La prefettura di Biella ha sospeso per un anno la patente al parlamentare vannacciano Emanuele Pozzolo, che il 3 giugno è finito fuori strada col suo suv lungo la superstrada che collega il capoluogo piemontese a Vigliano. Sottoposto all’etilometro, al deputato di Futuro Nazionale era stato rilevato un tasso alcolemico doppio rispetto a quello consentito dalla legge. Pozzolo era rimasto illeso e nessun altro era stato coinvolto nell’incidente. «Reputo ci siano molte cose da chiarire, come qualsiasi cittadino italiano farò ricorso», ha dichiarato a Adnkronos.
Dovrà anche sottoporsi a un controllo della commissione medica
Pozzolo aveva spiegato di essersi messo alla guida dopo un pranzo e che era stato un nubifragio a provocare l’uscita di strada: la prefettura di Biella ha deciso comunque di raddoppiare la sospensione minima prevista di sei mesi. Il deputato, che a ottobre del 2025 è stato condannato in primo grado a un anno e tre mesi per porto abusivo di armi per la vicenda dello sparo di Capodanno 2024, dovrà inoltre sottoporsi a un controllo da parte della commissione medica.
Il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca ha nominato il nuovo consiglio di amministrazione di LazioCrea. A guidarlo sarà Giuseppe Sacco, affiancato dai consiglieri Fabio D’Acuti e Laura Pastore. Nel comunicare le nomine, Rocca ha ringraziato il presidente uscente Marco Buttarelli e il precedente cda per il lavoro svolto. Le scelte hanno subito scatenato le polemiche nella maggioranza di centrodestra. Marco Di Stefano, coordinatore laziale di Noi Moderati e capogruppo in Campidoglio, ha accusato il governatore di utilizzare le nomine per «placare le lotte interne» di Forza Italia e Fratelli d’Italia, denunciando una «monopolizzazione politica» delle partecipate regionali. Di Stefano ha inoltre collegato la vicenda alla recente esclusione del consigliere Nazzareno Neri dalla Commissione Sanità e annunciato per il 9 luglio una direzione regionale del partito per valutare i rapporti con gli alleati e fare il punto sui tre anni della giunta Rocca.
Antonio Tajani parteciperà alla festa a Villa Taverna per l’Independence Day, in programma all’ambasciata Usa il 2 luglio (dunque con due giorni di anticipo sulla festività), che si terrà sullo sfondo di tensioni tra Washington e Roma. Lo ha annunciato lo stesso ministro degli Esteri a Radio 24. «Sicuramente io ci sarò, ci saranno altri rappresentanti del governo, proprio a dimostrare che per noi le relazioni transatlantiche sono un punto fondamentale della nostra politica», ha detto il titolare della Farnesina: «Dobbiamo guardare avanti, non vogliamo alimentare la polemica, vogliamo invece far sì che all’interno dell’Alleanza Atlantica si possa lavorare bene per garantire la sicurezza di tutti i nostri cittadini e continuare anche a lavorare con gli Stati Uniti, perché abbiamo molti interessi in comune e siamo le facce dell’Occidente ed è giusto che si lavori insieme».
I festeggiamenti del 4 luglio a Villa Taverna nel 2022 (Imagoeconomica).
Tajani: «Andremo a Villa Taverna a testa alta e schiena dritta»
Dopo lo strappo tra Donald Trump e Giorgia Meloni si era fatta strada l’idea di disertare il ricevimento ospitato nella residenza romana dell’ambasciatore Usa (al momento Tilman Fertitta), ipotesi poi rientrata. Lo stesso Tajani, dopo l’uscita di Trump su Meloni e la foto “implorata” dalla premier al G7 di Evian, aveva annullato la visita ufficiale del 21-22 giugno a Miami, dove avrebbe dovuto partecipare a un business forum con l’omologo statunitense Marco Rubio. «Andremo a Villa Taverna, a testa alta e schiena dritta. Abbiamo sempre lavorato nell’interesse dell’Italia e dell’Europa, anche quando abbiamo fatto da ponte, come nel caso della trattativa sui dazi, perché non c’era dialogo tra Unione europea e Stati Uniti», ha aggiunto Tajani. «Poi ci sono state le divergenze, penso alla vicenda della Groenlandia e all’Iran, però noi continuiamo a difendere le nostre tesi e a tutelare l’interesse nazionale, come abbiamo sempre fatto l’interesse dell’Italia e l’interesse dell’Europa».
Alla faccia di Giorgia Meloni, ancora alle prese con gli strascichi della rissa con Donald Trump, il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti andrà alla festa di Villa Taverna, il tradizionale ricevimento dell’ambasciatore degli Stati Uniti Tilman Fertitta per le celebrazioni del 4 luglio, Giorno dell’Indipendenza degli Stati Uniti. Giorgetti nella giornata di venerdì 26 giugno è impegnato con gli “Stati Generali della Cultura della Lega Lombarda” (sì, esiste anche un appuntamento sui temi delle arti e delle lettere, nel Carroccio) e poi, ma sempre in video collegamento, il 2 luglio al mattino farà sentire la sua voce all’assemblea dell’Ania, ossia il mondo delle assicurazioni. Invece all’Independence Day, sempre il 2 luglio ma alle 18.30, come si legge nella sua agenda, ci sarà in carne e ossa. Per la gioia di Matteo Salvini.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e la premier Giorgia Meloni (Imagoeconomica).
Cardini e d’Orsi, che coppia
Nella mattina di sabato 27 giugno, a Roma, nella sala congressi Cavour, a pochi passi dalla stazione Termini, imperdibile assemblea nazionale di “Agorà“, cioè «il primo polo delle piazze fisiche e digitali che vogliono uscire dall’Ue del riarmo e dell’economia di guerra». Patron dell’evento lo storico Angelo d’Orsi, che avrà accanto un collega di estrazione politicamente opposta come Franco Cardini. E poi l’ex giornalista del Tg5Paolo Di Mizio, che conduceva la rassegna stampa nell’edizione notturna, quindi Moni Ovadia e non solo…
Quel “Mozzico” in arrivo da parte di Vannacci e Alemanno
«Annamo sulla Tiburtina a festeggià Gianni», era il coro di tanti militanti che in auto si sono presentati per celebrare il ritorno alla libertà di Gianni Alemanno. «Non sulla Tuscolana, meglio di no, quello era il locale dell’ex sottosegretario Andrea Delmastro…», scherza qualcuno. Fatto sta che al ristorante “Il Mozzico”, vicino al carcere di Rebibbia, erano in tanti, insieme al gruppo del partito Futuro nazionale sotto la guida del generale Roberto Vannacci. C’era anche Sylvie Lubamba. «Ho trovato empatia. Non ci crederete, ma i detenuti sono quasi tutti di destra», ha detto Alemanno, non facendo grande pubblicità alla sua parte politica. Comunque nella Capitale il suo ritorno fa discutere, e a destra incute persino paura per la capacità dell’ex sindaco di Roma di entrare in sintonia con le fasce popolari della città. Un “mozzico” – che nello slang romano vuole dire “morso” – che punta direttamente ai polpacci delle gambe di Fratelli d’Italia.
