Altro che Ponte, la vera grande opera è l’alta velocità frusinate per Tajani: le pillole di L43

Antonio Tajani è vicepremier e ministro degli Esteri, ma non smette mai di pensare al “suo” territorio ciociaro. E andrà a finire che la “grande opera” varata dal governo di Giorgia Meloni non sarà il salviniano Ponte sullo Stretto di Messina, ormai dimenticato da tutti tra mille intoppi burocratici, ma – udite udite – la stazione ferroviaria ad alta velocità di Frosinone. Cioè quella che viene pomposamente definita come «un’infrastruttura strategica per lo sviluppo del Frusinate, decisiva per la mobilità del territorio, per i lavoratori pendolari, gli studenti». Era un vecchio pallino del leader di Forza Italia, di cui Lettera43 aveva già dato conto. Adesso è arrivato anche lo studio di fattibilità della stazione dell’alta velocità a Frosinone: «L’opera nascerà a circa 800 metri dal casello autostradale di Ferentino (con cui Tajani ha uno stretto legame affettivo visto che lì era nata la madre Augusta Nardi, insegnante di latino e greco, ndr) e a meno di 10 chilometri da quello di Frosinone. Avrà un impatto su un bacino che comprende oltre 110 comuni, con circa un milione di abitanti e più di 200 mila lavoratori».

Altro che Ponte, la vera grande opera è l’alta velocità frusinate per Tajani: le pillole di L43
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani in treno (foto Ansa).

Va bene, ma le tempistiche? «L’anno prossimo si passa all’iter autorizzativo, nel 2028 alla validazione del piano di fattibilità economica e all’avvio della gara. Se tutto va come è accaduto in questi anni su questo progetto, l’avvio dei lavori può avvenire nel 2030, la fine dei cantieri nel 2033», ha detto il vicepremier e ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Matteo Salvini, sperando che le date fornite siano più affidabili di quelle che aveva promesso per il Ponte, dato che tra consegna del progetto definitivo e partenza dei lavori le scadenze dovevano essere «entro la fine del 2024», poi «entro il 2025», poi «a febbraio 2026», poi chissà.

Altro che Ponte, la vera grande opera è l’alta velocità frusinate per Tajani: le pillole di L43
Matteo Salvini e Antonio Tajani (foto Imagoeconomica).

Non solo: sempre nei testi ufficiali si legge che «la nuova infrastruttura migliorerà in modo significativo i collegamenti con i principali nodi dell’alta velocità italiana — da Roma a Milano, Torino, Bologna, Firenze e Napoli — garantendo tempi di viaggio più rapidi e una maggiore accessibilità per cittadini e imprese. La futura stazione Av sorgerà secondo un modello già adottato in infrastrutture di riferimento come la stazione Reggio Emilia Av Mediopadana. Il progetto prevede una stazione a quattro binari con due marciapiedi laterali completamente coperti e collegamenti sicuri attraverso un sottopasso».

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Un Antonio Tajani d’annata che scende da un treno (foto Ansa).

Tutto merito della «stretta sinergia tra il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, attraverso il diretto impegno del ministro Salvini, la società Rfi, la Regione Lazio e l’amministrazione comunale di Frosinone». Sono stati compiuti «rilevanti passi in avanti verso il completo ammodernamento del sistema di mobilità della Provincia di Frosinone e di tutto il Lazio meridionale», ha detto l’assessore alle Politiche abitative, case popolari, politiche del mare e Protezione civile della Regione Lazio, Pasquale Ciacciarelli, che è della Lega.

Altro che Ponte, la vera grande opera è l’alta velocità frusinate per Tajani: le pillole di L43
Il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca con l’assessore Pasquale Ciacciarelli (foto Imagoeconomica).

Però chi gongola alla fine è sopratutto Tajani, ciociaro doc, che può rivendicare anni di battaglie per conquistare un “hub” di qualità per il territorio, e capace di creare tanti nuovi posti di lavoro. Il progetto della stazione, che si chiamerà MedioLatium, costerà 125 milioni di euro, se tutto va bene. «Magari un giorno quella stazione verrà intitolata proprio ad Antonio, in segno di eterna riconoscenza», spifferano scherzando, ma neanche troppo, i milanesi di Forza Italia. In fondo, già esiste un aeroporto che porta il nome di Silvio Berlusconi, il fondatore del partito…

Fermi tutti, Rampelli e Montanari la pensano allo stesso modo

Chi l’avrebbe mai detto: il destrissimo Fabio Rampelli, il “gabbiano” romano che è anche architetto, oltre che vicepresidente della Camera in quota Fratelli d’Italia, la pensa come Tomaso Montanari, lo storico dell’arte che è anche rettore dell’Università per stranieri in quel di Siena. A unirli, la battaglia contro il progetto di costruire un immobile per la Galleria Borghese, a due passi dallo storico edificio. Le parole di Rampelli? «Il museo per fortuna è di proprietà dello Stato e difficilmente sarà possibile per il Campidoglio costruire un mostro di cemento e acciaio al suo fianco, modello Nuvola di Fuksas. Il sito dove si vorrebbe intervenire è oltretutto d’interesse comunitario. La risposta al desiderio di favorire un maggior afflusso di visitatori e di liberare i depositi, prende una strada sbagliata. Occorre progettare una rete museale che diffonda le opere d’arte sul territorio portandole in periferia anche come strumento per un loro riscatto. Esprimo la mia vicinanza alle associazioni che si sono sollevate contro questo progetto scellerato». Montanari aveva parlato di «scempio», dicendo che sarebbe «come costruire una sopraelevazione sulla Cupola del Brunelleschi, fare un’isola artificiale con spiaggia nel Bacino di San Marco, aggiungere una dépendance al Tempietto del Clitunno».

Altro che Ponte, la vera grande opera è l’alta velocità frusinate per Tajani: le pillole di L43
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Rocca ha sempre la grana della Lega: entra Calenda?

Regione Lazio con i soliti problemi: la Lega, con gli assessori Pasquale Ciacciarelli e Simona Baldassarre che non vogliono procedere al rimpasto della giunta guidata da Francesco Rocca, anche perché perderebbero il posto. Ormai le posizioni del governatore sono difficilmente riconciliabili con quelle del partito di Matteo Salvini, tanto che ci sono riunioni in cui spesso si combatte internamente tra forze della maggioranza. Pure i comunicati, come quello leghista di mercoledì 13 maggio, sono durissimi nel respingere il tentativo di rimescolare le carte nella giunta. Ecco il testo di Ciacciarelli e Baldassarre: «Si è tenuto il coordinamento regionale della Lega dove abbiamo discusso delle tematiche per il rilancio dell’azione politica nel Lazio e soprattutto dell’esigenza di riaccendere la discussione su temi di reale interesse per i cittadini. In qualità di assessori regionali del Lazio non possiamo che ringraziare il presidente Rocca per il rispetto istituzionale di cui ha voluto onorare le nostre professionalità all’interno della giunta regionale. Riteniamo doveroso svolgere la carica di assessore mantenendo un rapporto giornaliero con tutte le amministrazioni e le realtà presenti sul nostro territorio, aprendo un confronto funzionale alla risoluzione delle diverse problematiche presenti. Le valutazioni rimangono in capo al partito come ha sempre fatto per la crescita dello stesso. Svolgiamo da sempre la nostra attività politica credendo fortemente nella centralità da attribuire al partito di appartenenza». Lo stallo è assicurato. E la prospettiva futuribile di dare spazio a Carlo Calenda in un governo di destra-centro per fare a meno di Salvini e dei suoi appare sempre più concreta, anche a livello locale.

Altro che Ponte, la vera grande opera è l’alta velocità frusinate per Tajani: le pillole di L43
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Altro che Ponte, la vera grande opera è l’alta velocità frusinate per Tajani: le pillole di L43
Altro che Ponte, la vera grande opera è l’alta velocità frusinate per Tajani: le pillole di L43

Consob, Freni si ritira dalla corsa alla presidenza

Il sottosegretario all’Economia Federico Freni (Lega) si ritira dalla corsa alla presidenza della Consob. L’ha annunciato lui stesso a Repubblica dopo averlo comunicato alla premier Giorgia Meloni, al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e al leader del suo partito Matteo Salvini. La sua candidatura alla guida dell’autorità che vigila sui mercati finanziari era stata avanzata dal titolare del Mef alla riunione del consiglio dei ministri del 20 gennaio. La nomina era stata però bloccata dal vicepremier Antonio Tajani, contrario a indicare un politico ai vertici dell’ente. Nelle scorse settimane era maturato un ripensamento in Forza Italia, ma poi la contrarietà si è riaccesa. «Per noi è necessario un tecnico di alto profilo perché va evitata una lottizzazione politica della Consob. Non è una cosa contro Freni, è per non mettere un politico lì», ha spiegato il portavoce azzurro Raffaele Nevi secondo quanto riportato da Repubblica.

Buttafuoco a reti unificate e le altre pillole del giorno

Una cosa è certa: Pietrangelo Buttafuoco non le manda a dire. Dopo la lettera aperta ad Avvenire, il presidente della Biennale di Venezia si è “concesso” un’intervista a Il Fatto Quotidiano e un’ospitata a Il fienile, il video-podcast di Luca Zaia, per spiegare ancora una volta l’apertura alla Russia che ha diviso la maggioranza, il governo e il MiC. «Il più grande fraintendimento è di avermi accreditato, in quanto presidente della Biennale, di una potestà selettiva che non possiedo: far entrare in Biennale o far uscire dalla Biennale questo o quello», spiega Buttafuoco al quotidiano diretto da Marco Travaglio.

