Dopo il guasto ai bagni, l’incendio a bordo: la USS Ford torna a Creta per riparazioni

Dopo aver preso parte all’operazione per catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro, è stata utilizzata per il decollo di decine di caccia F18 Hornet, carichi di bombe da sganciare sull’Iran. Adesso la portaerei USS Gerald Fordla più grande e potente al mondo – si prende una pausa forzata. L’ammiraglia della Marina Usa, al momento nel Mar Rosso, farà infatti rotta verso Creta per delle riparazioni dopo un serio incendio scoppiato a bordo la scorsa settimana.

I bagni in tilt e la prima sosta a Creta, poi il rogo

Durante lo spostamento dai Caraibi al Mediterraneo si era verificato un primo problema sulla fortezza galleggiante, lunga 333 metri: erano infatti andati in tilt i servizi igienici, cosa che aveva causato – ovviamente – grossi disagi. Il guasto era stato parzialmente risolto durante una sosta nel porto cretese di Souda. Poi erano iniziate le operazioni contro l’Iran, continuate anche mentre la USS Ford si spostava attraverso il canale di Suez nel Mar Rosso. Successivamente si è verificato il problema più serio: l’incendio.

Dopo il guasto ai bagni, l’incendio a bordo: la USS Ford torna a Creta per riparazioni
La USS Ford (Ansa).

L’incendio, partito da una lavanderia, è durato più di 30 ore

Come riportano diversi quotidiani statunitensi, l’incendio è durato più di 30 ore e decine di soldati sono rimasti intossicati dal fumo. Il rogo, partito da una ventola della lavanderia di poppa (forse per un cortocircuito), si è rapidamente esteso a diversi locali della portaerei, compresi gli alloggi, costringendo la Marina a prelevare mille materassi dalla futura USS John F. Kennedy a Norfolk, in Virginia, per inviarli alla Ford. Inoltre, la distruzione della lavanderia principale sta impedendo di lavare gli indumenti di buona parte dei militari a bordo, circa 4.500. Funzionari dell’esercito Usa, che hanno parlato con Reuters a condizione di anonimato, non hanno specificato per quanto tempo la nave da 13 miliardi di dollari rimarrà a Creta.

Medio Oriente, due morti a Tel Aviv: vittime anche a Beirut

Due morti a Tel Aviv a causa di un lancio di missili dall’Iran. Teheran ha rivendicato l’attacco affermando che è stato effettuato in vendetta per l’assassinio, da parte di Israele, di Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, e del generale Gholam Reza Soleimani, capo della forza Basij, la milizia paramilitare di volontari che fa parte della Guardia rivoluzionaria islamica. Le vittime sono un uomo e una donna di circa 70 anni. Si trovavano nella scala del loro palazzo quando è stato colpito, mentre tentavano di raggiungere il rifugio antiaereo dell’edificio.

Almeno sei morti e 24 feriti a Beirut

Dall’altra parte, lo Stato ebraico continua a prendere di mira il Libano e la capitale Beirut, dove si contano sei morti e 24 feriti. Nella notte tra il 17 e il 18 marzo 2026 l’Idf ha preso di mira, senza preavviso, i quartieri di Basta e Zoqaq el Blat, due aree centrali della città, e nella mattina anche il quartiere Bashoura. Questa sfilza di attacchi ha distrutto l’illusione di zone sicure nella capitale. «Oggi Beirut non è diversa dai sobborghi meridionali», ha commentato il capitano dei vigili del fuoco Neshat Berri.

Medio Oriente, due morti a Tel Aviv: vittime anche a Beirut
Edificio in fiamme a Beirut (Ansa).

Il direttore del Centro antiterrorismo Usa lascia per protesta contro la guerra in Iran

Joe Kent, dal 31 luglio 2025 direttore del National Counterterrorism Center, organizzazione del governo degli Stati Uniti preposto al coordinamento di tutte le attività nazionali e internazionali in materia di antiterrorismo, ha lasciato l’incarico con effetto immediato in segno di protesta contro la guerra in Iran, voluta dall’Amministrazione Trump.

