Il caso Minetti e le ruggini nella macchina del Quirinale: le pillole del giorno

«L’oracolo è tornato», hanno sussurrato a Mediaset vedendo che nella scaletta del programma di Rete 4 Realpolitik c’era un collegamento con l’ex presidente della Rai, e ora eurodeputata del Partito democratico, Lucia Annunziata. Ai tempi di Viale Mazzini, la giornalista cresciuta nella redazione de il manifesto si era guadagnata tra i corridoi del settimo piano un soprannome curioso sulle sue presunte doti “divinatorie”, diciamo così, anche se forse lei non se n’è mai accorta. Fatto sta che il conduttore Tommaso Labate ha fatto parlare a lungo “donna Lucia”, sull’universo mondo, permettendole di lanciare un duro affondo sul caso che riguarda la grazia a Nicole Minetti. Mentre Labate ripeteva all’infinito le lodi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, chiamato nel 2022 da tutte le forze politiche, tranne Fratelli d’Italia, a restare al Quirinale per un secondo mandato, Annunziata ha scagliato un sasso gigantesco nello stagno di Realpolitik. L’eurodeputata ha sostenuto che «la macchina del Quirinale» dopo tanti anni va «ritarata», perché c’è gente che sta lì da tanti anni e forse non è più attenta come fino a poco tempo fa. Insomma, c’è un senso di stanchezza che andrebbe rimosso, cambiando qualche casella.

Un affondo che salva, ovviamente, il capo dello Stato, ma mette nel mirino qualcuno che lavora al fianco di Mattarella. Tanto che nei palazzi della politica, il giorno dopo, le domande si accavallano: «Ma Lucia Annunziata ce l’aveva con il potentissimo Ugo Zampetti, segretario generale della presidenza della Repubblica? O nel suo mirino ci sono altri personaggi che ormai da 11 anni lavorano al Colle nello staff presidenziale?». A proposito, vi ricordate il caso Garofani, il consigliere ex Pd pizzicato in una chiacchierata in cui sembrava tramare contro Giorgia Meloni? Anche in quella circostanza i fedelissimi di Mattarella finirono nel mirino e si parlò di teste che rischiavano di rotolare…

Il caso Minetti e le ruggini nella macchina del Quirinale: le pillole del giorno
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Mattarella alla Piaggio prova a dimenticare le polemiche

Anticipando la festa dei lavoratori in programma il primo maggio, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha in agenda, giovedì 30 aprile, una visita a Pontedera, allo stabilimento della Piaggio. In particolare, il viaggio riguarda il reparto principale dedicato all’assemblaggio finale degli scooter, quella Vespa che nel 2026 compie 80 anni. E la catena di montaggio è un reparto con un «alto coinvolgimento della manodopera», sottolineano dall’azienda, in stretto collegamento con i reparti verniciatura e assemblaggio. In programma c’è anche la visita al Museo Piaggio, il più grande a tema motociclistico d’Italia: nell’auditorium avrà inizio la cerimonia, con il presidente dell’Unione Industriale Pisana, Andrea Madonna, e poi il “padrone di casa” Matteo Colaninno, presidente esecutivo di Piaggio, assieme a Pamela Vanni in rappresentanza dei lavoratori Piaggio, e a Marina Elvira Calderone, ministra del Lavoro e delle Politiche sociali. Poi l’intervento del capo dello Stato.

Il caso Minetti e le ruggini nella macchina del Quirinale: le pillole del giorno
Il presidente Sergio Mattarella saluta le operaie e gli operai della Piaggio, a Pontedera.

Donnet a Roma parlerà del risiko bancario?

Al Senato il 30 aprile è atteso un personaggio centrale nel mondo dell’economia e della finanza: la commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario, finanziario e assicurativo ha in programma l’audizione di Philippe Donnet, amministratore delegato di Assicurazioni Generali. A Palazzo Madama la curiosità è notevole, anche perché si attendono domande sulla scalata bancaria, fallita, di Francesco Gaetano Caltagirone: per ora è prevista la registrazione integrale della seduta, a meno che qualche componente non si metta a chiedere di “secretare” certi momenti dell’audizione, per non rendere pubbliche informazioni che possono terremotare il mercato borsistico…

Il caso Minetti e le ruggini nella macchina del Quirinale: le pillole del giorno
Philippe Donnet (Imagoeconomica).

Primo maggio, Mattarella: «Tempo di visione e non di misure di corto respiro»

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha aperto le celebrazioni della Festa del Lavoro 2026 con una visita allo stabilimento Piaggio di Pontedera, uno dei simboli della creatività e dell’operosità italiana. La scelta di celebrare il 1° maggio nei luoghi rappresentativi del lavoro in Italia si inserisce in una consuetudine ormai consolidata, avviata dallo stesso presidente a Reggio Emilia nel 2023 e proseguita a Cosenza nel 2024 e a Latina nel 2025. «C’è una piaga che non accenna a sanarsi, proseguono notizie di lavoratori che perdono la vita sul lavoro. La sicurezza sul lavoro resta un impegno che non consente rinunce o distinguo. Si tratta di un tributo inaccettabile», ha dichiarato il capo dello Stato.

«Occorre colmare il divario di genere»

«Per produttività e capacità di innovazione si registra in Europa un deficit competitivo. Occorre eliminare al più presto le barriere che ancora impediscono una compiuta unione dei nostri mercati interni», ha aggiunto Mattarella, evidenziando che «è tempo di visione e non di misure di corto respiro» e «bisogna orientare gli investimenti nei settori più strategici e con il maggiore potenziale di crescita». Poi un focus sul divario di genere: «L’occupazione femminile in Italia è cresciuta negli ultimi anni, raggiungendo tassi che per noi costituiscono un primato. Tuttavia resta consistente il gap da colmare rispetto alla media europea. Il divario di genere, che emerge non soltanto dai tassi di occupazione ma anche dalla disparità che perdura nelle retribuzioni e nelle carriere, va colmato con un complesso di interventi e attenzioni».

Zaia dice no a Salvini: sfuma il ruolo da vice e si riapre la partita nella Lega

È finito con un ‘no’ il tempo di “Waity Luca“. Matteo Salvini si è deciso a chiedere a Luca Zaia di fare il suo vice. Quest’ultimo lo ha ringraziato ma ha preferito non accettare l’ingresso nella segreteria della Lega. Tempo un quarto d’ora – scenografia gli stand del Vinitaly – e si è chiuso un nodo che alimentava tensioni interne da tempo.

Zaia dice no a Salvini: sfuma il ruolo da vice e si riapre la partita nella Lega
Luca Zaia e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Il pressing dei territori e il temporeggiamento del capo

Il capo della Lega ha impiegato mesi a fare il passo, poco meno di William d’Inghilterra con Kate Middleton (soprannominata, appunto, “Waity Katie” in attesa del matrimonio). La spinta a sostegno dell’ingresso di Zaia nella segreteria era arrivata a fine novembre dai territori, in parallelo al boom di preferenze registrato alle Regionali venete, con la raccolta firme avviata in qualche provincia lombarda e piemontese. Poi c’era stata la richiesta esplicita da parte di big come gli ex colleghi governatori, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga. La svolta si sarebbe sposata bene con il progetto dell’ex presidente veneto di creare una formazione nordista all’interno della Lega, di cui lui sarebbe stato il leader naturale, sul modello tedesco della Csu che rappresenta la Cdu in Baviera. A maggior ragione dopo l’uscita di Roberto Vannacci dal partito. Fino al 3 febbraio l’ex generale aveva ricoperto il ruolo di vice segretario, dopo di che era aumentato il pressing per una ‘promozione’ di Zaia. Salvini ha sempre preso tempo. «Vedremo. Zaia è una risorsa, può fare tutto», liquidava i cronisti.

Zaia dice no a Salvini: sfuma il ruolo da vice e si riapre la partita nella Lega
Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga (Imagoeconomica).

Il no di Zaia e i veri obiettivi dell’ex Doge

Ora la novità è la proposta, arrivata finalmente due settimane fa. «Vieni a fare il mio vice al posto di Alberto Stefani», gli avrebbe chiesto Salvini, tra un calice e l’altro. Ma l’idea non ha incontrato il favore di Zaia, che si è subito tirato indietro. «Prendere il posto del nuovo governatore veneto: no. Non mi sembra il caso Matteo», è stata l’obiezione, senza tentennamenti. La verità – sussurrano in via Bellerio – è che Zaia vorrebbe un ruolo di rilievo, al pari del vero dominus leghista, Claudio Durigon, incaricato della gestione del partito al Centro e al Sud. Anche se ormai al pari di Durigon non riesce a stare nessuno nella Lega, si riconosce. L’ex sindacalista di Latina, iniziato alla politica da Francesco Storace, ha sostanzialmente preso in mano la gestione del partito: decide nomine e incarichi, organizza eventi, è tra i principali consiglieri di Salvini, insieme al senatore Andrea Paganella. Zaia voleva fare il Durigon del Nord, non prendere il posto di Stefani, giovane veneto, che si è distinto per l’inoperosità come vice. Non è chiaro se il ‘niet’ del veneto avrà delle conseguenze. Qualcuno nella Lega racconta di un Salvini irritato dal diniego. Altri credono che comunque ci sarà la possibilità di rinsaldare il Nord con la candidatura alle Politiche del tridente Zaia-Fontana-Fedriga (anche se questi ultimi dovrebbero anticipare la fine della legislatura).

Zaia dice no a Salvini: sfuma il ruolo da vice e si riapre la partita nella Lega
Claudio Duringon (Imagoeconomica).

Salvini è rimasto solo con Meloni a volere cambiare la legge elettorale

Tanto Salvini si dice convinto di vincere nel 2027: lo ha ripetuto anche ai parlamentari nella riunione a porte chiuse. Ed è proprio per questo – ha detto – che vuole tenere fede all’impegno di cambiare la legge elettorale, andando avanti con l’ampio premio di maggioranza previsto dallo Stabilicum (la proposta di legge presentata dalla maggioranza). Forza Italia è contraria, e lo sono in molti anche nel suo partito. Salvini è rimasto solo con Giorgia Meloni e FdI a voler mettere mano al sistema di voto.

