Trump, crollo nei sondaggi e sfida del Senato sulla guerra in Iran

Nuova presa di distanza del Congresso dalla Casa Bianca sull’Iran. Dopo la Camera dei rappresentanti anche il Senato ha approvato la risoluzione che chiede la cessazione delle operazioni militari a meno di una preventiva autorizzazione parlamentare. Il provvedimento non ha poteri di legge, ma ha un forte valore simbolico e segnala il crescente dissenso bipartisan per la gestione del conflitto da parte di Donald Trump.

Trump, crollo nei sondaggi e sfida del Senato sulla guerra in Iran
Donald Trump a Capitol Hill (Ansa).

Hanno votato a favore anche quattro repubblicani

La risoluzione è passata al Senato (a maggioranza repubblicana) con 50 voti favorevoli e 48 contrari. Quattro gli esponenti conservatori che hanno votato assieme ai democratici per il via libera al documento: Rand Paul, Lisa Murkowski, Susan Collins e Bill Cassidy. L’unica eccezione nel campo progressista è stato John Fetterman, che ha invece votato contro il testo. È la prima volta dall’approvazione della War Powers Resolution del 1973 in cui entrambe le Camere approvano una risoluzione congiunta che impone al presidente di mettere fine a un conflitto.

Trump, crollo nei sondaggi e sfida del Senato sulla guerra in Iran

La rabbia di Trump: «Voto inopportuno e inutile»

Ovviamente, dopo il semaforo verde alla risoluzione Trump ha attaccato il Senato con uno dei suoi post su Truth, sostenendo che il Congresso stia interferendo con i negoziati in corso con Teheran: «Quindi, ho messo l’Iran alle corde, pronto a crollare, disposto a darci praticamente qualsiasi cosa e, per la prima volta in decenni, con un enorme rispetto per gli Stati Uniti e il suo presidente, e il Senato degli Stati Uniti decide di votare in un momento inopportuno e inutile sulla Risoluzione sui poteri di guerra, dicendo al principale sponsor del terrorismo al mondo che agli Usa non piace quello che sto facendo loro, e che devo fermarmi, e così facendo ho fornito aiuto e conforto al nemico. Quattro repubblicani perdenti hanno votato con i democratici, e l’Iran ha chiesto al mio popolo: hanno appena reso il mio lavoro più difficile, ma lo porterò a termine, in un modo o nell’altro, perché lo porto sempre a termine!».

Trump, crollo nei sondaggi e sfida del Senato sulla guerra in Iran
Donald Trump (Ansa).

The Donald continua intanto a calare nei sondaggi

Oltre alla “ribellione” di Capitol Hill, Trump deve far fronte anche al crollo di consensi, punto più basso del suo secondo mandato. Il livello di popolarità di The Donald è in picchiata: secondo il rilevamento mensile dell’American Research Group, il suo tasso di gradimento è sceso al 30 per cento, mentre il 66 per cento non approva il suo operato. Un mese fa lo stesso sondaggio aveva rivelato che il 31 per cento degli americani approvava Trump, che era stato invece bocciato dal 64 per cento degli intervistati. E non c’è solo la guerra, perché sull’economia le cose vanno ancora peggio per il tycoon: appena il 26 per cento dei cittadini approva le sue scelte, che hanno portato a un’accelerata dell’inflazione.

Meloni: «Colpita da Trump ma la politica non è Temptation Island»

Dopo giorni di botta e risposta con Trump, la premier Meloni ha assicurato di non vedere «rischi di contraccolpi» ma ha chiarito che «il nostro lavoro bilaterale con gli Stati Uniti deve tornare alla sua normalità», e in quest’ottica non vuole «continuare ad alimentare il confronto» con il presidente Usa. Intervistata da Maurizio Belpietro a Il giorno della verità, ha aggiunto che i suoi attacchi l’hanno «sinceramente colpita», senza sbilanciarsi ma nemmeno escludere la veridicità delle ricostruzioni secondo cui il tycoon ha reagito al suo atteggiamento che «poteva sembrare assertivo» o per «distogliere l’attenzione dall’andamento dei negoziati sull’Iran, riportandola sulle difficoltà in ambito Nato». Ad ogni modo, la linea è che «la politica estera italiana sarà quella degli ultimi 80 anni», dato che «mantenere solido il rapporto tra Usa e Ue è quello su cui si basa la forza dell’Occidente». Una dinamica profonda di cui «non si può parlare come fosse Temptation Island».

