Il cda del Teatro alla Scala di Milano ha autorizzato il sovrintendente Fortunato Ortombina a sottoscrivere il contratto del maestro Myung-Whun Chung in qualità di direttore musicale del Piermarini: l’incarico del maestro sudcoreano 73enne decorrerà dal termine del contratto di Riccardo Chailly, che si concluderà alla fine del 2026.
La carriera di Chung, nuovo direttore musicale del Teatro alla Scala
Dopo aver iniziato la carriera come pianista, Chung ha completato gli studi musicali alla Juilliard School di New York per poi diventare nel 1978 assistente di Carlo Maria Giulini alla Los Angeles Philharmonic, di cui è stato anche direttore associato. Nel corso dei decenni è stato direttore musicale dell’orchestra della Saarländischer Rundfunk (1984-1990), direttore ospite principale del Teatro Comunale di Firenze (1987-1992), direttore musicale dell’Opéra Bastille di Parigi (1989-1994), direttore principale dell’Orchestra dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia di Roma (1997-2005), dell’Orchestra Sinfonica KBS in Corea del Sud (1999), dell’Orchestre Philharmonique de Radio France (2000-2015). Da due decenni collabora costantemente con l’orchestra del Teatro La Fenice di Venezia e con la Filarmonica della Scala di Milano, di cui dal 2023 è direttore emerito.
Myung-Whun Chung (Ansa).
Esclusi i direttori musicali, è il maestro col maggior numero di presenze alla Scala
Come si legge in un comunicato della Scala, Chung «è stato una presenza costante dei cartelloni scaligeri a Milano e in tournée dal 1989, dirigendo nove titoli d’opera, per 84 rappresentazioni, e 141 concerti»: esclusi i direttori musicali, è il maestro con il maggior numero di presenze. Direttore verdiano di riferimento, si è distinto alla Scala per la vastità del repertorio, dirigendo inoltre la Filarmonica in numerose tournée in Italia e all’estero.
L’esercito israeliano ha condotto una serie di attacchi nella parte orientale del Libano, sia nella valle della Beqaa che nella zona vicino alla città di Nabi Chit, vicina al confine con la Siria; e sud del Paese dei cedri, ampliando la portata della sua campagna di bombardamenti durante un cessate il fuoco – appena prorogato per altre tre settimane – che non è riuscito a porre fine alle ostilità con Hezbollah. Tutto questo mentre si stanno facendo sempre più forti le tensioni tra l’organizzazione sciita e il governo di Beirut.
Naïm Qassem (Ansa).
Qassem: «Continueremo la nostra resistenza»
Naïm Qassem, leader di Hezbollah, ha infatti puntato il dito contro il presidente libanese Joseph Aoun, accusandolo di aver fatto precipitare il Paese in un «ciclo di instabilità» con i negoziati diretti con Israele: «Questi colloqui e il loro esito non esistono e non ci riguardano minimamente. Non ci ritireremo, non ci piegheremo, non saremo sconfitti. Continueremo la nostra resistenza per difendere il Libano». Qassem, in una dichiarazione letta dall’emittente televisiva al-Manar, ha elencato inoltre cinque condizioni che devono essere soddisfatte prima di eventuali colloqui diretti: «Cessare l’aggressione via terra, mare e aria, il ritiro di Israele dai territori occupati, il rilascio dei prigionieri, il ritorno della popolazione in tutti i propri villaggi e città e la ricostruzione».
Joseph Aoun (Ansa).
Aoun: «Quello che stiamo facendo non è tradimento»
Aoun, assicurando che respingerà qualsiasi «accordo umiliante» al termine dei colloqui con Tel Aviv, ha risposto così alle dichiarazioni del segretario generale di Hezbollah. «Coloro che ci hanno trascinato in guerra in Libano ora ci ritengono responsabili perché abbiamo preso la decisione di avviare i negoziati. Quello che stiamo facendo non è un tradimento. Piuttosto, il tradimento è commesso da coloro che portano il proprio Paese in guerra per perseguire interessi stranieri», ha detto riferendosi a Hezbollah e ai suoi legami con l’Iran.
Il ministero degli Esteri russo ha convocato l’ambasciatore tedesco a Mosca, Alexander Graf Lambsdorff, per presentare una nota di protesta in merito al recente incontro a Kyv tra Roderich Kiesewetter, membro della commissione parlamentare per gli affari internazionali del Bundestag, e Achmed Zakayev, leader dell’organizzazione cecena Repubblica di Ichkeria (bandita in Russia). «Il parlamentare tedesco ha accolto con favore le attività anti-russe dei terroristi di questa organizzazione, che hanno partecipato attivamente ad operazioni di sabotaggio nelle regioni di Belgorod e Kursk, e li ha esortati a collaborare attivamente con la Germania, anche reclutando cittadini russi residenti in Germania per condurre operazioni volte a destabilizzare la situazione socio-politica nella Federazione russa», ha accusato il ministero degli Esteri russo. E ancora: «Mosca considera questo incontro tra un membro del parlamento tedesco e noti criminali come prova inconfutabile dell’intento delle autorità tedesche di interferire negli affari interni della Russia e di minacciarne la sicurezza nazionale, anche attraverso la cooperazione con organizzazioni terroristiche sotto l’egida del regime criminale di Kyiv».
