Dopo Germaniae Svizzera, anche l’Austria ha deciso di applicare il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo (Geas): in merito ai possibili trasferimenti di richiedenti asilo verso l’Italia, il ministero dell’Interno di Vienna ha riferito che dal 12 giugno, utilizzando mezzi di trasporto pubblico, sono state trasferite nel nostro Paese già quattro persone. «Con il Patto sull’asilo c’è ora la possibilità che, in caso di collaborazione da parte dello straniero di cui è competente uno Stato membro dell’Unione europea, quest’ultimo possa recarsi nello Stato membro in questione con un mezzo di trasporto pubblico», ha spiegato il ministero: «Nella pratica, l’autorità mette quindi a disposizione della persona straniera un biglietto del treno o dell’autobus». E con queste modalità, appunto, quattro migranti sono stati trasferiti in Italia.
I precedenti annunci di Germania e Svizzera
Ieri un annuncio analogo era arrivato dalla Svizzera. Berna ha fatto sapere di aver prenotato i primi voli (niente treno o bus dunque) per i trasferimenti verso l’Italia dei richiedenti asilo che si sono spostati sul territorio elvetico dopo essere sbarcati sulle nostre coste. Il rientro dalla Svizzera all’Italia dei cosiddetti “dublinanti”, ha spiegato la Segreteria di Stato della migrazione, riprenderà dalla fine di agosto. Il primo Paese ad annunciare la ripresa delle espulsioni in Italia dei richiedenti asilo sbarcati sulle coste della Penisola, nell’ambito del nuovo Patto Ue che ha modificato il precedente quadro normativo mantenendo però il principio della responsabilità dello Stato di primo arrivo, è stata la Germania. «Abbiamo chiuso accordi bilaterali con Italia e Grecia stabilendo che le norme di Dublino sarebbero state nuovamente applicate dall’entrata in vigore del sistema europeo comune di asilo a giugno 2026», ha spiegato il ministero dell’Interno.
L’IDF ha annunciato di aver richiesto l’avvio un’indagine penale sulle centinaia di colpi di arma da fuoco sparati contro un veicolo della famiglia Hamada e un’ambulanza della Mezzaluna Rossa, che il 29 gennaio 2024 nella città di Gaza provocarono la morte di nove persone, tra cui la piccola Hind Rajab che era rimasta intrappolata in un’auto. L’episodio provoco un’ondata di indignazione internazionale dopo pubblicazione dell’audio della telefonata alla Mezzaluna Rossa in cui la bambina, di soli cinque anni, chiedeva disperatamente aiuto. Il film La voce di Hind Rajab, che racconta proprio questa vicenda, nel 2025 ha vinto ilLeone d’argento a Venezia. Un’altra inchiesta è stata aperta sulla morte di 15 palestinesi, tra cui personale medico e un dipendente dell’Onu a Tel al-Sultan, avvenuta il 23 marzo 2025.
Tre episodi sono stati invece archiviati
L’esercito di Tel Aviv ha spiegato di aver completato le indagini su diversi «incidenti operativi eccezionali» di alto profilo avvenuti nella Striscia di Gaza e di aver preso «decisioni legali riguardo a cinque incidenti che hanno ricevuto ampia attenzione e copertura da parte dei media». Detto dei due che saranno oggetto di indagini penali, altri tre sono stati archiviati. Non scatterà alcuna inchiesta sul caso dell’uccisione di sette dipendenti della World Central Kitchen a Deir al-Balah, avvenuta il primo aprile 2024. Secondo l’esercito israeliano, «nonostante le gravi carenze nel processo che aveva portato alla valutazione secondo cui nei veicoli viaggiassero operatori di Hamas, le decisioni assunte dai comandanti non sollevano un ragionevole sospetto di condotta criminale». Nessun approfondimento poi su altri due attacchi, in cui sono morti quattro membri di Medici senza frontiere. Dall’inizio della guerra, il Meccanismo di accertamento e valutazione dello stato maggiore dell’IDF ha completato l’esame di circa 150 incidenti, trasmettendoli poi alla procura militare.
Sigfrido Ranucciha dato mandato ai propri legali di querelare la magistrata Clementina Forleo, consigliera della Corte d’appello di Roma, dopo un post su Facebook pubblicato da quest’ultima il 16 agosto. Commentando i recenti sviluppi delle indagini sull’attentato al giornalista, la giudice aveva scritto: «Chi sta ricattando Ranucci? Perché vuole a tutti costi mantenere il timone di Report(trasmissione del servizio pubblico) con la minaccia di spifferare le chat con “tutti”? E chi sono i “tutti” di cui parla?”». E poi: «In un Paese normale (attentato falso o vero a parte) Ranucci sarebbe stato già indagato per estorsione e i suoi telefoni sequestrati: solo per tali gravi intimidazioni. Voglio credere che sarà così e che è solo una questione di tempo: non tutti i magistrati appartengono alla categoria del “tanto meglio”».