Bellisario, premio a Minozzi jr
Sarà la cantautrice Malika Ayane a condurre su Rai 1 le tradizionali Mele d’oro del Premio Marisa Bellisario: commissione esaminatrice presieduta da Gianni Letta, premiate Alessandra Galloni, direttrice di Reuters, Reem Al Hashimy, ministro per la Cooperazione internazionale degli Emirati Arabi Uniti, suor Nathalie Becquart, sottosegretaria del Sinodo dei vescovi, Daniela Fumarola, segretaria generale della Cisl, Valentina Pellegrini, ad del gruppo Pellegrini, Elisabetta Colacchia, Head of People & Organization di Enel, Raffaella Pannuti, presidente della Fondazione Ant, Francesca Sofia, dg della Fondazione Cassa depositi e prestiti. Il Premio Women Value Company Intesa Sanpaolo, giunto alla sua decima edizione e dedicato alle Pmi virtuose, sarà assegnato a 3TI Progetti, realtà italiana di ingegneria integrata, attiva a livello internazionale, e ad Antur, società benefit impegnata nei settori della sostenibilità ambientale, della ricerca scientifica e dell’innovazione Esg. Il Premio Women Empowerment Company promosso in collaborazione con Confindustria va a Iris Ceramica Group, storica eccellenza italiana guidata da Federica Minozzi. La famiglia Minozzi vanta partecipazioni azionarie in Snam e Mediobanca, in passato deteneva quote di Italgas e Terna. Lo scenario del premio? Il Colosseo, nella serata di sabato.
Acquazzone sul premio Agnes
Quando meno te l’aspetti, dopo una giornata caldissima, ecco che il cielo di Roma in serata ha regalato un acquazzone improvviso, fortissimo. E dove poteva cadere, se non su piazza di Spagna, location del premio Biagio Agnes? Panico tra i presenti, tutti vestiti da sera, con corse a cercare un riparo sotto un cornicione di uno dei palazzi che circondano l’area. Quello che nella Capitale viene chiamato “sgrullone” ha fermato per più di un’ora la kermesse, con serie difficoltà per Mara Venier e Antonio Matano che conducevano la premiazione. Un diluvio che ha colpito anche la vicina Villa Medici, dove i francesi avevano organizzato “La nuit des cabanes”, con allestimento di eventi e spettacoli nei giardini.
Simona Agnes e Giampaolo Rossi alla cerimonia del Premio Biagio Anges (foto Imagoeconomica).
Ferrarelle in America e la “Monda family”
L’acqua minerale italiana sbarca sulla tivù americana. Ferrarelle e Fremantle hanno siglato un accordo di sponsorizzazione all’interno di America’s Got Talent, il programma creato da Simon Cowell, co-prodotto da Fremantle e Syco Entertainment, in onda su Nbc dal 2006. Obiettivo, rafforzare la notorietà del marchio e consolidarne la presenza, eccetera eccetera. L’operazione è frutto della collaborazione tra il team marketing di Ferrarelle e il team global branded entertainment di Fremantle, si legge nei dispacci diramati dalle società: «Questa partnership segna un passo significativo nel nostro percorso di crescita internazionale», ha detto Gabriele Monda, marketing director di Ferrarelle. Già, Monda: e a tutti vengono subito in mente i fratelli Monda, uno alla guida de L’Osservatore Romano, Andrea, e l’altro «l’uomo del cinema», Antonio, più noti nel circuito della politica come «i nipoti di Riccardo Misasi», lo scomparso democristiano calabrese, più volte presente nei governi della Prima Repubblica.
Dopo due anni Alessandra Priante lascia la presidenza dell’Ente Nazionale Italiano per il Turismo. È stata la stessa economista ad annunciarlo, tramite una nota diffusa dall’Ansa. «Ho comunicato al ministro del Turismo Gianmarco Mazzi e ai componenti del mio consiglio di amministrazione la decisione di concludere il mio percorso alla presidenza di Enit Spa, al termine di due anni che restano tra i più intensi della mia vita professionale», si legge nel comunicato.
Chi è Alessandra Priante
Economista di grande esperienza internazionale e diplomatica, Priante dal 2010 al 2015 è stata inviata del Governo presso i Paesi del Golfo per la promozione della cultura e dell’istruzione italiana. Dal 2019 al 2024 è stata Direttrice Europa presso l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Turismo. Dal 2018 è inoltre docente e ricercatrice presso la LUISS Business School, dove insegna strategie turistiche e management culturale. «Ora è arrivato il momento di dare un nuovo volto alla mia carriera, tornando a dedicarmi con pienezza a ciò che resta il cuore dei miei interessi: l’impegno accademico e nelle istituzioni internazionali», si legge nel comunicato di Priante.
Alessandra Priante (Imagoeconomica).
I compiti dell’Enit
Posta sotto la vigilanza del Ministero del Turismo, l’Enit ha il compito di promuovere il patrimonio culturale, enogastronomico e paesaggistico italiano all’estero, supportando la commercializzazione dell’offerta turistica nazionale nel mondo. «Chi viene chiamato a guidare un’istituzione ha il dovere di servirla con dedizione assoluta, senza mai risparmiarsi, ed è quello che ho cercato di fare ogni giorno», ha scritto Priante nella nota.
Giorgio Gori è lì che osserva. In giro – dentro il Partito democratico, nel campo largo, tra le fila dell’opposizione – abbonda l’agitazione. Gente che se ne va, come Elisabetta Gualmini, Marianna Madia e Pina Picierno, sbattendo più o meno la porta. L’europarlamentare ed ex sindaco di Bergamo ha invece deciso di restare, almeno per ora. Anzi, sta persino meditando qualche passo in avanti. D’altronde prima o poi ci saranno le Primarie nel centrosinistra e il tema della candidatura riformista è ancora intatto.
Elly Schlein e, dietro di lei, un’immagine di Giorgio Gori (foto Imagoeconomica).
Sa che il rischio strumentalizzazione è elevato
La quota demopopulista è già abbondantemente coperta, fra Elly Schlein e Giuseppe Conte. Stefano Bonaccini è già passato armi, bagagli e occhiali a goccia nella maggioranza. Fra i riformisti superstiti si cerca dunque qualcuno che possa rappresentare l’area. Gori ci pensa. Studia il campo. Sa che il rischio strumentalizzazione è elevato. Da una parte Schlein potrebbe dimostrare che così il pluralismo è rispettato: vedete?, anche Gori è libero di candidarsi, mica siamo in una caserma; dall’altra parte c’è invece Matteo Renzi che deve trovare un sostituto di Silvia Salis, visto che la sindaca di Genova si sente come Marco Palestra che ha preferito il Chelsea all’Inter, puntando direttamente al salto più in alto. Gori conosce entrambi i rischi, ma non disdegna pragmaticamente nessuno. Nemmeno il vecchio compagno di viaggio Renzi, di cui ricorda bene i limiti.
Da tempo si confronta regolarmente con le aziende
Lunedì 22 giugno è andato al convegno “L’Europa che vogliamo”, organizzato dalla delegazione del Pd al parlamento europeo per un confronto con il mondo delle imprese. Gori da tempo si confronta regolarmente con le aziende (un’attività che sembra voler scoprire per la prima volta anche la segretaria del Pd). Ora che il tema dei riformisti del Pd col malessere è finalmente entrato nell’agenda di Schlein, che ha pure fatto un mini tour tra i cattolici e si sta ponendo il problema di non far scappare Graziano Delrio, Gori sta trovando quantomeno qualcuno disposto ad ascoltarlo nella maggioranza del Pd.
Giorgio Gori, Pina Picierno e Graziano Delrio (Imagoeconomica).
Il mantra del Paese che non cresce per colpa del governo Meloni
L’ex sindaco di Bergamo ha già pronta, nel caso, la piattaforma. Sono mesi che ne parla nei convegni, a Bruxelles, con gli imprenditori. L’Italia, dice, è un Paese che non cresce, da più di tre anni – cioè da quando c’è il governo Meloni – la produzione industriale è in calo e la produttività è diminuita del 3 per cento. Senza crescita non si produce ricchezza, senza ricchezza non c’è niente da redistribuire e non si possono aumentare gli stipendi.