Premio Strega, Ciabatti rompe il silenzio sul caso Mari-Murgia

A giorni di distanza dallo scoppio del caso, Teresa Ciabatti ha rotto il silenzio. Raggiunta dall’Ansa, la scrittrice ha parlato di quanto accaduto su quel “famoso” pulmino diretto verso la Puglia con a bordo quattro dei sei finalisti del Premio Strega. «Ho letto ricostruzioni congetturali e dichiarazioni su cosa è lecito e cosa no, dove inizia e finisce la privacy. Attenendomi ai fatti: alcuni giorni fa ho assistito e poi preso parte a una conversazione. L’oggetto della conversazione era Michela Murgia, il suo corpo. Non c’è stato alcun litigio furioso tra me e Michele Mari, ma un confronto diretto di idee profondamente diverse. In seguito, Mari si è scusato dicendo che non era sua intenzione ferirmi».

Premio Strega, Ciabatti rompe il silenzio sul caso Mari-Murgia
Michele Mari (Imagoeconomica).

Le affermazioni di Mari su Murgia: cosa ha detto

Mari, favorito per lo Strega col romanzo I convitati di pietra, avrebbe detto che Murgia «era intransigente e violenta, perché brutta» e che «con i suoi atteggiamenti aggressivi faceva pagare agli altri la sua bruttezza». Un’uscita, questa, che di sicuro non è piaciuta a Ciabatti, in corsa per il premio con Donnaregina e peraltro a lungo amica di Murgia. Ma, appunto, non ci sarebbe stata alcuna lite tra i due.

Premio Strega, Ciabatti rompe il silenzio sul caso Mari-Murgia
Michela Murgia (Imagoeconomica).

Ciabatti: «Non ho riferito alla stampa le parole di Mari»

Oltre ad aver smentito il litigio con Mari, Ciabatti ha anche negato di aver riferito alla stampa quanto successo a bordo del pulmino: «Io ho dato la risposta che volevo in quel preciso contesto, alle persone con cui ho parlato. Tutti i presenti possono avere raccontato ad altri l’accaduto, com’è normale nella vita di ciascuno di noi. Anch’io l’ho raccontato, ma non ho alcuna responsabilità circa la diffusione della notizia alla stampa, né circa la correttezza di quanto è stato riportato».

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Le parole di Mari e la precisazione della Fondazione Bellonci

«Non volevo certo offendere Murgia, ma soltanto rievocare (peraltro in un contesto privato) un lontano episodio di reciproca incomprensione», ha dichiarato Mari, di cui molti hanno auspicato l’esclusione dalla sestina dei finalisti dello Strega. Fondazione Bellonci, che organizza il concorso letterario, ha chiarito che il premio è «una competizione tra opere» e che tale provvedimento nei confronti di un autore non è consentita dal regolamento.

Fonti Ue: «L’Italia ha un mese di tempo per non perdere i fondi Safe»

L’Italia ha ancora «un mese di tempo» per decidere cosa vuole fare dei fondi del programma europeo sulla difesa Safe. Altrimenti la somma che dovrebbe toccare al Paese – quasi 15 miliardi di euro – verrà ridistribuito tra gli altri partecipanti, visto l’alto interesse registrato. Lo detto all’Ansa un’alta fonte Ue vicina al dossier, sottolineando che «a breve servirà chiarezza» da parte di Roma. La Commissione europea è ancora impegnata a firmare i contratti definitivi con gli altri Paesi e, soprattutto e sta discutendo con l’Ungheria per definire meglio la sua partecipazione. Quando questi processi termineranno, finirà anche il tempo a disposizione dell’Italia.

Crosetto: «Dipende da Giorgetti, lui sa cosa vorrei»

«Sa perfettamente le cose che io vorrei e io so perfettamente le cose che lui può fare. Sul Safe dipende dalla possibilità che lui ha». Lo ha detto il ministro della Difesa Guido Crosetto, ospite a Il giorno della Verità, riferendosi al titolare del Tesoro Giancarlo Giorgetti. Nonostante abbia a disposizione – in teoria – 14,9 miliardi di euro sotto forma di prestiti a tassi più convenienti di quelli che deve pagare per finanziarsi da sola sui mercati obbligazionari, l’Italia non ha ancora sottoscritto l’intesa. Questo perché i prestiti andrebbero a incidere sul debito pubblico, che è già molto elevato. Come ha fatto intendere il governo, Roma chiederà solo una parte dei prestiti a cui potrebbe accedere: l’intenzione è utilizzare solo tra i 5 e i 6 miliardi, cioè lo stretto necessario per coprire i progetti per i quali sono già stati firmati contratti.