Berlino: «Accuse ingiustificate»
Pronta la replica del governo tedesco, che ha rispedito le accuse al mittente definendole «completamente ingiustificate». A parlare è stata la portavoce del ministero degli Esteri, Kathrin Deschauer, rispondendo a una domanda ad una conferenza stampa.
Israele all’attacco della Biennale arte di Venezia dopo che la giuria ha deciso di escludere dalla premiazione i Paesi accusati di «crimini contro l’umanità», pur non citando esplicitamente lo Stato ebraico. «Il boicottaggio dell’artista israeliano Belu-Simion Fainaru da parte della Giuria internazionale della Biennale di Venezia è una contaminazione del mondo dell’arte», ha accusato in un post su X il ministero degli Esteri israeliano. «La giuria politica ha trasformato la Biennale da uno spazio artistico aperto di idee libere e sconfinate in uno spettacolo di falso indottrinamento politico anti-israeliano». L’artista Belu-Simion Fainaru, nato a Bucarest nel 1959 ed emigrato in Israele nel 1973, era stato scelto per rappresentare Israele alla prossima Biennale.
The boycott of Israeli artist Belu-Simion Fainaru by the International Jury of the Venice Biennale is a contamination of the art world. The political jury has transformed the Biennale from an open artistic space of free, boundless ideas into a spectacle of false, anti-Israeli…
Nell’assemblea di Delfin, che si è svolta in Lussemburgo, i soci a maggioranza (sei su otto) hanno dato il via libera al trasferimento delle quote di Luca e Paola Del Vecchio nella LMDV di Leonardo Maria, salirà così al 37,5 per cento del capitale della holding di famiglia. Si tratta di un’operazione da 10 miliardi di euro. A votare contro sono stati Claudio e Rocco Basilico. Ok degli eredi di Leonardo del Vecchio anche alla politica di distribuzione delle cedole, sempre a maggioranza: per il triennio 2025-2027 dovrebbe quindi poter essere erogato ai soci l’80 per cento degli utili. In questo caso solo Basilico ha votato contro.
Il capitale di Delfin era detenuto in quote uguali da otto eredi
Dalla scomparsa di Leonardo Del Vecchio, fondatore di Luxottica, il capitale di Delfin era detenuto in parti uguali (12,5 per cento) da otto eredi: i sei figli dell’imprenditore (ai quattro già citati vanno aggiunti Marisa e Clemente), la moglie Nicoletta Zampillo e il primo figlio di lei, Basilico. Delfin detiene le quote di EssilorLuxottica, Mps (17,5 per cento), Generali (10 per cento) e Unicredit (2,7 per cento).
La gup di Milano Giulia Marozzi ha rinviato a giudizio Marcello Dell’Utri e la moglie Miranda Ratti per la vicenda dei 42 milioni di euro ricevuti da Silvio Berlusconi attraverso otto bonifici tra il 2012 e il 2021, donazioni perlopiù giustificate dall’ex premier come aiuto per spese legali e personali. La prima udienza del processo si terrà il 9 luglio davanti alla seconda sezione penale del Tribunale.
Marcello Dell’Utri (Imagoeconomica).
Perché Dell’Utri è finito a processo
Dell’Utri è finito a processo perché, essendo già condannato in via definitiva per concorso in associazione mafiosa, ha in base alla legge Rognoni-Della Torre l’obbligo di comunicare le sue variazioni patrimoniali. Nell’ambito dell’inchiesta che lo vedeva indagato a Firenze per strage e associazione mafiosa, gli inquirenti hanno rilevato una serie di donazioni (da parte di Berlusconi) per un totale di 42 milioni, che appunto l’ex senatore di Forza Italia non aveva dichiarato al Fisco e agli organi competenti. Da qui l’apertura di un altro procedimento nei suoi confronti, che è stato poi trasferito da Firenze a Milano a marzo del 2025 per competenza territoriale. Su una parte della somma è già scattata la prescrizione.
Le autorità di Pechino hanno annunciato lo stop all’accordo che avrebbe portato Meta ad acquisire per 2 miliardi di dollari la piattaforma cinese di intelligenza artificiale Manus. In un breve comunicato pubblicato sul proprio sito web, la Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma (ossia il principale organo di pianificazione economica della Repubblica Popolare) si è limitata a spiegare di aver «vietato l’investimento straniero» in Manus e di aver richiesto alle parti coinvolte di annullare l’operazione.