L’importanza di sostenere l’ingresso di Kyiv nell’Ue
La crescita però da sola non basta, in un mondo sempre più insicuro, con guerre e autocrati pronti a sconvolgere abitudini, consumi, mercati. Per questo Gori sostiene che per l’Europa sia prezioso sostenere l’ingresso di Kyiv nell’Ue e imprescindibile garantirsi, come europei, l’autodifesa, che peraltro non è gratis. «La risposta europea alla guerra avviata da Vladimir Putin è stata superiore alle aspettative, tanto per rapidità che per compattezza. Questo però non toglie che l’Europa si sia trovata impreparata ad affrontare un conflitto in casa propria», ha scritto qualche mese fa su Il Foglio.
Giorgio Gori quando da sindaco di Bergamo issò la bandiera dell’Ucraina sul palazzo del Comune, il 24 febbraio 2022 (foto Ansa).
«Non solo: in un mondo in cui le relazioni internazionali sono tornate a misurarsi sul piano della forza, la capacità di deterrenza militare è una componente non rinunciabile». Dunque «è intuitivo che quanto più questa capacità di difesa e di deterrenza sarà sviluppata a livello sovranazionale, tanto più sarà efficace e tanto più si allontanerà il rischio che gli strumenti militari possano tornare ad alimentare una conflittualità interna, tra i Paesi dell’Ue».
Sperimenta altre forme di comunicazione, come i podcast
Gori ci tiene molto alla sua piattaforma e al suo stile, non esattamente da rottamatore. Uno stile che vorrebbe mantenere in caso di campagna elettorale per le Primarie. In questi mesi però ha cercato di sperimentare modalità diverse di comunicazione rispetto ai suoi standard più tradizionali, partecipando a podcast grazie ai quali agganciare un pubblico diverso. Il suo staff punterà ancora su questo tipo di format per veicolare le idee dell’ex sindaco di Bergamo.
Alla fine Stefano Antonio Donnarumma ha deragliato. Dopo un vertice col ministro dei Trasporti Matteo Salvini, si è dimesso dal ruolo di amministratore delegato di Ferrovie dello Stato. Il passo indietro era concordato e, secondo fonti del Mit, l’obiettivo sarebbe far partire subito la “Fase 2”, chiusi gli obiettivi del Pnrr: la scelta del successore avverrà quindi all’interno del gruppo, e circola insistentemente il nome di Gianpiero Strisciuglio, attuale ad e direttore generale di Trenitalia. Mentre Giuseppe Inchingolo, ora a capo della comunicazione, è in ballo per la poltrona di vicedirettore generale.
L’uscita di Donnarumma era nell’aria: al manager è mancato da sotto ai piedi il terreno dell’appoggio politico leghista, e non ha più voluto restare sulla graticola. A maggior ragione dopo le dimissioni dal consiglio di amministrazione di Fs da parte di Caterina Belletti, arrivata alla presidenza di Fs International, e soprattutto di Tiziana De Luca, che era in quota Mef, vicecapa di gabinetto del ministro Giancarlo Giorgetti.
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).
A proposito, le frizioni tra Donnarumma e Giorgetti non erano certo mancate. C’era disaccordo sulla Rab (acronimo di Regulatory Asset Base), cioè il modello di finanziamento che deve attrarre capitali privati per sviluppare le grandi infrastrutture ferroviarie (come per esempio l’Alta Velocità): l’ad avrebbe aperto ai fondi esteri, Giorgetti assolutamente no. E ai più attenti non è sfuggito il duro intervento del ministro in conferenza stampa il 27 maggio, davanti all’ad: «Pensiamo a casa nostra! Guardo qui Donnarumma. Ma perché noi dobbiamo andare a cercare il fondo pensione canadese o australiano per le nostre infrastrutture, quando abbiamo i fondi pensione italiani? Perché nessuno parla di questo?».
Stefano Donnarumma (Imagoeconomica).
Anche sui dossier principali non c’era intesa, per esempio sull’acquisizione del ramo ferroviario di Pizzarotti e di Firema. Con Donnarumma se ne vanno anche due big: il direttore finanziario Fabio Paris, dimissionario (lo attende Open Fiber) e il numero uno delle Risorse umane Gian Luca Orefice (futuro nella Difesa). Quale sarà la buonuscita dell’ad? Anche qui si è discusso: da contratto la cifra è intorno agli 1,5 milioni, ma il manager vorrebbe di più. Donnarumma, ex Acea e Terna, era arrivato nel gruppo nel giugno del 2024, voluto da Salvini. Le sue avventure nelle partecipate di Stato fin qui non sono state proprio fortunatissime.
Arianna sul vulcano
Arianna Meloni punta sul vulcano, l’Etna. Sarà un sabato infuocato quello in programma a Zafferana Etnea, in provincia di Catania, luoghi carissimi al presidente del Senato Ignazio La Russa: c’è la convention “Etna tricolore” promossa dai coordinamenti regionale e provinciale di Fratelli d’Italia. Ad aprire i lavori “sister Arianna”, capa della segreteria politica nazionale di FdI e ovviamente sorella della premier Giorgia. Interverranno, tra gli altri, Luca Sbardella, in qualità di commissario regionale di FdI Sicilia, ed Enrico Trantino, sindaco della Città Metropolitana di Catania ed erede di una storica dinastia della destra catanese. Sono attesi i commenti di ‘Gnazio…
Arianna Meloni (Imagoeconomica).
Lega, una lacrima su Treviso
Altro che Una lacrima sul viso, la canzone di Bobby Solo, qui c’è una lacrima su Treviso. Niente da fare, nemmeno un appuntamento si riesce a tenere fissato tra i leghisti. Balla tutto. E così quello che doveva essere un incontro al vertice per mettere la parola fine alla guerra intestina nella Lega è saltato: il 4 e il 5 luglio nel Trevigiano era in programma una “cabina di regia”, ossia la riunione del tavolo dei territori della Lega, usando una terminologia che poteva essere cara a re Artù, ma anche ai Puffi. Tra Matteo Salvini e Luca Zaia (l’ex governatore poteva festeggiare il vertice nella sua zona, con tanto di prosecco per tutti) ormai regna l’incomunicabilità, come in un film di Michelangelo Antonioni. Intanto il partito annaspa, e Salvini si mette a chiedere l’esercito per presidiare le ferrovie: «Io militarizzerei le stazioni, altro che togliere i militari dalle strade e dalle stazioni, fosse per me ci sarebbero su tutti i treni». In questo modo, dato che ha capito che il titolare del dicastero dell’Interno si chiama Matteo Piantedosi e resterà fino al termine della legislatura, Salvini vuole far arrabbiare il ministro della Difesa Guido Crosetto, punzecchiandolo sul tema della gestione dei militari italiani nelle città. Che poi Crosetto ha già i suoi problemi con il numero uno della Nato, Mark Rutte, ci manca solo il leghista a fargli aumentare il travaso di bile.
Matteo Salvini e Luca Zaia (foto Ansa).
Grafica Pride, scivolone e censura pure sul “recap”
Al ministero della Cultura a dar scandalo c’è sempre il direttore dell’Istituto centrale della grafica, cioè Fabio De Chirico. Prima ha provocato disastri politici per colpa del “Grafica Pride”, un evento dedicato ai temi dell’inclusione e dei diritti LGBTQIA+ andato in scena venerdì 19 giugno, il giorno prima del Roma Pride. La locandina dell’evento aveva i colori dell’arcobaleno sulla Fontana di Trevi (che tra l’altro non è statale, ma comunale) e in effetti doveva esserci una proiezione di quei colori sulla facciata. Che poi però non è mai avvenuta, dopo aver scatenato le proteste dei “pro-vita” di Massimo Gandolfini e aperture pesantissime (e che strizzavano l’occhio agli omofobi, tanto per gradire) in prima pagina del quotidiano La Verità.
