Condannando con forza gli attacchi attribuiti a Teheran nel braccio di mare, Downing Street ha annunciato un piano a sei per garantire la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz, chiuso in parte dall’Iran in risposta agli attacchi di Stati Uniti e Israele. Oltre al Regno Unito, i Paesi che si sono dichiarati pronti a contribuire al piano sono l’Italia, la Francia, la Germania, i Paesi Bassi e il Giappone.
Keir Starmer e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
La nota congiunta
«Chiediamo all’Iran di cessare immediatamente le minacce, la posa di mine, gli attacchi con droni e missili e ogni altro tentativo di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale, nonché di conformarsi alla risoluzione 2817 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite», si legge in una nota congiunta. «La libertà di navigazione è un principio fondamentale del diritto internazionale». E poi: «Gli effetti delle azioni dell’Iran si faranno sentire sulle persone in tutto il mondo, soprattutto sui più vulnerabili. Accogliamo con favore l’impegno delle nazioni che si stanno adoperando nella pianificazione».
Araghchi: «Chi aiuta gli Usa sarà complice»
Durante una telefonata con l’omologo giapponese Toshimitsu Motegi, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi – riporta la Cnn – ha affermato che l’attuale situazione nello Stretto è stata causata da Stati Uniti e Israele e che la partecipazione di qualsiasi Paese al tentativo di rompere il blocco iraniano lo renderebbe «complice dell’aggressione e degli efferati crimini commessi dagli aggressori».
Come previsto dagli analisti, la Bce ha mantenuto invariati i tassi, lasciando quello sui depositi al 2 per cento, quello sulle operazioni principali di rifinanziamento al 2,15 per cento e quello sui prestiti marginali al 2,40 per cento. Il comunicato introduttivo disegna però prospettive profondamente diverse per l’economia, rispetto alla riunione di gennaio, a causa del conflitto tra Israele-Usa e Iran: «La guerra in Medio Oriente ha reso le prospettive significativamente più incerte, generando rischi al rialzo per l’inflazione e rischi al ribasso per la crescita economica. Il conflitto avrà un impatto rilevante sull’inflazione a breve termine tramite i rincari dei beni energetici. Le implicazioni a medio termine dipenderanno dall’intensità e dalla durata della guerra nonché dal modo in cui le quotazioni dell’energia influenzeranno i prezzi al consumo e l’economia».
«Consiglio direttivo in una posizione favorevole per affrontare l’incertezza»
La situazione non richiede però interventi immediati: «Il Consiglio direttivo si trova in una posizione favorevole per affrontare tale incertezza. L’inflazione si è collocata intorno all’obiettivo del 2 per cento, le aspettative di inflazione a più lungo termine risultano saldamente ancorate e l’economia ha evidenziato una buona capacità di tenuta negli ultimi trimestri. Le informazioni che il Consiglio direttivo acquisirà nel prossimo periodo consentiranno di valutare l’impatto del conflitto sulle prospettive di inflazione e sui rischi a esse associati. Il Consiglio direttivo segue attentamente la situazione e definirà in modo appropriato la politica monetaria grazie al suo approccio fondato sui dati».
C’è un nuovo pentito nel processo Hydra sulla presunta alleanza tra esponenti di camorra, ‘ndrangheta e Cosa Nostra in Lombardia: Gioacchino Amico, presunto vertice del sistema mafioso nella Regione per conto del clan dei Senese. Lo ha spiegato la pm Alessandra Cerreti depositando il suo verbale del 3 febbraio, oltre a quello dell’altro nuovo collaboratore di giustizia Bernardo Pace, morto suicida in carcere il 16 marzo. Il maxiprocesso con rito ordinario vede ben 45 imputati alla sbarra, tra cui proprio Amico.
Il maxiprocesso è stato aggiornato al 30 aprile
Tre pentiti avevano già parlato nelle indagini e nel filone del processo abbreviato, che ha portato a 62 condanne, con pene fino a 16 anni. Pace, che stava scontando 14 anni per associazione mafiosa, si è suicidato pochi giorni fa in cella a Torino, un mese dopo l’inizio della collaborazione con la giustizia. Sulle modalità della morte di Pace, che era malato, sono in corso indagini. Tra gli imputati del maxiprocesso, che è stato aggiornato al 30 aprile, ci sono anche Paolo Aurelio Errante Parrino, parente di Matteo Messina Denaro detenuto al 41 bis, Santo Crea, esponente di spicco della ‘ndrangheta, e Giancarlo Vestiti, luogotenente della Camorra.
Chi è il presunto boss Gioacchino Amico
Considerato un esponente di spicco del “consorzio mafioso” lombardo, Amico avrebbe raccontato ai pm degli interessi economici di Matteo Messina Denaro in Lombardia, svelando dettagli dei suoi rapporti con l’avvocato Antonio Messina, l’ultimo degli arrestati nell’articolata indagine seguita alla cattura del superlatitante, incontrato più volte al bar San Vito a Campobello di Mazara, a pochi metri da uno dei suoi nascondigli.
