degli alleati al rinnovo di Francesco Paolo Tronca a commissario al Pio Albergo Trivulzio, una protesta contro i piani dell’assessore al Welfare Guido Bertolaso, da sempre nel mirino dei meloniani lombardi. Indebolito dal deterioramento del rapporto con Salvini, Fontana appare meno protetto dagli attacchi degli alleati. Finora i colpi erano stati attutiti dai vertici nazionali di Fratelli d’Italia, mentre ora il pressing si è fatto incontenibile.

È Silvia Sardone la carta di Salvini per blindare il raduno di Pontida?
Attilio Fontana con Guido Bertolaso (Imagoeconomica).

Intanto il coordinatore regionale di Forza Italia Alessandro Sorte chiede il riconoscimento del peso del suo partito in Consiglio dopo che un altro leghista, Riccardo Vitari, ha traslocato da Vannacci andando a raggiungere l’ex morattiano Luca Ferrazzi e l’ex FdI Pietro Macconi. I tre hanno così formato il primo gruppo consiliare regionale di FNV in Italia.

È Silvia Sardone la carta di Salvini per blindare il raduno di Pontida?
Riccardo Vitari (Imagoeconomica).

Crolla un palazzo a Gaza, almeno 11 morti

Un edificio che ospitava palestinesi sfollati a ovest di Gaza City è crollato, causando un bilancio di almeno 11 morti. Tra le vittime ci sono anche cinque bambini, mentre decine di persone risultano ancora disperse. La struttura, che ospitava oltre 100 persone, aveva già subito danni a causa dei bombardamenti israeliani. Filmati verificati da Al-Jazeera mostrano squadre di soccorso intente a estrarre bambini piccoli dalle macerie, lavorando insieme ai residenti. L’edificio, stando a testimoni locali, era a più piani. Secondo la Protezione civile palestinese, contattata da Al-Jazeera, ci sarebbero ancora 50 bambini intrappolati. «Possiamo sentire le voci dei cittadini sotto le macerie e le nostre squadre stanno cercando di raggiungerli, ma l’occupazione (gli israeliani, ndr) si rifiuta di consentire l’ingresso di mezzi pesanti nella Striscia di Gaza», ha detto un portavoce.

Il Giornale attacca Vannacci, cosa c’è dietro lo scontro frontale a destra

Altro che le scaramucce dentro il campo largo del centrosinistra. A destra rischia di andare in scena uno scontro frontale molto più tonitruante. La bomba, giornalisticamente parlando, l’ha sganciata Lirio Abbate dalle pagine del suo nuovo datore di lavoro, il Giornale, dove si è trasferito non senza clamore dopo una carriera passata, tra gli altri, a L’Espresso e a Repubblica. Il nuovo vicedirettore con delega alle inchieste investigative e giudiziarie ha esordito in prima pagina il 15 settembre con un’inchiesta su Roberto Vannacci, la minaccia da destra per Giorgia Meloni.

Il Giornale attacca Vannacci, cosa c’è dietro lo scontro frontale a destra
L’inchiesta sulla prima pagina del Giornale il 15 settembre.

“Esclusivo. I conti che non tornano del generale super fetecchia”, è il titolo dell’articolo, che racconta «la mappa dei fondi e le zone d’ombra di Futuro Nazionale. Dagli imprenditori delle ferrovie all’edilizia fino ai lobbisti, tutti gli interessi dell’europarlamentare finiti nei dossier a Bruxelles. E torna di moda quel soprannome con cui divenne famoso all’Accademia militare». Boom. Un approfondimento, tra l’altro, pubblicato solo nella sua prima parte, con la seconda attesa per mercoledì 16 settembre.

Mentre a sinistra preparano i popcorn, l’ex generale ha risposto su Facebook: «Il titolo accusa, l’articolo insinua, i fatti non dimostrano nulla. Continuate pure a dedicarci prime pagine, inchieste e titoli scandalistici. Ogni vostro attacco vale più di mille manifesti. Noi restiamo trasparenti. Voi restate ossessionati. Ci vediamo al prossimo sondaggio». Secondo il Giornale però è solo la replica di chi si è arrampicato sugli specchi.