La lettera di dimissioni di Kent (con elogi per Trump)

«Non posso, in coscienza, sostenere il conflitto in corso. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione: è evidente che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni esercitate da Israele e dalla sua potente lobby americana», ha scritto Kent nella lettera di dimissioni. Poi, rivolgendosi direttamente a Donald Trump: «Sostengo i valori e le politiche in ambito estero che lei ha sostenuto nel 2016, nel 2020 e nel 2024 e che ha attuato nel suo primo mandato. Fino a giugno 2025, lei ha compreso che le guerre in Medio Oriente erano una trappola che ha privato l’America delle preziose vite dei nostri patrioti e danneggiato la ricchezza e la prosperità della nostra nazione». E ancora: «Nella sua prima Amministrazione, lei ha compreso meglio di qualsiasi presidente moderno come usare in maniera decisiva la potenza militare senza trascinarci in guerre infinite. Lo ha dimostrato uccidendo Qasam Soleimani e sconfiggendo l’Isis». Poi, secondo Kent, sono subentrati i “veri” poteri forti. Infine: «È stato un onore servire sotto la guida del presidente degli Stati Uniti e del direttore generale dell’Intelligence, Tulsi Gabbard, e guidare i professionisti del National Counterterrorism Center».

Complottista e di estrema destra: chi è Joe Kent

Nato in Oregon nel 1980, Kent è un politico di estrema destra, noto anche per essere promotore di varie teorie del complotto, come quella secondo cui i vaccini anti-Covid sarebbero una terapia genica sperimentale. In passato è stato agente delle operazioni speciali dell’esercito degli Stati Uniti e della Cia: ha lasciato il secondo incarico nel 2019 dopo la morte della moglie Shannon, soldatessa uccisa in un attentato kamikaze dell’Isis a Manbij, nel nord della Siria. Successivamente si è candidato due volte alla Camera dei rappresentanti per il terzo distretto congressuale di Washington, perdendo entrambe le volte contro la democratica Marie Gluesenkamp Perez. Nel 2025 era stato scelto da Trump come direttore del National Counterterrorism Center.

Trump: «Bene che Kent se ne sia andato»

«Ho letto la sua dichiarazione, ho sempre pensato che fosse una brava persona, ma anche che fosse debole in materia di sicurezza, molto debole in materia di sicurezza», ha detto Trump ai giornalisti alla Casa Bianca, liquidando Kent: «Ho capito che è un bene che se ne sia andato, perché ha detto che l’Iran non era una minaccia. Invece lo era. Ogni Paese sapeva quanto fosse una minaccia l’Iran. La questione è se volessero o meno fare qualcosa al riguardo».

Cardinale Becciu, processo da rifare: decretata la «nullità relativa» del primo grado

La Corte d’appello vaticana ha decretato la «nullità relativa» del primo grado del processo Becciu, in cui il cardinale era stato condannato per peculato e truffa legati all’acquisto opaco di un immobile di lusso al 60 di Sloan Avenue a Londra. L’operazione, avvenuta tra il 2014 e il 2018 con fondi della Segreteria di Stato, ha causato perdite stimate in oltre 139 milioni di euro. A distanza di oltre un anno (la condanna risale a dicembre 2023), la Corte ha ordinato la «rinnovazione del dibattimento» e il deposito in cancelleria di tutti gli atti e documenti del procedimento istruttorio.

Accolto il ricorso delle difese che avevano eccepito errori procedurali

Processo da rifare dunque, anche se non da zero. I giudici hanno infatti precisato che «non dichiarano la nullità complessiva dell’intero giudizio di primo grado, del dibattimento come della sentenza. Questi infatti mantengono i propri effetti». Il nuovo giudizio, dunque, tiene formalmente in vita le condanne di primo grado, che però verranno inevitabilmente superate dal processo che riparte dall’Appello. Tutto è partito dal ricorso delle difese, che avevano eccepito errori procedurali nel dibattimento. La questione riguarda, tra i vari rilievi, il mancato deposito integrale del fascicolo istruttorio da parte del promotore di giustizia. Le parti dovranno comparire il 22 giugno 2026 per stabilire il calendario delle udienze.

La difesa del porporato: «Soddisfatti»

Così i difensori di Angelo Becciu, gli avvocati Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo: «Esprimiamo soddisfazione per l’ordinanza della Corte di appello che ha accolto le nostre eccezioni. Dimostra che sin dal primo momento avevamo ragione a rilevare la violazione del diritto difesa e a richiedere il rispetto della legge per celebrare un processo giusto».