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni e la premier danese, Mette Frederiksen, hanno inviato una lettera ai vertici Ue riguardo ai possibili rischi per i flussi migratori derivati dai recenti sviluppi in Medio Oriente, con l’obiettivo di evitare il ripetersi della crisi migratoria del 2015. «Ciò non sarebbe solo una catastrofe umanitaria per le persone direttamente coinvolte, ma rischierebbe anche di incidere sulla sicurezza e sulla coesione della nostra Unione», si legge nella lettera secondo quanto riportato dall’Agi, che l’ha visionata. «Dobbiamo fornire immediatamente un sostegno sufficiente ai nostri partner e agli Stati ospitanti in Medio Oriente, poiché i rifugiati e i migranti dovrebbero, in generale, essere assistiti nei luoghi in cui si trovano. Possiamo aiutare più persone, in modo migliore e più efficiente, fornendo sostegno direttamente alle loro regioni di origine», continuano le due leader.
Giorgia Meloni e Mette Frederiksen (Ansa).
Per le due premier occorre rafforzare le frontiere Ue e esplorare meccanismi di emergenza
Meloni e Frederiksen hanno accolto con favore l’adozione, da parte della Commissione europea, del pacchetto umanitario da 458 milioni di euro in risposta alla crisi umanitaria. E sostengono con forza «la mobilitazione di tutti gli strumenti diplomatici e operativi per garantire che i bisogni siano soddisfatti, al fine di mitigare il rischio di ulteriori movimenti verso l’Ue». Allo stesso tempo, continua la missiva, «dobbiamo essere preparati e adottare le misure necessarie qualora la situazione evolvesse. Non possiamo permetterci di essere colti di sorpresa come in passato. Ciò significa rafforzare ulteriormente le nostre frontiere affinché tutti gli Stati membri siano adeguatamente attrezzati per garantire che l’Ue abbia il pieno controllo delle sue frontiere esterne». Di qui l’invito alla Commissione e alle agenzie Ue competenti ad assistere gli Stati membri in questo sforzo e ad essere pronte a fornire un supporto rapido su richiesta. «Incoraggiamo inoltre la Commissione a esplorare meccanismi che possano fungere da freno di emergenza, da attivare come forza maggiore in caso di improvvisi movimenti migratori su larga scala verso l’Unione. Lo dobbiamo ai cittadini europei e alle popolazioni colpite», conclude la lettera.
Il magnate indonesiano del tabacco Michael Bambang Hartono, azionista di riferimento del Como col fratello Robert, è morto a Singapore all’età di 86 anni. Inserito da Forbes al 149esimo posto tra le persone più ricche al mondo con un patrimonio stimato in circa 18 miliardi di dollari, assieme al fratello aveva rilevato la società lariana nel 2019, quando era in Serie D, portandola in pochi anni ai vertici del calcio italiano.
Como 1907 is deeply saddened by the passing of Michael Bambang Hartono.
We extend our sincere condolences to the Hartono family and to all at the Djarum Group.
Under the family’s leadership, the Club has entered a new chapter in its history, and we remember him with gratitude… pic.twitter.com/o9YGHm7qiu
«Il Como è profondamente addolorato per la scomparsa di Michael Bambang Hartono. Il club esprime le più sincere condoglianze alla famiglia Hartono e a tutto il Djarum Group. Sotto la guida della famiglia, il club ha aperto un nuovo capitolo della sua storia, e per questo la società lo ricorda con gratitudine e rispetto». Così il Como ha ricordato e omaggiato il patron.
L’acquisto del Como tramite la società londinese Sent Entertainment
Insieme col fratello, Michael Hartono era al vertice di un impero economico costruito attorno a Djarum, azienda produttrice di sigarette, e soprattutto alla partecipazione in Bank Central Asia, senza dimenticare gli interessi nell’elettronica (Polytron, che ha appena fatto ingresso nel settore dei veicoli elettrici in Indonesia) e nell’immobiliare, con immobili di pregio a Giacarta. I fratelli Hartono nel 2019 hanno rilevato il Como 1907 tramite Sent Entertainment, società di media e intrattenimento con sede a Londra.
Joe Kent, che si è dimesso da direttore del Centro nazionale antiterrorismo Usa in segno di protesta contro la guerra in Iran, è oggetto di un’indagine dell’Fbi per una possibile diffusione di informazioni riservate. Secondo il New York Times, gli accertamenti nei suoi confronti sarebbero iniziati prima delle sue clamorose dimissioni.
Joe Kent (Ansa).
La lettera di dimissioni e la reazione di Trump
L’indagine dell’Fbi non sarebbe pertanto legato alle dimissioni. Di sicuro, Donald Trump non ha apprezzato il contenuto della lettera con cui Kent ha motivato il passo indietro: l’ex capo dell’antiterrorismo ha scritto che gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran «a causa delle pressioni esercitate da Israele e dalla sua potente lobby americana», facendo intendere che il tycoon sia stato in qualche modo ingannato. «Ho letto la sua dichiarazione, ho sempre pensato che fosse una brava persona, ma anche che fosse debole in materia di sicurezza, molto debole in materia di sicurezza», ha detto Trump, liquidando Kent: «Ho capito che è un bene che se ne sia andato, perché ha detto che l’Iran non era una minaccia. Invece lo era».