Cosa è il piano Security Action for Europe

Considerato da uno dei pilastri del progetto ReArm Europe, il piano SAFE (acronimo di Security Action for Europe), è il nuovo strumento europeo di prestiti da 150 miliardi di euro, creato per rafforzare la difesa comune dell’Ue e finanziato tramite emissioni di debito da parte di Bruxelles sui mercati finanziari. Il programma, che prevede il rimborso a lungo termine da parte degli Stati beneficiari, ha come obiettivi il rafforzamento dell’industria europea della difesa, l’incentivazione di programmi comuni tra Stati e la riduzione della dipendenza dagli armamenti extraeuropei, tramite acquisti condivisi di armamenti, droni, missili, cybersicurezza e tecnologie militari provenienti dall’Ue.

Renzi attacca i campolarghisti Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli

Ospite de L’Aria che Tira su La7, Matteo Renzi ha criticato Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, che «hanno riportato divisioni» nell’opposizione, lanciando poi il suo progetto politico Casa Riformista verso le elezioni «come una lista di centrosinistra che porterà quello che ha fatto in questi anni contro il governo Meloni ed evitare che al Quirinale ci vada La Russa».

Renzi: «Possiamo giocare a chi è più di sinistra, ma guarderei al futuro»

«Io ho molta ammirazione per chi è riuscito, in un momento in cui nel centrosinistra si dialogava e il centrodestra si spaccava, a riportare le divisioni nel centrosinistra», ha detto Renzi ironizzando sull’immagine postata sui social da Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli, che a luglio saranno protagonisti di due eventi pubblici con i cittadini per la costruzione del campo largo. «Non ho problemi: se vogliono parlare del passato, Conte può spiegare chi ha portato Salvini al ministero dell’Interno, se vogliamo giocare a chi è più di sinistra, ma guarderei più al futuro. Io devo portare al centrosinistra i voti di chi detesta Conte, Bonelli e Fratoianni», ha aggiunto il segretario di Italia Viva». E poi: «Se qualcuno preferisce mettere veti invece che prendere voti si sta sparando sui piedi. La domanda a quelli di sinistra è: volete riconsegnare il Paese a Meloni? Fate pure, io non sarò complice». Poco dopo, Renzi ha espresso gli stessi concetti sui social.

«Prendiamo atto che il professor Conte vuole fare gli esami di ammissione alla coalizione. Ma la politica non è l’università. Casa Riformista sarà sulla scheda elettorale come espressione del centrosinistra di Obama e Clinton, non della destra di Trump e Salvini. Si vota col proporzionale e tutti i voti servono», hanno detto inoltre all’Agi fonti di Italia Viva.

Agente morto a Milano, rintracciato il conducente dell’auto in fuga

Le forze dell’ordine hanno ritrovato il suv Audi Q7 che non si è fermato al posto di blocco alla periferia di Milano portando al suo inseguimento da parte di un agente della polizia locale che è morto durante la corsa. La vettura – a noleggio, la targa sembra fosse clonata – è stata rintracciata, abbandonata per strada, a Pioltello, a una decina di chilometri dal luogo dell’incidente. Partendo dal contratto di noleggio si è arrivati al presunto pirata della strada, un uomo di origini albanesi che è stato rintracciato insieme con un connazionale in provincia di Monza e Brianza. La procura, che non ha emesso provvedimenti di fermo nei confronti dei due uomini a bordo, sembra aver escluso che ci possa essere stato un contatto tra la moto su cui viaggiava l’agente e il suv.

La7 ha diffuso l’audio originale di Trump su Meloni

Dopo giorni di tensioni sull’asse Roma-Washington e la richiesta (tra gli altri) del senatore leghista Claudio Borghi di diffondere la registrazione della conversazione tra Donald Trump e Daniele Compatangelo, andata in precedenza in onda doppiata, L’Aria che Tira ha trasmesso l’audio originale della telefonata tra il presidente degli Stati Uniti e l’inviato di La7.