Il lancio di Manus è avvenuto a marzo 2025
Progettato per operare come un “dipendente digitale” capace di pianificare e portare a termine compiti complessi seguendo pochi input iniziali, Manus è stato lanciato a marzo del 2025 dalla startup Butterfly Effect (parte di Beijing Butterfly Effect Technology), con sede a Singapore. Nel giro di pochissimo tempo l’IA agentica era “esplosa” grazie a un video dimostrativo diventato virale sui social cinesi. Alla fine dell’anno scorso Meta aveva annunciato l’acquisizione di Manus per integrarne le capacità nei propri prodotti, incluso Meta AI, mantenendo anche il servizio come offerta separata. Ora lo stop da parte di Pechino.
Gli ex premier israeliani Naftali Bennett e Yair Lapid hanno annunciato di aver fuso i rispettivi partiti – Bennet 2026 e Yesh Atid– in un’unica formazione politica chiamata Yachad (Insieme), con l’obiettivo di sfidare e spodestare Benjamin Netanyahu. Già nel 2021 lo mandarono all’opposizione rompendo una presa sul Paese che durava ininterrotta dal 2009 guidando congiuntamente – alternandosi alla carica di premier secondo un accordo di rotazione – una coalizione con all’interno otto formazioni politicamente diverse, compreso il partito arabo Ra’am guidato da Mansour Abbas. L’operazione non durò molto, tanto che l’anno successivo la maggioranza saltò e Bibi tornò alla guida dello Stato ebraico. Da allora, il centrista Lapid ha ricoperto il ruolo di leader dell’opposizione, Bennett si è preso una pausa dalla politica.
Una mossa che «riunisce il blocco riformista»
L’alleanza fra i due leader è stata firmata nella serata di sabato 25 aprile. «Una mossa che riunisce il blocco riformista, ponendo fine alle lotte interne e consentendo di concentrare gli sforzi su una vittoria decisiva alle prossime elezioni, per poi guidare Israele verso le riforme necessarie», hanno affermato i due politici durante la conferenza stampa organizzata per lanciare l’iniziativa. Il tentativo evidente è quello di unire un’opposizione frammentata che sembra comunque avere poco in comune oltre la comune ostilità verso Netanyahu.
Come se non bastasse la terza mancata qualificazione ai Mondiali di fila, il calcio italiano si trova ad affrontare un altro scandalo: al centro (ancora) gli arbitri. Il designatore di Serie A e B Gianluca Rocchi, indagato dalla procura di Milano, avrebbe interferito in modo illecito sulle decisioni della sala Var di Lissone e scelto direttore di gara “graditi” all’Inter per le gare dei nerazzurri. Cosa sappiamo.
Perché Rocchi è indagato per frode sportiva
Rocchi, che si è autosospeso, è indagato dal pm della Procura di Milano Maurizio Ascione per concorso in frode sportiva. Avrebbe “combinato” le designazioni di due gare dell’Inter nel 2025: quella in trasferta a Bologna in campionato e il derby di ritorno di Coppa Italia col Milan, assegnandole rispettivamente a Andrea Colombo (gradito al club nerazzurro) e Daniele Doveri (sgradito, per «assicurare all’Inter direzioni di gara diverse per l’eventuale finale di Coppa Italia e per il resto delle partite di A»). Inoltre avrebbe violato il protocollo Var durante Udinese-Parma, sempre nella stagione 204/25.
Gianluca Rocchi (Ansa).
Al di là di come siano effettivamente andate le partite (l’Inter perse a Bologna), la questione delle designazioni “pilotate” è facile da capire: il punto è dimostrare se davvero Rocchi sia stato indirizzato in qualche modo dal club nerazzurro. Per quanto riguarda l’altra accusa, in occasione di Udinese-Parma del primo marzo 2025 il supervisore Rocchi, «in concorso con altre persone, durante lo svolgimento della partita» avrebbe condizionato l’addetto Var Daniele Paterna per fare in modo che l’arbitro Fabio Maresca chiedesse l’on field review, ritenendo ci fosse da assegnare un calcio di rigore a favore dei friulani. La tesi della Procura è che Paterna, secondo cui non c’erano gli estremi per l’on field review, abbia avuto indicazioni da Rocchi al di là del vetro della sala Var. Come? Tramite una bussata. E c’è un video che lo dimostrerebbe. Repubblica, addirittura, scrive addirittura che Rocchi avrebbe ideato gesti e segnali per suggerire ai varisti come comportarsi in determinate occasioni. Tutto questo mentre nel centro di Lissone i varisti avrebbero dovuto essere tenuti al riparo da ogni ingerenza esterna: da qui l’ipotesi di frode sportiva.