Donald Trump (Ansa).
Complottista e di estrema destra: chi è Joe Kent
Nato in Oregon nel 1980, Kent è un politico di estrema destra, noto anche per essere promotore di varie teorie del complotto, come quella secondo cui i vaccini anti-Covid sarebbero una terapia genica sperimentale. In passato è stato agente delle operazioni speciali dell’esercito degli Stati Uniti e della Cia: ha lasciato il secondo incarico nel 2019 dopo la morte della moglie Shannon, soldatessa uccisa in un attentato kamikaze dell’Isis a Manbij, nel nord della Siria. Successivamente si è candidato due volte alla Camera dei rappresentanti per il terzo distretto congressuale di Washington, perdendo entrambe le volte contro la democratica Marie Gluesenkamp Perez. Nel 2025 era stato scelto da Trump come direttore del National Counterterrorism Center.
Per aiutare i cittadini alle prese con l’aumento dei prezzi del carburante, il governo ha varato un decreto che prevede il taglio delle accise in vigore già dal 19 marzo 2026. In dettaglio, il provvedimento introduce un taglio di 25 centesimi al litro sul prezzo di benzina e gasolio, con l’obiettivo di portare i costi sotto 1,90 al litro. Il prezzo del Gpl dovrebbe diminuire invece di 12 centesimi al chilo. I tagli avranno una durata di venti giorni. Il decreto contiene anche un contributo straordinario per gli autotrasportatori sotto forma di credito d’imposta per la maggior spesa sostenuta a marzo, aprile e maggio rispetto a febbraio 2026 per l’acquisto del gasolio. Criteri e modalità applicative saranno stabiliti con un successivo decreto. Un analogo credito d’imposta, in questo caso al 20 per cento, è previsto anche per l’acquisto di carburante da parte delle imprese della pesca, con uno stanziamento di 10 milioni.
Rafforzate le sanzioni per chi specula
Il governo ha anche deciso di introdurre, per i prossimi tre mesi, «uno speciale regime di controllo» contro le speculazioni, rafforzando la vigilanza lungo tutta la filiera di approvvigionamento e distribuzione dei carburanti. In particolare, si prevede che le società petrolifere dovranno comunicare giornalmente i prezzi al ministero delle Imprese e questi prezzi non potranno essere aumentati nell’arco della giornata. Le compagnie che non invieranno i prezzi andranno incontro a una sanzione pari allo 0,1 per cento del fatturato giornaliero. Inoltre Mr prezzi, organismo di controllo del ministero delle Imprese, nel caso rilevi un anomalo e improvviso aumento dei prezzi incaricherà la Guardia di finanza di accertare eventuali speculazioni su tutta la filiera, dalle compagnie ai distributori.
Nelle ultime ore in Medio Oriente ci sono stati una serie di attacchi incrociati che hanno preso di mira le infrastrutture energetiche globali. Le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno infatti colpito l’area industriale di Ras Laffan in Qatar, il più grande hub di gas naturale liquefatto (gnl) al mondo, provocando un incendio. L’attacco è giunto come rappresaglia per un precedente raid contro il giacimento di South Pars, in Iran, per il quale Teheran ha incolpato Israele e Stati Uniti avvertendo i vicini del Golfo che le loro industrie petrolifere saranno «completamente distrutte» se ci saranno altri raid. Il presidente americano Donald Trump ha riferito che gli Usa «non sapevano nulla» dei piani dello Stato ebraico per colpire il sito iraniano e che «non ci saranno più attacchi da Israele a quell’importante e prezioso giacimento di gas, a meno che l’Iran non decida di attaccare il Qatar». In caso contrario, ha minacciato il tycoon «gli Stati Uniti d’America, con o senza l’aiuto e il consenso di Israele,faranno esplodere l’intero giacimento di gas di South Pars con una forza che l’Iran non ha mai visto prima». L’attacco a Ras Laffan ha provocato una rottura diplomatica immediata tra Qatar e Iran. Il ministero degli Esteri qatariota ha ordinato l’espulsione entro 24 ore degli addetti militari e di sicurezza iraniani.
South Pars (Ansa).
Esplosioni e detriti anche in Arabia e negli Emirati
La tensione si alza anche in Arabia Saudita e negli Emirati. Riad è stata nuovamente scossa da forti esplosioni dovute all’intercettazione di quattro missili balistici e un drone. Il ministro degli Esteri, il principe Faisal bin Farhan, ha dichiarato che «il regno non cederà alla pressione, e al contrario, questa pressione si ritorcerà contro… e certamente, come abbiamo dichiarato chiaramente, ci siamo riservati il diritto di intraprendere azioni militari se ritenuto necessario». Negli Emirati, invece, un’unità di produzione di gas ad Abu Dhabi è stata chiusa per la caduta di detriti, mentre una nave è stata colpita da un proiettile vicino allo Stretto di Hormuz. In risposta all’instabilità, Cathay Pacific ha sospeso tutti i voli per Dubai e Riad fino a fine aprile.