Per la diffusione dell’audio serviva l’ok della Casa Bianca

Il conduttore David Parenzo ha spiegato che, in linea col protocollo previsto per le comunicazioni con il presidente degli Stati Uniti, La7 aveva potuto pubblicare solo il testo della conversazione: per la diffusione integrale dei contenuti audio serve infatti una specifica autorizzazione. Inoltrata la richiesta alla Casa Bianca e ottenuto il via libera, a L’Aria che Tira è stata così trasmessa la telefonata tra Trump e Compatangelo, in cui il tycoon ha affermato che Giorgia Meloni lo aveva «implorato» di scattare una foto assieme al G7 di Evian. Compatangelo, peraltro, aveva avviato l’intervista telefonica chiedendo la posizione di Trump sulla futura adesione dell’Ucraina all’Unione europea: è stato il presidente americano a spostare rapidamente il focus su Meloni.

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I post del senatore leghista Borghi sulla vicenda

«Ho scritto all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni per domandare un pronunciamento sulla possibilità o meno di far passare per vere delle telefonate editate con tono e traduzione senza pubblicare l’audio originale. È l’unica cosa che posso fare come Parlamentare perché un’interrogazione non è adatta», aveva scritto Borghi su X.

Dopo la diffusione dell’audio originale, il senatore della Lega ha “replicato”: «Quindi la storia che non si poteva pubblicare era una balla. Si conferma che la parola “pity” non è mai stata detta. Quanto al tono e al contesto giudicate voi se l’effetto è lo stesso di quel “ma mi ha fatto pena” che ha provocato la reazione di tutti. Giudicate voi se si può fare una crisi internazionale partendo da una conversazione (privata) di questo tipo».

Nel presentare l’audio, La7 ha tradotto l’espressione «I felt sorry» pronunciata da Trump e riferita a Meloni con “mi ha fatto pena”, anche se – in effetti – forse sarebbe stato più adeguato “mi dispiaceva” (non concederle una foto).

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L’Iran smentisce Vance sulle visite degli ispettori Aiea ai siti nucleari

L’Iran «non ha intenzione di consentire agli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica di visitare i siti nucleari bombardati» dagli Stati Uniti. Lo ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei, contraddicendo le affermazioni del vicepresidente statunitense JD Vance, il quale aveva affermato che i negoziati in Svizzera avevano portato a un’intesa per consentire appunto all’Aiea di visitare i siti iraniani.

Cosa aveva detto Vance dopo i colloqui in Svizzera

Parlando di «pietra miliare», Vance aveva dichiarato che Teheran aveva accettato di invitare nuovamente gli ispettori dell’Aiea nei siti nucleari bombardati: «Si tratta di un passo importante per il popolo americano e di un primo passo verso la cessazione definitiva del programma iraniano di armamento nucleare. Abbiamo gettato ottime basi per un accordo finale di successo». Donald Trump aveva poi scritto su Truth: «Tutti sanno bene che l’Iran accetterà ispezioni approfondite sui suoi armamenti per garantire la “trasparenza sul nucleare” a lungo termine». Baghaei, invece, si era limitato a dichiarare che – durante i negoziati in Svizzera – la delegazione iraniana aveva avuto con i rappresentanti Usa solo un «breve colloquio» sul nucleare.

Campo largo, dove si terranno i summit dell’8 e 15 luglio

I due appuntamenti tra Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli per la costruzione del campo largo, che previsti per l’8 e il 15 luglio coinvolgeranno anche i cittadini, si terranno rispettivamente a Napoli e a Padova. Lo ha annunciato Bonelli, co-portavoce di Alleanza Verdi e Sinistra, nel corso del programma Omnibus su La7: «Fratoianni e io pontieri tra Partito democratico e Movimento 5 stelle».

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La foto pubblicata sui social dai quattro leader

Le due iniziative pubbliche con i cittadini per iniziare a mettere a punto le priorità programmatiche del campo largo erano state annunciate sui social con una foto dei quattro leader e il messaggio: «Al lavoro. Per cambiare l’Italia. Segnatevi queste date: 8 e 15 luglio. Ci vediamo presto!».