L’avvocato di Ranucci: «Affermazioni gravemente calunniose»
Questo il commento dell’avvocato Roberto De Vita, legale di Ranucci, raggiunto da Adnkronos: «Dispiace che una magistrata, ben consapevole dell’importanza delle dichiarazioni pubbliche di chi riveste ruoli istituzionali, abbia fatto affermazioni prive di fondamento e gravemente calunniose, per le quali Ranucci è costretto a rivolgersi alla Autorità Giudiziaria. Parole ben oltre la perdita di sobrietà con gravi conseguenze legali». De Vita ha poi allontanato l’ipotesi di una sospensione di Ranucci, spiegando che ogni eventuale iniziativa della Rai «sarebbe inevitabilmente inquinata dalle falsità».
Clementina Forleo (Imagoeconomica).
La replica della magistrata: «Ho commentato notizie mai smentite»
«Il mio post, come chiarito nei relativi commenti, è stato una mera riflessione a una notizia apparsa su Il Foglio a firma di Carmelo Caruso e poi ripresa da Salvo Sottile nella sua pagina Facebook. Non mi risulta essere stata mai smentita dall’interessato. In uno Stato di diritto ognuno risponde delle sue condotte, ivi incluse le sue querele», ha replicato Forleo.
Manca un mese a Pontida e la sensazione è che il 20 settembre il pratone caro a Umberto Bossi possa essere teatro di una resa dei conti tra Matteo Salvini, segretario della Lega sempre più in bilico, e il fronte dei “nordisti”, che sta premendo per ottenere un congresso straordinario. L’obiettivo dei frondisti è arginare il tracollo di iscritti e consensi e ciò non può che passare dal siluramento del Capitano, che appena un anno fa – sembrano passati secoli – aveva fatto salire sul palco Roberto Vannacci, oggi nei sondaggi davanti alla Lega col suo Futuro Nazionale.
Matteo Salvini (Ansa).
Il fronte del Nord: i leghisti che non vogliono più Salvini
Dopo mesi di tensioni, culminati in un inizio agosto che ha visto la condivisione dello Statuto del partito fantasma su una vecchia chat leghista e un acceso direttivo lombardo in cui è stato chiesto a Salvini di farsi da parte, il governatore della Lombardia Attilio Fontanaha rotto gli indugi in un’intervista al Corriere della Sera. «Non escludo nulla, nemmeno un passo indietro», ha detto riferendosi al capo di via Bellerio, aggiungendo poi di essersi messo al lavoro col segretario della Lega Lombarda Massimiliano Romeo (autore di un libro sul necessario rinnovamento del partito) per un’associazione che dovrebbe raccogliere i malpancisti. Gli altri big dell’ala nordista, è cosa nota, sono Luca Zaia (ex governatore del Veneto), Massimiliano Fedriga (presidente del Friuli-Venezia Giulia) e Maurizio Fugatti (presidente della Provincia autonoma di Trento). Ma Salvini può ancora contare su una serie di fedelissimi.
I fedelissimi sui cui può ancora contare Salvini
Il governatore veneto Alberto Stefani ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera in cui ha difeso il segretario, rompendo il fronte dei governatori del Nord. «Chi oggi polemizza perché a suo tempo non ha scelto di candidarsi e di raccogliere i voti dei militanti?», ha affondato Stefani, ridimensionando le tensioni e le richieste di un passo indietro avanzate da altri importanti esponenti leghisti. Tra i fedelissimi di Salvini va annoverato anche Lorenzo Fontana. Il presidente della Camera è tornato a vestire i panni del militante leghista per difendere il segretario dagli attacchi interni. «Essere alla guida di un partito per tanti anni comporta uno sforzo enorme, e Salvini continua a spendersi, sacrificando anche una parte importante della propria vita privata. Merita più rispetto», ha detto la terza carica dello Stato, spiegando di essere favorevole al dibattito interno, ma in un clima di unità, e ricordando che con Bossi ci furono tempi ancora più magri. C’è poi la fedelissima per eccellenza di Salvini, ossia l’eurodeputata e vicesegretaria federale Silvia Sardone. «Il nostro segretario, peraltro rieletto un anno fa, ha portato il partito dal 5 al 34 per cento, ma questo qualcuno sembra dimenticarlo», ha detto al Corsera. Pontida, ha assicurato, «non sarà una passerella». E poi ha sottolineato: «Autonomia e federalismo fiscale, nostri obiettivi da 30 anni, stanno diventando leggi dello Stato proprio grazie a una Lega che rappresenta tutta l’Italia e con questo segretario».