Iscritto nel registro anche il supervisore Gervasoni
Rocchi non è l’unico indagato. La Procura di Milano ha iscritto nel registro anche il supervisore Andrea Gervasoni, anche lui per frode sportiva e sempre per un’interferenza in sala Var, avvenuta in occasione di una partita di Serie B: Salernitana-Modena, marzo 2025. Nell’avviso di garanzia si legge che, «alla concessione del calcio di rigore a favore della squadra emiliana da parte del direttore di gara Antonio Giuia incalzava e sollecitava l’addetto Var Luigi Nasca affinché questi lo all’on field review «ai fini della decisione iniziale sull’episodio». Anche Gervasoni si è autosospeso.
Paterna indagato per falsa testimonianza: il video che lo “incastra”
È poi indagato, ma per false informazioni, anche il già citato Paterna: convocato come testimone dal pm, ha negato ingerenze esterne, ma c’è un video in cui si vede che si gira di scatto verso un punto esterno alla sala Var e dire: «È rigore?», prima di chiamare Maresca all’on field review. Repubblica scrive che sarebbero poi indagati anche Nasca, Var in Salernitana-Modena dell’8 marzo 2025 ma anche in Inter-Verona del 6 gennaio 2024 in cui non fu sanzionata una gomitata del difensore nerazzurro Alessandro Bastoni a Ondrej Duda, pochi secondi prima della rete dei padroni di casa; e Rodolfo Di Vuolo, Avar della seconda gara.
Le indagini scattate dopo un esposto dell’ex assistente arbitrale Rocca
Le indagini sono scattate dopo un esposto inviato dall’ex assistente arbitrale Domenico Rocca (è stato dismesso nella scorsa stagione) alla Commissione Arbitrale Nazionale per denunciare gravi irregolarità nella gestione di Rocchi, tra cui episodi di mobbing. «Chi di spada ferisce, di spada perisce», ha scritto sui social dopo l’iscrizione del designatore nell’elenco degli indagati. Dopo la denuncia di Rocca, Antonio Zappi, presidente dell’Associazione Italiana Arbitri (AIA), ha inoltrato la segnalazione alla procura della Figc e subito dopo c’è stato un cambio di regolamento: da allora chiunque si rechi nella sala Var di Lissone è tento a inviare una relazione in cui descrive le attività svolte. Secondo quanto risulta dalle indagini, nessuno della squadra di Rocchi ci sarebbe più andato. A mettere nel mirino la conduzione sospetta di Inter-Verona è stato invece l’esposto di un tifoso gialloblù, l’avvocato Michele Croce.
Giuseppe Marotta, presidente dell’Inter (Ansa).
Marotta: «Non abbiamo arbitri graditi o non graditi»
«Noi abbiamo appreso tutto dalla stampa. Le dichiarazioni e i comunicati che sono usciti ci meravigliano. Sappiamo di avere agito nella massima correttezza. Questa è la cosa più importante e che deve tranquillizzare tutti i tifosi», ha dichiarato Giuseppe Marotta, presidente dell’Inter, aggiungendo: «Di certo non abbiamo arbitri graditi e direttori di gara non graditi. Sono certo che l’Inter rimarrà estranea alla vicenda». E poi: «Lo scorso anno abbiamo avuto decisioni avverse e poi acclarate successivamente dai vertici arbitrali: penso per esempio al rigore non dato su Yann Bisseck in occasione di Inter-Roma».
L’Iran avrebbe presentato agli Stati Uniti una nuova proposta per la riapertura dello Stretto di Hormuz e per l’avvio di colloqui sul programma nucleare di Teheran in una fase successiva. Lo riporta Axios. Secondo le fonti, la nuova proposta sarebbe stata presentata agli Usa tramite i mediatori pakistani. «La diplomazia è in una fase di stallo e la leadership iraniana è divisa su quali concessioni sul nucleare debbano essere messe sul tavolo. La proposta iraniana aggirerebbe questo problema, puntando a un accordo più rapido», osserva Axios. La proposta «si concentra sulla risoluzione della crisi relativa allo Stretto e al blocco statunitense. Come parte di questo accordo, il cessate il fuoco verrebbe esteso per un lungo periodo oppure le parti si accorderebbero su una fine definitiva della guerra». Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dovrebbe tenere lunedì un incontro sull’Iran con i suoi principali collaboratori per la sicurezza nazionale e la politica estera per discutere dello stallo nei negoziati e dei possibili prossimi passi.
Almeno 2.400 i marittimi bloccati nello Stretto di Hormuz
Secondo un’associazione di categoria delle compagnie di navigazione petrolifera, ripresa dalla Bbc, sono circa 2.400 i marittimi che sono rimasti bloccati su oltre 105 petroliere nello Stretto di Hormuz, chiuso al traffico marittimo. Tim Wilkins, direttore generale dell’associazione di categoria dei trasportatori di petroliere Intertanko, ha spiegato che a bordo si registrano «un’enorme quantità di ansia, stress e stanchezza, poiché gli equipaggi devono gestire le provviste di base, tra cui cibo e acqua, e svolgere compiti pratici come la rimozione dei rifiuti». Senza contare l’incertezza in merito a quando potranno tornare a casa.