Zaia dice no a Salvini: sfuma il ruolo da vice e si riapre la partita nella Lega
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Il trasloco dei vannacciani in Aula irrita qualcuno, il link tra Tinto Brass e l’affaire Minetti e le altre pillole

Piccoli ma ingombranti traslochi alla Camera. Da circa un mese i tre deputati di Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci a cui hanno aderito gli ex leghisti Edoardo Ziello, Rossano Sasso e il “pistolero” Emanuele Pozzolo, ex meloniano famoso per essere stato coinvolto nel caso dello sparo di Capodanno, per cui è stato espulso da Fratelli d’Italia e poi anche condannato, avevano chiesto di essere spostati. Da quando sono diventati parte del gruppo Misto si trovavano dalla parte dell’emiciclo a sinistra della presidenza, dove siedono le opposizioni, e volevano trasferirsi nella “fetta” di Aula a destra, in cui è sistemata la maggioranza (anche se poi, come nel caso del decreto bollette, non disdegnano di votare contro il governo). A ogni modo, detto fatto: sono stati sistemati sopra i vecchi amici della Lega, al fianco di… Noi moderati. Anche se i vannacciani proprio moderati non sono. E infatti il trasloco non è stato particolarmente gradito alla segretaria di Noi moderati Mara Carfagna, che nella seduta del 29 aprile ha addirittura cambiato posto. Mara non vuole apparire nelle immagini vicino a loro, è il gossip che circola in Transatlantico

Il trasloco dei vannacciani in Aula irrita qualcuno, il link tra Tinto Brass e l’affaire Minetti e le altre pillole
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Viavai nella Fondazione Agnelli: i casi Gavosto e Corgnati…

Gente che va, gente che viene: alla Fondazione Agnelli è stato fatto un ricambio dei consiglieri. Fuori Marta Cartabia: l’ex numero uno della Corte Costituzionale, già ministra della Giustizia, ha lasciato il posto. Pure Renzo Piano, l’architetto genovese di fama internazionale, ha terminato la sua esperienza nella fondazione. Dentro Fabiola Gianotti, fisica ed ex direttrice generale del Cern di Ginevra. Altri nuovi componenti sono Manuela Battezzato, responsabile dei progetti di filantropia globale di Stellantis, Andrea Camerana, nipote ed erede di Giorgio Armani, Stefano Corgnati, rettore del Politecnico di Torino, Andrea Gavosto che dal 2008 è il direttore della Fondazione Agnelli. Curiosità: Gavosto è stato nominato un anno fa consigliere d’amministrazione del Politecnico di Torino dal Senato accademico tra gli “esterni”, ma è la stessa università dove rettore è Corgnati, che ora entra nel cda della Fondazione Agnelli. Tanto che qualcuno, in città, parla di «nomine incrociate». Intanto se ne sono andati, oltre a Cartabia e Piano, pure Simone Avogadro di Collobiano, Daniele Chiari e Gianluca Ferrero.

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Nordio al rapporto del Censis sull’avvocatura

L’appuntamento è fissato da tempo: nel pomeriggio di mercoledì 29 aprile, nell’aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati, è in programma la presentazione della decima edizione del rapporto sull’avvocatura realizzato dal Censis. Dove è atteso il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Che dopo tutto quello che è successo, ultimo il caso della grazia a Nicole Minetti, chissà se avrà la voglia di andarci, a un incontro come questo. Comunque, dopo i saluti istituzionali di Maria Annunziata, presidente della Cassa Forense, sono attesi Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, Maurizio Leo, viceministro all’Economia, Giorgio De Rita, segretario generale Censis, e molti altri.

Il trasloco dei vannacciani in Aula irrita qualcuno, il link tra Tinto Brass e l’affaire Minetti e le altre pillole
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Cosa hanno in comune Cipriani, Nicole Minetti e Tinto Brass?

Che collegamento c’è fra Tinto Brass e la famiglia Cipriani? Giuseppe Cipriani, l’imprenditore che da anni è diventato il compagno di vita di Nicole Minetti, è il nipote di Carla (sorella del padre Arrigo, morta nel 2006). Carla aveva sposato proprio il maestro del cinema erotico, oggi 93enne: un amore totale in cui lei era la sua “complice perfetta” nei film più scatenati del regista, tanto che era stata soprannominata «la Tinta»: presente quando dovevano essere scelte le attrici delle pellicole, non mancava mai durante le riprese, fornendo anche consigli preziosi per ottenere scene di grande effetto. Figlia del fondatore dell’Harry’s Bar, il capostipite Giuseppe, Carla è stata sceneggiatrice e segretaria di edizione delle produzioni di Tinto, e lo stesso Brass ha più volte dichiarato che «la vera mente e fonte d’ispirazione di tutti i suoi film» è stata proprio «la Tinta». Il soggetto di Miranda, per esempio, porta la sua firma, così come le sceneggiature di Monella, Tra(sgre)dire, Fallo! e Monamour.

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Gasparri e il piano Mattei, con buona pace degli eredi

Gli eredi Mattei non ne possono più di vedere accostato il nome di Enrico Mattei al governo di Giorgia Meloni? Ed ecco che Maurizio Gasparri nella giornata di mercoledì 29 aprile diventa il protagonista di un convegno intitolato “Enrico Mattei a 120 anni dalla nascita: l’energia, il coraggio, la visione”, organizzato dalla Fondazione Alleanza Nazionale, e da Il Secolo d’Italia. Oltre a Gasparri, è annunciata la presenza, tra gli altri, dell’ambasciatore Francesco Talò e del direttore scientifico della Fondazione An, il prezzemolino Francesco Giubilei. Chissà come saranno contenti gli eredi Mattei…

Il trasloco dei vannacciani in Aula irrita qualcuno, il link tra Tinto Brass e l’affaire Minetti e le altre pillole
Maurizio Gasparri (Imagoeconomica).

Manfredi e la Guardia di Finanza festeggiano

A Napoli saranno presenti il comandante interregionale dell’Italia Meridionale della Guardia di Finanza, generale di Corpo d’Armata Francesco Greco, il comandante regionale Campania del Corpo, generale di Divisione Alessandro Barbera e il direttore regionale della Campania dell’Agenzia del Demanio, Cristian Torretta, oltre al prefetto Michele di Bari e al sindaco Gaetano Manfredi: tutti pronti a festeggiare la consegna dell’ex Pretura di Napoli in piazza Giovanni Leone, a ridosso di Porta Capuana, al Nucleo di Polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Napoli. Una nuova sede che però avrà bisogno di un importante intervento di ristrutturazione, prima di essere utilizzata.

Il trasloco dei vannacciani in Aula irrita qualcuno, il link tra Tinto Brass e l’affaire Minetti e le altre pillole
Gaetano Manfredi (Imagoeconomica).

Grazia a Minetti, dal ministero della Giustizia nessun input per verifiche all’estero

Il ministero della Giustizia non aveva chiesto alla procura generale di Milano di fare indagini all’estero in vista della possibile grazia per motivi umanitari da concedere a Nicole Minetti. Come spiega Repubblica, Via Arenula aveva inviato ai magistrati solo un modulo nel quale non c’era alcun riferimento a eventuali accertamenti fuori dall’Italia, in questo caso particolare in Uruguay e negli Stati Uniti.

Grazia a Minetti, dal ministero della Giustizia nessun input per verifiche all’estero
Giuseppe Cipriani (Imagoeconomica).

Le ombre sull’adozione del bambino in Uruguay

Ora, su input del Quirinale che ha chiesto approfondimenti, c’è da capire (con colpevole ritardo) ogni passaggio dell’adozione del minore, compresa la contrarietà dei genitori biologici che non l’avrebbero abbandonato alla nascita. L’Uruguay, peraltro, non è un Paese con cui l’Italia ha un trattato sulle adozioni internazionali. E Minetti non è nemmeno sposata con Giuseppe Cipriani: altro elemento che avrebbe dovuto suggerire cautela al ministero della Giustizia, che raramente ha aperto un’istruttoria per la grazia nei confronti di una persona che non è in custodia cautelare. E poi c’è l’intervento chirurgico subito dal bimbo a Boston, dopo il supposto parere contrario di due ospedali italiani che, però, hanno smentito di averlo avuto come paziente. C’è inoltre da capire che tipo di feste venissero organizzate nella tenuta in Uruguay di Cipriani, citato negli Epstein Files. Altro aspetto sotto la lente d’ingrandimento le circostanze della morte dei due avvocati della famiglia d’origine del bambino, di cui ha scritto Il Fatto Quotidiano. «Potremmo anche ammettere di non essere stati perspicaci», ha detto la procuratrice generale Francesca Nanni. Sul caso è stata attivata «con massima urgenza» anche l’Interpol. Saranno acquisiti documenti dall’Uruguay anche in merito a eventuali procedimenti penali.

Grazia a Minetti, dal ministero della Giustizia nessun input per verifiche all’estero
Giorgia Meloni e Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Meloni esclude le dimissioni del ministro Nordio

Intanto il ministro Carlo Nordio è sempre più sotto pressione. Ieri il Guardasigilli è stato ricevuto a Palazzo Chigi dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano per un colloquio che non sarebbe legato al caso-Minetti, bensì già previsto «per questioni pregresse». Le opposizioni sono tornate a invocare le dimissioni di Nordio, già indebolito dall’addio forzato della sua (ex) capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, che però sono state escluse categoricamente dalla premier Giorgia Meloni: «Il ministero non ha strumenti per operare indagini, il ministero si avvale della magistratura e la magistratura della polizia giudiziaria. Come fa il ministero ad avere più informazioni di chi fa indagini?».

Nordio a Palazzo Chigi: incontro con Mantovano

Di nuovo sotto pressione per il caso della grazia concessa a Nicole Minetti, il ministro della Giustizia Carlo Nordio è stato ricevuto alle 13 a Palazzo Chigi. Il Guardasigilli, spiegano fonti di governo, ha incontrato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Il colloquio non sarebbe legato al caso-Minetti, in quanto già previsto «per questioni pregresse» e sull’esame di alcuni provvedimenti. Nordio è stato nella sede del Governo per oltre un’ora.

Il governo e la maledizione di Venezia e le altre pillole del giorno

Venezia non dà pace alla destra. Tra il caso Venezi, che pare tutt’altro che chiuso, la bufera alla Biennale e i presunti rapporti di amicizia tra Carlo Nordio e la famiglia Cipriani, il cui erede Giuseppe è il compagno di Nicole Minetti, l’epiteto Serenissima fa quasi sorridere.

La risposta di Venezi e l’ombra delle Comunali

Partiamo dalla Fenice. Dopo l’annullamento da parte del sovrintendente Nicola Colabianchi di tutte le collaborazioni future con la cosiddetta “Bacchetta nera”, la direttrice – pardon, direttore – d’orchestra 34enne si è tolta qualche sassolino dalla scarpa. «Prendo atto della dichiarazione del sovrintendente Nicola Colabianchi e della decisione della Fondazione Teatro La Fenice, che andrà comunque chiarita nelle motivazioni e a cui si dovrà rispondere in modo opportuno», ha scritto Beatrice Venezi in una nota, lasciando intendere un possibile ricorso alle vie legali.