Buttafuoco a reti unificate e le altre pillole del giorno
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Buttafuoco a reti unificate e le altre pillole del giorno

E ne ha anche per Alessandro Giuli, che a causa delle tensioni ha disertato l’inaugurazione: «Avrà certamente obbedito alla ragion di Stato. Io ho rispettato l’istituzione e le sue regole che purtroppo pochi conoscono. E non spetta a me la consacrazione dell’uno o il dileggio dell’altro. Giuli è un fratello e troverà modo di venire. Tutto si potrà dire tranne che non si nutra affetto sincero». Ma Buttafuoco con Il Fatto si spinge pure oltre: «Più che Putin temo che l’Occidente, le grandi borghesie di queste democrazie liberali, non abbiano ancora digerito il processo con cui la Russia ha fatto fuori da sola l’Unione Sovietica, ha prodotto nel suo seno la forza per liberarsi del proprio ingombrante passato senza il tutor occidentale». Parole che non sono sfuggite – ovviamente – a Carlo Calenda. «Cosa deve fare o dire Buttafuoco per essere accompagnato alla porta?», ha attaccato il leader di Azione. «Esiste l’aggravante dell’autocompiacimento in questo signore. Una sorta di predilezione per le pose che hanno come obiettivo unico épater le bourgeois e che lo rendono inadatto alle cariche pubbliche».

Buttafuoco è tornato sulla polemica delle polemiche pure a Il fienile di Zaia. Anche in questo caso con un eloquio efficace: «È l’istituzione ridotta al rango di una fureria, dove pensi di poter comandare con i rutti». Il presidente della Biennale ricorda «l’equivoco terribile per cui si dice che non bisognava invitare» gli artisti russi, visto che il Paese è proprietario di un padiglione «presente dal 1914 con ancora l’aquila dei Romanov». L’intellettuale siciliano ne ha anche per l‘Ue che minaccia di togliere i contributi: «Anche loro non sanno come funziona, pensano che tutto sia come quando dicono a qualcuno “caccia quel direttore”, “non portare in scena quella ballerina”. Non c’è più decoro e rispetto istituzionale, non ti fai spiegare, c’è solo il grugnire». Parlando della reazione di Giuli e di una parte del centrodestra, a Buttafuoco «è sembrato eccentrico che in una campagna elettorale» si scatenasse «una guerra di questo tipo. Nessuno può pretendere che la Biennale aggiunga sanzioni non avendo nessuna facoltà e nessun potere». Però ha apprezzato l’appoggio di mondi tra loro lontanissimi, «RenziSalvini, Ezio Mauro e Giuliano Ferrara, Marco Travaglio». Del resto a Venezia, aveva assicurato Buttafuoco durante la conferenza stampa di presentazione della 61esima Esposizione internazionale d’Arte, «non abbracciamo le armi, prepariamo la pace. Non alimentiamo polemiche, apriamo discussioni». E mettere d’accordo Renzi, Travaglio e Salvini è già un piccolo risultato.

Buttafuoco a reti unificate e le altre pillole del giorno
Luca Zaia e Pietrangelo Buttafuoco al Fienile (da Youtube).

Schillaci “pesca” lo staff a sinistra

«Tutti a parlare dei licenziamenti di Alessandro Giuli al ministero della Cultura, ma di Orazio Schillaci che nomina nel suo staff chi ha lavorato con il centrosinistra nessuno dice nulla…», sibilano dalle parti di Fratelli d’Italia commentando l’arrivo di Alessandra Migliozzi al ministero della Salute come capo ufficio stampa. Fino a qualche mese fa Migliozzi, che è particolarmente stimata dall’area Pd, era in forze al ministero dell’Istruzione in cui entrò nel lontano 2013. E dove potrebbe tornare, magari nella prossima legislatura…

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Il ministro della Salute Orazio Schillaci (foto Imagoeconomica).

Fiorello l’ha fatta grossa

Stavolta Fiorello l’ha fatta grossa: martedì ha cominciato la puntata della Pennicanza annunciando che nel corso della trasmissione avrebbe parlato di ministri e amanti. Lo showman ha ovviamente scatenando il panico nel governo. Uffici stampa mobilitati, dirette seguite dal cellulare, per non parlare dei vertici Rai che stanno sulle spine ogni volta che Fiorello va in onda. Anche perché la trasmissione è in diretta.

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Fiorello con Biggio alla Pennicanza (dal profilo Instagram).

La classifica dei governatori più apprezzati: in testa Fedriga, tre del Sud in top 5

Sono due governatori leghisti del Nord a guidare la classifica di gradimento dei presidenti di Regione. Lo rileva un sondaggio di Swg secondo cui al primo posto c’è Massimiliano Fedriga (Friuli Venezia Giulia) con il 65 per cento, in crescita di un punto rispetto al 2025, seguito dal veneto Alberto Stefani al 58 per cento. Completano la top 5 tre governatori del Sud, ovvero il presidente della Calabria Roberto Occhiuto con il 53 per cento, Antonio Decaro in Puglia al 51 per cento e Roberto Fico in Campania al 47 per cento. Al sesto posto si collocano a pari merito Michele De Pascale (Emilia-Romagna) e Stefania Proietti (Umbria), entrambi al 45 per cento. Seguono Eugenio Giani (Toscana) al 42 per cento, Alberto Cirio (Piemonte) al 40 per cento, Marco Bucci (Liguria) e Francesco Acquaroli (Marche) al 37 per cento, e Attilio Fontana (Lombardia) al 35 per cento. Scendendo oltre i primi 10, troviamo Marco Marsilio (Abruzzo), Alessandra Todde (Sardegna) e Vito Bardi (Basilicata), tutti al 33 per cento, Francesco Rocca (Lazio) al 29 per cento e Renato Schifani (Sicilia) al 25 per cento.

Cosa c’è dietro la missione italiana del custode del trumpismo

È ora di trovare il designated survivor della destra italiana. Giorgia Meloni ha tradito le aspettative della destra americana, sicché serve un sostituto: Matteo Salvini, Capitan America. Ci pensa il movimento MAGA e ci pensano gli intellettuali del gruppo conservatore in missione per conto di dio, pardon, di Donald Trump, a indicare la rotta sovranista, a tracciare la mappa dell’egemonia culturale, quella che non è riuscita agli Alessandro Giuli in questi anni. Ci pensa Breitbart, che ha pubblicato l’ormai nota intervista a Salvini in cui il leader della Lega si spertica (era stata fatta a febbraio, d’altronde) in elogi per l’amministrazione Trump, intervista che lo stesso Trump ha rilanciato su Truth Social proprio mentre stava per arrivare in Italia il segretario di Stato, Marco Rubio, per un giro di incontri abbastanza inutile (con il Papa non c’è bisogno di ricucire niente; continuerà a dire quello che vuole, è il pastore del mondo). 

Cosa c’è dietro la missione italiana del custode del trumpismo
Donald Trump (Imagoeconomica).

Giubilei e la presentazione del libro di Kevin Roberts

Ma non c’è solo la creatura co-fondata dal principe delle tenebre, Steve Bannon. C’è anche Kevin Roberts, presidente della potente Heritage Foundation (il think tank che ha partorito il Project 2025) da martedì a Roma, dove ha presentato l’edizione italiana del suo libro Riprendere Washington per salvare l’America, con prefazione del vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance. La presentazione è stata organizzata dal think tank Nazione Futura, si è tenuta nella sede di Confedilizia e Roberts ne ha discusso con l’editore del libro, Francesco Giubilei, da tempo al lavoro in Italia per costruire un movimento conservatore.

L’intervento alla Camera con il leghista Centemero

Missione tutt’altro che semplice, visto che nemmeno Giorgia Meloni è riuscita a dare vita a un movimento rivelatosi immaginario. «Il suo messaggio è semplice: élite globali, il vostro tempo è scaduto. Riprendere Washington per salvare l’America traccia un percorso promettente per il popolo americano che vuole riprendersi il proprio Paese. Capitolo dopo capitolo, identifica le istituzioni che i conservatori devono costruire, altre che devono riprendersi e altre ancora che sono troppo corrotte per essere salvate», recitava l’invito all’evento. Mercoledì Roberts tiene presso la sala del gruppo leghista alla Camera un keynote speech su “Europa e relazione transatlantica”, alla presenza del deputato leghista Giulio Centemero, presidente dell’Assemblea parlamentare del Mediterraneo (Pam), che di recente ha presentato a un gruppo di politici e di docenti degli Stati Uniti – a nome del Sandwich Club, think tank fondato dallo stesso Centemero – i punti di forza delle istituzioni italiane in materia di difesa e tecnologia. Doveva essere presente pure Matteo Salvini che però ha dato forfait. Dopo le tensioni tra Casa Bianca e Vaticano, il leader della Lega ha preso le distanze dall’amico The Donald per non essere associato alla galassia trumpiana.

Cosa c’è dietro la missione italiana del custode del trumpismo
Giulio Centemero (Imagoeconomica).

L’esportazione del trumpismo all’estero con un occhio a Salvini

La destra MAGA ha però bisogno di nuove sponde in Italia e in Europa per diffondere la dottrina americana, che qua e là emerge dai documenti ufficiali della Casa Bianca. Come quello del dicembre scorso sulla sicurezza in cui veniva mostrato tutto il disprezzo dell’amministrazione Trump per l’Unione Europea o quello pubblicato pochi giorni fa con le nuove linee sull’antiterrorismo, secondo cui il problema principale dell’Europa è l’immigrazione. I funzionari americani, c’è scritto nel documento dello scorso dicembre, «si sono abituati a pensare ai problemi europei in termini di spesa militare insufficiente e stagnazione economica. C’è del vero in questo, ma i veri problemi dell’Europa sono ancora più profondi». Le questioni più importanti che l’Europa deve affrontare «includono le attività dell’Unione Europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà politica e la sovranità, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà di parola e la repressione dell’opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita delle identità nazionali e della fiducia in se stessi. Se le tendenze attuali dovessero continuare, il continente sarà irriconoscibile entro 20 anni o meno». L’amministrazione Trump, convinta com’è di poter esportare il trumpismo all’estero, è particolarmente interessata a «coltivare la resistenza alla traiettoria attuale dell’Europa all’interno delle nazioni europee». E per coltivare la resistenza c’è bisogno di leader in ascolto. Come Salvini appunto, che nonostante l’allontanamento da Trump deve pur trovare alleati e sostenitori in vista delle elezioni politiche dell’anno prossimo. Dagli Stati Uniti sono pronti a dare una mano alla culture war salviniana. 

Cosa c’è dietro la missione italiana del custode del trumpismo
Un fotomontaggio con Donald Trump nei panni di Zio Sam e Matteo Salvini.

Perché Meloni non può abbandonare Merlino

Emanuele Merlino silurato. Viva Emanuele Merlino. Lo strappo del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, che ha dimissionato, così de botto, il capo della segreteria tecnica insieme con la segretaria particolare, Elena Proietti, è vissuto come un affronto dalle parti di Palazzo Chigi. Prova, per i retroscena, sia della tensione che si respira in Fratelli d’Italia (puntualmente smentita) sia del fatto che Giuli evidentemente non ne può davvero più.

Perché Meloni non può abbandonare Merlino
Alessandro Giuli (Imagoeconomica).

Giuli ha deciso di giocare duro

Dopo “imperdonabili” divergenze di opinione in cdm con Matteo Salvini (con tanto di punzecchiature reciproche) e pure con una spazientita Giorgia Meloni – a cui ha chiesto scusa per i toni usati – e ancora dopo le tensioni con Pietrangelo Buttafuoco per il padiglione russo in Biennale, dopo il caso Venezi, il pacato Giuli ha rotto gli indugi revocando gli incarichi ai due fedelissimi della Fiamma Magica: Merlino, uomo di Giovanbattista Fazzolari, e Proietti, data molto vicina ad Arianna Meloni. Che a sua volta è amica di vecchissima data di Antonella Giuli, ora all’ufficio stampa della Camera e per anni addetta stampa di Francesco Lollobrigida (tout se tient). C’è chi ha definito quello di Giuli un seppuku politico, visto che dopo il bel daffare dato al partito difficilmente verrà candidato alle prossime Politiche (ammesso e non concesso che la candidatura sia tra le ambizioni del ministro). Insomma, una mossa alla Yukio Mishima, uno degli autori più amati dal titolare del Collegio Romano.

Perché Meloni non può abbandonare Merlino
Giovanbattista Fazzolari (Ansa).

Perché a Palazzo Chigi si sono sentiti traditi

Giuli, sempre secondo i ben informati, avrebbe optato per la linea dura anche nella convinzione di non essere sostituibile. E deriverebbe da questo il senso di tradimento vissuto ai piani alti di Palazzo Chigi. Rimuoverlo per Meloni equivarrebbe ad ammettere l’ennesimo errore in un ministero già tormentato (si cominciò con la cacciata del sottosegretario Vittorio Sgarbi, per arrivare alle dimissioni di Gennaro Sangiuliano a causa dell’affaire Boccia e pure al niet alla nomina di Francesco Spano che Giuli avrebbe voluto come capo di gabinetto). Meloni poi non può permettersi il lusso di un altro cambio nella squadra di governo prima di ottobre, quando raggiungerà l’agognato record di premier più longeva di sempre. In altre parole Giuli avrebbe agito sapendo che Giorgia ha le mani legate. Sebbene si tratti di auto-Shibari, per restare nelle metafore nipponiche.

Perché Meloni non può abbandonare Merlino
Giorgia Meloni (foto Imagoeconomica).

Merlino e la controegemonia

Ma torniamo a Merlino, il fedelissimo che non si può abbandonare. Tanto che, come scrive Repubblica, in via della Scrofa starebbero già pensando a un ricollocamento all’altezza. Ossia con uno stipendio annuo che non scenda sotto gli attuali 133 mila euro, magari ai vertici di un altro ministero. Lo stesso trattamento, con ogni probabilità, sarà riservato anche a Proietti, esponente di spicco di FdI in Umbria.

Perché Meloni non può abbandonare Merlino
Elena Proietti (dal profilo Instagram).

In un’intervista a Repubblica, ha raccontato di essere stata informata ufficialmente del licenziamento tramite una Pec e ha smentito le voci che la vorrebbero in conflitto con Chiara Sbocchia, la capo segreteria che Giuli si è portato con sé dal Maxxi. Ma ha messo pure ben in chiaro che con il ministro non ha mai litigato, perché «sia io sia Emanuele siamo persone di partito e continueremo a sentire il partito come casa nostra». Partito da cui si sente ovviamente «sostenuta». Vedremo. Sicuramente FdI è la casa di Merlino, il cui ruolo di capo della segreteria tecnica al MiC di tecnico non aveva proprio nulla. La sua funzione è sempre stata squisitamente politica. C’è addirittura chi lo ha descritto come un ministro ombra, il filo diretto tra Collegio Romano e Chigi (cioè Fazzolari). Di più: figlio di Mario Merlino, noto esponente di Avanguardia nazionale morto a febbraio del 2026, Emanuele è uno degli spin doctor culturali di Meloni, il padre della controegemonia.

Perché Meloni non può abbandonare Merlino
Emanuele Merlino (Imagoeconomica).

Il piano per imporre gli intellettuali di destra

Nel primo bollettino editoriale di FdI del novembre 2023, in qualità di vice responsabile nazionale del Laboratorio Editoria guidato da Alessandro Amorese, Merlino illustrava senza giri di parole il piano d’azione per ribaltare il tavolo e la narrazione mainstream. «Gli intellettuali d’area sono quelli che poi creano suggestioni, vengono intervistati e possono rappresentare il partito, o le idee a noi vicine, ovunque sia necessario ma per farlo devono acquisire una visibilità che i media mainstream non concedono», scriveva nel suo editoriale. «Come sempre è dal basso, dal territorio, dagli enti locali che possono e devono nascere opportunità, visibilità, finanziamenti». Merlino puntava il dito, con il ben noto vittimismo della Fiamma, contro l’intellighenzia: «Possiamo continuare a subire passivamente gli insulti dei grandi “intellettuali” di sinistra, è inutile che faccia i nomi, e le loro esternazioni sui giornali e in televisione? Fratelli d’Italia è in crescita perché rappresenta le idee degli italiani. Il successo straordinario di Io sono Giorgia dimostra, oltre al valore della nostra leader, che c’è voglia di idee di Controegemonia». Eccola là la parola d’ordine. E la necessità di proporre «un’alternativa alla narrazione dominante dando spazio e visibilità ai nostri autori. Bisogna organizzare e, se si è al governo, finanziare festival, rassegne, presentazioni, momenti di dibattito con autori nostri». E se non hanno successo, poco importa: «Certo presentare il libro di un grande nome televisivo vuol dire riempire le piazze, ma a quale costo? Quello di aver finanziato chi da quel palco ci insulterà, ci sminuirà e farà, grazie al microfono che gli avremo dato, campagna elettorale per la sinistra».

Perché Meloni non può abbandonare Merlino
L’editoriale di Emanuele Merlino sul bollettino editoria di FdI.

Insomma: i nostri contro i loro. Una guerra di religione senza quartiere: «Oggi, grazie ai social, e ai giornali locali, è possibile fare così tanta promozione che i nostri autori, le nostre case editrici e, soprattutto, le nostre idee possono acquisire così tanta forza da sfondare il ghetto dell’area e arrivare ovunque. Possiamo continuare a sprecare occasioni? Possiamo continuare a subire un’egemonia che non ha più ragione d’essere e che è, soprattutto, anti-italiana?».

Il problema della Fiamma con la cultura

Una dichiarazione di intenti bellicosa che però, al momento, non ha portato i frutti sperati. La controegemonia si è arenata davanti alla mancanza di teste. Gli intellettuali d’area – da Buttafuoco a Veneziani e Giordano Bruno Guerri – non sono stati totalmente fedeli alla linea e hanno criticato apertamente la politica culturale della destra. Finanziare documentari e film sovranisti e arci-italiani ha innescato un processo di autocombustione. Imporre Beatrice Venezi alla Fenice è stato un boomerang, e non perché il “direttore” fosse una donna (argomento spesso usato dalla underdog per eccellenza), ma perché sprovvista di un curriculum ritenuto adeguato al ruolo. Pure nella tivù pubblica, la mamma Rai «dell’Italia profonda», TeleMeloni ha inanellato un flop dietro l’altro, fatta eccezione per De Martino. Forse anche in via della Scrofa si sono accorti che la rivoluzione non è un pranzo di gala, ma nemmeno un picnic con Pio e Amedeo.

L’intesa della destra su Sangiuliano in Campania e le altre pillole del giorno

Genny è quasi magia. Sangiuliano pare essere riuscito nell’impresa di mettere d’accordo un centrodestra spaccato. Dopo l’affaire Boccia, l’addio forzato al ministero della Cultura, il ritorno al giornalismo come corrispondente Rai da Parigi e la seconda vita politica da consigliere regionale in Campania per Fratelli d’Italia, ora sul suo nome è arrivata la tanto agognata convergenza politica: farà il capo dell’opposizione in Campania, ruolo ereditato da Edmondo Cirielli, che dopo la sconfitta si è dimesso da consigliere regionale ed è tornato a fare il viceministro degli Esteri a tempo pieno. Alla fine anche Forza Italia si è convinta, come ha detto il segretario regionale degli azzurri, Fulvio Martusciello, dopo l’incontro alla Farnesina proprio con Cirielli: «C’è un accordo nazionale e intendiamo rispettarlo. Prendiamo atto dell’indicazione di Fratelli d’Italia». Non proprio un’adesione entusiasta. Anche perché i forzisti rivendicavano per loro questo ruolo e avevano già individuato il nome giusto, quello del consigliere Massimo Pelliccia, mister preferenze (17 mila): «Il capo dell’opposizione deve essere chi ha ricevuto più voti», aveva detto Martusciello. Poi evidentemente si è fatto convincere. La Lega, invece, si è schierata da subito con Sangiuliano. Alla fine tutti più o meno d’accordo, con qualche sorriso tirato. L’intesa era delicata anche perché ci sono da giocare le partite in programma tra fine maggio e inizio giugno ad Avellino e soprattutto a Salerno, dove Gherardo Maria Marenghi deve sfidare un pezzo da novanta come Vincenzo De Luca. L’obiettivo realistico? Puntare al ballottaggio. E non ci si poteva permettere di rimanere spaccati. Se al Sud le frizioni sono state superate, a Milano, con prospettiva 2027, su Maurizio Lupi ancora non c’è unità. Il leader di Noi Moderati è appoggiato da Ignazio La Russa, ma la Lega è contraria e Forza Italia resta divisa. Forse dovranno chiedere a Genny qualche consiglio per andare d’amore e d’accordo…

L’intesa della destra su Sangiuliano in Campania e le altre pillole del giorno
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Dalla prima lettera di Buttafuoco ad Avvenire

Ha fatto molto discutere la lettera vergata dal musulmano Pietrangelo Buttafuoco e apparsa in prima pagina sul quotidiano della Cei, Avvenire. I vescovi italiani sembrano aver fatto una scelta di campo, dando spazio al presidente della Biennale di Venezia: Buttafuoco, onoratissimo, in realtà ha risposto all’intervento di padre Antonio Spadaro, teologo e sicilianissimo come Pietrangelo (il religioso si chiama in realtà Antonino ed è di Messina), e ha gettato la bomba, incurante del pericolo. Ricordando che «alla Biennale Arte del 1997 viene attribuito il Leone d’oro a Marina Abramovic per la performance Balkan Baroque, ispirata alla tragedia della guerra dei Balcani, partecipante della mostra centrale curata dal compianto Germano Celant». E ancora: «Più di una volta abbiamo letto o sentito appelli rivolti alla “denazionalizzazione” della mostra, auspicando l’abbandono della formula ottocentesca che prevede le partecipazioni nazionali. Ma se la Biennale di Venezia ha assunto nel tempo e ancora riveste – come clamorosamente in questi mesi si è visto – un valore simbolico riconosciuto nel mondo, ciò lo si deve proprio alla dialettica poc’anzi ricordata fra le sue due componenti originarie, la mostra centrale e le mostre proposte dalle nazioni». Non una parola sul ministro della Cultura Alessandro Giuli, completamente assente nei ragionamenti di Buttafuoco. L’unico impegno del presidente della Biennale di Venezia era quello di applaudire il conterraneo padre Antonino Spadaro.

L’intesa della destra su Sangiuliano in Campania e le altre pillole del giorno
Pietrangelo Buttafuoco (Ansa).

Melandri entra nella moschea

La grande moschea di Roma è vicina al Maxxi. La distanza è di poche centinaia di metri. Sarà anche per questo che Giovanna Melandri, già ministra dei Beni culturali, poi sempre in quota Partito democratico diventata presidente del Maxxi, nella giornata di mercoledì sarà nella moschea per il convegno “Architetture di pace” assieme ad Abdellah Redouane, segretario generale del Centro islamico culturale d’Italia-Grande Moschea di Roma, Nader Akkad, imam della Grande Moschea di Roma e direttore generale del Dipartimento di Studi Islamici Cuirif e Paolo Cancelli, direttore sviluppo della Pontificia Università Antonianum e presidente Cuirif, per parlare di politiche urbane e scenari geopolitici, «ponendo al centro il ruolo delle città come piattaforme relazionali capaci di generare coesione, costruire pace e attivare nuove forme di cittadinanza». Vasto programma.

L’intesa della destra su Sangiuliano in Campania e le altre pillole del giorno
Giovanna Melandri (foto Imagoeconomica).

Il riso non abbonda sulla bocca degli italiani

Il vicepresidente del Senato, il leghista Gian Marco Centinaio, che voleva fare il ministro dell’Agricoltura al posto del meloniano Francesco Lollobrigida, “spara” sull’Europa che ha deciso di non tutelare il settore del riso dalle massicce importazioni di prodotto a dazio zero, in particolare da Myanmar e Cambogia. Per Centinaio, gli squilibri del mercato negli scambi commerciali tra i produttori di riso dell’Unione europea e quelli dei Paesi meno avanzati (Pma), stanno venendo al pettine: per il settore del riso, di cui l’Italia è primo produttore europeo con oltre il 50 per cento dei quantitativi, viene messa a rischio la tenuta delle imprese e dei territori rurali, visto che è sempre più complicato competere in un mercato globale così instabile. Non solo riso, comunque: Centinaio sottolinea che «il giorno dopo l’entrata in vigore provvisoria dell’accordo tra Ue e Mercosur, il Brasile ha fatto arrivare in Grecia tre tonnellate di carne di pollo che è risultata per l’80 per cento contaminata da salmonella. Per fortuna, almeno in questo caso, i controlli sono riusciti a bloccarla prima che arrivasse nei supermercati. Ma sarà sempre così?».

L’intesa della destra su Sangiuliano in Campania e le altre pillole del giorno
Gian Marco Centinaio (Imagoeconomica).

Cazzullo nel mirino della Gialappa’s

GialappaShow su Tv8, dove protagonista è il mago Forest, ha messo nel mirino Aldo Cazzullo. Il giornalista del Corriere della sera e di La7 è stato “puntato” da Edoardo Ferrario, che ha creato un nuovo programma, Una giornata di merda. Anche Maurizio Crozza sul Nove aveva creato un personaggio terribile, sempre evocando Aldo Cazzullo, ma presto ha smesso di prenderlo in giro: lì era stata inventata Una ca**ata particolare. Peccato perché il pezzo dedicato a Paolo Petrecca, con Cazzullo che spiegava la carriera del giornalista Rai, era straordinario. E pure quello sulla nascita del Partito democratico, con Walter Veltroni sotto tiro: ma “Uolter” è sempre stato una preda amatissima da Crozza.

Ci sarà ancora la finta Toffanin?

Al GialappaShow la brava Brenda Lodigiani ha debuttato con un personaggio originale, Bereguarda, «una cantante un po’ naïf che si lamenta sempre delle sue sfortune sentimentali, e ha lo sguardo triste per non aver ancora raggiunto il successo tanto agognato». E poi eccola nei panni della finta Silvia Toffanin, protagonista delle nuove puntate di Vererrimo. Ma alcuni dicono che non durerà tanto, questo sketch, anche perché la famiglia è già all’attenzione del pubblico con Ubaldo Pantani nei panni di Pier Silvio Berlusconi.

A Chiocci non piace il calcio a “colazione”

“Un titolo vale più di un lungo articolo”, dice una massima del giornalismo: e al Tg1 diretto da Gian Marco Chiocci accade ogni giorno. Nella mattina di martedì 12 maggio ecco che il suo telegiornale spara “calcio a colazione di domenica”, una sintesi mirabile per condannare la scelta di giocare il derby Roma-Lazio il 17 maggio alle 12.30, quando di domenica, nella Capitale, i vip si sono appena alzati. Tra l’altro poi la prefettura ha spostato il match alla giornata di lunedì 18 maggio, ore 20.45, per la concomitanza con gli Internazionali Bnl d’Italia al Foro Italico. Che poi tutti con la primavera di solito a mezzogiorno vanno a un bel brunch negli alberghi di lusso con terrazza spettacolare. Pezzo impeccabile, quello del Tg1, ma quelle impronte digitali sul titolo…

L’intesa della destra su Sangiuliano in Campania e le altre pillole del giorno
Gian Marco Chiocci (Imagoeconomica).

La7, Sardoni scivola sull’editore

«Ma che fa, mi scivola sull’editore?». Per Alessandra Sardoni è stato come cadere su una buccia di banana, appena iniziata la trasmissione su La7, Omnibus. Doveva trattare con i guanti bianchi il corrierista Goffredo Buccini, pronto a parlare del suo libro Tyrannis. Il secolo delle nuove autocrazie e l’ultima reazione democratica, ma Sardoni, dopo aver pronunciato il titolo, ha detto che è stato pubblicato «da Guanda». Orrore! Buccini subito l’ha corretta, dicendo «Neri Pozza», ma ormai la frittata era stata fatta. La prossima volta Buccini farà bene a pubblicare con Solferino, sempre sotto l’ombrello di Urbano Cairo, editore sia del Corriere della Sera sia di La7.

L’intesa della destra su Sangiuliano in Campania e le altre pillole del giorno
Goffredo Buccini (foto Imagoeconomica).

Giuli sceglie Donato Luciano come nuovo capo della segreteria tecnica

Sarà il giudice contabile Donato Luciano, finora capo dell’ufficio legislativo del MiC, a prendere il posto di Emanuele Merlino, il capo della segreteria tecnica silurato dal ministro Alessandro Giuli. Lo riporta Il Foglio, sottolineando che Luciano è molto stimato al Quirinale.

LEGGI ANCHE: Giuli, i licenziamenti al ministero e la guerra interna a Fratelli d’Italia

Giuli sceglie Donato Luciano come nuovo capo della segreteria tecnica
Alessandro Giuli (Imagoeconomica).

Chi è Luciano, che prenderà il posto di Merlino

Luciano era stato scelto come capo dell’ufficio legislativo del MiC a gennaio del 2024 dall’allora ministro Gennaro Sangiuliano: consigliere della Corte dei conti con funzioni di Vice Procuratore Generale, ricopriva già il ruolo di vice capo di gabinetto vicario del ministero. Avvocato nato a Potenza nel 1972, Luciano è anche giudice della Corte di Giustizia Tributaria di appello del Lazio, Presidente del Comitato di sorveglianza di grandi imprese in amministrazione straordinaria, Presidente del Collegio dei Revisori dei conti di Università e Componente della Cabina di Regia per il Codice dei Contratti pubblici.

Giuli sceglie Donato Luciano come nuovo capo della segreteria tecnica
Emanuele Merlino (Imagoeconomica).

Il futuro di Merlino e quello della capo di gabinetto

Per quanto riguarda Merlino – uomo di fiducia del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari – Repubblica riporta che inizialmente è stato valutato per lui un ruolo di coordinamento nel gruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati. Difficile però liberare questa casella: possibile che gli venga assegnato anche un secondo incarico, che integri l’appannaggio nel gruppo a Montecitorio, ma c’è anche l’opzione di un “trasloco” ai vertici di un altro ministero. Il “salvataggio” di Merlino permetterebbe a Giuli di rimuovere anche la capo di gabinetto Valentina Gimignani, con cui non è mai entrato in sintonia.

Zaia oscura Stefani, tra dissidi con Salvini e strizzate d’occhio ai Berlusconi

The devil wears Zaia 2. Come per il celebre film che ha mostrato i segreti del mondo della moda al grande pubblico, anche in Veneto tutti gli occhi sono puntati sul più atteso sequel della storia degli ultimi anni. E se per Il diavolo veste Prada il tema resta l’industria fashion e quella dell’editoria, tra sfilate e giochi di potere, a Venezia e Treviso si parla ancora del destino del Doge. Dominus incontrastato della politica regionale dal 2010, Luca Zaia sta girando il secondo tempo della sua carriera, dettando temi e agenda a livello nazionale, malgrado lo stop alla sua rielezione imposto dalla coalizione di centrodestra. E nel ruolo che si è ritagliato, quello di presidente del Consiglio regionale veneto, sta ad Alberto Stefani come la 76enne global editor di Vogue Anna Wintour sta a Chloe Malle (40 anni), che dal 2025 l’ha sostituita alla guida dell’edizione americana della rivista.

Zaia oscura Stefani, tra dissidi con Salvini e strizzate d’occhio ai Berlusconi
Il segretario della Lega Matteo Salvini con Alberto Stefani e Luca Zaia (foto Ansa).

L’ex governatore è in prima fila a ogni taglio di nastro

Allo stesso modo di Wintour, che ha ispirato la figura di Miranda Priestly, protagonista del film, l’ex governatore è in prima fila a ogni taglio di nastro che si rispetti, pronto per la photo opportunity, a fare ombra al nuovo arrivato. Per le Olimpiadi invernali è arrivato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Cortina, e Zaia era lì prima di Stefani (in ritardo) a stringergli la mano. Sui giornali nazionali compare solo il Doge, con le sue mire a fare il referente del Nord per la Lega, i dissidi con Matteo Salvini e le strizzate d’occhio ai figli di Silvio Berlusconi su diritti civili e fine vita.

Zaia oscura Stefani, tra dissidi con Salvini e strizzate d’occhio ai Berlusconi
Luca Zaia con Alberto Stefani e il ministro delle Infrastrutture e leader della Lega, Matteo Salvini (foto Ansa).

L’autoinvito a colloquio da Marina Berlusconi

Dopo i giorni trascorsi al Vinitaly, Zaia ha fatto tappa anche al Salone del Mobile di Milano e ne ha approfittato per autoinvitarsi a colloquio dalla primogenita del Cav, Marina, che conosce dai tempi dei “caminetti” con Umberto Bossi, organizzati dal padre a Villa San Martino, ad Arcore. Congelati i rapporti con Giorgia Meloni dopo il boom di preferenze alle Regionali che ha “asciugato” Fratelli d’Italia, Zaia-prezzemolino dispensa consigli ai Berlusconi jr, preoccupati che Antonio Tajani possa soffiar loro il partito di mano, gonfiando tessere e organizzando congressi con candidati unici.

Zaia oscura Stefani, tra dissidi con Salvini e strizzate d’occhio ai Berlusconi
Marina Berlusconi (Imagoeconomica).

Lui non è mica il sostituto del “ragazzetto”

I giornali danno enfasi alle mosse del Doge. Qualcuno pensa che voglia fare il leader di Forza Italia (c’è chi addirittura ricorda che Silvio aveva parlato di lui come possibile candidato premier). Ma la verità è che, coi suoi, Zaia si lamenta di Salvini che gli ha proposto di fare il vicesegretario al posto di Stefani. E lui ha rifiutato. Perché non è mica il sostituto del “ragazzetto”. Racconta, tra l’altro, che Matteo non lo può più vedere, quel “ragazzetto”. Poi, da quando Stefani ha postato solo foto del Vinitaly con Meloni e nessuna con lui, il segretario leghista non ne vuole più neanche sentir parlare, dice il Doge. E il racconto prosegue con altre lamentele sullo stato del partito in Veneto, con Stefani e Salvini che lo avrebbero circondato nominando commissario regionale Andrea Tomaello, consigliere della Lista Stefani.

Palazzo Balbi di nuovo nel mirino nel 2030?

Insomma, Zaia-Wintour ha il suo Met gala sui giornali, nelle foto con Mattarella e il suo podcast, Il fienile, realizzato con gli amici famosi conosciuti durante i 15 anni di governo di una Regione prospera. Ma poi, a osservarlo da vicino, è tutto veneto (proprio come nel famoso sketch coi Journalai sullo spritz che va fatto solo con prosecco e Aperol, entrambi prodotti veneti). E l’immagine rimanda all’intervista al New York Times in cui Wintour gela Malle, scuote la testa mentre quest’ultima parla, quindi sorride e la corregge. Ecco, non resta che attendere The devil wears Zaia 3, quando forse il Doge realizzerà il suo sogno e si ricandiderà di nuovo per Palazzo Balbi, nel 2030, soffiando la candidatura al “ragazzetto”, dopo il breve giro in parlamento al quale sarà costretto nel 2027 per far crescere il partito, in picchiata nei consensi a causa del leader che tanto critica, ma al cui volere quasi sempre si adegua.

Zaia oscura Stefani, tra dissidi con Salvini e strizzate d’occhio ai Berlusconi
Zaia oscura Stefani, tra dissidi con Salvini e strizzate d’occhio ai Berlusconi
Zaia oscura Stefani, tra dissidi con Salvini e strizzate d’occhio ai Berlusconi
Zaia oscura Stefani, tra dissidi con Salvini e strizzate d’occhio ai Berlusconi
Zaia oscura Stefani, tra dissidi con Salvini e strizzate d’occhio ai Berlusconi
Zaia oscura Stefani, tra dissidi con Salvini e strizzate d’occhio ai Berlusconi
Zaia oscura Stefani, tra dissidi con Salvini e strizzate d’occhio ai Berlusconi
Zaia oscura Stefani, tra dissidi con Salvini e strizzate d’occhio ai Berlusconi
Zaia oscura Stefani, tra dissidi con Salvini e strizzate d’occhio ai Berlusconi
Zaia oscura Stefani, tra dissidi con Salvini e strizzate d’occhio ai Berlusconi
Zaia oscura Stefani, tra dissidi con Salvini e strizzate d’occhio ai Berlusconi
Zaia oscura Stefani, tra dissidi con Salvini e strizzate d’occhio ai Berlusconi
Zaia oscura Stefani, tra dissidi con Salvini e strizzate d’occhio ai Berlusconi
Zaia oscura Stefani, tra dissidi con Salvini e strizzate d’occhio ai Berlusconi
Zaia oscura Stefani, tra dissidi con Salvini e strizzate d’occhio ai Berlusconi

Giuli a Palazzo Chigi dopo il siluramento di Merlino e Proietti

All’indomani della decisione di cambiare i vertici del proprio staff, con i decreti di revoca per Emanuele Merlino, responsabile della segreteria tecnica del MiC e uomo di fiducia del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, e per Elena Proietti, a capo della sua segreteria personale, Alessandro Giuli è stato ricevuto a Palazzo Chigi. Il ministro della Cultura è arrivato attorno alle 15:15, pochi minuti prima della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ed è rimasto nella sede del governo per circa un’ora.

Giuli a Palazzo Chigi dopo il siluramento di Merlino e Proietti
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Il ministero della Cultura trema e Borgonzoni vola a Cannes: le pillole del giorno

Alla fine Alessandro Giuli è entrato nel mood di chi non deve più niente a nessuno. I tempi di osservanza al diktat meloniano, dopo aver dovuto fare a meno a inizio mandato del suo primo capo di gabinetto Francesco Spano (ai Fratelli evidentemente non andava giù il suo essere «pederasta» e comunista), paiono essere terminati. Giuli – che già ha animatamente discusso con Pietrangelo Buttafuoco sul dossier Biennale, scaricato amabilmente la direttorissima Beatrice Venezi al suo destino e battibeccato con Matteo Salvini che aveva criticato sui social la sua decisione di non presenziare all’inaugurazione della Biennale – ha deciso di procedere con un suo personale repulisti che è anche una completa desangiulizzazione (e demelonizzazione?) del ministero di via Collegio romano. Così, via Emanuele Merlino, emblema del potere di Giovanbattista Fazzolari. E, per lanciare un altro segnale a via della Scrofa, via anche Elena Proietti Trotti, che era in quota Arianna Meloni.

Il ministero della Cultura trema e Borgonzoni vola a Cannes: le pillole del giorno
Il ministero della Cultura trema e Borgonzoni vola a Cannes: le pillole del giorno
Il ministero della Cultura trema e Borgonzoni vola a Cannes: le pillole del giorno
Il ministero della Cultura trema e Borgonzoni vola a Cannes: le pillole del giorno
Il ministero della Cultura trema e Borgonzoni vola a Cannes: le pillole del giorno

Nei corridoi di FdI dicono che «facendo così, non verrà messo nelle liste elettorali dei candidati alle prossime politiche». Chissà se a Giuli interessa davvero entrare in Parlamento dopo l’esperienza di ministro… Intanto mentre al MiC si registra l’ennesimo terremoto, la sottosegretaria Lucia Borgonzoni che fa? Si prepara a volare a Cannes dove sarà presentato il festival Italian Global Series. La leghista, che a fine 2025 era arrivata ai ferri corti con il ministro, è pronta a presentare in anteprima alcuni highlight del programma della seconda edizione dell’iniziativa che si terrà a Rimini e Riccione, luoghi a lei carissimi, dal 3 all’11 luglio. L’incontro, dal titolo “From Italy’s Riviera to Cannes. The Series Season Starts Here”, si terrà lunedì 18 maggio al Lucia Beach di Variety. Sì, Lucia Beach. Borgonzoni interverrà insieme alla presidente dell’Apa, l’Associazione Produttori Audiovisivi, Chiara Sbarigia – che un anno fa aveva presentato le dimissioni dalla presidenza di Cinecittà, si disse, su spinta di Giuli – alla madrina Matilde Gioli e al direttore artistico Marco Spagnoli.

Il ministero della Cultura trema e Borgonzoni vola a Cannes: le pillole del giorno
Il ministero della Cultura trema e Borgonzoni vola a Cannes: le pillole del giorno
Il ministero della Cultura trema e Borgonzoni vola a Cannes: le pillole del giorno
Il ministero della Cultura trema e Borgonzoni vola a Cannes: le pillole del giorno
Il ministero della Cultura trema e Borgonzoni vola a Cannes: le pillole del giorno
Il ministero della Cultura trema e Borgonzoni vola a Cannes: le pillole del giorno
Il ministero della Cultura trema e Borgonzoni vola a Cannes: le pillole del giorno

Report indaga su Daniela Porro, “scortata” da un ex Unità

Report ha indagato sulle proprietà di Claudio Lotito, patron della Lazio e senatore di Forza Italia: nel mirino la supervilla romana, a Porta Latina, dove sono stati compiuti lavori edili importanti, e l’attività (o l’inattività?) della soprintendenza guidata da Daniela Porro. L’inviato di Sigfrido Ranucci Luca Chianca ha tentato di intervistare Porro al Maxxi, dove era intenta a parlare con la presidente Emanuela Bruni: a fare da barriera “fisica” al giornalista c’era l’addetto stampa di Porro, Luca Del Fra, che una volta, ovvero una ventina di anni fa, scriveva su l’Unità, dando spazio alle proteste della Cgil. Altri tempi, quando Del Fra attaccava i governi di destra…

Il ministero della Cultura trema e Borgonzoni vola a Cannes: le pillole del giorno
Il ministero della Cultura trema e Borgonzoni vola a Cannes: le pillole del giorno
Il ministero della Cultura trema e Borgonzoni vola a Cannes: le pillole del giorno

La gentilezza del possibile candidato Mario Calabresi

A Roma si parla di Mario Calabresi, ex direttore di Stampa e Repubblica e co-fondatore di Chora media. Dicono che lui ha buone chance di essere candidato sindaco alle prossime elezioni comunali milanesi, una prova di campo largo. Intanto ha preso spazi sulla tv dei vescovi: Paola Cortellesi, Alessandro Barbero, Stefano Mancuso, Cristiana Capotondi, Nicola Zingaretti sono tra i protagonisti della sua nuova serie podcast, Sulla gentilezza, disponibile su Play2000, la piattaforma on demand di Tv2000 e radio inBlu2000, ogni domenica. Si tratta di una «personale indagine sulla gentilezza», la serie è di Fondazione Amplifon e Chora Media, promossa e raccontata dallo stesso Calabresi.

Il ministero della Cultura trema e Borgonzoni vola a Cannes: le pillole del giorno
Mario Calabresi (Imagoeconomica).

Giuli, i licenziamenti al ministero e la guerra interna a Fratelli d’Italia

Fratelli coltelli d’Italia. L’ultima puntata della serie post referendum dipinge uno scenario inedito nella guerra tra bande interna al partito di Giorgia Meloni. Iniziato con le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi (fazione Fazzolari), proseguito con la rimozione di Daniela Santanchè (fazione La Russa), il conflitto si sposta in ‘casa’ di Alessandro Giuli.

Giuli, i licenziamenti al ministero e la guerra interna a Fratelli d’Italia
Alessandro Giuli (Ansa).

La controffensiva di Giuli: via Merlino e Proietti

Il ministro-dandy, finito nel mirino per la gestione dei casi Venezi e Biennale, cerca di rialzare la testa e reagisce punendo i suoi, ovvero defenestrando il capo della segreteria tecnica, Emanuele Merlino, e la segretaria particolare, Elena Proietti. Il primo pagherebbe per i mancati finanziamenti al docufilm su Giulio Regeni, stigmatizzati come «inaccettabili» dal ministro nei giorni scorsi. La seconda, viene riferito, non si sarebbe presentata in aeroporto, ‘bucando’ una missione di Giuli a New York. Il problema è che Merlino è ritenuto vicinissimo a Giovanbattista Fazzolari (ancora lui), mentre Proietti è consigliera comunale a Terni e responsabile del dipartimento regionale del Turismo per Fratelli d’Italia.

Giuli, i licenziamenti al ministero e la guerra interna a Fratelli d’Italia
Emanuele Merlino (Imagoeconomica).

I silenzi dopo l’indiscrezione del Corriere

La notizia dei licenziamenti viene fatta filtrare di domenica, poco dopo pranzo, tramite il sito del Corriere della sera. E fino a sera nessuno conferma ufficialmente che i decreti di revoca degli incarichi siano stati già firmati da Giuli, come riportato dal quotidiano online. Il ministro non risponde. E i suoi collaboratori sostengono di non avere elementi per confermare né smentire (salvo, poi, nel corso del pomeriggio cancellare ogni traccia dei messaggi ai cronisti). Fonti governative di maggioranza che frequentano il Collegio romano sostengono che i decreti non sono ancora stati firmati. E così anche da Palazzo Chigi ambienti vicini a Fazzolari instillano il dubbio che i provvedimenti non siano ancora definitivi. Insomma, tutto fa pensare a una soffiata ai giornali per far saltare l’operazione decisa da Giuli.

Giuli, i licenziamenti al ministero e la guerra interna a Fratelli d’Italia
Giovanbattista Fazzolari (Imagoeconomica).

Lollobrigida cerca (inutilmente) di gettare acqua sul fuoco

Poi, poco dopo le 20.30, arriva la nota di Francesco Lollobrigida. Il ministro parla a titolo di capo delegazione di FdI nel governo e l’intento del comunicato è quello di gettare acqua sul fuoco: i licenziamenti sono liquidati come «normali avvicendamenti» al MiC. Ma l’effetto è esattamente l’opposto. In primo luogo perché, in quasi quattro anni di governo, non si ricorda un intervento di Lollobrigida a ‘sanare’ crepe interne all’esecutivo cosi evidenti da far apparire la situazione tanto grave. E poi perché le parole del titolare dell’Agricoltura non sono in alcuno modo rassicuranti.

Giuli, i licenziamenti al ministero e la guerra interna a Fratelli d’Italia
Francesco Lollobrigida (Imagoeconomica).

«Il ministro Giuli ha ritenuto, come è d’altronde suo diritto, modificare l’assetto della sua segreteria. Non è né la prima volta che accade in questo come nei governi che ci hanno preceduto. Il gabinetto deve corrispondere alle esigenze funzionali, almeno per alcuni ruoli direttamente dipendenti dal ministro, a un rapporto di totale sintonia. Anche per questo la legge consente modifiche basate esclusivamente sul rapporto fiduciario nell’incarico specifico», premette Lollobrigida, la cui addetta stampa è stata per anni la sorella di Giuli, Antonella (ora all’ufficio stampa della Camera). Dicendosi «certo che il collega Giuli saprà individuare le persone più idonee a ricoprire i ruoli in linea con il presupposto fiduciario, oltre che di competenza», Lollobrigida sottolinea che Merlino e Proietti sapranno «essere utili in altri ruoli nell’ambito istituzionale» poiché «la loro esperienza e capacità sono», per quanto lo riguarda, «indiscusse». In altre parole, difende Giuli e cerca di placare la fronda Fazzolari promettendo una ricollocazione dei defenestrati. Insomma, la puntata è finita ma la saga è appena iniziata. Pop corn per le opposizioni.

La sorella di Elly Schlein a stretto contatto con Tajani e le altre pillole del giorno

«Ma lo sapete che la sorella del leader dell’opposizione lavora al fianco del vice del capo del governo? Non si è mai vista una situazione simile», dicono tra il serio e il faceto dentro Fratelli d’Italia. In effetti è proprio così, e politicamente la coincidenza è curiosa: alla Farnesina, negli uffici che ogni giorno hanno a che fare con il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Antonio Tajani, si aggira anche Susanna Schlein, che è la sorella di Elly, la segretaria del Partito democratico. Le cronache si erano occupate di lei solo una volta, quando lavorava nell’ambasciata d’Italia ad Atene: su un “dispaccio” Ansa del 2022 si dava conto di un attentato degli anarchici che aveva «distrutto le auto della prima consigliera d’ambasciata d’Italia ad Atene Susanna Schlein, sorella dell’esponente del Pd Elly Schlein». Un episodio che ovviamente aveva scatenato anche la pronta solidarietà dello stesso Tajani. Da allora non si è più parlato della “sorElly”: nel frattempo, e sono passati ormai tre anni e mezzo, la diplomatica è stata promossa, arrivando a lavorare a Roma, nel cuore del potere del ministero degli Affari Esteri, la Farnesina. A stretto contatto con il ministro Antonio Tajani, che è di Forza Italia. L’attuale incarico di Susanna Schlein è alla direzione generale per la Cooperazione allo Sviluppo, una delle più potenti del Maeci, con il ruolo di “capo unità”. Una situazione che ha fatto dare di gomito qualcuno nel partito di via della Scrofa, dove si guardano con estrema attenzione le mosse di Forza Italia, non solo di Tajani ma anche di Marina Berlusconi: da qui a dire che questa “vicinanza lavorativa” possa provocare un ribaltone governativo e un asse “silenziosamente attivo” tra il Pd e i forzisti ce ne passa, ma del resto la fantapolitica non dorme mai. «Ve lo immaginate se in un governo presieduto da Bettino Craxi, dove il ministro degli Esteri era Giulio Andreotti, poi alla Farnesina vi trovavate la parente più stretta del capo del Pci Achille Occhetto?», è la battuta che circola tra i più ostili a Forza Italia…

La sorella di Elly Schlein a stretto contatto con Tajani e le altre pillole del giorno
La sorella di Elly Schlein a stretto contatto con Tajani e le altre pillole del giorno
La sorella di Elly Schlein a stretto contatto con Tajani e le altre pillole del giorno
La sorella di Elly Schlein a stretto contatto con Tajani e le altre pillole del giorno

Metti Folgiero e Gubitosi a tavola

Cosa si saranno detti, martedì a pranzo, nel ristorante romano Al Ceppo, uno dei migliori luoghi della Capitale per “apparecchiare” i potenti, due personaggi come Pierroberto Folgiero e Luigi Gubitosi? Il dialogo tra l’amministratore delegato di Fincantieri e l’ex direttore generale della Rai, oltre che della Luiss che ha la sede proprio lì vicino, è stato fittissimo…

La sorella di Elly Schlein a stretto contatto con Tajani e le altre pillole del giorno
La sorella di Elly Schlein a stretto contatto con Tajani e le altre pillole del giorno

Rubio va Dal Bolognese

Alla fine, anche l’americano Marco Rubio non ha saputo resistere al fascino della “dolce vita” romana: e così, al termine della giornata di giovedì 7 maggio, ecco il segretario di Stato Usa e la moglie Jeanette Dousdebes Rubio a cena a piazza del Popolo, nel ristorante Dal Bolognese. Tre ore d’inferno per il centro storico, con il divieto di transito anche ai pedoni su tutta la piazza: dalla porta del Popolo fino a un buon punto di via del Babuino, via del Corso e via Ripetta, blindature con un esercito di forze dell’ordine e di mezzi antisommossa, tanto che ci voleva una ventina di minuti per fare un giro lunghissimo per superare gli ostacoli. E tutti hanno ricordato quanto era stata differente la visita del presidente francese Emmanuel Macron e la moglie Brigitte, sempre nel locale di piazza del Popolo, ma senza dare così tanto fastidio ai romani.

La sorella di Elly Schlein a stretto contatto con Tajani e le altre pillole del giorno
Papa Leone con Marco Rubio (Imagoeconomica).

L’ex senatore forzista D’Anna contro il governo

È stato senatore di Forza Italia, Vincenzo D’Anna. Da presidente della Federazione nazionale dell’ordine dei biologi, ora D’Anna bombarda il governo di Giorgia Meloni. Tutta colpa del «grave ritardo» nell’avvio dei bandi e nell’assegnazione dei finanziamenti per le scuole di specializzazione post laurea di area sanitaria. D’Anna, che è un combattente, lamenta che «nonostante i numerosi solleciti inviati», il ritardo rischia di avere «gravi ricadute sul regolare svolgimento della specializzazione».

La sorella di Elly Schlein a stretto contatto con Tajani e le altre pillole del giorno
Vincenzo D’Anna (foto Imagoeconomica).

Crosetto-Tajani, il 13 maggio audizione alla Camera su Hormuz

Mercoledì 13 maggio la seduta dell’Aula della Camera dei deputati «inizierà alle 10:30 al fine di consentire lo svolgimento dinnanzi alle commissioni III e IV dell’audizione dei ministri degli Esteri e della Difesa», Antonio Tajani e Guido Crosetto, «sulle iniziative internazionali per il ripristino della libertà di navigazione nello stretto di Hormuz». Lo ha annunciato Giorgio Mulè, presidente di turno a Montecitorio.

Rubio a Tajani: «Le nazioni occidentali proteggano i propri interessi»

Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha avuto un incontro di circa un’ora e mezza con la premier Giorgia Meloni. In precedenza, aveva fatto visita alla Farnesina, dove era stato accolto dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. Durante il colloquio con quest’ultimo, Rubio ha sottolineato «la necessità che le nazioni occidentali proteggano i propri interessi economici», come si legge nella nota del dipartimento di Stato Usa diramata al termine dell’incontro. I due hanno discusso di cooperazione bilaterale, nonché di sfide alla sicurezza globale e regionale. Il segretario ha parlato degli sforzi per promuovere la libertà di navigazione e la sicurezza marittima nelle principali vie navigabili internazionali e affrontato l’importanza di risolvere la guerra in Ucraina.

Tajani a Rubio: «Anche gli Usa hanno bisogno di Italia e Europa»

«Sono convinto che l’Europa ha bisogno dell’America, l’Italia ha bisogno dell’America, ma anche gli Stati Uniti hanno bisogno dell’Europa e dell’Italia. Queste sono le relazioni transatlantiche, l’unità dell’Occidente è fondamentale», ha detto Tajani a Rubio, come spiegato da lui stesso in un punto stampa al termine del bilaterale. Stando a una nota della Farnesina, nell’agenda dell’incontro c’è stato un confronto sui principali temi dell’agenda internazionale e il rafforzamento dei rapporti Italia-Usa. Al centro la guerra in Iran, la crisi nello Stretto di Hormuz e le iniziative per la libertà di navigazione, il cessate il fuoco tra Libano e Israele e il disarmo di Hezbollah, il futuro post-Unifil, l’Ucraina e la transizione in Venezuela e a Cuba. Tajani ha ribadito a Rubio che «per noi è importante una presenza americana in Europa per rafforzare la Nato e naturalmente è importante anche un impegno forte degli europei da questo punto di vista, cosa che gli europei stanno facendo».

Trump, la delusione Meloni e la carta Salvini

Il lavoro di ricucitura di Marco Rubio, segretario di Stato americano da giovedì in Italia per un denso giro diplomatico fra Vaticano e Roma, potrebbe essere parecchio complicato, forse persino insufficiente, dopo le ultime sortite di Donald Trump. O meglio, precisiamo: il Papa vive secondo altre coordinate e altri canoni, poco gli importa se Trump continuerà a insultarlo e ad attaccarlo; il dialogo, almeno da parte del Vaticano, non si fermerà. Sarebbe ontologicamente impossibile il contrario. Il che non significa che il Papa smetterà di intervenire a favore della pace (si è parlato, durante l’udienza, anche di Cuba, proprio mentre gli Stati Uniti adottavano nuove sanzioni). 

Trump, la delusione Meloni e la carta Salvini
Marco Rubio in udienza da Papa Leone XIV (Imagoeconomica).

Meloni ha capito che di Trump non ci si può fidare del tutto

Diverso il discorso per quanto riguarda il governo italiano. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni sembra aver raggiunto la consapevolezza che di Trump non ci si può fidare del tutto. D’altronde il presidente degli Stati Uniti, nei fatti, cerca di indebolire sistematicamente il progetto europeo, nonostante a parole rivendichi l’interesse ad avere un’Unione Europea più forte.

Trump, la delusione Meloni e la carta Salvini
Giorgia Meloni e Donald Trump (Ansa).

Il problema è che per Trump l’Ue è forte se gli dà ragione, se sostiene acriticamente le sue sortite. Anche a Palazzo Chigi, sponda Fratelli d’Italia, paiono averlo compreso molto bene. Così come sembrano aver compreso il giochino in corso da parte del mondo MAGA nei confronti dell’Italia. 

L’intervista di Salvini a BreitBart rilanciata da Trump

Qualche giorno fa è uscita su BreitBart News, quotidiano estremista di destra co-fondato da Steve Bannon – principe delle tenebre del trumpismo ed ex stratega della Casa Bianca durante il primo mandato – un’intervista a Matteo Salvini realizzata a febbraio. Un’intervista in cui il capo della Lega s’acconcia a primo tifoso di Trump e della sua amministrazione. Grandi elogi per come l’amministrazione americana affronta la questione dell’immigrazione, grandi elogi per la battaglia culturale di Trump, un’evoluzione, dice Salvini, rispetto al primo mandato. Merito anche di J.D. Vance, dice Salvini, esaltato da BreitBart e dallo stesso Trump che su Truth Social ha rilanciato la sua intervista. Per Bannon e soci, Meloni non è l’alleata più affidabile, è troppo europeista, troppo mainstream e il mondo MAGA cerca altri alleati. 

Trump, la delusione Meloni e la carta Salvini
da Truth Social.

Dopo la caduta di Orbán, Donald cerca altri alleati europei

D’altronde la rotta trumpiana era stata individuata nell’ultima strategia sulla sicurezza nazionale pubblicata l’anno scorso. Le questioni più importanti che l’Europa deve affrontare «includono le attività dell’Unione Europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà politica e la sovranità, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà di parola e la repressione dell’opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita delle identità nazionali e della fiducia in se stessi. Se le tendenze attuali dovessero continuare, il continente sarà irriconoscibile entro 20 anni o meno».  L’amministrazione Trump, convinta com’è di poter esportare il trumpismo all’estero, è particolarmente interessata a «coltivare la resistenza alla traiettoria attuale dell’Europa all’interno delle nazioni europee». Un vero peccato che Viktor Orbán, sostenuto da Trump e Vance in prima persona, non possa più essere la quinta colonna del trumpismo in Europa. Sicché servono altri alleati. Alleati disponibili a rivedere i canoni europei riadattandoli all’ideologia MAGA.

Trump, la delusione Meloni e la carta Salvini
Viktor Orbán e JD Vance (Imagoeconomica).

La sintonia tra il presidente Usa e il segretario della Lega

D’altronde secondo Trump l’Europa sta sbagliando tutto. La Casa Bianca lo ha detto anche nella “strategia antiterrorismo degli Stati Uniti” pubblicata due giorni fa: «I Paesi europei restano i nostri partner principali e di lunga data nella lotta al terrorismo. Il mondo è più sicuro quando l’Europa è forte, ma l’Europa è fortemente minacciata ed è sia un obiettivo del terrorismo sia un terreno fertile per le minacce terroristiche. I terroristi spesso cercano di attaccare le nazioni europee per minare le loro istituzioni democratiche e i loro legami con gli Stati Uniti. Eppure, un conglomerato di attori malvagi – al-Qaeda, l’ISIS, i cartelli e attori statali – ha sfruttato liberamente le frontiere deboli dell’Europa e le risorse antiterrorismo ridotte per trasformare l’Europa in un ambiente operativo permissivo dove tramare contro europei e americani». È inaccettabile che i «ricchi alleati della NATO» possano «fungere da centri finanziari, logistici e di reclutamento per i terroristi. L’Europa ha ancora la possibilità di cambiare il proprio destino individuale e collettivo in materia di antiterrorismo se riconosce la minaccia reale e agisce subito». L’amministrazione Trump ha individuato il responsabile di questa situazione? Ovviamente sì: «L’immigrazione di massa incontrollata è stata il motore che ha alimentato il terrorismo». Che poi è quello che dice Salvini nella sua intervista a BreitBart e nelle sue rinnovate battaglie sovraniste. Tutto si tiene, tutto torna. Meloni è avvisata.  

Trump, la delusione Meloni e la carta Salvini
Trump nei panni di Zio Sam e Matteo Salvini.

La giornalista Manila Gorio: «Esclusa dalla cena con Vannacci perché transessuale»

Manila Gorio, presidente dell’associazione Transgender Italia e direttrice editoriale di Political TV, ha raccontato di essere stata esclusa da una cena con Roberto Vannacci in quanto presenza non gradita, con ogni probabilità a causa della sua transessualità.

La giornalista Manila Gorio: «Esclusa dalla cena con Vannacci perché transessuale»
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Il racconto di Gorio

«Diverse settimane fa Vannacci era venuto in Puglia per un incontro con i giornalisti», ha spiegato Gorio, nota a livello locale anche per aver lavorato a Antennasud. Dopo il comizio dedicato a Futuro Nazionale, era in programma una cena, ma a quel punto Gorio si è vista sbarrare la strada: «Mi è stato detto che non avrei potuto partecipare vista la mia “situazione”», ha spiegato a Repubblica, facendo intendere che il problema per l’ex generale risiedesse nella sua transessualità. Gorio ha raccontato di aver poi rivisto il responsabile barese del partito al supermercato: «Mi ha guardato, ma non mi ha nemmeno salutata». La giornalista ha poi continuato sui social: «Se questo è il loro metodo di esclusione e di non inclusione, ho paura che migliaia di imbecilli faranno peggio. Incitare odio e discriminazione mi sembra davvero eccessivo in un modo dove oramai ci sono solo guerre».

Biennale, Giuli vs Salvini: «Pensavo che il suo post fosse un’autocritica per il suo assenteismo»

Scontro tra i ministri Alessandro Giuli e Matteo Salvini sulla Biennale, da settimane al centro di polemiche intorno al padiglione russo. Nel mirino è finito un post in cui il vicepremier criticava velatamente (ma neanche troppo) il titolare della Cultura per la sua decisione di non partecipare all’inaugurazione dell’evento il 9 maggio. «Gli assenti hanno sempre torto. Viva l’arte libera e coraggiosa», aveva scritto Salvini.

La risposta di Giuli è arrivata a Sky Tg24 Live in Roma: «La verità, quando ho visto il post, è che l’ho frainteso e ho pensato che lui facesse autocritica. Ho detto: “Vedi, Salvini che fa un post per scusarsi del fatto che frequenta poco il suo ministero“. Dopodichè ho capito che invece non era un’autocritica sul suo assenteismo, e rispetto la sua posizione che è condivisa da tante altre persone».

Gianni Cervetti, storico dirigente del Pci, è morto a 92 anni

Addio a Gianni Cervetti, deputato ed esponente storico del Pci, morto all’età di 92 anni. Iscritto al partito sin da giovanissimo, venne mandato da quest’ultimo a studiare Economia a Mosca durante la stagione dell’Unione sovietica di Nikita Chruščëv. Qui incontrò Franca Canuti, una compagna di partito anche lei inviata dal Pci a studiare in Russia, che diventò il grande amore della sua vita. Mosca è stata una città chiave nel suo percorso di vita. Lì è nato Andrea, il suo unico figlio, e ha avuto l’occasione di incontrare importanti personalità politiche e culturali come lo stesso Nikita Chruščëv, Michail Suslov, Dmítrij Šostakóvič e Aram Chačaturjan. Rientrato a Milano, assunse incarichi di direzione della Cgil milanese e lombarda e successivamente nel Pci, dove venne eletto prima segretario cittadino e poi provinciale a Milano nei primi Anni 70. Negli anni successivi, Enrico Berlinguer lo propose per la segreteria nazionale del partito, come responsabile dell’organizzazione. Parlamentare europeo e nazionale negli Anni 80 e 90, è stato anche “ministro della difesa” del governo ombra del Pci. Finita l’esperienza politica si è dedicato all’editoria, ai libri antichi e all’archeologia, collezionando una delle maggiori raccolte italiane di opere di Dante e Machiavelli.

Il decreto Ponte è legge: via libera definitivo dalla Camera

L’Aula della Camera ha approvato in via definitiva il decreto Ponte recante disposizioni urgenti in materia di commissari straordinari e concessioni, che è legge. Il via libera è arrivato con 160 voti favorevoli, 110 contrari e sette astenuti. Il provvedimento è formato da 10 articoli e introduce misure riguardanti l’attività dei commissari straordinari e le concessioni applicate su vari progetti. Al primo articolo si disciplina la prosecuzione dell’iter approvativo per la realizzazione del ponte che collegherà Sicilia e Calabria. Altre norme riguardano la messa in sicurezza e di adeguamento del traforo del Gran Sasso e delle autostrade A24 e A25, la funzionalità dei commissari nominati per la realizzazione delle opere necessarie ai campionati di calcio europei Uefa 2032, i commissari straordinari della società Rete ferroviaria italiana, norme per accelerare la realizzazione della linea C della metropolitana di Roma e altre per la tutela e la salvaguardia della laguna di Venezia.