Caso Minetti, Nordio fa causa a Mediaset e Berlinguer per le parole di Ranucci

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio farà causa a Mediaset e Bianca Berlinguer per l’indiscrezione portata in studio a È sempre Cartabianca da Sigfrido Ranucci, relativa alla presenza del Guardasigilli nel ranch in Uruguay di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti. Nordio ha annunciato che ha annunciato che avvierà «un’azione risarcitoria in sede civile» per la «parole lesive» verso la sua persona e il Ministero della Giustizia, aggiungendo che, in caso di vittoria, la somma sarà «devoluta in beneficenza a un ente a tutela dei minori». Nordio, peraltro, aveva già smentito chiamando in studio durante la diretta: «Non esiste al mondo. Ma figurarsi se sono andato lì. C’è un limite a tutto, anche a questo degrado morale e mediatico».

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Caso Minetti, Nordio fa causa a Mediaset e Berlinguer per le parole di Ranucci
Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica).

La lettera di richiamo della Rai e le “scuse” di Ranucci

Dopo l’ospitata a È sempre Cartabianca e le affermazioni su Nordio, la Rai aveva recapitato una lettera di richiamo a Ranucci, contestando al conduttore di Report di aver diffuso una notizia non verificata, come da lui stesso ammesso. Secondo la Rai, inoltre, Ranucci era autorizzato esclusivamente a presentare il suo libro e non a partecipare a discussioni di attualità in una trasmissione concorrente.Nel corso della successiva puntata di Report, Ranucci – pur difendendo il suo operato – aveva detto: «Sicuramente sono caduto in un eccesso, mi cospargo il capo di cenere, tuttavia non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto stiamo verificando una notizia che è una cosa un po’ diversa». Poi aveva spiegato che avrebbe affrontato l’eventuale causa da parte di Nordio a spese proprie, vista la privazione della tutela legale preannunciata dalla Rai. Sembra però che il Guardasigilli abbia deciso di citare solo Mediaset e Berlinguer, che lo hanno ospitato.

Caso Minetti, Nordio fa causa a Mediaset e Berlinguer per le parole di Ranucci
Bianca Berlinguer (Imagoeconomica).

Berlinguer: «Nordio ha potuto replicare immediatamente»

Questo il commento di Berlinguer sulla vicenda: «Il ministro della Giustizia ha potuto replicare immediatamente e direttamente, come era suo legittimo diritto. Ha telefonato in studio durante la trasmissione, questo è stato possibile perché andiamo sempre in onda in diretta. Gli ospiti si assumono la responsabilità delle loro dichiarazioni. Tutto si è svolto alla luce del sole, Ranucci ha fatto le sue dichiarazioni per cui poi si è scusato. Il ministro ha avuto il tempo per replicare e smentire. Questa trasmissione e il suo editore sono liberi e consentono a tutti di esprimere le proprie opinioni».

Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4

Carlo Nordio perdona Sigfrido Ranucci ma querela Mediaset e Bianca Berlinguer il cui prolisso contenitore, È sempre Cartabianca, ha dato voce alle insinuazioni del conduttore di Report sulle sue visite al ranch di Cipriani junior in Uruguay. Anello di congiunzione Nicole Minetti, rediviva sui media dopo anni di assenza a squarciare il velo di oblio sul Bunga Bunga e la sua decisiva partecipazione al film Ruby nipote di Mubarak.

La querela di Nordio è un preciso segnale politico

Anche un bambino leggerebbe nell’iniziativa del Guardasigilli non la tutela dell’onorabilità infangata, ma un palese segnale politico che parla alla sua maggioranza e indica la direzione di marcia di un sistema che si sta spostando. Insomma, dietro la questione legale c’è un riflesso politico grande come una casa, che aggiunge un tassello da novanta al comatoso stato del centrodestra, con Giorgia Meloni impegnata a spegnere focolai senza riuscire però a interrompere il dilagare dell’autocombustione. Centrodestra in disaccordo su tutto e un fiorir di paradossi come è appunto quello di Nordio che risparmia il conduttore della trasmissione più odiata dal governo in carica mentre innesca, per continuare la metafora di prima, il fuoco amico. La sua querela al Biscione e alla conduttrice dal blasonato cognome strappata a suon di euro alla Rai si inserisce esattamente lì: non è un atto isolato, ma la continuazione di una guerra interna per molto tempo relegata alla bassa intensità e ora esplosa su più fronti. Una di quelle guerre che non fanno rumore, ma logorano. E che finiscono per dilagare dalle aule parlamentari ai palinsesti televisivi. 

Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Rete4 è ormai un laboratorio geopolitico domestico

In questo senso Rete4 fa da cassa di risonanza alla malmostosità dei Berlusconi e del loro partito a cui, da un paio di stagioni, hanno assegnato il ruolo di laboratorio geopolitico domestico. Da una parte i cosiddetti “retequattristi”: Porro, Del Debbio (ha fatto rumore la conclamata presa di distanze dalla convocazione di Tajani a Cologno, nel ventre dell’azienda), Giordano. Un fronte che, pur nei vari distinguo che si devono alla verve personale dei singoli, è sostanzialmente allineato alle posizioni di Meloni e per nulla ostile alla Lega, nonostante tra i due la competizione sia il teso denominatore dei rapporti. Dall’altra i nuovi innesti, Berlinguer e Labate, con i loro estenuanti salotti che dalla prima serata si inoltrano ben oltre la mezzanotte con un andamento meno disciplinato, talvolta imprevedibile e confuso al punto che ci si smarrisce nell’anarchia che contamina personaggi, generi e argomentazioni.

Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4
Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4
Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4
Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4
Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4
Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4

La rivoluzione piersilviesca del Biscione

Massima solidarietà a Mauro Crippa, il gran capo dell’informazione Mediaset, un passato a sinistra smarritosi poi negli agi del potere, che deve orchestrare simil giostra sforzandosi di interpretare, lui manager della prima ora televisiva fedelissimo a Confalonieri, la metamorfosi di Pier Silvio che a un certo punto, d’intesa con la sorella, si è stancato della bandiera sovranista che sventolava libera sui bastioni di Mediaset rovinando il collaudato copione. Quello tradizionale dei talk show di Rete4 che ne facevano macchine narrative oliate tra l’enfatizzazione dei conflitti, l’indignazione come sfondo e un pubblico fidelizzato cui fornire propellente alle paure. Naturalmente con un occhio all’audience. I nuovi contenitori invece sono un’altra cosa: giganteschi aggregatori di temi dove la durata iperbolica diventa un metodo, per qualcuno un’arma di distrazione di massa. Più che programmi, si tratta di flussi variegati che procedono per tentativi, con esiti spesso stranianti, rispetto a una linea editoriale non più ben definita. 

Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4
L’Ad di Mfe-Mediaset Pier Silvio Berlusconi (Ansa).

Dietro questo apparente caos televisivo c’è forse il tentativo di ritorno al centro

Ciò nonostante l’impressione è che dentro quel caos apparente si stia muovendo qualcosa di più strutturato, il tentativo appunto di costruire uno spazio politico-mediatico che non coincida con l’attuale maggioranza. Una zona franca, o almeno più autonoma, che va dai fuorionda di Giambruno a Striscia la notizia alle ospitate di Ranucci da Berlinguer, con l’intento di infastidire gli attuali padroni di Palazzo Chigi. Forse il preludio, complice il dilagante delirio trumpiano che mette in crisi coloro che ne furono convinti estimatori, a una fase politica di ritorno al centro, qualsiasi cosa voglia dire e in qualsiasi forma essa si possa manifestare. E non è un caso che tutto questo accada dentro Mediaset, cioè dentro l’eredità più visibile di Silvio Berlusconi che da megafono di un’area si trasforma in una piattaforma di riorganizzazione politica

Nordio contro Mediaset, la guerra nella maggioranza passa da Rete4
Giorgia Meloni (Ansa).

Forza Italia sta cercando di ridefinire il proprio perimetro

In questo schema Forza Italia non appare più soltanto come il partner moderato della coalizione. Sembra, piuttosto, un partito in cerca di ridefinire un proprio perimetro. La “sua” televisione diventa il luogo dove questo perimetro viene testato e, come nel caso Nordio, talvolta forzato avvicinandolo pericolosamente (per questo governo, s’intende) al punto di rottura. 

Caso Claudia Conte, Piantedosi querela Dagospia

L’avvocato Roberto De Vita, su mandato del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha presentato atto di denuncia e querela nei confronti di Roberto D’Agostino, direttore responsabile di Dagospia, per il reato di diffamazione aggravata a mezzo stampa. L’iniziativa, ha spiegato il legale, è stata presa «in relazione alla continuativa, massiva, seriale e persistente campagna diffamatoria, fatta di insistenza narrativa e amplificazione progressiva, attraverso oltre 50 unità comunicative nell’arco di poche settimane tra articoli, rilanci, flash, citazioni indirette, foto didascalie e post», che «con incessanti e infondate affermazioni, insinuazioni e allusioni» ha attribuito a Piantedosi di «aver fatto ottenere illegittimamente incarichi pubblici anche retribuiti ed altre munificenze pubbliche alla dottoressa Claudia Conte». Questo “tam tam” da parte di Dagospia, spiega De Vita, ha «ingenerato nell’opinione pubblica la convinzione» che il ministro dell’Interno abbia «asservito la propria funzione istituzionale a presunti interessi personali», cosa che ha leso «gravemente la reputazione e l’integrità personale, professionale ed istituzionale» del titolare del Viminale.