Il presidente americano Donald Trump ha minacciato di distruggere l’enorme giacimento di gas iraniano di South Pars se Teheran dovesse attaccare nuovamente l’importante impianto di produzione di gas naturale liquefatto (gnl) di Ras Laffan in Qatar. L’Iran ha infatti preso di mira quest’ultimo sito provocando un incendio dopo che Israele aveva attaccato i propri impianti. Trump ha riferito che gli Usa «non sapevano nulla» dei piani dello Stato ebraico per colpire South Pars e che «non ci saranno più attacchi da Israele a quell’importante e prezioso giacimento di gas (ndr il più grande del mondo), a meno che l’Iran non decida di attaccare il Qatar». Di qui la minaccia: «In caso contrario, gli Stati Uniti d’America, con o senza l’aiuto e il consenso di Israele, faranno esplodere l’intero giacimento di gas di South Pars con una forza che l’Iran non ha mai visto prima».
Il tycoon valuta l’invio di soldati americani in Medio Oriente
Intanto, secondo quanto riportato dalla Reuters, l’amministrazione Trump starebbe valutando l’invio di migliaia di soldati americani in Medio Oriente. Una delle opzioni discusse è l’invio di forze di terra sull’isola di Kharg. Un’altra alternativa è il dispiegamento di truppe lungo le coste dell’Iran per assicurare il passaggio sicuro dello Stretto di Hormuz. L’amministrazione sta anche valutando la possibilità di dispiegare forze per mettere al sicuro l’uranio arricchito iraniano.
Dopo il caso del padiglione della Russia alla Biennale e lo scontro tra il presidente Buttafuoco e il ministro della Cultura Giuli, c’è un’altra questione che riguarda la 61esima edizione dell’Esposizione internazionale d’arte che sarà inaugurata il 9 maggio 2026. Quasi 200 artisti, curatori e operatori culturali coinvolti nell’evento veneziano hanno firmato una lettera in cui chiedono di impedire la partecipazione di Israele. Tra i firmatari, 182 in totale, figurano i curatori Gabe Beckhurst Feijoo e Rasha Salti, membri del team incaricato di realizzare la visione della curatrice Koyo Kouoh, oltre che artisti legati ai padiglioni di Belgio, Brasile, Bulgaria, Francia, Perù, Polonia, Spagna, Svizzera e altri Paesi. 12 firmatari hanno scelto di rimanere anonimi per timore di «possibili danni fisici, politici o legali derivanti da una firma pubblica»
«Israele vuole apparire come creatore anziché come distruttore di vite e cultura»
«Noi sottoscritti ci uniamo nel rifiuto collettivo di permettere che lo Stato di Israele trovi una piattaforma mentre commette genocidio», si legge nel documento. «Lo facciamo a sostegno dei nostri colleghi artisti e operatori culturali in Palestina, in solidarietà con il popolo palestinese, nella speranza profonda di porre fine al genocidio sionista e all’apartheid in corso e di vedere rinascere una Palestina libera». E ancora: «A due anni e mezzo di genocidio aperto contro la Palestina e a 77 anni dalla Nakba, lo Stato di Israele cerca nuovamente la legittimazione della Biennale per apparire come creatore anziché come distruttore di vite e cultura». La partecipazione di Israele non avverrà nel padiglione dei Giardini, indicato come in ristrutturazione, ma all’Arsenale, l’altro principale spazio espositivo della Biennale. L’artista basata ad Haifa, Belu-Simion Fainaru, che rappresenterà lo Stato ebraico, ha dichiarato ad ArtNews di vedere positivamente il nuovo allestimento, sottolineando la possibilità di esporre accanto a paesi come Emirati Arabi Uniti, Turchia e Arabia Saudita.
Un Consiglio dei ministri è previsto nella serata del 18 marzo. Sul tavolo possibili provvedimenti su carburanti e rincaro dei prezzi dell’energia dovuti al conflitto in Iran: si va verso il varo di un decreto legge ad hoc.
Palazzo Chigi (Imagoeconomica).
Meloni ha visto Giorgetti e Pichetto Fratin a Palazzo Chigi
In mattinata la premier Giorgia Meloni ha visto a Palazzo Chigi il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto PichettoFratin: sul tavolo il dossier carburanti, con un focus sulle misure per contrastare le possibili speculazioni. Da giorni imprese e associazioni dei consumatori chiedono al governo un intervento per mitigare il rialzo del prezzo dell’energia e quello dei carburanti.