Parlando col Giornale, l’altro vice, Claudio Durigon, ha puntato il dito contro l’idea dell’associazione lanciata da Fontana. «So che erano contrari a quella che all’epoca aveva creato Roberto Vannacci e quindi mi sembra strano che possano essere oggi favorevoli ad altre associazioni», ha fatto notare il sottosegretario al Lavoro, sponsorizzando poi Salvini per il Viminale: «Sarebbe la persona giusta al posto giusto, senza nulla togliere a Matteo Piantedosi». Dalla parte di Salvini si è schierata inoltre l’eurodeputata Susanna Ceccardi. «Se c’è un problema, argomenta, lo si affronta nelle sedi opportune. C’è stato un congresso l’anno scorso che è stato unitario. Abbiamo cinque ministri lombardi, il tema del Nord è già ampiamente rappresentato», ha detto a Repubblica, escludendo che il segretario possa essere “commissariato” da una direzione collegiale: «Quando scadrà Salvini o se dovesse venire meno la fiducia del Consiglio federale ne riparleremo, ma non mi sembra questo il caso. Se qualcuno vuole continuare strumentalmente a creare un problema sui giornali, problema suo». Ceccardi ha anche affermato che non è possibile «tornare a una stagione secessionista» della Lega Nord: «È una stagione che non c’è più, né c’è questa vocazione nel nostro elettorato».
Per quanto riguarda il già citato direttivo lombardo, gli unici che si sono apertamente schierati con Salvini – come riferito da diverse fonti a Lettera43 – sono stati la ministra per la Disabilità Alessandra Locatelli, il capo dei Giovani Luca Toccalini, il capogruppo in Regione Alessandro Corbetta e il responsabile Esteri Paolo Formentini.
È stato rinviato al 25 agosto l’incontro previsto per domani – giovedì 20 agosto – tra il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e i rappresentanti di Regione Toscana, Comune e Provincia di Siena per affrontare il tema del futuro e delle prospettive di Banca Mps. Il vertice era stato fissato per il 20 agosto a seguito di una formale richiesta presentata insieme dal presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, da quella della Provincia Agnese Carletti e dalla sindaca Nicoletta Fabio.
Domani il cda di Mps: la doppia mossa di Lovaglio
Il consiglio di amministrazione di Monte dei Paschi di Siena dovrebbe riunirsi domani: sul tavolo dovrebbero approdare le operazioni straordinarie messe in campo per resistere all’ offerta pubblica di acquisto e scambio da 30,6 miliardi di Intesa Sanpaolo. Secondo il Sole 24 Ore, il ceo Luigi Lovaglio è intenzionato a proporre una doppia ops su Banco Bpm e Banca Generali.
Il Parlamento ucraino ha approvato le nomine di Andrii Sybiha a ministro degli Esteri e quella di Yevhenii Khmara a ministro dellaDifesa, su proposta del presidente Volodymyr Zelensky. Quest’ultimo ha così commentato su X: «I compiti di entrambi sono assolutamente chiari. L’Ucraina ha bisogno di maggiore forza. E l’avrà. Gloria all’Ucraina!».
I am grateful to the MPs for supporting Andrii Sybiha for the position of Minister of Foreign Affairs of Ukraine and Yevhenii Khmara for the position of Minister of Defense of Ukraine. The tasks for both ministers are absolutely clear: Ukraine needs more strength. And it will…
— Volodymyr Zelenskyy / Володимир Зеленський (@ZelenskyyUa) August 19, 2026
Khmara prende il posto di Mykhailo Fedorov, che ha lasciato il ministero della Difesa a luglio dopo appena sei mesi in carica e in mezzo a una forte controversia con Zelensky. Il suo siluramento è stato circondato da polemiche, anche perché lui è molto ben valutato dall’opinione pubblica. Nelle ultime settimane ha accumulato sostegno e viene visto come un eventuale contendente politico di Zelensky in futuro, dopo aver chiesto un «meccanismo legale, sicuro e realistico» affinché l’Ucraina possa tenere elezioni anche in tempo di guerra.