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Caso Claudia Conte, Piantedosi querela Dagospia
Roberto D’Agostino (Imagoeconomica).

La replica di Dagospia: «Fatto solo giornalismo»

Questa la replica di Dagospia: «Piantedosi non ha il coraggio di parlare della sua relazione con Claudia Conte, ma solo di querelare per diffamazione Dagospia, che ha fatto il suo mestiere, raccontando la sfavillante carriera della prezzemolona ciociara. Dovrebbe essere Piantedosi a chiarire il perimetro di una relazione extraconiugale mai smentita, per fugare dubbi e ombre visto il delicato incarico ricoperto di ministro della legalità. Chiedersi quale sia stato il ruolo giocato dalla liaison nella carriera di Claudia Conte non è “campagna diffamatoria”: è solo giornalismo!».

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Caso Claudia Conte, Piantedosi querela Dagospia
Claudia Conte (Imagoeconomica).

Le opposizioni chiedono di sbloccare la riforma Rai: «Non garantiamo lavori in commissione»

Le opposizioni hanno scritto al presidente della commissione Bilancio del Senato, Nicola Calandrini, e a Claudio Fazzone, presidente della commissione competente per materia, per sbloccare l’iter del ddl di riforma della Rai. «Il 17 settembre 2025 il comitato ristretto della commissione Ambiente e Lavori pubblici ha adottato un nuovo testo, dopo di che non è accaduto più nulla», denunciano in una nota comune, ricordando che il nuovo testo del comitato ristretto «risulta tuttora fermo in attesa del parere della commissione Bilancio che, nonostante i ripetuti solleciti, non è stato ancora espresso». In assenza di risposte positive – si legge nella nota, le opposizioni «non garantiranno più un ordinato svolgimento dei lavori della commissione Bilancio».

La Corte dei conti boccia la nomina di Mattei, capo di gabinetto di Schillaci

Il consiglio di presidenza della Corte dei conti ha bocciato la nomina di Marco Mattei, capo di gabinetto del ministro Orazio Schillaci, a consigliere della stessa Corte. A chiedere il parere era stata l’Associazione magistrati della Corte dei conti, che aveva domandato formalmente al Consiglio di presidenza di valutare rigorosamente i requisiti professionali che la legge richiede per poter essere nominati consiglieri. Secondo l’Associazione, Mattei aveva un profilo carente sul fronte della preparazione giuridica in quanto è un «professionista con formazione specialistica in ambito medico, e non un giurista o un avvocato» (ndr è un ginecologo). Era stato proposto in quota governo – vicino a Fratelli d’Italia, è stato sindaco ad Albano Laziale e assessore regionale presso la giunta Polverini – e sulla sua nomina era stata presentata anche un’interrogazione da parte del Movimento 5 stelle. Il deputato Alfonso Colucci l’aveva definito «amico di Giorgia e Arianna Meloni», ritenendo la sua nomina «il più classico dei provvedimenti improntati ad amichettismo». Il parere negativo dell’organo di autogoverno della Corte non è comunque vincolante, anche se ha un peso rilevante. Ora la palla passa al governo, che dovrà valutare come procedere.

Il Pd e i riformisti in fuga: anatomia di una diaspora che non fa sistema

Insieme a te non ci sto più, guardo le nuvole lassù… Il riformismo italiano è in cerca d’autore, di leadership, di direzione. Nel frattempo però si limita a togliere il disturbo. Dal Pd, tendenzialmente. Marianna Madia lunedì ha lasciato il partito di Elly Schlein, non una sorpresa a dire il vero. I riformisti delle chat riformiste aspettavano questo annuncio riformista da tempo. Questione di giorni, di mesi, di anni, ma alla fine l’ex ministra dei governi Renzi e Gentiloni si è congedata, ha spiegato che proseguirà la battaglia altrove, dentro Italia viva ma da indipendente (una definizione invero assurda, ma tant’è), per liberare l’Italia da Giorgia Meloni e i suoi. 

Il Pd e i riformisti in fuga: anatomia di una diaspora che non fa sistema
Marianna Madia (Imagoeconomica).

I tentennamenti di Delrio e il futuro di Comunità Democratica

E ora? Ora potrebbero andarsene altri; quello di “indiziato speciale a lasciare il Pd” da qualche tempo è diventato una professione. Il primo che viene in mente è Graziano Delrio, che punterebbe a far crescere Comunità Democratica, l’associazione nata per dare sfogo e spazio ai cattolici del centrosinistra che non sanno che farsene dello schleinismo. Il passo in avanti potrebbe essere quello di dare vita a una Cosa Centrista, ma Delrio – pur molto presente nel dibattito pubblico, con le sue idee che non convergono con quelle della segreteria – ha fin qui sempre evitato di fare la mossa successiva, quella che conduce fuori dal partito. Forse perché fuori dalla chiesa democratica non v’è salvezza e anche il più scazzato fra i riformisti sa che lo spettro del 2 per cento è sempre in agguato.

Il Pd e i riformisti in fuga: anatomia di una diaspora che non fa sistema
Graziano Delrio (Imagoeconomica).

La solita Pina nel fianco

Ma ci sono anche altri nomi che vengono in mente. Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, quasi quotidianamente evidenzia i limiti della segreteria del Pd, in uno scontro continuo che come minimo le potrebbe costare l’esclusione dalle liste al prossimo giro. Anche lunedì ha sferzato il Nazareno, parlando all’Ansa, dopo l’uscita di Madia: «È un silenzio preoccupante e onestamente inspiegabile quello del Nazareno su una ferita dolorosissima per il Pd: l’addio di una delle fondatrici del partito, Marianna Madia. L’uscita di Madia non può essere derubricata a fatto personale, racconta un disagio che riguarda la natura del partito e per questo non meriterebbe affatto il silenzio come risposta». In fondo è lo stesso silenzio che viene riservato anche a Picierno, quando parla di Russia e viene attaccata dai filo putiniani eccetera eccetera.

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Pina Picierno (Imagoeconomica).

Gori pronto a un congresso che forse non ci sarà

Giorgio Gori, europarlamentare del Pd, sembra essere pronto a tutto, ha passato gli ultimi mesi a costruire un dialogo tra il Pd e quei mondi che l’attuale segreteria non sembra voler affatto presidiare (gli imprenditori). Pronto a tutto, persino a un congresso se ci dovesse mai essere, anche se lo stesso ex sindaco di Bergamo non pensa che effettivamente ci sarà; d’altronde l’unica competizione che Schlein stavolta condivide, avalla, accetta è una in cui non c’è partita. Una non-partita, insomma, che peraltro non danneggi troppi chi è appena passato – occhiali a goccia e bagagli – nelle file della maggioranza, vale a dire Stefano Bonaccini, il cui ruolo di presidente del Pd regge finché gli viene garantito lo spazio di alfiere riformista. Un ruolo su cui in diversi ex compagni di Energia Popolare, a cominciare da Lorenzo Guerini, hanno qualcosa da ridire. 

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Giorgio Gori (Imagoeconomica).

Il vero problema dei riformisti è la modalità del dissenso

Ma il problema più grosso dei riformisti, oggi, è la modalità di dissenso. Se ne vanno alla spicciolata, prima Elisabetta Gualmini (verso Azione), ora Madia (verso Italia viva), quasi per caso, a distanza di molte settimane, senza una prospettiva organica. Rompono ma non del tutto, perché rimangono comunque nell’alveo del campo largo, specie ora che Renzi è diventato il primo tifoso, novello portavoce, dell’alleanza di centrosinistra per provare a battere Giorgia Meloni alle prossime elezioni politiche. Traslocano, semmai, senza fare troppi danni. Il rischio di questa spicciolata è che diventi sterile, non produca niente se non altro spaesamento, in attesa che le Politiche si compiano. La vittoria referendaria ha senz’altro rinvigorito Schlein, spingendo la notte più in là. Ma i riformisti sembrano ipotizzare che l’anno prossimo per Schlein, alle elezioni, quando non ci saranno (forse) magistrati a far campagna elettorale con l’opposizione, arriverà una secchiata d’acqua gelida. 

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Elly Schlein (Imagoeconomica).