De Chirico poi ha messo di nuovo in seria difficoltà il suo “nume tutelare” ministeriale Massimo Osanna, che guida i musei. Ha infatti pensato bene di pubblicare, a evento avvenuto, un “recap” della serata sul sito dell’Istituto, composto dalle immagini delle attività ospitate nella sede museale, con tanto di personale dedicato alla bisogna. Inutile dire che quella specie di “bignami” è durato solo l’espace d’un matin, anzi nemmeno, ed è stato fatto sparire tutto, per non lasciare più tracce di una manifestazione tanto controversa. Anno 2026, al governo di destra fanno ancora così tanto paura i diritti LGBTQIA+…
Tajani a Farmindustria. Con tanti ombrelli…
Antonio Tajani, Adolfo Urso, Anna Maria Bernini e ovviamente Orazio Schillaci: sono andati tutti all’assemblea pubblica 2026 di Farmindustria, dedicata a “Geopolitica e innovazione: l’industria farmaceutica asset strategico per la salute e la crescita della Nazione”, dove è stato messo al centro il ruolo della farmaceutica italiana nel nuovo scenario globale. Nella romana via della Conciliazione una giornata caldissima: e nessuno ha ancora capito perché a ogni assemblea di Farmindustria, in pieno giugno, con un sole che spacca le pietre e un clima da savana, all’uscita viene sempre regalato un ombrello brandizzato. Addirittura c’è chi se ne è portati via tre, andando via dall’evento…
De Martino e Gerry Scotti per Simona Agnes
La serata romana va in scena giovedì 25 giugno, ma andrà in onda sulla Rai il 3 luglio: per il premio Biagio Agnes si sono mobilitati in tanti nel servizio pubblico radiotelevisivo pur di accontentare Simona Agnes, da anni pretendente al trono di presidente della Rai ma puntualmente respinta al punto di partenza, ossia il ruolo di semplice consigliere d’amministrazione. L’amministratore delegato Giampaolo Rossi parla di «una grande festa del giornalismo e della televisione»: premiati e ospiti dovrebbero anche segnare una sorta di “pax televisiva” tra Rai e Mediaset. E così via alle presenze di Stefano De Martino e Gerry Scotti, più Lino Banfi, in una kermesse che bloccherà il centro storico romano, dato che si svolgerà in piazza di Spagna.
Una delegazione dei deputati di Futuro Nazionale ha lasciato la Camera, dove erano in corso le celebrazioni dell’80esimo anniversario della prima seduta dell’Assemblea Costituente, per partecipare al sit-in organizzato dal partito per denunciare una presunta censura della Rai nei loro confronti. Lo ha spiegato Edoardo Ziello, deputato che a febbraio ha lasciato la Lega per passare al partito fondato da Roberto Vannacci. Oltre a Ziello hanno lasciato Montecitorio anche Rossano Sasso e Domenico Furgiuele, mentre Emanuele Pozzolo si trova a Torino per impegni di partito.
Rispolverare la tessera elettorale con un anno di anticipo è un po’ da fissati degli appuntamenti alle urne, ma è legittimo che i leader vogliano prepararsi per tempo. E l’idea di un voto nella primavera 2027 non è più così irrealistica. Meglio quindi cercare di nuovo nei cassetti dove si è cacciato il talloncino su cui collezioniamo timbri, una preferenza espressa dopo l’altra. Nei palazzi del potere non si parla d’altro che della data delle elezioni, anche se alla maggior parte dei cittadini sembra un dibattito un po’ precoce e quindi lunare. Perché da alcune settimane da Palazzo Chigi filtra la suggestione di un voto “anticipato” ad aprile del prossimo anno: dai partiti c’è chi accelera e c’è chi frena, dal Quirinale finora solo silenzio. Ma qualcosa comincia a trapelare. E allora è bene mettere in fila alcuni dati.
Piantedosi resta al suo posto, niente scossoni gratuiti
Al presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli scossoni gratuiti non piacciono. Per questo il 19 giugno ha ricevuto – e fatto sapere di aver ricevuto – il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi (che ha vissuto mesi turbolenti…), finito al centro di retroscena leghisti su un possibile avvicendamento con Matteo Salvini, sempre più traballante alla guida del Carroccio. Risultato: Piantedosi resta al suo posto, a capo di un ministero di primo piano per la stabilità istituzionale e la sicurezza del Paese, fino alla fine della legislatura.
Il presidente Sergio Mattarella stringe la mano a Matteo Piantedosi (foto Ansa).
E sempre per evitare eccessive fibrillazioni, a poche ore dallo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni Mattarella ha fatto sapere di aver telefonato alla premier. Sui contenuti nulla, magari nella chiamata si è anche parlato di abbassare un po’ i toni per il bene del Paese, ma tutti hanno registrato il colloquio come un sostegno istituzionale del presidente al governo.
Nel 2022 elezioni in autunno per la prima volta nella storia
Molti quindi hanno tratto la conclusione: il capo dello Stato non vuole perturbazioni fino alla scadenza naturale della legislatura. E qui arrivano invece dettagli più sfumati. Facciamo un passo indietro: nel 2022 si votò in autunno (urne aperte domenica 25 settembre) per la prima volta nella storia Repubblicana. Fu un voto anticipato, arrivato a seguito della crisi del governo Draghi a cui avevano fatto mancare il loro sostegno Movimento 5 stelle, Lega e Forza Italia.
Il passaggio di consegne tra Mario Draghi e Giorgia Meloni nel 2022 (foto Imagoeconomica).
Il rischio pareggio accorcerebbe i tempi per la finanziaria
La scadenza naturale della XIX legislatura, quella attuale, sarebbe dunque l’autunno 2027. Ma votare nell’autunno ’27 riporterebbe all’anomalia del 22 di una campagna elettorale canicolare e di una legge finanziaria fatta di corsa, successivamente. Con un’incognita non da poco: se nel 2022 l’esito del voto fu così netto da permettere la formazione del governo in meno di un mese, ora il rischio pareggio fa temere tempi più lunghi per la nascita dell’esecutivo. E quindi pochissimo tempo per varare poi la legge di Bilancio.
Il voto in primavera viene considerato un anticipo tecnico
Uno spostamento di pochi mesi poi viene considerato un anticipo tecnico, non politico. E se il governo si dimettesse e la maggioranza non desse l’ok a nessun altro esecutivo, i margini di manovra per il presidente della Repubblica per allungare i tempi sarebbero pochi, e non risulta nemmeno che questa sarebbe la sua volontà. Allungare i tempi per cosa? Ritrovarsi con una campagna elettorale sotto l’ombrellone, un rebus per formare il governo e la Finanziaria da fare a passo di marcia?
Giorgia Meloni e Sergio Mattarella (foto Imagoeconomica).
Ecco dunque che dal Colle, in queste ore, mentre si smentisce che il presidente abbia parlato della data del voto con Meloni o che stia pensando al tema anche solo di rimbalzo, non si considera certo uno scandalo votare in primavera. Del resto lo scioglimento delle Camere spetta al presidente, la scelta della data del voto alla premier.
Nella nuova legge elettorale – il cosiddetto Melonellum – è spuntato un emendamento voluto dalla maggioranza, in base al quale non dovranno raccogliere le firme in vista delle prossime elezioni le forze politiche che hanno un gruppo parlamentare (alla Camera o al Senato) formatosi entro il 31 dicembre 2025. La riformulazione del testo esclude dall’esonero Futuro Nazionale: i deputati del movimento di Roberto Vannaccihanno costituito solo una componente autonoma all’interno del Gruppo Misto della Camera dei deputati e perdipiù a maggio del 2026.
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).