La Procura di Pavia ha chiesto la revisione del processo in cui Alberto Stasi è stato condannato a 16 anni di carcere per l’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco il 13 agosto 2007. Lo ha confermato la procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni, al termine dell’incontro di questa mattina con il procuratore di Pavia, Fabio Napoleone. Per i pm sulla scena del crimine c’era Andrea Sempio, indagato nella nuova inchiesta sul delitto di Garlasco.
Perché la Procura di Pavia chiede la revisione
Al centro dell’incontro andato in scena a Milano la chiusura delle indagini, atto che di norma prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, ma anche l’eventualità di un’istanza di revisione per Stasi, da presentare alla Corte d’Appello di Brescia. Sono diversi gli elementi emersi nella nuova inchiesta che hanno portato la Procura di Pavia a fare questo passo. I consulenti dei pm hanno attribuito a Sempio l’impronta palmare numero 33 repertata sulle scale dove venne gettato il corpo di Poggi. E sono compatibili sempre con Sempio le tracce di Dna sulle unghie della vittima. Inoltre, la consulenza medico-legale firmata dall’anatomopatologa forense Cristina Cattaneo sposterebbe l’orario dell’omicidio più tardi della ristretta finestra temporale tra le 9:12 e le 9:35, scagionando di fatto Stasi. Per i pm di Pavia l’unica persona condannata (in carcere dal 2015) è entrata nella villetta dei Poggi solo quando ha scoperto il corpo di Chiara e sulla scena del delitto, invece, ci sarebbe stato Sempio.
Chiara Poggi e Andrea Sempio (Ansa).
Nanni: «Non sarà uno studio né veloce né facile»
Nelle prossime settimane la Procura di Pavia trasmetterà alla Procura generale di Milano un’informazione sulla nuova inchiesta. I pm del capoluogo lombardo, a quel punto, valuteranno se chiedere ulteriori atti, ai fini di un’eventuale revisione del processo di Stasi. «Non possiamo sbilanciarci in alcun modo, dobbiamo ovviamente prima studiare le carte. Non sarà uno studio né veloce né facile», ha dichiarato Nanni.
Depositati gli audio su un possibile depistaggio
Intanto, lo Studio Legale Gasperini Fabrizi oggi ha depositato in Procura a Milano alcuni audio, che farebbero riferimento a una presunta pista alternativa e, soprattutto, a un possibile depistaggio nella nuova inchiesta.
Nemmeno il tempo di insediarsi come sottosegretario alla Cultura (e vicesindaco di Palermo) Giampiero Cannella è già finito al centro di un caso, già noto: quello dei contributi erogati dal Mic ai film considerati meritevoli, dai quali è stato escluso il documentario su Giulio Regeni. Come ha ricostruito da La Stampa, la commissione ministeriale ha infatti finanziato con 600 mila euro il film Tf45 – Kilo Point, tratto dal quasi omonimo romanzo Task Force 45 – Scacco al califfo, scritto proprio dal meloniano Cannella.
Il regista è stato elogiato da Meloni per un film sulle foibe
La pellicola, così come il romanzo da cui è stata tratta la sceneggiatura, racconta le operazioni di un’élite delle forze armate italiane contro il network terroristico di Al Qaeda, Isis e talebani in Afghanistan. Il regista? Maximiliano H. Bruno, elogiato in passato da Giorgia Meloni per Red Land (Rosso Istria), film sulle foibe. Altro curioso particolare: la task force protagonista di Tf45 – Kilo Point è quella che nel 2006 fu guidata da Roberto Vannacci.
Giampiero Cannella e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Il Pd e il M5s annunciano un’interrogazione parlamentare
La storia è subito approdata in Parlamento: nel corso della seduta fiume sul decreto Sicurezza, il deputato Pd Andrea Casu ha annunciato che chiederà conto «in altre sedi di questa situazione, perché è fondamentale comprendere quali siano i criteri con cui vengono assegnate le risorse pubbliche in Italia». La senatrice dem Cecilia D’Elia, capogruppo del Pd in Commissione Cultura, e il collega Francesco Verducci, componente dello stesso organismo, hanno annunciato un’interrogazione parlamentare al ministro Alessandro Giuli e a Meloni. E lo stesso ha fatto il M5s tramite il deputato Gaetano Amato, che ha parlato di «azione predatoria» di Fratelli d’Italia nella cultura e nel cinema, che «non smette di offrire ogni giorno dettagli sempre peggiori».