Meloni e l’immagine in lingerie generata dall’IA: «I deepfake colpiscono tutti»

«Girano in questi giorni diverse mie foto false, generate con l’intelligenza artificiale e spacciate per vere da qualche solerte oppositore. Devo riconoscere che chi le ha realizzate, almeno nel caso in allegato, mi ha anche migliorata parecchio. Ma resta il fatto che, pur di attaccare e di inventare falsità, ormai si usa davvero qualsiasi cosa». Lo ha scritto Giorgia Meloni sui social pubblicando un’immagine che la ritrae in lingerie, rintracciata online e generata con l’IA, precedentemente condivisa e criticata da un utente di Facebook, che l’aveva ritenuta reale. La premier ha poi aggiunto: «Il punto, però, va anche oltre me. I deepfake sono uno strumento pericoloso, perché possono ingannare, manipolare e colpire chiunque. Io posso difendermi. Molti altri no. Per questo una regola dovrebbe valere sempre: verificare prima di credere, e credere prima di condividere. Perché oggi capita a me, domani può capitare a chiunque».

Il ritorno del Premio Carli tra vanità e mancanza di bilancio: le pillole del giorno

Riccardo Cocciante alla corte di Romana Liuzzo. «Cocciante ha attraversato il tempo e le generazioni senza smarrire autenticità e forza espressiva, trasformando la musica in racconto universale», ha detto la presidente della Fondazione Guido Carli, Romana Liuzzo, annunciando un riconoscimento all’interprete «tra i più intensi della scena italiana e internazionale, con milioni di dischi venduti, che ha dato forma a emozioni profonde, incidendo nell’immaginario collettivo con pagine indimenticabili come Poesia e Bella senz’anima, citandone solo due tra mille». È l’edizione numero 17 del Premio Carli, e andrà in scena nella sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica, nel pomeriggio di venerdì 8 maggio, con la conduzione di Veronica Gentili. Inutile come ogni premio, anche questo prospera sull’industria della vanità, settore portante del Pil italiano. Alla stregua di tutte le industrie, una volta all’anno dovrebbe presentare un bilancio, giusto per avere un’idea di come vengono spesi i soldi degli sponsor, e soprattutto chi sono. Ma di bilancio, ahinoi, non c’è mai stata pubblica traccia. Dunque non possiamo nemmeno sapere se, come si sospetta, molti degli investitori sono anche “investiti”, cioè… premiati. Per la cronaca, i riconoscimenti di quest’anno vanno all’amministratore delegato di Armani Giuseppe Marsocci, al comandante generale dell’Arma dei carabinieri Salvatore Luongo, all’amministratore delegato di A2A Renato Mazzoncini, alla conduttrice Lorella Cuccarini, alla giornalista Francesca Fagnani, all’attrice Anna Ferzetti (quella del film La grazia di Paolo Sorrentino), con il cantante Leo Gassmann che porterà Naturale sul palco. Annunciati in platea giurati come Nico Acampora, fondatore di PizzAut, e Urbano Cairo, presidente di Rcs, oltre a un parterre di stelle e a parenti ed estimatori dei premiati…

Il ritorno del Premio Carli tra vanità e mancanza di bilancio: le pillole del giorno
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La Cia unisce Schlein, Lollo e Paolo Mieli

Tutti a rapporto dalla Cia. Ma sono solo gli agricoltori, non le spie americane: giovedì 6 maggio a Roma nell’Auditorium Antonianum va in scena l’assemblea della Cia-Agricoltori italiani sul tema “Agricoltori custodi di territorio, custodi di futuro”. Parterre imperdibile: prima il videomessaggio della presidente del parlamento Ue Roberta Metsola, poi il collegamento con la vicepresidente Antonella Sberna, più i video del commissario Ue all’Agricoltura Christophe Hansen e di quello alla Salute e al Benessere animale Olivér Várhelyi, quindi ecco sul palco, in presenza, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, la segretaria nazionale del Pd Elly Schlein e il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Previsti anche un monologo di Stefano Massini e tre focus tematici: “Radici” con Paolo Mieli; “Futuro” con Carlo Cottarelli; “Leadership” con Fabio Capello (che ripete da mesi, se non da anni, le stesse ricette stantie per salvare il derelitto calcio italiano, ma quello è un altro discorso). Una giornata davvero campale.

Bianca Berlinguer e il libro sulla Flotilla

Bianca Berlinguer che presenta un libro nella sala Berlinguer, quella intitolata al padre Enrico, è già una notizia. Ma oltretutto sarà bene far sapere al ministro della Giustizia Carlo Nordio che nella giornata di mercoledì, in quello spazio romano, tutto politico, del Palazzo dei Gruppi parlamentari della Camera, in via degli Uffici del Vicario, “Bianchina” nei panni della moderatrice partecipa al battesimo del libro Flotilla, in viaggio per Gaza. Diario di bordo per una nuova rotta di Arturo Scotto. E a dialogare con l’autore sono attesi padre Ibrahim Faltas, Roberto Speranza ed Elly Schlein. Scotto poi nei giorni successivi porterà in giro per l’Italia il suo libro dedicato alla Flotilla: per esempio, il 7 maggio andrà a Empoli, dove interverrà Ottavia Viti, assessora di Montespertoli, che con la Rete degli enti locali per i diritti del popolo palestinese ha partecipato alla missione in Cisgiordania a novembre 2025. Nordio, dopo aver perdonato Sigfrido Ranucci che si è cosparso il capo di cenere per quella notizia non ancora verificata sul caso Minetti e sul ministro, deve ancora decidere se fare un’azione contro Bianca Berlinguer e Mediaset, visto che proprio durante È sempre Cartabianca il conduttore di Report aveva pronunciato le frasi sull’Uruguay e i suoi dintorni…

Amato pensa anche al Mezzogiorno. E all’amico Reichlin

Per il libro Il Mezzogiorno del Formez, nella sede di Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, oltre a Gian Paolo Manzella, vicepresidente Svimez, ci sarà anche l’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato, in qualità di presidente dell’Istituto Reichlin. Un’antica amicizia, quella tra Amato e Alfredo Reichlin, tanto che il “dottor Sottile” aveva partecipato alle iniziative ideate dal Comune di Barletta e da UniCredit, con le giornate di studi dedicate a Reichlin e alla sua vita passata nel Pci. Che poi l’economista Lucrezia Reichlin è figlia di Alfredo e di Luciana Castellina, giornalista, parlamentare comunista e co-fondatrice de il manifesto

Il ritorno del Premio Carli tra vanità e mancanza di bilancio: le pillole del giorno
Il ritorno del Premio Carli tra vanità e mancanza di bilancio: le pillole del giorno
Il ritorno del Premio Carli tra vanità e mancanza di bilancio: le pillole del giorno

Alfano e D’Alema a Palazzo Grazioli

Sono stati insieme nella sede dell’Associazione della Stampa Estera in Italia, Angelino Alfano e Massimo D’Alema, per parlare dei massimi sistemi universali, nel pomeriggio di lunedì 4 maggio. Alfano conosceva bene questi luoghi, frequentati ai tempi di Silvio Berlusconi. Certo, a uno come Angelino mancava il quid, sosteneva il Cavaliere pur di non consegnargli Forza Italia: e comunque lui rimane il recordman di permanenza al governo, cambiando ogni volta casella, anzi ministero.

Il ritorno del Premio Carli tra vanità e mancanza di bilancio: le pillole del giorno
Angelino Alfano e Massimo D’Alema assieme (foto L43).

L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti

E brava Marianna Madia, deputata del Pd dal 2006, già giovane ministra per la Pubblica amministrazione nei governi Renzi e Gentiloni, che ora con auliche e gravose riflessioni lascia il partito per approdare nella sempiterna pentola in ebollizione che è Italia viva, alias Matteo Renzi. Che dire, consentendoci per un attimo di non credere all’universo mondo di motivazioni addotte? Che nella fisiologia della politica arriva sempre un momento in cui il mandato popolare smette di essere un servizio e diventa una rendita.

L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
Marianna Madia nel 2008 (foto Ansa).

Meglio guardarsi attorno e recitare il copione dell’addio nobile

Madia ha raggiunto quel momento dopo vent’anni di dimenticabile militanza passati indenni tra le varie mutazioni del Pd, e con la stentorea praticità di chi sa far bene di conto. Manca un anno alla fine della legislatura, forse meno se la maggioranza dovesse implodere sotto il peso delle sue oramai troppe convulsioni, quindi meglio guardarsi attorno e recitare il copione dell’addio nobile.

L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
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L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
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L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti

Come noto, funziona così: si fa un comunicato, lo si correda di una serie di interviste visto che tanto i giornali che vogliono infilare il dito nella piaga non mancano, si pronunciano parole come «riformismo radicale» (l’ossimoro fa sempre figo), «nuovo soggetto politico», «discontinuità necessaria» e, non si era davvero mai sentito, «provare a entrare nei problemi reali delle persone».

Il Pd non l’avrebbe candidata alle prossime elezioni

Nell’attesa, parlando di problemi, Madia comincia a risolvere i suoi. Che il Pd non l’avrebbe candidata alle prossime elezioni, nonostante padrinaggi nobili ma oramai di antico lignaggio, lo si poteva supporre. Che fare allora? Piangere un po’, lamentarsi della deriva sempre più estremista del partito, spargere una spruzzatina di profumo cinque stelle per ribadire la sudditanza di Elly Schlein e dei compagni (di strada) che Marianna sentitamente ringrazia. Addio doloroso, ma è pur vero, signora mia, che il Pd non è più quello di una volta.

L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
Matteo Renzi e Marianna Madia nel 2015 (foto Ansa).

Poi, raccolti bagagli e armi, si citofona a casa Renzi, il quale ovviamente gongola per il nuovo acquisto. Con l’accordo che alle elezioni ci sarà un posto nei listini di Italia viva. Cinque anni assicurati sulla carta, ma se anche fossero meno è meglio che stare ai giardinetti o fondare un think tank che al massimo ti garantisce qualche comparsata nei salotti televisivi. La carriera è salva, lo stipendio pure, e il riformismo radicale un propellente per restare in orbita.

Italia viva, un taxi con le quattro frecce sempre accese

Va ammesso che Renzi nell’apparecchiare queste operazioni è di una competenza artigianale che sfiora il virtuosismo. Sa riconoscere il disperato dal convinto, il rifugiato dal militante. Li accoglie tutti e poi li espone in vetrina con appesa al collo l’etichetta del decaduto blasone: guardate, anche questa viene dal Pd. Sottotesto: che di me fece carne di porco con inaudito accanimento. La collezione si arricchisce, il partito resta quello che è: un taxi con le quattro frecce sempre accese, disponibile h24 per chi ha una destinazione da raggiungere e che sulla composizione dei viaggiatori non guarda al pelo nell’uovo, se mai nell’uopo.

Se va male si può sempre fondare un altro partitino (vero Marattin?)

Più avanti si vedrà, perché se anche Italia viva si rivelasse un vestito stretto, come mostra l’ex compagno (di viaggio) Luigi Marattin, si può sempre fondare un altro partitino. Intanto, man mano che ci si avvicina alle elezioni, e il centrodestra imbolsisce per sua stessa mano, il transito dal Pd a Italia viva o Azione rischia di diventare un’affollata via percorsa da onorevoli e senatori che altrimenti rischierebbero l’uscita di scena.

L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
Matteo Renzi con Luigi Marattin (foto Ansa).

Il pensiero corre ai riformisti del Pd: i picierni, i gori, i sensi o i delrii per i quali la pur poco carismatica Schlein equivale all’aglio per i vampiri. Naturalmente dietro al cambio di casacca mai una franca ammissione di realismo politico: a casa mia per me non c’è più spazio, vado da chi me ne offre uno comunque consustanziale alla mia area di riferimento, ma sempre e solo l’accorato richiamo a visione, progetto, a un nuovo sol dell’avvenire per il futuro del centrosinistra italiano. Bisogna far sì che il calcolo personale si travesta da necessità storica. Della quale, guarda caso, Madia e con lei molti altri si accorgono solo quando il profilo dell’urna si staglia all’orizzonte.

L’addio di Madia al Pd e quel solito tempismo sospetto dei riformisti trasformisti
Giorgio Gori, Pina Picierno e Graziano Delrio (Imagoeconomica).

Elezioni amministrative 2026: dove e quando si vota

Domenica 24 e lunedì 25 maggio 2026 si terranno le elezioni amministrative in circa 750 comuni tra cui un capoluogo di Regione (Venezia) e 18 capoluoghi di provincia tra cui Reggio Calabria, Lecco, Mantova, Arezzo, Pistoia, Prato, Fermo, Macerata, Chieti, Avellino, Andria, Trani, Crotone, Salerno, Agrigento, Enna e Messina. Domenica i seggi saranno aperti dalle 7 alle 23, mentre lunedì dalle 7 alle 15. L’eventuale ballottaggio, previsto nei Comuni con oltre 15 mila abitanti, si terrà domenica 7 e lunedì 8 giugno negli stessi orari. Le partite più attenzionate sono quelle di Venezia, che il centrosinistra tenterà di strappare al centrodestra, e Reggio Calabria, dove lo scenario è opposto.

Il centrosinistra tenta il ribaltone a Venezia

Nel capoluogo veneziano ci sono otto candidati sindaco, tutti uomini:

  • Simone Venturini, assessore al Turismo della giunta uscente, sostenuto dal centrodestra e da una lista civica che porta il suo nome;
  • Andrea Martella, senatore del Partito democratico appoggiato dal campo largo e da alcune liste civiche;
  • Giovanni Andrea Martini, docente di liceo in pensione, già presidente della Municipalità di Venezia-Murano-Burano e consigliere comunale uscente, sostenuto da una coalizione comprendente alcune liste civiche;
  • Pierangelo Del Zotto, ex assessore al bilancio della provincia di Venezia, uscito dalla Lega da un decennio, che si candida con la lista Prima il Veneto;
  • Michele Boldrin, economista e docente negli Stati Uniti, che si presenta con la lista centrista Ora-il coraggio dell’ovvio di ispirazione liberale;
  • Claudio Vernier, titolare del caffè al Todaro di piazza San Marco, sostenuto dalla lista civica Città vive;
  • Roberto Agirmo, imprenditore, con la lista Resistere Veneto nata nel 2025 intorno alla figura del medico “free vax” Riccardo Szumski;
  • Luigi Corò, esponente di Futuro nazionale, che si candida con la lista Futuro per Venezia Mestre (non formalmente legata al partito di Vannacci).

Secondo un sondaggio divulgato il 30 aprile da BiDiMedia, Martella risulta in vantaggio con il 47,3 per cento delle preferenze, seguito da Venturini al 41,6 per cento. Il centrosinistra ha ancora tre settimane per tentare il ribaltone e prendersi la città, attualmente amministrata da Luigi Brugnaro.

Il centrodestra prova a prendersi Reggio Calabria

Il centrodestra proverà invece a prendersi Reggio Calabria, al momento in mano alla coalizione avversaria. I candidati sindaco sono quattro:

  • Francesco Cannizzaro, deputato di Forza Italia, sostenuto dal cdx, da Azione e da alcune liste civiche;
  • Domenico Battaglia, attuale sindaco facente funzione dopo la decadenza di Giuseppe Falcomatà (per incompatibilità con la carica di consigliere regionale della Calabria), appoggiato dal centrosinistra;
  • Edoardo Lamberti Castronuovo, imprenditore ed editore, sostenuto da due liste civiche;
  • Saverio Pazzano, consigliere comunale, con la lista civica La Strada.

A Salerno in corsa l’ex governatore De Luca

Ha assunto valenza nazionale anche il caso Salerno, dove corre per la carica di sindaco l’ex governatore Vincenzo De Luca sostenuto da una coalizione di centrosinistra “anomala”. Il Pd non presenta infatti il proprio simbolo, mentre il M5s e Avs appoggiano un altro candidato, Franco Massimo Lanocita, già dirigente di Pci e Ds e consigliere regionale. Il centrodestra ha schierato il docente universitario Gherardo Maria Marenghi.

Forza Italia nel caos: il partito di Tajani (che arretra) e quello dei Berlusconi

Ormai è caos. O quasi. Da quando Marina Berlusconi ha deciso di intervenire nelle dinamiche di Forza Italia, imponendo ad Antonio Tajani il cambio dei capigruppo di Senato e Camera (Stefania Craxi al posto di Maurizio Gasparri ed Enrico Costa al posto di Paolo Barelli), è come se ci fossero due partiti in uno. Il primo fa sempre riferimento al segretario e ministro degli Esteri, l’altro guarda, invece, alla famiglia.

Forza Italia nel caos: il partito di Tajani (che arretra) e quello dei Berlusconi
Marina Berlusconi (Imagoeconomica).

La rivolta campana e l’intervento di Marina B.

Esemplare in tal senso il caso (svelato dall’AdnKronos e dal Fatto Quotidiano) dei quattro parlamentari campani – Francesco Silvestro, Annarita Patriarca, Raffaele De Rosa e Pino Bicchielli – che hanno scritto una missiva alla primogenita chiedendole di intervenire per risolvere i problemi e le faide del partito nella regione, chiedendo addirittura il commissariamento del coordinatore regionale Fulvio Martusciello, fedelissimo del segretario. È dovuta intervenire Marina che, tramite una lettera del tesoriere Fabio Roscioli, ha spiegato che la famiglia non ha alcuna intenzione di entrare in questioni interne di questo tipo, perché equivarrebbe a un depotenziamento totale di Tajani, ma che la sua azione si limita solo a una moral suasion su temi e principi fondamentali, dai diritti civili alle politiche liberali, eccetera eccetera. In pratica, un commissariamento di Tajani, ma soft.

Forza Italia nel caos: il partito di Tajani (che arretra) e quello dei Berlusconi
Fulvio Martusciello (Imagoeconomica).

Traballa anche la poltrona di Nevi

La vicenda forse finirà lì, ma è sintomatica di un clima, perché ora tutti gli insoddisfatti della gestione Tajani e dei suoi coordinatori sul territorio si sentiranno in diritto di interagire direttamente con Arcore. Dove verranno riversati, come già accade, tutti i problemi locali. Anche in Sicilia, per esempio, è caos, con Giorgio Mulè che quasi ogni giorno sferra un attacco contro Renato Schifani. E la situazione è critica pure in Basilicata e Lombardia. Tanto che si è deciso, sui congressi, di mantenere solo quelli unitari evitando i più spinosi. Mentre il congresso nazionale è rinviato a dopo le Politiche. Nelle prossime settimane potrebbero registrarsi altri sommovimenti: a rischio è anche la poltrona di Raffaele Nevi, portavoce del partito, cui ambirebbe Deborah Bergamini.

Forza Italia nel caos: il partito di Tajani (che arretra) e quello dei Berlusconi
Paolo Barelli e Raffaele Nevi (Imagoeconomica).

Da Cirio a Zangrillo: la rosa dei possibili leader

Il problema maggiore, però, è il ruolo della famiglia nel cambio di passo. Si è capito, infatti, che Marina e Pier Silvio vogliono costruire un partito cucito su misura ai loro input, con un altro segretario. Tajani, infatti, ha ormai la data di scadenza: dopo le prossime Politiche, al congresso, potrebbe anche presentarsi dimissionario, favorendo così il passaggio di testimone a un nuovo segretario, uomo o donna che sia, con la benedizione di Arcore. Assai improbabile, comunque, che sia uno dei due figli maggiori di Silvio Berlusconi a scendere in campo direttamente. Non che la cosa non attragga entrambi. All’inizio era Pier Silvio a smaniare dalla voglia e lo si è visto in più occasioni. Si diceva: Pier Silvio è molto tentato ma Marina lo frena. Ora invece è anche la primogenita a essere tentata. Ma, ripetiamo, al momento l’eventualità è assai improbabile. L’energia viene riservata invece per cercare una candidatura autorevole. Che non è detto sia per forza all’interno del partito, dove al momento il più accreditato alla leadership è il governatore del Piemonte Alberto Cirio, seguito da Paolo Zangrillo e, in terz’ordine, Roberto Occhiuto. Ci sarebbe, poi, anche Letizia Moratti, che sarebbe perfetta se avesse una quindicina d’anni di meno, ma l’anagrafe è quella che è.

Forza Italia nel caos: il partito di Tajani (che arretra) e quello dei Berlusconi
Roberto Occhiuto e Alberto Cirio (Imagoeconomica).

La tentazione azzurra per le larghe intese

Per questo Marina e Pier Silvio stanno guardando anche all’esterno del partito, nella società civile. Ma lì il discorso si fa anche più difficile. Insomma, un candidato berlusconiano destinato a succedere a Tajani ancora non c’è, ma per trovarlo c’è ancora tempo. Anche perché, nel frattempo, occorre vedere come andranno le elezioni. Forza Italia è sempre meno prona nei confronti di FdI e Lega, ed è pronta a dialogare anche con un centrosinistra riformista in caso di pareggio e di possibile governo di larghe intese.

Nel futuro di Tajani potrebbe esserci la presidenza del Senato

Nel frattempo, però, vedremo un partito sempre più diviso in due, una fazione o corrente, che dir si voglia, con Tajani e l’altra che guarda verso Arcore. Poi ci sono anche altri, nel mezzo, a fare un po’ i pesci in barile. Come Paolo Emilio Russo. O Licia Ronzulli. Una cosa è certa: la corrente pro-Tajani è destinata ad assottigliarsi sempre più. «Dopo la sostituzione dei capigruppo nel partito tutti hanno capito chi comanda, chi è il padrone del vapore, e quindi ci si comporterà di conseguenza. Già si nota che quelli considerati vicini al segretario sono un po’ più freddi quando parlano di Antonio…», fa notare una fonte autorevole. Tanto più che le liste per le Politiche saranno vidimate direttamente ad Arcore. Motivo in più per spostarsi dalla parte della famiglia. Saranno Marina e Pier Silvio a dare le carte e questo ormai l’hanno capito tutti, anche il ministro degli Esteri. Che però, se saprà giocarsela bene, la poltrona di presidente del Senato nella prossima legislatura non gliela leva nessuno. 

Forza Italia nel caos: il partito di Tajani (che arretra) e quello dei Berlusconi
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

La Russia è un problema in Biennale ma non a Santa Cecilia: le pillole del giorno

Gianni Letta, vicepresidente dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e, da fine marzo, Accademico effettivo «per il suo impegno nel mondo culturale e per la sensibilità dimostrata da sempre verso la musica», è un nume tutelare importante. Perché mentre alla Biennale d’Arte di Venezia continua la bagarre sulla partecipazione della Russia tra Pietrangelo Buttafuoco e il governo, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia invita, e senza alcun problema, una marea di artisti russi. Il 6 maggio, la sala Sinopoli all’Auditorium Parco della Musica accoglierà il ritorno di Arcadi Volodos, «tra i pianisti di recital più apprezzati dal pubblico, esibitosi l’ultima volta due anni fa nelle sale ceciliane. Riconosciuto a livello internazionale per la raffinatezza del suo tocco e l’assoluta padronanza tecnica». Volodos, per la cronaca, è nato a San Pietroburgo, dove ha studiato pianoforte, al conservatorio, perfezionandosi in seguito con Galina Egiazarova a Mosca. E nella stagione estiva si esibiranno «il direttore Stanislav Kochanovsky, nato a San Pietroburgo, e il pianista Nikolai Lugansky, nato a Mosca, interprete tra i più autorevoli del repertorio tardoromantico russo, e ospite regolare delle stagioni ceciliane».

La Russia è un problema in Biennale ma non a Santa Cecilia: le pillole del giorno
Massimo Biscardi, sovrintendente dell’Accademia di Santa Cecilia e Sergio Mattarella (Imagoeconomica).

Tutti a ricordare Napolitano presidente

Nell’Archivio Storico della Presidenza della Repubblica, a Palazzo Sant’Andrea, nella giornata di martedì si celebrano i 20 anni dall’elezione di Giorgio Napolitano a capo dello Stato. Chi ci sarà? Gaetano Quagliariello, Piero Fassino, Francesco Rutelli, Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini, Gianni Letta, e conclusioni di Walter Veltroni. Il convegno di studi è organizzato dall’Archivio Storico della Presidenza della Repubblica, dalla Fondazione Gramsci, dall’Associazione Giorgio Napolitano e dall’Istituto italiano per gli studi storici.

La Russia è un problema in Biennale ma non a Santa Cecilia: le pillole del giorno
Giorgio Napolitano (Imagoeconomica).

Al Senato con Realacci e Di Carlo per la filiera bufalina

Su iniziativa del meloniano Luca De Carlo, presidente della commissione Industria, Commercio, Turismo, Agricoltura e Produzione agroalimentare di Palazzo Madama, al Senato arriva Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola, per parlare di bufale. Per l’esattezza, il tema è “Filiere sostenibili della Piana del Sele. Filiera Bufalina”. A moderare la conduttrice televisiva Tessa Gelisio. Si attende, al termine dell’evento, una degustazione con i prodotti tipici della zona campana.

La Russia è un problema in Biennale ma non a Santa Cecilia: le pillole del giorno
Ermete Realacci, presidente della Fondazone Symbola (Imagoeconomica).

Tutto pronto per la visita di Leone XIV a Pompei e Napoli

«Gennaro Sangiuliano sarà in prima fila a baciare l’anello di Papa Leone XIV», scommettono nei corridoi della Regione Campania. Già, perché l’8 maggio il pontefice sarà a Pompei e Napoli, dove verrà accolto dal governatore pentastellato Roberto Fico, e il sindaco campolarghista di Napoli Gaetano Manfredi. Per l’occasione è stato realizzato anche un sito ad hoc, papaleoneapompei, dove si legge: «La visita di Papa Leone XIV a Pompei, il prossimo 8 maggio, ha un inconfondibile carattere mariano evidenziato fin dalla sua elezione al soglio pontificio, avvenuta l’8 maggio 2025, giorno dedicato alla Supplica alla Beata Vergine del Rosario. Fu lo stesso Santo Padre, in quella storica data, a sottolinearlo nel primo saluto alla folla dalla Loggia della Basilica di San Pietro. Celebrare proprio a Pompei il primo anniversario dell’elezione, con la recita della preghiera di San Bartolo Longo, il fondatore canonizzato il 19 ottobre, dà alla ricorrenza il tono specialissimo di un tenero e delicato affidamento a Maria, colei che indica per prima la strada verso Cristo. In un disegno provvidenziale il Santo Padre visiterà la città mariana nel 150° anniversario dalla posa della prima pietra del Santuario, tenutasi alla presenza del Fondatore l’8 maggio 1876».

La Russia è un problema in Biennale ma non a Santa Cecilia: le pillole del giorno
Papa Leone XIV (Imagoeconomica).

Viene poi diffuso nel dettaglio anche l’itinerario che seguirà la papamobile: si comincia dall’arrivo in elicottero, alle 8.50 del mattino, agli appuntamenti pompeiani, fino alla partenza per Napoli. Forse il sito ufficiale della Visita Pastorale di Sua Santità a Pompei ha esagerato nei dettagli, ma pure a Napoli non si scherza con le indicazioni “delicate”: anche qui Previst sarà accolto, oltre che dall’arcivescovo Domenico Battaglia, da Fico, dal prefetto di Napoli Michele Di Bari e dal sindaco Manfredi. Quindi, trasferimento in Duomo per incontrare sacerdoti e consacrati. A seguire, trasferimento in auto a piazza del Plebiscito per salutare la cittadinanza, ingresso nella basilica di San Francesco di Paola per salutare la comunità dei padri Minimi, senza dimenticare un atto di affidamento alla Vergine Maria e la benedizione. Al termine di una giornata faticosissima, Leone XIV tornerà in elicottero in Vaticano, in tempo per la cena…

Sindaco di Milano, Salvini punta sull’ex presidente di Assolombarda

«Ne ho grande stima. È un ottimo imprenditore e sicuramente un profilo che a me piacerebbe, come altri che si stanno proponendo». Lo ha detto Matteo Salvini commentando il nome dell’ex presidente di Assolombarda, Alessandro Spada, come candidato sindaco di Milano: «L’importante è che il centrodestra scelga in fretta, prima dell’estate».

Sindaco di Milano, Salvini punta sull’ex presidente di Assolombarda
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Chi è Alessandro Spada

Nato a Monza nel 1965, Spada è un imprenditore del settore manifatturiero e digitale. È infatti presidente di E-matica, società specializzata nella consulenza, produzione e gestione di sistemi di automazione nell’ambito civile ed industriale, e vicepresidente Gruppo VRV, leader nella costruzione di apparecchiature altamente ingegnerizzate che servono molteplici applicazioni nel campo dell’energia e dei gas industriali. In passato membro dei cda di Sole24ore e Fondazione Fiera Milano, dal 2020 al 2025 è stato alla guida di Assolombarda.

Sindaco di Milano, Salvini punta sull’ex presidente di Assolombarda
Beppe Sala e Alessandro Spada (Imagoeconomica).

Gli altri nomi in lizza per il centrodestra

Il mandato di Beppe Sala come sindaco di Milano scadrà nel 2027 e la corsa alla sua successione è iniziata da tempo. Per quanto riguarda il centrodestra, detto dell’endorsement di Salvini a Spada, l’altro vicepremier Ignazio La Russa spinge per Maurizio Lupi, nonostante la preferenza di Giorgia Meloni e della sorella Arianna per Carlo Fidanza. Il leader di Noi Moderati gode dell’appoggio di Comunione e Liberazione e non dispiace alla Lega. Manca il sostegno di Forza Italia. Marina e Pier Silvio Berlusconi vorrebbero però un loro candidato.

Il centrosinistra potrebbe candidare Calabresi

Quale sarà invece il candidato del centrosinistra, che punta a tenere in mano l’amministrazione cittadina? Fuori gioco Sala, che non piace a Elly Schlein, nel totonomi è emersa la figura di Mario Calabresi, fondatore e direttore editoriale di Chora Media, in passato al timone de La Stampa e di Repubblica, che però non si sbilancia. Alessandro Capelli, segretario metropolitano del Partito democratico, ha dichiarato che il candidato sindaco di centrosinistra verrò scelto (o quantomeno annunciato) dopo l’estate.

Caso Minetti, Ranucci si scusa con Nordio: «Mi cospargo il capo di cenere» 

Nella puntata di Report di domenica 3 maggio, Sigfrido Ranucci è tornato sul caso della grazia a Nicole Minetti e sulle sue dichiarazioni a È sempre Cartabianca sul ministro Nordio, che avevano fatto scattare una lettera di richiamo dalla Rai. Ospite di Rete 4, il conduttore aveva infatti riportato una notizia non verificata (dettaglio specificato da lui stesso) sulla possibile presenza del Guardasigilli nella tenuta in Uruguay di Giuseppe Cipriani, compagno di Minetti. «Una nostra fonte avrebbe visto il ministro Nordio nel ranch di Cipriani in Uruguay a marzo. Se fosse vero, è una notizia. Stiamo verificando», aveva detto. Pochi minuti dopo, il ministro Nordio era intervenuto telefonicamente per smentire la ricostruzione («i primi di marzo di quest’anno ero impegnato in campagna elettorale per il referendum») e nei giorni successivi ha anche pensato di avviare un’azione risarcitoria nei confronti di Ranucci per danno alla reputazione e all’immagine.

Ranucci: «Affronterò l’eventuale denuncia di Nordio mia spese»

Su questo punto non ci sono ancora stati sviluppi, ma intanto il giornalista ha riconosciuto l’eccesso a Report, difendendo tuttavia il suo operato: «Ora sicuramente sono caduto in un eccesso, mi cospargo il capo di cenere, tuttavia non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto stiamo verificando una notizia che è una cosa un po’ diversa. Anche se ancora non mi è arrivata la lettera di contestazione, anticipata dall’Ansa, nella quale mi si annuncia la privazione della tutela legale da parte della Rai, sento il dovere di informarvi che, davanti all’eventuale denuncia del ministro della Giustizia Nordio, rinuncio già da ora ad esporre l’azienda, che gestisce soldi pubblici, a eventuali rischi. Affronterò il giudizio a mie spese».

L’ex ministra Madia lascia il Pd e va da Renzi

Marianna Madia lascia il Partito democratico per approdare da indipendente al gruppo parlamentare di Italia Viva. Il trasloco era nell’aria da mesi: tra gli esponenti del Pd più vicini a Matteo Renzi, difficilmente l’ex ministra per la Semplificazione e la Pubblica amministrazione sarebbe stata ricandidata nelle liste di Elly Schlein alle prossime politiche.

L’ex ministra Madia lascia il Pd e va da Renzi
Marianna Madia e Matteo Renzi in una foto del 2017 (Ansa).

La lettera alla capogruppo dem Braga

Madia, che era stata ministra dal 2014 al 2018, scelta da Renzi e poi confermata da Paolo Gentiloni, ha comunicato la decisione in una lettera alla capogruppo dem Chiara Braga. «È ormai da qualche tempo che rifletto su quale sia, in un quadro politico in continua evoluzione, il modo migliore per interpretare il ruolo di deputato di opposizione che gli elettori ci hanno affidato e soprattutto per contribuire alla costruzione di un progetto di alternativa vincente e convincente al centrodestra», ha scritto Madia nella lettera, spiegando di essere «giunta alla conclusione» di potersi rendere «più utile svolgendo questo stesso lavoro in un’altra collocazione» e dicendosi certa che «il centrosinistra sarà più forte quando avrà ampliato la propria presenza nell’area politica, sociale e culturale che usiamo definire riformista». Da qui la scelta «difficile e sofferta» di spostarsi dal gruppo parlamentare del Pd, «in una logica non di rottura ma di continuità dell’impegno e delle idee» che ha «sempre coltivato». Madia, che nel 2018 è stata anche portavoce del Pd, alle primarie del 2023 per la segreteria dem aveva sostenuto Stefano Bonaccini, poi sconfitto da Schlein.

Perché lo Stabilicum agita e divide il centrodestra

La miccia l’ha accesa, come spesso è accaduto in passato, Matteo Salvini, che, parlando coi suoi parlamentari, è stato perentorio sulla necessità di modificare l’attuale legge elettorale, il Rosatellum. La linea sarebbe quella condivisa con Giorgia Meloni: ovvero il passaggio a un sistema proporzionale con premio di maggioranza assegnato a livello nazionale e l’eliminazione dei collegi uninominali. Il modello, frutto di un accordo di maggioranza, è confluito in una proposta di legge attualmente all’esame della commissione Affari costituzionali alla Camera (le audizioni sono iniziate il 28 aprile).

Perché lo Stabilicum agita e divide il centrodestra
Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

I sospetti della Lega su Forza Italia e Tajani

La nuova legge si chiama Stabilicum, proprio perché dovrebbe identificare un vincitore chiaro e portare stabilità. Il nome lo hanno indicato gli sherpa di Forza Italia, partito ora finito nel mirino dei leghisti. L’idea che circolava negli uffici del gruppo Lega a Montecitorio, alimentata dallo stesso Salvini, è che gli azzurri si stiano tirando indietro. Da quando i Berlusconi hanno imposto i cambiamenti nel partito a lungo richiesti e ignorati da Antonio Tajani, gli ex lumbard non si fidano più degli alleati. E credono che all’interno di FI prevalgano le forze che lavorano per, o quantomeno sperano in, un pareggio alle prossime Politiche, in modo da dar vita a un governo di larghe intese.

Perché lo Stabilicum agita e divide il centrodestra
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

L’eventualità è stata smentita categoricamente, per quanto vale, dal portavoce di FI, Raffaele Nevi, molto vicino a Tajani. «Nessuno che vuole bene all’Italia può volere il pareggio alle elezioni perché questo porterebbe solo instabilità e difficoltà a poter affermare i propri programmi», ha scandito. «Forza Italia in particolare, essendo la forza che ha fondato il centrodestra, tiene particolarmente alla coalizione che stiamo sempre più contaminando con le nostre idee liberali. Dobbiamo solo pensare a vincere e la legge elettorale che abbiamo proposto per noi va benissimo. Suggerirei a tutti di pensare ai problemi della gente e non passare il tempo a parlare male degli alleati», ha attaccato Nevi. Quindi, la linea di FI, almeno per ora, è: avanti con la modifica della legge elettorale.

Perché lo Stabilicum agita e divide il centrodestra
Raffaele Nevi (Imagoeconomica).

Le spaccature nella Lega sull’asse Nord-Sud

E allora cosa sta succedendo davvero? Sbaglia la Lega a pensar male? E perché mai deve pensare male? Da una parte, Salvini parla ai suoi. Nel partito si sono ingrossate le file di coloro che vorrebbero andare al voto con la legge elettorale in vigore. Dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia, nel partito domina il pessimismo. Se andiamo avanti così, è il ragionamento, alle Politiche perderemo di sicuro; e allora è meglio tentare il pareggio che consegnare il grande premio di maggioranza alle sinistre. Da non sottovalutare poi le lotte interne: gran parte dei dirigenti leghisti del Nord è attaccata ai collegi uninominali come se fossero feudi, e pensa anche di poterli usare per ‘disfarsi’ degli ingombranti esponenti del Sud (leggi Claudio Durigon & Co) che si sono ormai presi il controllo del partito.

Perché lo Stabilicum agita e divide il centrodestra
Claudio Durigon e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

A chi fa comodo la narrazione di una Forza Italia a trazione Marina?

Ma la narrazione di una FI controllata da Marina che tiferebbe per il pareggio non ha pervaso solo gli ambienti leghisti. È ormai il leitmotiv post referendum in tutti gli ambienti romani che contano. Che sia vero o no, non si parla d’altro. Viene usata come trama, chiave di lettura di ogni fatto politico rilevante. Ed è così che – in base a questa narrazione – la grazia a Nicole Minetti viene letta come un’apertura di Sergio Mattarella ai Berlusconi e a un loro sostegno a un eventuale esecutivo di larghe intese. Così come ogni mossa di Carlo Calenda viene scrutata con attenzione. Qualche giorno fa il leader di Azione ha detto che se il centrosinistra avesse candidato premier Silvia Salis, avrebbe aperto un dialogo con la coalizione. Anche se poi subito dopo ha frenato bruscamente chiudendo a ogni possibilità di alleanza con il campo largo; e in molti lo hanno letto come un segnale verso l’auspicato pareggio che rende il «centro decisivo per dettare l’agenda». La verità è che qualcuno, tra gli azzurri, vede queste voci come frutto di un tentativo messo in campo da una parte del partito per “stressare” i rapporti tra Meloni e i Berlusconi. Riacquistare spazio e credibilità spargendo zizzania e aumentando la diffidenza della premier nei confronti di Marina e Pier Silvio.

Perché lo Stabilicum agita e divide il centrodestra
Marina Berlusconi (Imagoeconomica).

La road map a ostacoli dello Stabilicum

In attesa di capire meglio, la strada della nuova legge elettorale l’ha indicata al momento il presidente della prima commissione, Nazario Pagano, anche lui di FI. Al momento l’obiettivo è l’approvazione in prima lettura alla Camera prima della pausa estiva per poi inviare la proposta di legge al Senato, a settembre. Tra settembre e ottobre si avrà anche un quadro più chiaro dei sondaggi e delle prospettive economiche della legge di bilancio. Sono mesi cerchiati di rosso nel calendario di Palazzo Chigi. Il 3 settembre, infatti, il governo Meloni potrebbe superare il Berlusconi II e diventare il più duraturo della storia repubblicana. Superato il record, cui Meloni è così affezionata, se le cose non dovessero andare bene, la nuova legge potrebbe essere bloccata al Senato o modificata e inviata nuovamente alla Camera. Oppure subire un’accelerazione. Ma è ormai una strada, quest’ultima, in cui sembrano credere solo Meloni e FdI. Con lei restano, nella Lega, Salvini; e, in Forza Italia, Tajani.

Altro che deriva illiberale: il vero rischio del centrodestra è la mediocrazia

Il destra-centro ha un problema di classe dirigente e quattro anni di governo lo hanno tristemente evidenziato. Forza Italia è costretta a praticare il rinnovamento – via figli di Berlusconi – dall’alto, senza che nessun aspirante rottamatore cripto-liberale si affacci alla finestra della rivoluzione. La Lega è diventata rapidamente ostaggio di Roberto “Generale in Pensione” (per gli amici Gip) Vannacci, prima che questi salutasse la curva, usando un partito dalla storia pur gloriosa come un taxi per farsi portare da Viareggio a Bruxelles, lasciando il conto (con tutti gli extra del caso) a Matteo Salvini ma soprattutto agli italiani.

Altro che deriva illiberale: il vero rischio del centrodestra è la mediocrazia
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Fratelli d’Italia, e qui sta il punto più dolente dell’intera compagine di governo, vanta Giorgia Meloni come leader e campionessa massima, ma i casi Delmastro, Bartolozzi, Santanchè testimoniano la fragilità della selezione politica nel partito della presidente del Consiglio. Pure il vanitoso Carlo Nordio, ministro della Giustizia, sempre pronto a ricordare in ogni discorso pubblico che lui ha fatto il magistrato per 40 anni (e pare che l’incarico governativo sia più un premio per la pensione che altro), ha attirato numerosi guai, soprattutto in campagna elettorale per il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati (e vediamo come evolverà il caso Minetti).

Altro che deriva illiberale: il vero rischio del centrodestra è la mediocrazia
Carlo Nordio e dietro Giusi Bartolozzi (Imagoeconomica).

«In un lago piccolo i pesci grossi finiscono presto»

Non sono casi isolati; la classe dirigente vicina alla presidente del Consiglio in questi anni ha prodotto Gennaro Sangiuliano (ve lo ricordate l’ex ministro della Cultura, sì? Maria Rosaria Boccia, sì? Ecco), prontamente sostituito – prontamente si fa per dire – da Alessandro Giuli. «C’è un enorme problema di classe politica in generale, figuriamoci dentro un partito che è passato dal 4 al 26 per cento nel giro di tre anni», ha detto una volta lo storico Giovanni Orsina in un’intervista a Quotidiano Nazionale. «Il caso Sangiuliano e la scelta di Giuli come successore sono la testimonianza di quanto Meloni peschi sempre dallo stesso bacino, che è piccolo». In un lago piccolo, ha detto ancora Orsina, «i pesci grossi finiscono presto. Se peschi nel mare hai più possibilità di scelta, per restare nella metafora. Meloni preferisce il lago piccolo perché vuole circondarsi di persone che conosce bene e di cui si fida. Naturalmente ci sono dei vantaggi. Però la storia prima o poi ti mette davanti a un problema grosso, e in quel momento scopri che non hai le risorse per affrontarlo. Non le auguro di arrivare a quel punto, dico solo che è statisticamente improbabile che non ci arrivi. Dovrebbe ampliare gli orizzonti, costruire un progetto politico ambizioso attorno al quale far crescere una classe dirigente pluralistica. Senza dimenticare il nucleo storico di FdI, ma ibridandolo».

Altro che deriva illiberale: il vero rischio del centrodestra è la mediocrazia
Alessandro Giuli, Gennaro Sangiuliano e Pietrangelo Buttafuoco (Imagoeconomica).

L’opposizione per anni ha gridato al fascismo immaginario

Fin qui, e a un anno e poco più dal voto politico del 2027, niente di tutto questo è stato fatto. Fratelli d’Italia ha semplicemente replicato lo stesso schema interpretativo dell’esistente, che ha alla sua base una intima convinzione giustificazionista e da retorica del complotto (con il costante attacco di un non meglio precisato deep state contro il governo). Ma Sangiuliano e Delmastro e Santanchè tutti gli altri sono stati scelti da chi governa, non dall’opposizione, sicché si potrebbe parlare, semmai, di autocomplotto. La compagnia dell’Anello di Fratelli d’Italia insomma avrebbe bisogno di un altro canone letterario, visto che quello di Tolkien pare inespresso se non proprio sprecato. L’opposizione per anni ha gridato all’allarme fascismo, rinverdito in queste settimane dalla nuova pubblicazione di Tomaso Montanari (in libreria con La continuità del male), perdendo di vista quello che stava accadendo sotto i propri occhi. Il regime illiberale non c’è mai stato, gli orbanismi sono nati, cresciuti e affondati in Ungheria. Il rischio politico-culturale della coalizione di destra-centro in Italia è semmai la mediocrazia, ben più dannosa del fascismo immaginario

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa

«Yankee go home». La guerra del Vietnam, il golpe in Cile e poi la crisi dei missili nucleari a Comiso (1981-1983) sono stati momenti in cui quell’invito è stato urlato con più forza nelle strade e nelle piazze d’Italia. Era uno slogan velleitario, che esprimeva un desiderio impossibile. Perché la presenza delle basi militari statunitensi, soprattutto in Germania e in Italia, i due Paesi che avevano perso la guerra, era anche il presidio economico che garantiva la libera e massiccia circolazione delle merci Usa in Europa. Il “sogno americano” che era l’anima della nascente società dei consumi aveva il volto sorridente del cinema di Hollywood e della pubblicità della Coca Cola. Ma alla bisogna sapeva di potere contare sul potere molto convincente delle armi. E su quello sottostante, ma non meno persuasivo, dei servizi segreti (CIA) che spesso hanno condizionato e interferito nella vita politica italiana.

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
La base di Sigonella (Archivio Ansa).

La minaccia trumpiana forse è un’occasione storica

Da decenni non si sente più urlare «Yankee go home», ma la novità è che ora sono loro, gli yankee, che minacciano di tornarsene a casa. Dopo che Donald Trump ha minacciato di uscire dalla Nato, è stato il Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, che ha invitato i Paesi europei a spendere di più in armamenti. Perché in caso contrario gli Usa ridimensioneranno o addirittura chiuderanno le basi in Europa. 

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
Pete Hegseth e Donald Trump (Imagoeconomica).

Ora, detto che non è semplice per gli Stati Uniti sfilarsi dall’Alleanza Atlantica e che Hegseth è lo stesso che ha definito «la guerra un dono per il mondo» e che ha confuso la Bibbia con Pulp fiction, penso che dovremmo seriamente chiederci se non sia un’occasione storica accettare il ritiro statunitense. Detta così può sembrare, e in parte è, una provocazione. Come la canzone dei 99 Posse, Yankee go home, che peraltro, con la guerra Usa-Iran in corso risulta assai intonata.

Senza protettori Usa, l’Europa sarebbe costretta a reagire

Per un passo del genere servirebbero infatti statisti e grandi europeisti come Kohl e Mitterrand, dei quali al momento non c’è traccia. Però l’abbandono dei protettori americani costringerebbe a colmare rapidamente quel vuoto. A superare i personalismi e i nazionalismi che oggi frenano la costruzione di una difesa europea. Impedita da un’industria militare frammentata, con duplicazione di capacità produttive e mancanza di standard comuni. Ma pesano anche di più le differenze strategiche e geopolitiche. 

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
Nel 1984, il Cancelliere tedesco Helmut Kohl e il Presidente francese François Mitterrand alla commemorazione della battaglia di Verdun (Ansa).

Mosca e Putin sono una minaccia reale?

Le questioni fondamentali, senza addentrarci in ambiti specialistici, si riassumono nei pensieri e nelle visioni che ispirano e contrappongono – per semplificare al massimo – filo-putiniani e anti-putiniani. Detto altrimenti: se senza protezione americana la Russia si mangerebbe l’Europa in un boccone o, al contrario, tornerebbe a essere un partner commerciale conveniente e affidabile. Ancorché da blandire, soprattutto per il possesso di un formidabile arsenale nucleare. In entrambi i casi l’immagine dei cosacchi che si abbeverano in piazza San Pietro a Roma deve fare i conti con la realtà di un esercito che non pare proprio così potente come è stato raccontato e come Putin lo accredita. Visto che un’operazione speciale che doveva durare una settimana è in corso da quattro anni e che l’esercito russo non dà proprio l’idea di essere un’invincibile armata smaniosa di invadere la grande pianura europea. Certo la Russia ha cento volte e più le bombe atomiche che potrebbero distruggere il mondo. Però, come è noto, ne bastano poche per mettere in moto un meccanismo di risposte a un attacco iniziale che otterrebbe velocemente quel risultato. Quindi se la Russia ha 5.500 bombe, Francia e Regno Unito assieme ne hanno più di 500 (300+220) e in una difesa europea coordinata e operativa sarebbero più che sufficienti per scoraggiare aggressioni militari nucleari russe e non.

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
Vladimir Putin (Ansa).

La spesa europea in armamenti ha superato quella russa

C’è poi da considerare l’aspetto economico, al netto delle polemiche furiose fra bellicisti e pacifisti. Che la spesa europea sia attualmente frammentata, disordinata dunque inefficace è un dato di fatto. Ma è altresì vero, secondo l’Osservatorio dell’Università Cattolica, che nel 2024, la spesa militare europea ha raggiunto livelli record, superando quella russa. I Paesi europei (NATO inclusi) hanno speso circa 730 miliardi di dollari, una cifra superiore del 58 per cento rispetto ai circa 462 miliardi della Russia. «L’ampio divario tra spesa russa ed europea nel 2024 suggerisce cautela nel concludere che sia necessario un forte aumento della spesa militare in Europa, tranne che nei Paesi ancora al di sotto del 2 per cento del Pil».

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
Mark Rutte e Donald Trump (Ansa).

Più armi significa meno welfare

Se però si considera che Trump e Hegseth chiedono che la spesa militare dei Paesi europei sia portata al 5 per cento, ecco che la rinuncia o la chiusura delle basi e della protezione Usa sarebbe economicamente conveniente, oltre che socialmente augurabile. Tre punti percentuali di aumento della spesa militare per la popolazione europea e italiana significano tagli sostanziosi al welfare. Considerato che ha valore quasi scientifico la correlazione inversa tra spesa militare e spesa sanitaria. Quando aumenta l’una cala l’altra: è sempre accaduto così. E se si considera che nel 2025 è stato stabilito il nuovo record mondiale di spesa in armamenti – 2.887 miliardi di dollari complessivi, con un aumento del 2,9 per cento rispetto al 2024 – auguri a tutti noi, che già lamentiamo tagli allo stato sociale e riduzione dei servizi assistenziali.

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
Pete Hegseth (Ansa).

In un colpo solo potremmo liberarci anche della tutela delle Big Tech

Ma rispolverare e accogliere in modo pacifico e consensuale l’opportunità di un ritiro americano dall’Europa non ha solo motivazioni economiche. Il valore e l’importanza del ruolo americano nella sconfitta del nazismo e del fascismo restano come pietre miliari di un atlantismo che ha generato libertà e democrazia. Ma quel debito e la riconoscenza per il piano Marshall lo abbiamo pagato e lo stiamo pagando abbondantemente. Con il quasi monopolio concesso ai servizi finanziari e tecnologici statunitensi. In questa luce «yankee go home» offre anche l’occasione, come scrive The Guardian, per provare a sottrarsi alla tutela di Microsoft, Google, Meta, Amazon, Apple e trovare nuove strade più etiche e rispettose dell’autonomia e dell’identità dei cittadini europei. Certo costruire alternative efficienti è una bella impresa. Però «fare switch è più facile di quanto possiamo pensare», ricorda sempre il Guardian, indicando modi e strumenti con i quali si può cominciare a farlo. Con gentilezza e riconoscenza: cari yankee potete portare a casa o altrove armi e bagagli, perché noi ce la possiamo fare da soli. È un sogno?

Approvata la risoluzione di maggioranza sul Dfp

Via libera di Camera e Senato alla risoluzione di maggioranza sul Documento di finanza pubblica. A Montecitorio, dove il testo era stato messo in votazione circa un’ora prima, i voti a favore sono stati 180, i contrari 97 e 4 gli astenuti. A Palazzo Madama il semaforo verde è arrivato con 96 sì e 60 no, senza alcuna astensione. Con il voto a favore della risoluzione della maggioranza sono stati preclusi i testi presentati dalle opposizioni.

Approvata la risoluzione di maggioranza sul Dfp
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Giorgetti: «Ho validato io la risoluzione, testo condiviso»

«Ho validato io il testo della risoluzione, quindi si può dire che è stato condiviso». Lo ha detto a margine del voto sulle risoluzioni sul Dfp in Senato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, rispondendo ai cronisti che gli avevano chiesto se la modifica apportata al testo, con la richiesta di interlocuzioni con l’Unione europea per attivare le clausole di salvaguardia, fosse appunto condivisa oppure no.

La Rai invia una lettera di richiamo a Ranucci per le dichiarazioni su Nordio

La Rai ha inviato a Sigfrido Ranucci una lettera di richiamo per le sue dichiarazioni riguardo al ministro della Giustizia Carlo Nordio rese durante la puntata di È sempre Cartabianca (Rete 4) di martedì 28 aprile 2026. L’azienda contesta al conduttore di Report di aver diffuso una notizia non verificata, come da lui stesso ammesso, una testimonianza secondo la quale il Guardasigilli sarebbe stato ospite del ranch di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti, in Uruguay. Un’ipotesi smentita nel corso della puntata dallo stesso ministro che, chiamando in studio ha ribattuto: «Non esiste al mondo. Ma figurarsi se sono andato lì. I miei spostamenti sono tutti documentati, era una missione ufficiale di tre giorni in Argentina e in Uruguay uno o due anni fa. C’è un limite a tutto, anche a questo degrado morale e mediatico». Secondo la Rai, inoltre, Ranucci era autorizzato esclusivamente a presentare il suo libro e non a partecipare a discussioni di attualità in una trasmissione concorrente. L’azienda non intende offrire copertura legale, come invece normalmente fa per le inchieste che vanno in onda su Report, qualora il ministro Nordio dovesse intraprendere un’iniziativa legale nei suoi confronti.