Stessa sorte per +Europa, che avendo solo una componente e non un gruppo a Montecitorio sarà costretta alla raccolta delle firme. “Salvi” invece Alleanza Verdi e Sinistra, Azione e Noi moderati, che hanno un gruppo in almeno una delle due Camere.
Prosegue intanto il braccio di ferro per l’approdo in Aula del Melonellum. La maggioranza insiste per venerdì 26 giugno, ma le opposizioni sono contrarie. «Sostenere che la legge elettorale possa approdare in Aula già venerdì significa ignorare la realtà dei lavori», ha affermato Federico Fornaro, deputato dem componente della commissione Affari costituzionali della Camera: «Lo stanno dicendo gli stessi relatori, che continuano a chiedere supplementi di tempo per sciogliere questioni ancora aperte e affrontare temi di grande rilevanza politica». La maggioranza, che vuole velocizzare l’iter per arrivare al più presto all’ok finale, ha messo da parte gli emendamenti che riguardano le preferenze. Così il capogruppo di Avs Filiberto Zaratti: «Vogliamo sapere quali siano i pareri sugli emendamenti accantonati, cosa la destra voglia fare sui nodi critici, dai fuori sede alle preferenze».
Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, è al lavoro per «militarizzare» le stazioni ferroviarie italiane. È quanto si legge in una nota diffusa dal segretario della Lega, in cui non vengono usate mezze misure: «C’è ancora troppa gentaglia in giro, serve controllare metro per metro le stazioni».
Matteo Salvini (Ansa).
Il piano di Salvini per la sicurezza nelle stazioni
«Meno 47 per cento di aggressioni al personale FS, -46 per cento di furti nelle stazioni italiane, nel 2026 rispetto al 2025, anche grazie alle 1.348 unità di FS Security, strumento fortemente voluto dal ministro Salvini», si legge nel comunicato, in cui dopo i progressi ottenuti viene illustrato il piano per – appunto – «militarizzare» gli scali ferroviari d’Italia: «Numeri incoraggianti, emersi dalla riunione con i vertici di FS tenutasi ieri, ma che possono e devono ancora migliorare secondo Salvini, che è al lavoro per militarizzare e liberare le principali stazioni italiane, portando l’organico di FS Security a 1.700 unità e aumentando sensibilmente il numero di donne e uomini in divisa a presidio degli scali».
Dopo un anno, cinque mesi e 24 giorni Gianni Alemanno ha lasciato il carcere di Rebibbia a Roma. L’ex sindaco di Roma era stato condannato per il reato di traffico d’influenze illecite e abuso d’ufficio, nell’ambito dell’inchiesta “Mondo di Mezzo”.
Alemanno: «Il governo non ha fatto niente per il sovraffollamento»
«Esco dal carcere da innocente», ha detto parlando con i cronisti. Per poi puntare il dito contro il governo Meloni, che «non ha fatto niente» per il sovraffollamento dei penitenziari. Nel periodo trascorso dietro le sbarre l’ex ministro delle Politiche agricole ha raccontato regolarmente l’inferno carcerario italiano nel suo diario pubblicato sull’account Facebook. «Ho rivisto e ho conosciuto una realtà terribile che è una vergogna per la nostra Repubblica. In questo carcere la Repubblica Italiana perde la faccia per come tratta la gente, ma soprattutto perché non dà a chi se lo merita una possibilità di uscire a testa alta, di rifarsi una vita. E questa è una vergogna», ha dichiarato.
Dopo giorni di botta e risposta con Trump, la premier Meloni ha assicurato di non vedere «rischi di contraccolpi» ma ha chiarito che «il nostro lavoro bilaterale con gli Stati Uniti deve tornare alla sua normalità», e in quest’ottica non vuole «continuare ad alimentare il confronto» con il presidente Usa. Intervistata da Maurizio Belpietro a Il giorno della verità, ha aggiunto che i suoi attacchi l’hanno «sinceramente colpita», senza sbilanciarsi ma nemmeno escludere la veridicità delle ricostruzioni secondo cui il tycoon ha reagito al suo atteggiamento che «poteva sembrare assertivo» o per «distogliere l’attenzione dall’andamento dei negoziati sull’Iran, riportandola sulle difficoltà in ambito Nato». Ad ogni modo, la linea è che «la politica estera italiana sarà quella degli ultimi 80 anni», dato che «mantenere solido il rapporto tra Usa e Ue è quello su cui si basa la forza dell’Occidente». Una dinamica profonda di cui «non si può parlare come fosse Temptation Island».
Al ministero della Cultura da poco tempo c’è un nuovo sottosegretario, Pietro Cannella (anche se c’è chi lo chiama Giampiero), che ha preso il posto di Gianmarco Mazzi, nominato ministro del Turismo al posto di Daniela Santanchè. Cannella è siciliano, e anche se fa parte di Fratelli d’Italia “fa coppia” con il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, che ha preso parte domenica sera, all’Istituto Italiano di Cultura di Madrid, al concerto organizzato in occasione della Festa della Musica 2026. C’era un “Omaggio a Paolo Conte”. Ma Mulè e Cannella si sono presentati in “missione istituzionale” al Museo del Prado di Madrid che ha approvato il prestito temporaneo in Sicilia del celebre capolavoro Cristo in pietà e un angelo di Antonello da Messina. Al presidente della Regione Sicilia Renato Schifani il viaggio della coppia non è sfuggito: Mulè punta da tempo alla poltrona di governatore dell’isola, un obiettivo che si scontra con le lotte interne al centrodestra.
Il duo Salvini-Sardone fa discutere molto a Roma…
A Romal’accoppiata tra Matteo Salvini e Silvia Sardone fa parlare. Molto. I due sono stati i più votati ai gazebo leghisti che cercavano un possibile futuro candidato sindaco di Milano. Sai che sorpresa. Silvia Serafina Sardone (sì, c’è anche Serafina nel nome) una volta era di Forza Italia, «tra quei forzisti che piacevano senz’altro a Mario Giordano ma che Marina Berlusconi non tollera proprio», spifferano i fedelissimi dell’erede del Cavaliere (a proposito della famiglia del fondatore del partito, a Roma si è affacciata Marta Fascina, sempre con accanto il fidato Tullio Ferrante, e qualche giorno fa la “vedova” è stata notata a Napoli, a Marechiaro, con Eleonora Berlusconi). Comunque a Milano la lotta è appena cominciata. A Roma, intanto, la Lega è diventata la materia prima per le barzellette politiche, dato che quello che era stato candidato da Salvini come sindaco della Capitale, cioè Antonio Maria Rinaldi, se n’è andato via dal Carroccio per entrare nelle truppe del generale Roberto Vannacci. E pensare che aveva appena rinnovato la tessera leghista…
Malagò debutta a Confcommercio
Singolare battesimo per Giovanni Malagò come nuovo numero uno del calcio italiano: nella mattinata di mercoledì 24 giugno sarà a Roma nel Centro Congressi Confcommercio, tra i protagonisti del convegno intitolato “Equità e sicurezza: le due leve dello sport che verrà”, insieme al presidente del Coni, Luciano Buonfiglio. Malagò era stato chiamato a partecipare in qualità di presidente della Fondazione Milano Cortina 2026. Nel frattempo ha ampliato i suoi incarichi…
Giovanni Malagò (Imagoeconomica).
Mezzo governo da Belpietro (ma non Giuli!)
A Roma va in scena la terza edizione del “giorno de La Verità“, evento promosso dal quotidiano diretto da Maurizio Belpietro. Gli annunci sui partecipanti parlano della presenza di mezzo governo: Giorgia Meloni, presidente del Consiglio; Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia; Guido Crosetto, Difesa; Francesco Lollobrigida, Agricoltura; Gilberto Pichetto Fratin, Ambiente; Marina Calderone, Lavoro. Chissà perché non appare tra gli invitati il titolare della Cultura Alessandro Giuli…
Alessandro Giuli (Imagoeconomica).