Per rispondere al fango, Alemanno getta fango su Abbate

A difendere Vannacci e chiedere una tregua ci ha pensato anche Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma che si è avvicinato politicamente a Futuro Nazionale dopo l’uscita dal carcere e ora controlla i team Vannacci nella Capitale. «Mi sembra assurdo che un quotidiano di destra come il Giornale metta in prima pagina un’inchiesta di Lirio Abbate contro il generale Vannacci», ha scritto su Instagram, con tanto di video annesso. «Chi è Lirio Abbate? È un giornalista d’inchiesta modello Report che fu il principale inventore della vicenda Mafia Capitale. Dai suoi articoli e dai suoi libri è partita un’indagine che ha infangato per anni tutta Roma e che è stata un attacco durissimo contro la mia amministrazione in Campidoglio e contro tutta la destra romana».

Quindi l’appello a Tommaso Cerno: «Chiedo al direttore del Giornale, che conosco come una persona seria, un liberale autentico difensore dei diritti, se è giusto che un giornale di destra utilizzi questi metodi per tentare di infangare una persona di destra come Vannacci. Il generale risponderà del merito di questo articolo che a me sembra tutta fuffa, ma io dico a Tommaso Cerno: per favore fermiamoci prima che sia troppo tardi! Non si possono usare questi metodi, oltretutto da destra contro una persona di destra!».

Il Giornale attacca Vannacci, cosa c’è dietro lo scontro frontale a destra
Il giornalista Lirio Abbate (foto Imagoeconomica).

Il nervosismo della premier e i sondaggi che preoccupano

Meloni in questo periodo di avvicinamento alle elezioni del 2027 viene descritta come molto nervosa, ed è chiaro che dietro l’attacco al leader di Fn ci sia il tentativo della stampa di destra, a partire proprio da il Giornale di proprietà di Antonio Angelucci, parlamentare leghista, di fare scudo al governo e provare a sminare il più possibile la trappola Vannacci. Intanto, secondo il sondaggio Swg del 14 settembre per il Tg La7, l’ex generale nelle intenzioni di voto è salito ancora dello 0,2 per cento, arrivando a quota 7,9 per cento, che gli vale la seconda posizione tra le forze di destra, ormai stabilmente sopra a Forza Italia, ferma al 6,9 per cento, e alla Lega (scesa dal 5,7 per cento al 5,5 per cento).

Il Giornale attacca Vannacci, cosa c’è dietro lo scontro frontale a destra
Antonio Angelucci (Imagoeconomica).

Vannacci in un’intervista al Giornale di Brescia ha detto che «Meloni si è persa per strada dall’inizio», non escludendo una possibile entrata in un eventuale futuro esecutivo Meloni, ma soltanto sulla base di «un accordo scritto» e senza oltrepassare le sue «linee rosse». Certo, per ora non c’è proprio aria di armistizio. In attesa della seconda puntata dell’inchiesta. Mentre lettori ed elettori di destra sembrano frastornati e affollano i commenti sotto i post di Cerno e del Giornale: «Così state facendo il gioco della sinistra».

Accise, in arrivo un’altra proroga dello sconto sul diesel

Il governo si appresta a inserire nel nuovo decreto carburanti, atteso per domani pomeriggio sul tavolo del Consiglio dei ministri, un’altra proroga del taglio delle accise sul gasolio, in scadenza alla mezzanotte di giovedì 17 settembre. L’intervento, che si tradurrà in uno sconto sul diesel di 17,1 centesimi al litro, avrà una validità di 7-10 giorni.

Nuovo rinvio per gli aiuti selettivi annunciati da Meloni

L’ulteriore proroga della riduzione delle accise sul gasolio si è resa «necessaria», filtra da Palazzo Chigi, perché non sono ancora pronti gli aiuti selettivi, cioè i sostegni mirati annunciati a fine agosto da Giorgia Meloni. Con il provvedimento in arrivo domani saliranno a 16 i decreti varati dal governo per provare a contenere l’impennata dei prezzi alla pompa.