Federacciai, tramite una lettera inviata dal presidente Antonio Gozzi, ha presentato una manifestazione di interesse «esclusivamente preliminare e non vincolante» a nome di 14 società per l’ex Ilva, attualmente gestita da Acciaierie d’Italia. Ansa, che ha visionato la lettera, riporta che il documento prospetta «la realizzazione dell’operazione attraverso un veicolo societario di nuova costituzione», partecipato «direttamente o indirettamente» dalle società interessate. La manifestazione di interesse, che circoscritta alla sola area a freddo dell’impianto di Taranto salverebbe solo i laminatoi e non il ciclo integrale dell’acciaio, è improntata alla massima cautela: Federacciai chiede una due diligence anche per valutare come «assicurare una corretta e sostenibile allocazione dei relativi rischi e responsabilità». Oltre che da Federacciai, l’iniziativa è stata sottoscritta da ABS Acciaierie Bertoli Safau, Acciaieria Arvedi, Acciaierie Venete, Advanced Steel Solutions (Gruppo Asonext), AFV Acciaierie Beltrame, Alfa Acciai, Compagnia Siderurgica Italiana, Duferco Travi e Profilati, Feralpi Siderurgica, Ferriera Valsabbia, Lucchini RS Holding, Marcegaglia Carbon Steel, O.R.I. Martin e Rubiera Special Steel.
L’Iran sta valutando la possibilità di attaccare obiettivi militari statunitensi in Europa, qualora Donald Trump intensificasse il conflitto contro la Repubblica Islamica. Lo scrive il Financial Times citando due fonti interne al regime di Teheran. Sono da poco terminati i 60 giorni di cessate il fuoco previsti – ma solo in parte rispettati – dal memorandum d’intesa firmato in Pakistan a metà giugno e crescono i timori di un’escalation, che potrebbe riguardare non solo il Medio Oriente.
Missile lanciato dall’Iran (Ansa).
Tra i possibili obiettivi ci sono basi in Bulgaria e a Cipro
Le fonti del Ft hanno spiegato al quotidiano che le forze di Teheran hanno preso in esame possibili raid contro asset Usa in Paesi dell’Europa sud-orientale come la Bulgaria, che a luglio ha autorizzato l’uso della base aerea di Bezmer per il rifornimento di aerei militari statunitensi. Anche Cipro figurerebbe tra i potenziali obiettivi di rappresaglia in caso di una nuova offensiva Usa: a marzo un drone iraniano ha colpito una base britannica sull’isola. Le stesse fonti del Financial Times hanno indicato che le forze iraniane hanno anche valutato la possibilità di attaccare i cavi sottomarini in fibra ottica nello stretto di Hormuz, se il conflitto dovesse intensificarsi. A luglio i pasdaran hanno minacciato il Regno Unito per l’utilizzo da parte degli Stati Uniti di siti militari britannici, affermando che «qualsiasi base utilizzata per lanciare un attacco contro il territorio iraniano sarà considerata un obiettivo legittimo». Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Teheran avrebbe usato questi due mesi di tregua per prepararsi a un’intensificazione dei combattimenti, piuttosto che a dedicarsi alla diplomazia, aumentando la produzione di missili e droni.
La Rai a chiesto a Milena Gabanelli di tornare alla guida di Report, ma lei ha declinato. L’ha confermato lei stessa in un’intervista al Giornale: «Se questa voce gira è evidente che mi è stata fatta questa richiesta. Diciamo che mi è stata fatta pervenire. Ma il pervenuto per me vale quasi zero. Quindi no, non intendo tornare». Anche perché «il rito della riesumazione non va bene, io sono fuori». «E poi sia chiara una cosa: i programmi sono fatti dalla squadra. Colpire la squadra mi pare che sia un delitto». E, sul caso Ranucci-Lavitola, preferisce tenersi fuori: «C’è già tanta gente che parla e dice di tutto di più. Io mi tengo fuori. Un mio virgolettato sulla vicenda Report non lo avrà nessuno». Intanto ai vertici Rai continua a tenere banco la questione della conduzione del programma nella prossima stagione. Secondo quanto scrive Libero, l’azienda avrebbe già scelto di non affidarla a Ranucci. Ma è una decisione da prendere con cautela, per evitare «il rischio di trasformarlo in una specie di martire», si riflette. Intanto il giornalista ha fatto la sua prima uscita pubblica dopo l’arresto di Lavitola per presentare il suo libro Il ritorno della casta. Ogni data verrà ora monitorata e ogni frase critica verso l’azienda potrebbe sortire un effetto boomerang.
Donald Trump ha annunciato su Truth la sospensione per tre giorni dei nuovi dazi del 50 per cento su un’ampia gamma di prodotti provenienti dal Canada, che sarebbero dovuti entrare in vigore oggi. La misura, annunciata a luglio, avrebbe interessato importazioni per un valore stimato di circa 20 miliardi di dollari. «Canada e Stati Uniti, in attesa della finalizzazione dei documenti, hanno raggiunto un accordo! Il grande oleodotto Keystone XL, tanto tempo fa accantonato dal sonnolento Joe Biden, potrebbe essere riportato in vita!», ha scritto il tycoon sulla sua piattaforma social. Il rinvio dell’entrata in vigore dei dazi è stato confermato dal primo ministro canadese Mark Carney, che ha parlato di «progressi sostanziali».