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è atteso a Islamabad in serata con una piccola delegazione di Teheran. Lo riferiscono fonti governative pachistane, che danno ormai come vicino un secondo round di negoziati di pace a tra Stati Uniti e Iran, a seguito di colloqui con la squadra di mediazione. L’agenzia di stampa iraniana Irna ha intanto confermato che Araghchi si recherà in visita a Islamabad e poi anche a Muscat e Mosca, senza però specificare se in occasione della tappa in Pakistan incontrerà anche rappresentanti americani: «L’obiettivo di questo viaggio sono consultazioni bilaterali, discussioni e colloqui sulle trasformazioni in corso nella regione, nonché sull’ultima situazione della guerra imposta dagli Stati Uniti e dal regime israeliano contro l’Iran».
Mohammad Bagher Ghalibaf (Ansa).
Ghalibaf avrebbe lasciato la guida della squadra negoziale
Intanto, Iran International riporta che il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf si sarebbe dimesso da capo della squadra negoziale, a causa di disaccordi interni. A Ghalibaf, costretto a fare un passo indietro, sarebbe stato recriminato di aver tentato di includere la questione nucleare nei colloqui con Washington. Al suo posto potrebbe subentrare Saeed Jalili, rappresentante ultraintegralista della Guida Suprema Mojtaba Khamenei presso il Consiglio supremo di sicurezza nazionale. Ma c’è chi ritiene che a sostituire Ghalibaf sarà Araghchi.
L’Hotel Serena a Islamabad (Ansa).
Islamabad è blindata da giorni in attesa dei nuovi colloqui
Islamabad, dove è già presente un team logistico e di sicurezza statunitense, è blindata da diversi giorni in attesa della ripresa dei negoziati: come evidenzia la Bbc, è il sesto giorno con chiusure di strade, mercati e banche, come una sorta di lockdown, e non ci sono notizie di ritorno alla normalità. Al Jazeera parla di «alta probabilità di svolta», vista la partenza della delegazione dell’Iran. Le Forze armate americane, in questa fase di stallo, starebbero però mettendo a punto piani che prevedono di colpire le capacità iraniane nello Stretto di Hormuz, nel caso in cui dovesse saltare il cessate il fuoco. Lo riporta la Cnn.
Benjamin Netanyahu ha annunciato di essere guarito da un tumore alla prostata. L’annuncio è arrivato tramite un post su X nel giorno in cui è stata pubblicata la valutazione annuale del suo stato di salute. Il primo ministro israeliano ha ricostruito personalmente le fasi della malattia, raccontando di essere stato operato un anno e mezzo fa per un ingrossamento benigno della prostata. Poi, nell’ultimo controllo, la scoperta di «un minuscolo alone di meno di un centimetro che, dagli esami, è emerso che si trattava di uno stadio iniziale molto precoce di tumore maligno, senza alcuna diffusione o metastasi». Davanti alla scelta se «convivere con esso, come fanno molti» o sottoporsi a cure per «eliminare il problema” ha optato per la seconda strada».
היום התפרסם הדו״ח הרפואי השנתי שלי.
ביקשתי לעכב את פרסומו בחודשיים כדי שהוא לא יפורסם בשיא המלחמה על מנת שלא לאפשר למשטר הטרור באיראן להפיץ עוד תעמולת כזב נגד ישראל.
אני מבקש לשתף אתכם בשלושה דברים:
1 – ברוך השם, אני בריא.
2 – אני בכושר גופני מצויין.
3 – הייתה לי בעיה…
— Benjamin Netanyahu – בנימין נתניהו (@netanyahu) April 24, 2026
«Grazie a Dio ho sconfitto anche questo»
«Ho subito un trattamento mirato che ha eliminato il problema senza lasciarne traccia», ha evidenziato Netanyahu spiegando di essersi sottoposto a sedute di radioterapia mentre continuava a lavorare. «L’alone è scomparso completamente. Grazie a Dio, ho sconfitto anche questo». Il premier ha altresì aggiunto di aver chiesto che la pubblicazione del rapporto sulle sue condizioni di salute fosse posticipata di due mesi «affinché non venisse diffusa al culmine della guerra, per non consentire al regime terroristico iraniano di diffondere altra propaganda menzognera contro Israele».
Chiara Petrolini, la ragazza di 22 anni di Traversetolo (Parma) accusata di aver ucciso e sepolto nel giardino di casa due neonati partoriti nel 2023 e 2024, è stata condannata a 24 anni e tre mesi. Lo ha deciso la Corte di assise di Parma, presieduta dal giudice Alessandro Conti, che l’ha condannata per l’omicidio del secondo figlio e assolta da quello del primogenito. I giudici hanno anche riqualificato una delle due soppressioni di cadavere, quella relativa al secondo figlio, nel meno grave reato di occultamento di cadavere. Anche il gip di Parma che a settembre 2024 aveva disposto i domiciliari aveva aderito a questa tesi. Chiara Petrolini ha assistito impassibile alla lettura della sentenza, dopodiché è uscita dall’aula accompagnata dai carabinieri. La procura aveva chiesto una condanna a 26 anni.