Il governo e la maledizione di Venezia e le altre pillole del giorno
Il governo e la maledizione di Venezia e le altre pillole del giorno
Il governo e la maledizione di Venezia e le altre pillole del giorno
Il governo e la maledizione di Venezia e le altre pillole del giorno
Il governo e la maledizione di Venezia e le altre pillole del giorno
Il governo e la maledizione di Venezia e le altre pillole del giorno
Il governo e la maledizione di Venezia e le altre pillole del giorno

Le dichiarazioni rese a La Nación, ufficialmente alla base del “siluramento”, «avrebbero dovuto essere lette nel contesto dell’intervista e non distorte e strumentalizzate». Di più: non solo Venezi assicura di non aver mai mancato di rispetto ai lavoratori, ma sarebbe lei stessa vittima delle maestranze del teatro veneziano che in otto mesi «mi hanno costantemente e sistematicamente diffamata, calunniata, offesa e bullizzata, sui social, giornali, tv, in Italia e in tutto il mondo, con l’intento dichiarato di danneggiare la mia immagine professionale e conseguentemente la mia carriera». Insomma «in Italia essere giovane è un handicap e poi donna una aggravante», prosegue la nota. «Il mio è il successo di una ragazza di provincia che si è fatta da sola. E questo non piace alla Casta». L’underdog della classica però non ha convinto il melonianissimo presidente della commissione Cultura alla Camera, Federico Mollicone, che a La Stampa ha ammesso che Venezi, a cui ha confermato la sua stima, «è andata troppo oltre». Anche se resta convinto che l’orchestra «sia stata strumentalizzata dalla sinistra». Nonostante il governo abbia prontamente negato di aver avuto un ruolo nell’affaire Fenice, c’è chi sostiene che dietro lo scaricamento della direttrice ci siano calcoli poco lirici e molto politici. Come scrive Il Fatto Quotidiano, infatti, alle Comunali del 25 e il 26 maggio dopo il decennio di Luigi Brugnaro, strenuo difensore di Venezi, il centrodestra che schiera l’assessore uscente Simone Venturini rischia di perdere. Stando a rilevazioni riservate e visionate da Fratelli d’Italia, il caso Venezi poteva costare 4-5 punti percentuali. Un lusso che non ci si poteva permettere. E poi, come ha ricordato Mollicone, «alcuni referenti dell’orchestra, non è certo un segreto, hanno legami con chi si candiderà alle prossime elezioni comunali di Venezia. Sono vicini a liste e comitati di centrosinistra»…

Il governo e la maledizione di Venezia e le altre pillole del giorno
Luigi Brugnaro (Ansa).

Cipriani, i presunti legami con Nordio e l’affaire Minetti

Se Pietrangelo Buttafuoco inaugurerà la Biennale senza il ministro Alessandro Giuli dopo la rottura sul padiglione della Russia, Venezia resta al centro della cronaca, sebbene in modo indiretto, anche per l’ultima grana del governo Meloni: il caso della grazia concessa a Nicole Minetti. Dopo la richiesta da parte del Quirinale di ulteriori verifiche al ministero della Giustizia e alla Procura di Milano, dalle parti di Via Arenula c’è chi punta il dito contro Giusi Bartolozzi, l’ex zarina “dimissionata”, che avrebbe gestito il dossier. Ma c’è anche chi ricorda i (presunti) rapporti di amicizia tra il Guardasigilli Carlo Nordio, che in Laguna fu procuratore aggiunto, e la famiglia Cipriani, legata al celebre Harry’s Bar aperto nel 1931 Giuseppe Cipriani a due passi da Piazza San Marco. Erede della dinastia è un altro Giuseppe Cipriani, 60 anni, compagno dell’ex igienista dentale del Cav ed ex consigliera regionale in Lombardia…

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Carlo Nordio e dietro Giusi Bartolozzi (Imagoeconomica).

Festa all’Ucid con Abodi

Il cardinale Giovanni Battista Re, classe 1934, alla fine non ha partecipato alla cena sociale dell’Unione cristiana imprenditori dirigenti (Ucid) Lazio, organizzata da Riccardo Pedrizzi, preferendo una cena casalinga. Grande protagonista dell’evento è stato il ministro dello Sport, Andrea Abodi, tempestato di domande su chi governerà il calcio italiano, ben sapendo che Giancarlo Abete è sempre stato ai vertici proprio dell’Ucid, il gotha del potere (quasi totalmente romano) legato al Vaticano e ai suoi molteplici interessi. Abete è il “concorrente” di Giovanni Malagò nella corsa alla conquista della poltrona che è stata di Gabriele Gravina. Tra l’altro, e pochi lo ricordano, Abodi è stato presidente della Lega Nazionale Professionisti Serie B. Comunque, se non c’è stato Re, era presente l’avvocato Giorgio Assumma, anche lui classe 1934, «che senz’altro è più potente del nostro amico cardinale», spifferavano i maligni nella sala dell’Eur. 

Il governo e la maledizione di Venezia e le altre pillole del giorno
Andrea Abodi (Imagoeconomica).

Giavazzi torna a Roma. E Tremonti parla con Fratoianni

Francesco Giavazzi torna a farsi vedere a Roma. Tanto che davanti a Palazzo Chigi si sente dire che «appena un governo scricchiola, subito arrivano nella Capitale i cosiddetti tecnici». Pronti a rientrare nell’edificio simbolo del potere (o di quel che ne rimane): Giavazzi, ai tempi di Mario Draghi “regnante”, entrava e usciva dalla Presidenza del Consiglio a velocità supersonica, impegnatissimo con i dossier delle nomine delle società statali. Nella mattina di martedì, al Senato, nella sala Nassiryia, si tiene l’incontro intitolato “Tornare a crescere. Oltre l’Italia dello zero virgola”, con il docente milanese Marco Leonardi autore del volume Il prezzo nascosto, Giavazzi, i parlamentari del Partito Democratico Lia Quartapelle e Giorgio Gori. Poi, nel pomeriggio, altro evento imperdibile: in piazza della Minerva, alla Biblioteca del Senato dedicata a Giovanni Spadolini, nella sala degli Atti Parlamentari, va in scena la presentazione del libro Libercomunismo di Emiliano Brancaccio, con Peppe De Cristofaro capogruppo al Senato di Avs, Giulio Tremonti, presidente commissione Esteri della Camera e Nicola Fratoianni. Davvero curioso, come incontro per parlare di economia. Tanto che qualcuno si domanda: «Non è che pure Giulio Tremonti sta facendo un pensierino per un mandato presidenziale, un domani, sul Colle?».

Il governo e la maledizione di Venezia e le altre pillole del giorno
L’economista Francesco Giavazzi (foto Imagoeconomica).

A Di Foggia è andata male. In passato, invece…

«A Giuseppina Di Foggia con Terna è andata male, la buonuscita da 7,3 milioni di euro è svanita… In passato invece c’è chi si ha incassato», sibila un vecchio agente di Borsa davanti a un gin tonic. E continua: «Senza bisogno di andare troppo in là con gli anni, per esempio con il caso di Biagio Agnes alla Stet, pensionato a 55 anni, tra i tanti che mi vengono in mente, nel settembre 2022 ci fu un caso che andò liscio come l’olio, altro che Di Foggia». Qual era? «Mentre i giornali erano concentrati sulla vittoria di Giorgia Meloni, Giuseppe Gola lasciava l’incarico di ad di Acea per fare spazio a Fabrizio Palermo. La nota ufficiale parlava di uno “scioglimento consensuale” del rapporto di lavoro “in essere con l’ingegner Gola”, riconoscendogli oltre al Tfr un importo lordo di 2,46 milioni di euro “a titolo di incentivazione all’esodo e di transazione generale e novativa”. Senza dimenticare l’importo relativo al Mbo 2022 pari a 172.500 euro e quelli di Lti 2021 e 2022, pari alla somma lorda di 153.333 euro. Che da maggio 2020 a settembre 2022 pare davvero un ottimo affare. E a naso possiamo dire che Terna vale tre volte tanto, e a Di Foggia quindi è andata davvero male». Che poi Gola ovviamente ha conquistato un’altra splendida poltrona, quella di ad di Open Fiber. Qual è la morale della storia? Che un manager che vuole incassare cifre cospicue deve puntare a uno “scioglimento consensuale” senza attendere la fine del mandato e poi aspettare qualche mese in pieno relax prima di tornare a lavorare. Si sa, la fretta genera errori…

Il governo e la maledizione di Venezia e le altre pillole del giorno
Giuseppina Di Foggia (Terna).

L’Istat risponde alle critiche del governo sulla verifica dei conti

Nella seconda giornata di audizioni sul Documento di Finanza Pubblica, presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli ha replicato ai recenti attacchi di Giorgia Meloni sulla verifica dei conti, sottolineando il ruolo «autonomo e indipendente» dell’istituto, che «segue modalità e tempistiche dettate dai regolamenti europei».

L’Istat risponde alle critiche del governo sulla verifica dei conti
Giorgia Meloni (Ansa).

La spiegazione di Chelli

La verifica dei Conti di finanza pubblica, ha spiegato Chelli in audizione alla Camera, viene effettuata con cadenza semestrale (entro il primo aprile e il primo ottobre di ogni anno) «sotto il coordinamento tecnico di Eurostat». In questo contesto l’Istat, «pur mantenendo un ruolo autonomo e indipendente come responsabile ultimo della qualità dei dati prodotti», svolge anche «una funzione di coordinamento e di sintesi tra le diverse istituzioni nazionali coinvolte, a vario titolo, nella produzione dei dati di finanza pubblica», come la Banca d’Italia e il Ministero dell’Economia e delle Finanze, «assicurando la coerenza tra le varie fonti informative nazionali».

Cosa aveva detto Meloni

Meloni se l’era presa con l’Istat sulla questione della mancata uscita dalla procedura di infrazione, affermando che non avrebbe calcolato le risorse recuperate dalle frodi Superbonus. La premier, in particolare, sui social aveva definito «una beffa per l’Italia e per gli italiani» la misurazione del Pil che ha portato l’istituto (e l’Eurostat) a collocare il rapporto tra deficit e prodotto interno lordo dell’Italia al 3,1 per cento, quindi in procedura d’infrazione: «Da molti anni ormai, i primi dati Istat sottostimano il Pil effettivo, per poi rivederlo al rialzo».

Decreto lavoro in Cdm, dal salario giusto allo Spid per i rider: cosa prevede

In Consiglio dei ministri è atteso il decreto lavoro, un provvedimento che punta al salario giusto legando gli incentivi a chi lo applica. Per la sua individuazione si fa riferimento al trattamento economico complessivo definito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, rispetto al quale anche gli altri accordi non possono essere inferiori. La bozza prevede, tra gli altri interventi, la proroga fino a fine anno dei bonus (in scadenza il 30 aprile) per le assunzioni dei giovani under 35, di donne lavoratrici svantaggiate e nell’area Zes. Un’altra novità riguarda i rider e il rafforzamento delle loro tutele. L’accesso alla piattaforma digitale può avvenire con Spid, Carta di identità elettronica (Cie), Carta nazionale dei servizi (Cns) oppure con un account rilasciato dalla stessa piattaforma con un sistema di autentificazione a più fattori. La piattaforma non può rilasciare più di un account per ogni codice fiscale, né commissionare prestazioni temporalmente inconciliabili allo stesso lavoratore. Infine nel testo c’è, in via sperimentale, la copertura assicurativa obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro per le persone che svolgono l’attività di caregiver familiare.