All’Inps Fava vuole l’albo delle… badanti
Un albo professionale per le badanti: quella che viene definita come «una stravagante idea» è venuta in mente al presidente dell’InpsGabriele Fava, che ha spiegato come l’istituzione di un «albo nazionale per colf e badanti» sarebbe «capace di qualificare e certificare le competenze degli assistenti familiari». Può servire? La stragrande maggioranza di deputati e senatori valuta negativamente la proposta, sottolineando che si tratta in gran parte di straniere, ormai vicine alla terza età, spesso senza titoli di studio spendibili in Italia. «Rischia di essere l’ennesimo via libera a un’ondata di migrazione», si sente dire, una specie di «regolarizzazione di massa di persone presenti in Italia che si farebbero certificare una presenza in una famiglia come domestico per avere un documento». Nel Sud, poi, da sempre sono tantissime le colf senza contratto, che spesso sono al servizio di anziani e vengono sposate quando “il badato”, ormai solo al mondo, è in fin di vita.
Lancio a Roma per il Pride Barcelona
Pride Barcelona sbarca in Italia, con tanto di presentazione ufficiale della candidatura di WorldPride Barcellona 2030 nell’Ambasciata di Spagna a Roma, in un evento organizzato con il supporto di Turespaña e della stessa ambasciata. Con una folla di interventi, tra i quali sono da segnalare quelli di Alberto Lacasta, dg delle Politiche Pubbliche Lgbtq+ della Generalitat de Catalunya, e di Javier Rodríguez, commissario per le Politiche dell’Infanzia, dell’Adolescenza, della Gioventù e Lgbtq+ del Comune di Barcellona, c’erano attivisti internazionali in «difesa dei diritti umani in un contesto internazionale caratterizzato dalla crescita dei discorsi d’odio, dei movimenti reazionari e delle minacce ai valori democratici». Cosa è stato detto? Che «la comunità Lgbtq+ rappresenta la resistenza di fronte a un’agenda politica dell’odio guidata dall’estrema destra, dal fascismo e da tutti quei movimenti politico-sociali contrari ai diritti umani e alla democrazia». E giusto per non dimenticare nulla, a pochi passi da Giorgia Meloni è stato sottolineato che «nel 2030 ricorreranno il 25esimo anniversario dell’approvazione del matrimonio egualitario in Spagna e il 50esimo anniversario della legalizzazione della prima organizzazione sociale Lgbtq+ del Paese: il Front d’Alliberament Gai de Catalunya. Queste due ricorrenze non rappresentano semplici celebrazioni commemorative, ma opportunità strategiche per attivare la memoria collettiva, riconoscere l’eredità delle lotte del passato e proiettare impegni concreti verso il futuro».
Ospite de L’Aria che Tira su La7, Matteo Renzi ha criticato Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, che «hanno riportato divisioni» nell’opposizione, lanciando poi il suo progetto politico Casa Riformista verso le elezioni «come una lista di centrosinistra che porterà quello che ha fatto in questi anni contro il governo Meloni ed evitare che al Quirinale ci vada La Russa».
Renzi: «Possiamo giocare a chi è più di sinistra, ma guarderei al futuro»
«Io ho molta ammirazione per chi è riuscito, in un momento in cui nel centrosinistra si dialogava e il centrodestra si spaccava, a riportare le divisioni nel centrosinistra», ha detto Renzi ironizzando sull’immagine postata sui social da Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli, che a luglio saranno protagonisti di due eventi pubblici con i cittadini per la costruzione del campo largo. «Non ho problemi: se vogliono parlare del passato, Conte può spiegare chi ha portato Salvini al ministero dell’Interno, se vogliamo giocare a chi è più di sinistra, ma guarderei più al futuro. Io devo portare al centrosinistra i voti di chi detesta Conte, Bonelli e Fratoianni», ha aggiunto il segretario di Italia Viva». E poi: «Se qualcuno preferisce mettere veti invece che prendere voti si sta sparando sui piedi. La domanda a quelli di sinistra è: volete riconsegnare il Paese a Meloni? Fate pure, io non sarò complice». Poco dopo, Renzi ha espresso gli stessi concetti sui social.
Casa Riformista sarà sulla scheda elettorale. Chi vorrà votarla metterà una croce. Se qualcuno preferisce mettere veti anziché prendere i voti si assumerà la responsabilità di far perdere il centrosinistra e regalare il Colle alla destra sovranista pic.twitter.com/Wq8v3NZDwe
«Prendiamo atto che il professor Conte vuole fare gli esami di ammissione alla coalizione. Ma la politica non è l’università. Casa Riformista sarà sulla scheda elettorale come espressione del centrosinistra di Obama e Clinton, non della destra di Trump e Salvini. Si vota col proporzionale e tutti i voti servono», hanno detto inoltre all’Agi fonti di Italia Viva.
In un weekend di fine giugno la Lega ha rimontato i gazebo, il suo più rassicurante rifugio politico. Quando il vento gira, Matteo Salvini torna sempre lì: tra adesivi, manifesti, strette di mano e quel popolo che almeno non gli chiede conto dei sondaggi. A Milano ne sono così comparsi una quarantina e lo zelig del Carroccio si è rimesso perfino a distribuire volantini, deciso a dimostrare che sotto la casacca di ministro e vicepremier batte sempre il cuore del vecchio militante. L’uomo annusa come pochi l’arrivo della tempesta che rischia di travolgerlo e mai, a differenza dei treni che amministra, si muove in ritardo.
Se chiedi allo specchio chi è il più bello del reame, cosa vuoi che ti risponda?
L’occasione è servita anche per chiedere ai simpatizzanti milanesi chi avrebbero voluto come futuro sindaco. La risposta era quella che tutti conoscevano prima ancora di procedere ai conteggi. Salvini e la sua vice Silvia Sardone hanno fatto il pieno di preferenze. Del resto, se chiedi allo specchio chi è il più bello del reame, difficilmente ti sorprenderai della risposta. Ma il punto non era il risultato. Era il bisogno di metterlo in scena.
C’è una regola non scritta della politica: quando un leader comincia a perdere potere, aumenta il movimento. Se non puoi dimostrare di comandare come un tempo, almeno fai vedere che non stai fermo. E così Salvini moltiplica banchetti, selfie, dichiarazioni, visite ai cantieri e iniziative mentre alle sue spalle cresce il brusio della pattuglia nordista che sogna Luca Zaia segretario. Una fronda curiosa: abbastanza spessa da farsi notare, troppo prudente per tentare davvero la spallata.
Luca Zaia e Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Infatti qualora il (quasi ex) Capitano dovesse perdere il timone, difficilmente sarà per un ammutinamento dei governatori. Più probabilmente verrà superato dal transfuga illustre che, guarda la ferocia del contrappasso, si è trasformato nel suo più acerrimo nemico. Roberto Vannacci sta allungando inesorabilmente la sua ombra, e ormai anche la Lombardia è diventata territorio di conquista.
Quindi l’inutile rito consumato ai gazebo ha prodotto pochi risultati, se non quello di far riluccicare l’ego dei protagonisti come si fa con l’argenteria buona tirata fuori per la festa. Naturalmente né Salvini né la tonitruante Sardone (che ha trasformato il volume della voce in un codificato registro espressivo) hanno alcuna intenzione di candidarsi davvero. Lui fa il ministro, lei l’europarlamentare: hanno ringraziato gli elettori e rimesso tutto nel cassetto, paghi della gratificante dimostrazione d’affetto.
Milano è la città italiana che meno assomiglia all’universo politico leghista
Sanno bene che la realtà non la si governa con plebisciti e banchetti. Milano è probabilmente la città italiana che meno assomiglia all’universo politico costruito dalla Lega negli ultimi vent’anni. Vive di finanza, design, università, innovazione, settimane dedicate a qualsiasi cosa possa trasformarsi in evento e una vocazione internazionale che ormai è parte della sua identità. È la stessa città che Salvini descrive polemicamente come una boutique per pochi privilegiati. Può anche avere ragione, ma resta il fatto che nessuna boutique affiderebbe l’allestimento della sua vetrina a chi continua a vendere soprattutto paura.
Matteo Salvini in piazza Duomo, sabato 18 aprile (Imagoeconomica).
Non c’è alcuna intenzione di lasciare a Salvini la scelta del nome
Ed è qui che il teatrino dei gazebo produce l’effetto più interessante. Dovevano certificare la centralità della Lega nel centrodestra milanese e hanno ottenuto il contrario. Forza Italia, partito che Palazzo Marino lo ha governato più volte, osserva con malcelato sarcasmo la prospettiva di una “sardonizzazione” della coalizione. Fratelli d’Italia guarda con ancora più distacco. A Milano il partito passa dalle mani di Ignazio La Russa e del suo cerchio ristretto, e non c’è alcuna intenzione di lasciare alla Lega il diritto di scegliere il candidato.
Occhio al candidato di compromesso, come il fallimentare Bernardo
Il rischio, dunque, è quello di assistere all’ennesima liturgia del centrodestra: settimane di trattative, veti incrociati, equilibrismi e telefonate infinite per arrivare alla fine al classico candidato di compromesso. Uno di quei nomi che mette tutti d’accordo proprio perché non entusiasma nessuno. Esattamente come accadde cinque anni fa con il carneade Luca Bernardo, il pediatra spedito quasi per dovere civico contro un Beppe Sala destinato a vincere senza troppa fatica. Spiace per Salvini. Ma se i gazebo leghisti dovevano servire a indicare un sindaco, hanno finito per fotografare un leader che organizza il casting sapendo bene che non sarà lui il regista del film.
Luca Bernardo, candidato sindaco del centrodestra a Milano nel 2021 (Imagoeconomica).
I due appuntamenti tra Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli per la costruzione del campo largo, che previsti per l’8 e il 15 luglio coinvolgeranno anche i cittadini, si terranno rispettivamente a Napoli e a Padova. Lo ha annunciato Bonelli, co-portavoce di Alleanza Verdi e Sinistra, nel corso del programma Omnibus su La7: «Fratoianni e io pontieri tra Partito democratico e Movimento 5 stelle».
Le due iniziative pubbliche con i cittadini per iniziare a mettere a punto le priorità programmatiche del campo largo erano state annunciate sui social con una foto dei quattro leader e il messaggio: «Al lavoro. Per cambiare l’Italia. Segnatevi queste date: 8 e 15 luglio. Ci vediamo presto!».
L’architetto Felice Squitieri è stato nominato Commissario straordinario per la ricognizione dei fabbisogni e il programma di interventi in materia di edilizia residenziale pubblica e sociale previsto dal decreto Piano Casa. L’incarico terminerà il 31 dicembre 2027: per la gestione amministrativa dei compiti assegnati, il commissario potrà avvalersi di una struttura di supporto, posta alle sue dirette dipendenze.
Chi è Felice Squitieri
Esperto di bioedilizia e politiche per la sostenibilità, Squitieri vanta nel proprio curriculum gli incarichi di commissario per le procedure di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e Valutazione Ambientale Strategica (VAS) del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica. Squitieri è vicino alla Lega, per la quale ha svolto diversi incarichi soprattutto a Roma e nel Lazio.
L’eco del botta e risposta tra Donald Trump e Giorgia Meloni non si esaurisce. Una sbornia continua, tra familiari del presidente americano che evocano malattie mentali, disturbi psichiatrici di ogni tipo, manie e vizi (con tanto di intervista al Corriere della sera) e quotidiani italiani che ormai hanno titolato ogni offesa possibile contro Trump. Tra deputati e senatori di Fratelli d’Italia tutti si chiedono: «Quando finirà?». C’è un appuntamento segnato di rosso, il tradizionale party per il 4 luglio, Giorno dell’Indipendenza americana. Cade di sabato, ma anche quest’anno, come nel 2025, si festeggia il 2 luglio: per quel giovedì ministri, politici e vipponi di vario genere dovranno decidere se accettare l’invito ed entrare a Villa Taverna per l’evento a stelle e strisce, come se nulla fosse (o quasi). La lite non sembra avere termine e quella data si avvicina pericolosamente, anche se Palazzo Chigi ora ha chiesto di abbassare i toni, e la clamorosa idea di disertare il ricevimento con l’imbarazzato ambasciatore americano a Roma Tilman Fertitta sembra essere rientrata. A meno che qualcuno proprio non ce la faccia e, per scelta personale, non si presenti. L’anno scorso sul palco, oltre alla premier, erano saliti il presidente del Senato Ignazio La Russa e i due vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini. Male che vada, il rischio quest’anno è che hot dog e sandwich vari possano finire nei camion della nettezza urbana per mancanza di clienti. Qualcuno mette già le mani avanti, visto che «è meglio non andarci alla festa americana, si mangia malissimo».
Qualcuno dica a Salvini che il ministro dell’Interno non è lui
«Gioca in casa, a Milano, e vuol far credere che il responsabile della sicurezza in Italia, il vero ministro dell’Interno, è lui, Matteo Salvini»: così tra i leghisti viene commentata la visita in agenda nella mattinata di lunedì 22 giugno del ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, in via Francesco Caracciolo, per un «sopralluogo tecnico» nel cantiere dei lavori per la realizzazione della nuova sede della polizia di Stato all’interno del compendio demaniale “Caserma Montello”. Al Viminale in teoria ci sarebbe Matteo Piantedosi, ma per Salvini il cuore è rimasto lì, sul colle romano dove voleva tornare…
Sopralluogo tecnico del ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini al cantiere dei lavori per la realizzazione della nuova sede della polizia di Stato a Milano (foto Ansa).
La Capitale copia gli americani: nasce la Roma Walk of Fame
Come al solito, quando si è provinciali si copia tutto quello che fanno gli americani. Pure a Roma, in Campidoglio, dove il sindaco è il piddino Roberto Gualtieri: il I Municipio, con una risoluzione del Consiglio, ha deciso di realizzare la “Roma Walk of Fame”, ovviamente nella strada della Dolce vita, via Veneto. Mischiando vivi e morti, per far più confusione: tra i primi, ecco Francesco Totti e Adriano Panatta, chiamati in rappresentanza dello sport. Per lo spettacolo non si contano più i defunti che verranno celebrati: Federico Fellini, al quale verrà dedicata una stella da collocare davanti al Cafè de Paris, e poi Marcello Mastroianni, Anna Magnani, Monica Vitti, Vittorio Gassmann, Alberto Sordi, Pier Paolo Pasolini e Ennio Morricone. Comunque, sul tema “parità di genere” non ci siamo proprio: per la stragrande maggioranza si tratta di uomini.