Mark Carney e Donald Trump (Ansa).
Le tariffe del 50 per cento, senza esenzioni per i prodotti conformi allo USMCA (accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada), avrebbero potuto colpire numerose categorie di beni canadesi: dai latticini agli alcolici, fino ai mobili e alle materie plastiche, passando per capi d’abbigliamento e attrezzature industriali. I prodotti interessati rappresentano circa il 5 per cento del valore delle importazioni statunitensi dal Canada registrate nel 2025.
Trump ha citato l’oleodotto Keystone XL: le cose da sapere
Trump, senza fornire ulteriori dettagli, nel suo post ha citato l’oleodotto Keystone XL, proposto nel 2008 per trasportare petrolio dalle sabbie bituminose del Canada occidentale alle raffinerie Usa, è stato bloccato nel 2021 dalla società proprietaria TC Energy, dopo che Biden aveva revocato un permesso fondamentale per il tratto statunitense dell’infrastruttura, lunga quasi 2 mila chilometri. L’opera è diventata un punto di forte attrito nelle relazioni tra Stati Uniti e Canada, a causa dell’opposizione di proprietari terrieri statunitensi, tribù di nativi americani ed ecologisti. Altri oleodotti nordamericani, tra cui il Dakota Access e la Enbridge Line 3, hanno incontrato una costante opposizione da parte dei gruppi ambientalisti, preoccupati per il rischio di sversamenti.
L’Ucraina deve trovare un meccanismo per tenere le elezioni anche in tempo di guerra. Lo ha chiesto l’ex ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov in un discorso trasmesso su Youtube, in cui ha affermato che «la democrazia non può essere tenuta in ostaggio dalla Russia» e che «è necessario trovare un meccanismo legale, sicuro e realistico che permetta all’Ucraina di ripristinare un processo democratico a tutti gli effetti anche in caso di guerra prolungata». «Dobbiamo rispondere a una domanda fondamentale: come dovrebbe funzionare uno Stato se la guerra dura per anni? Cosa succederebbe se la guerra durasse un altro anno? Due? Tre? La Russia potrebbe davvero ottenere il diritto di decidere quando gli ucraini potranno eleggere nuovamente il proprio governo? Sono convinto di no», ha spiegato.
Un discorso che rende più profonda la crisi politica seguita al suo siluramento
Di qui la necessità di trovare un modo per indire elezioni anche durante un conflitto. «È difficile. Dobbiamo garantire il diritto di voto ai militari. Milioni di ucraini all’estero. Persone nelle regioni in prima linea. Dobbiamo garantire la sicurezza del processo elettorale, l’indipendenza delle istituzioni e la fiducia nel risultato. Ma la complessità non significa impossibilità. L’Ucraina ha fatto molte volte ciò che il mondo considerava impossibile», ha sottolineato. Le parole di Fedorov promettono di approfondire ulteriormente la crisi politica provocata dalla decisione del presidente Volodymyr Zelensky di destituirlo dal suo incarico di ministro della Difesa nell’ambito di un rimpasto di governo. Una scelta giustificata dai cattivi rapporti con l’allora comandante delle forze armate Oleksandr Syrsky – anche lui silurato poco dopo – ma che ha provocato un’ondata di proteste di piazza in Ucraina, con migliaia di persone scese in strada a sostegno di Fedorov.
Secondo quanto riportato dal quotidiano filogovernativo Izvestia, al 16 agosto la benzina e il gasolio erano disponibili solo nel 28 per cento delle stazioni di servizio della Federazione Russa (incluse nel database dell’app GdeBenz). Appena una settimana prima il carburante era disponibile nel 41 per cento delle stazioni di servizio. Il dato è chiaro: la Russia di Vladimir Putin, che già all’inizio di luglio aveva detto stop all’export di gasolio, sta rimanendo a secco.
Segnalazione di carburante non disponibile in una pompa di benzina in Russia (Ansa).