Referendum, il Pd contro lo «scandaloso monologo di Meloni su Rete 4»

Protesta dei parlamentari dem in Commissione di Vigilanza Rai contro la puntata di lunedì 16 marzo di Quarta Repubblica, su Rete 4, che ha dato spazio a una lunga intervista a Giorgia Meloni, definita «uno scandaloso monologo di mezz’ora in prima serata senza contraddittorio» a favore del Sì, a pochi giorni dal referendum sulla giustizia. «Sembrava di essere a TeleTrump o a TeleOrban», hanno denunciato i membri del Pd della Commissione di Vigilanza Rai, parlando di «copione provato e recitato» e chiedendo all’Agcom «una sanzione esemplare» e un intervento immediato di riequilibrio della par condicio.

La puntata del programma di Nicola Porro («conduttore primo fan» di Meloni per il Pd) è iniziata con 15 minuti dedicati alla storia del presentatore televisivo Enzo Tortora, accusato erroneamente nell’estate del 1983 di associazione camorristica e traffico di droga: in studio la figlia Gaia, giornalista e conduttrice. Poi l’intervista a Meloni (che è stata pure da Fedez), seguita da un altro quarto d’ora sul caso Tortora, con riferimenti diretti alla riforma su cui gli italiani saranno chiamati a votare il 22 e 23 marzo. Dopo un momento di confronto tra il fronte del Sì e quello del No, osservano i parlamentari dem, la trasmissione è poi tornata a ospitare praticamente solo figure a favore della riforma della giustizia. In chiusura altri 25 minuti con Giuseppe Cruciani, anche lui per il Sì.

Nel mirino del Pd è finito non solo il programma Quarta Repubblica, ma l’intero palinsesto Mediaset. Sulle reti del Biscione, per riequilibrare i tempi di parola, viene sì dato spazio a servizi dedicati alle ragioni del No. Ma solo formalmente: gli interventi di chi è contro la riforma costituzionale vengono da diversi giorni (anzi notti) confinati nelle fasce con meno pubblico, ovvero tra l’1:30 e le 6. Quando la maggior parte degli elettori, ovviamente, sta dormendo.

Fabrizio Corona rinviato a giudizio per diffamazione al calciatore Pellegrini

Il gup di Roma ha rinviato a giudizio Fabrizio Corona per l’accusa di diffamazione ai danni del calciatore della Roma Lorenzo Pellegrini. La vicenda coinvolge anche una donna che, in un’intervista pubblicata da Corona sul sito dillingernews.it, ha accusato falsamente di stalking il centrocampista giallorosso. Alla ragazza, 25 anni, sono contestate anche la calunnia e le minacce. Il procedimento è stato fissato per l’1 dicembre 2026 davanti al giudice del tribunale monocratico. «Siamo soddisfatti di questo passaggio processuale. Una decisione che ritengo doverosa, la sede dove ora verrà approfondita questa vicenda è il dibattimento», ha affermato l’avvocato Federico Olivo, legale del calciatore.

Maxi tamponamento sull’autostrada Palermo-Messina: coinvolti 80 mezzi

Maxi tamponamento sull’autostrada Palermo-Messina: coinvolti 80 mezzi
Maxi tamponamento sull’autostrada Palermo-Messina: coinvolti 80 mezzi
Maxi tamponamento sull’autostrada Palermo-Messina: coinvolti 80 mezzi
Maxi tamponamento sull’autostrada Palermo-Messina: coinvolti 80 mezzi

Autostrada Palermo-Messina bloccata tra Rometta e Milazzo, dove si è verificato un maxi tamponamento a catena che ha coinvolto circa 80 mezzi tra autovetture, furgoni e mezzi pesanti. L’incidente si è verificato nella mattinata di martedì 17 marzo 2026. La circolazione autostradale è stata completamente bloccata per consentire la gestione dell’emergenza e l’evacuazione degli automobilisti coinvolti all’interno della galleria. Non ci sarebbero feriti gravi. Sul posto ci sono diverse squadre dei vigili del fuoco, la polizia stradale e i mezzi di soccorso del 118. La tratta della A20 tra Rometta e Milazzo è stata chiusa in entrambi i sensi di marcia a causa della presenza di gasolio sulla carreggiata, che rende il fondo stradale estremamente scivoloso e pericoloso. Non ci sarebbero feriti gravi.