Tg5, c’è Vicinanza con Confcooperative
Non è il miglior periodo per parlare degli Stati Uniti, però Giancarmine Vicinanza ha prodotto un libro intitolato La Costituzione Americana? È nata a Venezia. L’autore, che da mesi va in giro a diffondere la sua fatica editoriale e viene presentato come «storico», anche dal Tg5 di Mediaset sabato 20 giugno nell’edizione delle 13 (e la prefazione del libro è firmata da uno “di casa” nelle reti televisive berlusconiane, cioè Giuseppe De Filippi), si dilunga su temi dei legami tra l’Italia e gli Stati Uniti. Che poi Vicinanza nella vita di tutti i giorni, e ormai da vent’anni, è il capo dell’ufficio stampa di Confcooperative, prodigo di pacchi natalizi ricchi di ogni ben di Dio a beneficio di chi lavora nei piani alti dei giornali, senza dimenticare inviti alle cene grazie alla presenza di aziende del settore food nel “corpaccione” delle coop bianche. Altro che «storico»…
Gualtieri ci tiene a Coldiretti (e al Circolo San Pietro)
“Campagna Amica”, ossia gli stand alimentari di Coldiretti, nella serata di giovedì 18 giugno hanno invaso il Maxxi di Roma. Il giorno dopo è arrivato il taglio del nastro, in via Tiburtina, del mercato di “Campagna Amica Tiburtino”, inaugurato in una tensostruttura alla presenza del sindaco di Roma Gualtieri, dei rappresentanti di Coldiretti di Roma e Lazio e Campagna Amica. Uno spazio è dedicato ai prodotti a chilometro zero, alla filiera corta e al rapporto diretto tra aziende agricole e cittadini. Che poi è Niccolò Sacchetti il presidente di Coldiretti Roma, il marchese che è anche presidente del Circolo San Pietro. Fatto sta che Gualtieri ci teneva tantissimo a presenziare, e ha tenuto anche un discorso: «I mercati sono spazi fondamentali. Non sono solo luoghi commerciali, sono luoghi di socialità. Veicolano un’idea di comunità dove le persone si incontrano e si conoscono, e promuovono un rapporto sano con il cibo e con le nostre filiere agricole. Oggi siamo invasi da cibi ultraprocessati, mentre abbiamo un patrimonio preziosissimo nelle aziende di prossimità. Lavorano con passione, offrono qualità straordinaria e portano avanti molto più di un banco: custodiscono un pezzo della nostra civiltà che fa bene alle persone e all’economia. Lavoreremo perché questi spazi crescano ancora». E in Campidoglio spifferano: «Dopo il “patto” con Francesco Gaetano Caltagirone, adesso Gualtieri ha stretto un accordo anche con la nobiltà “nera”, quella papalina, della Capitale».
Il re di Benevento Mastella ora beve Acea
Grande festa per i 50 anni in politica del 79enne Clemente Mastella da Ceppaloni, “il re di Benevento”. E proprio in occasione dei preparativi per le celebrazioni mastelliane, è stata aggiudicata ad Acea Acqua Spa la gara, dal valore stimato di oltre un miliardo di euro, per la gestione del Servizio idrico integrato dell’area sannita. Acea Acqua sarà il socio privato di Sannio Acque Srl, quest’ultima una realtà mista pubblico-privata costituita al 55 per cento da soci pubblici e al 45 per cento da Acea Acqua Spa. La concessione, che avrà durata fino al 2051, riguarda un ambito territoriale di grande rilevanza e comprende il Comune di Benevento e altri 77 Comuni della provincia, per un totale di 272 mila abitanti serviti.
Clemente Mastella (foto Imagoeconomica).
Per Tortora, Bpm è un’ottima banca. Ma dai?
In vista del consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi di Siena, in programma il 22 giugno, c’è chi guarda nel dettaglio cosa è accaduto nelle settimane che hanno preceduto le offerte di Banco Bpm da una parte e di Intesa e Bper dall’altra. Un faro è stato acceso sulla “lista Tortora”, quella che permise a Luigi Lovaglio di tornare a bordo del Monte, dopo esserne stato cacciato. Al Corriere della Sera, intervistato, Pierluigi Tortora ha detto: «L’offerta di Intesa su Mps? Non ho pregiudizi». Per poi rispondere, a una domanda su Banco Bpm, che si tratta di «un’ottima banca». Poteva dire altrimenti, Tortora? A marzo, con una curiosa coincidenza temporale, il suo gruppo, Plt, ha ottenuto da Banco Bpm un fido da 159 milioni di euro. Che non sono bazzecole. La notizia è circolata solo per un giorno, e sulla stampa specializzata. Fatto sta che sul sito di Plt è descritta tutta l’operazione.
Pierluigi Tortora e Luigi Lovaglio. Alle loro spalle, Rocca Salimbeni.
In sintesi si tratta di un finanziamento per l’acquisizione e il rifinanziamento di sei impianti fotovoltaici, e «l’operazione è stata guidata da Banco Bpm in qualità di global coordinator, in pool con UniCredit, Bper Corporate & Investment Banking, Crédit Agricole Italia, Banca Popolare di Puglia e Basilicata, Mediocredito Centrale». Plt energia si descrive come «primario operatore italiano nel settore delle energie rinnovabili e controllato da Plt holding appartenente alla famiglia Tortora» e annuncia di aver sottoscritto, «tramite la propria sub-holding Plt Res 2 S.r.l., un finanziamento in pool su base “project finance” con capofila Banco Bpm per complessivi 159,1 milioni di euro. Per quanto riguarda i tempi, un’operazione come questa, anche per gli importi in ballo, non nasce nel giro di pochi giorni, perché richiede una serie di interlocuzioni tra le numerose parti coinvolte. Qualcuno si incuriosisce per la contemporaneità del finanziamento con il ritorno di Lovaglio nella corsa per riconquistare Mps, per non parlare del ruolo di Banco Bpm, che poi è stato il primo a lanciare l’attacco al Monte, in una domenica di fuoco che ha fatto intervenire, come risposta all’azione dell’istituto guidato da Giuseppe Castagna, Intesa e Bper, insieme. In precedenza, a gennaio, Plt era stato protagonista di un altro intervento, un finanziamento multilinea su base project financing per complessivi 54,2 milioni di euro con UniCredit in qualità di Sole Mandate Lead Arranger, Bookrunner e Lender. Alla fine, l’unica banca con cui Tortora non ha avuto contatti, in questi mesi, è Intesa. Interessante, molto interessante…
Nel fine settimana la Lega ha svolto le sue primarie per individuare il candidato sindaco di Milano da proporre agli alleati di coalizione. Nessuna sorpresa: le preferenze degli elettori del Carroccio, si sono concentrate sul segretario nazionale Matteo Salvini e sulla vicesegretaria Silvia Sardone, che è anche europarlamentare e consigliera comunale. Lo ha annunciato Samuele Piscina, segretario provinciale del Carroccio e consigliere a Palazzo Marino, indicando tra gli altri nomi votati il suo e quelli di Alessandro Morelli, Gabriele Albertini, Alessandro Verri, Claudio Borghi, Paolo Del Debbio e Alessandro Spada: «Questa rosa di nomi, qualora i singoli candidati accettino, sarà giustamente e orgogliosamente proposta alla coalizione di centrodestra per la scelta finale e condivisa del futuro Sindaco di Milano». Sono stati circa 10 mila i milanesi che si sono recati ai 38 gazebo allestiti dalla Lega in città.
Silvia Sardone e Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Salvini: «Sardone candidata sindaca mi piacerebbe»
A margine dei gazebo della Lega, Salvini aveva già “lanciato” la numero due: «Un candidato sindaco che mi piacerebbe si chiama Silvia Sardone. Arrivati i risultati, domani mattina li offriamo al centrodestra sperando che entro l’estate ci sia il nome. La Lega non imporrà nessuno, ma riteniamo di avere donne e uomini e idee da offrire. Pierfrancesco Majorino è assolutamente battibile. Non so come sceglieranno il candidato a sinistra, ma non ho paura». Il segretario del Carroccio ha inoltre rilanciato le primarie di coalizione, ipotesi sostenuta anche da Sardone: «Se le facciamo e ovviamente il mio partito è d’accordo, io corro. Vediamo se gli altri ci stanno».