La scarsità di benzina e diesel riguarda tutto il Paese
Nell’ultima settimana, scrive Izvestia, la disponibilità di benzina e diesel è diminuita nelle regioni di Volgograd, Chelyabinsk, Orenburg, Voronezh, Samara, Penza, Saratov, Lipetsk e Rostov, così come nella Repubblica del Tatarstan. Ma la scarsità di carburante riguarda anche Mosca: Izvestia ha verificato la situazione in 21 stazioni di servizio nella capitale russa e nella sua regione di Mosca, rilevando che la benzina a 92 ottani era disponibile in sette punti di rifornimento, quella a 95 ottani in sei e quella a 98 ottani solo in cinque. Situazione simile per il diesel: RBC, canale dedicato all’economia, riporta che il gasolio a Mosca è disponibile solo in una stazione di servizio su cinque.
Rifornimento di benzina in Russia (Ansa).
La crisi dei carburanti va avanti da fine maggio
Da parte sua il ministro dell’Energia Sergei Tsivilev ha dichiarato che benzina e gasolio sono disponibili presso la maggior parte delle stazioni di servizio. Ammettendo però che si stanno formando sempre più spesso lunghe code ai distributori, ha assicurato che il governo «sta lavorando attivamente per risolvere il problema». La crisi dei carburanti, innescata dai ripetuti attacchi condotti dall’Ucraina con droni contro le raffinerie, i magazzini e i centri logistici del Paese, è iniziata in Russia alla fine di maggio. Già da gennaio era iniziata l’impennata dei prezzi, aumentati in pochi mesi dell’11,6 per cento.
Nel corso di un’altra giornata di alta tensione sull’asse Washington-Teheran, Donald Trump ha scelto di provocare l’Iran (e forse anche l’Oman) postando su Truth una cartina dello stretto di Hormuzcon la scritta: «New US Territory». Dopo la Groenlandia, insomma, il tycoon ha “annesso” almeno sui social il passaggio marittimo cruciale per il commercio globale, oggetto da mesi di un braccio di ferro con l’Iran. Successivamente, sempre su Truth, ha scritto: «Non sono in corso né programmati colloqui o conversazioni con la Repubblica Islamica dell’Iran. Il blocco navale rimane pienamente in vigore. Lo stretto di Hormuz è aperto e operativo. Tutte le mine marine sono state rimosse o fatte brillare».
Per l’Iran lo stretto resta invece chiuso
Qualche ora prima Mohammad Ghalibaf, capo negoziatore iraniano e presidente del Parlamento di Teheran, aveva dichiarato che lo stretto di Hormuz «non verrà riaperto finché non saranno revocati il blocco navale, non verranno rilasciati gli asset iraniani congelati, revocato l’embargo petrolifero, non saranno cessate le minacce e le operazioni militari su tutti i fronti e non saranno rispettati gli altri punti del memorandum d’intesa con gli Stati Uniti». Nelle stesse ore, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi aveva affermato che l’obiettivo degli Usa è obbligare l’Iran alla resa, cosa che non avverrà: «Abbiamo vinto la guerra e abbiamo vinto anche sul piano diplomatico, costringendo il nemico ad accettare le nostre condizioni».
Dopo la Germania, anche la Svizzera riprende i trasferimenti verso l’Italia dei richiedenti asilo che si sono spostati sul suo territorio dopo essere sbarcati sulle nostre coste (i cosiddetti dublinanti). «I primi voli sono stati prenotati», ha confermato Magdalena Baker, portavoce della Segreteria di Stato della migrazione (Sem), spiegando che la pratica ricomincerà dalla fine di agosto e che al momento si tratta soltanto di casi isolati. La Sem ha concordato con le autorità italiane che la ripresa avvenga in modo graduale e sostenibile per entrambe le parti.
La decisione dopo l’entrata in vigore del nuovo accordo Ue
Subito dopo il suo insediamento nel 2022, il governo Meloni aveva sospeso le procedure di riammissione dei migranti da altri Paesi europei. Si tratta di cittadini stranieri che, dopo essere approdati in Italia, si erano spostati in altri Stati e qui avevano chiesto accoglienza. Ma il trattato di Dublino prevede che questa domanda vada esaminata dalla nazione di ingresso del migrante, il che metteva Roma in una condizione di inadempienza. L’Italia aveva congelato questo meccanismo sostenendo di essere sottoposta a una forte pressione migratoria. Il 12 giugno 2026, però, è entrato in vigore il nuovo accordo Ue che prevede aiuti e compensazioni per gli Stati che subiscono i flussi migratori (come l’Italia), a patto che questi ultimi rispettino le altre parti del trattato. Tra cui l’obbligo di esaminare le richieste di asilo. La Svizzera, dunque, ne reclama il rispetto (ndr anche se non è territorio dell’Unione europea, aderisce all’accordo di Schengen sulla libera circolazione).