Udienza del Riesame a Milano, Cinturrino chiede i domiciliari

Davanti ai giudici dei Tribunale del Riesame di Milano, nel corso di un’udienza durata due ore in cui ha chiesto i domiciliari, l’agente Carmelo Cinturrino ha ribadito ancora una volta di aver «sparato per paura» a Abderrahim Mansouri e che «non voleva uccidere» il pusher, descrivendo «una tragica fatalità» quanto accaduto il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo. Il poliziotto, accusato di omicidio volontario aggravato (anche dalla premeditazione) e indagato per oltre 30 capi di imputazione, è in carcere dal 23 febbraio. Cinturrino, hanno riferito i suoi avvocati, conosceva Mansouri «solo per una foto segnaletica». L’agente ha inoltre respinto le altre accuse di spaccio, violenze e pestaggi. La decisione dei giudici è attesa per i prossimi giorni. L’inchiesta ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di altri sei poliziotti del Commissariato Mecenate, accusati a vario titolo di favoreggiamento, omissione di soccorso, arresti illegali, falso e estorsione.

Indagato per caporalato il cognato di Attilio Fontana

Andrea Dini, cognato del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana (è fratello della moglie Roberta), è indagato con altre cinque persone per caporalato dalla Procura di Milano, che ha disposto il controllo giudiziario di Dama, società di produzione di maglieria e vestiario di cui è amministratore delegato. Lo si legge nell’atto con cui è stata disposto dal pm Paolo Storari il controllo giudiziario della stessa Dama e di Aspesi, noto marchio di abbigliamento, nell’ambito di un filone d’inchiesta sullo sfruttamento nella moda e nel made in Italy.

Indagato per caporalato il cognato di Attilio Fontana
Attilio Fontana (Imagoeconomica).

Le accuse di confronti di Dama

L’accusa nei confronti di Dama, società da 107 milioni di ricavi l’anno, 5,6 milioni di utili e 309 dipendenti di cui 130 operai, è di «sfruttamento» della manodopera cinese «in stato di bisogno», impiegata nella sette giorni su sette, dalle 8 del mattino alle 22 della sera nella produzione di capi per il brand Paul&Shark nella sede di Varese. La misura dovrà essere vagliata da un gip entro 10 giorni. Dini, con Dama, era già stato indagato per la vicenda dei camici forniti alla Regione Lombardia: la sua posizione era stata poi archiviata.

Trump ha chiesto a Xi di rinviare l’incontro in programma a Pechino

Donald Trump ha detto di aver chiesto a Xi Jinping di rinviare di circa un mese – a causa della guerra in Iran – il vertice in programma a Pechino per l’inizio di aprile. «Voglio essere qui, devo essere qui. Quindi abbiamo chiesto di rimandare l’incontro di un mese o giù di lì… È molto semplice, abbiamo una guerra in corso», ha detto il presidente Usa parlando con i giornalisti nello Studio Ovale.

Trump ha chiesto a Xi di rinviare l’incontro in programma a Pechino
Donald Trump (Imagoeconomica).

Pechino «ha preso atto» della richiesta di Trump

Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, ha dichiarato che Pechino «ha preso atto» della richiesta della Casa Bianca: «Le due parti sono in comunicazione sulla tempistica della visita del presidente Trump in Cina. Al momento non ho ulteriori informazioni da fornire».

La richiesta di Trump alla Cina per lo Stretto di Hormuz

Il 16 marzo Trump ha chiesto anche alla Cina di contribuire alla messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz, così da permettere la riapertura del braccio di mare attraverso cui transita una fetta cruciale del greggio mondiale. C’è chi suggerisce che il rinvio dell’incontro possa (anche) essere legata a tensioni tra Washington e Pechino proprio su tale questione.

Israele ha annunciato l’uccisione di Ali Larijani

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha confermato l’uccisione di Ali Larijani, capo del Consiglio di sicurezza iraniano, obiettivo dei raid notturni condotti dall’IDF su Teheran. Il 16 marzo proprio Larijani, tramite un messaggio in sei punti diffuso su X, aveva fatto appello all’unità dei «musulmani di tutto il mondo e ai governi dei Paesi islamici». Era considerato l’uomo più influente del regime iraniano, nonché il leader di fatto della Repubblica Islamica dalla morte di Ali Khamenei.

Ucciso anche Soleimani, comandante delle forze Basij

Il capo di Stato maggiore israeliano, generale Eyal Zamir, senza citare esplicitamente di Larijani, ha detto: «Durante la notte sono stati registrati anche risultati significativi in termini di eliminazioni, che potrebbero influire sui risultati della campagna e sulle missioni delle IDF». Tra gli obiettivi centrati dal bombardamento anche Gholamreza Soleimani, il comandante della forza paramilitare Basij, che è stato ucciso. Eliminato pure il vice Seyyed Karishi. Durante le proteste interne in Iran, in particolare nei periodi più recenti in cui le manifestazioni si sono intensificate, le forze Basij hanno guidato le principali operazioni di repressione.