La tenaglia degli Houthi su Riad e la miopia dell’Europa

Gli Houthi lo hanno sempre ripetuto: con Teheran hanno un rapporto speciale ma ordini dall’Iran non ne hanno mai presi. Vale la pena partire da qui, perché in questi giorni circola una formula di fonte israeliana secondo cui «l’Iran avrebbe perso il controllo degli Houthi». Per perdere un controllo bisogna averlo esercitato, e quel controllo la storia del movimento lo smentisce: Ansar Allah prese Sanaa nel 2014 contro il parere esplicito di Teheran, gestì in autonomia l’alleanza con Saleh e poi la sua eliminazione, e gli stessi panel di esperti dell’Onu hanno documentato per anni un flusso di armi e consiglieri, mai una catena di comando. La formula israeliana serve ad altro: tiene in vita retroattivamente il mito del burattinaio, scarica su Teheran l’escalation yemenita e prepara il terreno a chi vuole alzare il livello dello scontro contro entrambi.

La tenaglia degli Houthi su Riad e la miopia dell’Europa
Miliziani Houthi (Ansa).

Gli Houthi hanno completato il controllo di Bab el-Mandeb

Intanto il campo parla chiaro. Gli Houthi hanno ripreso l’intera costa del Mar Rosso, da Hodeidah a Mokha e Dhubab, e con la presa dell’isola di Perim hanno completato il controllo del Bab el-Mandeb, una dei due colli di bottiglia energetici dell’area. Dal 20 luglio applicano un blocco navale e aereo contro l’Arabia Saudita, speculare a quello che Riad impone da anni ai porti del nord dello Yemen. L’8 settembre hanno colpito Abha, Khamis Mushait, Jazan e Najran, ferendo 73 persone e incendiando impianti petroliferi; il 10 e l’11 settembre droni hanno centrato le stazioni di pompaggio della East-West Pipeline, l’arteria che portava a Yanbu fino a 5 milioni di barili al giorno aggirando lo Stretto di Hormuz chiuso dalla guerra con l’Iran. La pipeline è ferma, il greggio ha superato i 100 dollari e la produzione saudita è scesa ai minimi da oltre 30 anni. Riad, colpita nella sua infrastruttura strategica, ha attribuito i droni all’Iraq annunciando che per ora non risponderà, ma un Paese che rinuncia a nominare il mandante e alla rappresaglia si comporta come un debitore in rinegoziazione.

La tenaglia degli Houthi su Riad e la miopia dell’Europa
Modelli di droni a Sanaa (Ansa).

La richiesta di aiuto di bin Salman ignorata da Trump

Mohammed bin Salman ha chiamato due volte Donald Trump chiedendo strike americani. Trump ha rifiutato, concedendo intelligence e dati di puntamento. La lettura politica è nota: Washington vuole restare concentrata su Iran e Hormuz. Quella materiale lo è meno, e pesa di più. Dopo mesi di guerra con Teheran gli Stati Uniti hanno consumato circa due terzi dei Patriot, quasi metà dei THAAD, i missili PrSM sono ridotti a una frazione e i Tomahawk assottigliati; il capo di Stato maggiore Dan Caine aveva avvertito la Casa Bianca sulle scorte prima ancora dei raid sull’Iran, e i comandanti sul terreno oggi lasciano cadere sui settori disabitati delle proprie basi i proiettili che un tempo avrebbero intercettato, per risparmiare munizioni. Un esercito che raziona le intercettazioni sulle proprie installazioni non ha nulla da prestare a Riad. I generali lo hanno spiegato al presidente: un secondo fronte, ora, l’America non lo regge. Nemmeno la flotta più moderna della regione risolve il problema, perché il problema sta nell’economia del confronto: decine di dollari in intercettori per ogni dollaro speso in droni dall’avversario.

La tenaglia degli Houthi su Riad e la miopia dell’Europa
Mohammed bin Salman e Donald Trump (Imagoeconomica).

Perché le richieste degli Houthi non sono mai state ascoltate

E qui torna la domanda che nessuno pone: che cosa vogliono gli Houthi? Vogliono la fine del blocco economico sul nord dello Yemen, l’aeroporto di Sanaa e il porto di Hodeidah aperti, gli stipendi pubblici pagati con i proventi di petrolio e gas versati alla Banca centrale, che sono il cuore della roadmap del 2023, che imposero fermando con i droni le esportazioni di greggio del governo. La battaglia in corso su Marib, dove si concentra la cassa petrolifera del Paese, è la continuazione di quella trattativa con altri mezzi. Sono richieste concrete, negoziabili, e da 10 anni restano inascoltate perché la cornice del «proxy iraniano» rende superfluo ascoltarle: se sono un braccio di Teheran, si tratta con Teheran. Sono un attore autonomo, e con gli attori autonomi ci si siede al tavolo. L’Iran può accompagnare, consigliare, fornire. Il tavolo degli Houthi è degli Houthi.

La tenaglia degli Houthi su Riad e la miopia dell’Europa
Milizie Houthi (Ansa).

L’Occidente insegue Israele e gli Usa

L’Occidente, invece, insegue due soluzioni sbagliate. Quella israeliana, che vuole alzare il confronto contro Sanaa e Teheran insieme. E quella americana, che immagina di chiudere lo Yemen dentro un accordo con l’Iran. Entrambe si schiantano sullo stesso scoglio: l’Iran può vendere agli americani solo ciò che comanda, e lo Yemen non lo comanda. Nel frattempo il conto lo pagano altri: petrolio sopra i 100 dollari, gas in salita, rotte commerciali strozzate, 85 mila sfollati che premono su Aden e sulle coste di Gibuti. La via d’uscita è sgradevole da pronunciare e semplice da descrivere: prendere i sauditi per un orecchio e gli Houthi per l’altro, e metterli allo stesso tavolo. Dire a Riad che il blocco che affama il nord dello Yemen ha prodotto questa guerra e la chiusura del Bab el-Mandeb, e dire a Sanaa che la rendita sullo stretto va convertita in garanzie, stipendi e riconoscimento. È un lavoro da europei, perché è soprattutto il Vecchio Continente a pagare i prezzi dell’energia e dei traffici. Ma la Commissione von der Leyen ha scelto la postura della deferenza verso Washington, e l’Italia ha un governo che quel patrimonio lo ignora: la premier Giorgia Meloni e il ministro Antonio Tajani non hanno speso una parola su un dossier che decide le nostre bollette, mentre il Paese manda generatori in Ucraina e, nel silenzio, militari in Arabia Saudita dentro il dispositivo anti-iraniano. Chi non presidia i tavoli non negozia niente per i propri cittadini.

La tenaglia degli Houthi su Riad e la miopia dell’Europa
Annuncio di attacchi degli Houthi in Arabia Saudita (Ansa).

Sia Israele sia l’Iran prendono tempo

C’è infine il calendario, che spiega perché nessuno dei protagonisti ha fretta. Israele vota il 27 ottobre, e a Benjamin Netanyahu la guerra aperta conviene fino alle urne; a Teheran conviene un Netanyahu riconfermato, perché un nemico perfetto vale più di una vittoria. Gli Stati Uniti votano le midterm il 3 novembre, e chi dovrà negoziare con Trump preferisce farlo con un Trump azzoppato dal voto. Fino ad allora, i missili sostituiranno la diplomazia. Resta l’uomo che ha acceso la miccia convinto di dominare l’incendio. Mohammed bin Salman ha immaginato per sé il ruolo di egemone del Golfo: oggi perde la costa yemenita, vede bruciare le sue pompe di greggio, si sente dire di no da Washington e osserva Abu Dhabi guardarlo da lontano, al riparo. L’egemonia comincia dal controllo di casa propria. Lui, in questo momento, fatica ad avere persino quello.

Disastro ferroviario di Pioltello: chiesti 8 anni e 4 mesi per Gentile, ex ceo di Rfi

Otto anni e quattro mesi di reclusione per Maurizio Gentile, ex amministratore delegato di Rfi, così come per il dirigente Umberto Lebruto. Sette anni e 10 mesi invece per l’altro ex manager Vincenzo Macello: sono state queste le richieste del pubblico ministero di Milano Maura Ripamonti, con il sostituto pg Olimpia Bossi nell’udienza del processo d’appello per il disastro ferroviario di Pioltello, avvenuto il 25 gennaio 2018, quando un treno regionale deragliò nell’area metropolitana di Milano provocando la morte di tre persone e il ferimento di oltre cento. I tre imputati erano stati tutti assolti nel processo di primo grado.

Disastro ferroviario di Pioltello: chiesti 8 anni e 4 mesi per Gentile, ex ceo di Rfi
Il treno deragliato a Pioltello (Ansa).

La procura ha poi chiesto il riconoscimento della responsabilità amministrativa per Rfi, con sanzione pecuniaria di 900 mila euro. L’unico condannato in primo grado è stato Marco Albanesi, all’epoca dei fatti responsabile della sezione manutentrice Rfi a Brescia, ritenuto colpevole di inerzia e omissione: dopo aver aveva ricevuto in una pena di cinque anni e tre mesi, ha scelto il concordato in appello, che ha portato a una riduzione a tre anni e quattro mesi.

L’Italia proroga di 15 giorni la sospensione di Schengen con la Spagna

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha prorogato di altri 15 giorni i controlli alle frontiere aeree e marittime con la Spagna, allungando così ulteriormente la sospensione temporanea del trattato di Schengen, decisa il primo agosto a seguito della crisi migratoria di Ceuta. La proroga è stata comunicata alla Commissione europea e agli omologhi ministri dell’Ue. Lo rende noto il Viminale, spiegando che «il provvedimento è stato ritenuto necessario dopo le verifiche condotte dal Comitato analisi immigrazione e sicurezza delle frontiere, riunitosi in mattinata», in quanto «permangono elevati profili di rischio per la sicurezza interna, oltre a un possibile pericolo legato a eventuali infiltrazioni terroristiche».

L’Italia proroga di 15 giorni la sospensione di Schengen con la Spagna
Passeggeri in partenza per la Spagna (Ansa).

La replica della Spagna: proroga fino al 7 ottobre

Poco dopo è arrivata la replica della Spagna, che ha notificato all’Unione europea la decisione di prorogare di altri 15 giorni i controlli alle frontiere, negli aeroporti e nei porti marittimi, per i collegamenti diretti con l’Italia. Visto che la sospensione finora in vigore sarebbe terminata il 23 settembre, la proroga durerà fino al 7 ottobre. Madrid ha adottato il blocco di Schengen con l’Italia l’8 agosto.

Via libera del Parlamento europeo a Comporti presidente del’Esma

Con 527 voti a favore, 52 contrari e 86 astenuti, la plenaria del Parlamento europeo ha confermato in via definitiva la nomina dell’italiano Carlo Comporti alla presidenza dell’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (Esma), che ha sede a Parigi. «Una competenza italiana al vertice della vigilanza sui mercati finanziari europei, una dei più importanti organismi dell’Ue. L’Italia torna protagonista dove si decide, per merito. Buon lavoro, presidente», ha scritto la premier Giorgia Meloni sui social. Comporti entrerà in carica il primo novembre, subentrando alla tedesca Verena Ross. Il suo mandato durerà cinque anni e sarà rinnovabile una sola volta.

Via libera del Parlamento europeo a Comporti presidente del’Esma
Carlo Comporti (Imagoeconomica).

Manca solo la decisione del Consiglio Ue

La nomina era stata già approvata – con 43 voti a favore, uno contrario e tre astensioni – dalla commissione Affari economici e monetari (Econ) dell’Eurocamera il 2 settembre, dopo che Comporti era stato indicato il 22 luglio dai 27 ambasciatori dei Paesi membri: in quel caso – con 17 voti a favore e 10 contrari – aveva avuto la meglio sulla danese Karen Dortea Abelskov, come lui membro del board dell’Esma, la “Consob europea”. La nomina di Comporti ha superato quasi tutte le fasi previste: manca solo la pronuncia finale del Consiglio Ue, che però è una formalità.

Via libera del Parlamento europeo a Comporti presidente del’Esma
Carlo Comporti (Imagoeconomica).

Dalla Bce alla ‘Consob europea’: chi è Carlo Comporti

Nato a Siena nel 1966, Comporti ha iniziato la sua carriera all’autorità di vigilanza dei mercati finanziari come funzionario. Nel 2001 è stato distaccato presso la Bce a Francoforte e nel 2002 presso la Commissione europea a Bruxelles. Dal 2003 al 2010 ha lavorato al Comitato europeo dei regolatori degli strumenti finanziari (Cesr), predecessore dell’Esma: di entrambi ha ricoperto a lungo la carica di segretario generale. Comporti, che dal 2022 è inoltre commissario Consob, dal 1999 al 2007 è stato docente a contratto per il corso annuale di diritto commerciale alla Facoltà di Economia dell’Università di Siena.