Addio al cavallo Varenne, considerato il miglior trottatore di tutti i tempi, morto a 31 anni nell’allevamento LJ di Eboli (Salerno). Figlio dello stallone americano Waikiki Beach e della fattrice italiana Ialmaz, Varenne – chiamato così per la rue de Varenne di Parigi, dove si trova l’Ambasciata d’Italia in Francia – era nato presso l’allevamento di Zenzalino a Copparo (Ferrara) il 19 maggio 1995. Acquistato da Enzo Giordano per 180 milioni di lire dopo una promettente ma sfortunata prova d’esordio e affidato all’allenatore finlandese Jori Turja, a esclusione della sua prima gara e di sole altre due nel corso della carriera, Varenne è sempre stato guidato dal driver Giampaolo Minnucci. In tutto ha conquistato 62 vittorie su 73 corse disputate, vincendo oltre 6 milioni di euro in premi.
Tra i suoi principali successi il Derby italiano del trotto (1998), il Gran Premio Lotteria di Agnano (2000, 2001 e 2002), il Prix d’Amérique (2001 e 2002), l’Elitloppet (2001 e 2002) e la Breeders Crown (2001). Nel 2001, dunque, riuscì a imporsi in tutte e tre le prove del Grand Slam del trotto europeo (Amérique, Lotteria, Elitloppet) e anche nella Breeders Crown, la corsa più importante degli Stati Uniti.
La sua fama travalicò i confini dell’ippica
Le sue prestazioni gli garantirono l’attenzione dei media, con numerosi articoli e copertine anche sulla stampa non specializzata, in Italia e all’estero. All’apice della sua carriera, la Snai (attraverso l’agenzia pubblicitaria Saatchi & Saatchi) commissionò a Enzo Jannacci un inno per il cavallo. Il cantautore milanese, appassionato di ippica, accettò con entusiasmo: «In due giorni ho composto la canzone: Varenne non è un cavallo, è un capolavoro».
Dopo il ritiro dalle corse, avvenuto il 28 settembre del 2002 (anno in cui aveva completato il Grand Slam europeo), Varenne aveva continuato a essere protagonista come stallone: tra i suoi figli (circa 2 mila) figurano già cinque vincitori del Derby.
Con il 91,2 per cento dei voti scrutinati alle primarie del Likud, il partito di estrema destra guidato dal premier israeliano Netanyahu, si delinea la lista dei candidati in vista delle elezioni per la Knesset del 27 ottobre. Al primo posto – dopo il capo del partito che apre la lista – si posiziona Eli Cohen, ministro dell’Energia, seguito da Amir Ohana, presidente del Parlamento, Yariv Levin, ministro della Giustizia, Miri Regev, ministra dei Trasporti, e Ofir Katz, capogruppo della coalizione. Al sesto e settimo posto ci sono agli attuali ministri dell’Istruzione, Yoav Kisch, e della Cultura, Miki Zohar. All’ottavo posto la prima sorpresa, la new entry Almog Cohen, fuoriuscito recentemente dal partito di Itamar Ben Gvir. Tra i successivi, ci sono il ministro della Comunicazione Shlomo Karhi al posto 13 e dell’Economia Nir Barkat al posto 16.
Cinque ministri rischiano il posto
Se i risultati e le proiezioni venissero confermati, almeno cinque tra gli attuali ministri non entrerebbero nel prossimo Parlamento. Come riporta il Times of Israel, infatti, il Likud otterrebbe 20-24 seggi secondo i sondaggi. Otto candidati li sceglie direttamente il premier tra i primi 30 posti in lista. Di conseguenza, chi non rientra nei primi 16 delle primarie, rischia di non far parte della prossima Knesset. Se il risultato sarà confermato, i ministri in carica Ze’ev Elkin, Gila Gamliel, May Golan, Idit Silman e Avi Dichter perderanno il posto a ottobre.
Il senatore Massimiliano Romeo, segretario della Lega Lombarda e capogruppo del Carroccio a Palazzo Madama, ha annunciato l’uscita del suo nuovo libro Fare la Lega, agenda per il rinnovamento. Dal titolo potrebbe sembrare un instant book, scritto per cavalcare i malumori interni al partito con un Matteo Salvini che molti vorrebbero si facesse da parte. Non è proprio così, ma il momento della pubblicazione certo non è casuale. «Avevo in mente di pubblicare questo libro nei prossimi mesi per raccontare la mia esperienza politica a Roma, ho accelerato un po’ la scrittura visto il momento per noi complicato», ha spiegato Romeo.
Massimiliano Romeo e Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Romeo: «I segnali degli ultimi tempi non possono essere ignorati»
«Passando molto del mio tempo tra i militanti e tra la gente ho voluto raccontare e in modo costruttivo teorizzare il grande desiderio di rinnovamento che viene proprio dalla base e dagli elettori. Questo è il mio pensiero e mi auguro che possa essere un contributo costruttivo per Lega. Siamo in una fase in cui servono consigli e suggerimenti utili per rilanciare il movimento e penso che i segnali degli ultimi tempi non possano essere ignorati», ha detto Romeo.
Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos, negli Stati Uniti il tasso di approvazione di Donald Trump è sceso al 33 per cento, ovvero al livello più basso registrato nel corso del secondo mandato presidenziale e minimo storico della permanenza del tycoon alla Casa Bianca: tale quota era stata infatti già toccata a dicembre 2017.
Donald Trump (Imagoeconomica).
Gli americani non approvano la guerra all’Iran
Appena una settimana fa, il 35 per cento degli intervistati aveva dichiarato di approvare l’operato di Trump come presidente. La ragione principale del calo di gradimento di Trump, che all’inizio del suo secondo mandato aveva superato il 50 per cento, risiede nella guerra con l’Iran. Circa l’80 per cento degli americani – tra cui l’87 per cento dei democratici e il 71 per cento dei repubblicani – ritiene che il coinvolgimento degli Stati Uniti in Iran «si protrarrà per un periodo di tempo prolungato». Solo il 16 per cento ha affermato di confidare che il conflitto si concluderà probabilmente nel giro di poche settimane. Trump, che aveva basato la propria campagna elettorale sulla promessa di tenere sotto controllo l’inflazione ed evitare guerre prolungate, aveva sostenuto che il conflitto con l’Iran sarebbe durato poche settimane. Tuttavia, la Repubblica Islamica ha dimostrato di saper reggere l’urto, mantenendo in gran parte bloccato il transito di greggio attraverso lo stretto di Hormuz, anche dopo che la tensione del conflitto si è allentata, cosa che ha contribuito all’aumento del costo dei carburanti.
Gaffe del Pd, che ha denunciato la presenza di scritte e simboli nazifascisti sui muri di una scuola primaria di Lucca che si sono poi rivelate essere le indicazioni di un cantiere. A sollevare per primo il caso era stato il vicepresidente del Consiglio regionale Antonio Mazzeo, che aveva parlato di «gesto gravissimo e intollerabile» sottolineando come fosse «ancora più odioso» perché rivolto contro una scuola, luogo di educazione e democrazia. Anche la senatrice dem Ylenia Zambito aveva preso posizione, collegando l’episodio alla memoria del fascismo e al ritrovamento del corpo di Giacomo Matteotti avvenuto proprio in quei giorni. Dopo l’indignazione, però, alcuni hanno fatto notare un particolare decisivo, ovvero che sulla scuola erano in corso lavori di rifacimento della facciata e che, quindi, quelli che sembravano simboli ideologici potevano essere più semplicemente segni lasciati dagli operai per indicare gli interventi da eseguire. E così era. A confermarlo è stato Enrico Bruni, consigliere comunale del Pd a Pisa, che aveva inizialmente segnalato le scritte e successivamente ha riconosciuto l’errrore. Le presunte rune erano frecce, mentre quella che sembrava una frase inneggiante al fascismo era in realtà «si fascia», un’indicazione di cantiere. Anche Mazzeo è intervenuto, scusandosi per la mala interpretazione: «Ho commesso un errore. Può capitare. Quando si sbaglia, è giusto dirlo e riconoscere l’errore».
È morto a 98 anni Fulvio Lucisano, decano dei produttori cinematografici italiani. Aveva fondato le società di produzione cinematografica Italian International Film e Lucisano Media Group. Inoltre era stato presidente dell’Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive e digitali (Anica) dal 1998 al 2001.
Lucisano nel corso dei decenni ha prodotto oltre 130 film
Nato a Roma nel 1928, Lucisano aveva avuto la prima esperienza nel mondo del cinema nel 1949, quando partecipò alla realizzazione di Anno Santo, documentario sul Giubileo che si sarebbe tenuto nel 1950. Negli stessi anni aveva collaborato con l’Istituto Luce per la realizzazione dei cinegiornali destinati all’America Latina. Nel 1955 aveva prodotto il suo primo film: I quattro del getto tonante. Nel 1958 la fondazione della casa di produzione Italian International Film, di cui era ancora presidente. Tramite la IIF, Lucisano ha prodotto oltre 130 pellicole, tra cui Tre tigri contro tre tigri (1977), Ricomincio da tre (1981), Il ras del quartiere (1983), Il grande cocomero (1993), Ninfa plebea(1996),Fantozzi – Il ritorno(1996), La mia vita a stelle e strisce (2003) e Notte prima degli esami (2006). Nel 1992 aveva anche fondato Lucisano Media Group.