Grazia a Minetti: il Ministero della Giustizia conferma la regolarità della procedura, lei annuncia querele

«Nessuno degli elementi negativi presentati in recenti articoli di stampa consta agli atti della procedura». È quanto precisato dal Ministero della Giustizia in relazione alla grazia concessa a Nicole Minetti, su cui il Quirinale ha chiesto approfondimenti dopo alcuni dubbi sollevati sulla regolarità dell’adozione di un minore uruguaiano con gravi problemi di salute, al centro dell’istanza di clemenza. «Alla domanda dell’atto di clemenza proposta dall’interessata alla presidenza della Repubblica ha fatto seguito l’istruttoria di rito, in esito alla quale il procuratore generale di Milano ha espresso parere favorevole», si legge nella nota di Via Arenula. «Ad esso hanno fatto seguito, in assenza di elementi di connotazione negativa a carico della Minetti, analogo parere della competente Direzione del ministero della Giustizia e il conseguente parere favorevole espresso dal ministro e trasmesso alla Presidenza».

Restano le ombre sull’adozione del bambino in Uruguay

Poche ore dopo la richiesta del Colle, il Ministero della Giustizia ha dunque confermato che la procedura che ha portato al provvedimento di clemenza per motivi umanitari è stata seguita in maniera corretta. Ma sono diverse le ombre calate sull’adozione – da parte di Minetti e del compagno Giuseppe Cipriani – del bambino uruguaiano. Sotto la lente d’ingrandimento c’è la condizione famigliare del piccolo: i genitori erano sì indigenti, ma non lo avrebbero abbandonato. Inoltre, a causa di una seria patologia, il minore nel 2021 sarebbe stato portato a Boston per un intervento chirurgico, contro il parere dei medici di due ospedali italiani. Ma all’epoca la coppia non avrebbe avuto la patria podestà sul bimbo. Inoltre l’operazione non è stata risolutiva, tanto che ad aprile del 2025 sarebbero emersi rischi di recidiva e complicazioni. La madre del bambino, inoltre, da qualche mese è scomparsa nel nulla. E poi il compagno di Minetti, erede della dinastia dell’Harry’s Bar, compare negli Epstein Files.

La procedura è stata regolare: ma Minetti ha detto la verità?

Almeno dal punto di vista procedurale, in Italia risulta tutto in regola. C’è da capire, come chiede il Quirinale, se gli elementi presentati da Minetti nella domanda di grazia sono veritieri. In tal caso il provvedimento di clemenza potrebbe essere sospeso o revocato. La Procura generale della Corte d’appello di Milano – dopo il via libera del Ministero della Giustizia – ha avviato accertamenti in Uruguay e Stati Uniti. «La procedura riguardante la richiesta di grazia ci è arrivata dal ministero a fine 2025. Sulla base di quanto chiesto, il quadro era completo e non emergevano dati anomali. L’acquisizione documentale è avvenuta attraverso i riscontri sanitari dei carabinieri», ha detti all’Ansa il sostituto procuratore Gaetano Brusa, che all’epoca della richiesta si è occupato degli accertamenti.

Minetti annuncia querele, il Pd incalza Meloni su Nordio

Da parte sua Minetti, condannata a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato nei processi Ruby ter e Rimborsopoli (da scontare ai servizi sociali), ha dichiarato: «Le informazioni diffuse sono prive di fondamento e gravemente lesive della mia reputazione personale e familiare», annunciando poi querele. Intanto, le opposizioni hanno colto la palla al balzo. «Cosa sta aspettando Giorgia Meloni a far fare un passo indietro al ministro Carlo Nordio? Non c’è più tempo da perdere: la sua permanenza al Ministero della Giustizia si sta rivelando estremamente dannosa e il dicastero appare privo di guida e controllo», ha detto la responsabile Giustizia del Pd Debora Serracchiani.

Il governo dei dietrofront: tutte le crepe nel sistema Meloni

Giù il sipario, mes amies. Dopo mesi di tenuta davanti alla veemente protesta degli orchestrali, il governo ha ‘mollato’ Beatrice Venezi. Palazzo Chigi smentisce qualsiasi coinvolgimento di Giorgia Meloni nella faccenda, ma è innegabile che con il siluramento svanisce il sogno della premier di aver favorito l’arrivo della prima donna direttrice d’orchestra in un teatro importante come La Fenice di Venezia. Il sovrintendente che aveva nominato Venezi, Nicola Colabianchi, ha ceduto dopo l’intervista a La Nación in cui la direttrice accusava i lavoratori del teatro lirico di nepotismo, provincialismo e pigrizia culturale. Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, si è detto d’accordo con Colabianchi.

Il governo dei dietrofront: tutte le crepe nel sistema Meloni
Giorgia Meloni con Beatrice Venezi (dal profilo X della premier).

Il caso Di Foggia

Qualche giorno prima, un’altra donna ritenuta vicino a Giorgia e Arianna Meloni, l’ex ad di Terna, Giuseppina Di Foggia, aveva dovuto rinunciare alla buonuscita milionaria per poter accedere alla presidenza dell’Eni, in quota FdI. Il via libera è arrivato dopo giorni segnati da una durissima presa di posizione del ministero dell’Economia e una evidente irritazione fatta trapelare da Palazzo Chigi nei confronti della dirigente da loro stessi indicata.

Il governo dei dietrofront: tutte le crepe nel sistema Meloni
Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica).

Ma se si scorre indietro il calendario, dalle parti del governo è stato un dietrofront su tutto. Quantomeno dal giorno del video post-voto in cui Meloni riconosceva la sconfitta al referendum, sullo sfondo una siepe e in sottofondo il canto degli uccellini (in Rete lo hanno paragonato al disastro comunicativo post-Pandorogate di Chiara Ferragni).

Le dimissioni di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè

La débâcle del Sì sembra aver innescato, nel partito della premier, un meccanismo subdolo, una sorta di coazione a ripetere che porta alla graduale distruzione di tutto quello che è stato costruito in tre anni e mezzo. Si è iniziato il 25 marzo, due giorni dopo il canto degli uccellini, con le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi (sull’ex Zarina di Via Arenula, come se non bastasse, ora pare pesare pure la responsabilità del caso Minetti) fino a quel momento difesi. E poi è stata la volta di Daniela Santanchè, blindata per anni. Un tentativo di risalire nei consensi? Sicuramente due cesure nette, che hanno lasciato crepe all’interno del partito. Meloni si è presa del tempo, poi ha acconsentito a intervenire in Aula sul referendum, come le opposizioni chiedevano.

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Daniela Santanchè (Ansa).

Il gelo con Israele e Trump seguito dall’abbraccio a Macron

Nel frattempo la guerra in Iran si è allargata al Libano e la premier ha deciso di sospendere il rinnovo del memorandum d’intesa sulla Difesa con Israele. Non solo, aveva anche fatto sapere di aver negato l’atterraggio nella base di Sigonella a due bombardieri degli Stati Uniti, Paese impegnato in una guerra troppo impopolare nel nostro Paese. Il climax è arrivato con la (tardiva) presa di posizione contro Donald Trump dopo le parole «inaccettabili» del capo della Casa Bianca contro Papa Leone XIV. Ed è stato allora che è convenuto alla premier correre dai Volenterosi, a Parigi, per partecipare a un incontro di una formazione fino ad allora ‘snobbata’, mostrando un afflato inedito nei confronti di Emmanuel Macron.

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Il governo dei dietrofront: tutte le crepe nel sistema Meloni
Il governo dei dietrofront: tutte le crepe nel sistema Meloni
Il governo dei dietrofront: tutte le crepe nel sistema Meloni

Anche il rapporto costruito con Bruxelles rischia di incrinarsi

Insomma, sembra di essere in una di quelle soap in cui non c’è mai una fine e la narrazione riparte rimescolando trame, amori e personaggi, che appaiono brevemente, poi a un certo punto scompaiono, senza grosse spiegazioni. Con la vittoria del No alla riforma Nordio, tutta la struttura che la maggioranza aveva delicatamente costruito in tre anni e mezzo appare improvvisamente in bilico. Meloni, ancorata al suo tavolo con vista su piazza Colonna, sembra così impegnata in una partita di sciangai: toglie i bastoncini uno a uno, cercando di non urtare quelli che restano. Anche il lavoro di costruzione del rapporto con la commissione di Ursula von der Leyen rischia di essere un bastoncino da estrarre dopo la conferma dello sforamento del 3 per cento del rapporto deficit/Pil e le urgenze economiche imposte dalle due guerre in corso che probabilmente costringeranno il governo a uno scostamento di bilancio. Così come le dichiarazioni di apertura al gas russo dell’ad di Eni, Claudio Descalzi, appena riconfermato dal governo, possono minare la stabilità di un altro bastoncino importante, quello della collocazione al fianco dell’Ucraina.

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Ursula von Der Leyen e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

De profundis per le riforme

E a proposito di Eni, dove è finito il piano Mattei, centrale nella prima parte della legislatura? Se ne parla più che altro per la diffida del nipote di Enrico Mattei a utilizzare il nome dello zio. Bastoncino caduto su un lato. Per non parlare delle riforme. Autonomia a parte, che non è mai entrata nel cuore della leader di FdI, chi crede ancora che la maggioranza avrà la forza di approvare quella sul premierato, un tempo definita da Meloni «madre di tutte le riforme»? La mancanza di visione strategica è così evidente che anche una riforma introdotta poco prima del referendum sulla giustizia, come quella della legge elettorale, è ormai considerata su un binario morto da moltissimi rappresentanti della maggioranza.

Il governo dei dietrofront: tutte le crepe nel sistema Meloni
La cabina di regia del Piano Mattei a Palazzo Chigi (Imagopeconomica).

Non restano che i centri in Albania

Spariti pure i ‘Puma’ dell’esercito a presidio delle stazioni ferroviarie, restano solo i centri in Albania. Dove alcuni big di FdI sono voluti andare in visita nei giorni scorsi. «Il Cpr di Gjader è pieno e funzionante», hanno fatto sapere, tra gli altri, i due capigruppo di Camera e Senato, Galeazzo Bignami e Lucio Malan. «All’interno della struttura sono già transitate 536 persone, con profili di elevata pericolosità, alcune già rimpatriate», hanno precisato. Ecco, 536. Peccato che avrebbero dovuto essere 36 mila l’anno.

Il governo dei dietrofront: tutte le crepe nel sistema Meloni
Galeazzo Bignami e Lucio Malan (Imagoeconomica).

Minetti, le ombre sulla grazia agitano il Quirinale

E al terzo giorno la pazienza finì. Dopo tre giorni di paginate del Fatto quotidiano che hanno messo in dubbio la ritrovata onestà e la ritrovata purezza adamantina di Nicole Minetti, Sergio Mattarella ha chiesto al ministero della Giustizia di verificare chi avesse ragione: il quotidiano di Marco Travaglio che dipinge come recidiva l’ex igienista dentale cara al Cavaliere o la Procura di Milano per la quale l’ex consigliera regionale di Forza Italia è redenta. Di mezzo c’è la grazia concessa dal capo dello Stato a Minetti, su richiesta di Procura di Milano e del ministero della Giustizia. E soprattutto c’è un tourbillon di proteste social che hanno accolto la notizia (tenuta riservata dal Quirinale perché di mezzo c’è un minore, figlio adottivo della Minetti e del suo compagno, l’imprenditore Giuseppe Cipriani) della clemenza che cancella i tre anni e 11 mesi di pena per una delle protagoniste delle cosiddette cene eleganti. Una benevolenza che molti non avevano mandato giù, soprattutto a sinistra.