Salvini: «Stanno prendendo corpo le proposte della Lega»
«C’è un Cdm questa sera e le proposte che stiamo avanzando come Lega da giorni, quindi un tetto al prezzo, un intervento sulle accise, anche una discussione a Bruxelles su altre forme di tasse come gli Ets che in questo momento non hanno senso, il Green Deal che è veramente un suicidio, stanno prendendo corpo», ha detto Matteo Salvini. A chi gli chiedeva di quantificare il tetto massimo al distributore, il ministro dei Trasporti ha risposto: «Assolutamente sotto i 2 euro. Una riduzione di 5-10 centesimi non sarebbe sicuramente sufficiente, l’obiettivo è scendere sotto l’1,90 per il diesel». Servirebbe dunque un taglio «da almeno 20-25 centesimi al litro», ha spiegato Salvini.
Nel tentativo di arginare l’aumento del prezzo del petrolio causato dalla guerra contro l’Iran, l’Amministrazione Trump ha sospeso per 60 giorni il Merchant Marine Act (noto anche come Jones Act), legge marittima in vigore dal 1920 che impone diversi paletti al trasporto di merci negli Stati Uniti.
President Trump’s decision to issue a 60-day Jones Act waiver is just another step to mitigate the short-term disruptions to the oil market as the U.S. military continues meeting the objectives of Operation Epic Fury.
La deroga è stata definita dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt «un altro passo per mitigare le perturbazioni a breve termine del mercato petrolifero mentre l’esercito americano continua a raggiungere gli obiettivi dell’operazione Epic Fury».
Una petroliera statunitense (Ansa).
Cosa prevede il Jones Act
In base al Jones Act, che non riguarda esclusivamente il petrolio, qualsiasi merce trasportata tra due porti degli Stati Uniti deve viaggiare su navi costruite negli Usa, di proprietà americana, battenti bandiera a stelle e strisce e con equipaggio prevalentemente statunitense.
Donald Trump (Ansa).
I pro e i contro della legge
La legge, pilastro della politica commerciale americana per oltre un secolo, è stata introdotta dopo la Prima guerra mondiale per rafforzare l’industria marittima Usa, tutelando l’occupazione nel settore e la sicurezza del Paese. Il numero di petroliere conformi ai requisiti del Jones Act è però ridotto: ciò riduce la flessibilità del sistema logistico. Inoltre i costi di costruzione e gestione negli Usa sono molto più elevati rispetto a quelli sostenuti dalle compagnie straniere. Tutte dinamiche che incidono sul prezzo finale dei carburanti, soprattutto nelle aree più isolate. Di fatto, è spesso più conveniente (anche per le tasche dei comuni cittadini) importare petrolio dall’estero, piuttosto che trasportarlo da una località all’altra degli Stati Uniti. In virtù della sospensione del Jones Act, le petroliere straniere potranno rifornire le raffinerie della East Coast con carburante proveniente dalla costa del Golfo e da altre zone del Paese.
Pier Silvio Berlusconi a tutto campo su referendum, Corona e Signorini. In un incontro con la stampa a Cologno Monzese, il group chairman e ceo di Media for Europe ha affrontato i temi più caldi del momento, dalla politica alla televisione.
«Questo voto è un passaggio importante per un Paese democratico, civile e moderno»
«Parlo da editore, non voglio eccedere nell’esprimere la mia opinione. E da editore diamo voce a entrambi gli schieramenti», ha detto inizialmente sul voto del 22 e 23 marzo. Su questo punto, va sottolineato che i parlamentari Pd in Commissione di Vigilanza Rai hanno chiesto un intervento dell’Agcom denunciando una mancata par condicio dopo la trasmissione, in prima serata su Rete 4, di un’intervista alla premier Melonirelegando i sostenitori del No in orario notturno. «Ma siccome sono anche un cittadino», ha continuato Berlusconi jr, «vi dico senza problemi che votare in questo caso è davvero importante, perché parliamo di una questione fondamentale per il futuro del nostro Paese, e che io voterò convintissimamente Sí». «Non per motivi politici», ha spiegato, «ma per motivi di civiltà e modernità, considero il voto un passaggio importante per essere al passo con i tempi, per un Paese democratico, civile e moderno».
«Signorini? Non lo sento da tempo. Da Corona menzogne e odio gratuito»
Pier Silvio ha poi affrontato il tema Alfonso Signorini, affermando che «ultimamente non l’ho sentito, ma non lo sento da molto prima che partissero le questioni che riguardano anche la magistratura». Il riferimento è alla querelle nata tra il giornalista e Fabrizio Corona. «Per quanto riguarda il suo futuro», ha aggiunto, «ritengo doveroso non dare risposte, perché c’è un procedimento in corso e aspettiamo. Abbiamo apprezzato il suo gesto di auto sospendersi». Dopo le uscite dell’ex re dei paparazzi su un presunto “sistema Signorini”, con persone costrette a subire le avances del conduttore per un posto al Grande fratello, quest’ultimo aveva infatti deciso di auto sospendersi da Mediaset. A tal proposito, Berlusconi ha anche specificato che «sul Gf abbiamo fatto tutti i controlli, noi ed Endemol, ma non c’è niente. Vedremo dove porteranno poi le indagini della magistratura». Quanto a Corona, «non abbiamo perso tempo e non vogliamo perderlo oggi». «Di fronte a menzogne, insulti e odio gratuito», ha sottolineato, «l’azienda si è dovuta difendere e di questo si parla».
Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, al pari di altri politici di Fratelli d’Italia tra cui la vicepresidente della Regione Piemonte, Elena Chiorino, era socio di un ristorante romano assieme a un’esponente della famiglia di Mauro Carroccia, che in base a una sentenza definitiva è legato alla famiglia camorristica di Michele Senese. Lo ha rivelato Il Fatto Quotidiano. Una vicenda molto imbarazzante per il partito di Giorgia Meloni, subito attaccata dalle opposizioni.
Il ristorante e la società Le 5 Forchette
Il ristorante in questione, Bisteccherie d’Italia, si trova in via Tuscolana. E la società a cui fa capo, Le 5 Forchette, fino a meno di un mese fa aveva come soci Delmastro, Chiorino, Cristiano Franceschini, segretario provinciale di FdI e assessore in Comune a Biella, e Davide Eugenio Zappalà, consigliere FdI in Regione Piemonte. Il “problema” risiede nell’identità dell’amministratrice unica: Miriam Caroccia, appena 18enne al momento della nomina, figlia del “ras” della ristorazione Mauro, in carcere con una condanna definitiva a 4 anni per intestazione fittizia con l’aggravante mafiosa, per aver ripulito i soldi dei Senese con i suoi locali.
Elena Chiorino (Imagoeconomica).
La cessione delle quote della società
Le 5 Forchette, società con un capitale di 10 mila euro e la sede nel centro di Biella, è stata costituita lì il 16 dicembre 2024. Miriam Caroccia ne deteneva il 50 per cento. Delmastro aveva il 25 per cento. L’impiegata Donatella Pelle il 10 per cento, poi Chiorino, Franceschini e Zappalà col 5 per cento. Delmastro aveva già ceduto a novembre 2025 metà delle sue quote a una società di cui lui stesso è l’unico proprietario, la G&G. La sentenza nei confronti di Mauro Caroccia è diventata definitiva il 18 febbraio scorso: nove giorni dopo il sottosegretario ha passato il 25 per cento a Pelle. Il 5 marzo tutti i soci si sono poi liberati insieme delle loro quote a favore di Miriam Caroccia, diventata unica proprietaria.
Opposizioni all’attacco: «Meloni che dice?»
«Era opportuno che Delmastro, già condannato in primo grado a otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio, avesse certe frequentazioni considerato il ruolo ricoperto?», domanda Debora Serracchiani, responsabile Giustizia nella segreteria nazionale del Pd. I parlamentari del Movimento 5 stelle in commissione Antimafia hanno anticipato la presentazione di una richiesta «affinché la commissione d’inchiesta chieda tutti gli atti e faccia ogni approfondimento necessario». Così Marco Grimaldi di Avs: «Siamo rispettosi del lavoro che sta svolgendo la magistratura, quella a cui FdI cerca di spuntare le armi, perché se i fatti fossero confermati, sarebbero di una gravità inaudita. Nel mentre, la Presidente del Consiglio non ha nulla da dire?».
Andrea Delmastro (Imagoeconomica).
La difesa di Delmastro e degli altri meloniani
«La mia storia antimafia è chiara ed evidente, le mie battaglie contro la mafia sono chiare ed evidenti. Il mio II livello di scorta certamente non nasce per altri motivi se non per la battaglia contro la mafia che stiamo facendo: questo parla per me». Così Delmastro, a margine della cerimonia di celebrazione del 209esimo annuale di fondazione del corpo di polizia penitenziaria che si è svolta a Napoli. Il sottosegretario ha evidenziato poi di essere entrato in società «con una ragazza non imputata, non indagata, che poi si scopre essere la figlia di». E di essersi poi tolto da Le 5 Forchette «per il rigore etico e morale» che lo contraddistingue nella battaglia contro la mafia. Sulla stessa linea i compagni di partito Chiorino, Franceschini e Zappalá: «Abbiamo scelto, come già evidenziato dal sottosegretario Delmastro, di uscire immediatamente dalla società costituita un anno fa nel momento stesso in cui siamo venuti a conoscenza della posizione relativa al padre della giovane ex socia, che risulta tutt’ora incensurata. Una decisione non formalmente dovuta, ma netta, che nasce da un principio non negoziabile: il rispetto della legalità».
Un cittadino svedese è stato giustiziato in Iran, secondo quanto riferito dalla ministra degli Esteri svedese Maria Malmer Stenergard. «È con profondo sgomento che ho appreso dell’esecuzione di un cittadino svedese in Iran. Il mio pensiero va ai familiari in Svezia e in Iran in questo momento difficile», ha affermato la politica, definendo la pena di morte una punizione «disumana, crudele e irreversibile». Stoccolma, insieme al resto dell’Unione europea, ne condanna l’applicazione in ogni circostanza. «Quando ieri sera ho appreso che l’esecuzione era imminente, ho immediatamente cercato un colloquio con il ministro degli Esteri iraniano per protestare con la massima fermezza. Purtroppo, però, il mio omologo non si è reso disponibile per un incontro», ha aggiunto Malmer Stenergard, che ha convocato l’ambasciatore iraniano in Svezia.