Un altro raid aereo israeliano in Iran ha preso di mira Akram al-Ajouri, leader della Jihad islamica palestinese, e altri alti funzionari del gruppo terroristico.

Colpita l’ambasciata Usa a Baghdad

L’ambasciata statunitense a Baghdad è stata colpita nella notte da un attacco con droni e razzi, dopo che un attacco simile era avvenuto poche ore prima. Lo ha riferito un funzionario della sicurezza. La difesa aerea, secondo quanto riporta un giornalista dell’Afp, ha intercettato un primo vettore. Ma un secondo (si tratterebbe di un drone) ha colpito la sede diplomatica Usa provocando un’esplosione. Dall’ambasciata si è alzata una colonna di fumo. Non ci sarebbero vittime.

Teheran: «Attaccate basi Usa negli Emirati, in Bahrein e in Qatar»

Le autorità iraniane, una nota ufficiale diramata dalla televisione di Stato, hanno inoltre annunciato di avere attaccato la base aerea statunitense di Isa, in Bahrein, e la base aerea di al-Dhafra, negli Emirati Arabi Uniti: «I Paesi del Golfo farebbero meglio a espellere gli americani dai loro territori per evitare danni». In precedenza, i Guardiani della rivoluzione avevano reso noto di aver attaccato la base aerea statunitense di Al Udeid, in Qatar, utilizzando missili Zolfaghar e Qiam, oltre a droni.

Media: missili caduti a pochi metri dall’ufficio di Netanyahu

Secondo quanto riportato dalla tv iraniana Snn, alcuni missili sono caduti a pochi metri dall’ufficio del premier israeliano Benjamin Netanyahu a Gerusalemme.

«Utilizzate il solito sistema clientelare per convincere a votare Sì», bufera sul deputato Fdi Mattia

Continua lo scontro tra governo e opposizioni sul referendum sulla giustizia. Ad accendere le polemiche sono ora le parole del deputato di Fratelli d’Italia Aldo Mattia che, durante un evento in Basilicata, ha invitato il pubblico a usare il «solito sistema clientelare» per convincere i conoscenti a votare Sì. Queste le sue parole: «Avete gli argomenti per poter discutere, ma se non dovesse servire, utilizzate anche il solito sistema clientelare. Non ci credi, beh fammi questo favore. Perché tu sei mio cugino, perché io ti ho fatto questo favore. Aiutami per quest’altra questione perché io te ne ho fatti già tanti. Utilizziamo anche questi mezzi. Perché dobbiamo vincere questa battaglia». Dichiarazioni che hanno subito scatenato l’ira di Pd e M5s.

Pd: «Parole gravissime e preoccupanti»

Daniele Manca, senatore e commissario regionale del Pd Basilicata, ha parlato di «parole gravissime che stanno suscitando forte preoccupazione sul piano politico e istituzionale». «Richiamano un modo di concepire la politica che pensavamo appartenesse al passato peggiore del nostro Paese», ha evidenziato. «È ancora più grave che queste parole arrivino da un parlamentare della Repubblica che ha giurato sulla Costituzione. Quel giuramento richiama ogni rappresentante delle istituzioni al rispetto della libertà del voto e dei principi democratici».

M5s: «Meloni prenda le distanze»

Sul piede di guerra anche il M5s. con il capogruppo al Senato Luca Pirondini che ha così commentato le dichiarazioni di Mattia: «Non è una frase sfuggita per caso, ma una vera e propria call to action. Quelle del deputato Mattia sono parole gravissime, ma ancora peggio è stato l’applauso della platea presente all’evento targato Fratelli d’Italia. Nessuno si è alzato per dire a Mattia “Ma cosa stai dicendo? Ma sei impazzito?”. Ci sarà qualcuno dentro Fratelli d’Italia che lo farà oggi? Giorgia Meloni condivide questo metodo oppure prende le distanze in modo netto e pubblico dal suo deputato e dall’applauso vergognoso che ha fatto da cornice al suo intervento? Comunque se queste sono le argomentazioni di chi chiede il Sì, allora c’è un motivo in più per reagire. Andare a votare in massa e dimostrare che il voto dei cittadini non si compra e non si indirizza con i favori come predica qualcuno dentro FdI».

Pusher ucciso a Rogoredo, altri due indagati tra i colleghi di Cinturrino

Nuovi sviluppi nelle indagini sull’omicidio di Abderrhaim Mansouri, il pusher ucciso il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo dall’assistente capo di polizia Carmelo Cinturrino, che accusato di omicidio volontario aggravato è detenuto nel carcere di San Vittore. Nei suoi confronti sono emerse nuove accuse. Inoltre sono finiti sotto inchiesta ltri due colleghi.

Le nuove accuse contestate a Cinturrino

Oltre all’accusa di omicidio volontario, la procura di Milano ha mosso nuove contestazioni a carico di Cinturrino: dall’estorsione alle percosse, fino allo spaccio. Le accuse nascono dalle testimonianze a tappeto raccolte dai pm da tossicodipendenti e spacciatori arrestati da Cinturrino, ma anche chi ha solo ‘incrociato’ il poliziotto durante le sue operazioni antidroga, finite sotto la lente d’ingrandimento.

Indagati altri due poliziotti per falso e arresto illegale

Oltre ai quattro agenti presenti quel giorno nel boschetto di Rogoredo, al centro di indagini per omissione di soccorso e favoreggiamento e per questo assegnati a incarichi non operativi al di fuori del commissariato Mecenate, sono infatti sono indagati altri due poliziotti: uno per falso e uno per arresto illegale. Le nuove iscrizioni sono legate alla richiesta di incidente probatorio notificata per convocare almeno otto testimoni, tra pusher e tossicodipendenti.

Referendum, il cdr del Giornale Radio Rai contro Annalisa Chirico: cosa è successo

In una nota, il comitato di redazione del Giornale Radio Rai ha puntato il dito contro Annalisa Chirico e Ping pong, il suo programma su Radio Uno, «diventato lo specchio delle ipocrisie» a cui il servizio pubblico «sottopone i suoi dipendenti». Alla base del comunicato il tempo concesso alla giornalista, troppo schierata per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere, che si terrà il 22 e 23 marzo.

Referendum, il cdr del Giornale Radio Rai contro Annalisa Chirico: cosa è successo
Annalisa Chirico (Imagoeconomica).

Il comunicato del cdr di Giornale Radio Rai contro Annalisa Chirico

«Monitoraggio ossessivo dei tempi per il Sì e per il No. Attenzione all’equidistanza che tutti i colleghi applicano nei propri programmi, che si tratti di politica, cronaca o esteri. Tutti, tranne Annalisa Chirico. A lei è concesso dire in onda che voterà Sì al referendum, andare ospite in programmi d’informazione a difendere il fronte del Sì», si legge nella nota. A Chirico, sottolinea il cdr, «è concesso, più in generale, essere una militante più che una giornalista che collabora con la testata radiofonica del servizio pubblico. Prendere posizione, sbilanciarsi a favore dell’uno o dell’altro, non rispettare la completezza dell’informazione». Venerdì 13 marzo, ad esempio, «la puntata sul caso della famiglia del bosco è diventato un florilegio di qualunquismo e opinionismo da quattro soldi».

I dem della Commissione Vigilanza: «Ennesimo grave episodio»

Sulla questione sono intervenuti i membri del Partito democratico della Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai, parlando di «preoccupante» ed «ennesimo grave episodio» per un’emittente che «sta diventando una sorta di radio del regime di TeleMeloni». Quanto a Chirico, la giornalista è stata definita una «rappresentante della destra di governo», anziché «conduttrice radiofonica imparziale e democratica». La replica dei componenti di Fratelli d’Italia è arrivata subito. I meloniani hanno parlato di «ennesima polemica strumentale e campata in aria della sinistra, che conferma di essere allergica al pluralismo e alla libertà di opinione» e del «solito doppiopesismo» dell’opposizione, quando «peraltro non risulta a carico della trasmissione condotta dalla stessa Chirico alcun rilievo dell’Agcom, a conferma della correttezza e del rispetto delle regole».

Tajani “scomoda” Mussolini per sostenere il Sì al referendum: cosa ha detto

Per sostenere il in vista del referendum sulla riforma della giustizia del 22 e 23 marzo, Antonio Tajani ha diffuso un video sui social – girato all’esterno di casa sua – in cui il segretario di Forza Italia, ministro degli Esteri e vicepremier ha detto che il sistema italiano è da cambiare in quanto tipico di una dittatura.

«L’Italia è un’eccezione tra le democrazie, un sistema come il nostro esiste solo in Russia, in Cina e in altre dittature, del resto è stato introdotto da Benito Mussolini e dal fascismo», dice Tajani nel video diffuso sui social, introdotto dal post: «Entriamo nel merito della riforma della giustizia. Diciamo basta a bugie e mistificazioni. Diciamo SÌ ad una magistratura finalmente libera, indipendente e imparziale».

Tajani: «Chi di voi guarderebbe una partita con un arbitro che indossa la maglia di una delle squadre?»

Nel video, Tajani dichiara anche: «In qualsiasi disputa la persona chiamata a giudicare chi ha ragione e chi ha torto non deve essere amica di nessuna delle due parti in causa». Sue la domanda retorica: «Chi di voi andrebbe a vedere una partita con un arbitro che indossa la maglia di una delle due squadre?». E poi: «Questo concetto è la materia del referendum per il quale si voterà il 22 e 23 marzo. Parliamo del processo penale, con il quale si decide la vita delle persone. Non vi sembra ovvio che chi decide non debba essere amico o collega con nessuna delle due parti?».

Prima della Scala 2026 e 2027, annunciate le opere che apriranno le stagioni

È stata presentata la programmazione del triennio 2026-2028 del Teatro alla Scala di Milano – come chiesto una decina di giorni prima dal ministero della Cultura a tutte le fondazioni lirico-sinfoniche in vista del riparto del Fus, i fondi statali – con l’annuncio delle opere che apriranno le stagioni 2026 e 2027. Il 7 dicembre 2026 verrà rappresentato l’Otello di Giuseppe Verdi con la regia di Damiano Michieletto. Sul podio ci sarà Myung-Whun Chung, al suo debutto come direttore musicale. L’attuale, Riccardo Chailly, continuerà comunque la sua collaborazione con la Scala concentrandosi sulla musica russa. Sempre un’opera di Verdi inaugurerà la stagione successiva, nel 2027, vale a dire Un ballo in maschera. L’opera sarà di nuovo diretta da Chung e vedrà la regia del palermitano Luca Guadagnino.

Prima della Scala 2026 e 2027, annunciate le opere che apriranno le stagioni
Myung-Whun Chung (Ansa).

Frédéric Olivieri confermato direttore del Corpo di ballo

Durante la presentazione è stato inoltre reso noto che Frédéric Olivieri resterà direttore del Corpo di ballo della Scala per altre due stagioni. Era stato nominato a febbraio 2025 per due anni dal sovrintendente Fortunato Ortombina, dopo la decisione del suo predecessore Manuel Legris di lasciare l’incarico prima della scadenza.

Prima della Scala 2026 e 2027, annunciate le opere che apriranno le stagioni
Frédéric Olivieri (Ansa).

Meta, accordo da 27 miliardi con Nebius sull’IA

Meta ha firmato un accordo da 27 miliardi di dollari con Nebius, piattaforma cloud con sede ad Amsterdam specializzata nell’addestramento e nell’esecuzione di modelli di AI avanzati. In base all’intesa, il colosso di Mark Zuckerberg investirà 12 miliardi di dollari in capacità di calcolo a partire dall’inizio del 2027 e si è impegnato ad acquistare ulteriore capacità per un valore di altri 15 miliardi di dollari (sempre distribuita su più siti) nei prossimi cinque anni. Nel complesso si tratta di uno dei più grandi contratti infrastrutturali mai sottoscritti da Meta.

Meta, accordo da 27 miliardi con Nebius sull’IA
Mark Zuckerberg (Imagoeconomica).

Meta di recente ha acquisito Manus, startup focalizzata sullo sviluppo di algoritmi di IA per l’automazione delle attività, e Moltbook, piattaforma Moltbook, una piattaforma simile a Reddit progettata per ospitare conversazioni tra agenti AI. L’accordo con Nebius rappresenta un’ulteriore accelerata sull’IA per la società di Zuckerberg, che ormai ha trasformato l’intelligenza artificiale nella sua priorità strategica, nel tentativo di ridurre il gap da rivali come OpenAI e Google. Tuttavia, secondo quanto riporta Reuters, l’azienda si starebbe preparando a quello che potrebbe essere uno dei suoi più grandi giri di licenziamenti, con un taglio del 20 per cento della forza lavoro globale: coinvolti quasi 16 mila dipendenti. A gennaio del 2025, Meta aveva licenziato circa il 5 per cento dei suoi lavoratori.

Elicotteri Usa sul Parco delle Madonie, protesta dei sindaci e interrogazione a Schifani

È polemica in Sicilia per l’atterraggio di due elicotteri militari dell’esercito americano nel parco delle Madonie, in particolare a Piano Catarineci, area di pregio naturalistico tutelata da un apposito marchio Unesco e facente parte della rete Natura 2000, caratteristica che implica e richiede una particolare attenzione alla conservazione degli habitat e delle specie di fauna e flora selvatica presenti. Dopo aver visionato le fotografie pubblicate sul profilo social della marina statunitense che ritraggono i due mezzi sul suolo siciliano, 22 sindaci e il presidente del Parco delle Madonie hanno inviato una nota al presidente della Regione, Renato Schifani, e al prefetto di Palermo, Massimo Mariani, per chiedere se «fossero stati avvisati di esercitazioni, se e da quale ente il piano di volo sia stato autorizzato, se, in caso positivo, sia stata effettuata la procedura di valutazione di incidenza ambientale per le esercitazioni militari con elicotteri della base di Sigonella sul sito Piano Catarineci e se non si ritenga opportuno chiedere lo stop a tali attività, visti i rischi per la popolazione locale e l’ambiente naturale, a maggior ragione dato che ci si trova nel contesto di uno scenario bellico privo di piena legittimazione internazionale».

La marina Usa: «Volo di addestramento, squadra difende gli interessi degli Alleati»

La marina americana ha spiegato che gli elicotteri MH-60S Sea Hawk assegnati alla Helicopter Sea Combat Squadron 28 stavano conducendo un volo di addestramento sul monte Etna vicino alla stazione aerea navale Sigonella. La squadra, ha spiegato, «è attualmente dispiegata nell’area operativa della 6a flotta degli Stati Uniti, supportando l’efficacia dei combattimenti bellici, la letalità e la prontezza delle Forze navali americane Europa-Africa, mentre difende gli interessi degli Stati Uniti, degli Alleati e dei partner nella regione».

Il M5s chiede a Schifani di riferire in Aula

La vicenda ha scatenato polemiche politiche, con critiche da parte di Movimento 5 stelle e Partito democratico. Il capogruppo M5s all’Assemblea regionale siciliana, Antonio De Luca, ha parlato di «fatto gravissimo che può essere motivato come estrema ratio solo da ragioni di tipo emergenziale». «Essere partner della Nato», ha evidenziato, «non vuol dire essere succubi degli americani, specialmente in un periodo in cui l’esercito Usa è impegnato attivamente nell’offensiva contro l’Iran. Non possiamo tollerare ingerenze e non possiamo mettere a rischio la vita dei siciliani. Il presidente Schifani era stato informato? Il Parlamento certamente no, ne renda conto a sala d’Ercole». «Senza voler mettere da parte la questione ambientale», ha continuato il deputato «considerando che l’atterraggio è avvenuto in un’area definita come A, cioè di massima tutela ambientale, si tratta di un accadimento che condanniamo fermamente e che non deve più ripetersi. Per questo serve un governo regionale intransigente. Il presidente della Regione risponda ai siciliani che lo hanno eletto, non agli americani e venga in Aula a riferire con urgenza».

Il Pd presenta un’interrogazione parlamentare

La deputata regionale dem Valentina Chinnici ha annunciato che presenterà un’interrogazione parlamentare rivolta al presidente Schifani: «L’atterraggio di elicotteri da guerra della US. Navy nel cuore della Sicilia, a Piano Catarineci, non è solo una questione ambientale, è l’ennesimo atto unilaterale che rischia di trascinare la nostra Isola e l’Italia in uno scenario di tensione bellica senza che vi sia stata alcuna informazione o dibattito democratico». «Dobbiamo sapere con urgenza se Schifani e la Prefettura fossero stati avvisati, e chi ha autorizzato questo piano di volo. Non possiamo permettere che la Sicilia venga percepita come una portaerei in balia di decisioni prese altrove, senza alcuna legittimazione da parte degli organismi europei e internazionali e in spregio alla sovranità nazionale», ha continuato. Quindi l’annuncio: «L’esecutivo regionale non può più tacere. Nella mia interrogazione chiederò chiarezza immediata e di valutare lo stop a queste attività. La sicurezza dei cittadini, l’integrità del nostro territorio e la sovranità nazionale non possono essere messe in discussione da voli fantasma autorizzati chissà da chi».