Minetti, le ombre sulla grazia agitano il Quirinale
Sergio Mattarella (Imagoeconomica).

L’inedita richiesta di verifica del Colle al Guardasigilli

Fino alla shitstorm, il Presidente aveva tenuto duro: il minore adottato da Minetti è malato e davanti alla vicenda umana il muro del Colle era rimasto in piedi. Poi l’inchiesta del Fatto. Troppi i dubbi sulla condotta di Minetti, a maggior ragione visto che c’è in ballo il futuro di un bambino di nove anni. E allora ecco l’inedita richiesta di verifica al ministro Nordio, che a sua volta ha chiesto ulteriori verifiche alla Procura di Milano (che ha istruito la pratica) e via via giù per li rami all’ambasciata italiana in Uruguay, dove Minetti avrebbe interessi e dove avrebbe adottato il figlio.

Minetti, le ombre sulla grazia agitano il Quirinale
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Il Quirinale non ha un team investigativo e deve fidarsi delle carte

A molti è venuto in mente il film La grazia di Paolo Sorrentino, che racconta proprio della genesi di un atto di clemenza di un Presidente della Repubblica preso dalla fantasia. In quel caso il Presidente fa visita al condannato che chiede la grazia. In realtà l’iter non prevede nulla di tutto ciò: la grazia viene chiesta da un avvocato, su istanza del condannato o dei suoi familiari, il caso viene verificato in modo approfondito dalla Procura che gira il fascicolo al ministero e da qui il caso viene sottoposto al Quirinale. Che non ha un suo team investigativo e deve quindi fidarsi delle carte che gli vengono inviate. Ora però al Colle i sospetti si sono concretizzati in una richiesta di nuove verifiche.

Minetti, le ombre sulla grazia agitano il Quirinale
Sergio Mattarella (Imagoeconomica).

Il precedente della grazia revocata a Mesina

Se avesse ragione il Fatto, la grazia potrebbe venir revocata, il precedente c’è e riguarda il brigante sardo Graziano Mesina, graziato da Carlo Azeglio Ciampi e poi tornato a delinquere. Ma la consolazione che un precedente c’è già non basterà a Mattarella a farsi passare i pensieri di questi giorni. Perché l’iter della grazia si basa sulla fiducia in quello che scrivono Procura e ministero. Una fiducia che potrebbe essere stata mal riposta e che da sinistra considerano sia stata eccessiva.

Grazia a Nicole Minetti, perché il Quirinale ha chiesto approfondimenti al Ministero della Giustizia

Il Quirinale ha chiesto approfondimenti sui requisiti per la grazia concessa per motivi umanitari a Nicole Minetti «su proposta favorevole del Ministro della Giustizia, lo scorso 18 febbraio 2026, e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza». L’iniziativa del Colle arriva dopo alcune notizie pubblicate sui quotidiani dalle quali emergerebbero circostanze diverse da quelle descritte a Sergio Mattarella per sostenere la domanda di grazia a favore dell’ex consigliera regionale lombarda, condannata in via definitiva a 2 anni e 10 mesi per induzione alla prostituzione nel processo “Ruby bis” e a 1 anno e 1 mese per peculato sui rimborsi, relativo al suo periodo in Regione, da scontare ai servizi sociali.

Il bambino adottato da Minetti non era stato abbandonato alla nascita

Il Procuratore generale di Milano e il ministro Carlo Nordio hanno motivato il parere favorevole alla grazia in quanto l’affidamento in prova di Minetti le avrebbe reso estremamente difficile la cura e l’assistenza di un minore da lei adottato assieme al compagno Giuseppe Cipriani, sottoposto per una grave patologia a periodiche visite e a terapie specialistiche all’estero. La vicenda ci porta inizialmente in Uruguay, Paese di origine del bambino, dove Cipriani ha molti interessi e la coppia ha vissuto per un certo periodo. Nell’istanza il minore, nato nel 2017, viene presentato come abbandonato alla nascita e senza legami familiari. In realtà sarebbe stato solo affidato temporaneamente all’Instituto del Niño y Adolescente del Uruguay viste le condizioni dei genitori biologici: madre indigente e padre detenuto, certamente entrambi viventi e identificati, a tal punto che Minetti e Cipriani hanno intentato una causa contro di loro per ottenere la “Separación Definitiva y Pérdida de Patria Potestad”, risolta a loro favore nel 2023.

I dubbi sull’intervento negli Usa e la scomparsa della madre

L’istanza di grazia spiega poi che nel 2021 Minetti e Cipriani hanno portato il bambino negli Stati Uniti per un delicato intervento chirurgico. All’epoca, però, non avevano alcun diritto legale sul minore: come ha fatto quel bambino a lasciare l’Uruguay? Il piccolo, inoltre, secondo gli atti è stato operato al Boston Children’s Hospital dopo due pareri contrari all’operazione del San Raffaele di Milano e dell’Ospedale di Padova: eppure, il bambino non risulta tra i pazienti. Nel 2024 Minetti, Cipriani e il bambino si sono poi trasferiti in Italia. Le ombre sul caso non finiscono qui: La madre biologica, la 29enne María de los Ángeles González Colinet, di anni 29, è scomparsa. L’avvocata che la difendeva è invece morta carbonizzata in un incendio insieme al marito (e collega). Da via Arenula filtra che sono già in corso accertamenti con la procura generale della Corte di Appello di Milano, da cui è arrivato il parere favorevole alla grazia, non vincolante.

Le frenate su Freni per il seggio da riassegnare: le pillole del giorno

Antonio Tajani si mette di traverso, quando c’è il nome di Federico Freni per la presidenza della Consob. Perché mai? Le voci romane evocano un legame tra Freni e Gianni Letta, bypassando Tajani: tutta colpa della passione di Freni per il bel canto, che lo ha spinto a frequentare l’Opera e i teatri, condividendo così con Letta serate e incontri fuori dai riflettori. Ma per Forza Italia, a Roma, c’è anche un altro problema: Freni è stato eletto nella Capitale, in un collegio uninominale, quello di Monte Mario, Aurelia e dintorni, e se diventasse numero uno della Consob toccherebbe tornare a votare, visto che la carica è incompatibile con quella di membro del parlamento. Dunque dimissioni ed elezioni suppletive per riassegnare il suo seggio. Che, con il clima che c’è, secondo i sondaggisti finirebbe alla sinistra. Togliendo così un deputato alla maggioranza di governo. Tanto che pure Giorgia Meloni e quello che sarebbe il capo politico di Freni, cioè il leghista Matteo Salvini, a questo punto stanno iniziando a pensare a un’altra soluzione. Magari interna alla Consob, come quella che corrisponde al nome di Federico Cornelli. Tra l’altro ci sarebbe, secondo Repubblica, pure un documento interno alla Consob che boccia la candidatura di Freni per «profili di illegittimità» legati all’eventuale nomina di un soggetto di provenienza politica: Freni è sottosegretario al ministero dell’Economia, con compiti e deleghe incidenti nel settore oggetto dell’attività di regolamentazione e vigilanza della Consob…

Le frenate su Freni per il seggio da riassegnare: le pillole del giorno
Le frenate su Freni per il seggio da riassegnare: le pillole del giorno
Le frenate su Freni per il seggio da riassegnare: le pillole del giorno
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Le frenate su Freni per il seggio da riassegnare: le pillole del giorno
Le frenate su Freni per il seggio da riassegnare: le pillole del giorno

Cena cristiana per Tajani, Casellati e Abodi

Serata con cena e benedizione, lunedì 27 aprile, con il gruppo Ucid Lazio, l’associazione che riunisce imprenditori e dirigenti di ispirazione cristiana, che vede come presidente Giuseppe Pedrizzi. A Roma, nello Spazio Novecento, hanno confermato la loro presenza il cardinale Giovanni Battista Re, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, la ministra per le Riforme istituzionali Maria Elisabetta Alberti Casellati, il ministro dello Sport Andrea Abodi, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ed ex leader della Cisl (sindacato cattolico che sembra essere in rotta col governo…) Luigi Sbarra, la sottosegretaria alla Difesa Isabella Rauti, la sottosegretaria all’Istruzione Paola Frassinetti, il presidente della Commissione Esteri e Difesa Maurizio Gasparri, il presidente della Commissione Finanze e Tesoro del Senato Massimo Garavaglia, il presidente della Commissione Finanze della Camera Marco Osnato, l’amministratore delegato di Invitalia Bernardo Mattarella, il presidente di Febaf Fabio Cerchiai, la presidente emerita di Ania Maria Bianca Farina, il direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli Roberto Alesse e il presidente dell’Ocf, Organismo di vigilanza e tenuta dell’albo unico dei Consulenti Finanziari, Mauro Maria Marino. Una folla. Sottolineando sempre che «la missione dell’Ucid è promuovere un’economia incentrata sulla dignità della persona, sulla solidarietà e sul bene comune, attraverso la diffusione dell’insegnamento sociale della Chiesa». Amen.

Le frenate su Freni per il seggio da riassegnare: le pillole del giorno
Le frenate su Freni per il seggio da riassegnare: le pillole del giorno
Le frenate su Freni per il seggio da riassegnare: le pillole del giorno

Laika è arrivata alla Garbatella, dalla Meloni

In occasione della Festa della Liberazione dal nazifascismo, la street artist Laika ha firmato una nuova opera apparsa nella notte tra il 24 e il 25 aprile nel quartiere della Garbatella, a Roma, luogo simbolo della Resistenza capitolina. Il lavoro, realizzato in collaborazione con i collettivi Join the Resistance e Artivismo, si intitola “Senza memoria non c’è futuro” e ritrae un nonno partigiano che regala un fiore rosso alla sua nipotina. Già nel mese di luglio del 2025, in occasione della commemorazione di Awdah Hathaleen, attivista palestinese conosciuto per aver lavorato al documentario vincitore del premio Oscar No Other Land, ucciso nel villaggio di Masafer Yatta da un colono israeliano, la street artist italiana aveva affisso un poster dal titolo “Awdah”. L’opera, affissa a Piazza Sauli, nel quartiere Garbatella a Roma, raffigurava il volto dell’attivista.

Tornatore, dal cinema impegnato alla Niaf

Su Rete4 stanno proponendo Il camorrista, una prima visione, al termine della programmazione della prima serata, una versione in cinque puntate del primo film di Giuseppe Tornatore. La pellicola ha visto il suo primo passaggio televisivo nazionale, sempre su Rete4, il 20 marzo 1994, in prima serata. Nel 1985, in netto anticipo sui tempi, la serie venne girata contestualmente al film: Tornatore era sul set di Cento giorni a Palermo, nel 1984 come regista di seconda unità, e qui conobbe Giuseppe Marrazzo, che gli propose la lettura del manoscritto Il camorrista, un romanzo sotto forma di autobiografia fittizia del boss Raffaele Cutolo. Appena uscita, la pellicola fu oggetto di tre querele. Nonostante fosse sparita dai circuiti ufficiali, l’opera ha conosciuto il successo grazie alle tivù locali, soprattutto campane, che l’hanno trasmessa con cadenza quasi settimanale, facendone un cult. Poi Tornatore, dopo i successi, ha firmato il film dedicato alla vita di Brunello Cucinelli, e con Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema, ha presentato a New York, nel corso del prestigioso gala annuale del Niaf – National Italian American Foundation, il progetto del suo prossimo film, The First Dollar, per evocare la figura di Amadeo Peter Giannini, fondatore della Bank of Italy, poi divenuta Bank of America.

Le frenate su Freni per il seggio da riassegnare: le pillole del giorno
Il regista Giuseppe Tornatore (Imagoeconomica).

Dai depositi dei musei agli alberghi, con Mollicone

La testa di Afrodite Cnidia, copia romana del II secolo d.C. ispirata al celebre modello greco di Prassitele, è una delle protagoniste di “Arte fuori dal museo”, progetto promosso nell’ambito del protocollo d’intesa siglato dalla Direzione generale Musei del ministero della cultura con la non-profit LoveItaly Ets cara a Tracy Roberts, e Federalberghi. Il 22 aprile l’opera è stata presentata nell’Albergo del Senato, di proprietà di Paolo Pelosi, alla presenza di Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura della Camera dei deputati. L’opera è concessa in prestito temporaneo all’Albergo del Senato, che si trova in compagnia, tra l’altro, dell’hotel Mediterraneo del gruppo Bettoja Hotels al quale è stata consegnata una statua di marmo di archeologia romana del II secolo d.C. raffigurante la Dea Roma o Virtus proveniente dai depositi del Museo nazionale romano alle Terme di Diocleziano. L’inaugurazione si avvicina per i prossimi alberghi: Hotel Locarno, con vasi etruschi e maschere; Hotel Bernini Bristol, dove il patron è Bernabò Bocca, con un Timpano Curvilineo di marmo; Hotel Canada, con statuette di Afrodite e Artemide; Hotel Nord Nuova Roma del gruppo Bettoja con la statua di Venere e la mela di Thorvaldsen, dell’Accademia Nazionale di San Luca.

Le frenate su Freni per il seggio da riassegnare: le pillole del giorno
Federico Mollicone (Imagoeconomica).

Oggi il vero resistente è Mattarella (e non molla su Repubblica e valori)

È Sergio Mattarella il vero resistente. Undici anni e mezzo di mandato, sei governi di cinque maggioranze diverse, una pandemia, tre guerre, tre legislature e tra un anno la quarta. Sabato a San Severino Marche il presidente della Repubblica ha scandito, di nuovo: «Ora e sempre Resistenza!». Ce l’aveva con chi cerca di confondere torti e ragioni, partigiani e repubblichini, fascisti e antifascisti. E allora via di lezione storico-costituzionale. I partigiani e gli italiani – civili, militari, religiosi – che si opposero ai nazisti li ha messi tra i buoni, i fedeli a Mussolini, «complici» e «collaborazionisti» tra i cattivi. Chiaro, lineare, anche il presidente del Senato Ignazio La Russa (mai citato) può prendere appunti. Da questa distinzione netta è nata la Repubblica che ha garantito 80 anni di pace, libertà e ricchezza.

Oggi il vero resistente è Mattarella (e non molla su Repubblica e valori)
Sergio Mattarella a San Severino Marche per il 25 aprile (Imagoeconomica).

La dodicesima celebrazione del 25 aprile per il Presidente dei record

Bisogna ricordarselo a maggior ragione oggi, mentre c’è chi nel mondo ripropone la guerra come soluzione a ogni divergenza, e chi scavalca o devasta alleanze, diritti, regole e istituzioni. Quello di San Severino Marche è stato il dodicesimo discorso di Mattarella in occasione del 25 aprile: chi si aspettava un intervento tiepido si è dovuto ricredere, perché ormai dovrebbero averlo capito anche i sassi che su certe cose, su quelli che ritiene valori alti, il Presidente non molla. Per questo, oltre che per un dato puramente cronologico, è lui il vero resistente degli anni Duemila. Certo, anche se si dimettesse domani (e lo si scrive solo per scaramanzia) sarebbe già il Presidente dei record, il più longevo con i suoi 11 e passa anni di mandato. Ma a ben guardare altre sono state le resistenze, che gli hanno fatto guadagnare la stima bipartisan di milioni di italiani, se si deve dare credito ai sondaggi sempre più positivi.

Oggi il vero resistente è Mattarella (e non molla su Repubblica e valori)
Sergio Mattarella (Imagoeconomica).

Dalla minaccia di impeachment alla difesa dell’atlantismo: le battaglie del Colle

Ha resistito alla corsa in avanti di chi lo aveva eletto, Matteo Renzi, rifiutandosi di andare a elezioni anticipate; ha resistito a chi voleva piegare la sua volontà ai venti dell’antieuropeismo fino a minacciare un impeachment; ha tenuto la barra durante gli anni del Covid individuando poi in Mario Draghi il traghettatore; ha gestito una convivenza diffidente con il primo governo di destra-centro della storia repubblicana. Sul piano internazionale non è arretrato di un millimetro nel tenere l’Italia al fianco dell’Ucraina nonostante le bordate russe, ha continuato a tenere alta la bandiera dell’Europa e dell’Onu, ha cercato una mediazione tra il rispetto della storica Alleanza atlantica e le critiche all’attuale presidente americano (e c’è anche chi giura che il dialogo aperto con la Cina gli sia costato qualche simpatia Oltreoceano già nella scorsa amministrazione).

Oggi il vero resistente è Mattarella (e non molla su Repubblica e valori)
Oggi il vero resistente è Mattarella (e non molla su Repubblica e valori)
Oggi il vero resistente è Mattarella (e non molla su Repubblica e valori)
Oggi il vero resistente è Mattarella (e non molla su Repubblica e valori)
Oggi il vero resistente è Mattarella (e non molla su Repubblica e valori)

L’ultimo miglio nel pieno della campagna elettorale

Tutto mentre il mondo che conoscevamo si è capovolto e shakerato, scombussolando vecchie certezze. Ora davanti a lui si apre l’ultimo miglio. Mancano due anni e mezzo alla fine del suo secondo mandato e i prossimi 12 mesi saranno di campagna elettorale tiratissima e nervosissima. Il Quirinale sarà tirato in ballo, lo è già stato a novembre scorso per il caso Garofani, lo sarà di nuovo perché in amore e in guerra tutto è permesso, ed evidentemente anche in politica. Per chi lo stima gli strali che gli arriveranno saranno testimonianza del fatto che è il baluardo del rispetto delle regole. Per chi non lo stima gli strali saranno testimonianza del fatto che non è imparziale. Gli italiani un’idea se la sono fatta. Lui? Si prepara a resistere perché il suo motto è quello di Luigi Einaudi: restituire al successore il ruolo di presidente con le stesse facoltà di quando è entrato in carica.

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi

C’è una forma di intelligenza poco celebrata, ma spesso decisiva, nel capire quando è il momento di farsi da parteBeatrice Venezi l’ha dimostrato concedendo una bombastica quanto provvidenziale intervista al quotidiano argentino La Nación, costruita con la precisione di chi vuole uscire da una storia facendosi cacciare. Il passaggio chiave è di quelli che non lasciano margini di manovra: «Non vengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra nella quale i posti si passano praticamente di padre in figlio», che anche nella nazione più familista del Pianeta resta un reato. Risultato: licenziata in tronco da direttrice musicale del teatro La Fenice prima ancora di aver alzato la bacchetta. Un capolavoro di strategia travestita da gaffe o forse, per chi dubita che Venezi sia capace di simili tatticismi, una gaffe talmente ben riuscita da sembrare strategia. Alla fine il risultato non cambia. E domenica pomeriggio, all’arrivo della notizia, cori plaudenti da stadio prima che il sipario si aprisse sul wagneriano Lohengrin di Damiano Michieletto, veneziano doc che alla Fenice ha molto legato il suo nome.

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi

La lunga ribellione dell’orchestra contro la nomina

La storia è nota, ma un piccolo bignami delle puntate precedenti serva a capire come si è arrivati all’improvviso (e inatteso) epilogo. A Venezi la nomina a direttore musicale – per lei rigorosamente al maschile, così come si conviene all’indole della destra gagliarda – era arrivata lo scorso settembre. L’orchestra aveva risposto come un corpo che rigetta un trapianto: sciopero già alla prima del Wozzeck  in ottobre, lettere di fuoco firmate da tutti i musicisti, richiesta al sovrintendente di tornare sui suoi passi e volantini di protesta che piovevano dai palchi. Insomma, il repertorio completo del dissenso organizzato. Peraltro non scevro di motivazioni. Quelle ufficiali riguardavano il curriculum, giudicato poco consono al prestigio del teatro. Quelle non dette, il profilo politico della direttrice, le sue reiterate professioni di meloniana fede che l’avevano catapultata in laguna senza tenere conto della mancanza di un cursus honorum adeguato. 

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Manifestazione di protesta dei lavoratori del Teatro La Fenice contro la nomina a direttrice musicale di Beatrice Venezi, Venezia, 10 novembre 2025 (Ansa).

L’argine di Colabianchi rotto dalla provvidenziale intervista

Una sentenza lapidaria contro cui il sovrintendente Nicola Colabianchi ha fatto argine finché ha potuto, ben sapendo però che l’affaire avrebbe contribuito a rendere la sua posizione sempre più difficile da difendere. Ma soprattutto sapendo di non avere vie d’uscita, perché sconfessare Venezi voleva dire sconfessare se stesso che su input romano l’aveva nominata. Ma col passare del tempo era sempre più un uomo solo al comando di una nave che imbarcava acqua da ogni parte. Con i due che sembravano legati da un destino comune: simul stabunt, simul cadent. Fino a che è arrivata l’intervista a La Nación e l’insperata via d’uscita con tanto di benedizione dei dante causa. Infatti il ministro della Cultura Alessandro Giuli, segno che la pratica gli scottava tra le mani, non ha aspettato un minuto a difendere la decisione di Colabianchi, «assunta in autonomia e indipendenza», confermandogli «la sua più completa fiducia». Traduzione: Roma non solo non ti abbandona, ma si sente sollevata che dopo tanti imbarazzi e polemiche la questione sia chiusa.

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Il sovrintendente del Gran Teatro La Fenice Nicola Colabianchi (Ansa).

Ora Venezi potrà vendersi come eroica vittima

E Venezi? Per la sicumera che ha mostrato non sembra il tipo da farne una malattia. È ambiziosa, giovane, sa muoversi nell’ecosistema della destra di governo con una disinvoltura che i suoi detrattori chiamano spregiudicatezza e i sostenitori talento. Dirigere un’orchestra che non ti sopporta è come allenare una squadra di calcio dove hai i giocatori tutti contro: tecnicamente fattibile, praticamente uno stillicidio quotidiano. Dunque meglio uscire con un’intervista ad effetto su La Nación che continuare a logorarsi in un clima da assedio. La mossa, in fondo, dimostra dietro le sprezzanti parole indirizzate da mesi alle maestranze del teatro veneziano, una sua consapevolezza. E soprattutto le consente di vendersi mediaticamente come eroica vittima nella patriottica battaglia contro l’egemonia culturale della sinistra

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Beatrice Venezi sul palco del Politeama di Palermo (Ansa).

La rimozione basterà a ricucire il rapporto tra direzione e maestranze?

Ora che, eliminata la pietra dello scandalo, La Fenice prova a ripartire, il futuro è un’incognita. Chi arriverà al posto di Venezi? Basterà la sua rimozione per ricucire il rapporto tra la direzione e le maestranze? Forse sì, a patto che il nome del successore sia all’altezza. Un direttore musicale di profilo inattaccabile, con un curriculum che parli da solo potrebbe abbassare la temperatura e ripristinare la perduta armonia tra le componenti del teatro. Un altro nome divisivo, o peggio un compromesso al ribasso dettato da equilibri politici che poco hanno a che fare con la bacchetta, perpetuerà lo stato di guerra. I sindacati, che negli enti lirici hanno più che in altri settori voce in capitolo, chiedono a Colabianchi di dimostrare con i fatti di voler aprire davvero una pagina nuova, esortazione che piace purché si faccia attenzione a cosa scriverci.  

Farsi cacciare passando per vittima: il “capolavoro” di Beatrice Venezi
Beatrice Venezi (Imagoeconomica).

La Fenice ha bruciato due volte nella sua storia, e ogni volta è risorta. Stavolta l’incendio lo ha appiccato una direttrice imposta con improvvida spavalderia alla direzione musicale di uno dei più prestigiosi templi della lirica. C’è qualcosa di vagamente surreale in tutta questa vicenda: una nomina politica contestata dagli orchestrali, difesa a oltranza da un sovrintendente sempre più solo, liquidata infine dalla stessa interessata quando ancora il teatro, nella sua accezione più letterale, non le aveva ancora aperto il sipario.   

Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history

L’alternate history, l’immaginare cosa sarebbe successo se la storia avesse preso una strada diversa da quella che conosciamo, è un fortunato sottogenere della fiction speculativa o della fantascienza, ma in realtà è molto più antico: uno dei primi esempi si trova addirittura in Tito Livio, quando immagina cosa sarebbe successo se Alessandro Magno fosse vissuto abbastanza per attaccare l’Europa e per scontrarsi con Roma (spoiler: secondo Livio, avrebbe vinto Roma). Ma è con Internet che la storia alternativa ha conquistato il grande pubblico, con un’abbondante fioritura di forum e siti dedicati alla domanda «e se…?» applicata a eventi fatidici del passato.

Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history
(foto di Inaki del Olmo via Unsplash)

Quelle svolte mai accadute che generano rimpianti o sollievo retrospettivo

Gran parte delle speculazioni si concentrano sulla prima metà del Novecento e sulle due guerre mondiali, in particolare sulla seconda: e se nel Regno Unito il filonazista Edoardo VIII fra la Corona e Wallis Simpson, avesse scelto la prima, realizzando il sogno hitleriano di un asse fra Londra e Berlino? Se i russi avessero perso la battaglia di Stalingrado? Se l’Italia fascista fosse rimasta neutrale, come la Spagna di Franco? È l’opposto del sito di scommesse geopolitiche Polymarket, dove, magari con l’aiuto di qualche soffiata dalla Casa Bianca, si punta sugli sviluppi del giorno dopo e si guadagnano milioni: nella storia alternativa si ipotizzano svolte mai accadute, e non si guadagna nulla, se non rimpianti o sollievo retrospettivo.

Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history
Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history
Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history
Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history

Il proclama Alexander non fu il frutto di una luna storta

Ed è quest’ultima sensazione quella che prova chi, in questo 25 aprile in cui festeggiamo la nostra Liberazione e la fine di una delle ultime guerre in cui hanno vinto i “buoni” – un asse antifascista che, come diceva il compianto scrittore Aldo Zargani, andava da Topolino a Stalin – si domanda: come sarebbe finita, e cosa ne sarebbe stato della nostra Resistenza, se il presidente degli Stati Uniti non fosse stato Franklin Delano Roosevelt, ma Donald Trump? Uno che un minuto prima vuole sterminare gli ayatollah e quello dopo li invita al tavolo delle trattative, e agli oppositori iraniani ha detto «tenete duro, stiamo arrivando», per poi abbandonarli al loro destino? L’appoggio continuativo degli Alleati, e segnatamente degli Stati Uniti, è stato essenziale per il successo della lotta partigiana, in tutta Europa. Vero, nell’inverno del 1944, dopo il proclama Alexander («attendete la primavera») i combattenti per la libertà si ritrovarono senza aiuti, affamati, esposti ai rastrellamenti e alle rappresaglie nazifasciste, ma la decisione fu dettata dalla necessità di spostare truppe e rifornimenti sul fronte francese dopo lo sbarco in Normandia, non perché Roosevelt si era svegliato male o perché leggeva al rovescio la carta geografica. Appena le condizioni tornarono propizie, la collaborazione con i partigiani riprese per sferrare il colpo finale alle dittature.

Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history
Franklin Delano Roosevelt.

Un presidente americano su due era psichicamente disturbato

Va detto che, statisticamente, le probabilità di avere un matto alla Casa Bianca durante la Seconda Guerra Mondiale (o qualunque altra guerra) erano altissime. Sostengono gli studiosi che, nella storia degli Stati Uniti, i presidenti psichicamente disturbati sono stati il 49 per cento, praticamente uno su due. Le sconfitte militari spingevano George Washington sull’orlo del suicidio; John Adams, Teddy Roosevelt e Woodrow Wilson vennero additati come pazzi furiosi; Abramo Lincoln, Calvin Coolidge e Franklin Pierce precipitarono nella depressione dopo la tragica morte dei rispettivi figli. Veri e propri psicopatici furono Lyndon Johnson e Andrew Jackson, un narcisista maligno dalla pistola facile che Trump rivendica come role-model. Alcuni studiosi americani sostengono addirittura che gli stessi tratti psicopatici che spingono a comportamenti criminali possono essere il miglior propellente per arrivare alla Casa Bianca.

Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history
Donald Trump (Imagoeconomica).

Roosevelt non invitò i partigiani a uscire allo scoperto per poi scaricarli e scendere a patti con la RSI

Se Roosevelt (che morì il 12 aprile 1945, poche settimane prima della resa tedesca) aveva qualche handicap psichico, oltre a quello fisico della poliomielite, non è stato tale da spingerlo a invitare i partigiani italiani a uscire allo scoperto contro il nazifascismo, per poi scaricarli e scendere a patti con la Repubblica Sociale, proclamando che era avvenuto un regime change, e con il Mussolini di Salò si poteva fare un accordo (non che sia stato tutto chiaro e limpido, in quegli ultimi mesi di guerra, e anche per questo i partigiani decisero di farla finita con il duce e i gerarchi, per non rischiare di ritrovarseli sul groppone, “graziati” dagli americani che cominciavano a pensare che nella Resistenza ci fossero un po’ troppi comunisti). Ma se prendiamo atto che la relativa stabilità mentale dell’allora inquilino della Casa Bianca ha giocato qualche ruolo nella Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, resta però un altro dubbio inquietante, e lo rimpalliamo ai cultori dell’alternate history: come sarebbe finita con gli americani, se i dittatori europei avessero controllato i più grossi giacimenti di petrolio del Pianeta?

Buffet sul rooftop e cena da Cracco: la due giorni dei Patrioti Europei a Milano

I trattori in piazza. I leader sul rooftop vista Duomo dopo la cena da Cracco. La manifestazione dei Patrioti europei a Milano si era aperta con il corteo dei trattori a guidare la protesta del popolo leghista contro i vincoli economici imposti dall’Unione europea. L’iniziativa, Senza paura. In Europa padroni a casa nostra, nelle intenzioni di Matteo Salvini, avrebbe dovuto dare una “sveglia” a Bruxelles, una sorta di ultimatum a favore della sospensione del patto di stabilità, per tutelare «giovani e lavoratori che combattono contro le regole assurde» imposte dalla «coppia malefica di Fmi e Ue». Un obiettivo ambizioso, se non impossibile.

Buffet sul rooftop e cena da Cracco: la due giorni dei Patrioti Europei a Milano
Buffet sul rooftop e cena da Cracco: la due giorni dei Patrioti Europei a Milano
Buffet sul rooftop e cena da Cracco: la due giorni dei Patrioti Europei a Milano
Buffet sul rooftop e cena da Cracco: la due giorni dei Patrioti Europei a Milano

Cena stellata da Cracco per big e delegati

L’altra finalità, più concreta e semplice, è invece stata raggiunta: fare trascorrere una due giorni ‘elegante’ ai partecipanti al raduno, interamente spesata dal gruppo a Strasburgo, con tanto di buffet-briefing sul rooftop The Dome vista Duomo prima del comizio, e cena stellata della vigilia – il 17 aprile – da Cracco, in Galleria Vittorio Emanuele II.

Buffet sul rooftop e cena da Cracco: la due giorni dei Patrioti Europei a Milano
Buffet sul rooftop e cena da Cracco: la due giorni dei Patrioti Europei a Milano
Buffet sul rooftop e cena da Cracco: la due giorni dei Patrioti Europei a Milano
Buffet sul rooftop e cena da Cracco: la due giorni dei Patrioti Europei a Milano

Una cinquantina i commensali, per un menù elaborato: uovo soffice asparagi e pisello (52 euro sulla carta), riso mantecato allo zafferano, sugo dell’orto e gremolada (una versione rielaborata di un piatto a 48 euro sul menù), Salmerino in crosta (una versione per due, 140 euro sul menù) e, per chiudere, colomba con mascarpone. Il tutto innaffiato dai vini dell’azienda agricola Rosa Fanti – moglie di Carlo Cracco – La Ciola 2022 e Colle Giove 2020 (44 euro a bottiglia sull’e-commerce di Cracco). Più low profile il brindisi, con un semplice Moscato d’Asti Saracco 2025.

Il selfie di Wilders con Salvini e Borchia

Il ristorante si trova al primo piano della Galleria e offre tre sale, due privé e un ‘fumoir’, «luogo d’altri tempi in stile Art Deco, messo in risalto da pareti rivestite da un filato metallico verde muschio», si legge sul sito. Sous chef Luca Sacchi, restaurant manager Christian Proserpio. I leader europei sembrano aver apprezzato, come testimonia il selfie scattato da Geert Wilders prima della cena in cui compare insieme a Salvini e, sullo sfondo, il capo delegazione della Lega a Strasburgo, Paolo Borchia.

Buffet sul rooftop e cena da Cracco: la due giorni dei Patrioti Europei a Milano
Il selfie pubblicato da Geert Wilders sul suo profilo Instagram.

Il giorno dopo, prima della manifestazione di piazza, ai dirigenti leghisti è stato dato appuntamento al The Dome rooftop, che offre una vista mozzafiato sulla piazza, per un buffet con le delegazioni straniere. Si tratta della terrazza dell’Odsweet hotel, «primo sweet hotel al mondo», che si trova in piazza Duomo. Si tratta di un hotel 4 stelle superior dal design ispirato ai dolci dei marchio partner con stanze arredate sulle «tonalità rosa marshmallow e marrone cioccolato».

Il caso del film del neo sottosegretario Cannella finanziato dal Mic

Nemmeno il tempo di insediarsi come sottosegretario alla Cultura (e vicesindaco di Palermo) Giampiero Cannella è già finito al centro di un caso, già noto: quello dei contributi erogati dal Mic ai film considerati meritevoli, dai quali è stato escluso il documentario su Giulio Regeni. Come ha ricostruito da La Stampa, la commissione ministeriale ha infatti finanziato con 600 mila euro il film Tf45 – Kilo Point, tratto dal quasi omonimo romanzo Task Force 45 – Scacco al califfo, scritto proprio dal meloniano Cannella.

Il regista è stato elogiato da Meloni per un film sulle foibe

La pellicola, così come il romanzo da cui è stata tratta la sceneggiatura, racconta le operazioni di un’élite delle forze armate italiane contro il network terroristico di Al Qaeda, Isis e talebani in Afghanistan. Il regista? Maximiliano H. Bruno, elogiato in passato da Giorgia Meloni per Red Land (Rosso Istria), film sulle foibe. Altro curioso particolare: la task force protagonista di Tf45 – Kilo Point è quella che nel 2006 fu guidata da Roberto Vannacci.

Il caso del film del neo sottosegretario Cannella finanziato dal Mic
Giampiero Cannella e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Il Pd e il M5s annunciano un’interrogazione parlamentare

La storia è subito approdata in Parlamento: nel corso della seduta fiume sul decreto Sicurezza, il deputato Pd Andrea Casu ha annunciato che chiederà conto «in altre sedi di questa situazione, perché è fondamentale comprendere quali siano i criteri con cui vengono assegnate le risorse pubbliche in Italia». La senatrice dem Cecilia D’Elia, capogruppo del Pd in Commissione Cultura, e il collega Francesco Verducci, componente dello stesso organismo, hanno annunciato un’interrogazione parlamentare al ministro Alessandro Giuli e a Meloni. E lo stesso ha fatto il M5s tramite il deputato Gaetano Amato, che ha parlato di «azione predatoria» di Fratelli d’Italia nella cultura e nel cinema, che «non smette di offrire ogni giorno dettagli sempre peggiori».

Gli eredi di Gio Ponti contro la destra, lo scudo del Ppe per Tajani: le pillole del giorno

Ormai c’è la fila: gli eredi dei grandi del passato chiamati per “valorizzare” le politiche del governo di Giorgia Meloni e delle Regioni guidate dal destra-centro continuano a dire no. Una contestazione cominciata con la famiglia di Enrico Mattei che non vuole vedere il cognome del patron dell’Eni accostato al progetto per l’Africa della premier. Adesso anche gli eredi di Gio Ponti puntano i piedi: il nipote del grande architetto Salvatore Licitra, curatore dei Gio Ponti Archives, e Paolo Rosselli, altro nipote che cura l’archivio epistolare, hanno inviato una diffida formale a Regione Lombardia e all’Adi (Associazione design industriale, di cui Ponti fu tra i fondatori) perché affermano di non essere stati consultati in merito alla convenzione siglata tra Regione e Adi per creare uno spazio espositivo Gio Ponti all’interno dell’Adi Museum, ricordando che ogni uso del nome e delle opere di Ponti deve avere il loro benestare.

Gli eredi di Gio Ponti contro la destra, lo scudo del Ppe per Tajani: le pillole del giorno
Federica Caruso tra Ignazio La Russa e Gianmarco Mazzi alla Scala (Imagoeconomica).

L’accordo è stato celebrato da Francesca Caruso, assessora regionale alla Cultura di fede larussiana, e dal presidente della commissione Cultura della Camera, il melonianissimo Federico Mollicone. L’Adi contesta questa ricostruzione e assicura che il progetto è stato approvato dagli eredi. Mentre gli interessati, come scrive Repubblica, non vogliono che il nome del grande designer sia associato alla destra, magari con la scusa della sua fervente fede cattolica e della sua attività durante il Ventennio. Comunque, alcune straordinarie opere di Ponti sono state acquisite, nel corso dei decenni, da un “collezionista finissimo” come Marcello Dell’Utri…

Gli eredi di Gio Ponti contro la destra, lo scudo del Ppe per Tajani: le pillole del giorno
Federico Mollicone (Imagoeconomica).

Ndo sta Veltroni?

Venerdì mattina nella nuova sede Rai di via Alessandro Severo i giornalisti lo aspettavano. Ma nulla, Walter Veltroni alla conferenza stampa di presentazione della fiction Buonvino. Misteri a Villa Borghese ispirata ai suoi romanzi gialli che sarà trasmessa su Rai 1 il 7 e il 14 maggio, non si è fatto vedere. Del resto, nel comunicato Rai che annunciava l’evento il nome dell’ex sindaco di Roma non compariva. Una dimenticanza assai strana, anche alla luce dei comunicati diffusi per altre serie come Imma Tataranni, l’avvocato GuerrieriMàkari e Rocco Schiavone in cui sono sempre stati citati gli autori dei romanzi ispiratori: Mariolina Venezia, Gianrico Carofiglio, Gaetano Savatteri e Antonio Manzini. Visto lo sgarbo, o presunto tale, perché Veltroni avrebbe dovuto partecipare? Se non altro perché nell’invito diffuso dalla casa di produzione della fiction, la Palomar, il suo nome compariva come consulente editoriale…

Gli eredi di Gio Ponti contro la destra, lo scudo del Ppe per Tajani: le pillole del giorno
Walter Veltroni (foto Imagoeconomica).

Biennale, niente premi a Russia e Israele

«Xe pèso el tacòn del buso», hanno sibilato a Venezia dopo la decisione della “giuria” della Biennale di escludere dai premi Russia e Israele in quanto «i leader dei due Paesi sono accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale». Un po’ come giocare un Mondiale, vincere le partite e non poter sollevare la coppa. La decisione, ovviamente, è un maldestro tentativo di togliere le castagne dal fuoco a Pietrangelo Buttafuoco, lasciato solo a inaugurare l’edizione 2026 della Biennale. Fatto sta che il risultato, a sentire i veneziani, appare ridicolo…

Gli eredi di Gio Ponti contro la destra, lo scudo del Ppe per Tajani: le pillole del giorno
Pietrangelo Buttafuoco (Imagoeconomica).

Tajani mostra i muscoli con la festa del Ppe

Una folla per Antonio Tajani. Il leader di Forza Italia mostra i muscoli (o quantomeno ci prova) per far vedere a Marina Berlusconi quanto ancora conta. In Europa, innanzitutto. Venerdì pomeriggio si tiene la kermesse 50 PPE, liberi forti, popolari al Salone delle Fontane, all’Eur, il quartiere «più facile da raggiungere per chi sbarca in aereo a Fiumicino», per celebrare il mezzo secolo dei Popolari europei.

Chi ci sarà alla giornata organizzata da Forza Italia? Aprono i lavori, Fulvio Martusciello, capodelegazione dei forzisti al Parlamento Europeo, Enrico Costa, nuovo capogruppo alla Camera, Roberta Metsola presidente del Parlamento Ue e il nuovo primo ministro ungherese Péter Magyar. A seguire, sono previsti interventi di Deborah Bergamini, Maurizio Lupi, Lorenzo Cesa, Antonio De Poli, Dieter Steger presidente del Südtiroler Volkspartei, Paolo Alli, presidente di Alternativa Popolare, Giuseppe De Mita, segretario di Base Popolare, Damijan Terpin, presidente di Slovenska Skupnost, Raffaele Lombardo, fondatore del Movimento per le Autonomie Sicilia. E, ancora, di Daniela Fumarola, segretaria generale della Cisl – sindacato ora in rotta con Giorgia Meloni – e di Ettore Prandini, Presidente di Coldiretti dato tra i favoriti per il dopo-Fontana in Lombardia.

Gli eredi di Gio Ponti contro la destra, lo scudo del Ppe per Tajani: le pillole del giorno
Daniela Fumarola (Imagoeconomica).

Tra i relatori figurano anche Maurizio Gasparri e Stefania Craxi dopo lo scambio di poltrone (il primo è stato costretto a lasciare quella di capogruppo a Palazzo Madama alla seconda sostituendola alla presidenza della commissione Esteri e Difesa del Senato); Simone Leoni segretario dei Giovani azzurri; l’eurodeputata Letizia Moratti, Barbara Cimmino vicepresidente di Confindustria, l’ex numero 1 degli Industriali Antonio D’Amato ora presidente di Seda International Packaging Group. Chiudono i lavori Dolors Montserrat, segretario generale del Partito Popolare Europeo, il presidente Manfred Weber, e ovviamente Tajani. Con buona pace di Marina…

Gli eredi di Gio Ponti contro la destra, lo scudo del Ppe per Tajani: le pillole del giorno
Antonio Tajani e Manfred Weber (Imagoeconomica).

Chi si rivede? Maria Teresa Armosino

Chi si ricorda di Maria Teresa Armosino? La Fondazione Cassa di Risparmio di Asti ha ufficializzato i propri rappresentanti nel cda della Banca di Asti. Nella lista appare il nome di Armosino, classe 1955, già presidente della Provincia dal 2008 al 2012, e prima ancora sottosegretaria all’Economia e Finanze quando al governo c’era Silvio Berlusconi, dal 2001 al 2006. Uscita ufficialmente dalla politica per tornare alla professione legale, aveva tentato di diventare presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Asti con l’aiuto degli industriali.

Gli eredi di Gio Ponti contro la destra, lo scudo del Ppe per Tajani: le pillole del giorno
Maria Teresa Armosino in uno scatto del 2008 (Imagoeconomica).

Un Caravaggio per la signora Previti

Giovedì pomeriggio culturale a Roma con la presentazione, al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, del nuovo libro di Francesca Cappelletti, direttrice della Galleria Borghese, dedicato a Caravaggio e pubblicato da Mondadori. A dialogare con l’autrice, la firma di Repubblica Dario Pappalardo. Chissà se si è accorto che ad ascoltare la presentazione, tra il pubblico, c’era la moglie di Cesare Previti, Silvana.

Gli eredi di Gio Ponti contro la destra, lo scudo del Ppe per Tajani: le pillole del giorno
Cesare Previti e la moglie Silvana (Imagoeconomica).