Chi è il cittadino giustiziato
Secondo il sito iraniano Mizan Online, a essere giustiziato all’alba di mercoledì 18 marzo 2028 è stato Kourosh Keyvani, arrestato a giugno 2025 e condannato a morte per «spionaggio a favore di Israele». In particolare, era accusato di aver trasmesso immagini e informazioni su luoghi sensibili ad agenti del Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana. Fermato a Savojbolagh il quarto giorno della cosiddetta Guerra dei 12 giorni, stando all’agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim era stato trovato in possesso di contanti (pare 30 mila euro), veicoli e «sofisticate apparecchiature di comunicazione e sorveglianza». Secondo il rapporto annuale di HRA sulla situazione dei diritti umani in Iran, nel 2025 almeno 2.063 persone sono state giustiziate nel Paese (+ 119 per cento rispetto al 2024).
La giuria di selezione ha indicato Ancona quale Capitale italiana della Cultura 2028. L’ha annunciato il ministro Alessandro Giuli al Collegio romano esprimendo le sue congratulazioni alla città «per la qualità del progetto presentato e per il traguardo raggiunto», che pone la cultura al centro come motore di rigenerazione e sviluppo. Città-porto e città-parco, crocevia del Mediterraneo, Ancona riceverà un contributo di un milione di euro destinato alla realizzazione delle iniziative previste nel dossier di candidatura. Le altre città finaliste erano Forlì, Anagni, Catania, Colle di Val d’Elsa, Gravina in Puglia, Massa, Mirabella Eclano, Sarzana e Tarquinia.
Le motivazioni della giuria: «Modello di progettazione culturale innovativa e sostenibile»
Queste le motivazione per cui Ancona è stata selezionata, indicate dalla giuria: «Il dossier propone un modello di valorizzazione culturale solido e coerente, capace di coniugare identità territoriale e apertura internazionale in una visione che connette le politiche culturali con più ampie dimensioni di rigenerazione urbana, inclusione sociale e partecipazione. Il programma di eventi e interventi è solido e interdisciplinare ed è adeguato per attrarre un pubblico ampio e diversificato lungo l’intero arco dell’anno. La strategia di investimento appare solida e coerente con gli obiettivi, con un impatto atteso significativo sul tessuto socio-economico. Apprezzata, inoltre, l’integrazione tra istituzioni culturali, sistema della ricerca, realtà associative e operatori del territorio, che garantisce una rete strutturata, partecipativa e orientata alla crescita». Rilevante infine, agli occhi dei giurati, «l’attenzione alla dimensione europea e mediterranea, che rafforza il posizionamento internazionale del progetto, così come il coinvolgimento attivo delle comunità locali e degli enti territoriali, nonché dei giovani, considerati non solo come fruitori ma come protagonisti dei processi creativi e culturali». Quindi la conclusione: «Il dossier soddisfa pienamente gli indicatori del bando, ponendosi come un modello di progettazione culturale innovativa, sostenibile e condivisa. Il giudizio è eccellente».
Dopo l’abbattimento di tre missiliprovenienti dall’Iran nello spazio aereo della Turchia, Ankara ha annunciato che un nuovo sistema Patriot verrà schierato nella base militare di Incirlik, situata nei pressi della città di Adana nel sud-est del Paese, non lontano dal confine con la Siria. La base rappresenta uno dei principali hub strategici della Nato nel Mediterraneo orientale.
Nella base c’è già un sistema Patriot fornito dalla Spagna
Rafforzata dunque ulteriormente la copertura antimissile del sud della Turchia, in risposta alle tensioni regionali legate al conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele. «Oltre alle misure nazionali adottate per garantire la sicurezza del nostro spazio aereo e dei nostri cittadini, un ulteriore sistema Patriot, assegnato dal Comando aereo alleato di Ramstein, in Germania, è in corso di dispiegamento ad Adana, in aggiunta al sistema Patriot spagnolo già presente nella base», ha spiegato il ministero della Difesa turco.
Un incendio è divampato nel padiglione della Serbia alla Biennale di Venezia, forse a causa di un cortocircuito. Interessato in particolare il tetto della struttura, con le fiamme alimentate dal forte vento, che sta complicando anche l’intervento dei Vigili del fuoco. Una grossa di fumo scuro è visibile sopra la laguna di Venezia. Dai primi accertamenti dovrebbe aver preso fuoco la copertura all’esterno, senza coinvolgere nessuno e senza che i danni si siano estesi agli arredi, all’esposizione o alle altre strutture circostanti.