La Roma ha ufficializzato la fine del rapporto con l’ex tecnico Claudio Ranieri, che da luglio 2025, data della scadenza del contratto e del ritiro da allenatore, ricopriva l’incarico di senior advisor del club giallorosso. La fine del rapporto arriva dopo settimane di tensione tra Ranieri e l’attuale allenatore Gian Piero Gasperini.
«L’AS Roma comunica che il rapporto con Claudio Ranieri è terminato. Il Club desidera ringraziare Claudio per il suo significativo contributo alla Roma. Ha guidato la squadra in un momento molto difficile e saremo sempre grati per i suoi sforzi», si legge in una nota. «Guardando al futuro, la nostra direzione è chiara. Il Club è solido, con una leadership forte e una visione ben definita. «L’AS Roma verrà sempre al primo posto. Abbiamo piena fiducia nel percorso che ci attende sotto la guida tecnica di Gian Piero Gasperini, con l’obiettivo condiviso di crescere, migliorare e ottenere risultati all’altezza della nostra storia».
Gian Piero Gasperini (Ansa).
Pronto a lasciare anche Massara
Ranieri lascia così la Roma dopo un’avventura da calciatore (1973-74), tre da allenatore (2009-2011, 2019, 2024-2025) e l’ultima, appunto, da consulente. Nel comunicato, come sottolinea il Corriere dello Sport, non ci sono riferimenti a dimissioni, risoluzioni o licenziamenti. Questo perché ci sarebbero ancora questioni in mano ai legali. Resta in bilico il direttore sportivo Frederic Massara, legato a doppio filo a Ranieri: secondo quanto filtra da Trigoria sarebbe pronto a rassegnare le dimissioni.
Claudio Ranieri e Frederic Massara (Imagoeconomica).
L’Aula della Camera ha approvato in via definitiva il decreto Sicurezza con 162 voti a favore, 102 contrari e un astenuto. Un voto lampo per evitare che scadessero i termini per la conversione in legge, fissati per il 25 aprile, caratterizzato dalla protesta delle opposizioni che, in apertura della seduta, si sono alzati in piedi e hanno cantato Bella Ciao. «Colleghi, abbiamo capito su, dobbiamo proseguire i nostri lavori», ha redarguito il presidente di turno Fabio Rampelli. In risposta, i deputati di Fratelli d’Italia hanno intonato l’inno di Mameli alla fine della seduta. In Aula c’erano soltanto due ministri, dell’Interno Matteo Piantedosi e del Turismo Gianmarco Mazzi. C’erano anche i sottosegretari ai Rapporti con il Parlamento, Matilde Siracusano e Paolo Barelli, e quello all’Interno, Nicola Molteni. In giornata dovrebbe arrivare anche il decreto correttivo che abroga, dopo i rilievi del Colle, la norma sui compensi agli avvocati per incentivare i rimpatri.
Gli interventi dell’opposizione si sono tutti concentrati sull’anniversario della liberazione. «Dobbiamo difendere la nostra Costituzione e la nostra democrazia anche da una parte della destra che oggi governa ma ancora non riesce a fare i conti con la storia e dirsi chiaramente antifascista perché il 25 aprile è divisivo solo per chi ha nostalgie che noi non accetteremo mai», ha detto la capogruppo del Pd Chiara Braga intervenendo con il fazzoletto dell’Anpi al collo. «Ricordare la resistenza significa capire che la democrazia si conquista ogni giorno. Viva la resistenza, l’Italia libera, la Repubblica e il 25 aprile». «La ricorrenza del 25 aprile fu voluta da De Gasperi come festa di tutti gli italiani», ha replicato il deputato di FdI Gianfranco Rotondi. Pronta la controreplica di Nicola Fratoianni di Avs: «Il 25 aprile è la festa di chi è morto per consentire anche a voi, che ha nel simbolo la fiamma del Movimento sociale italiano, di parlare in un’Aula della Repubblica. Affermare che cantare Bella ciao, una canzone che viaggia sotto braccio all’inno nazionale – perché l’antifascismo è la religione civile di questo Paese – è un atto divisivo, è un comportamento peloso». Per Luca Squeri di Forza Italia la canzone viene usata «come uno strumento di propaganda» e «il 25 aprile deve essere un momento unificante per l’Italia che, grazie a quel momento che visse, riuscì a scrivere questa Costituzione».
Il nuovo corso di Banca Monte dei Paschi di Siena ha preso forma con la prima riunione del cda, che ha definito il nuovo ticket di vertice e più in generale la riorganizzazione interna, senza alcuno spazio concesso alla minoranza. Luigi Lovaglio è stato confermato amministratore delegato e direttore generale. Cesare Bisoni, che tra il 2019 e il 2021 ha presieduto Unicredit, è stato investito della carica di presidente. Ha prevalso dunque la linea della lista Plt, promossa dall’imprenditore Pierluigi Tortora, che era uscita vincitrice dall’assemblea del 15 aprile.
La maggioranza ha deciso di non aprire al confronto
Le decisioni sono state approvate a maggioranza, con il voto favorevole degli otto consiglieri – sui 15 totali – espressione di Plt Holding (tra cui gli stessi Lovaglio e Bisoni), senza il coinvolgimento delle minoranze. A votare in senso contrario sono stati i sei membri della lista del cda uscente e quello espresso dalla lista di Assogestioni. Secondo quanto scrive Adnkronos da fonti ben informate, i consiglieri che si sono opposti alla nomina di Bisoni sarebbero stati anche pronti a votare Lovaglio come ceo, qualora la presidenza fosse stata assegnata a un profilo super partes. Ma la maggioranza ha deciso di non aprire al confronto, forte dei voti necessari per imporre il suo ticket. Nominati anche i due vicepresidenti, sempre della lista Plt: Flavia Mazzarella, ex presidente di Bper; e Carlo Corradini, ex consigliere delegato di Banca Imi.
Le voci sulla cessione della partecipazione in Generali
Secondo il Financial Times, che cita cinque fonti vicine a Siena, Lovaglio starebbe valutando la cessione della partecipazione di Mps in Generali tramite Mediobanca (il 13,2 per cento, valutato attorno ai 7,4 miliardi di euro) per finanziare l’acquisizione di Banco Bpm. Tra le opzioni vagliate al momento, scrive il Ft, ci sono la vendita dell’intero pacchetto a investitori italiani, con Unicredit e Intesa Sanpaolo tra i candidati, e la distribuzione della quota agli azionisti Mps come dividendo straordinario. Rocca Salimbeni ha però smentito.
Il tribunale di Sorveglianza di Roma ha dato il via libera alla riduzione di pena per Gianni Alemanno, l’ex sindaco di Roma che sta scontando in carcere a Rebibbia una condanna a un anno e 10 mesi per traffico di influenze. I giudici hanno accolto l’istanza ex articolo 35ter dell’ordinamento penitenziario che riconosce i giorni di riduzione «a causa delle condizioni inumane e degradanti da lui subite» presentata dalla difesa. La pena sarà così ridotta di 39 giorni e Alemanno sarà scarcerato il 24 giugno. «Una piccola grande vittoria», ha commentato il suo avvocato Edoardo Albertario, «perché è un’ordinanza che certifica la battaglia che Alemanno sta conducendo contro il sovraffollamento carcerario».
Perché si trovava in carcere
Alemanno avrebbe dovuto scontare la sua pena svolgendo attività presso la struttura Solidarietà e Speranza che si occupa di famiglie in difficoltà e di vittime di violenze. Ma era stato accusato di «gravissima e reiterata violazione delle prescrizioni imposte», in quanto avrebbe presentato falsa documentazione per giustificare impegni lavorativi ed evitare i servizi sociali. Avrebbe inoltre incontrato in tre occasioni tra marzo e settembre 2025 un pregiudicato, condannato in via definitiva nel 2018 a quattro anni e sei mesi. Di qui la revoca dei servizi sociali e la decisione della carcerazione.
Le scorte di missili e armi statunitensi si sono notevolmente ridotte a causa della guerra con l’Iran. Lo scrive il New York Times, che cita valutazioni interne del Dipartimento della Difesa e fonti del Congresso. Gli Stati Uniti avrebbero utilizzato 1.100 missili da crociera stealth a lungo raggio (progettati per un eventuale conflitto con la Cina); 1.000 missili da crociera Tomahawk (il Pentagono ne acquista 100 ogni anno); 1.200 missili intercettori Patriot (ognuno costato più di 4 milioni di dollari); e 1.000 missili di precisione e missili terrestri. Secondo le stime, gli Stati Uniti hanno speso tra 28 e 35 miliardi di dollari durante la guerra, quasi uno al giorno. Costi enormi e scorte prosciugate: il Nyt afferma che il conflitto in Medio Oriente ha reso gli Usa meno preparati ad affrontare potenziali nemici come Russia e la già citata Cina.
Gli Stati Uniti starebbero pianificando attacchi all’Iran nello Stretto di Hormuz
L’articolo del New York Times, su un tema di cui si è già scritto in passato, è arrivato nel giorno in cui la Cnn, ha riferito che le forze armate americane stanno preparando piani di emergenza per colpire le difese iraniane nello Stretto di Hormuz, qualora saltasse la tregua con l’Iran. Rivendicando il «controllo totale» del braccio di mare, Donald Trump – che ha «ordinato di distruggere qualsiasi imbarcazione posizioni mine» – ha perlomeno dichiarato che non ci sarà bisogno di usare l’arma nucleare in Medio Oriente. Dove intanto è arrivata la portaerei USS George H.W. Bush.