Israele presenta a Washington un piano per il Libano: cosa prevede

Al via oggi a Washington la quinta sessione di negoziati diretti tra Libano e Israele. I colloqui, che si concluderanno giovedì 24 giugno, cominceranno con una sessione congiunta politico-militare, seguita da una militare e da un’altra politica, secondo quanto riferito da fonti dell’Amministrazione Usa. Channel 12 e Haaretz riportano che Tel Aviv proporrà un progetto pilota di ritiro parziale da un’area limitata del Libano meridionale.

Cosa prevede il piano che Israele presenterà negli Stati Uniti

Il piano prevede il ritiro dell’IDF a sud del fiume Litani e dunque della Linea Gialla, cioè la demarcazione non ufficiale del territorio controllato da Israele nel Libano meridionale. L’esercito regolare di Beirut opererebbe in quest’area sotto la stretta supervisione degli Stati Uniti. «Arriveremo con delle mappe per decidere quale sarà l’area del progetto pilota», ha detto a Channel 12 un funzionario israeliano, spiegando che l’apparato della sicurezza e il governo guidato da Benjamin Netanyahu stanno cercando di promuovere «misure di rafforzamento della fiducia reciproca», con l’obiettivo di evitare un accordo imposto dall’esterno (ossia da Usa e dall’Iran).

Israele presenta a Washington un piano per il Libano: cosa prevede
Macerie in Libano dopo un attacco di Israele (Ansa).

Il Centcom istituisce un sistema di monitoraggio per il Libano

Israele e il Libano saranno rappresentati dai rispettivi ambasciatori a Washington. Per gli Stati Uniti siederanno al tavolo dei negoziati Dan Holler, consigliere del Dipartimento di Stato, e Dan Zimmerman, sottosegretario alla Difesa per gli Affari di Sicurezza internazionale. Intanto, lo United States Central Command ha istituito un sistema di monitoraggio per osservare in tempo reale i combattimenti in Libano. Lo riporta CBS News: il monitoraggio è stato creato dopo colloqui telefonici che il segretario di Stato americano Marco Rubio ha avuto con il premier israeliano Netanyahu e il presidente libanese Joseph Aoun.

Teheran: «Israele non abbia più il diritto di bombardare Libano e Palestina»

«Se non fossimo andati in Svizzera, in ogni momento più sangue sarebbe stato versato dai musulmani e sciiti del Libano». Lo ha scritto su X il capo negoziatore iraniano Mohammed Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento di Teheran, replicando alle critiche ricevute in patria per la decisione di incontrare i rappresentanti Usa. «Dobbiamo impegnarci tutti affinché il Libano sia incluso nel processo di pace tra Iran e Stati Uniti e che Israele non abbia più il diritto di bombardare il Libano e la Palestina». Lo ha detto il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, durante una conversazione telefonica con l’omologo turco Recep Tayyip Erdogan.

Smotrich: «Finché esisterà Hezbollah non ci ritireremo dal Libano»

La questione della fine dei combattimenti in Libano resta cruciale per il Medio Oriente. Ma Bezalel Smotrich, il ministro delle Finanze israeliano, continua a gettare benzina sul fuoco. «Non ci sarà alcun ritiro dalla zona di sicurezza in Libano, compresa la cresta di Beaufort, finché Hezbollah esisterà», ha detto nel corso di un’intervista alla radio dell’IDF: «È un’organizzazione terroristica. Deve essere smantellata, non deve far parte del governo libanese e non deve avere alcuna forza militare o capacità di minacciare lo Stato di Israele. Solo allora sarà possibile discutere di nuovi accordi di sicurezza».

Romania, il parlamento respinge la nomina del primo ministro Vestea

Il parlamento romeno ha respinto la nomina del politico liberale Adrian Vestea a primo ministro designato. Una nuova sorpresa politica dopo mesi di turbolenze nel Paese membro Ue e della Nato, al confine con l’Ucraina. Nominato dal presidente, Vestea necessitava di 233 voti in entrambe le camere del parlamento per formare un governo, ma ne ha ottenuti solo 189, secondo il conteggio ufficiale, con alcuni deputati che hanno lasciato l’aula prima dell’inizio della votazione.

Milano, vigile in motocicletta muore inseguendo un’auto pirata

Francesco Imprezzabile, agente della Polizia Locale di Milano, è morto in uno schianto a Linate mentre inseguiva in moto un’auto che non si è fermata ad un posto di blocco nella zona di Ponte Lambro, nella periferia della città. Aveva 39 anni. Da valutare se l’agente abbia perso l’equilibrio da solo oppure per uno speronamento.

L’ipotesi dello speronamento è al momento la più remota

Secondo le ricostruzioni, l’inseguimento è iniziato verso le 21:30 di ieri sera, quando un’automobile – un’Audi Q7 – non si è fermata ad un posto di blocco. A quel punto l’agente Francesco Imprezzabile è partito all’inseguimento del veicolo sulla sua motocicletta, di cui avrebbe perso il controllo cadendo a terra. L’incidente è avvenuto in via Milano, strada di campagna che costeggia la pista dell’aeroporto di Linate. Sono in corso le indagini per ricostruire la dinamica e per rintracciare il conducente della vettura. L’ipotesi dello speronamento appare al momento la più remota, vista la mancanza di segni evidenti sulla carrozzeria della moto, non è stata scartata dagli investigatori. Tuttavia al momento viene privilegiata la pista della perdita di controllo del mezzo da parte di Imprezzabile.

Imprezzabile, originario di Mazara del Vallo, era molto attivo sui social. In un post recente spiegava il senso del suo mestiere: «Indossare questa divisa non è solo un lavoro, è una responsabilità. Non è un mestiere qualunque: è vocazione, passione e senso del dovere. Solo quando fai questo con il cuore puoi dare il meglio di te stesso».

Stop al lavoro e cassa integrazione, come funzionano le norme anti caldo

Il decreto Infrastrutture, approvato dal Consiglio dei ministri, reintroduce norme già vigenti negli scorsi anni sulla possibilità, per alcuni operatori economici, di sospendere o ridurre l’attività lavorativa, con conseguente accesso in deroga al trattamento di cassa integrazione, a causa di eccezionali ondate di calore. Già nel 2025 l’Inps aveva confermato le istruzioni già previste l’anno precedente nei casi in cui la temperatura superi i 35° gradi o ci si avvicina con elevati tassi di umidità. Per accedere alla Cig, il responsabile della sicurezza deve considerare la tipologia, il luogo e la tipologia di materiali di lavoro. Incidono sulla valutazione i macchinari utilizzati ma anche i dispositivi che deve indossare il lavoratore per svolgere la mansione, come tute o caschi. Le categorie più esposte sono quelle di chi svolge attività all’aperto negli orari diurni, come gli addetti delle costruzioni o della manutenzione urbana. Ma anche chi lavora al chiuso quando non possano beneficiare di sistemi di ventilazione o raffreddamento per circostanze imprevedibili e non imputabili al datore di lavoro o nei casi in cui l’utilizzo dei predetti sistemi non sia compatibile con le lavorazioni stesse. Quando viene considerato pericoloso proseguire nelle attività a causa delle temperature troppo alte, vi è la possibilità di sospendere o ridurre l’orario di lavoro, con diritto alla casa integrazione ordinaria e di assegno ordinario del Fis e dei Fondi bilaterali.

Chi è l’architetto Felice Squitieri, nominato commissario straordinario per il Piano casa

L’architetto Felice Squitieri è stato nominato Commissario straordinario per la ricognizione dei fabbisogni e il programma di interventi in materia di edilizia residenziale pubblica e sociale previsto dal decreto Piano Casa. L’incarico terminerà il 31 dicembre 2027: per la gestione amministrativa dei compiti assegnati, il commissario potrà avvalersi di una struttura di supporto, posta alle sue dirette dipendenze.

Chi è Felice Squitieri

Esperto di bioedilizia e politiche per la sostenibilità, Squitieri vanta nel proprio curriculum gli incarichi di commissario per le procedure di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e Valutazione Ambientale Strategica (VAS) del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica. Squitieri è vicino alla Lega, per la quale ha svolto diversi incarichi soprattutto a Roma e nel Lazio.

Enrico Varriale, confermata in appello la condanna a 10 mesi per stalking e lesioni

I giudici della prima sezione penale della Corte di Appello di Roma hanno ribadito la sentenza emessa a giugno del 2025 dal giudice monocratico, confermando la condanna a 10 mesi – con pena sospesa – per Enrico Varriale, imputato per stalking e lesioni nei confronti di una ex. Questa è solo una delle due vicende giudiziarie – dai contorni simili – che vedono al centro l’ex giornalista di Rai Sport. A dicembre 2025 Varriale è stato condannato in primo grado a sette mesi, sempre con pena sospesa, per un altro caso che lo vede accusato di minacce e lesioni nei confronti di un’altra ex compagna.

Annunciata la giuria dell’83esima Mostra del cinema di Venezia

Saranno la sceneggiatrice tunisina Kaouther Ben Hania, il compositore britannico Daniel Blumberg, la regista e sceneggiatrice afgana Shahrbanoo Sadat, il docente universitario italiano Francesco Casetti, il regista e sceneggiatore francese Xavier Giannoli, il regista e produttore hongkonghese Johnnie To a completare con la presidente Maggie Gyllenhaal – che era già stata annunciata – la Giuria internazionale del Concorso della 83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che si svolgerà al Lido dal 2 al 12 settembre 2026. La decisione è stata presa dal consiglio d’amministrazione della Biennale di Venezia su proposta di Alberto Barbera, direttore artistico della mostra.

Annunciata la giuria dell’83esima Mostra del cinema di Venezia
Annunciata la giuria dell’83esima Mostra del cinema di Venezia
Annunciata la giuria dell’83esima Mostra del cinema di Venezia
Annunciata la giuria dell’83esima Mostra del cinema di Venezia
Annunciata la giuria dell’83esima Mostra del cinema di Venezia
Annunciata la giuria dell’83esima Mostra del cinema di Venezia
Annunciata la giuria dell’83esima Mostra del cinema di Venezia

Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Figc

Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio. L’ex numero uno del Coni è stato eletto con il 68,58 per cento dei voti e preferito all’unico altro candidato Giancarlo Abete, che aveva già guidato la Figc dal 2007 al 2014. Le elezioni, che si sono tenute al Rome Cavalieri Waldorf Astoria Hotel di Roma, si sono svolte a scrutinio segreto, con voto elettronico. Erano presenti 266 delegati su 273 (assenti un delegato della Lega Pro e sei atleti): i voti complessivi erano dunque 502,946 e per essere eletti ne serviranno 252. Le votazioni sono avvenute a scrutinio segreto con sistema elettronico. L’incarico di Malagò durerà due anni: di fatto coprirà la seconda metà del mandato di Gabriele Gravina, che rieletto nel 2025 si è poi dimesso dopo la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali.

Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Figc
Giovanni Malagò e Giancarlo Abete (Ansa).

Malagò: «Non sono un papa nero, sono uno di voi»

«Non sono un papa nero, sono uno di voi, sono figlio della Figc e ho un solo scopo, fare grande l’Italia. Ho sentito tutti gli interventi, faccio fatica a non essere d’accordo più o meno con tutti, ho sentito tante grida di dolore, problematiche di carattere strutturali, ma va detto che se io oggi sono qui è solo perché Gravina ha deciso di dimettersi», aveva detto Malagò nel suo intervento prima del voto. «Perché le componenti hanno pensato a me? Me lo sono chiesto, all’inizio ero scettico, reduce da un’esperienza molto dura come Milano-Cortina. Forse perché sono stato per 21 anni presidente del Circolo Canottieri Aniene, facendo parte quindi del mondo dilettanti che conosco a memoria, ho cantano e portato la croce. Forse hanno pensato che tutto quello che ho fatto in altri ambienti, si possa ripetere in Figc. Pur non avendo mai avuto l’ansia, sento fortissimo il peso delle responsabilità».

Riconfermato in blocco il Consiglio federale

Eletto anche il Consiglio federale, che è stato riconfermato in blocco: Stefano Campoccia, Giorgio Chiellini e Giuseppe Marotta per la Serie A; Antonio Gozzi per la Lega B; Giulio Gallazzi per la Lega Pro; Ilaria Bazzerla, Giacomo Fantazzini, Daniele Ortolano, Sergio Pedrazzini, Giuliana Tambaro per la Lega Nazionale Dilettanti. In rappresentanza degli atleti Valerio Bernardi, Davide Biondini, Umberto Calcagno e Sara Gama, mentre per i tecnici Giancarlo Camolese e Silvia Citta.

Nuove accuse di doping per Schwazer

Nuove accuse di doping per Alex Schwazer. A lanciarle è stata l’agenzia nazionale antidoping tedesca, che ha avviato un procedimento nei confronti del marciatore azzurro, sospeso in via cautelare. A Schwazer, durante i campionati tedeschi di marcia su strada, sono state rilevate tracce di Eritropoietina sia nei campioni di urina sia in quelli di sangue. Nel comunicato che informa della positività, l’agenzia ha aggiunto di aver presentato una denuncia alla procura competente sulla base della legge antidoping.

Eredità Agnelli: Margherita chiede di costituirsi parte civile contro John Elkann

Tramite i suoi legali, Margherita Agnelli ha chiesto al giudice dell’udienza preliminare di costituirsi parte civile nel processo che vede imputati il figlio John Elkann e il commercialista Gianluca Ferrero e incentrato sull’eredità di Marella Caracciolo, vedova di Gianni Agnelli. Si è trattata della prima udienza preliminare nella quale sono stati riuniti tutti i diversi filoni dell’inchiesta della procura di Torino.

Eredità Agnelli: Margherita chiede di costituirsi parte civile contro John Elkann
John Elkann (Imagoeconomica).

Eredità Agnelli: di cosa è accusato Elkann assieme a Ferrero

Elkann e Ferrero sono accusati dei reati di dichiarazione fraudolenta mediante artifici, in relazione alle dichiarazioni fiscali di Caracciolo (nonna del ceo di Exor), e di truffa aggravata ai danni dello Stato, con riferimento alla residenza della moglie dell’Avvocato, che gli inquirenti ritengono essere stata fittiziamente dichiarata in Svizzera, anziché che in Italia dove invece viveva. L’inchiesta è partita da un esposto della stessa Margherita sul domicilio della madre, che dal suo punto di vista metterebbe in discussione gli accordi sull’eredità.

L’avvocato di Elkann: «È diventata miliardaria ed è scappata»

L’avvocato Paolo Siniscalchi, che fa parte del team legale di Elkann, ha detto che «c’è poco di morale» nella richiesta avanzata da Margherita Agnelli di costituirsi parte civile contro il figlio nel procedimento penale in corso a Torino. Siniscalchi ha poi aggiunto: «È diventata miliardaria ed è scappata dal gruppo che aveva guidato suo padre, lasciando al figlio l’onere di portarlo avanti con dei risultati molto lusinghieri». I gup ha fissato la prossima udienza l’11 settembre.

Primarie della Lega per Milano: Salvini e Sardone i più votati

Nel fine settimana la Lega ha svolto le sue primarie per individuare il candidato sindaco di Milano da proporre agli alleati di coalizione. Nessuna sorpresa: le preferenze degli elettori del Carroccio, si sono concentrate sul segretario nazionale Matteo Salvini e sulla vicesegretaria Silvia Sardone, che è anche europarlamentare e consigliera comunale. Lo ha annunciato Samuele Piscina, segretario provinciale del Carroccio e consigliere a Palazzo Marino, indicando tra gli altri nomi votati il suo e quelli di Alessandro Morelli, Gabriele Albertini, Alessandro Verri, Claudio Borghi, Paolo Del Debbio e Alessandro Spada: «Questa rosa di nomi, qualora i singoli candidati accettino, sarà giustamente e orgogliosamente proposta alla coalizione di centrodestra per la scelta finale e condivisa del futuro Sindaco di Milano». Sono stati circa 10 mila i milanesi che si sono recati ai 38 gazebo allestiti dalla Lega in città.

Primarie della Lega per Milano: Salvini e Sardone i più votati
Silvia Sardone e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Salvini: «Sardone candidata sindaca mi piacerebbe»

A margine dei gazebo della Lega, Salvini aveva già “lanciato” la numero due: «Un candidato sindaco che mi piacerebbe si chiama Silvia Sardone. Arrivati i risultati, domani mattina li offriamo al centrodestra sperando che entro l’estate ci sia il nome. La Lega non imporrà nessuno, ma riteniamo di avere donne e uomini e idee da offrire. Pierfrancesco Majorino è assolutamente battibile. Non so come sceglieranno il candidato a sinistra, ma non ho paura». Il segretario del Carroccio ha inoltre rilanciato le primarie di coalizione, ipotesi sostenuta anche da Sardone: «Se le facciamo e ovviamente il mio partito è d’accordo, io corro. Vediamo se gli altri ci stanno».