L’attacco aereo israeliano che ha ucciso Ali Larijaniha eliminato uno dei più esperti e influenti strateghi politici dell’Iran, che in qualità di segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale era al centro del processo decisionale in materia di guerra, diplomazia nucleare e alleanze internazionali. Pe quanto proveniente da una prestigiosa famiglia clericale, Larijani non era un leader religioso. Ma, fedelissimo di Ali Khamenei, proprio dall’ayatollah aveva ricevuto l’incarico di garantire la sopravvivenza della teocrazia. Secondo gli analisti, negli ultimi mesi aveva concentrato nelle sue mani un enorme potere all’interno del regime, che non era stato intaccato (anzi) dalla nomina di Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema. Premesso che qualsiasi nuova figura di alto livello diventerà un bersaglio di Israele e Stati Uniti, chi potrebbe prendere il posto di Larijani a capo del Consiglio di sicurezza iraniano?
I possibili eredi di Larijani
Uno dei nomi più caldi è quello di Mohsen Rezaei, veterano delle forze armate che ha ricoperto per oltre 15 anni la carica di comandante in capo dei Guardiani della rivoluzione. Da pochi giorni Rezaei ha assunto il ruolo di consigliere militare di Mojtaba Khamenei, rafforzando così la sua posizione all’interno della struttura di potere iraniana.
Nell’immediato, la morte di Larijani probabilmente conferirà maggiore potere al generale Mohammad Bagher Ghalibaf, attuale presidente del Parlamento ed ex comandante della polizia iraniana, in passato anche sindaco di Teheran. Ghalibaf ha sostenuto la nomina di Mojtaba Khamenei come Guida Suprema, posizione condivisa con i pasdaran e alcuni dei religiosi iraniani più intransigenti e ultraconservatori.
Tra i nomi che girano c’è poi quello di Ahmad Vahidi, capo del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dalla morte di Mohammad Pakpour, avvenuta nelle prime ore del conflitto: è lui, ex ministro degli Esteri, a sovrintendere nell’ombra (dalla nomina non ci sono stati né messaggi, né apparizioni) allo sforzo bellico contro gli Stati Uniti e Israele.
Da non scartare poi le “candidature” di Ali Akbar Velayati, politico di lungo corso (è stato a capo degli Esteri dal 1981 al 1997) che ha servito per decenni come consigliere della Guida Suprema; e quella di Hassan Rouhani, ex presidente ed ex segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale.
Larijani’s replacement will be appointed by IRGC. With every assassination U.S. and Israel engineering greater radicalization of Iran’s leadership. It will makes for a bleak future for Iran, Iranians, the region and ultimately makes it far more difficult for U.S. to disentangle…
Secondo l’esperto di Medio Oriente Vali Nasr, che in passato ha collaborato con la Casa Bianca, il successore di Larijani sarà nominato dai pasdaran. Uno scenario, questo, che non lascia presagire nulla di buono per le speranze di de-escalation. «Con ogni assassinio, Stati Uniti e Israele alimentano una maggiore radicalizzazione della leadership iraniana. Ciò prefigura un futuro fosco per l’Iran, gli iraniani, la regione e, in definitiva, renderà molto più difficile per gli Usa disimpegnarsi da un conflitto senza fine», ha scritto Nasr su X.
È slittata a giugno l’udienza del processo che vede Maria Rosaria Boccia imputata a Pisa per truffa, con l’aggravante del danno patrimoniale di rilevante entità, ai danni di un amico. A causare lo slittamento è stato un legittimo impedimento del difensore dell’imprenditrice. Secondo l’accusa, Boccia avrebbe approfittato dell’amicizia di vecchia data con un coetaneo originario della provincia di Napoli, ma residente nel pisano per lavoro, per “spillargli” 30 mila euro. Come “trappola”, secondo quanto ipotizzato dalla procura, gli avrebbe proposto di investire i suoi risparmi nell’apertura di un locale di lusso, una terrazza bar affacciata sul golfo di Napoli che avrebbe compreso ai piani inferiori anche altre attività. Progetto che, in realtà, non sarebbe mai esistito.
Le indagini dopo la denuncia dell’uomo
La vicenda risale a dicembre 2021. Le indagini erano partite dalla denuncia del quarantenne, il quale ha sostenuto di essersi fidato della Boccia proprio per l’amicizia che li legava. A conferma della serietà del progetto, lei avrebbe anche fatto i nomi di altre persone note e facoltose già coinvolte nell’operazione. Sarebbe partito a breve, per questo i soldi servivano subito. L’uomo, di fronte all’insistenza di quella che considerava una persona fidata e allettato dall’idea di poter guadagnare molto più di ciò che avrebbe investito, si sarebbe quindi convinto a mandarle quei 30 mila euro. Salvo, poi, accusa, accorgersi di essere stato ingannato. Non avendo ricevuto indietro i soldi, si è rivolto al tribunale di Pisa ottenendo un decreto ingiuntivo che obbliga la Boccia a restituirgli i 30 mila euro più gli interessi. Decreto che, però, non sarebbe stato adempiuto dalla diretta interessata. Questo processo si aggiunge a quello che l’imprenditrice dovrà affrontare a Roma per stalking, lesioni, interferenze illecite nella vita privata e diffamazione ai danni dell’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano.